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Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
Ultima Generazione: sospeso dal TAR il decreto di espulsione dall’Italia per Callune
La ragazza francese, che vive e lavora in Italia, era stata raggiunta da un provvedimento di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente. Una prima, parziale e non definitiva vittoria riguardo la vicenda giudiziaria che vede suo malgrado protagonista Callune, una ragazza francese di 24 anni che vive e lavora in Italia, a cui è stato notificato ad agosto di quest’anno un decreto di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente nel 2022. Il TAR del Lazio ha accolto il ricorso degli avvocati Paola Bevere, Antonello Ciervo e Chiara Salvini e ha sospeso l’applicazione del provvedimento. La vicenda ha portato anche a un’interrogazione parlamentare da parte della deputata Elisabetta Piccolotti di AVS. Calunne aveva partecipato nel febbraio del 2022 alle azioni dirette nonviolente di Ultima Generazione al MiTE (Ministero della Transizione Ecologica, oggi Ministero dell’Ambiente), azioni che permisero alle attiviste e agli attivisti di avere un incontro (chiesto da settimane e costantemente ignorato) con l’allora ministro Roberto Cingolani. A seguito dell’azione il Prefetto di Roma emanò nei confronti di Callune un decreto di espulsione dall’Italia con il divieto di rientrare nel Paese per cinque anni. La motivazione è che la ragazza è “una minaccia per la sicurezza pubblica”. Una tale minaccia che ci hanno messo quattro anni per notificarle il 19 agosto di quest’anno il provvedimento emanato dalla Prefettura nel 2022, lasciandole 30 giorni per abbandonare il Paese in cui si è costruita una vita. Proprio la mancanza di tempestività nell’esecuzione del provvedimento è stata alla base della sospensione dello stesso ordinata dai giudici del TAR: la “minaccia” dell’ordine pubblico deve essere attuale, non riferita al passato. La vicenda non è conclusa, il provvedimento è solo sospeso e il 16 marzo 2027 ci sarà l’udienza per la “definizione del merito”, cioè per capire se Callune verrà espulsa o potrà continuare a vivere in Italia. Uno scudo legale per chi si espone Ultima Generazione continuerà a lottare per un mondo migliore, ma può farlo davvero solo se è in grado di difendere chi si espone più di tutti e tutte. Per sostenere le spese legali del ricorso di Callune e delle persone che verranno, Ultima Generazione lancia una raccolta fondi per il proprio scudo legale: [LINK DONAZIONE]. Processi in corso * 26 ottobre, Tribunale di Roma, ore 12.15, terza udienza predibattimentale per blocco Colombo-Mura aureliane del 22 ottobre 2022 * 26, ottobre Tribunale di Roma, ore 12.00, udienza predibattimentale per blocco GRA Km 63+200 del 29 giugno 2022 * 28 ottobre, Tribunale di Roma, ore 11.00, udienza predibattimentale per blocco GRA del 19 ottobre 2022 I nostri canali: Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
October 22, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani compie 35 anni: auguri virtuali con l’impegno a compiere una buona azione o inviare una donazione
Una campagna lanciata su TikTok con la richiesta di firmare un biglietto di auguri per il sindaco di New York Zohran Mamdani, che compie oggi 35 anni, è diventata virale. La partecipazione richiede di compiere una buona azione nei confronti di qualcun altro o di inviare una donazione e ha già coinvolto 11.000 persone di oltre 3.500 città degli Stati Uniti e di altri Paesi (dalla Nuova Zelanda all’Etiopia), andando ben oltre l’iniziale coinvolgimento dei newyorkesi. Nel sito https://happybirthdaymistermayor.com/ donazioni a un rifugio per donne maltrattate, a una fondazione per popoli indigeni, a un banco alimentare e all’UNWRA si alternano ad atti di solidarietà e compassione verso vicini, familiari, colleghi e sconosciuti e a messaggi di ringraziamento per la speranza suscitata dall’impegno di Mamdani nel migliorare la vita quotidiana dei newyorkesi e per l’esempio di un politico che ascolta la gente e mantiene le promesse fatte. Viene da chiedersi quanti altri politici al mondo saprebbero suscitare una simile ondata di affetto, ispirazione, gratitudine e speranza.   Anna Polo
October 18, 2026
Pressenza
Nithya Raman candidata sindaco a Los Angeles sull’esempio di Mamdani
Da New York a Los Angeles i socialisti lanciano una nuova sfida: Nithya Raman si presenta alle elezioni del 3 novembre con uno stile e un programma simili a quelli che hanno portato l’anno scorso alla vittoria di Zohran Mamdani a New York. Nata nel 1981 nello Stato indiano del Kerala, è emigrata negli Stati Uniti con la famiglia a sei anni ed è diventata cittadina americana a 22. Ha conseguito una laurea triennale in teoria politica all’Università di Harvard e un master in pianificazione urbana al Massachusetts Institute of Technology. Attiva in diverse organizzazioni di base, nel 2020 è stata eletta nel 4° distretto di Los Angeles, diventando la prima donna asiatica-americana a entrare nel Consiglio Comunale di Los Angeles. È stata riconfermata per un secondo mandato nel marzo 2024 e nel 2026 si è candidata a sindaco per le elezioni del 3 novembre, sfidando la sindaca uscente Karen Bass. Lo stile della campagna elettorale è quello ormai abituale dei tanti candidati che seguono l’esempio di Mamdani a diversi livelli – Consiglio Comunale, Senato e Camera dei Rappresentanti -, come Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier a New York, Abdul El-Sayed e William Lawrence in Michigan e Angie Nixon in Florida: porta a porta con migliaia di volontari, presenza capillare nel territorio e uso sapiente e dinamico dei social. Anche le prime dichiarazioni di Nithya Raman richiamano quelle ripetute molte volte dagli altri candidati: “Mi candido a sindaco per fare in modo che il nostro governo lavori per le persone, non per le corporation e gli interessi dei potenti.” Le proposte sono concrete e radicali, con un grande spazio alla crisi abitativa – con il rafforzamento delle tutele per gli inquilini e l’opposizione agli sfratti forzati – e al problema dei senzatetto – con la promessa di dimezzare il loro numero entro le Olimpiadi del 2028 e di eliminare gli accampamenti a lungo termine. Molto ferma anche la posizione sull’immigrazione, con la denuncia delle spietate retate dell’ICE, che tra il gennaio 2025 e l’agosto 2026 hanno portato all’arresto e alla deportazione di quasi 15.000 persone e sul genocidio commesso da Israele a Gaza (termine definito “inappropriato” dalla sindaca uscente Karen Bass). La candidatura di Nithya Raman è sostenuta da organizzazioni sindacali con migliaia di iscritti come EAA Union, Unite Here Local 11, Western States Carpenters e Writers Guild of America West PAC, organizzazioni politiche come i Democratic Socialists of America, Our Revolution e il California Working Families Party, gruppi ambientalisti e organizzazioni di base come Sunrise Movement, Sierra Club, Food & Water Action e Streets for All e molte altre. Il 12 ottobre, festeggiato a Los Angeles come Indigenous Peoples’ Day, in opposizione al Columbus Day contestato come colonialista, Nithya Raman ha reso pubblicamente omaggio alle tribù native locali e di tutta Turtle Island (il nome con cui i nativi americani chiamano gli Stati Uniti) e ha preso impegni precisi nei loro confronti: “Come sindaco, farò in modo che le famiglie indigene possano permettersi di vivere qui, sosterrò le imprese di proprietà dei nativi, consulterò le tribù locali in merito all’uso del territorio e garantirò che il Comune metta a disposizione le risorse necessarie per preservare le tradizioni culturali per le generazioni future.”     Anna Polo
October 16, 2026
Pressenza
La solidarietà che resiste alla guerra in Sudan
Mentre la guerra continua a devastare il Paese e gli aiuti internazionali faticano a raggiungere le popolazioni, migliaia di volontari sudanesi si mobilitano ogni giorno attraverso le Emergency Response Rooms. Cucine comunitarie, assistenza medica, evacuazioni, rifugi e sostegno ai più vulnerabili: una rete nata dal basso che tiene in vita intere comunità e potrebbe avere un ruolo anche nel futuro del Sudan. In Sudan, mentre la guerra infierisce da tre anni sulla popolazione civile e gli aiuti umanitari faticano ad arrivare, c’è una rete di volontari che ogni giorno salva migliaia di persone. Sono le Emergency Response Rooms (ERR), cellule operative di soccorso nate dal basso e diventate uno dei principali strumenti di assistenza della società civile sudanese. Distribuiscono cibo e medicine, gestiscono cucine comunitarie, evacuano feriti. Lo fanno senza grandi mezzi, comunicando attraverso chat di WhatsApp e muovendosi tra posti di blocco e territori controllati da forze rivali. Un lavoro indispensabile che è valso loro la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025 e, a inizio settembre di quest’anno, il Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, assegnato dalla Fondazione Balzan a istituzioni o singole persone che si sono distinte in opere umanitarie eccezionali. L’organizzazione era tra i nomi che circolavano maggiormente anche quest’anno alla vigilia dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato norvegese. L’importanza delle Emergency Response Rooms è cresciuta insieme alle dimensioni della crisi. A più di tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan conta ancora oltre 8,5 milioni di sfollati interni, mentre più di 5,1 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree d’origine, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il ritorno, però, non significa necessariamente sicurezza: molte famiglie rientrano in abitazioni danneggiate e in territori dove i servizi essenziali sono ancora largamente compromessi. A rendere ancora più difficile la risposta sono la scarsità di finanziamenti e, soprattutto, le difficoltà di accesso. In molte aree gli operatori umanitari internazionali devono confrontarsi con combattimenti, posti di blocco, autorizzazioni e ostacoli burocratici. L’Oim considera infatti i soccorritori locali, comprese le Emergency Response Rooms di Khartoum, un elemento importante nelle attività di risposta e di prima ripresa. Sia l’esercito regolare (Saf) sia i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) sono accusati di ostacolare l’accesso agli aiuti e di utilizzare l’assistenza alimentare come strumento di pressione politica e negoziale. Rallentano i permessi, impongono ostacoli ai convogli e, in un contesto segnato da attacchi alle strutture sanitarie, gli operatori umanitari sono spesso esposti ad accuse di ingerenza. È dentro questo vuoto che le ERR hanno costruito il loro spazio. Come sono nate le ERR Le prime sono nate a Khartoum dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, per poi estendersi in altre parti del Paese. La loro origine affonda però negli anni precedenti. Molti dei volontari provenivano dai comitati di resistenza, le reti di giovani che avevano avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni contro il regime di Omar al-Bashir e che, durante la pandemia di Covid-19, avevano già organizzato forme di assistenza nei quartieri. Quando nell’aprile 2023 è cominciata la guerra tra le Sudanese Armed Forces (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, quelle reti erano già presenti sul territorio. Hanno così riconvertito la loro esperienza in una macchina di soccorso adattata alla guerra. Le ERR non sono Ong nel senso tradizionale del termine. Sono gruppi locali, spesso organizzati a livello di quartiere, che coordinano volontari e risorse attraverso reti informali. I numeri attribuiti alla rete sono imponenti: alcune stime parlano di oltre 26 mila volontari distribuiti nei 18 Stati sudanesi. Anche la comunicazione si è adattata alle condizioni della guerra. Le reti utilizzano applicazioni di messaggistica che consentono ai volontari di coordinare rapidamente richieste e interventi, cercando allo stesso tempo di ridurre i rischi di intercettazione. In particolare, alcuni gruppi utilizzano app di messaggistica criptata come Signal o Telegram per limitare il rischio di identificazioni e ritorsioni da parte delle forze armate. Perché il rischio è concreto. I volontari possono essere accusati dall’una o dall’altra parte di sostenere il campo avversario. In questi anni diversi operatori delle ERR sono stati arrestati, minacciati o uccisi. In una guerra in cui anche l’assistenza può essere interpretata come una presa di posizione, aiutare i civili significa spesso esporsi ad accuse di spionaggio o di collaborazione con il nemico. Le radici culturali e morali di questo modello di mutuo soccorso affondano nel concetto di nafeer, che in arabo indica una forma di azione collettiva e richiama l’antica tradizione sudanese dell’aiuto reciproco. Anche le risorse arrivano in gran parte dai cittadini stessi, in particolare dalla diaspora, vale a dire da quelle persone che nei decenni passati sono emigrate nei Paesi del Golfo o in Occidente. Attraverso micro donazioni, applicazioni di banking digitale e rimesse dirette, la diaspora sostiene quotidianamente l’azione dei volontari sul territorio. Cosa fanno concretamente le ERR? L’operato di questi gruppi varia in base alle necessità dei territori e alle risorse disponibili. I servizi principali riguardano l’assistenza medica di base e la distribuzione alimentare. I volontari gestiscono le takaya, cucine comunitarie che sfamano interi quartieri, aprono ambulatori, si occupano di evacuare e di individuare rifugi per i civili e recuperano salme per garantirne una sepoltura dignitosa. Non solo: nei comitati femminili viene offerto sostegno alle donne vittime di violenza e di stupri di guerra, mentre alcuni giovani insegnano inglese e arabo ai bambini, cercando di evitare che una generazione intera cresca senza istruzione. Nel tempo si sono aggiunte anche attività di raccolta dati e gestione dei media. Ad esempio, la ERR di Khartoum ha creato un progetto di mappatura “contro-militare” che, attraverso il linguaggio visivo, punta a superare la percezione riduttiva e militarizzata del conflitto sudanese, mettendo al centro il ruolo dei civili e della solidarietà sociale. Questo mostra come il ruolo delle reti di mutuo soccorso si spinga oltre l’assistenza: oltre a salvare vite nell’immediato, queste reti hanno sviluppato una capacità di intervento capillare e rapida, spesso difficile da replicare per le organizzazioni umanitarie che devono operare attraverso procedure e autorizzazioni. Per alcuni osservatori e per esponenti della società civile sudanese, queste “stanze” locali non sono soltanto una risposta all’emergenza di oggi, ma potrebbero rappresentare anche uno dei laboratori da cui partire per la ricostruzione democratica del Sudan di domani.   Africa Rivista
October 15, 2026
Pressenza
Regno Unito, farmacisti e infermieri rompono i rapporti con la Teva
Il Royal College of Pharmacy britannico ha interrotto i suoi accordi di sponsorizzazione e partecipazione a mostre con l’azienda farmaceutica israeliana Teva, il più grande produttore mondiale di farmaci generici, a seguito delle pressioni esercitate da Nurses for Palestine e Uk Healthcare Petitions to Royal Colleges, come riportato venerdì 2 ottobre dal Guardian. Gli attivisti esortavano il collegio ad applicare alle collaborazioni con aziende israeliane lo stesso rigoroso controllo etico che il suo predecessore, la Royal Pharmaceutical Society, aveva riservato alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. L’associazione, che rappresenta 34.000 farmacisti e scienziati farmaceutici, ha dichiarato che una verifica ha sollevato dubbi sulla coerenza delle attività di Teva con i suoi valori, senza però fornire ulteriori dettagli. Il Royal College of Nursing, il più grande sindacato di infermieri del mondo, con 500.000 iscritti nel Regno Unito, ha annunciato la scorsa settimana di aver interrotto ogni legame di sponsorizzazione e fornitura con la Teva a causa dei suoi stretti rapporti con l’esercito israeliano.     Redazione Italia
October 11, 2026
Pressenza
Si può danzare fra le macerie
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese, ha descritto la situazione nella Striscia di Gaza come orribile, affermando che la popolazione assediata sta morendo lentamente. In dichiarazioni giornalistiche, Albanese ha affermato che le bombe sganciate finora su Gaza equivalgono alla potenza di sei bombe atomiche. La situazione a Gaza va di male in peggio. Secondo i dati dell’ufficio statistico locale, in questa guerra genocidaria, Israele ha sganciato 223.000 tonnellate di bombe sulla Striscia. Il numero totale degli uccisi ha raggiunto quota 74.254, mentre il numero totale dei feriti è arrivato a 175.306, un bilancio documentato da fonti mediche che riflette l’entità delle perdite umane dopo tre anni di guerra genocida. Ad un anno dalla firma del finto cessate il fuoco, Israele continua ad uccidere i civili palestinesi. In tre anni di aggressione, un bambino palestinese è stato ucciso ogni 71 minuti, per un totale di 21,976 bambini uccisi dall’inizio dell’invasione. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. Bacchiare le olive in Cisgiordania Ieri, Ahmad Ibrahim Ajarma, 32 anni, è stato ucciso dalle pallottole dell’esercito israeliano in una strada vicino a Nabi Younis, a nord di el-Khalil. L’esercito di occupazione ha preso il suo corpo in ostaggio. Oggi, sabato, le forze di occupazione israeliane hanno lanciato una raffica di lacrimogeni contro decine di agricoltori palestinesi intenti a raccogliere olive nella zona di Ain Rutba, a Deir Abu Mash’al, a nord-ovest di Ramallah. Un fotoreporter è rimasto ferito da un proiettile e diversi contadini hanno riportato ferite. Un nostro contatto nella zona ha riferito che le forze israeliane hanno represso gli agricoltori in un’area situata vicino a un avamposto abitato da coloni, per cacciarli dalle loro terre e allargare la colonizzazione. L’attacco militare dei soldati è avvenuto in sostegno all’aggressione di un gruppo di coloni che hanno tentato di rubare il raccolto e incendiare gli alberi. Nella stessa zona, ieri venerdì è avvenuta la stessa scena, con i coloni che sono arrivati su piccole auto a 4 ruote motrici e un bulldozer, vandalizzando i campi agricoli con lo sradicamento degli ulivi. La stampa palestinese ha contato, ieri e nella sola provincia di Ramallah, 19 attacchi dei coloni ai danni di agricoltori palestinesi. Abitare a Qusra Sono passati due mesi e due giorni dall’inizio dell’assedio, da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, delle tre famiglie palestinesi di Qusra. 11 persone che non possono né uscire da casa, né rientrarvi. Niente scuola e niente lavoro. Ma… Ma “questo popolo ha sette anime” 17esima puntata: I Camps Breakerz, gruppi di danza sportiva tra le macerie I Camps Breakerz sono nati nel 2003 nel campo profughi di Nuseirat, nei Territori Palestinesi (Gaza) allora occupata da Israele, facendosi portavoce dei rifugiati e del popolo palestinese. La danza rappresenta per loro una forma di resistenza, per affrontare la complessa situazione politica del popolo palestinese. Dal 2004, la CB Crew si esibisce e organizza corsi e workshop di danza nella Striscia di Gaza, in Germania e negli Stati Uniti. L’invasione israeliana ha distrutto tutto, ma gli istruttori non si sono persi d’animo. Hanno ricostruito i gruppi giovanili, riaperto la scuola all’aperto e raccolto fondi nel resto del mondo per finanziare opere di sostegno alla popolazione affamata e realizzando performance tra le macerie. Le loro performance, caratterizzate da grande energia espressiva, riflettono i sentimenti e il messaggio di un popolo che aspira alla libertà, all’amore e alla pace. Attraverso le esibizioni e l’insegnamento, i CB hanno compreso l’importanza della danza e dell’arte per la popolazione di Gaza. La scuola della CB Crew è la prima scuola di danza nella storia della Striscia di Gaza; è stata fondata nel 2012 grazie al sostegno di sostenitori privati da tutto il mondo. Hanno scelto il nome “Camps Breakerz” per trasmettere al mondo un’immagine positiva dei campi profughi.CB Crew: un unico campo, un’unica squadra, un unico sogno. Esistono anche un canale YouTube (12) Camps Breakerz Crew – YouTube, una pagina FB (20+) Facebook e un account Instagram (2) Instagram   ANBAMED
October 10, 2026
Pressenza
La Corte d’Appello di Catanzaro dichiara illegittima la detenzione imposta alla Humanity 1 nel dicembre 2023
Dopo tre anni di procedimenti giudiziari, la Corte d’Appello di Catanzaro ha dichiarato illegittima la detenzione imposta alla Humanity 1 nel dicembre 2023. La Corte ha respinto la tesi del governo italiano secondo cui il capitano non avrebbe rispettato le istruzioni della cosiddetta Guardia Costiera libica, stabilendo che tali istruzioni erano illegittime. La Corte ha affermato che un ordine che abbia per effetto il respingimento delle persone in Libia non è mai vincolante e pertanto una nave che si rifiuta di eseguire tale ordine non può essere sanzionata. Nella sentenza del 23 settembre 2026, la Corte d’Appello ha dichiarato illegittima la detenzione imposta alla Humanity 1 nel dicembre 2023 e ha stabilito che il salvataggio di 46 persone a rischio di annegamento è stato condotto nel pieno rispetto del diritto marittimo internazionale e del diritto europeo. La sentenza rafforza la posizione giuridica di SOS Humanity e dell’alleanza Justice Fleet, che ritengono la cosiddetta Guardia Costiera libica un attore illegittimo in materia di ricerca e soccorso. “Questa importante sentenza ribadisce chiaramente che la Libia non è un luogo sicuro, quando invece un’operazione di soccorso può concludersi solo in un tale luogo. Il mancato rispetto di ordini illegittimi impartiti da soggetti marittimi che violano la legge, costringendo le persone in pericolo a tornare in Libia invece di soccorrerle, non è punibile”, afferma Cristina Cecchini, avvocata di SOS Humanity, che insieme all’avv. Giulia Crescini difende la ONG in tribunale. Facendo riferimento alla sentenza n. 101/2025 della Corte Costituzionale italiana, il Tribunale di Catanzaro ha affermato che un salvataggio in mare si considera concluso solo quando i sopravvissuti vengono sbarcati in un luogo sicuro, dove la loro vita e i loro diritti fondamentali siano tutelati. Gli ordini che violano tale obbligo non sono vincolanti. “Questa decisione ha il grande merito di applicare i principi della sentenza della Corte Costituzionale italiana sulle sanzioni alle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) del maggio 2025. Si tratta di un prezioso precedente per i procedimenti in corso e per eventuali futuri fermi, che dimostra come il diritto internazionale e i diritti umani siano alla base di qualsiasi giurisdizione”, aggiunge Giulia Crescini. “La sentenza chiarisce che un tribunale deve valutare se le persone soccorse sarebbero realisticamente sbarcate in un luogo sicuro, in linea con il diritto marittimo”. Il 30 novembre 2023, l’equipaggio della Humanity 1 aveva soccorso 46 persone in pericolo. Successivamente, la nave era stata fermata, in base alla legge Piantedosi: il governo italiano aveva falsamente accusato il capitano di non aver rispettato gli ordini delle autorità marittime libiche e di aver contribuito a creare una situazione di pericolo. SOS Humanity aveva immediatamente presentato ricorso contro la decisione; il Tribunale di Crotone aveva tuttavia respinto il ricorso, ritenendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica stesse effettuando i soccorsi in modo corretto e concordando sul fatto che la Humanity 1 avesse contribuito a creare la situazione di pericolo. “Si tratta di un’altra sentenza che conferma il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, per i quali le organizzazioni di ricerca e soccorso si battono nel Mediterraneo centrale. Ancora una volta, una decisione giudiziaria dimostra che i fermi amministrativi previsti dal decreto-legge Piantedosi sono punitivi e illegali”, afferma Janna Sauerteig, responsabile dell’Advocacy di SOS Humanity. Redazione Italia
October 8, 2026
Pressenza
Coraggio!
Riammesse le liste elettorali dei nativi in Israele L’Alta corte israeliana ha respinto la cancellazione delle liste elettorali dei nativi palestinesi ed ha riammesso la candidatura del comunista, Ofer Cassif, escluso dalla commissione parlamentare a maggioranza sionista. Il candidato palestinese, Sami Shehade, ha deciso di ritirarsi dalla corsa elettorale, per evitare l’esclusione. Il tentativo del Likud e dell’estrema destra di escludere i partiti dei nativi e di sinistra è fallito. Le due liste riammesse secondo i sondaggi potrebbero raccogliere voti per 12-13 deputati, che potrebbero essere decisivi per mandare a casa Netanyahu. L’ex premier Barak si è detto preoccupato delle manovre di Netanyahu a livello regionale. “Potrebbe scatenare una guerra solitaria contro l’Iran, per far saltare le elezioni. Abbiamo visto l’isolamento di Israele all’Onu ed il mancato incontro con Trump. A New York il premier è rimasto per sole 8 ore, senza incontri politici di rilievo”. Mobilitazione mondiale per la Palestina libera Il 10 ottobre è programmata a livello mondiale una giornata di mobilitazioni per la Palestina. l’Alleanza Globale per la Palestina invita tutti e tutte ad una giornata mondiale di mobilitazione per sabato 10 ottobre per chiedere ai governi un embargo sulle armi, sanzioni contro lo stato di Israele e la fine della complicità internazionale con questo stato genocidario. Oltre 200 città hanno già confermato l’organizzazione di presidi e manifestazioni per quella data. ANBAMED
October 3, 2026
Pressenza
L’odissea giudiziaria di Bichara Ibrahim Tijani
Riprendiamo dal sito tp24.it: Scambiato per scafista: riceve 78mila euro di indennizzo dopo quasi nove anni di carcere Immaginate di fuggire da un inferno per cercare salvezza in Europa e di ritrovarvi, invece, in una cella di carcere per quasi nove anni, accusati di un crimine mai commesso. È l’odissea giudiziaria di Bichara Ibrahim Tijani, un cittadino sudanese di 39 anni, che dopo una lunga battaglia legale ha finalmente visto riconosciuta la sua innocenza. La sua vicenda rappresenta un caso emblematico di come errori giudiziari possano spezzare la vita di una persona. LA LUNGA ATTESA E IL CONTO SALATO PER LO STATO A distanza di anni dai fatti, il Tribunale di Trapani ha emesso una sentenza che ha stabilito un indennizzo di 73.812 euro. A dover pagare questa somma sarà il Ministero dell’Economia. Il conto alla rovescia della detenzione di Tijani si è fermato a 3.131 giorni: oltre otto anni e mezzo di privazione della libertà, trascorsi in attesa di un processo che si è concluso con la sua completa assoluzione. La sentenza, emessa dal giudice Piero Grillo, è stata poi confermata in Cassazione, ponendo fine a un incubo durato troppo tempo. L’accusa e il naufragio della verità La storia di Tijani inizia nel luglio del 2017. Arrivato in Italia a bordo della nave “Diciotti” insieme ad altri 67 migranti, viene immediatamente arrestato. L’accusa è pesante: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo i magistrati di Trapani, che indagavano nell’ambito dell’inchiesta “Rinascita”, Tijani era uno degli scafisti e avrebbe guidato l’imbarcazione durante la traversata. Una tesi che, però, non ha retto al vaglio dei giudici. LA VERITÀ DELLA DIFESA E L’INTEGRAZIONE IN SICILIA A smontare l’accusa ci ha pensato il suo avvocato, Francesco Di Giovanna, che ha spiegato come il suo assistito fosse solo un naufrago in cerca di salvezza. “Si è integrato e lavora a Campobello di Mazara”, ha dichiarato il legale, sottolineando come Tijani non avesse alternative se non quella di salire sulla barca: tornare in Libia avrebbe significato mettere a rischio la propria vita. La sua permanenza in Italia, inizialmente segnata dalla reclusione, si è trasformata in un percorso di integrazione. La Prefettura di Trapani gli ha infatti riconosciuto la cittadinanza italiana proprio in virtù dei suoi legami consolidati con il territorio e del suo percorso lavorativo. UN FUTURO LONTANO DAI TRIBUNALI Oggi Bichara Ibrahim Tijani conduce una vita tranquilla in provincia di Trapani. La sua storia si chiude con un risarcimento che, se da un lato non potrà restituirgli gli anni perduti, dall’altro rappresenta un monito importante sull’urgenza di garantire processi più rapidi ed equi. Dopo aver rischiato di essere condannato per un crimine orribile, oggi può finalmente guardare al futuro da cittadino italiano, lontano dagli errori di un sistema che, per troppo tempo, lo ha ingiustamente punito. La sua storia ricorda quella di Alaa Faraj , che purtroppo non ha avuto un esito altrettanto limpido, ferma al momento ad una concessione di grazia parziale, che non è riconoscimento di piena innocenza… (ndR) Redazione Sicilia
September 30, 2026
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