Intervista a Vincenzo del Collettivo anarchico Bakunin di Roma sugli anarchici in UcrainaVincenzo, tu fai parte del gruppo anarchico Mikhail Bakunin aderente alla
Federazione Anarchica Italiana, collegata all’IFA. Qual è la peculiarità
del vostro gruppo e cosa vi distingue dagli altri movimenti italiani?
Il gruppo Mikhail Bakunin si riconosce nella tradizione dell’anarchismo
comunista e
federativo sviluppatasi da Bakunin, Malatesta e Fabbri e aderisce alla
Federazione
Anarchica Italiana, che a sua volta è parte dell’Internazionale delle
Federazioni Anarchiche
(IFA-AIF).
La nostra peculiarità non è quella di possedere una “linea” da imporre, ma di
praticare il
federalismo libertario: autonomia dei gruppi, responsabilità individuale,
rifiuto di qualsiasi struttura verticistica. Non siamo un partito, né aspiriamo
a diventare una classe dirigente.
L’anarchismo, per noi, non consiste nel conquistare il potere, ma nel renderlo
superfluo
attraverso l’autorganizzazione delle persone.
Questo ci distingue tanto dai movimenti autoritari quanto da molte
organizzazioni politiche che, pur parlando di emancipazione, finiscono
inevitabilmente per riprodurre forme di comando.
Come mai in Ucraina esiste una significativa presenza anarchica di cui si
parla poco?
L’Ucraina possiede una tradizione libertaria molto più antica della guerra
attuale.
L’esperienza della Machnovščina non nasce improvvisamente con Nestor Machno, ma
affonda le proprie radici nelle rivolte contadine, nelle comuni rurali, nelle
pratiche di autogoverno e nelle organizzazioni operaie sviluppatesi tra la fine
dell’Ottocento e la Rivoluzione del 1917.
Volin descrive bene come il movimento anarchico fosse una realtà popolare, non
il progetto personale di un capo carismatico.
Oggi esistono gruppi molto differenti tra loro. Alcuni operano sul terreno
sociale, altri fanno mutualismo, altri ancora hanno scelto di partecipare
militarmente alla difesa dell’Ucraina. Parlare genericamente “degli anarchici
ucraini” è quindi fuorviante.
L’attenzione mediatica italiana tende invece a semplificare tutto dentro la
contrapposizione Russia-NATO, facendo sparire la pluralità delle esperienze
libertarie.
Molti anarchici italiani hanno ormai rapporti difficili con il principale
ambiente anarchico ucraino. Perché?
Il motivo fondamentale riguarda la diversa interpretazione
dell’internazionalismo.
Una parte consistente del movimento anarchico italiano ritiene che partecipare
stabilmente all’apparato militare di uno Stato significhi inevitabilmente
rafforzarne le strutture di dominio, anche quando ciò avviene per respingere
un’invasione.
Molti anarchici ucraini, invece, ritengono che senza la difesa armata non
esisterebbero più gli spazi minimi nei quali sviluppare qualsiasi pratica
libertaria. Si tratta di un dissenso reale, che nasce da condizioni storiche
profondamente differenti.
Ciò che sarebbe sbagliato è trasformare questo dissenso in una scomunica
reciproca. La
tradizione anarchica ha sempre privilegiato il confronto franco piuttosto che la
disciplina
ideologica.
Che idea ti sei fatto della guerra in Ucraina?
L’aggressione russa costituisce una guerra imperialista, ma questo non trasforma
automaticamente l’altro fronte nel campo della libertà. Il comunicato della
Federazione
Anarchica Italiana è molto chiaro: gli anarchici respingono gli imperialismi
contrapposti, la NATO come l’OTSC (Organizzazione del Trattato di Sicurezza
Collettiva, l’alleanza militare intergovernativa eurasiatica guidata dalla
Russia) e denunciano come siano sempre le classi popolari a pagare il prezzo
delle guerre. Da anarchico non scelgo tra due Stati. Scelgo di stare sempre
dalla parte delle popolazioni sfruttate, dei disertori, degli obiettori, dei
profughi, dei lavoratori costretti a finanziare la guerra e di chi costruisce
forme di solidarietà dal basso. L’internazionalismo significa questo: non
sostituire una bandiera con un’altra.
Cosa distingue la Machnovščina[1] dalle attuali brigate anarchiche ucraine?
Storicamente le differenze sono profonde. La Machnovščina non nasceva come
reparto
militare di uno Stato, ma come espressione armata di un processo rivoluzionario
che
cercava di costruire comuni libere, soviet senza partiti, autogestione economica
e
federalismo anarchico.
Come ricorda Volin, l’esercito insurrezionale era subordinato ai congressi
regionali di
contadini e operai. Lo strumento militare non costituiva il fine. La
Machnovščina non va letta come il “proto-esercito nazionale ucraino”, né come
una semplice armata contadina. Volin insistette sul fatto che fosse soprattutto
un’esperienza di rivoluzione sociale libertaria. Il conflitto militare nasceva
dalla necessità di difendere un processo rivoluzionario già in atto, non dal
progetto di costruire uno Stato ucraino.
Questa distinzione è fondamentale anche per comprendere perché molti anarchici
della FAI e dell’IFA guardino con rispetto alla memoria storica del suo
fondatore Machno, ma mantengano al tempo stesso una posizione critica nei
confronti dell’inquadramento di anarchici contemporanei dentro uno Stato e il
suo esercito. Non si tratta di mettere sullo stesso piano contesti
incomparabili, bensì di ricordare che, nella tradizione anarchica classica, il
fine non è mai la vittoria di uno Stato sull’altro, ma la liberazione delle
persone da ogni forma di dominio.
Le attuali formazioni anarchiche combattono invece prevalentemente all’interno
dell’esercito ucraino o comunque coordinate con esso. Questo cambia radicalmente
il quadro politico. Non significa negare il coraggio individuale di chi
combatte, ma riconoscere che il contesto storico è completamente diverso.
Esistono gruppi anarchici internazionalisti e antimilitaristi in Ucraina?
Sì. Pur essendo molto meno visibili, esistono anarchici che continuano a
mantenere una
posizione antimilitarista e internazionalista. Molti sono impegnati nel
mutualismo,
nell’assistenza ai profughi, nell’aiuto ai renitenti alla leva, nella
solidarietà sociale o nella
documentazione delle repressioni. Naturalmente operano in condizioni
estremamente
difficili. Come sempre accade durante le guerre, le posizioni che rifiutano
entrambe le
logiche statali ricevono pochissimo spazio pubblico.
L’anarchismo ha conosciuto esperienze di lotta armata, ma anche grandi
pedagogisti anti-autoritari. Come concili queste due tradizioni?
L’anarchismo non ha mai fatto della violenza un valore. Ha sempre considerato la
violenza una tragica conseguenza delle strutture di dominio. Bakunin, Malatesta,
Volin e lo stesso Nestor Machno non celebrano la guerra; cercano piuttosto di
comprendere come una rivoluzione possa difendersi quando viene aggredita dagli
eserciti degli Stati.
Parallelamente, pensatori come Ferrer, Faure, Tolstoj, pur con differenze
importanti,
mostrano che la trasformazione sociale passa soprattutto attraverso
l’educazione, la
cultura, l’autogestione e la costruzione quotidiana di rapporti non autoritari.
Per un
anarchico la rivoluzione non consiste nell’organizzare un esercito permanente,
ma nel creare persone sempre meno disposte ad obbedire.
Rivoluzione armata e nonviolenza: qual è il tuo pensiero personale?
Personalmente penso che l’anarchismo debba mantenere una tensione etica molto
forte
contro ogni forma di militarizzazione. Comprendo perché, in determinate
condizioni storiche, delle persone decidano di prendere le armi. Non mi sento di
giudicare chi vive sotto le bombe, ma credo che la storia del Novecento dimostri
anche un’altra cosa: ogni volta che la struttura militare prende il sopravvento
sull’organizzazione sociale, la rivoluzione perde progressivamente il proprio
carattere libertario. Per questo continuo a ritenere che la vera forza
dell’anarchismo risieda nella capacità di costruire realtà autorganizzate, reti
dal basso antiautoritarie, pratiche mutualistiche, solidarietà internazionale,
scioperi, autogestione e disobbedienza.
Come scrive Volin nell’emancipazione non può essere delegata a nessun esercito e
a nessun governo: può essere soltanto opera diretta delle donne e degli uomini
che scelgono di organizzarsi liberamente.
(Foto di Mauro Zanella dall’Ucraina)
[1]Entità territoriale di tipo anarchico e anarco-comunista esistita dal 1918 al
1921 durante la guerra civile russa.
Mauro Carlo Zanella