
Reportage dall’Albania in rivolta. Prima parte
Pressenza - Friday, June 19, 2026L’appuntamento è ogni giorno nello stesso luogo, ma il corteo inventa ogni volta un percorso diverso. Intorno al microfono aperto si forma una vera agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza. L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, come dimostra l’accogliente spazio per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività. In un Paese che conta poco 2,7 milioni di abitanti, vedere centinaia di migliaia di persone manifestare o bloccare un’autostrada provocando una coda di 25 chilometri fa impressione.
La Rivoluzione dei Fenicotteri – scoppiata in Albania il 30 maggio, con un grido potente, quello di un gruppo di abitanti dell’area protetta di Vjosa-Narta, a nord di Valona, che hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di Kushner – non smette di crescere perché è un movimento generalizzato, partito dalla tutela delle aree naturali per arrivare a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese.
Progressismo, patriottismo, elementi innovativi e nazionalisti si incontrano in uno scenario inedito inevitabilmente contraddittorio. Al di là dei risultati che otterrà nell’immediato, l’Albania non potrà più essere la stessa, scrivono Detjon Begaj e Letizia Caroscio in questo reportage (apparso su Municipio Zero). “La Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare…”
Per un movimento popolare e di massa, cantare in coro di essere ogni giorno in più di quello precedente può sembrare solamente uno slogan efficace, teso a non mollare. Soprattutto se questo avviene per 15 giorni di fila, alla stessa ora e nello stesso luogo: il viale che ospita la sede del primo ministro.
Eppure Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri, il movimento più importante e partecipato della storia albanese dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha, ci racconta una realtà diversa: il movimento cresce davvero ogni giorno, dentro e fuori i confini albanesi. Non è solo un fattore culturale millenario della tradizione illirica e albanese, la besa, ovvero il considerare la promessa come qualcosa di sacro per mantenere la parola data, in questo caso, quella di essere ogni giorno di più di quello precedente. La Rivoluzione dei Fenicotteri cresce perché diventa ogni giorno di più un movimento generalizzato che parte dalla tutela delle aree naturali protette, ma arriva a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese, contro la corruzione, contro il dominio degli oligarchi, contro il colonialismo di capitali e potenze estere.
Shqiperia e re – una nuova Albania, Rama n’burg, Berisha n’burg – Rama in galera, Berisha in galera, Rama jepe dorëheqjen – Rama dimettiti (diventato una specie di inno che anche passeggiando si sente uscire dai telefoni dei passanti), Revolucion – Rivoluzione”, Anuloni ligjin, annullate la legge (del 2024) sono i cori principali della piazza.
Una piazza che il governo fa fatica a interpretare e a contenere, nonostante i tentativi messi in campo. Mercoledì 10 giugno, nella città di Fier, nel corso di uno dei comizi legati al tour per i festeggiamenti del trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama aveva annunciato che entro venerdì 12 giugno sarebbe finita la discussione sulle richieste del movimento, ovvero le sue dimissioni e il ritiro della legge del 2024 sulle aree protette, oggetto dell’inchiesta della Spak (Procura Speciale Anticorruzione e Contro il Crimine Organizzato) assieme alla transazione, al momento congelata, di 200 milioni di dollari della società con sede nel Qatar controllata da Jared Kushner. Sembrava una minaccia. Proprio nella stessa giornata, il 12 giugno, Edi Rama avrebbe festeggiato, per la seconda volta dopo l’iniziativa al Centro Congressi e dunque fuori dal programma originario, il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista a Tirana. Questa volta a Sheshi Italia, Piazza Italia: un tentativo di mettere in campo una prova di forza di piazza nel cuore della protesta nazionale, che è stata accompagnata nei social dalla circolazione degli screenshot dei messaggi che invitavano i dipendenti della pubblica amministrazione a una presenza obbligatoria.
Il movimento ha risposto riconvocandosi come ogni pomeriggio a Sheshi Skenderbej, Piazza Skanderberg, per poi raggiungere e riempire tutto il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il Viale dei Martiri della Patria, e partire al calare del sole in un immenso corteo che ha invaso proprio Sheshi Italia, riappropriandosene, qualche ora dopo il comizio di Edi Rama. Il movimento ripete da 16 giorni consecutivi ogni sera lo stesso schema per darsi appuntamento alle 18, ma cambia ogni sera il percorso del corteo in modo imprevedibile per poi tornare nella piazza più importante e centrale della città, dedicata all’eroe nazionale che la domina attraverso la statua gigantesca che lo riproduce con il suo inconfondibile elmo, la spada e il cavallo: Gjergj Kastrioti Skënderbeu, Giorgio Castriota Skanderberg.
Nel boulevard progettato da architetti italiani negli anni ‘20, intitolato inizialmente a Re Zog, ridefinito “Viale dell’Impero” sotto l’occupazione fascista e Bulevardi Stalin dal regime comunista di Enver Hoxha, il movimento ogni sera allestisce una sorta di palco, una scala dove le persone salgono e intervengono al microfono gestito con ordine, tra gli altri, da Edison Likaj e Sidorela Vatnikaj, attivisti del Qendra Drejtësi Sociale, Centro per la Giustizia sociale, tra i protagonisti di innumerevoli lotte negli ultimi anni e con il collettivo Mesdhe anche della lotta contro i CPR italiani nel Network Against Migrant Detention. Battaglia sulla quale sono ancora fondamentali i lavori di inchiesta di Kristina Millona e del collettivo Europe Other.
Quella scaletta e quel microfono davanti alla sede del primo ministro rendono lo spazio pubblico una vera e propria agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza, persino dei turisti che supportano il movimento (al contrario dello spauracchio agitato da Edi Rama), incrociando la memoria degli anziani alla volontà dei giovani albanesi, della Generazione Zeta, i veri protagonisti della Rivoluzione, di costruire un futuro diverso. “Una nuova Albania, Shqiperia e Re”, appunto, come recita uno dei cori più gettonati ma anche uno dei tre grandi e alti striscioni, portati con le aste, che ogni sera occupano il boulevard, assieme a quello che recita Albania is not for sale tenuto dai militanti del partito Levizja Bashke, “Movimento insieme”, e “Rama dorëheqje, Rama dimissioni”. La consigliera comunale di Tirana Mirela Ruko, il segretario del partito Arlind Qori, il parlamentare Redi Muci sono tra quelli sempre presenti.
Lunedì 15 giugno ne è apparso un altro che recita Europe, can you hear us? Alla Commissione Europea il grido della rivoluzione in effetti è arrivato, ma al momento la Commissaria all’Allargamento Marta Kos si è limitata a spiegare in modo deludente e facendo indignare il movimento che stanno seguendo attentamente le proteste e la vicenda in particolare di Poro-Narta, progetto sul quale ha garantito che l’Albania dovrà rispettare pedissequamente gli standard ambientali UE e il Chapter 27.
L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, attraverso un grande spazio safe per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività, grazie anche all’instancabile lavoro e presenza di Fioralba Duma di Mesdhe e Palestinaelire, attorno al quale le persone sono incordonate per proteggerlo, ma anche la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate a parlare al microfono. Nei pressi dello spazio bimbi, è inconfondibile la presenza delle sorelle Natasha, Elsa e Fatma Paja che con Trivet_art documentano ogni istante delle proteste ovunque esse si svolgono e lavorano sulle grafiche del movimento.
Nella stessa area del boulevard, durante le proteste è sempre presente anche il Kolektivi Feminist, il Collettivo Femminista che si contraddistingue con il logo di due fenicotteri che si guardano, rappresentando l’isola di Sazan e la laguna di Narta, quasi baciandosi e si fondono in un unico corpo.
Tra la folla è impossibile non notare anche le aste che sorreggono dei fenicotteri rosa fatti in legno e che sfilano a rullo di tamburi al grido di Narta është e jona!, “Narta è nostra!” Con tra le altre, Denisa Kasa di PPNEA, Protecting and Preservation of Natural Enviroment of Albania, la ONG che dal 1991 si occupa della tutela degli ecosistemi albanesi e che è stata decisiva in questi anni nel denunciare quello che stava accadendo, non solo a Zvernec, Narta e sul delta del fiume Vjosa ma anche nell’impatto ambientale della costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Vlorë.
Ed è proprio Vlorë, al di là del canale d’Otranto, da cui la Rivoluzione è scoppiata il 30 maggio quando gli abitanti del posto hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di Kushner e una giovane ragazza del posto, Brunela Mërtiri, in un video diventato virale, ha urlato che quella terra è nostra, non è loro. Lì è attivo tra gli altri anche Baki Goxhaj, attivista albanese di Palestinaelire che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla e tra coloro che ha subito il rapimento dell’esercito israeliano in acque internazionali.
Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore)