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Albania, settembre comincia con la repressione: 14 arresti alla protesta dei Fenicotteri
Dopo un agosto in cui il movimento dei fenicotteri si è mostrato capace di resistere al caldo, alle vacanze e al silenzio di una parte dei media. Un mese di presìdi quotidiani, iniziative della diaspora e nuove forme di solidarietà internazionale. Agosto aveva visto la diaspora tornare simbolicamente e materialmente in Albania, anche attraverso la traversata della Global Sumud Flotilla da Brindisi a Valona. Settembre si apre invece in modo diverso: con le porte dei commissariati, le immagini dei manifestanti trascinati e 14 persone private della libertà. La sera del 1° settembre, la 94ª giornata consecutiva della Rivoluzione dei Fenicotteri si è conclusa con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, almeno una persona ferita, numerosi accompagnamenti nei commissariati e 14 arresti. ©️Trivet – Un cartello che pone la domanda “Polizia di stato o Stato di Polizia?” La protesta era iniziata come ogni sera davanti alla sede del governo, a Tirana, ma questa volta non c’è stato un presidio come eravamo abituati a vederlo nei 93 giorni scorsi della mobilitazione. Diversamente dalle sere precedenti, non si sono tenuti i consueti discorsi sul viale “Dëshmorët e Kombit”. Quando si è diffusa la notizia che Edi Rama si trovava ancora nel suo ufficio, i manifestanti si sono diretti verso gli ingressi della sede governativa e si sono seduti sulla strada, in rruga Ismail Qemali, bloccando uno degli ingressi principali utilizzati dal primo ministro e dagli altri funzionari. In una prima fase, la polizia è apparsa impreparata. Sono stati necessari circa trenta minuti per far arrivare rinforzi e costruire un cordone di sicurezza. Agli agenti già presenti si sono aggiunti reparti delle “Shqiponja”, le Aquile della polizia albanese, e le Forze di intervento rapido. Sul posto è stato portato anche un mezzo dotato di cannone ad acqua, rimasto però fermo per tutta la durata del blocco. Attraverso un megafono, la polizia ha ripetutamente ordinato ai manifestanti di liberare la strada e gli ingressi. Una parte dei partecipanti si è seduta sull’asfalto e ha continuato il presidio. La situazione si è progressivamente irrigidita fino agli scontri fisici. Le immagini che abbiamo visto, dal vivo e in diretta dai media e sui social hanno mostrato persone trascinate, spinte e caricate sui mezzi della polizia, telefoni sequestrati senza poter avvisare i parenti, e una persona con la mano ferita. Tra le persone portate via dagli agenti  – e ancora in stato di fermo – anche coloro che partecipano da mesi al controllo del microfono durante il presidio o dirigono la marcia. L’attivista Arvina Lleshi, ripresa durante il fermo, ha dichiarato di essere rimasta fino a quel momento in disparte, seduta, e di avere manifestato pacificamente. Ha inoltre denunciato che gli agenti le avrebbero sottratto il telefono cellulare senza poter avvisare la madre e la sorella con disabilità. Andi Tepelena è stato fermato per 4 ore ma poi rilasciato con un procedimento penale a suo carico. Dopo i primi fermi, la mobilitazione si è spostata davanti ai commissariati numero 1 e numero 3, dove i manifestanti hanno chiesto informazioni e la liberazione delle persone trattenute. Sembrerebbe che Edi Rama avrebbe lasciato l’edificio proprio dopo l’allontanamento dei manifestanti. Tuttavia anche davanti al commissariato numero 3 si sono registrati momenti di tensione e nuovi accompagnamenti. Quattordici persone arrestate e tre indagate La mattina del 2 settembre, la Polizia di Tirana ha comunicato che 14 persone, di età compresa tra i 22 e i 52 anni, erano state arrestate in flagranza, mentre altre tre risultavano indagate a piede libero. > Sono stati arrestati in flagranza i cittadini: D. G., 50 anni; J. M., 38 anni; > E. L., 28 anni; E. A., 35 anni; S. B., 50 anni; L. Gj., 47 anni; V. Sh., 52 > anni; F. M., 22 anni; D. A., 29 anni; B. M., 34 anni; A. Ll., 28 anni; Y. B., > 38 anni; A. K., 46 anni e A. D., 30 anni. Gli atti sono stati trasmessi alla > Procura, che ha avviato un procedimento penale a piede libero nei confronti > dei cittadini M. J., 47 anni; A. T., 54 anni e A. G., 56 anni. Secondo Citizens.al, complessivamente 17 persone sono state accompagnate nei commissariati: 14 sono state successivamente arrestate e tre indagate a piede libero. L’avvocato Lulzim Tanushi, che rappresenta le due donne arrestate, ha definito “sproporzionato” l’uso della forza da parte della polizia. Secondo l’elenco pubblicato da BalkanWeb, gli arrestati sono Dritan Goxhaj, Junik Matoshi, Edison Lika, Erlind Almeta, Sokol Bushi, Lulzim Gjini, Valtion Shameti, Florian Manarkolli, Desiderjo Alimucaj, Bora Mitrovica, Arvina Lleshi, Ylli Brahaj, Arben Kola e Aumiraldi Dalliu. La Procura di Tirana procede per quattro ipotesi di reato: organizzazione e partecipazione a manifestazione illegale, resistenza a pubblico ufficiale, disturbo della quiete pubblica e interruzione della circolazione stradale. Nella propria ricostruzione, la polizia sostiene che i manifestanti abbiano impedito l’accesso alla sede del governo mentre al suo interno si trovavano “alte personalità dello Stato”, ostacolandone gli spostamenti. Afferma inoltre che alcuni partecipanti abbiano spinto e colpito gli agenti durante l’intervento. La nota ufficiale, tuttavia, non indica agenti feriti né danni materiali prodotti durante gli scontri, come rilevato anche da Reporter.al, la testata di BIRN Albania. Le responsabilità individuali dovranno quindi essere accertate e tutte le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva. Il deputato di Lëvizja Bashkë Redi Muçi, presente davanti al commissariato numero 3, ha denunciato mancanza di trasparenza sui fermi e un uso violento della forza. Anche Agron Shehaj, leader di Mundësia, ha affermato di avere visto segni di percosse sui corpi di alcuni fermati. Il capogruppo parlamentare del Partito Democratico, Gazment Bardhi, ha invece chiesto la liberazione immediata delle 14 persone, definendo gli arresti un tentativo di intimidire il movimento. Un salto di “qualità” nella risposta repressiva Sebbene gli arresti del 1° settembre non costituiscano un episodio isolato – abbiamo già raccontato che nel corso dei tre mesi di mobilitazione, la polizia è già intervenuta più volte con accompagnamenti, manganelli, spray urticante, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, soprattutto durante le manifestazioni organizzate davanti al Parlamento, la vicenda del 1° settembre rappresenta però un passaggio ulteriore: non soltanto fermi effettuati durante la protesta, ma la trasformazione di 14 accompagnamenti in arresti e l’apertura simultanea di procedimenti per quattro reati. ©Trivet – Poster per il giorno seguente alla protesta repressiva “Le vostre manette non possono imprigionare la nostra rivolta”   ©Trivet – Poster per il giorno seguente alla protesta repressiva “Le vostre manette non possono imprigionare la nostra rivolta” Fioralba Duma
September 3, 2026
Pressenza
Nuovi fronti della Rivoluzione dei Fenicotteri. 75° giorno di protesta
Sono trascorsi altri giorni, altre settimane, ed è iniziato il terzo mese di protesta. Oggi la Rivoluzione dei Fenicotteri raggiunge il suo 75° giorno consecutivo. Nonostante il caldo e le vacanze, agosto trova l’Albania ancora attraversata da una mobilitazione che non si è esaurita e che, nel frattempo, ha aperto nuovi fronti. Anche nei giorni in cui le temperature hanno superato i 35 gradi, i manifestanti hanno continuato a riunirsi ogni sera davanti alla sede del governo. Per fare un esempio, le temperature serali nel “Bulevardi Dëshmorët e Kombit”, registravano 38°. Nelle ultime settimane la mobilitazione si è estesa nelle forme e nei territori. Ai presìdi quotidiani di Tirana si sono affiancati esposti alla SPAK, la Procura speciale contro la corruzione e il crimine organizzato, iniziative referendarie e proteste contro la proposta di riforma amministrativo-territoriale. ©️Trivet Il fenicottero è diventato simbolo della resistenza e ha mostrato tutta la creatività albanese Dal Parlamento al commissariato Il 27 luglio, durante l’ultima seduta parlamentare prima della pausa estiva, i manifestanti sono tornati davanti al Parlamento. Ad attenderli hanno trovato un imponente dispositivo di sicurezza, con gli accessi alla zona chiusi e le forze dell’ordine schierate su un perimetro molto più ampio del consueto. Dodici persone sono state accompagnate nei commissariati e alcune sarebbero state fermate mentre filmavano, aiutavano una manifestante caduta o si trovavano lontane dal principale punto di tensione. Sono state tutte rilasciate dopo alcune ore, ma il tentativo di intimidazione per chi manifesta rimane chiaro. ©️Trivet 27 luglio, protesta di fronte al Parlamento albanese e le transenne della polizia ben oltre lo spazio del Parlamento Pochi giorni prima, Edi Rama aveva presentato la BESA, un documento strategico con cui il governo riconosce l’esistenza di una crisi di fiducia nel governo e propone nuovi strumenti di “ascolto” e “dialogo”, una trasparenza che le istituzioni e la legge dovrebbero già garantire. Lo fa, però, appropriandosi tanto del fenicottero, simbolo della protesta, quanto della besa, concetto centrale della cultura albanese legato alla parola data e alla responsabilità verso la comunità, piegandoli alla propaganda governativa. ©️Trivet Un cartello che domanda “Polizia di stato o Stato di Polizia?” Nuovi fronti territoriali Un nuovo focolaio di protesta è stato aperto dalla proposta governativa di riforma amministrativo-territoriale. La bozza prevede di ridurre le bashki da 61 a 46, cancellando attraverso gli accorpamenti quindici Comuni: Përrenjas, Poliçan, Dimal, Divjakë, Klos, Memaliaj, Belsh, Rrogozhinë, Libohovë, Selenicë, Maliq, Patos, Cërrik, Këlcyrë e Fushë-Arrëz. Al 3 agosto le contestazioni alla riforma avevano interessato almeno 12 Comuni e oggi, 13 agosto, l’opposizione ha raggiunto tutti e 15 i Comuni destinati all’accorpamento. In 14 con manifestazioni pubbliche, mentre a Cërrik attraverso una raccolta firme. Ad alimentare le proteste ha contribuito anche la gestione degli incendi, che ha reso ancora più evidente la fragilità dei territori e delle strutture chiamate a proteggerli. Le fiamme hanno raggiunto, tra le altre zone, le colline intorno a Kruja, la città di Scanderbeg, minacciando abitazioni, depositi di esplosivi e il sito archeologico di Albanopolis e costringendo all’evacuazione gli abitanti di alcuni villaggi. Proprio nel momento più grave dell’emergenza si è dimesso il direttore dei Vigili del Fuoco. ©️Trivet Protesta a Belsh. I cartelli dicono “I Comuni per i cittadini, non per i potenti” e “Il nostro Comune non è un numero”. Le mobilitazioni territoriali hanno cominciato anche a produrre i primi risultati, sebbene ancora parziali. Il 5 agosto la società elettrica pubblica KESH ha sospeso i lavori sul fiume Mërtur, dopo le proteste degli abitanti di Nikaj-Mërtur. La sospensione non equivale ancora alla cancellazione del progetto: i residenti chiedono una revisione completa e garanzie per la tutela del fiume e dell’ecosistema. Una prima vittoria è arrivata anche per 74 famiglie coinvolte nel progetto TID a Durazzo, dopo un anno di mobilitazioni, dove il governo ha abrogato l’atto del 2020 che istituiva la Zona di nuova edificazione n. 5 nel quartiere storico di Epidamn, pur senza cancellare formalmente il contestato progetto. Come a Mërtur, dunque, la resistenza ha costretto le istituzioni a fare un passo indietro senza risolvere definitivamente la vertenza: i residenti chiedono ancora la sospensione e la revisione del progetto, oltre alla pubblicazione integrale degli atti. Dalla piazza al terreno legale Il Centro ResPublica e l’associazione ambientalista EcoAlbania hanno avviato una vertenza legale contro i lavori effettuati con i bulldozer sulle dune di Pishë Poro-Narta. Secondo le organizzazioni, gli interventi presentati come “preliminari” avrebbero già danneggiato habitat, vegetazione e delicati equilibri tra laguna e mare. Il 7 agosto è stata poi annunciata un’iniziativa per promuovere un referendum abrogativo contro la legge 21/2024 sulle aree protette, una delle 5 richieste della piazza. Considerato che in Albania l’ultimo referendum nazionale risale al 1998 e riguardava l’approvazione della Costituzione, significa rivendicare anche una forma di partecipazione diretta di fronte a istituzioni considerate incapaci di ascoltare. Dal 12 agosto è stata infine avviata una raccolta di firme per presentare alla SPAK una denuncia contro Edi Rama e altri funzionari pubblici con l’intento di chiedere di verificare le procedure seguite per i progetti previsti a Zvërnec, Rrjoll e Divjakë-Karavasta e il ruolo delle modifiche legislative ad hoc che hanno aperto le aree protette agli investimenti turistici, sulla base di quello che viene raccontato da Albanian Files. ©️Trivet Un cartello che ironizza e accusa il libro The Albanian Files Una protesta locale, nazionale e geopolitica Nel nord del Kosovo sono state scoperte delle fosse comuni nell’area di Zubin Potok, a Kalludër e a Jabukë e le ricerche proseguono. Secondo le autorità kosovare, i ritrovamenti potrebbero essere collegati a persone sequestrate e uccise nella primavera del 1999, genocidio troppo spesso dimenticato dal dibattito ma che ancora conta 1.600 dispersi. Quasi contemporaneamente è stata annunciata l’apertura di un consolato serbo a Scutari e Bujanova. Questa prospettiva ha provocato la manifestazione del 2 agosto a Scutari. Ad alimentare ulteriormente la protesta sono intervenute anche le vicende internazionali. Durante la visita a Belgrado, Volodymyr Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non riconosce l’indipendenza del Kosovo e continua a considerarlo parte dell’integrità territoriale serba. Nonostante fosse una conferma di cose già dette, le reazioni sono state forti a Pristina e Tirana, soprattutto considerando il sostegno politico, umanitario e materiale offerto all’Ucraina dal Kosovo e dall’Albania. La memoria del genocidio vissuto sulla pelle degli albanesi e delle guerre attuali ha rafforzato la contestazione soprattutto dei rapporti tra Rama e Vučić, che all’epoca del genocidio era Ministro della Propaganda, rafforzando il concetto di “tradimento degli interessi del popolo” e di complicità. ©️Trivet Immagine della marcia di fine presidio Territorio, crisi climatica, democrazia diffusa, memoria e diaspora, politica estera e giustizia continuano a convergere dentro una mobilitazione che non ha mai avuto una sola rivendicazione. Il fenicottero è diventato il simbolo della resistenza di un popolo. Fioralba Duma
August 13, 2026
Pressenza
Continuano le proteste in Albania. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente
È da quasi quattro settimane che la mobilitazione in Albania continua, e i suoi caratteri e obiettivi politici si sono ormai trasformati. Partite dalla critica ambientalista riguardante la svendita del patrimonio naturale del paese alla speculazione immobiliare guidata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ormai le piazze sono arrivate […] L'articolo Continuano le proteste in Albania. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente su Contropiano.
June 25, 2026
Contropiano
La Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania. Webinar con Mauro Zanella
Una testimonianza diretta sul movimento popolare e nonviolento che da tre settimane scende in piazza tutti i giorni in Albania per denunciare uno scempio ambientale, ma anche una classe politica screditata e corrotta. Le proteste ormai non riguardano più soltanto l’opposizione al progetto di un resort di lusso che Jared Kushner e Ivanka Trump vorrebbero costruire in un’area incontaminata e protetta, ma sono diventate politiche. I manifestanti, a cui si sono uniti molti albanesi della diaspora, tornati a Tirana per partecipare agli enormi cortei, chiedono la caduta del governo e le dimissioni del primo ministro Edi Rama e attaccano anche il leader dell’opposizione Sali Berisha. Mercoledì 24 giugno 2026 ore 21 Per collegarsi: https://www.facebook.com/events/1209918201232320 https://www.youtube.com/watch?v=zyr9IIh39Ck       Redazione Italia
June 21, 2026
Pressenza
Caso Albania: non è tutto lusso quello che luccica
Chi controlla Sazan controlla l’accesso all’Adriatico “Ci siamo fermati a nuotare e abbiamo scoperto un’isola.” Così Ivanka Trump parla dell’isola di Sazan. Una frase che sembra innocente ma non lo è: nessuno ha scoperto Sazan, tanto meno lei. Esiste da millenni. Quando una miliardaria dice di aver “scoperto” un’isola, significa solo che qualcuno sta per trasformare un patrimonio di tutti in asset privato per pochi. Secondo le approvazioni del governo albanese e i dettagli del progetto resi noti finora, la proposta includerebbe hotel di lusso e ville private; infrastrutture marine e turistiche con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale; interventi su larga scala per il “ripristino” del paesaggio e la “bonifica” del territorio che per altro che non si capisce cosa debbano ripristinare e bonificare visto che è un’oasi naturale protetta. Valore dell’investimento circa 1,5 miliardi di dollari, uno dei più grandi progetti turistici mai proposti in Albania e in tutto l’Adriatico. LA RIVOLUZIONE DEI FENICOTTERI C’è anche un particolare, superato dal governo di Edi Rama variando una legge nel 2024 che rende possibile di fatto la speculazione edilizia: l’area è demaniale e il litorale di Pishë Poro-Narta, nel delta del Vjosa, è protetto, uno degli ultimi tratti incontaminati dell’Adriatico-Ionio, con una ricchissima biodiversità e una celebre colonia di fenicotteri. Il Governo ha approvato il progetto senza gare, senza consultazioni e con affidamento diretto, definendolo “un investimento strategico”. Nel frattempo, l’operazione ha scatenato la più ampia mobilitazione civile mai vista prima in Albania. Dallo scorso 1° giugno in migliaia sono scesi in piazza a Tirana e in altre città al grido di ‘L’Albania non è in vendita’, trasformando una controversia urbanistica in una questione di sovranità nazionale. La cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri” è diventata un caso internazionale. Le proteste hanno già ottenuto un primo risultato: trasformare quello che il governo presentava come un semplice investimento turistico in una questione nazionale. La mobilitazione, i ricorsi e le contestazioni hanno rallentato l’avanzamento dei progetti e aperto una fase di forte incertezza sul loro futuro, senza tuttavia ottenere, almeno per ora, una revoca ufficiale da parte del governo Rama. CHI CONTROLLA SAZAN CONTROLLA L’ACCESSO ALL’ADRIATICO Sazan non è una spiaggia qualsiasi. Di fronte alla baia di Valona, nel canale di Otranto, visibile a occhio nudo dal nostro Salento, Sazan, o Saseno come la chiamavano i veneziani che la controllarono per secoli, Sazan è sempre stata una delle chiavi di accesso all’Adriatico. Situata all’imboccatura della baia di Valona, lungo la rotta che collegava Venezia al Levante, l’isola occupa una posizione strategica che ne ha fatto nel tempo presidio militare veneziano prima e italiano poi; durante la Guerra Fredda diventa una delle principali fortificazioni del regime di Enver Hoxha con bunker, gallerie e installazioni difensive. Oggi è al centro di interessi NATO, albanesi e turchi. Dietro la colonizzazione immobiliare di lusso del Mare Nostrum – che nostrum non è più – compare sempre la stessa figura: Jared Kushner, il volto più riconoscibile di una politica che tratta la geografia come un portafoglio di asset da valorizzare, e che rende visibile la fusione tra potere politico, finanza e trasformazione territoriale. L’uomo che insieme a Steve Witkoff presiede ormai tutti i principali dossier aperti da Trump in Medio Oriente e nel mondo. Ma perché un uomo che si muove contemporaneamente tra Washington, Tel Aviv, Riyad, Abu Dhabi e Belgrado sceglie proprio uno dei punti più strategici dell’Adriatico? Per trovare la risposta bisogna seguire la traiettoria di Jared Kushner negli ultimi dieci anni: dagli Accordi di Abramo ai progetti immobiliari nei Balcani, passando per le distopiche visioni di ricostruzione di Gaza e i nuovi equilibri del Mediterraneo. JARED KUSHNER: UN IMPERO IMMOBILIARE CONTROVERSO Ridurre Jared Kushner a genero di Donald Trump è un errore. Kushner incarna come pochi altri la fusione tra diplomazia, finanza immobiliare e interessi geopolitici che caratterizza l’era Trump. Architetto degli Accordi di Abramo, interlocutore privilegiato delle monarchie del Golfo e figura di riferimento nei rapporti con il governo israeliano, Kushner ha trasformato il proprio capitale politico in un network economico globale. Inoltre, il suo rapporto privilegiato con Israele non nasce dalla politica. Benjamin Netanyahu frequentava abitualmente la casa dei suoi genitori nel New Jersey quando Jared era bambino. Amico di famiglia, il futuro primo ministro israeliano faceva parte di un universo relazionale che precede di decenni l’ingresso di Kushner sulla scena pubblica. Dopo l’uscita dalla Casa Bianca, nel 2021 ha fondato Affinity Partners, un fondo di investimento blindato sostenuto principalmente da capitali sauditi. Attraverso questa struttura ha esteso la propria presenza in Medio Oriente, compresi i controversi progetti di “ricostruzione” e valorizzazione immobiliare evocati per Gaza, muovendosi lungo un asse che collega gli USA, Israele, i Paesi del Golfo, i Balcani, e adesso l’Albania. L’isola di Sazan non è dunque un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di un mosaico che rende sempre più difficile capire dove finisca la diplomazia e dove comincino gli affari. CATTIVE REPUTAZIONI CHE NON SI CANCELLANO Molto prima della geopolitica e degli Accordi di Abramo, Jared Kushner era già a capo di uno degli colossi immobiliari più controversi e discussi della East Coast americana. Quello fondato dal nonno Joseph Kushner, nato Yossel Berkowitz, un ebreo originario di Nowogródek (oggi in Bielorussia, allora Polonia orientale), passato per campi profughi europei, compresi quelli italiani, da lì migrato negli Stati Uniti, dove approda con la moglie nel 1949. Lì inizia come falegname e piccolo costruttore nel New Jersey e sfruttando il boom edilizio americano del dopoguerra arriverà alla sua morte lasciando un’eredità di migliaia di appartamenti. Il figlio Charles, all’anagrafe Chanan, padre di Jared, accresce il patrimonio, diventando una figura tanto influente quanto discussa. Nel 2005 viene condannato per evasione fiscale, finanziamento illecito di campagne elettorali e manipolazione di testimoni in uno dei casi giudiziari più clamorosi dell’epoca. Tra gli episodi emersi durante il processo figura anche l’assunzione di una prostituta per compromettere un familiare che stava collaborando con le autorità federali. È a quel punto che Jared prende in mano le redini dell’azienda trasformandola in una piattaforma finanziaria globale. Ma la reputazione del gruppo Kushner non è stata segnata soltanto dalle vicende giudiziarie. Nel Maryland e in altri Stati americani, associazioni di inquilini, giornalisti investigativi e autorità locali hanno documentato per anni controversie relative alle pessime condizioni degli immobili gestiti dal gruppo: appartamenti descritti dai residenti come topaie degradate, infestati da insetti, colpiti da infiltrazioni e problemi strutturali, mentre gli inquilini denunciavano una politica aggressiva di aumenti degli affitti e sfratti, anche di madri con bambini. Reputazione che continua a seguire Kushner malgrado i suoi instancabili sforzi per nasconderla. NON TUTTO È LUSSO QUELLO CHE LUCCICA Osservata da questa prospettiva, è chiaro che Sazan è l’ultima evoluzione di una storia che da decenni trasforma luoghi, edifici e territori in asset finanziari e geopolitici. Cambiano le dimensioni e gli scenari: dagli appartamenti popolari del Maryland alle coste dell’Adriatico, ma non la logica. La dottrina Gaza si allarga. Non sempre lo fa con le bombe. A volte arriva in giacca e cravatta. E parla la lingua degli “investimenti strategici” e degli “sviluppi sostenibili”. Non è tutto lusso quello che luccica. Ma forse il colonialismo si. M. Alessandra Filippi
June 21, 2026
Pressenza
Reportage dall’Albania in rivolta. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Dal microfono del boulevard più importante di Tirana non escono solo punti di vista o gli aggiornamenti quotidiani sulle novità che possono interessare il movimento e sul dibattito politico, come nel caso dell’uscita dal partito di Marjana Koçeku, la più giovane deputata del Partito Socialista, ma anche le azioni concrete. Da quel microfono infatti venerdì sera è stato promesso che la mattina seguente, sabato 13 giugno, nella spiaggia di Rrjoll, pochi chilometri a nord di Shengjin e dell’hotspot italiano, sarebbero state abbattute le reti e il filo spinato che come nella laguna di Zvërnec, delimitavano l’area dove dovrebbe sorgere un resort di lusso. Questa volta non della coppia Ivanka Trump-Jared Kushner e delle società a loro collegate, ma di un oligarca albanese, storicamente vicino a Sali Berisha ma in ottimi rapporti anche con il governo attuale: Bashkim Ulaj. Le reti sono andate giù, sotto i colpi dei residenti del posto e sotto gli occhi di una polizia che inizialmente ha cercato di intervenire, ma senza riuscire a contenere la rabbia e la determinazione dei manifestanti. La stessa cosa è accaduta la mattina seguente, domenica 14 giugno, quando nel villaggio di Dardhë, nella provincia di Librazhd, situato al centro dell’Albania, gli abitanti del luogo hanno abbattuto le recinzioni attorno alla centrale idroelettrica privata della società Lucente, che da mesi ha sottratto loro l’acqua potabile. Non sono solo i fenicotteri di Narta, disegnati, pitturati nelle magliette, negli striscioni, nei cartelli, nei visi e nelle braccia delle persone, il simbolo di questo movimento: giorno dopo giorno, il filo spinato e le recinzioni che sottraggono spazi di vita e diritti, abbattuti dalle persone che quei luoghi li abitano, sono una pratica replicata e replicabile. Nella spiaggia di Zvërnec i bulldozer e il filo spinato sono stati rimossi, a Rrjoll giacciono ancora a terra, a Librazhd l’acqua potabile per gli abitanti del villaggio sembra essere stata ripristinata in queste ore. Sabato sera, il 13 di giugno, dopo l’azione diretta del mattino, si è tenuta la manifestazione di protesta più grande mai vista nel Paese delle aquile: i bar erano vuoti, i media hanno trasmesso la diretta del corteo fino alla mezzanotte con sotto la didascalia “centinaia di migliaia di persone chiedono le dimissioni di Edi Rama”. Difficilmente quantificabili. In un Paese che conta 2,7 milioni di abitanti, sono numeri e stime incredibili, paragonabili a milioni di persone se scendessero in piazza in Italia. Domenica sera, nonostante fosse razionalmente difficile replicare, al quindicesimo giorno consecutivo, i numeri della sera prima, il corteo è stato nuovamente oceanico e ha bloccato per ore l’autostrada Tiranë – Durrës, generando una coda di 25 chilometri, fino alle 3 di notte, quando migliaia di persone hanno abbandonato la strada nella quale si erano sedute dopo essere state fermate dai mezzi antisommossa della polizia. In queste ore, la polizia ha annunciato che per almeno venti persone scatteranno le denunce. Il tema del conflitto di piazza non può essere letto con gli stessi schemi europei e italiani. Il movimento è radicale, è rivoluzionario, pratica l’azione diretta, ma è molto attento a non cadere nelle provocazioni che possono renderlo etichettabile e riconducibile alle memorie dalla cosiddetta “anarchia nel 1997” e della guerra civile, o alle modalità che Sali Berisha e il Partito Democratico utilizza nelle proprie manifestazioni. Le molotov contro i palazzi del potere che abbiamo visto nei mesi scorsi sono una ritualità organizzata da Sali Berisha, per trasmettere ai media internazionali un’immagine di un Paese in rivolta e quindi inaffidabile per i partner occidentali. Ma il Paese nei fatti non si è rivoltato per e con Sali Berisha. Anzi, lo ha considerato l’altra faccia del sistema. Un esempio lampante è stato quando al terzo giorno delle proteste di massa, nel Bulevard dei Martiri della Patria si sono schierati i mezzi antisommossa della polizia, sono state installate barriere e gli idranti hanno provato a disperdere la piazza. Eppure, la determinazione e la resistenza dei manifestanti hanno avuto la meglio. Nei giorni successivi, quel tipo di gestione dell’ordine pubblico non si è più vista. Ma l’onda della Rivoluzione dei Fenicotteri non sta investendo solo la patria: la diaspora albanese, ovvero i milioni di persone di origine albanesi presenti in tutto il mondo, più degli stessi abitanti in Albania, è scesa in piazza a migliaia e migliaia a livello globale. Non solo nelle grandi città come New York, Milano, Atene, Berlino, Parigi, Monaco, Sydney, Ginevra, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Padova, ma anche in città più piccole. Tutto in modo spontaneo, auto-organizzato, senza bandiere di partito, esattamente come accade a Tirana. Una diaspora che si è presentata in massa a Tirana sabato, viaggiando da tutti gli angoli del pianeta per prendere parola al microfono del palco della Rivoluzione, esprimendo al pari di chi a Tirana ci vive la stessa complessità che porta con sé l’essenza popolare del movimento albanese: progressismo, patriottismo, elementi innovativi, nostalgici e nazionalisti si incontrano nella necessità, quasi esistenziale, di abbattere il sistema di potere incarnato da Edi Rama in primis, ma anche da Sali Berisha. Una diaspora che soprattutto nelle sue componenti più giovanili, coloro che sono emigrati da piccolissimi o che sono nati all’estero, vede sempre più la costruzione di collettivi o comunque dinamiche di auto-organizzazione politica e sociale in tutto il mondo, alla ricerca dell’elaborazione della propria identità e cura della comunità, condividendo lotte e battaglie antirazziste e anticoloniali in movimenti più ampi come in Italia fa Zane Kolektiv. La popolarità e l’auto-organizzazione del movimento sono proprio gli elementi che mettono in difficoltà il governo, incapace di affrontare un fenomeno nuovo, anti-sistema ma non caotico nel suo modo di esprimere la democrazia diretta di una “nuova Albania”. Edi Rama ha paragonato il movimento alle squadracce fasciste e naziste, accusandole di voler imporre un pensiero unico e una superiorità morale, di arrogarsi il diritto di definire cos’è patriottico e cosa non lo è. Eppure, il governo non fa altro che raccogliere la sua stessa arroganza, la violenza verbale e della sottrazione di risorse, di spazi di vita e anche dei sogni di chi ogni anno scappa del Paese. Una volgarità e una violenza che la Generazione Zeta, i giovani cresciuti sotto a regime comunista già caduto, molti dei quali hanno vissuto la delusione della sconfitta del grande movimento studentesco e universitario del 2016 o dell’abbattimento del Teatro Nazionale di Tirana nel 2020, oggetto di un’occupazione e di una resistenza eroica di artisti e attivisti. Oggi questa generazione ha ribaltato in una creatività straordinaria, usando i fenicotteri come arma, “memetizzando” i fenicotteri, Ivanka Trump, ogni dichiarazione di Edi Rama, Sali Berisha, gli oligarchi, ma anche Giorgia Meloni, i mondiali di calcio che il governo sperava potessero abbassare il livello di partecipazione al movimento. Una creatività supportata da un uso massiccio dell’intelligenza artificiale nella creazione dei cartelli. Ma anche dei droni, che sorvolano costantemente le manifestazioni nella costante ricerca della ripresa più bella che diventerà virale sui social e sarà vista in tutto il mondo, oltre a dimostrare l’assurda oltre che improvvida affermazione di Edi Rama di aver conteggiato che i partecipanti sono solo duemila. Un esercizio che tra gli altri fa ogni sera Citizen.al, portale di informazione indipendente che attraverso le sue collaboratrici e attiviste come Entenela Ndrevataj svolgono un ruolo fondamentale. Una generazione che si sente europea ma riconosce le contraddizioni dell’Unione Europea, che non è più il mito dei loro genitori come negli anni ‘90, ma rimane comunque lo spazio privilegiato attraverso il quale costruire la propria democrazia, un Paese non corrotto, una giustizia non politicizzata, una tutela dell’ambiente e degli ecosistemi che la stessa UE oggi non riesce a difendere. In questo senso è potente la consapevolezza di essere per una volta esempio per gli altri, il richiamo all’Europa a fare quello che fanno loro, non il contrario. Per una volta, non imparare, non essere subalterni, ma insegnare qualcosa e dare una lezione al resto del mondo. Tra le strade di Tirana si respira aria di rivoluzione e gli attivisti e le attiviste ci credono. Abbiamo chiesto a molte persone, attivisti sociali, ambientalisti, compagne e compagni di strada che abbiamo intrecciato in altre lotte, se pensano di poter raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo, ricevendo risposte affermative, ma mai ingenue. Quello che il futuro del movimento ci riserverà non lo sappiamo, quel che è certo è che la Rivoluzione intende continuare ogni giorno a scendere in piazza alla stessa ora e a partire dallo stesso luogo. Sappiamo anche che l’Albania non potrà più essere la stessa e già non è più la stessa, perché Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare per una Shqiperia e re, un’Albania nuova. Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore)   Comune-info
June 19, 2026
Pressenza
Reportage dall’Albania in rivolta. Prima parte
L’appuntamento è ogni giorno nello stesso luogo, ma il corteo inventa ogni volta un percorso diverso. Intorno al microfono aperto si forma una vera agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza. L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, come dimostra l’accogliente spazio per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività. In un Paese che conta poco 2,7 milioni di abitanti, vedere centinaia di migliaia di persone manifestare o bloccare un’autostrada provocando una coda di 25 chilometri fa impressione. La Rivoluzione dei Fenicotteri – scoppiata in Albania il 30 maggio, con un grido potente, quello di un gruppo di abitanti dell’area protetta di Vjosa-Narta, a nord di Valona, che hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di Kushner – non smette di crescere perché è un movimento generalizzato, partito dalla tutela delle aree naturali per arrivare a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese. Progressismo, patriottismo, elementi innovativi e nazionalisti si incontrano in uno scenario inedito inevitabilmente contraddittorio. Al di là dei risultati che otterrà nell’immediato, l’Albania non potrà più essere la stessa, scrivono Detjon Begaj e Letizia Caroscio in questo reportage (apparso su Municipio Zero). “La Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare…” Per un movimento popolare e di massa, cantare in coro di essere ogni giorno in più di quello precedente può sembrare solamente uno slogan efficace, teso a non mollare. Soprattutto se questo avviene per 15 giorni di fila, alla stessa ora e nello stesso luogo: il viale che ospita la sede del primo ministro. Eppure Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri, il movimento più importante e partecipato della storia albanese dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha, ci racconta una realtà diversa: il movimento cresce davvero ogni giorno, dentro e fuori i confini albanesi. Non è solo un fattore culturale millenario della tradizione illirica e albanese, la besa, ovvero il considerare la promessa come qualcosa di sacro per mantenere la parola data, in questo caso, quella di essere ogni giorno di più di quello precedente. La Rivoluzione dei Fenicotteri cresce perché diventa ogni giorno di più un movimento generalizzato che parte dalla tutela delle aree naturali protette, ma arriva a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese, contro la corruzione, contro il dominio degli oligarchi, contro il colonialismo di capitali e potenze estere. Shqiperia e re – una nuova Albania, Rama n’burg, Berisha n’burg – Rama in galera, Berisha in galera, Rama jepe dorëheqjen – Rama dimettiti (diventato una specie di inno che anche passeggiando si sente uscire dai telefoni dei passanti), Revolucion – Rivoluzione”, Anuloni ligjin, annullate la legge (del 2024) sono i cori principali della piazza. Una piazza che il governo fa fatica a interpretare e a contenere, nonostante i tentativi messi in campo. Mercoledì 10 giugno, nella città di Fier, nel corso di uno dei comizi legati al tour per i festeggiamenti del trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama aveva annunciato che entro venerdì 12 giugno sarebbe finita la discussione sulle richieste del movimento, ovvero le sue dimissioni e il ritiro della legge del 2024 sulle aree protette, oggetto dell’inchiesta della Spak (Procura Speciale Anticorruzione e Contro il Crimine Organizzato) assieme alla transazione, al momento congelata, di 200 milioni di dollari della società con sede nel Qatar controllata da Jared Kushner. Sembrava una minaccia. Proprio nella stessa giornata, il 12 giugno, Edi Rama avrebbe festeggiato, per la seconda volta dopo l’iniziativa al Centro Congressi e dunque fuori dal programma originario, il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista a Tirana. Questa volta a Sheshi Italia, Piazza Italia: un tentativo di mettere in campo una prova di forza di piazza nel cuore della protesta nazionale, che è stata accompagnata nei social dalla circolazione degli screenshot dei messaggi che invitavano i dipendenti della pubblica amministrazione a una presenza obbligatoria. Il movimento ha risposto riconvocandosi come ogni pomeriggio a Sheshi Skenderbej, Piazza Skanderberg, per poi raggiungere e riempire tutto il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il Viale dei Martiri della Patria, e partire al calare del sole in un immenso corteo che ha invaso proprio Sheshi Italia, riappropriandosene, qualche ora dopo il comizio di Edi Rama. Il movimento ripete da 16 giorni consecutivi ogni sera lo stesso schema per darsi appuntamento alle 18, ma cambia ogni sera il percorso del corteo in modo imprevedibile per poi tornare nella piazza più importante e centrale della città, dedicata all’eroe nazionale che la domina attraverso la statua gigantesca che lo riproduce con il suo inconfondibile elmo, la spada e il cavallo: Gjergj Kastrioti Skënderbeu, Giorgio Castriota Skanderberg. Nel boulevard progettato da architetti italiani negli anni ‘20, intitolato inizialmente a Re Zog, ridefinito “Viale dell’Impero” sotto l’occupazione fascista e Bulevardi Stalin dal regime comunista di Enver Hoxha, il movimento ogni sera allestisce una sorta di palco, una scala dove le persone salgono e intervengono al microfono gestito con ordine, tra gli altri, da Edison Likaj e Sidorela Vatnikaj, attivisti del Qendra Drejtësi Sociale, Centro per la Giustizia sociale, tra i protagonisti di innumerevoli lotte negli ultimi anni e con il collettivo Mesdhe anche della lotta contro i CPR italiani nel Network Against Migrant Detention. Battaglia sulla quale sono ancora fondamentali i lavori di inchiesta di Kristina Millona e del collettivo Europe Other. Quella scaletta e quel microfono davanti alla sede del primo ministro rendono lo spazio pubblico una vera e propria agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza, persino dei turisti che supportano il movimento (al contrario dello spauracchio agitato da Edi Rama), incrociando la memoria degli anziani alla volontà dei giovani albanesi, della Generazione Zeta, i veri protagonisti della Rivoluzione, di costruire un futuro diverso. “Una nuova Albania, Shqiperia e Re”, appunto, come recita uno dei cori più gettonati ma anche uno dei tre grandi e alti striscioni, portati con le aste, che ogni sera occupano il boulevard, assieme a quello che recita Albania is not for sale tenuto dai militanti del partito Levizja Bashke, “Movimento insieme”, e “Rama dorëheqje, Rama dimissioni”. La consigliera comunale di Tirana Mirela Ruko, il segretario del partito Arlind Qori, il parlamentare Redi Muci sono tra quelli sempre presenti. Lunedì 15 giugno ne è apparso un altro che recita Europe, can you hear us? Alla Commissione Europea il grido della rivoluzione in effetti è arrivato, ma al momento la Commissaria all’Allargamento Marta Kos si è limitata a spiegare in modo deludente e facendo indignare il movimento che stanno seguendo attentamente le proteste e la vicenda in particolare di Poro-Narta, progetto sul quale ha garantito che l’Albania dovrà rispettare pedissequamente gli standard ambientali UE e il Chapter 27. L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, attraverso un grande spazio safe per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività, grazie anche all’instancabile lavoro e presenza di Fioralba Duma di Mesdhe e Palestinaelire, attorno al quale le persone sono incordonate per proteggerlo, ma anche la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate a parlare al microfono. Nei pressi dello spazio bimbi, è inconfondibile la presenza delle sorelle Natasha, Elsa e Fatma Paja che con Trivet_art documentano ogni istante delle proteste ovunque esse si svolgono e lavorano sulle grafiche del movimento. Nella stessa area del boulevard, durante le proteste è sempre presente anche il Kolektivi Feminist, il Collettivo Femminista che si contraddistingue con il logo di due fenicotteri che si guardano, rappresentando l’isola di Sazan e la laguna di Narta, quasi baciandosi e si fondono in un unico corpo. Tra la folla è impossibile non notare anche le aste che sorreggono dei fenicotteri rosa fatti in legno e che sfilano a rullo di tamburi al grido di Narta është e jona!, “Narta è nostra!” Con tra le altre, Denisa Kasa di PPNEA, Protecting and Preservation of Natural Enviroment of Albania, la ONG che dal 1991 si occupa della tutela degli ecosistemi albanesi e che è stata decisiva in questi anni nel denunciare quello che stava accadendo, non solo a Zvernec, Narta e sul delta del fiume Vjosa ma anche nell’impatto ambientale della costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Vlorë. Ed è proprio Vlorë, al di là del canale d’Otranto, da cui la Rivoluzione è scoppiata il 30 maggio quando gli abitanti del posto hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di Kushner e una giovane ragazza del posto, Brunela Mërtiri, in un video diventato virale, ha urlato che quella terra è nostra, non è loro. Lì è attivo tra gli altri anche Baki Goxhaj, attivista albanese di Palestinaelire che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla e tra coloro che ha subito il rapimento dell’esercito israeliano in acque internazionali. Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore) Comune-info
June 19, 2026
Pressenza
La rivolta dei fenicotteri
Il movimento di massa albanese contro la turistificazione di un’isola oasi ecologica mette in evidenza le contraddizioni dello sviluppo mentre il paese tratta l’ingresso in Ue. di Richard Braude e Valentina Bonizzi (*) Solo 50 miglia nautiche dalla Puglia, nel canale di Otranto, l’isola di Saseno è stata per gran parte dell’età moderna un possedimento veneziano, per poi passare sotto
Albania. La “rivoluzione dei fenicotteri” albanese contro il resort di Kushner
Le mobilitazioni che stanno avvenendo in Albania sono tra le maggiori che si vedono da decenni. E cosa ancora più significativa, sono sbarcate anche in Italia. Ha un effetto internazionale la “Flamingo Revolution” (la “Rivoluzione dei fenicotteri”), che ha visto scendere in piazza migliaia di persone per rivendicare il fatto […] L'articolo Albania. La “rivoluzione dei fenicotteri” albanese contro il resort di Kushner su Contropiano.
June 8, 2026
Contropiano