Reportage dall’Albania in rivolta. Seconda parteLa prima parte dell’articolo si può leggere a questo link.
Dal microfono del boulevard più importante di Tirana non escono solo punti di
vista o gli aggiornamenti quotidiani sulle novità che possono interessare il
movimento e sul dibattito politico, come nel caso dell’uscita dal partito di
Marjana Koçeku, la più giovane deputata del Partito Socialista, ma anche le
azioni concrete. Da quel microfono infatti venerdì sera è stato promesso che la
mattina seguente, sabato 13 giugno, nella spiaggia di Rrjoll, pochi chilometri a
nord di Shengjin e dell’hotspot italiano, sarebbero state abbattute le reti e il
filo spinato che come nella laguna di Zvërnec, delimitavano l’area dove dovrebbe
sorgere un resort di lusso. Questa volta non della coppia Ivanka Trump-Jared
Kushner e delle società a loro collegate, ma di un oligarca albanese,
storicamente vicino a Sali Berisha ma in ottimi rapporti anche con il governo
attuale: Bashkim Ulaj. Le reti sono andate giù, sotto i colpi dei residenti del
posto e sotto gli occhi di una polizia che inizialmente ha cercato di
intervenire, ma senza riuscire a contenere la rabbia e la determinazione dei
manifestanti. La stessa cosa è accaduta la mattina seguente, domenica 14 giugno,
quando nel villaggio di Dardhë, nella provincia di Librazhd, situato al centro
dell’Albania, gli abitanti del luogo hanno abbattuto le recinzioni attorno alla
centrale idroelettrica privata della società Lucente, che da mesi ha sottratto
loro l’acqua potabile.
Non sono solo i fenicotteri di Narta, disegnati, pitturati nelle magliette,
negli striscioni, nei cartelli, nei visi e nelle braccia delle persone, il
simbolo di questo movimento: giorno dopo giorno, il filo spinato e le recinzioni
che sottraggono spazi di vita e diritti, abbattuti dalle persone che quei luoghi
li abitano, sono una pratica replicata e replicabile.
Nella spiaggia di Zvërnec i bulldozer e il filo spinato sono stati rimossi, a
Rrjoll giacciono ancora a terra, a Librazhd l’acqua potabile per gli abitanti
del villaggio sembra essere stata ripristinata in queste ore.
Sabato sera, il 13 di giugno, dopo l’azione diretta del mattino, si è tenuta la
manifestazione di protesta più grande mai vista nel Paese delle aquile: i bar
erano vuoti, i media hanno trasmesso la diretta del corteo fino alla mezzanotte
con sotto la didascalia “centinaia di migliaia di persone chiedono le dimissioni
di Edi Rama”. Difficilmente quantificabili. In un Paese che conta 2,7 milioni di
abitanti, sono numeri e stime incredibili, paragonabili a milioni di persone se
scendessero in piazza in Italia.
Domenica sera, nonostante fosse razionalmente difficile replicare, al
quindicesimo giorno consecutivo, i numeri della sera prima, il corteo è stato
nuovamente oceanico e ha bloccato per ore l’autostrada Tiranë – Durrës,
generando una coda di 25 chilometri, fino alle 3 di notte, quando migliaia di
persone hanno abbandonato la strada nella quale si erano sedute dopo essere
state fermate dai mezzi antisommossa della polizia. In queste ore, la polizia ha
annunciato che per almeno venti persone scatteranno le denunce.
Il tema del conflitto di piazza non può essere letto con gli stessi schemi
europei e italiani. Il movimento è radicale, è rivoluzionario, pratica l’azione
diretta, ma è molto attento a non cadere nelle provocazioni che possono renderlo
etichettabile e riconducibile alle memorie dalla cosiddetta “anarchia nel 1997”
e della guerra civile, o alle modalità che Sali Berisha e il Partito Democratico
utilizza nelle proprie manifestazioni. Le molotov contro i palazzi del potere
che abbiamo visto nei mesi scorsi sono una ritualità organizzata da Sali
Berisha, per trasmettere ai media internazionali un’immagine di un Paese in
rivolta e quindi inaffidabile per i partner occidentali. Ma il Paese nei fatti
non si è rivoltato per e con Sali Berisha. Anzi, lo ha considerato l’altra
faccia del sistema.
Un esempio lampante è stato quando al terzo giorno delle proteste di massa, nel
Bulevard dei Martiri della Patria si sono schierati i mezzi antisommossa della
polizia, sono state installate barriere e gli idranti hanno provato a disperdere
la piazza. Eppure, la determinazione e la resistenza dei manifestanti hanno
avuto la meglio. Nei giorni successivi, quel tipo di gestione dell’ordine
pubblico non si è più vista.
Ma l’onda della Rivoluzione dei Fenicotteri non sta investendo solo la patria:
la diaspora albanese, ovvero i milioni di persone di origine albanesi presenti
in tutto il mondo, più degli stessi abitanti in Albania, è scesa in piazza a
migliaia e migliaia a livello globale. Non solo nelle grandi città come New
York, Milano, Atene, Berlino, Parigi, Monaco, Sydney, Ginevra, Bologna, Firenze,
Genova, Torino, Padova, ma anche in città più piccole. Tutto in modo spontaneo,
auto-organizzato, senza bandiere di partito, esattamente come accade a
Tirana. Una diaspora che si è presentata in massa a Tirana sabato, viaggiando da
tutti gli angoli del pianeta per prendere parola al microfono del palco della
Rivoluzione, esprimendo al pari di chi a Tirana ci vive la stessa complessità
che porta con sé l’essenza popolare del movimento albanese: progressismo,
patriottismo, elementi innovativi, nostalgici e nazionalisti si incontrano nella
necessità, quasi esistenziale, di abbattere il sistema di potere incarnato da
Edi Rama in primis, ma anche da Sali Berisha.
Una diaspora che soprattutto nelle sue componenti più giovanili, coloro che sono
emigrati da piccolissimi o che sono nati all’estero, vede sempre più la
costruzione di collettivi o comunque dinamiche di auto-organizzazione politica e
sociale in tutto il mondo, alla ricerca dell’elaborazione della propria identità
e cura della comunità, condividendo lotte e battaglie antirazziste e
anticoloniali in movimenti più ampi come in Italia fa Zane Kolektiv.
La popolarità e l’auto-organizzazione del movimento sono proprio gli elementi
che mettono in difficoltà il governo, incapace di affrontare un fenomeno nuovo,
anti-sistema ma non caotico nel suo modo di esprimere la democrazia diretta di
una “nuova Albania”. Edi Rama ha paragonato il movimento alle squadracce
fasciste e naziste, accusandole di voler imporre un pensiero unico e una
superiorità morale, di arrogarsi il diritto di definire cos’è patriottico e cosa
non lo è. Eppure, il governo non fa altro che raccogliere la sua stessa
arroganza, la violenza verbale e della sottrazione di risorse, di spazi di vita
e anche dei sogni di chi ogni anno scappa del Paese. Una volgarità e una
violenza che la Generazione Zeta, i giovani cresciuti sotto a regime comunista
già caduto, molti dei quali hanno vissuto la delusione della sconfitta del
grande movimento studentesco e universitario del 2016 o dell’abbattimento del
Teatro Nazionale di Tirana nel 2020, oggetto di un’occupazione e di una
resistenza eroica di artisti e attivisti. Oggi questa generazione ha ribaltato
in una creatività straordinaria, usando i fenicotteri come arma, “memetizzando”
i fenicotteri, Ivanka Trump, ogni dichiarazione di Edi Rama, Sali Berisha, gli
oligarchi, ma anche Giorgia Meloni, i mondiali di calcio che il governo sperava
potessero abbassare il livello di partecipazione al movimento.
Una creatività supportata da un uso massiccio dell’intelligenza artificiale
nella creazione dei cartelli. Ma anche dei droni, che sorvolano costantemente le
manifestazioni nella costante ricerca della ripresa più bella che diventerà
virale sui social e sarà vista in tutto il mondo, oltre a dimostrare l’assurda
oltre che improvvida affermazione di Edi Rama di aver conteggiato che i
partecipanti sono solo duemila. Un esercizio che tra gli altri fa ogni
sera Citizen.al, portale di informazione indipendente che attraverso le sue
collaboratrici e attiviste come Entenela Ndrevataj svolgono un ruolo
fondamentale.
Una generazione che si sente europea ma riconosce le contraddizioni dell’Unione
Europea, che non è più il mito dei loro genitori come negli anni ‘90, ma rimane
comunque lo spazio privilegiato attraverso il quale costruire la propria
democrazia, un Paese non corrotto, una giustizia non politicizzata, una tutela
dell’ambiente e degli ecosistemi che la stessa UE oggi non riesce a
difendere. In questo senso è potente la consapevolezza di essere per una volta
esempio per gli altri, il richiamo all’Europa a fare quello che fanno loro, non
il contrario. Per una volta, non imparare, non essere subalterni, ma insegnare
qualcosa e dare una lezione al resto del mondo.
Tra le strade di Tirana si respira aria di rivoluzione e gli attivisti e le
attiviste ci credono. Abbiamo chiesto a molte persone, attivisti sociali,
ambientalisti, compagne e compagni di strada che abbiamo intrecciato in altre
lotte, se pensano di poter raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo,
ricevendo risposte affermative, ma mai ingenue. Quello che il futuro del
movimento ci riserverà non lo sappiamo, quel che è certo è che la Rivoluzione
intende continuare ogni giorno a scendere in piazza alla stessa ora e a partire
dallo stesso luogo. Sappiamo anche che l’Albania non potrà più essere la
stessa e già non è più la stessa, perché Rivolucioni e Flamingove, la
Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia
di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare per
una Shqiperia e re, un’Albania nuova.
Fonte: Municipiozero (pubblicato con l’autorizzazione degli autori e
dell’editore)
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