
Reportage dall’Albania in rivolta. Seconda parte
Pressenza - Friday, June 19, 2026La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link.
Dal microfono del boulevard più importante di Tirana non escono solo punti di vista o gli aggiornamenti quotidiani sulle novità che possono interessare il movimento e sul dibattito politico, come nel caso dell’uscita dal partito di Marjana Koçeku, la più giovane deputata del Partito Socialista, ma anche le azioni concrete. Da quel microfono infatti venerdì sera è stato promesso che la mattina seguente, sabato 13 giugno, nella spiaggia di Rrjoll, pochi chilometri a nord di Shengjin e dell’hotspot italiano, sarebbero state abbattute le reti e il filo spinato che come nella laguna di Zvërnec, delimitavano l’area dove dovrebbe sorgere un resort di lusso. Questa volta non della coppia Ivanka Trump-Jared Kushner e delle società a loro collegate, ma di un oligarca albanese, storicamente vicino a Sali Berisha ma in ottimi rapporti anche con il governo attuale: Bashkim Ulaj. Le reti sono andate giù, sotto i colpi dei residenti del posto e sotto gli occhi di una polizia che inizialmente ha cercato di intervenire, ma senza riuscire a contenere la rabbia e la determinazione dei manifestanti. La stessa cosa è accaduta la mattina seguente, domenica 14 giugno, quando nel villaggio di Dardhë, nella provincia di Librazhd, situato al centro dell’Albania, gli abitanti del luogo hanno abbattuto le recinzioni attorno alla centrale idroelettrica privata della società Lucente, che da mesi ha sottratto loro l’acqua potabile.
Non sono solo i fenicotteri di Narta, disegnati, pitturati nelle magliette, negli striscioni, nei cartelli, nei visi e nelle braccia delle persone, il simbolo di questo movimento: giorno dopo giorno, il filo spinato e le recinzioni che sottraggono spazi di vita e diritti, abbattuti dalle persone che quei luoghi li abitano, sono una pratica replicata e replicabile.
Nella spiaggia di Zvërnec i bulldozer e il filo spinato sono stati rimossi, a Rrjoll giacciono ancora a terra, a Librazhd l’acqua potabile per gli abitanti del villaggio sembra essere stata ripristinata in queste ore.
Sabato sera, il 13 di giugno, dopo l’azione diretta del mattino, si è tenuta la manifestazione di protesta più grande mai vista nel Paese delle aquile: i bar erano vuoti, i media hanno trasmesso la diretta del corteo fino alla mezzanotte con sotto la didascalia “centinaia di migliaia di persone chiedono le dimissioni di Edi Rama”. Difficilmente quantificabili. In un Paese che conta 2,7 milioni di abitanti, sono numeri e stime incredibili, paragonabili a milioni di persone se scendessero in piazza in Italia.
Domenica sera, nonostante fosse razionalmente difficile replicare, al quindicesimo giorno consecutivo, i numeri della sera prima, il corteo è stato nuovamente oceanico e ha bloccato per ore l’autostrada Tiranë – Durrës, generando una coda di 25 chilometri, fino alle 3 di notte, quando migliaia di persone hanno abbandonato la strada nella quale si erano sedute dopo essere state fermate dai mezzi antisommossa della polizia. In queste ore, la polizia ha annunciato che per almeno venti persone scatteranno le denunce.
Il tema del conflitto di piazza non può essere letto con gli stessi schemi europei e italiani. Il movimento è radicale, è rivoluzionario, pratica l’azione diretta, ma è molto attento a non cadere nelle provocazioni che possono renderlo etichettabile e riconducibile alle memorie dalla cosiddetta “anarchia nel 1997” e della guerra civile, o alle modalità che Sali Berisha e il Partito Democratico utilizza nelle proprie manifestazioni. Le molotov contro i palazzi del potere che abbiamo visto nei mesi scorsi sono una ritualità organizzata da Sali Berisha, per trasmettere ai media internazionali un’immagine di un Paese in rivolta e quindi inaffidabile per i partner occidentali. Ma il Paese nei fatti non si è rivoltato per e con Sali Berisha. Anzi, lo ha considerato l’altra faccia del sistema.
Un esempio lampante è stato quando al terzo giorno delle proteste di massa, nel Bulevard dei Martiri della Patria si sono schierati i mezzi antisommossa della polizia, sono state installate barriere e gli idranti hanno provato a disperdere la piazza. Eppure, la determinazione e la resistenza dei manifestanti hanno avuto la meglio. Nei giorni successivi, quel tipo di gestione dell’ordine pubblico non si è più vista.
Ma l’onda della Rivoluzione dei Fenicotteri non sta investendo solo la patria: la diaspora albanese, ovvero i milioni di persone di origine albanesi presenti in tutto il mondo, più degli stessi abitanti in Albania, è scesa in piazza a migliaia e migliaia a livello globale. Non solo nelle grandi città come New York, Milano, Atene, Berlino, Parigi, Monaco, Sydney, Ginevra, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Padova, ma anche in città più piccole. Tutto in modo spontaneo, auto-organizzato, senza bandiere di partito, esattamente come accade a Tirana. Una diaspora che si è presentata in massa a Tirana sabato, viaggiando da tutti gli angoli del pianeta per prendere parola al microfono del palco della Rivoluzione, esprimendo al pari di chi a Tirana ci vive la stessa complessità che porta con sé l’essenza popolare del movimento albanese: progressismo, patriottismo, elementi innovativi, nostalgici e nazionalisti si incontrano nella necessità, quasi esistenziale, di abbattere il sistema di potere incarnato da Edi Rama in primis, ma anche da Sali Berisha.
Una diaspora che soprattutto nelle sue componenti più giovanili, coloro che sono emigrati da piccolissimi o che sono nati all’estero, vede sempre più la costruzione di collettivi o comunque dinamiche di auto-organizzazione politica e sociale in tutto il mondo, alla ricerca dell’elaborazione della propria identità e cura della comunità, condividendo lotte e battaglie antirazziste e anticoloniali in movimenti più ampi come in Italia fa Zane Kolektiv.
La popolarità e l’auto-organizzazione del movimento sono proprio gli elementi che mettono in difficoltà il governo, incapace di affrontare un fenomeno nuovo, anti-sistema ma non caotico nel suo modo di esprimere la democrazia diretta di una “nuova Albania”. Edi Rama ha paragonato il movimento alle squadracce fasciste e naziste, accusandole di voler imporre un pensiero unico e una superiorità morale, di arrogarsi il diritto di definire cos’è patriottico e cosa non lo è. Eppure, il governo non fa altro che raccogliere la sua stessa arroganza, la violenza verbale e della sottrazione di risorse, di spazi di vita e anche dei sogni di chi ogni anno scappa del Paese. Una volgarità e una violenza che la Generazione Zeta, i giovani cresciuti sotto a regime comunista già caduto, molti dei quali hanno vissuto la delusione della sconfitta del grande movimento studentesco e universitario del 2016 o dell’abbattimento del Teatro Nazionale di Tirana nel 2020, oggetto di un’occupazione e di una resistenza eroica di artisti e attivisti. Oggi questa generazione ha ribaltato in una creatività straordinaria, usando i fenicotteri come arma, “memetizzando” i fenicotteri, Ivanka Trump, ogni dichiarazione di Edi Rama, Sali Berisha, gli oligarchi, ma anche Giorgia Meloni, i mondiali di calcio che il governo sperava potessero abbassare il livello di partecipazione al movimento.
Una creatività supportata da un uso massiccio dell’intelligenza artificiale nella creazione dei cartelli. Ma anche dei droni, che sorvolano costantemente le manifestazioni nella costante ricerca della ripresa più bella che diventerà virale sui social e sarà vista in tutto il mondo, oltre a dimostrare l’assurda oltre che improvvida affermazione di Edi Rama di aver conteggiato che i partecipanti sono solo duemila. Un esercizio che tra gli altri fa ogni sera Citizen.al, portale di informazione indipendente che attraverso le sue collaboratrici e attiviste come Entenela Ndrevataj svolgono un ruolo fondamentale.
Una generazione che si sente europea ma riconosce le contraddizioni dell’Unione Europea, che non è più il mito dei loro genitori come negli anni ‘90, ma rimane comunque lo spazio privilegiato attraverso il quale costruire la propria democrazia, un Paese non corrotto, una giustizia non politicizzata, una tutela dell’ambiente e degli ecosistemi che la stessa UE oggi non riesce a difendere. In questo senso è potente la consapevolezza di essere per una volta esempio per gli altri, il richiamo all’Europa a fare quello che fanno loro, non il contrario. Per una volta, non imparare, non essere subalterni, ma insegnare qualcosa e dare una lezione al resto del mondo.
Tra le strade di Tirana si respira aria di rivoluzione e gli attivisti e le attiviste ci credono. Abbiamo chiesto a molte persone, attivisti sociali, ambientalisti, compagne e compagni di strada che abbiamo intrecciato in altre lotte, se pensano di poter raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo, ricevendo risposte affermative, ma mai ingenue. Quello che il futuro del movimento ci riserverà non lo sappiamo, quel che è certo è che la Rivoluzione intende continuare ogni giorno a scendere in piazza alla stessa ora e a partire dallo stesso luogo. Sappiamo anche che l’Albania non potrà più essere la stessa e già non è più la stessa, perché Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare per una Shqiperia e re, un’Albania nuova.
Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore)