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L’ONU corregge la proiezione del mappamondo in uso con una più rispettosa di tutti i continenti
L’Assemblea Generale ha compiuto ieri, 4 Settembre,  un passo importante verso la correzione delle distorsioni presenti nelle mappe del mondo di uso comune, in particolare nella proiezione di Mercatore, che si ritiene rappresentino in modo errato le dimensioni relative dei continenti e contribuiscano a una percezione riduttiva dell’Africa e di altre regioni equatoriali. La risoluzione si intitola “Correggere la mappa: riequilibrare la rappresentazione cartografica globale e promuovere un’equa rappresentazione delle regioni del mondo, in particolare dell’Africa” (documento  A/80/L.104 ),  ed è stata adottata con 164 voti favorevoli, 1 contrario (Stati Uniti) e 6 astensioni (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina). Il documento auspica un uso più ampio delle proiezioni cartografiche a pari area, in particolare della proiezione Equal Earth, nei contesti in cui le dimensioni comparative dei continenti sono rilevanti, inquadrando la questione come qualcosa di più di un semplice problema cartografico tecnico. L’obiezione degli Stati Uniti secondo cui la risoluzione aveva un carattere “fortemente ideologico” è stata considerata ridicola da parte degli studiosi e degli stati membri. La questione della proiezione europocentrica che Mercatore fece nel 1600 (proiezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca dato che per la prima volta si tentava di raffigurare in modo scientifico tutto il pianeta in una sola cartina) fu messa in discussione da James Gall già nel 1855 ma fu grazie al lavoro di Arno Peters che la proiezione di Gall fu pubblicata nel 1974 e divenne la prima proiezione in cui a centimetri quadrati di cartina corrispondono una proporzione esatta di kilometri quadrati di territorio.   Fonte: https://press.un.org/en/2026/ga12779.doc.htm   Pressenza IPA
September 5, 2026
Pressenza
Questo popolo ha sette anime
Dodicesima puntata: I bambini di Gaza si riprendono nuotando durante la settimana “Nuota con Gaza” Mentre le famiglie di tutto il mondo si riversano su spiagge e parchi per sfuggire alla calura estiva, i bambini di Gaza non hanno altro che la loro spiaggia dove cercare qualche momento di gioia. Lì, sulla sabbia della Striscia di Gaza assediata, i bambini cercano di rubare momenti di felicità e di nuoto, in scene in cui l’innocenza dell’infanzia si intreccia con la costante paura che la loro spiaggia possa diventare bersaglio di bombardamenti israeliani da un momento all’altro. L’Accademia di Nuoto Tantish (QUI) ha organizzato un grande evento nell’ambito della “Settimana del Nuoto con Gaza” per insegnare ai bambini di Gaza a nuotare, in preparazione alla loro partecipazione al Carnevale di Nuoto di Gaza del prossimo fine settimana. Uno degli organizzatori ha confermato che oltre 2.500 bambini hanno imparato a nuotare durante il primo mese dell’iniziativa, che si estende in decine di località in tutto il mondo, in segno di solidarietà con i bambini di Gaza. Si prevede che 3.000 bambini che hanno imparato a nuotare quest’estate parteciperanno all’evento. Il significato di questi numeri va oltre l’aspetto sportivo; rappresentano un potente messaggio di resilienza, a dimostrazione che i bambini di Gaza si aggrappano alla vita e alla passione nonostante le circostanze difficili. In una testimonianza che riflette la profondità di questa esperienza umanitaria, una delle ragazze partecipanti racconta la sua storia con l’iniziativa, dicendo che quando si è unita al gruppo, ha provato un’intensa paura e disagio a causa delle difficili condizioni e della pressione psicologica che tutti stavano vivendo, senza tregua in mezzo alla devastante aggressione genocidaria israeliana. Tuttavia, il supporto degli istruttori e l’ambiente positivo e interattivo hanno portato a una straordinaria trasformazione del suo stato psicologico. Si è integrata rapidamente con i compagni e gli allenatori, sentendosi come se fossero diventati una famiglia, e ha riscoperto la sua passione per il gioco e l’apprendimento dei fondamentali del nuoto. Questa iniziativa, organizzata dall’Accademia (Tantish), è un evento eccezionale, poiché è stata rilanciata e riattivata in seguito alla diffusa distruzione che ha colpito la Striscia a causa dell’invasione israeliana. Nonostante le difficili circostanze, le attività sono state avviate non solo per insegnare ai bambini a nuotare e le norme di sicurezza, ma anche con l’obiettivo di tentare di stabilire un record mondiale per il maggior numero di bambini che ricevono una lezione di nuoto collettiva contemporaneamente e nello stesso luogo. 13esima puntata: La scuola dei sogni e della speranza Dopo che la guerra ha privato gli studenti di Gaza del sogno di completare gli studi, la preside Ahlam Abdel-Aati è intervenuta e ha restituito loro la possibilità di studiare, in assenza di aule e in mezzo alle distruzioni, in una scena che riflette una determinazione eccezionale e incarna un simbolo di resilienza, sfidando le dure condizioni imposte dalla guerra. La speranza di un futuro migliore è stata la motivazione che ha spinto lei, gli insegnanti volontari, i genitori e gli studenti ad andare avanti. La “Scuola dei Sogni/Ahlam” (Ahlam in arabo significa “sogni”), composta da 8 tende, porta un messaggio al mondo: il popolo palestinese, nonostante le difficoltà, è capace di ricostruire il futuro e costruire percorsi di speranza. La preside della scuola, Ahlam Abdel-Aati, ci ha parlato del loro progetto educativo, che è stato avviato nonostante le distruzioni, le uccisioni e la fame. Ahlam ha dichiarato: “Abbiamo fondato un centro e un istituto privato chiamato ‘Ahlam Gaza’, che si propone di servire le persone sia dal punto di vista umano che educativo, cercando di aiutarle il più possibile e di offrire loro una mano per alleviare le sofferenze causate dalla guerra”. Ha aggiunto: “Abbiamo anche allestito un campo chiamato ‘Campo umanitario Ahlam Gaza’, composto da 95 tende che ospitano 108 famiglie sfollate che non hanno altro luogo o rifugio sicuro se non le loro tende logore”. All’interno del campo, hanno creato un asilo nido e una scuola per l’istruzione primaria, preparatoria e secondaria, chiamata “Asilo nido e scuola modello Ahlam Gaza”, accreditata dal Ministero dell’Istruzione e dell’Istruzione Superiore. La scuola accoglie un gran numero di studenti, oltre mille, e impiega 50 membri del personale, tutti volontari e non retribuiti. Il loro obiettivo primario e più importante è quello di servire gli studenti e formare una generazione istruita. “E ne siamo consapevoli, nonostante i pericoli che questa guerra comporta per noi”. Ahlam ha sottolineato che “la scuola è un’iniziativa educativa di volontari ed ha retto alle difficoltà dell’aggressione e del blocco degli aiuti umanitari. L’iniziativa è tuttora in corso; offriamo corsi dalla scuola materna fino alle superiori e gli studenti sono suddivisi per età. All’inizio, avevamo circa 1.500 studenti, ma con l’intensificarsi dei bombardamenti nella zona a sud della Striscia, il numero si è ridotto a 700. Continuano a frequentare la scuola soltanto i bambini e i ragazzi che vivono nelle vicinanze”. La scuola è riconosciuta dal ministero dell’Istruzione palestinese ed i suoi certificati sono validi per la carriera scolastica. “Trattiamo gli studenti dalla scuola dell’infanzia alla sesta elementare come se appartenessero a un’unica fascia d’età. Partiamo dalle basi, preparando e formando gli studenti affinché possano migliorare le proprie capacità di lettura e scrittura. Per le fasce d’età più avanzate, adottiamo un approccio più strutturato, basato sulle fondamenta piuttosto che su una metodologia specifica, integrando l’insegnamento con il programma scolastico del ministero, con l’obiettivo di formare una generazione consapevole e istruita. Il terreno era un giardino pubblico alle spalle dell’ospedale Nasser di Khan Younis, che a causa dei bombardamenti israeliani era diventato una discarica per i rifiuti ospedalieri. Con l’aiuto di associazioni ambientaliste gazzawi abbiamo bonificato il terreno e costruito il campo sfollati umanitario e la scuola recintata e costituita da 8 tendoni. Per poter far fronte all’affluenza degli studenti iscritti abbiamo istituito dei turni”. “Tra il personale docente ci sono insegnanti specializzati in educazione fisica e supporto psicologico, e un logopedista che si occupano del benessere psicologico, fisico e scolastico degli studenti. Abbiamo istituito il giovedì come giornata ricreativa speciale, un momento di ritrovo, gioco e svago per alleviare lo stress. Collaboriamo inoltre con il ‘Centro Mente e Corpo’, per fornire supporto agli studenti, alle loro famiglie e al personale docente, al fine di prepararli psicologicamente e fisicamente ad affrontare gli studi e a superare le difficoltà e gli ostacoli della guerra e della vita”. Il lavoro volontario collettivo fa miracoli. La direttrice Ahlam Abdel aati   ANBAMED
September 5, 2026
Pressenza
Sudafrica, la Wild Coast non è una terra di conquista
Con una sentenza storica, la Corte Costituzionale sudafricana ha annullato il diritto di Shell a esplorare la Wild Coast alla ricerca di petrolio e gas. A metà agosto 2026, la Corte Costituzionale del Sudafrica ha emesso una sentenza storica in materia di cambiamento climatico e giustizia ambientale. Nell’ottobre del 2021, Shell ha annunciato l’avvio di indagini sismiche, utilizzando potenti onde sonore, al largo della Wild Coast sudafricana per determinare l’eventuale presenza di riserve di petrolio e gas commercialmente sfruttabili. La Wild Coast è una costa aspra, caratterizzata da strade sterrate e villaggi tradizionali, ma anche da un ambiente naturale particolarmente ricco e prezioso dell’Eastern Cape del Sudafrica. Simile al caso dei Sámi, le politiche ambientali del governo norvegese possono avere conseguenze negative sulle comunità indigene: le vibrazioni delle pale eoliche disturbano le renne, fondamentali per la loro cultura ed economia. Allo stesso modo, le indagini sismiche per l’esplorazione petrolifera producono rumori che possono danneggiare gli ecosistemi marini, suscitando preoccupazione tra le comunità locali. Le popolazioni indigene Khoi e San del Sudafrica hanno un profondo legame spirituale, culturale e cosmologico con i fiumi, gli oceani e i paesaggi costieri, dai quali furono allontanate dalla colonizzazione e dall’apartheid, attraverso rimozioni di massa verso le aree interne. Numerose sono le rivendicazioni dei territori ancestrali, “la cui tutela è inseparabile dalla tutela dei diritti alla dignità, alla cultura e al sostentamento” (paragrafo 4). Tra queste la comunità che si è fortemente opposte al progetto di Amazon per la costruzione del suo quartier generale africano a Cape Town nella regione adiacente, alla Wild Coast, Western Cape nel 2024. Il loro caso si è però tristemente concluso in modo diverso da quest´ultimo. Termina così una controversia iniziata nel 2021. Sei comunità, ONG e organizzazioni ambientaliste si erano rivolte a due corti, sostenendo di non essere state consultate sui piani di Shell. Il caso è infine arrivato alla Corte Costituzionale, l’organo giudiziario di ultima istanza in Sudafrica, che ha definito che il diritto di esplorazione doveva essere annullato a causa di gravi vizi nella concessione governativa. Tra questi, l’inadeguata consultazione delle comunità e la mancata considerazione di importanti preoccupazioni ambientali e climatiche. Secondo Angela Van der Berg, direttrice del Global Environmental Law Centre della Western Cape University, si tratta di una pietra miliare nella giustizia climatica. La controversia, infatti, non riguardava soltanto i possibili danni all’ecosistema marino, ma solleva una questione giuridica fondamentale, ossia se l’impatto climatico delle nuove attività di esplorazione petrolifera e di gas fosse stato adeguatamente valutato. La sentenza, basandosi su tre cardini (le persone, l´ambiente e lo sviluppo socio economico) diviene un importante precedente per i futuri casi in materia di clima in Sudafrica, rinforzando inoltre, il carattere universale del diritto internazionale in materia di clima: “Il cambiamento climatico, per sua natura, trascende i confini” (paragrafo 21). Enfatizza che il cambiamento climatico, incentrato sulla responsabilità legale, sui diritti umani e sulla giustizia, è passato da assunto diplomatico a responsabilità giuridica (paragrafo 24) e afferma il diritto a “una reale consulta” di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze (paragrafo 36) riconoscendo l´obbligatorietà costituzionale di protezione delle pratiche culturali, garanzia della diversità all’interno del Paese e legandola alla dignità umana (paragrafo 25). In un’intervista, Delme Cupido, direttore del Southern African Hub presso Natural Justice e uno degli avvocati coinvolti nel caso, spiega che il ricorso alla Corte era stato necessario perché la Corte Suprema d’Appello aveva lasciato aperta la possibilità per Shell di riprendere il procedimento e svolgerlo nuovamente in conformità con gli obblighi relativi alla partecipazione pubblica. L´aspetto particolarmente rilevante è che Corte ha stabilito che “il diritto alla partecipazione pubblica non è solo una questione meccanica ma una questione di procedura. Fa parte integrante dell’affermazione e del riconoscimento della dignità di quelle comunità. La sentenza afferma chiaramente che non è possibile ora, in una fase successiva, tornare indietro e rimediare, perché il danno, per così dire, alla dignità di quelle comunità è già stato arrecato […] stabilendo un precedente molto chiaro in termini di definizione degli obblighi dei decisori e dei gestori dei combustibili fossili, proprio a causa della preoccupazione per il modo in cui queste consultazioni vengono spesso trattate in maniera superficiale”. Foto tratta dal Flikr di William Murphy Il Ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche viene ritenuto responsabile di negligenza come conseguenza della mancata osservanza del NEMA, Legge nazionale sulla gestione ambientale, che sancisce il pubblico interesse e limita l´esplorazione delle risorse ambientali in caso di discriminazione delle persone colpite (paragrafo 42). Il diritto all’ambiente si coniuga con la visione costituzionale dell´”integrazione tra tutela ambientale e sviluppo socio-economico” (paragrafo18) silenziando una delle giustificazioni più comune agli attacchi ambientali: gli effetti positivi in termini di creazione di impiego. Questo richiamo assume un significato ancora più importante se si considera il ruolo che l’espropriazione ha avuto durante il regime dell’apartheid. Il Group Areas Act destinò infatti le aree inquinate adiacenti alla raffineria Shell alle comunità coloured, indiane e nere per creare un bacino di manodopera a basso costo per le fabbriche vicine. Continua Cupido, “si tratta quindi anche di giustizia intergenerazionale, riconoscendo che i guadagni economici a breve termine non possono prevalere sul diritto ano sviluppo sostenibile, che è un nostro dovere verso le generazioni future”. Evidenzia come il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo e che, spesso, chi causa i danni ambientali non è chi ne subisce le conseguenze, perpetuando così le violazioni della giustizia climatica e il razzismo ecologico. L’operato della Shell, come qualsiasi impresa estrattiva nel continente africano, ne sono una prova evidente. Shell depaupera il Sudafrica dal 1902. Open Secrets, ricorda che quando la Lega Araba impose al Sudafrica un embargo petrolifero nel 1973, Shell continuò a fare affari con il regime dell´apartheid. Tra gli anni ’80 e il 1992, partecipò a operazioni clandestine per aggirare le sanzioni internazionali fino a che, nel 1987, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aderì all´embargo e furono avviate campagne internazionali contro Shell da parte di diversi movimenti anti-apartheid. Sin dal 1964 Shell e BP erano proprietarie insieme della South African Petroleum Refineries (Sapref) responsabile nel 1998 del rilascio di cinque tonnellate di fluoruro di idrogeno nell’atmosfera, e nel 2001 della fuoriuscita di 1.000 litri di benzina nella baia di Durban. Nel 2022 la raffineria subí um danno che causò la fuoriuscita di petrolio sulla spiaggia e Sapref dichiarò che sarebbero serviti cinque anni e ingenti risorse economiche per la bonifica. Il problema non è stato ancora risolto e sulla costa di Durban si continuano a registrare indici di leucemia, linfomi, e tumori nettamente superiore alla media nazionale. Nel 2024, Shell si é ritirata dal settore della raffinazione in Sudafrica e ha venduto per 1 rand al Central Energy Fund, un ente statale, sollevando forti polemiche su chi dovrà sostenere i costi della bonifica ambientale. [LB1]National Environmental Management Act Comune-info
August 31, 2026
Pressenza
Social Forum di Cotonou. Agnoletto: “L’Africa costruisce la resistenza al neoliberismo globale”
Dal Benin arriva un messaggio che va ben oltre i confini africani: la pace non può essere separata dalla giustizia sociale, dalla difesa della terra e dalla liberazione dei popoli dalle nuove forme di colonialismo economico. È questa la lezione emersa dal XVII Social Forum Mondiale di Cotonou, un appuntamento che ha riunito centinaia di organizzazioni africane e movimenti internazionali impegnati contro l’estrattivismo, le guerre e il neoliberismo. Tra i protagonisti del Forum c’era Vittorio Agnoletto, storico portavoce del Genoa Social Forum, che racconta come l’Africa sia oggi uno dei laboratori più avanzati di una nuova convergenza tra movimenti contadini, sindacali, ambientalisti, femministi e pacifisti. Una convergenza che, proprio per la sua forza politica, ha incontrato la repressione delle autorità del Benin prima ancora dell’apertura ufficiale dei lavori. La pace nasce dalla terra Il cuore politico del Forum è stato l’appello intitolato “Pace sulla Terra, pace con la Terra”, elaborato dalle carovane partite da undici Paesi dell’Africa occidentale e confluite a Cotonou dopo un lungo percorso di mobilitazione. “L’appello” spiega Agnoletto “nasce dall’assemblea delle carovane che riuniscono gli attivisti impegnati nella difesa della terra e per la tutela della sovranità alimentare. È il risultato di dieci anni di lavoro del Movimento per la Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua dell’Africa occidentale.” Si tratta di una piattaforma politica molto concreta che denuncia il land grabbing, l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali, il peso del debito illegittimo e il modello economico che trasforma acqua, suolo e sementi in merci. “Quando il Forum parla di pace con la Terra” aggiunge Agnoletto “propone una riconciliazione tra esseri umani, specie viventi e ambiente. La difesa dei beni comuni diventa la condizione per fermare sia la devastazione ecologica sia le disuguaglianze prodotte dall’attuale modello di sviluppo.” Per lo storico portavoce del Social Forum di Genova, la grande novità consiste proprio nell’aver saldato ecologia e questione sociale in un’unica battaglia. Il neoliberismo come nuova colonizzazione “A Cotonou” racconta Vittorio Agnoletto “l’impressione è stata quella di assistere all’affermarsi di un movimento panafricano che, richiamando le lotte per l’indipendenza degli anni ’60, oggi rivendica la sua autonomia e la sua irriducibilità nei confronti del neoliberismo che continua a riprodurre rapporti di dipendenza attraverso l’estrazione delle risorse naturali e il controllo finanziario dei territori africani. Non è un caso che il messaggio centrale del Forum sia stata la lotta per la decolonizzazione culturale ed economica, destinata ad entrare in collisione anche con gran parte dei governi africani oggi partner subalterni dei centri economici e finanziari globali. Questa critica non ha risparmiato nemmeno la cooperazione internazionale. Anch’essa deve essere decolonizzata: le scelte, gli obiettivi e le priorità devono essere decise e gestite da chi vive i territori, non da chi arriva dall’esterno e nemmeno dai donatori.” Agnoletto osserva come le guerre, il cambiamento climatico e l’impoverimento delle popolazioni siano fenomeni profondamente intrecciati. “Le guerre aumentano le disuguaglianze globali e diventano uno strumento attraverso il quale si consolidano nuovi rapporti di dominio economico. Lo ha spiegato molto bene Massa Konè – leader carismatico della Convergenza, la rete dei movimenti per la terra attivi ora in tutta l’Africa Occidentale e in prospettiva nell’intero continente, intervenendo nell’assemblea conclusiva “Vogliono imporre come internazionale la loro cultura e chiamarla civilizzazione. La Pace è la base di un vero sviluppo sostenibile. Le guerre oggi in atto in Africa non sono le nostre guerre. Noi vogliamo un continente africano dove non siano necessari dei visti per attraversare i confini, perché solo le relazioni tra popolazioni diverse costruiscono conoscenza e convivenza.” L’Africa non si presenta soltanto come vittima del colonialismo contemporaneo, ma come soggetto capace di elaborare un’alternativa politica fondata sui beni comuni e sulla sovranità dei popoli. Perché il Forum faceva paura al governo del Benin Le autorità del Benin hanno inizialmente vietato l’utilizzo dell’università destinata a ospitare l’evento, bloccato alcune carovane e rimpatriato attivisti provenienti da Haiti e dall’Europa. “Quella repressione non è stata casuale” riflette Agnoletto. “Oltre l’80% degli incontri era promosso da organizzazioni africane. L’Africa era il soggetto politico del dibattito.” Ed è proprio questa centralità africana ad aver inquietato il potere. “Questi movimenti mettono sotto accusa leadership nazionali spesso totalmente subalterne agli interessi delle multinazionali occidentali e delle grandi potenze.” Il Forum ha prodotto una “doppia convergenza”: da un lato tra movimenti differenti – contadini, sindacati, ambientalisti, reti femministe e pacifiste – dall’altro tra organizzazioni provenienti da numerosi Paesi dell’Africa occidentale e centrale che stanno costruendo lotte comuni ben oltre i confini nazionali “Questa doppia convergenza fa paura ai poteri locali. Il messaggio del governo era chiaro: ricordare ai movimenti da che parte sta la forza. Solo quando la repressione ha provocato critiche internazionali il Forum è stato autorizzato a proseguire.” Il contesto politico del Benin è segnato da una preoccupante involuzione autoritaria, con l’esclusione di numerosi partiti dalle elezioni e la creazione di un Senato nominato, destinato a limitare il ruolo delle istituzioni rappresentative. L’assenza dell’Occidente e il protagonismo dei giovani Un limite è stata la limitata partecipazione dei movimenti occidentali, che hanno sottovalutato l’importanza di quanto si sta muovendo nel continente africano. Per Agnoletto c’è stato anche un altro limite del Forum “Andrebbe studiata molto più a fondo la Generazione Z, che ha animato proteste imponenti in Bangladesh, Indonesia, Filippine, ma anche in Kenya, Madagascar e Marocco. Nel Forum queste esperienze sono rimaste solo sullo sfondo.” Quelle mobilitazioni, osserva, rappresentano un interlocutore naturale nella costruzione di reti internazionali che potrebbero ridare slancio a un movimento globale oggi frammentato.  “Il tempo è breve: dobbiamo tornare a costruire un noi” A venticinque anni da Porto Alegre e Genova, il Social Forum di Cotonou riapre anche una riflessione sul futuro dello stesso movimento altermondialista. Secondo Agnoletto, “il Forum ci manda un messaggio preciso: le risorse umane per cambiare il destino del mondo esistono. Ma non basta incontrarsi ogni due o tre anni: abbiamo bisogno di strategie e mobilitazioni comuni, di vertenze globali.” Il ricordo torna inevitabilmente al 15 febbraio 2003, quando oltre cento milioni di persone manifestarono contro la guerra in Iraq. “Da allora” ricorda Agnoletto “non siamo più riusciti a costruire un movimento mondiale di quella forza, mentre il capitale finanziario ha concentrato sempre più potere nelle mani di pochissimi. Dobbiamo ripensare la nostra organizzazione per coordinare le lotte, perché l’avversario è unico. Raggiungere questo obiettivo oggi coincide con la stessa possibilità di sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi.” Il Social Forum di Cotonou si chiude così con una convinzione condivisa dai movimenti presenti: la costruzione di un nuovo internazionalismo dei popoli passa dalla difesa della pace, della terra e dei beni comuni, contro ogni forma di sfruttamento e di dominio neoliberista, ma anche dal definitivo superamento di ogni eurocentrismo e dalla supponenza, ancora tanto radicata, che la nostra parte del mondo ha qualcosa da insegnare agli altri. Questo è invece il momento dell’ascolto reciproco e della collaborazione paritaria tra i movimenti sociali attivi in ogni continente.       Laura Tussi
August 23, 2026
Pressenza
Bulgaria, dopo cinque anni torna libero l’attivista saudita al-Khalidi
Il 21 agosto, dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria col costante pericolo di essere rimpatriato, il giornalista e attivista Abdulrahman al-Khalidi ha potuto lasciare il centro chiuso per migranti irregolari di Lyubimets. Al-Khalidi rischiava di essere rimandato nel suo Paese, l’Arabia Saudita, che era stato costretto a lasciare a causa delle sue attività in favore dei prigionieri politici e per aver chiesto riforme democratiche. Fuggito dal Golfo nel 2013, dall’esilio aveva proseguito a denunciare le violazioni dei diritti umani anche attraverso la collaborazione a portali d’informazione. Aveva preso poi parte al movimento delle “api elettroniche”, un gruppo di attivisti informatici promosso dall’esilio dal giornalista Jamal Khashoggi – assassinato in Turchia nel 2018 – per contrastare la propaganda online del governo saudita. Dopo l’arresto, eseguito nell’ottobre 2021 dalle autorità bulgare a cui aveva chiesto protezione internazionale, Melting Pot Europa e il Collettivo Rotte Balcaniche avevano lanciato la campagna Free Abdulrahman. Il suo caso era stato segnalato anche da FrontLine Defenders e Amnesty International ed era stato oggetto di interventi da parte della Corte Europea dei Diritti Umani.   Riccardo Noury
August 23, 2026
Pressenza
Daniela Dolci. Il senso profondo e molto pratico dietro al recupero del Borgo di Danilo a Trappeto
In provincia di Palermo si trova uno dei luoghi simbolo della nonviolenza in Italia, dove sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia. Abbandonato dopo la sua morte, nel 1997, è tornato dopo mille peripezie a essere un laboratorio di iniziative. L’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano è stata la principale artefice della rinascita. L’abbiamo intervistata. Si chiama “Palpitare di nessi” ed è un festival speciale, sia per i temi che affronta (quest’anno la terza edizione “Legalità e disobbedienza” tenutasi dal 25 al 28 giugno) sia per il luogo nel quale si tiene: il “Borgo di Dio”, oggi Borgo Danilo Dolci, a Trappeto, in provincia di Palermo. Il Borgo è uno dei luoghi simbolo della cultura e della pratica della nonviolenza in Italia: lì sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia, si sono tenuti incontri e seminari che hanno fatto la storia dell’azione sociale in Italia. Un luogo simbolo che per molti anni, dopo la morte di Danilo nel 1997, è stato abbandonato, degradandosi. Poi è rinato e da qualche anno è tornato a essere un laboratorio di idee e di buone pratiche, secondo la sua vocazione. Daniela Dolci, l’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano, è stata la principale artefice della rinascita. Daniela Dolci, come ha cominciato e perché? Presi a occuparmi del Borgo nel 2021. Era chiuso e cadente da tanti anni. Cominciai con i problemi catastali, legati alla proprietà divisa fra noi fratelli, i sette figli di Danilo, noi cinque figli di Vincenzina e i due “svedesi”, nati con il secondo matrimonio di papà. Ma nel 2023 il Borgo è stato nuovamente vandalizzato. Tutte le porte scardinate, una cosa terribile. Erano stati dei ragazzini del paese, agivano per disperazione, vedevano il luogo abbandonato ed esprimevano in quel modo il loro disagio. Pensammo di doverli coinvolgere, di applicare il metodo maieutico e così li invitammo a partecipare a degli incontri ogni giorno per una settimana. All’inizio ne vennero solo tre, ci mettemmo in cerchio e cominciammo a parlare dell’aggressione a questo bellissimo luogo. Ci dissero che in paese a Trappeto c’erano due bande rivali e ognuna voleva mostrare all’altra d’essere più forte, per cui si mettevano a “fare i Rambo”, a spaccare tutto. Sullo sfondo c’era la frustrazione di vivere in un paese senza luoghi di ritrovo, privo di infrastrutture per i ragazzi. Il secondo giorno ne vennero cinque, il terzo otto, alla fine erano venti. Con me c’erano mia sorella Libera e Orazio, ex responsabile del Borgo. Abbiamo parlato insieme a quei ragazzini del nostro progetto di recupero: “Noi vogliamo restaurarlo per voi, per il territorio, se invece di distruggerlo ci aiuterete a rimetterlo in sesto”. Ora questi ragazzini sono corresponsabili del Borgo. E anche altri ragazzi del paese frequentano la struttura, partecipano alle attività ludiche e ricreative che facciamo. C’è anche un’università popolare: abbiamo ripreso un’esperienza degli anni Settanta e Ottanta che poi era cessata con la morte del Borgo. Abbiamo 30 iscritte, quasi tutte donne. Una recente attività con i ragazzi di Trappeto al Borgo Danilo Dolci © Daniela Dolci Da dove sono arrivati i finanziamenti per il recupero della struttura? Dalla Svizzera, dove abito da cinquant’anni. Ho fatto una carriera musicale molto intensa come clavicembalista e direttrice d’orchestra, sono specialista nella musica del Sei-Settecento. Ho fatto anche esperienza di management per sostenere la mia orchestra. In Svizzera c’è una grande tradizione di mecenatismo, specialmente a Basilea, dove vivo. Per trent’anni la mia orchestra è stata sostenuta da mecenati locali. A un certo punto, nel periodo della pandemia da Covid-19, ho detto loro che avrei cessato l’attività musicale e mi sarei dedicata al recupero del Borgo, perché era inaccettabile perdere un gioiello del genere. Sul momento sono rimasti un po’ spiazzati, anzi rimaste perché sono soprattutto donne, ma poi mi hanno voluto sostenere e così è partito il progetto. Ho raccolto circa un milione di euro. Abbiamo restaurato una parte delle strutture e il Borgo ha potuto riprendere le sue attività, ospitare corsi, seminari e convegni. E c’è finalmente un custode. L’anno scorso, per esempio, si è tenuto qui un seminario residenziale su Paulo Freire, sono venuti gruppi legati agli scambi Erasmus. Poi ci sono associazioni che invece di cercare spazi a Palermo vengono qui per le loro attività e ci garantiscono anche delle entrate. Il Borgo sta rinascendo. Certo, non è ancora al suo meglio: l’unico reale spazio di riunione è la Sala mensa, che è molto spaziosa e di fatto è ora una Sala polivalente. Ma stiamo programmando il recupero anche degli altri edifici: avremo tre altre sale riunioni, l’auditorium e la casa di famiglia nella quale abitavamo diventerà archivio e museo. Poi c’è la casa che Danilo fece costruire nel 1952 e donò al Comune, che ce l’ha concessa in comodato d’uso. Ora stiamo lavorando con gli avvocati alla nascita della Fondazione, mettendo d’accordo tutti noi fratelli, e questo ci darà altre opportunità: potremo accedere anche a fondi pubblici. Nel Borgo Danilo Dolci di Trappeto (Palermo) © Duccio Facchini Che ricordi ha della sua vita qui al Borgo? È stato un periodo estremamente intenso, bellissimo. Eravamo una famiglia molto coesa, grazie soprattutto a mia madre Vincenzina, che si è dedicata tantissimo sia alla famiglia sia al lavoro di Danilo. Se non ci fosse stata lei, il lavoro di mio padre non sarebbe stato quello che è stato. Mia sorella Libera ha scritto un bellissimo libro su nostra madre, “Vincenzina, mi chiamo Vincenzina” (Dante & Descartes, 2025). Il Borgo per noi era un paradiso terrestre nel vero senso della parola, nonostante tutti i problemi economici e giudiziari che avevamo. Danilo era spesso in carcere, o era impegnato con i suoi processi, avevamo pochi soldi, ma c’era sempre il sentimento di riuscire a realizzare un grande progetto tutti insieme; c’era un grande senso di comunità. Al Borgo veniva tanta gente da tutta Italia e anche dall’estero. Spesso erano personaggi straordinari. Ne ricorda qualcuno in particolare? Al Borgo sono venuti personaggi importanti e molto famosi, come i due psicologi Otto Klineberg ed Erich Fromm, ma io ero piccola e per me il criterio di valutazione era la simpatia. Non mi importava della fama. Di quel periodo ricordo soprattutto le tante attività, come i seminari musicali che frequentavamo da bambini. Non è un caso se tre dei figli di Danilo sono diventati musicisti, me compresa. Ma c’erano anche i corsi di ceramica, i mosaici e poi la maieutica. Ricordo tutta la fase preparatoria per far nascere la Scuola di Mirto. Un seminario maieutico nella Sala mensa del Borgo © Daniela Dolci  Che tipo di attività è stata? Ricordo incontri ai quali partecipavano insegnanti, esperti, genitori e anche noi bambini, per cui mi vedo a filosofare con tutti gli altri nei gruppi di lavoro. Sono stati anni importantissimi per me e per tanti altri: straordinariamente formativi, era una scuola veramente unica. Che cosa le ha lasciato personalmente? Un seme particolarmente sano, che poi ha potuto svilupparsi in Svizzera, in un ambiente particolarmente fruttuoso per la musica. Daniela Dolci Com’è arrivata in Svizzera? In casa nostra la musica aveva un grande spazio. Danilo suonava benissimo il pianoforte e tutti gli strumenti a tastiera. La domenica passava ore a suonare l’organo, il pianoforte, il clavicembalo e desiderava che noi figli iniziassimo il più presto possibile a suonare qualche strumento. Ma avevamo pochi soldi, procurarsi un violino o un violoncello era complicato, e così abbiamo cominciato con il flauto. Suonava anche mia madre: abbiamo fatto quintetti, sestetti, settetti, anche se il repertorio era molto limitato. Ma io alla fine sono arrivata al clavicembalo così, attraverso il repertorio barocco. A quel tempo volevo andare oltre il flauto dolce, ma qui in Sicilia non avevamo grandi possibilità. Durante le vacanze estive trascorrevamo però dei periodi anche lunghi a casa di amici, nel Nord Italia o all’estero, e io e mia sorella Chiara un’estate andammo a Berna da un’amica pianista. Un giorno questa amica ci portò a un concerto per flauto dolce e clavicembalo e io mi innamorai subito di questo strumento. Avevamo pochi soldi, ma alla fine Danilo riuscì a trovare un clavicembalo a buon prezzo e lo fece venire in Sicilia dalla Germania, da Norimberga. Come riuscì a pagarlo, non so dirlo, ma lui riusciva sempre a trovare una soluzione, grazie ai tanti amici che aveva. Il murales dedicato a Danilo Dolci a Trappeto (Palermo) © Alberto Lo Bianco / Fotogramma / IPA Lei alla fine non è rimasta in Sicilia. In realtà ero andata a Basilea per studiare clavicembalo seriamente, ma ero convintissima di tornare in Sicilia e proseguire il lavoro sociale che si faceva a Trappeto. Poi conobbi Peter, il mio futuro marito, e mi trovai in difficoltà. Non volevo perdere questo legame, d’altronde per lui era impossibile seguirmi in Sicilia. Chiamai papà e gli dissi: ho un problema enorme, devi aiutarmi. Gli spiegai tutto e lui mi disse: questa è una decisione che puoi prendere solo tu, io ti posso solo garantire che i ponti si possono costruire ovunque. Questa risposta fu un lampo di genio per me in quel momento. Rimasi in Svizzera e lì ho costruito un ponte con la Sicilia. Danilo aveva un rapporto stretto con la Svizzera, veniva spesso per incontri e conferenze e io ero presidente del comitato svizzero che raccoglieva soldi per il Borgo e la Scuola di Mirto. Dal 2022 c’è un nuovo comitato che sostiene la rinascita del Borgo. Che rapporto ha avuto con suo padre? È stato un rapporto splendido, su più livelli, perché ero sua figlia, ma anche una sua collaboratrice, e quindi abbiamo avuto un’intesa particolarmente profonda. Per me e le mie sorelle è stato più facile avere un bel rapporto con lui rispetto ai nostri fratelli: per loro, da maschi, la relazione era più conflittuale, avendo Danilo una personalità così forte. Poi c’è stata la separazione da Vincenzina: quello è stato un trauma molto doloroso e forse alcuni dei miei fratelli non lo hanno mai davvero superato. Per me è stato diverso: vivevo lontano e avevo con Danilo un rapporto da figlia ma anche da collaboratrice, come ho detto. Per i miei fratelli, avendo vissuto un’infanzia e un’adolescenza talmente ricchi, è stato complicato, me ne rendo conto. Una vista su Trappeto (Palermo) dal Borgo Danilo Dolci © Duccio Facchini Che cosa la colpisce di più, oggi, del lavoro di suo padre? La sua capacità di stabilire nessi fortissimi, anche all’estero, in un’epoca nella quale non c’erano né computer né tanto meno internet o social network. Erano nati gruppi di sostegno in Svizzera, in Germania, nel Nord Europa, poi anche negli Stati Uniti e in Sudamerica. Ogni tanto mi chiedo: ma come caspita ha fatto, lui che nemmeno sapeva scrivere a macchina? Il suo segreto era il telefono. Chiamava continuamente, a tutte le ore, teneva vivi i contatti. E poi, ovviamente, scriveva tante lettere. Qual è la sua percezione sulla presenza di suo padre nella cultura e nella memoria sociale oggi in Italia? A me pare che ci sia un grande revival. Sono usciti negli ultimi anni molti libri su di lui e sono stati ristampati i suoi testi. Ci sono stati dei documentari. Su questo fronte hanno fatto un ottimo lavoro Giuseppe Barone, Alberto Castiglione e mio fratello Amico. E anche il progetto di recupero del Borgo ha suscitato grande attenzione. La figura di Danilo oggi è presente nelle università e fra i giovani è di nuovo molto più viva rispetto a venti o anche dieci anni fa. Qual è per lei il lascito più importante di Danilo Dolci? Sicuramente lo spirito di comunità, la diffusione della consapevolezza che agendo insieme, con il metodo della nonviolenza, è possibile cambiare le cose, imprimere una svolta decisiva al corso degli eventi. Se c’è un appunto che posso fare, rispetto ai discorsi che si fanno oggi attorno a Danilo, è che le parole non bastano. Lui era concentrato sull’attuazione delle idee e dei progetti. In questo era davvero un architetto: era bravissimo nell’analisi, ma era soprattutto capace di trovare, insieme agli altri, anche delle soluzioni concrete ai problemi che via via emergevano. Mio padre diceva sempre che la maggior parte della gente parla tantissimo e poi però le parole restano solamente parole e le parole sono chiacchiere.  Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” altreconomia
August 19, 2026
Pressenza
“Questo popolo ha sette anime”: un bambino trasforma le scatole di cartone in modellini di case
Il giovane Ahmed Qudeeh non si è lasciato sfuggire nemmeno un minuto di tempo libero durante le lunghe ore trascorse nelle tende per sfollati. Ha invece incanalato il suo talento artistico nella progettazione di case. Utilizza scatole di cartone provenienti da aiuti alimentari, trasformandole in modellini di abitazioni. La prima cosa che ha ricostruito è stata una replica della sua casa, distrutta dalle forze di occupazione israeliane nella città di Abasan, a est di Khan Younis. Spiega: “Progetto case con il cartone e cerco di dimenticare la vita nella tenda”. Indicando una delle case di fronte a lui, Ahmed dice: “Questa casa è come la nostra. L’ho costruita con il cartone e l’esercito di occupazione l’aveva demolita. Un giorno torneremo e la ricostruiremo”. Fin da quando aveva cinque anni, Ahmed ha coltivato la passione per la progettazione di modellini di case. Racconta che con ogni progetto cerca di sfuggire all’atmosfera calda e afosa della sua tenda e gli torna in mente Abasan, la sua città natale, che  lui e la sua famiglia sono stati costretti ad abbandonare a causa dell’avanzata dell’esercito invasore. Per le sue creazioni in cartone, Ahmed usa colla e adesivi. Racconta di aver progettato anche la moschea, l’ospedale e le case del suo quartiere. “Vado a memoria, non ho foto di quelle costruzioni che oramai non ci sono più”. Il suo più grande desiderio è quello di tornare al suo villaggio. Ahmed rivela di avere molte idee, ma le sue risorse sono limitate, persino i pacchi degli aiuti umanitari scarseggiano, perché molte famiglie li usano per accendere il fuoco. Secondo i dati diffusi dall’Ufficio stampa del governo di Gaza all’inizio di luglio, in occasione del millesimo giorno dall’inizio dell’aggressione israeliana, circa 228.000 edifici sono stati danneggiati, tra cui quasi mezzo milione di unità abitative, di cui circa 350.000 completamente distrutte. A causa della guerra e della politica di sfollamento forzato, oltre due milioni di persone sono state sfollate, mentre 346 rifugi e centri per sfollati sono stati colpiti dai bombardamenti. Gli stessi dati indicano che circa 350.000 famiglie palestinesi necessitano di un alloggio e che circa 132.000 delle 135.000 tende sono “degradate e inabitabili”. ANBAMED
August 15, 2026
Pressenza
In Liberia i giovani stanno rivoluzionando la mobilità
ELVIS THOMAS È TRA I FONDATORI DI UNA START-UP CHE HA INTRODOTTO LA PRIMA FLOTTA DI TUK-TUK ELETTRICI DEL PAESE. UN PROGETTO CHE UNISCE MOBILITÀ SOSTENIBILE, INCLUSIONE E LAVORO, OFFRENDO TRASPORTI PIÙ PULITI E SICURI E CREANDO NUOVE OPPORTUNITÀ ECONOMICHE PER LE DONNE. Il mondo si sta surriscaldando. Le disuguaglianze aumentano. Eppure, in Africa e altrove, molti giovani stanno trasformando le fragilità di sistemi in crisi in occasioni di cambiamento. In Liberia, uno di questi giovani è Elvis Thomas, cofondatore di Emergi Liberia, un’iniziativa guidata da giovani che unisce mobilità sostenibile, imprenditorialità e inclusione sociale. A Monrovia, traffico e smog fanno parte della quotidianità. Muoversi in città può essere costoso, inaffidabile, inquinante e, per molte donne, poco sicuro. In un Paese ancora dominato dai veicoli a benzina, i costi sociali e ambientali sono elevati.  Per questo Elvis e il suo team hanno immaginato un modello diverso. Elvis Thomas di Emergi Liberia. Foto di UNDP Attraverso Emergi Liberia stanno sperimentando la prima flotta di tuk-tuk elettrici del Paese: un’alternativa più pulita e sicura che apre nuove opportunità economiche alle donne. I mezzi riducono le emissioni di CO2 del 95% e i costi operativi di oltre il 70% rispetto ai veicoli tradizionali. Ma il progetto va oltre la tecnologia. Al centro ci sono le persone. Finora 30 donne sono state formate come autiste attraverso un programma che comprende sicurezza stradale, gestione finanziaria, salute e risposta alle emergenze. In media guadagnano circa tre volte più delle donne attive nel settore informale dei trasporti. Possono inoltre contare su veicoli sottoposti a manutenzione, stazioni di ricarica alimentate da fonti rinnovabili e un fondo sociale dedicato. È stata sviluppata anche un’app di ride-hailing che collega autiste e clienti attraverso un servizio più affidabile. Il progetto dimostra che la mobilità sostenibile non dipende solo dai veicoli, ma da infrastrutture, sicurezza, fiducia e politiche pubbliche. «Non stiamo solo cambiando il modo in cui le persone si spostano. Stiamo cambiando chi guida lo sviluppo», afferma Elvis. «Questo progetto parla di fiducia: nella capacità dei giovani di guidare il cambiamento e nel fatto che soluzioni pulite possano funzionare anche qui». Quella fiducia ha già prodotto risultati. Partita con quattro veicoli elettrici, Emergi Liberia fa sapere di essere arrivata a una flotta di 15 mezzi operativi nel 2025, contribuendo a ridurre circa 2,7 tonnellate di CO2 e ottenendo nuovi finanziamenti e riconoscimenti internazionali. Tuk tuk di Emergi Liberia. Foto di UNDP Ora il progetto punta a espandersi in Liberia e Sierra Leone, rafforzando anche infrastrutture solari e sistemi di accumulo. Parallelamente, il team partecipa alle discussioni sulle politiche per la mobilità urbana intelligente e i veicoli a zero emissioni. La storia di Elvis colpisce perché non racconta un “eroe del clima”, ma un giovane che risponde a un bisogno concreto della propria comunità con una soluzione radicata nella realtà locale. Ricorda anche che l’azione climatica, per durare, deve intrecciarsi con lavoro, inclusione, sicurezza e opportunità. Ed è per questo che storie come questa contano. Aiutano a cambiare la narrazione sui giovani: non solo portatori di urgenza, ma protagonisti del cambiamento. Ricordano che non stanno soltanto chiedendo di agire: stanno già costruendo soluzioni. Elvis è uno dei tanti giovani africani che guidano soluzioni climatiche coraggiose. Per sostenerli nasce Youth4Climate, iniziativa globale co-guidata da United Nations Development Programme e dal governo italiano, che offre finanziamenti, formazione e visibilità per trasformare idee promettenti in impatto concreto. La sua storia, insieme ad altre provenienti dall’Africa e dal resto del mondo, è raccontata nel documentario Generation Trust, visionabile sul canale YouTube e sul sito web di United Nations Development Programme (UNDP). Malak Chabar, Responsabile Comunicazione di Youth4Climate a UNDP di Roma   Africa Rivista
August 13, 2026
Pressenza
Libano, il Parlamento ha abolito la pena di morte
L’11 agosto, mentre in Siria un tribunale condannava a morte in contumacia l’ex presidente Bashar al-Assad, il Parlamento libanese ha approvato la legge che abolisce la pena di morte sostituendola con l’ergastolo ai lavori forzati, ufficializzando una moratoria sulle esecuzioni in vigore dal 17 gennaio 2004. Il voto è l’esempio di una giustizia basata sui diritti umani e non sulla vendetta. Una volta che il testo sarà stato firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato nella Gazzetta ufficiale, il Libano sarà il 114mo Stato ad aver abolito la pena di morte. In totale gli Stati che non ricorrono più alla pena capitale per legge o per prassi sono 145, a fronte dei 54 che la mantengono. Per tradurre la legge in pratica, sarà necessario commutare le 85 condanne a morte pendenti e ratificare il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che ha per obiettivo l’abolizione della pena capitale. L’adozione della legge abolizionista, proposta inizialmente da sette deputati il 7 ottobre 2025, è stata anche frutto delle iniziative delle organizzazioni della società civile quali l’Associazione libanese per i diritti civili, la Campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte in Libano e l’Associazione giustizia e perdono.     Riccardo Noury
August 11, 2026
Pressenza
Usa, 203° condannato a morte dichiarato innocente
Da quando, nel 1976, la Corte Suprema federale degli Usa ha autorizzato la ripresa delle esecuzioni, oltre 200 condannati alla pena capitale hanno ottenuto il riconoscimento della propria innocenza. L’ultimo, il numero 203, è stato Jermaine Wright: il 23 luglio il giudice Calvin Scott della Corte Superiore dello Stato del Delaware ha ordinato l’emissione di un certificato d’innocenza con conseguente estinzione della condanna a morte, emessa ben 34 anni fa. Nel 1992 Wright era stato giudicato colpevole dell’omicidio, a seguito di una rapina, del commesso di una rivendita di liquori, Philip Seifert. Pur non essendo emersa alcuna prova del coinvolgimento di Wright nell’omicidio, la giuria si era convinta della sua colpevolezza basandosi su una dichiarazione dell’imputato fatta sotto effetto di eroina e sulla testimonianza di un informatore di polizia. La condanna a morte era stata annullata nel 2014, quando era emerso che la Procura del Delaware aveva omesso di fornire prove che avrebbero messo in dubbio le parole dell’informatore e di far sapere ai giurati che, un’ora prima dell’omicidio attribuito a Wright, c’era stata un’altra rapina in un negozio di liquori da parte di un uomo che somigliava all’autore della seconda rapina e che aveva usato un’arma simile. Nel 2016, pur di evitare un nuovo processo e tornare in libertà dopo 24 anni trascorsi nel braccio della morte, Wright aveva patteggiato una condanna per omicidio di secondo grado. Ma la battaglia dei suoi legali è andata avanti fino ad arrivare, dieci anni dopo, al riconoscimento dell’innocenza. Ora inizia la fase del risarcimento.     Riccardo Noury
August 10, 2026
Pressenza