Reportage dall’Albania in rivolta. Prima parteL’appuntamento è ogni giorno nello stesso luogo, ma il corteo inventa ogni volta
un percorso diverso. Intorno al microfono aperto si forma una vera agorà
popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e
provenienza. L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, come dimostra
l’accogliente spazio per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed
esprimere la propria creatività. In un Paese che conta poco 2,7 milioni di
abitanti, vedere centinaia di migliaia di persone manifestare o bloccare
un’autostrada provocando una coda di 25 chilometri fa impressione.
La Rivoluzione dei Fenicotteri – scoppiata in Albania il 30 maggio, con un grido
potente, quello di un gruppo di abitanti dell’area protetta di Vjosa-Narta, a
nord di Valona, che hanno abbattuto le recinzioni del cantiere del resort di
Kushner – non smette di crescere perché è un movimento generalizzato, partito
dalla tutela delle aree naturali per arrivare a essere un movimento contro
l’intero sistema di potere albanese.
Progressismo, patriottismo, elementi innovativi e nazionalisti si incontrano in
uno scenario inedito inevitabilmente contraddittorio. Al di là dei risultati che
otterrà nell’immediato, l’Albania non potrà più essere la stessa, scrivono
Detjon Begaj e Letizia Caroscio in questo reportage (apparso su Municipio Zero).
“La Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di
centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare…”
Per un movimento popolare e di massa, cantare in coro di essere ogni giorno in
più di quello precedente può sembrare solamente uno slogan efficace, teso a non
mollare. Soprattutto se questo avviene per 15 giorni di fila, alla stessa ora e
nello stesso luogo: il viale che ospita la sede del primo ministro.
Eppure Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri, il movimento
più importante e partecipato della storia albanese dalla caduta del regime
comunista di Enver Hoxha, ci racconta una realtà diversa: il movimento cresce
davvero ogni giorno, dentro e fuori i confini albanesi. Non è solo un fattore
culturale millenario della tradizione illirica e albanese, la besa, ovvero il
considerare la promessa come qualcosa di sacro per mantenere la parola data, in
questo caso, quella di essere ogni giorno di più di quello precedente. La
Rivoluzione dei Fenicotteri cresce perché diventa ogni giorno di più un
movimento generalizzato che parte dalla tutela delle aree naturali protette, ma
arriva a essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese, contro
la corruzione, contro il dominio degli oligarchi, contro il colonialismo di
capitali e potenze estere.
Shqiperia e re – una nuova Albania, Rama n’burg, Berisha n’burg – Rama in
galera, Berisha in galera, Rama jepe dorëheqjen – Rama dimettiti (diventato una
specie di inno che anche passeggiando si sente uscire dai telefoni dei
passanti), Revolucion – Rivoluzione”, Anuloni ligjin, annullate la legge (del
2024) sono i cori principali della piazza.
Una piazza che il governo fa fatica a interpretare e a contenere, nonostante i
tentativi messi in campo. Mercoledì 10 giugno, nella città di Fier, nel corso di
uno dei comizi legati al tour per i festeggiamenti del trentacinquesimo anno
dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama aveva annunciato che entro
venerdì 12 giugno sarebbe finita la discussione sulle richieste del movimento,
ovvero le sue dimissioni e il ritiro della legge del 2024 sulle aree protette,
oggetto dell’inchiesta della Spak (Procura Speciale Anticorruzione e Contro il
Crimine Organizzato) assieme alla transazione, al momento congelata, di 200
milioni di dollari della società con sede nel Qatar controllata da Jared
Kushner. Sembrava una minaccia. Proprio nella stessa giornata, il 12 giugno, Edi
Rama avrebbe festeggiato, per la seconda volta dopo l’iniziativa al Centro
Congressi e dunque fuori dal programma originario, il trentacinquesimo anno
dalla fondazione del Partito Socialista a Tirana. Questa volta a Sheshi Italia,
Piazza Italia: un tentativo di mettere in campo una prova di forza di piazza nel
cuore della protesta nazionale, che è stata accompagnata nei social dalla
circolazione degli screenshot dei messaggi che invitavano i dipendenti della
pubblica amministrazione a una presenza obbligatoria.
Il movimento ha risposto riconvocandosi come ogni pomeriggio a Sheshi
Skenderbej, Piazza Skanderberg, per poi raggiungere e riempire tutto
il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il Viale dei Martiri della Patria, e partire al
calare del sole in un immenso corteo che ha invaso proprio Sheshi Italia,
riappropriandosene, qualche ora dopo il comizio di Edi Rama. Il movimento ripete
da 16 giorni consecutivi ogni sera lo stesso schema per darsi appuntamento alle
18, ma cambia ogni sera il percorso del corteo in modo imprevedibile per poi
tornare nella piazza più importante e centrale della città, dedicata all’eroe
nazionale che la domina attraverso la statua gigantesca che lo riproduce con il
suo inconfondibile elmo, la spada e il cavallo: Gjergj Kastrioti Skënderbeu,
Giorgio Castriota Skanderberg.
Nel boulevard progettato da architetti italiani negli anni ‘20, intitolato
inizialmente a Re Zog, ridefinito “Viale dell’Impero” sotto l’occupazione
fascista e Bulevardi Stalin dal regime comunista di Enver Hoxha, il movimento
ogni sera allestisce una sorta di palco, una scala dove le persone salgono e
intervengono al microfono gestito con ordine, tra gli altri, da Edison Likaj e
Sidorela Vatnikaj, attivisti del Qendra Drejtësi Sociale, Centro per la
Giustizia sociale, tra i protagonisti di innumerevoli lotte negli ultimi anni e
con il collettivo Mesdhe anche della lotta contro i CPR italiani nel Network
Against Migrant Detention. Battaglia sulla quale sono ancora fondamentali i
lavori di inchiesta di Kristina Millona e del collettivo Europe Other.
Quella scaletta e quel microfono davanti alla sede del primo ministro rendono lo
spazio pubblico una vera e propria agorà popolare, dove si alterano interventi
di persone di ogni generazione e provenienza, persino dei turisti che supportano
il movimento (al contrario dello spauracchio agitato da Edi Rama), incrociando
la memoria degli anziani alla volontà dei giovani albanesi, della Generazione
Zeta, i veri protagonisti della Rivoluzione, di costruire un futuro diverso.
“Una nuova Albania, Shqiperia e Re”, appunto, come recita uno dei cori più
gettonati ma anche uno dei tre grandi e alti striscioni, portati con le aste,
che ogni sera occupano il boulevard, assieme a quello che recita Albania is not
for sale tenuto dai militanti del partito Levizja Bashke, “Movimento insieme”, e
“Rama dorëheqje, Rama dimissioni”. La consigliera comunale di Tirana Mirela
Ruko, il segretario del partito Arlind Qori, il parlamentare Redi Muci sono tra
quelli sempre presenti.
Lunedì 15 giugno ne è apparso un altro che recita Europe, can you hear us? Alla
Commissione Europea il grido della rivoluzione in effetti è arrivato, ma al
momento la Commissaria all’Allargamento Marta Kos si è limitata a spiegare in
modo deludente e facendo indignare il movimento che stanno seguendo attentamente
le proteste e la vicenda in particolare di Poro-Narta, progetto sul quale ha
garantito che l’Albania dovrà rispettare pedissequamente gli standard ambientali
UE e il Chapter 27.
L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, attraverso un grande spazio
safe per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la
propria creatività, grazie anche all’instancabile lavoro e presenza di Fioralba
Duma di Mesdhe e Palestinaelire, attorno al quale le persone sono incordonate
per proteggerlo, ma anche la possibilità per le persone con disabilità di essere
accompagnate a parlare al microfono. Nei pressi dello spazio bimbi, è
inconfondibile la presenza delle sorelle Natasha, Elsa e Fatma Paja che con
Trivet_art documentano ogni istante delle proteste ovunque esse si svolgono e
lavorano sulle grafiche del movimento.
Nella stessa area del boulevard, durante le proteste è sempre presente anche il
Kolektivi Feminist, il Collettivo Femminista che si contraddistingue con il logo
di due fenicotteri che si guardano, rappresentando l’isola di Sazan e la laguna
di Narta, quasi baciandosi e si fondono in un unico corpo.
Tra la folla è impossibile non notare anche le aste che sorreggono dei
fenicotteri rosa fatti in legno e che sfilano a rullo di tamburi al grido
di Narta është e jona!, “Narta è nostra!” Con tra le altre, Denisa Kasa di
PPNEA, Protecting and Preservation of Natural Enviroment of Albania, la ONG che
dal 1991 si occupa della tutela degli ecosistemi albanesi e che è stata decisiva
in questi anni nel denunciare quello che stava accadendo, non solo a Zvernec,
Narta e sul delta del fiume Vjosa ma anche nell’impatto ambientale della
costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Vlorë.
Ed è proprio Vlorë, al di là del canale d’Otranto, da cui la Rivoluzione è
scoppiata il 30 maggio quando gli abitanti del posto hanno abbattuto le
recinzioni del cantiere del resort di Kushner e una giovane ragazza del posto,
Brunela Mërtiri, in un video diventato virale, ha urlato che quella terra è
nostra, non è loro. Lì è attivo tra gli altri anche Baki Goxhaj, attivista
albanese di Palestinaelire che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla e tra
coloro che ha subito il rapimento dell’esercito israeliano in acque
internazionali.
Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e
dell’editore)
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