Tag - albania

L’accordo sui centri in Albania non verrà rinnovato
Prima erano i “giudici rossi” a ostacolare i piani del Governo, e per questo attaccati violentemente. Poi Meloni ha presentato il piano Albania in Europa come un modello da seguire, proposta accolta a braccia aperte dagli altri stati UE, in cerca di escamotage per aggirare il diritto di asilo. Oggi, però, è il ministro degli Esteri albanese, Ferit Hoxha, a riportare tutti con i piedi per terra. L’accordo sui centri destinati a trasferire le persone soccorse in mare, nel tentativo di rimpatriarle rapidamente di fatto privandole dei loro diritti, non sarà rinnovato. Il motivo è semplice: l’Albania punta a entrare nell’Unione Europea entro il 2030, e il meccanismo alla base di questo piano (deportare persone in Paesi esterni all’UE) a quel punto non sarà più applicabile. Questa vicenda ha qualcosa di tragicomico e smaschera la fragilità dell’intero modello europeo dei centri nei Paesi terzi: un sistema che fa leva su Stati politicamente più deboli, promettendo in cambio vantaggi come l’ingresso nell’UE. Il risultato? Quasi un miliardo di euro di soldi pubblici italiani sprecati, e centinaia di persone trattate come pacchi postali, senza diritti e senza dignità. https://www.instagram.com/p/DYO96fttM0M/?igsh=ZjQzbzQyMzQ5ZWtp Sea Watch
May 13, 2026
Pressenza
“OLTRE IL FILO SPINATO”: HAMZA TAI TORNA SULLA ROTTA BALCANICA CON TELECAMERA E DOCUMENTI, IN BICI DA TRIESTE AD ISTANBUL
Il primo di maggio Hamza Tai è partito per realizzare il suo progetto documentaristico “Oltre il filo spinato”, incoraggiato da un nutrito gruppo di amiche e amici che hanno creduto in lui e che lo hanno accompagnato alla stazione di Verona Porta Vescovo. Il viaggio di Hamza inizia in treno, fino a Trieste, per poi continuare in bicicletta lungo i confini che nel 2019 attraversò da sud a nord per giungere in Italia. Pedalerà in Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia, Bulgaria e Turchia: l’arrivo è previsto tra un mese ad Istanbul. Hamza ha 28 anni e nel 2019 decide di lasciare la zona rurale di Casablanca, dove è cresciuto, per provare a raggiungere l’Europa. “In Marocco vedevo i miei amici e i miei cugini più grandi di me intrappolati in un sistema che non offriva futuro”, se non quello di laurearsi con la certezza di “scontrarsi con uno stipendio di 300 euro al mese e una stasi senza fine”. Così matura il sogno di “studiare psicologia in Germania”, ma è impossibile per un giovane marocchino ottenere un visto, poiché “le garanzie economiche richieste dai consolati sono muri invisibili, insuperabili per chi non possiede nulla”. L’unica strada era quella di tentare di arrivare in Europa percorrendo la rotta balcanica, partendo da Istanbul dove Hamza, come tanti giovani marocchini che hanno fatto la sua stessa scelta, ha potuto arrivare con un volo di linea e un documento che è valido solo per la Turchia. Dalla Grecia e per qualche anno, Hamza diventa invisibile poiché non ha i documenti in regola. Un viaggio che “è stato un mosaico di passi infiniti, treni clandestini, boschi bui, segnato dal freddo del filo spinato che strappa i vestiti e la pelle. Dopo quattro mesi di pericolo e sfide al limite della sopravvivenza sono arrivato a Trieste“. Dopo costose e lunghe trafile burocratiche, Hamza riesce a regolarizzare la sua posizione grazie ad una sorella con cittadinanza italiana, che gli permette di accedere al ricongiungimento familiare, quindi di ottenere il permesso di soggiorno. A Verona impara l’italiano alla scuola gestita da volontari e volontarie “Moussa Balde”, si forma come pizzaiolo grazie ai corsi organizzati dal Laboratorio Autogestito Paratod@s e impara così la professione che svolge ancora oggi presso la pizzeria sociale “I Roersi” di Bosco Chiesanuova. Sviluppa anche le sue doti artistiche cimentandosi nelle arti plastiche alla “Falegnameria Resistente”, dove ha allestito il suo atelier. “Oggi la mia vita è in Italia. Sono una persona nuova, ho regolarizzato la mia posizione e ho trovato la mia stabilità, ma quei traumi non sono scomparsi, sono rimasti lì”. Per questo decide di ripartire, “questa volta legalmente e con una telecamera in mano” per documentare quello che accade lungo quei confini e “dare un volto a chi è invisibile”. La determinazione e l’entusiasmo di Hamza sono contagiosi: in poco tempo organizza tre serate per raccogliere fondi con i quali compra una bicicletta adatta a compiere il viaggio. Apre anche un crowdfunding “per coprire i costi vivi della produzione: attrezzatura video per riprese in condizioni difficili, logistica, sicurezza e la post-produzione per far sì che questo materiale diventi un documentario che tutti possano vedere”. Pianifica le tappe del viaggio con l’associazione One Bridge To, che da dieci anni svolge attività di volontariato lungo la rotta balcanica. Lungo il suo viaggio incontrerà le persone che stanno percorrendo la rotta, come ha fatto lui nel 2019 e le organizzazioni che le supportano, a partire dalla Diaconia Valdese, da No Name Kitchen e dal Collettivo Rotte Balcaniche. Un percorso di introspezione volto a connettersi con la propria essenza e un’occasione per “trasformare le ferite in una testimonianza collettiva”. Abbiamo intervistato Hamza Tai poche ore prima della sua partenza per Trieste. Ascolta o scarica
Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@0
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
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Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@2
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
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Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
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Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
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April 20, 2026
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April 19, 2026
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