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Zohran Mamdani è pronto a chiedere l’arresto di Netanyahu se andrà a New York per l’Assemblea Generale dell’ONU
Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha dichiarato che sta valutando la possibilità di chiedere l’arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu qualora si rechi nella città a settembre per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Credo che il Primo Ministro Netanyahu debba essere processato all’Aia”, ha affermato il sindaco durante la trasmissione The Interview del New York Times, riferendosi al mandato di arresto emesso dei suoi confronti e di quelli dell’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza. “È un criminale di guerra e dopo quello che il suo governo ha fatto negli ultimi anni questa è un’opinione condivisa da molti.” Mamdani ha sempre criticato duramente la politica di Israele. Durante la campagna elettorale aveva promesso, se fosse diventato sindaco, di ordinare l’arresto di Netanyahu nel caso avesse visitato la città. Ora ha chiesto il parere dell’ufficio legale della città e avviato delle consultazioni per capire se il sindaco ha l’autorità di ordinare alla polizia locale l’arresto di un capo di stato straniero. “Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non scriveremo nuove leggi per raggiungere questo obiettivo”, ha precisato. La reazione di Netanyahu non si è fatta attendere: come al solito ha accusato il sindaco di essere un sostenitore di Hamas e un nemico di Israele. Anna Polo
July 18, 2026
Pressenza
A Cuba riprende la produzione di farmaci anti cancro
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha annunciato la ripresa della produzione di 16 farmaci essenziali per il trattamento del cancro nell’ambito del programma per il  controllo di questa malattia. La misura mira a rafforzare la disponibilità di terapie nel sistema sanitario pubblico in un contesto di limitazioni economiche e di recrudescenza del blocco degli Stati Uniti. Ad aprile, l’impresa farmaceutica BioCubaFarma aveva annunciato l’espansione delle capacità dell’impianto di produzione di citostatici della società Laboratorios Farmacéuticos AICA. Questo evento costituisce “un passo strategico per la garanzia di questi farmaci”, contemplati dal Programma Integrale per il Controllo del Cancro (PICC). “L’inasprimento del blocco ha senza dubbio un impatto sui tempi di conformità, ma stiamo lavorando per poter riavviare queste produzioni e consegnare questi farmaci al sistema sanitario. Questo è il nostro impegno”, avevano assicurato dall’azienda. Meno di due mesi dopo, la promessa ha cominciato a concretizzarsi. Il 7 giugno AICA ha ripreso la produzione di citostatici al fine di garantire l’accesso ai trattamenti oncologici a Cuba. È “una notizia che ratifica la volontà dello Stato cubano di dare priorità alla vita e alla salute del suo popolo”, sottolinea il quotidiano Granma. Lo stesso presidente cubano ha descritto questo risultato come il “frutto di un investimento” che amplia le capacità, garantendo allo stesso tempo la sovranità sanitaria e la speranza per il popolo. Il programma denominato PICC è la principale politica pubblica di Cuba per la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il controllo del cancro. È nato dalla riorganizzazione del sistema oncologico iniziata nel 2006 con la creazione dell’Unità nazionale per il controllo del cancro, che nel 2010 è diventata la Sezione indipendente per il controllo del cancro (SICC). La SICC è la struttura del Ministero della Salute Pubblica di Cuba incaricata di dirigere e coordinare l’attuazione del PICC. Supervisiona l’attuazione delle politiche oncologiche e articola il lavoro delle istituzioni coinvolte nella prevenzione, nella diagnosi, nel trattamento, nella ricerca e nelle cure palliative. Il PICC stabilisce cosa deve fare il sistema sanitario per combattere il cancro, mentre il SICC si occupa di mettere in pratica tali politiche. L’implementazione di questo programma di controllo viene effettuato attraverso la Strategia nazionale per il controllo del cancro (ENCC), che coordina le azioni di prevenzione, diagnosi, trattamento, riabilitazione e cure palliative. L’obiettivo principale della strategia è contribuire allo sviluppo delle capacità nelle istituzioni e nelle persone per migliorare la gestione del controllo del cancro, ma anche: – A livello politico: rafforza il coordinamento istituzionale e il lavoro intersettoriale. – A livello economico: ottimizza l’uso delle risorse e migliora l’efficienza del sistema sanitario. – A livello sociale: promuove la prevenzione, la partecipazione della comunità e una migliore qualità della vita della popolazione. Tra le maggiori sfide per il sistema sanitario cubano ci sono le restrizioni derivanti dal blocco economico, commerciale e finanziario  imposto all’isola dagli Stati Uniti, che influenzano l’assistenza ai malati di cancro ostacolando l’accesso ai farmaci per il trattamento oncologico e agli input necessari per la loro produzione locale. La riattivazione a Cuba della produzione di 16 citostatici dimostra la volontà del governo di continuare a lavorare per il benessere e la salute del popolo, ha sottolineato il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez. “Si svolge in mezzo a gravi limitazioni economiche, causate dall’estremo recrudescenza del blocco e da un assedio  energetico senza precedenti. Ogni farmaco prodotto in questo impianto rappresenta la sovranità, la speranza e l’impegno per il diritto alla salute di tutti i cubani”, ha scritto sul suo account X. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus ha definito preoccupante la situazione a Cuba e ha avvertito che le difficoltà energetiche stanno influenzando la fornitura di servizi sanitari sull’isola. “La salute deve essere protetta a tutti i costi e non deve mai essere lasciata in balia della geopolitica, dei blocchi energetici e delle interruzioni di corrente”, ha scritto sul suo account X. “L’inasprimento del blocco statunitense colpisce servizi essenziali come l’oncologia e la salute materna, oltre a contribuire all’aumento della mortalità infantile”, ha avvertito l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk.”Ci sono bambini che stanno morendo perché i medici non hanno accesso a materiale medico e farmaci essenziali. Questo è inaccettabile”, ha sottolineato. Nonostante le limitazioni derivanti dal blocco degli Stati Uniti, Cuba non ferma la sua lotta contro il cancro. Al contrario, estende la cooperazione internazionale con la firma di un memorandum con la Russia per lo sviluppo congiunto di vaccini contro questa malattia. La biotecnologia e l’industria farmaceutica sono tra le aree chiave della cooperazione bilaterale tra i due Paesi, ha sottolineato il vice primo ministro russo Dmitri Chernishenko nell’ambito del recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo. “La nostra partnership è destinata a diventare un esempio di una nuova architettura per la cooperazione economica internazionale in un mondo multipolare,” ha spiegato. www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
July 6, 2026
Pressenza
In Germania una cooperativa di attivisti produce energia pulita per 30.000 abitanti
Era il 2010 quando quarantasei cittadini di Heilbronn, città industriale da 126mila abitanti sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, decisero di fare qualcosa di concreto contro il nucleare. Non si limitarono a una petizione o un presidio, ma fondarono una cooperativa energetica, la EnerGeno Heilbronn-Franken eG, e l’anno seguente cominciarono ad installare i primi pannelli solari sui tetti degli edifici locali. Sedici anni dopo, quella cooperativa conta 2.400 soci, gestisce circa 30 milioni di euro di capitale proprio, impiega 16 persone e produce energia pulita per oltre 30mila abitanti: è diventata una delle più grandi cooperative energetiche della regione. Il modello è semplice: EnerGeno individua i tetti degli edifici – scuole, municipio, capannoni industriali, condomini, stalle – e propone ai proprietari, pubblici o privati, un accordo: il tetto in affitto, in cambio di elettricità a prezzo stabile e inferiore a quello di mercato. La cooperativa pensa al resto: progettazione, finanziamento, costruzione, assicurazione e manutenzione, e l’energia in eccesso viene rivenduta in rete. Il Comune di Heilbronn ha aderito tra i primi, cedendo i tetti degli edifici comunali. Con il tempo il rapporto si è formalizzato: oggi esiste un vero e proprio accordo di partenariato climatico ed energetico che vincola la cooperativa agli obiettivi di decarbonizzazione della città, che sarà Capitale Verde Europea nel 2027 con la cooperativa tra i partner ufficiali. I numeri attuali raccontano di 140 impianti solari operativi per un totale di 43 megawatt-picco di capacità installata su 150 siti. A questo si aggiunge la partecipazione a 10 turbine eoliche, per una produzione eolica complessiva di 50 gigawattora l’anno. Ogni socio ha diritto a un voto nelle assemblee, indipendentemente dal numero di quote possedute e una quota costa 100 euro, una soglia bassa che consente a pensionati, famiglie e persino bambini di partecipare. Ogni anno, attorno al Natale, EnerGeno lancia una campagna che porta molte famiglie a regalare quote ai figli e il risultato è una base sociale molto giovane. Intanto il progetto continua ad evolversi. Il 9 giugno 2026 è partita la costruzione del parco eolico civico di Künsbach-Etzlinsweiler, tra Kupferzell e Künzelsau, che prevede due turbine Nordex di ultima generazione, interamente in mano a cittadini: 161 soci individuali e quattro cooperative energetiche hanno messo insieme 4,5 milioni di euro di capitale proprio, senza ricorrere a operatori commerciali esterni. EnerGeno è il principale azionista: le turbine entreranno in funzione nella prima metà del 2027 e produrranno circa 22 milioni di kilowattora l’anno, abbastanza per coprire i consumi di 7mila famiglie nella regione dell’Hohenlohe. L’intera catena del valore resterà nel territorio. Quello della distribuzione del valore è il punto politicamente più rilevante del modello. Studi condotti sulle cooperative energetiche tedesche mostrano che un parco eolico in mano alla comunità locale genera un reddito per l’economia del territorio superiore rispetto a un impianto identico gestito da un operatore commerciale esterno. Uno studio del 2016 dell’Istituto per le tecnologie energetiche decentralizzate ha calcolato che un parco eolico da sette turbine da tre megawatt, sviluppato con attori locali e partecipazione comunale, genera 58 milioni di euro di reddito per il territorio nell’arco di vent’anni. Lo stesso impianto affidato a un operatore esterno ne produce appena 7 milioni: la differenza sta nei profitti che non escono dalla regione, nelle tasse che restano nei bilanci comunali, nei salari per i dipendenti e i soldi che circolano tra i negozi e i servizi locali. EnerGeno reinveste il surplus in nuovi impianti, finanzia attività ambientali collaterali come riforestazioni, parchi agrivoltaici con pascolo di pecore sotto i pannelli, piantumazione di alberi da frutto e supporta iniziative sociali nel territorio. Il Comune di Heilbronn ha adottato il modello con convinzione crescente. Inizialmente si era limitato a mettere a disposizione i tetti degli edifici pubblici, ricevendo in cambio elettricità a prezzo calmierato. Col tempo ha firmato un accordo di partenariato formale, ha integrato EnerGeno nella propria strategia climatica e ha incoraggiato i Comuni vicini a fare lo stesso. Almeno quattro amministrazioni limitrofe si sono iscritte come socie della cooperativa, aggiungendo trasparenza alla governance e accedendo agli stessi vantaggi. Non mancano gli ostacoli. Il quadro normativo federale tedesco rende la condivisione energetica tra produttori e consumatori vicini possibile solo in forma virtuale, non fisica: EnerGeno è costretta a costruire sistemi contabili complessi per vendere e riacquistare l’energia che i propri impianti generano in loco. È un paradosso burocratico che rallenta il modello e che la riforma del 2017, che ha sostituito i vecchi incentivi alle rinnovabili con aste competitive sui grandi impianti, ha ulteriormente sbilanciato il campo a favore degli operatori industriali: le procedure di gara sono troppo onerose per cooperative di volontari e piccoli staff professionali. Secondo gli analisti la transizione energetica europea ha bisogno di grandi impianti offshore, di linee ad alta tensione, di investimenti miliardari da parte di multinazionali. Ma ciò che il mercato centralizzato non riesce a fare – e che EnerGeno fa da sedici anni – è costruire consenso sociale, trattenere il valore economico dove viene prodotta l’energia e coinvolgere decine di migliaia di persone comuni nella produzione di elettricità pulita. L'Indipendente
July 2, 2026
Pressenza
Cala Finanza, il governo revoca la ZES al progetto Tavolara Bay
La revoca della Zona Economica Speciale al progetto Tavolara Bay da parte del governo segna una delle più grandi vittorie popolari della Sardegna contemporanea. Cala Finanza diventa il punto di svolta di una stagione di resistenza civile che ha rimesso al centro la difesa del territorio, la sovranità comunitaria e la capacità dei sardi di riconoscersi come popolo. Una vittoria che molti paragonano a Pratobello, ma con una differenza decisiva: nel 1969 fu una comunità a respingere lo Stato, oggi è stato un intero popolo a respingere una speculazione globale travestita da sviluppo. Per mesi la Sardegna ha vissuto una mobilitazione capillare, militante, continua. Presìdi, assemblee, controinformazione, ricorsi, iniziative spontanee. Una pressione sociale che ha attraversato paesi, città, coste, montagne. Una rete di cittadini che ha trasformato Cala Finanza in un simbolo identitario, un luogo dove la difesa della terra è diventata difesa della dignità. La revoca della ZES non è un atto tecnico: è la certificazione politica che la Sardegna non accetta di essere trattata come una zona franca per operazioni speculative. La reazione è stata immediata e collettiva. In un’epoca dominata dalla frammentazione, dall’individualismo e dalla retorica della crescita a ogni costo, i sardi hanno dimostrato una capacità reattiva senza precedenti. Una resistenzialità che non nasce dall’emergenza, ma da una coscienza maturata nel tempo: la consapevolezza che il territorio non è una merce, che la costa non è un asset, che la comunità non è un ostacolo ma un soggetto politico. Cala Finanza ha unito generazioni diverse, sensibilità diverse, territori diversi. Ha rimesso al centro l’idea di popolo come corpo unico, come comunità che decide, che si oppone, che difende. La vittoria non è solo la fine di un progetto: è l’inizio di una nuova fase. Una fase in cui la Sardegna rivendica il diritto di scegliere il proprio futuro, di proteggere i propri luoghi, di respingere chi tenta di trasformare la bellezza in profitto privato. La costa di Loiri Porto San Paolo rimane ciò che deve essere: patrimonio collettivo, spazio di vita, non vetrina per investimenti miliardari. La revoca della ZES è un precedente che peserà su ogni tentativo futuro di aggirare la volontà popolare, un segnale che potrà influenzare altre battaglie territoriali in Italia. E qui si apre un fronte nuovo: ciò che è accaduto in Sardegna può diventare un precedente importante anche per la Puglia, dove comunità e territori stanno affrontando pressioni analoghe, progetti invasivi, tentativi di privatizzazione mascherati da sviluppo. Cala Finanza dimostra che la mobilitazione dal basso può ribaltare decisioni già scritte, che la partecipazione può fermare la macchina della speculazione, che un popolo unito può difendere la propria terra. La Sardegna ha mostrato una via: resistere, organizzarsi, vincere. Cala Finanza è già leggenda. Non per retorica, ma perché ha dimostrato che quando un popolo decide di alzarsi in piedi, nessuno lo ferma. Un grazie enorme va a tutti i comitati, associazioni, cittadini e amministratori che hanno combattuto questa battaglia. Grazie al popolo sardo. SOS Cala Finanza Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus SURRA Comitato Costituzione Attiva Sassari Rete #NOBAVAGLIO Sardegna – liberi e informati     Rete #NOBAVAGLIO
July 2, 2026
Pressenza
Trionfo comunista alle elezioni comunali a Graz, in Austria
Il Partito della Rifondazione Comunista esprime la sua più grande soddisfazione per il trionfo elettorale del KPO, Partito Comunista d’Austria, alle elezioni municipali della seconda città austriaca, Graz. Ci complimentiamo con i compagni e le compagne di Graz per il successo enorme riscosso, che vede alla fine dello spoglio il KPO primeggiare con il 36% dei voti, incrementando notevolmente dal 28% di 5 anni fa. Un’elezione che conferma l’apprezzamento della cittadinanza di Graz per la sindaca uscente Elke Kahr, che ha condotto l’azione amministrativa degli ultimi anni in funzione di un solo ed importante principio: l’interesse pubblico e delle fasce deboli della popolazione. Le politiche abitative a favore delle classi popolari (calmieramento degli affitti pubblici e investimenti sugli stessi con l’effetto di condizionare anche il mercato privato); investimenti nei servizi pubblici e aumento salariale dei dipendenti di trasporto locale, delle scuole per l’infanzia, degli assistenti sociali; politiche attive di coinvolgimento e inclusione per i migranti; blocco degli sfratti in particolari condizioni e attivazione dei sussidi alloggiativi; attenzione particolare alle esigenze della popolazione anziana. Queste sopra sono solo alcune delle politiche effettivamente attuate dalla sindaca comunista di Graz, che le sono valse il grande riconoscimento politico maturato nelle elezioni di domenica 28 giugno 2026. Un successo che va contestualizzato, certamente, ma che dimostra un fatto politico tanto semplice quanto evidente. Dove i comunisti e le comuniste governano le classi popolari si accorgono della differenza, nello stile di lavoro e nelle scelte politiche. Il comunismo democratico può tornare a essere popolare in Europa. L’esempio di Graz, come quello di Molfetta, ci incoraggia nell’impegno per il rilancio di Rifondazione Comunista. Anna Camposampiero, responsabile esteri Rifondazione Comunista, segretariato Sinistra Europea Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
June 29, 2026
Pressenza
Scaffale dei libri della nonviolenza presso la Biblioteca Comunale “R. Morandi” di Colleferro
Sabato 27 giugno si è inaugurato lo Scaffale dei libri della nonviolenza presso la Biblioteca Comunale “R.Morandi” di Colleferro , paese della provincia di Roma. L’inaugurazione è avvenuta all’interno dell’evento più amplio “Piccoli passi per un mondo di pace”  un’ intera giornata dedicata alla pace e alla nonviolenza. Grandi cambiamenti nascono da piccoli gesti quotidiani. Con questo spirito il Comune di Colleferro ha promosso la giornata. L’iniziativa, fortemente voluta dall’Amministrazione guidata dal Sindaco Giulio Calamita e dal Consigliere Simone Compalati, si è sviluppata attraverso una ricca serie di appuntamenti correlati volti a promuovere la cultura della pace e della nonviolenza da diverse prospettive, tra cui “La Carovana dei Pacifici”, l’inaugurazione di due scaffali tematici permanenti e l’allestimento di mostre artistiche; il tutto frutto della stretta e corale collaborazione tra la biblioteca e Emergency (Sezione di Colleferro), La Comunità per lo Sviluppo Umano, Il Cantastorie e HeART of Gaza. La giornata è stata sempre presieduta dal nuovo e giovane Assessore Simone Compalati. Assessore alla Cultura e alla collaborazione tra i Popoli.  E’ iniziata la mattina con la La Carovana dei Pacifici:  La Carovana dei Pacifici è un progetto educativo nato nel 2015 presso la “Casa delle Arti e del Gioco” di Mario Lodi per promuovere la pace. L’iniziativa coinvolge scuole, artisti e biblioteche che partendo dalla lettura di libri, da cui si sviluppano riflessioni con i bambini sui temi della pace e la nonviolenza. A seguito di questo percorso, i partecipanti creano piccoli “Pacifici” — omini di carta o materiali di recupero — che diventano i testimonial colorati del loro impegno quotidiano contro la violenza. L’evento si è aperto con i saluti istituzionali presso la Biblioteca e subito dopo la carovana si è avviata compatta e guidata dall’illustratrice e autrice per bambini, Gloria Francella, verso Piazza Bianca dove ad aspettarla i tanti pacifici realizzati dai bambini di Colleferro, libri e poesie.  Il pomeriggio si apre con l’inaugurazione della mostra “HeART of Gaza“:  Una mostra itinerante internazionale che raccoglie i disegni realizzati dai bambini di Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza, all’interno di laboratori terapeutici chiamati “La tenda degli artisti”. Attraverso la purezza della loro creatività, le opere testimoniano in modo toccante i traumi, la distruzione della guerra e la perdita dell’infanzia, ma anche i sogni e la speranza dei testimoni più innocenti. Alle 18.00 l’inaugurazione dei Nuovi scaffali tematici in Biblioteca: presentazione di due nuovi spazi bibliografici permanenti: la presentazione è stata moderata splendidamente da Emanuela Graziani dell’equipe della biblioteca. Grande assente Egizia Cecchi, responsabile della biblioteca, che da tempo ha organizzato il tutto nei minimi particolari creando comunque  un grande successo non solo per la biblioteca, ma per tutto Colleferro- * lo “Scaffale dei libri della nonviolenza” a cura de La Comunità per lo Sviluppo Umano. Un progetto che prevede l’allestimento, nelle scuole e nelle biblioteche, di spazi fisici dedicati a testi, saggi e storie incentrati sulla cultura della nonviolenza. L’obiettivo è offrire a lettori, studenti e docenti uno strumento quotidiano per attivare percorsi di educazione, dialogo e consapevolezza legati alla nonviolenza attiva. In Italia attualmente ci sono più di 35 scaffali nelle scuole, a Colleffero si è istituito il primo in una biblioteca comunale. “L’importanza di questa inaugurazione in una biblioteca comunale” dice Claudio Roncella, ideatore del progetto “ è che ora i libri della nonviolenza sono accessibili a tutti, non solo ad un pubblico scolastico”. * lo Scaffale “R1pud1a” a cura della Sezione Emergency di Colleferro, è stato presentato da  Sara Deodati . “R1pud1a” è la campagna di Emergency che celebra l’articolo 11 della Costituzione promuovendo la cultura della pace. L’iniziativa tra le altre cose, attiva nelle biblioteche degli “scaffali tematici” con letture e saggi selezionati per riflettere sui diritti umani e sul rifiuto della guerra. L’innovazione importante, creata dalla brillante equipe che cura la  biblioteca, è stata la creazione di un QRcode attraverso il quale si possono conoscere quali sono i libri e dove trovarli della nonviolenza e di R1pud1a. La giornata si è conclusa con l’emozionante Storytelling “Danilo Dolci, il Gandhi italiano”: un appassionante  racconto scenico a cura de Il Cantastorie per riscoprire la straordinaria figura del sociologo, poeta e attivista della nonviolenza.   La Comunità per lo sviluppo umano
June 29, 2026
Pressenza
Tre candidati socialisti sostenuti da Mamdani vincono alle primarie di New York
Alle primarie democratiche di New York per un seggio alla Camera dei Rappresentanti alle elezioni di metà mandato previste a novembre tre candidati di sinistra sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani hanno sconfitto candidati moderati più noti di loro e appoggiati dall’establishment del partito. Brad Lander ha vinto nel 10° distretto, Claire Valdez nel 7° e Darializa Avila Chevalier nel 13°. Tutti hanno condotto una campagna elettorale molto simile a quella che a novembre ha portato alla vittoria di Mamdani – porta a porta, uso dinamico, moderno e ironico dei social media, piccole donazioni, proposte concrete e coraggiose legate al costo della vita in città – e hanno aggiunto temi più ampi e radicali come lo smantellamento dell’ICE e le critiche al governo israeliano. Lander e Valdez hanno parlato apertamente di genocidio e apartheid riferendosi alla strage di civili a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania. “La vittoria di questa sera appartiene a tutti voi”, ha detto Lander ai suoi sostenitori durante la festa della vittoria, introdotto sul palco da Mamdani. “È ora che il Partito Democratico si allontani dal denaro oscuro, dai pac finanziati dalle criptovalute, da Wall Street, dall’intelligenza artificiale e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee, la potentissima lobby pro Israele. N.d.R.). La gente lo capisce.” Alla festa della vittoria nel 13° distretto Mamdani ha espresso il suo apprezzamento per la campagna di Darializa Avila Chevalier, “che chiedeva una politica estera di investimenti nei bambini, non nelle bombe. Stiamo assistendo al declino dell’influenza israeliana nella politica, nelle strade e nelle urne” ha aggiunto. “Quando combattiamo, vinciamo” ha sintetizzato Claire Valdez. Queste vittorie rivelano l’influenza crescente dell’ala del Partito Democratico che si definisce socialista democratica e ha come riferimento il senatore Bernie Sanders e dimostrano che chi non ha paura di parlare chiaro su temi “caldi” come gli immigrati e Israele viene poi premiato dagli elettori. Una lezione che i politici italiani dovrebbero tenere a mente. Anna Polo
June 24, 2026
Pressenza
Giro d’Italia per la Pace
Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è parlato ancora una volta del genocidio di Gaza. Bene. Ma le parole non fermano le bombe e le dichiarazioni non fermano gli assassini che continuano ad uccidere dove e quando vogliono sotto i nostri occhi. Nel Consiglio Europeo è continuata la celebrazione di Zelensky ma niente è stato deciso per mettere fine alle sofferenze del suo popolo. La guerra continua la sua escalation innalzando il livello e l’ampiezza dello scontro. L’uso della bomba atomica è sempre più vicino. Nel quartier generale della Nato i signori della guerra rilanciano l’aumento delle spese militari, la corsa al riarmo e il militarismo. Tutti i servizi pubblici dedicati alla tutela della nostra dignità, lavoro, salute e diritti sono a rischio. Per questo abbiamo deciso di organizzare il Giro d’Italia per la Pace che culminerà il 9 e 10 ottobre a Perugia con una grande assemblea delle città per la pace e di tutti gli operatori e operatrici di pace. Nel tuo comune, quartiere, parrocchia, scuola, università,… organizza una tappa del Giro d’Italia per la pace. Clicca qui per conoscere le prossime 66 città che accoglieranno il Giro. Redazione Italia
June 21, 2026
Pressenza
Reportage dall’Albania in rivolta. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Dal microfono del boulevard più importante di Tirana non escono solo punti di vista o gli aggiornamenti quotidiani sulle novità che possono interessare il movimento e sul dibattito politico, come nel caso dell’uscita dal partito di Marjana Koçeku, la più giovane deputata del Partito Socialista, ma anche le azioni concrete. Da quel microfono infatti venerdì sera è stato promesso che la mattina seguente, sabato 13 giugno, nella spiaggia di Rrjoll, pochi chilometri a nord di Shengjin e dell’hotspot italiano, sarebbero state abbattute le reti e il filo spinato che come nella laguna di Zvërnec, delimitavano l’area dove dovrebbe sorgere un resort di lusso. Questa volta non della coppia Ivanka Trump-Jared Kushner e delle società a loro collegate, ma di un oligarca albanese, storicamente vicino a Sali Berisha ma in ottimi rapporti anche con il governo attuale: Bashkim Ulaj. Le reti sono andate giù, sotto i colpi dei residenti del posto e sotto gli occhi di una polizia che inizialmente ha cercato di intervenire, ma senza riuscire a contenere la rabbia e la determinazione dei manifestanti. La stessa cosa è accaduta la mattina seguente, domenica 14 giugno, quando nel villaggio di Dardhë, nella provincia di Librazhd, situato al centro dell’Albania, gli abitanti del luogo hanno abbattuto le recinzioni attorno alla centrale idroelettrica privata della società Lucente, che da mesi ha sottratto loro l’acqua potabile. Non sono solo i fenicotteri di Narta, disegnati, pitturati nelle magliette, negli striscioni, nei cartelli, nei visi e nelle braccia delle persone, il simbolo di questo movimento: giorno dopo giorno, il filo spinato e le recinzioni che sottraggono spazi di vita e diritti, abbattuti dalle persone che quei luoghi li abitano, sono una pratica replicata e replicabile. Nella spiaggia di Zvërnec i bulldozer e il filo spinato sono stati rimossi, a Rrjoll giacciono ancora a terra, a Librazhd l’acqua potabile per gli abitanti del villaggio sembra essere stata ripristinata in queste ore. Sabato sera, il 13 di giugno, dopo l’azione diretta del mattino, si è tenuta la manifestazione di protesta più grande mai vista nel Paese delle aquile: i bar erano vuoti, i media hanno trasmesso la diretta del corteo fino alla mezzanotte con sotto la didascalia “centinaia di migliaia di persone chiedono le dimissioni di Edi Rama”. Difficilmente quantificabili. In un Paese che conta 2,7 milioni di abitanti, sono numeri e stime incredibili, paragonabili a milioni di persone se scendessero in piazza in Italia. Domenica sera, nonostante fosse razionalmente difficile replicare, al quindicesimo giorno consecutivo, i numeri della sera prima, il corteo è stato nuovamente oceanico e ha bloccato per ore l’autostrada Tiranë – Durrës, generando una coda di 25 chilometri, fino alle 3 di notte, quando migliaia di persone hanno abbandonato la strada nella quale si erano sedute dopo essere state fermate dai mezzi antisommossa della polizia. In queste ore, la polizia ha annunciato che per almeno venti persone scatteranno le denunce. Il tema del conflitto di piazza non può essere letto con gli stessi schemi europei e italiani. Il movimento è radicale, è rivoluzionario, pratica l’azione diretta, ma è molto attento a non cadere nelle provocazioni che possono renderlo etichettabile e riconducibile alle memorie dalla cosiddetta “anarchia nel 1997” e della guerra civile, o alle modalità che Sali Berisha e il Partito Democratico utilizza nelle proprie manifestazioni. Le molotov contro i palazzi del potere che abbiamo visto nei mesi scorsi sono una ritualità organizzata da Sali Berisha, per trasmettere ai media internazionali un’immagine di un Paese in rivolta e quindi inaffidabile per i partner occidentali. Ma il Paese nei fatti non si è rivoltato per e con Sali Berisha. Anzi, lo ha considerato l’altra faccia del sistema. Un esempio lampante è stato quando al terzo giorno delle proteste di massa, nel Bulevard dei Martiri della Patria si sono schierati i mezzi antisommossa della polizia, sono state installate barriere e gli idranti hanno provato a disperdere la piazza. Eppure, la determinazione e la resistenza dei manifestanti hanno avuto la meglio. Nei giorni successivi, quel tipo di gestione dell’ordine pubblico non si è più vista. Ma l’onda della Rivoluzione dei Fenicotteri non sta investendo solo la patria: la diaspora albanese, ovvero i milioni di persone di origine albanesi presenti in tutto il mondo, più degli stessi abitanti in Albania, è scesa in piazza a migliaia e migliaia a livello globale. Non solo nelle grandi città come New York, Milano, Atene, Berlino, Parigi, Monaco, Sydney, Ginevra, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Padova, ma anche in città più piccole. Tutto in modo spontaneo, auto-organizzato, senza bandiere di partito, esattamente come accade a Tirana. Una diaspora che si è presentata in massa a Tirana sabato, viaggiando da tutti gli angoli del pianeta per prendere parola al microfono del palco della Rivoluzione, esprimendo al pari di chi a Tirana ci vive la stessa complessità che porta con sé l’essenza popolare del movimento albanese: progressismo, patriottismo, elementi innovativi, nostalgici e nazionalisti si incontrano nella necessità, quasi esistenziale, di abbattere il sistema di potere incarnato da Edi Rama in primis, ma anche da Sali Berisha. Una diaspora che soprattutto nelle sue componenti più giovanili, coloro che sono emigrati da piccolissimi o che sono nati all’estero, vede sempre più la costruzione di collettivi o comunque dinamiche di auto-organizzazione politica e sociale in tutto il mondo, alla ricerca dell’elaborazione della propria identità e cura della comunità, condividendo lotte e battaglie antirazziste e anticoloniali in movimenti più ampi come in Italia fa Zane Kolektiv. La popolarità e l’auto-organizzazione del movimento sono proprio gli elementi che mettono in difficoltà il governo, incapace di affrontare un fenomeno nuovo, anti-sistema ma non caotico nel suo modo di esprimere la democrazia diretta di una “nuova Albania”. Edi Rama ha paragonato il movimento alle squadracce fasciste e naziste, accusandole di voler imporre un pensiero unico e una superiorità morale, di arrogarsi il diritto di definire cos’è patriottico e cosa non lo è. Eppure, il governo non fa altro che raccogliere la sua stessa arroganza, la violenza verbale e della sottrazione di risorse, di spazi di vita e anche dei sogni di chi ogni anno scappa del Paese. Una volgarità e una violenza che la Generazione Zeta, i giovani cresciuti sotto a regime comunista già caduto, molti dei quali hanno vissuto la delusione della sconfitta del grande movimento studentesco e universitario del 2016 o dell’abbattimento del Teatro Nazionale di Tirana nel 2020, oggetto di un’occupazione e di una resistenza eroica di artisti e attivisti. Oggi questa generazione ha ribaltato in una creatività straordinaria, usando i fenicotteri come arma, “memetizzando” i fenicotteri, Ivanka Trump, ogni dichiarazione di Edi Rama, Sali Berisha, gli oligarchi, ma anche Giorgia Meloni, i mondiali di calcio che il governo sperava potessero abbassare il livello di partecipazione al movimento. Una creatività supportata da un uso massiccio dell’intelligenza artificiale nella creazione dei cartelli. Ma anche dei droni, che sorvolano costantemente le manifestazioni nella costante ricerca della ripresa più bella che diventerà virale sui social e sarà vista in tutto il mondo, oltre a dimostrare l’assurda oltre che improvvida affermazione di Edi Rama di aver conteggiato che i partecipanti sono solo duemila. Un esercizio che tra gli altri fa ogni sera Citizen.al, portale di informazione indipendente che attraverso le sue collaboratrici e attiviste come Entenela Ndrevataj svolgono un ruolo fondamentale. Una generazione che si sente europea ma riconosce le contraddizioni dell’Unione Europea, che non è più il mito dei loro genitori come negli anni ‘90, ma rimane comunque lo spazio privilegiato attraverso il quale costruire la propria democrazia, un Paese non corrotto, una giustizia non politicizzata, una tutela dell’ambiente e degli ecosistemi che la stessa UE oggi non riesce a difendere. In questo senso è potente la consapevolezza di essere per una volta esempio per gli altri, il richiamo all’Europa a fare quello che fanno loro, non il contrario. Per una volta, non imparare, non essere subalterni, ma insegnare qualcosa e dare una lezione al resto del mondo. Tra le strade di Tirana si respira aria di rivoluzione e gli attivisti e le attiviste ci credono. Abbiamo chiesto a molte persone, attivisti sociali, ambientalisti, compagne e compagni di strada che abbiamo intrecciato in altre lotte, se pensano di poter raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo, ricevendo risposte affermative, ma mai ingenue. Quello che il futuro del movimento ci riserverà non lo sappiamo, quel che è certo è che la Rivoluzione intende continuare ogni giorno a scendere in piazza alla stessa ora e a partire dallo stesso luogo. Sappiamo anche che l’Albania non potrà più essere la stessa e già non è più la stessa, perché Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare per una Shqiperia e re, un’Albania nuova. Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore)   Comune-info
June 19, 2026
Pressenza
Reportage dall’Albania in rivolta. Prima parte
L’appuntamento è ogni giorno nello stesso luogo, ma il corteo inventa ogni volta un percorso diverso. Intorno al microfono aperto si forma una vera agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza. L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, come dimostra l’accogliente spazio per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività. In un Paese che conta poco 2,7 milioni di abitanti, vedere centinaia di migliaia di persone manifestare o bloccare un’autostrada provocando una coda di 25 chilometri fa impressione. La Rivoluzione dei Fenicotteri – scoppiata in Albania il 30 maggio, con un grido potente, quello di un gruppo di abitanti dell’area protetta di Vjosa-Narta, a nord di Valona, che hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di Kushner – non smette di crescere perché è un movimento generalizzato, partito dalla tutela delle aree naturali per arrivare a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese. Progressismo, patriottismo, elementi innovativi e nazionalisti si incontrano in uno scenario inedito inevitabilmente contraddittorio. Al di là dei risultati che otterrà nell’immediato, l’Albania non potrà più essere la stessa, scrivono Detjon Begaj e Letizia Caroscio in questo reportage (apparso su Municipio Zero). “La Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare…” Per un movimento popolare e di massa, cantare in coro di essere ogni giorno in più di quello precedente può sembrare solamente uno slogan efficace, teso a non mollare. Soprattutto se questo avviene per 15 giorni di fila, alla stessa ora e nello stesso luogo: il viale che ospita la sede del primo ministro. Eppure Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri, il movimento più importante e partecipato della storia albanese dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha, ci racconta una realtà diversa: il movimento cresce davvero ogni giorno, dentro e fuori i confini albanesi. Non è solo un fattore culturale millenario della tradizione illirica e albanese, la besa, ovvero il considerare la promessa come qualcosa di sacro per mantenere la parola data, in questo caso, quella di essere ogni giorno di più di quello precedente. La Rivoluzione dei Fenicotteri cresce perché diventa ogni giorno di più un movimento generalizzato che parte dalla tutela delle aree naturali protette, ma arriva a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese, contro la corruzione, contro il dominio degli oligarchi, contro il colonialismo di capitali e potenze estere. Shqiperia e re – una nuova Albania, Rama n’burg, Berisha n’burg – Rama in galera, Berisha in galera, Rama jepe dorëheqjen – Rama dimettiti (diventato una specie di inno che anche passeggiando si sente uscire dai telefoni dei passanti), Revolucion – Rivoluzione”, Anuloni ligjin, annullate la legge (del 2024) sono i cori principali della piazza. Una piazza che il governo fa fatica a interpretare e a contenere, nonostante i tentativi messi in campo. Mercoledì 10 giugno, nella città di Fier, nel corso di uno dei comizi legati al tour per i festeggiamenti del trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama aveva annunciato che entro venerdì 12 giugno sarebbe finita la discussione sulle richieste del movimento, ovvero le sue dimissioni e il ritiro della legge del 2024 sulle aree protette, oggetto dell’inchiesta della Spak (Procura Speciale Anticorruzione e Contro il Crimine Organizzato) assieme alla transazione, al momento congelata, di 200 milioni di dollari della società con sede nel Qatar controllata da Jared Kushner. Sembrava una minaccia. Proprio nella stessa giornata, il 12 giugno, Edi Rama avrebbe festeggiato, per la seconda volta dopo l’iniziativa al Centro Congressi e dunque fuori dal programma originario, il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista a Tirana. Questa volta a Sheshi Italia, Piazza Italia: un tentativo di mettere in campo una prova di forza di piazza nel cuore della protesta nazionale, che è stata accompagnata nei social dalla circolazione degli screenshot dei messaggi che invitavano i dipendenti della pubblica amministrazione a una presenza obbligatoria. Il movimento ha risposto riconvocandosi come ogni pomeriggio a Sheshi Skenderbej, Piazza Skanderberg, per poi raggiungere e riempire tutto il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il Viale dei Martiri della Patria, e partire al calare del sole in un immenso corteo che ha invaso proprio Sheshi Italia, riappropriandosene, qualche ora dopo il comizio di Edi Rama. Il movimento ripete da 16 giorni consecutivi ogni sera lo stesso schema per darsi appuntamento alle 18, ma cambia ogni sera il percorso del corteo in modo imprevedibile per poi tornare nella piazza più importante e centrale della città, dedicata all’eroe nazionale che la domina attraverso la statua gigantesca che lo riproduce con il suo inconfondibile elmo, la spada e il cavallo: Gjergj Kastrioti Skënderbeu, Giorgio Castriota Skanderberg. Nel boulevard progettato da architetti italiani negli anni ‘20, intitolato inizialmente a Re Zog, ridefinito “Viale dell’Impero” sotto l’occupazione fascista e Bulevardi Stalin dal regime comunista di Enver Hoxha, il movimento ogni sera allestisce una sorta di palco, una scala dove le persone salgono e intervengono al microfono gestito con ordine, tra gli altri, da Edison Likaj e Sidorela Vatnikaj, attivisti del Qendra Drejtësi Sociale, Centro per la Giustizia sociale, tra i protagonisti di innumerevoli lotte negli ultimi anni e con il collettivo Mesdhe anche della lotta contro i CPR italiani nel Network Against Migrant Detention. Battaglia sulla quale sono ancora fondamentali i lavori di inchiesta di Kristina Millona e del collettivo Europe Other. Quella scaletta e quel microfono davanti alla sede del primo ministro rendono lo spazio pubblico una vera e propria agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza, persino dei turisti che supportano il movimento (al contrario dello spauracchio agitato da Edi Rama), incrociando la memoria degli anziani alla volontà dei giovani albanesi, della Generazione Zeta, i veri protagonisti della Rivoluzione, di costruire un futuro diverso. “Una nuova Albania, Shqiperia e Re”, appunto, come recita uno dei cori più gettonati ma anche uno dei tre grandi e alti striscioni, portati con le aste, che ogni sera occupano il boulevard, assieme a quello che recita Albania is not for sale tenuto dai militanti del partito Levizja Bashke, “Movimento insieme”, e “Rama dorëheqje, Rama dimissioni”. La consigliera comunale di Tirana Mirela Ruko, il segretario del partito Arlind Qori, il parlamentare Redi Muci sono tra quelli sempre presenti. Lunedì 15 giugno ne è apparso un altro che recita Europe, can you hear us? Alla Commissione Europea il grido della rivoluzione in effetti è arrivato, ma al momento la Commissaria all’Allargamento Marta Kos si è limitata a spiegare in modo deludente e facendo indignare il movimento che stanno seguendo attentamente le proteste e la vicenda in particolare di Poro-Narta, progetto sul quale ha garantito che l’Albania dovrà rispettare pedissequamente gli standard ambientali UE e il Chapter 27. L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, attraverso un grande spazio safe per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività, grazie anche all’instancabile lavoro e presenza di Fioralba Duma di Mesdhe e Palestinaelire, attorno al quale le persone sono incordonate per proteggerlo, ma anche la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate a parlare al microfono. Nei pressi dello spazio bimbi, è inconfondibile la presenza delle sorelle Natasha, Elsa e Fatma Paja che con Trivet_art documentano ogni istante delle proteste ovunque esse si svolgono e lavorano sulle grafiche del movimento. Nella stessa area del boulevard, durante le proteste è sempre presente anche il Kolektivi Feminist, il Collettivo Femminista che si contraddistingue con il logo di due fenicotteri che si guardano, rappresentando l’isola di Sazan e la laguna di Narta, quasi baciandosi e si fondono in un unico corpo. Tra la folla è impossibile non notare anche le aste che sorreggono dei fenicotteri rosa fatti in legno e che sfilano a rullo di tamburi al grido di Narta është e jona!, “Narta è nostra!” Con tra le altre, Denisa Kasa di PPNEA, Protecting and Preservation of Natural Enviroment of Albania, la ONG che dal 1991 si occupa della tutela degli ecosistemi albanesi e che è stata decisiva in questi anni nel denunciare quello che stava accadendo, non solo a Zvernec, Narta e sul delta del fiume Vjosa ma anche nell’impatto ambientale della costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Vlorë. Ed è proprio Vlorë, al di là del canale d’Otranto, da cui la Rivoluzione è scoppiata il 30 maggio quando gli abitanti del posto hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di Kushner e una giovane ragazza del posto, Brunela Mërtiri, in un video diventato virale, ha urlato che quella terra è nostra, non è loro. Lì è attivo tra gli altri anche Baki Goxhaj, attivista albanese di Palestinaelire che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla e tra coloro che ha subito il rapimento dell’esercito israeliano in acque internazionali. Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore) Comune-info
June 19, 2026
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