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Le ambiguità della “resistenza” iraniana all’estero. Intervista a Minoo Mirshahvalad
La rappresentazione della situazione politica iraniana offerta in questi anni dalla grande maggioranza dei media mainstream nel nostro Paese può essere facilmente accusata di superficialità. Da un lato, si racconta, c’è una spietata “dittatura teocratica”; dall’altro un popolo oppresso e ostile, pronto a rovesciarla, magari anche grazie al generoso (e […] L'articolo Le ambiguità della “resistenza” iraniana all’estero. Intervista a Minoo Mirshahvalad su Contropiano.
July 3, 2026
Contropiano
La diaspora si unisce alla Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania: il diritto a migrare, a tornare e a non essere costretti a partire, il dovere di resistere
Sabato 20 giugno, mentre il mondo ricordava la Giornata Mondiale del Rifugiato, la diaspora albanese è tornata a riempire le strade di Tirana, unendosi alla Rivoluzione dei Fenicotteri. Albanesi dall’Europa e dal Regno Unito, dagli Stati Uniti e dal Canada, ma anche da molti altri Paesi si sono uniti alla ventunesima giornata consecutiva di protesta, la giornata più partecipata nella storia del Paese. Nel mondo per l’occasione vengono ricordate milioni di persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni, povertà, crisi climatiche e distruzione dei propri territori. Per il popolo albanese il tema della migrazione è qualcosa di vivo, memore e tangibile. “Valixhet tona kanë ëndrra të thyera, të lidhura me fije pa fund” [Le nostre valigie portano sogni spezzati, legati da fili infiniti] scriveva una giovane in un cartello. Sull’altra faccia dello stesso cartellone si leggeva: “Valixhet e pushtetarëve kanë miliona. Ato nuk njohin as mund, kufi, as turp”, ossia: “Le valigie dei potenti contengono milioni e non conoscono né fatica, né confini, né vergogna”.  Su un altro c’era scritto “Na keni ndarë nga prindërit, por nga atdheu nuk na shkulni dot” (Ci avete separati dai genitori, ma dalla madrepatria non riuscirete a sradicarci). In queste frasi c’è la memoria di generazioni cresciute tra partenze, famiglie separate tra Paesi e continenti, che conoscono il dolore della distanza, il mall, la nostalgia, ma che rifiutano di essere trattate come assenti. Le immagini dei barconi degli anni Novanta, le partenze da Durrës e Valona, le frontiere chiuse, i visti negati, le attese infinite, lo stigma di essere “albanese”, le espulsioni e lo sfruttamento subito nel Paese di arrivo. La tragedia di Otranto, quando la Katër i Radës, partita dal porto di Valona, affondò dopo la collisione con la nave militare italiana Sibilla, nel marzo 1997. Poco prima il governo italiano aveva imposto il blocco navale per fermare le masse di migranti che scappavano dopo il collasso politico, economico e sociale prodotto dal crollo delle piramidi finanziarie, sistemi speculativi cresciuti con la tolleranza, la complicità e l’incapacità delle élite al potere di proteggere la popolazione. Milioni di risparmi dei cittadini andarono in fumo e l’Albania precipitò in una quasi guerra civile dove persero la vita circa 2.000 persone. Anche per questo Sazan, Valona e il Canale d’Otranto sono luoghi di memoria migrante e di resistenza. Da quella costa, negli anni Novanta, tante persone guardarono verso l’Italia perché la propria terra era stata resa invivibile da crisi, corruzione, saccheggio e assenza di speranza. La partecipazione numerosa alla manifestazione del 20 giugno di immigrati tornati solo per l’occasione ha ribadito che nessuno emigra davvero per scelta, nessuno dimentica la propria terra, nessuno smette di desiderare una casa in cui poter restare. Chi parte spesso lo fa perché è stato privato delle condizioni per vivere con dignità nel luogo in cui è nato. La diaspora non è marginale nella storia dell’Albania: ne è parte viva e una delle sue colonne portanti. L’Albania è oggi uno dei Paesi europei con una delle più alte proporzioni di popolazione all’estero rispetto a quella residente. Secondo il Migration Policy Institute, nel 2025 circa 2,3 milioni di cittadini albanesi vivevano fuori dal Paese, quasi la metà del totale. Altre stime parlano di una diaspora di oltre 1,2 milioni di persone nel 2024, pari a circa il 51% della popolazione residente. Il dato diventa ancora più drammatico se confrontato con la popolazione che vive oggi in Albania. L’INSTAT stima che al 1° gennaio 2026 la popolazione residente sia scesa a 2.335.930 abitanti. Il censimento 2023 aveva già registrato circa 420 mila residenti in meno rispetto al 2011. Secondo dati riportati da BalkanWeb sulla base di elaborazioni Eurostat/Monitor, solo tra il 2021 e il 2024 almeno 180 mila persone hanno lasciato il Paese, senza includere del tutto i dati di Grecia e Regno Unito. In tredici anni di governo Rama (3 mandati), l’emigrazione non solo non si è fermata, ma ha continuato a colpire nuove famiglie, comunità marginalizzate, giovani, studenti e professionisti: il 62% di chi è emigrato aveva meno di 35 anni. Eppure questa stessa diaspora continua a sostenere l’Albania, spesso svolgendo le funzioni non garantite dallo Stato: le rimesse che vanno fino al 4,5% del PIL (per le famiglie riceventi coprono in media il 41% del reddito), il sostegno alle spese quotidiane, alle cure mediche o all’ospitalità in caso di trattamenti all’estero, la fornitura di farmaci mancanti o inaccessibili, il diritto allo studio. Per molte famiglie, la diaspora rappresenta una forma concreta di welfare. Oggi però questa stessa diaspora non guarda più l’Albania da lontano e in modo solo assistenziale. Dall’anno scorso ha finalmente potuto esercitare anche il diritto di voto dall’estero, un diritto sancito dalla Costituzione senza distinzione di residenza. Grazie ai voli low cost, ai social media, alle competenze acquisite, alle reti costruite, ai legami familiari mai interrotti e a un diverso potere d’acquisto, la diaspora albanese torna, partecipa, prende spazio e parola. La mobilitazione albanese ormai trascende la sola questione ambientale: è diventata una battaglia per la democrazia, contro la privatizzazione dei beni comuni, la corruzione e l’esclusione di intere generazioni dalle decisioni sul proprio futuro. È naturale che si parli di migrazione nelle piazze albanesi: quasi ogni persona in piazza ha in famiglia qualcuno immigrato e si comprende meglio la colonizzazione in atto e le strutture di sudditanza e corruzione in atto in Albania e oltre. Il 20 giugno questo legame è diventato ancora più evidente, non solo perché coincideva con la Giornata del Rifugiato e con tre settimane di protesta, ma perché è stata anche la giornata più partecipata dall’inizio della mobilitazione. I corpi, le voci e la storia delle persone migrate riempivano i viali di Tirana per rendere visibile il meccanismo che produce l’esilio: si svuotano i territori e le persone che li abitano dei loro diritti; si privatizzano beni comuni, spazi pubblici, coste, lagune e montagne; si rende precario il diritto alla casa, alla salute, all’istruzione e al futuro; si rendono invivibili le città e l’aria e poi si presenta l’emigrazione come scelta individuale. Per questo la partecipazione massiccia della diaspora è stata una forma di giustizia, di resistenza e di rivendicazione. La piazza della Rivoluzione dei Fenicotteri dimostra che nessun popolo dovrebbe essere costretto a scegliere tra emigrare e vedere la propria terra venduta. Nessun ecosistema dovrebbe essere sacrificato in nome di un turismo che arricchisce pochi e lascia dietro di sé precarietà, cemento e perdita di accesso ai beni comuni. La diaspora torna anche per usare il privilegio della migrazione a sostegno di chi è rimasto. Torna per resistere insieme. Torna per dire che l’Albania non è una merce, né è una colonia turistica, una zona di detenzione di migranti per l’Europa, una terra vuota da scoprire o in attesa di investitori. La Rivoluzione dei Fenicotteri parla anche di libertà: “Për liri fluturojmë, për dinjitet qëndrojmë” [Migrare per la libertà, restare per la dignità]. E per questo, nella Giornata Mondiale del Rifugiato, la diaspora albanese ha portato una rivendicazione più ampia: ogni persona deve essere libera di migrare, ma anche libera di non dover migrare. La diaspora torna per affermare che non si contribuisce all’Albania solo fungendo da Stato fuori dallo Stato attraverso le rimesse, le vacanze e i simboli e che il patriottismo è anche responsabilità, giustizia, territorio e futuro. Fioralba Duma, attivista italo-albanese di Italiani Senza Cittadinanza e dei collettivi albanesi “Mesdhe” e “Palestina e lire”.   Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
Reportage dall’Albania in rivolta. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Dal microfono del boulevard più importante di Tirana non escono solo punti di vista o gli aggiornamenti quotidiani sulle novità che possono interessare il movimento e sul dibattito politico, come nel caso dell’uscita dal partito di Marjana Koçeku, la più giovane deputata del Partito Socialista, ma anche le azioni concrete. Da quel microfono infatti venerdì sera è stato promesso che la mattina seguente, sabato 13 giugno, nella spiaggia di Rrjoll, pochi chilometri a nord di Shengjin e dell’hotspot italiano, sarebbero state abbattute le reti e il filo spinato che come nella laguna di Zvërnec, delimitavano l’area dove dovrebbe sorgere un resort di lusso. Questa volta non della coppia Ivanka Trump-Jared Kushner e delle società a loro collegate, ma di un oligarca albanese, storicamente vicino a Sali Berisha ma in ottimi rapporti anche con il governo attuale: Bashkim Ulaj. Le reti sono andate giù, sotto i colpi dei residenti del posto e sotto gli occhi di una polizia che inizialmente ha cercato di intervenire, ma senza riuscire a contenere la rabbia e la determinazione dei manifestanti. La stessa cosa è accaduta la mattina seguente, domenica 14 giugno, quando nel villaggio di Dardhë, nella provincia di Librazhd, situato al centro dell’Albania, gli abitanti del luogo hanno abbattuto le recinzioni attorno alla centrale idroelettrica privata della società Lucente, che da mesi ha sottratto loro l’acqua potabile. Non sono solo i fenicotteri di Narta, disegnati, pitturati nelle magliette, negli striscioni, nei cartelli, nei visi e nelle braccia delle persone, il simbolo di questo movimento: giorno dopo giorno, il filo spinato e le recinzioni che sottraggono spazi di vita e diritti, abbattuti dalle persone che quei luoghi li abitano, sono una pratica replicata e replicabile. Nella spiaggia di Zvërnec i bulldozer e il filo spinato sono stati rimossi, a Rrjoll giacciono ancora a terra, a Librazhd l’acqua potabile per gli abitanti del villaggio sembra essere stata ripristinata in queste ore. Sabato sera, il 13 di giugno, dopo l’azione diretta del mattino, si è tenuta la manifestazione di protesta più grande mai vista nel Paese delle aquile: i bar erano vuoti, i media hanno trasmesso la diretta del corteo fino alla mezzanotte con sotto la didascalia “centinaia di migliaia di persone chiedono le dimissioni di Edi Rama”. Difficilmente quantificabili. In un Paese che conta 2,7 milioni di abitanti, sono numeri e stime incredibili, paragonabili a milioni di persone se scendessero in piazza in Italia. Domenica sera, nonostante fosse razionalmente difficile replicare, al quindicesimo giorno consecutivo, i numeri della sera prima, il corteo è stato nuovamente oceanico e ha bloccato per ore l’autostrada Tiranë – Durrës, generando una coda di 25 chilometri, fino alle 3 di notte, quando migliaia di persone hanno abbandonato la strada nella quale si erano sedute dopo essere state fermate dai mezzi antisommossa della polizia. In queste ore, la polizia ha annunciato che per almeno venti persone scatteranno le denunce. Il tema del conflitto di piazza non può essere letto con gli stessi schemi europei e italiani. Il movimento è radicale, è rivoluzionario, pratica l’azione diretta, ma è molto attento a non cadere nelle provocazioni che possono renderlo etichettabile e riconducibile alle memorie dalla cosiddetta “anarchia nel 1997” e della guerra civile, o alle modalità che Sali Berisha e il Partito Democratico utilizza nelle proprie manifestazioni. Le molotov contro i palazzi del potere che abbiamo visto nei mesi scorsi sono una ritualità organizzata da Sali Berisha, per trasmettere ai media internazionali un’immagine di un Paese in rivolta e quindi inaffidabile per i partner occidentali. Ma il Paese nei fatti non si è rivoltato per e con Sali Berisha. Anzi, lo ha considerato l’altra faccia del sistema. Un esempio lampante è stato quando al terzo giorno delle proteste di massa, nel Bulevard dei Martiri della Patria si sono schierati i mezzi antisommossa della polizia, sono state installate barriere e gli idranti hanno provato a disperdere la piazza. Eppure, la determinazione e la resistenza dei manifestanti hanno avuto la meglio. Nei giorni successivi, quel tipo di gestione dell’ordine pubblico non si è più vista. Ma l’onda della Rivoluzione dei Fenicotteri non sta investendo solo la patria: la diaspora albanese, ovvero i milioni di persone di origine albanesi presenti in tutto il mondo, più degli stessi abitanti in Albania, è scesa in piazza a migliaia e migliaia a livello globale. Non solo nelle grandi città come New York, Milano, Atene, Berlino, Parigi, Monaco, Sydney, Ginevra, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Padova, ma anche in città più piccole. Tutto in modo spontaneo, auto-organizzato, senza bandiere di partito, esattamente come accade a Tirana. Una diaspora che si è presentata in massa a Tirana sabato, viaggiando da tutti gli angoli del pianeta per prendere parola al microfono del palco della Rivoluzione, esprimendo al pari di chi a Tirana ci vive la stessa complessità che porta con sé l’essenza popolare del movimento albanese: progressismo, patriottismo, elementi innovativi, nostalgici e nazionalisti si incontrano nella necessità, quasi esistenziale, di abbattere il sistema di potere incarnato da Edi Rama in primis, ma anche da Sali Berisha. Una diaspora che soprattutto nelle sue componenti più giovanili, coloro che sono emigrati da piccolissimi o che sono nati all’estero, vede sempre più la costruzione di collettivi o comunque dinamiche di auto-organizzazione politica e sociale in tutto il mondo, alla ricerca dell’elaborazione della propria identità e cura della comunità, condividendo lotte e battaglie antirazziste e anticoloniali in movimenti più ampi come in Italia fa Zane Kolektiv. La popolarità e l’auto-organizzazione del movimento sono proprio gli elementi che mettono in difficoltà il governo, incapace di affrontare un fenomeno nuovo, anti-sistema ma non caotico nel suo modo di esprimere la democrazia diretta di una “nuova Albania”. Edi Rama ha paragonato il movimento alle squadracce fasciste e naziste, accusandole di voler imporre un pensiero unico e una superiorità morale, di arrogarsi il diritto di definire cos’è patriottico e cosa non lo è. Eppure, il governo non fa altro che raccogliere la sua stessa arroganza, la violenza verbale e della sottrazione di risorse, di spazi di vita e anche dei sogni di chi ogni anno scappa del Paese. Una volgarità e una violenza che la Generazione Zeta, i giovani cresciuti sotto a regime comunista già caduto, molti dei quali hanno vissuto la delusione della sconfitta del grande movimento studentesco e universitario del 2016 o dell’abbattimento del Teatro Nazionale di Tirana nel 2020, oggetto di un’occupazione e di una resistenza eroica di artisti e attivisti. Oggi questa generazione ha ribaltato in una creatività straordinaria, usando i fenicotteri come arma, “memetizzando” i fenicotteri, Ivanka Trump, ogni dichiarazione di Edi Rama, Sali Berisha, gli oligarchi, ma anche Giorgia Meloni, i mondiali di calcio che il governo sperava potessero abbassare il livello di partecipazione al movimento. Una creatività supportata da un uso massiccio dell’intelligenza artificiale nella creazione dei cartelli. Ma anche dei droni, che sorvolano costantemente le manifestazioni nella costante ricerca della ripresa più bella che diventerà virale sui social e sarà vista in tutto il mondo, oltre a dimostrare l’assurda oltre che improvvida affermazione di Edi Rama di aver conteggiato che i partecipanti sono solo duemila. Un esercizio che tra gli altri fa ogni sera Citizen.al, portale di informazione indipendente che attraverso le sue collaboratrici e attiviste come Entenela Ndrevataj svolgono un ruolo fondamentale. Una generazione che si sente europea ma riconosce le contraddizioni dell’Unione Europea, che non è più il mito dei loro genitori come negli anni ‘90, ma rimane comunque lo spazio privilegiato attraverso il quale costruire la propria democrazia, un Paese non corrotto, una giustizia non politicizzata, una tutela dell’ambiente e degli ecosistemi che la stessa UE oggi non riesce a difendere. In questo senso è potente la consapevolezza di essere per una volta esempio per gli altri, il richiamo all’Europa a fare quello che fanno loro, non il contrario. Per una volta, non imparare, non essere subalterni, ma insegnare qualcosa e dare una lezione al resto del mondo. Tra le strade di Tirana si respira aria di rivoluzione e gli attivisti e le attiviste ci credono. Abbiamo chiesto a molte persone, attivisti sociali, ambientalisti, compagne e compagni di strada che abbiamo intrecciato in altre lotte, se pensano di poter raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo, ricevendo risposte affermative, ma mai ingenue. Quello che il futuro del movimento ci riserverà non lo sappiamo, quel che è certo è che la Rivoluzione intende continuare ogni giorno a scendere in piazza alla stessa ora e a partire dallo stesso luogo. Sappiamo anche che l’Albania non potrà più essere la stessa e già non è più la stessa, perché Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare per una Shqiperia e re, un’Albania nuova. Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e dell’editore)   Comune-info
June 19, 2026
Pressenza
Il SIMposio 2026 http://storieinmovimento.org/2026/05/06/il-simposio-2026/?pk_campaign=feed&pk_kwd=il-simposio-2026 #didatticadellastoria #analisidecoloniale #archividimovimento #storiadellascienza #archividigitali #storiadellavoro #Coloniallegacy #postcoloniale #antifascismo #colonialismo #cronacanera #giornalismo #insegnanti #diaspora #SIMposio #scienza #lavoro #potere #scuola #musei #Blog
Il SIMposio 2026
Torna l'appuntamento dell'estate! Dal 23 al 26 luglio, SIMposio della conflittualità sociale. In questa ventesima edizione ci troveremo ancora a Marzabotto (Bo), ospitati dal Poggiolo – Rifugio Re_Esistente, a discutere di pratiche anticoloniali, scuola, lavoro, cronaca nera, scienza e potere  ma anche a giocare, ballare, ridere, camminare… L'articolo Il SIMposio 2026 sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Ilan Pappé: “Il destino di Israele è segnato”
Ilan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI. Questa «decolonizzazione» dello […] L'articolo Ilan Pappé: “Il destino di Israele è segnato” su Contropiano.
February 7, 2026
Contropiano
Polacchi versus antichi ebrei
Nei miei vari interventi pubblicati su Contropiano ho cercato di smontare le false narrazioni ideologiche dei sionisti, come quella che Dio, nella Torah, ha promesso la terra di Canaan agli israeliti. Questa affermazione suprematista e fondamentalista è semplicemente falsa perché Abramo non è mai esistito e la Genesi è al […] L'articolo Polacchi versus antichi ebrei su Contropiano.
October 17, 2025
Contropiano
Napoli. L’Africa ribelle si mostra in piazza
Anche quest’anno si è svolta a Napoli la celebrazione dell’AES l’alleanza degli stati del Sahel : Mali, Burkina Faso e Niger. Anche quest’anno presso l’anfiteatro di piazza Garibaldi. Meno gente dell’anno scorso anche perché il raduno richiama i cittadini della diaspora che vivono nel sud Italia. E poi ovviamente perché […] L'articolo Napoli. L’Africa ribelle si mostra in piazza su Contropiano.
July 13, 2025
Contropiano