Non c’è un modo giusto per fare la guerra all’IranQuando la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e il direttore
della Cia John Ratcliffe si sono presentati davanti al Congresso la scorsa
settimana, sono stati sottoposti a un serrato interrogatorio sulla guerra in
Iran. La sua natura delle domande è stata rivelatrice, poiché molti Democratici
sembrano concentrarsi su irregolarità o errori strategici nella conduzione della
guerra piuttosto che sulla guerra in sé.
Alcuni Dem hanno incalzato Gabbard e Ratcliffe chiedendo loro se l’Iran
rappresentasse effettivamente una minaccia concreta per gli Stati uniti.
Gabbard, in particolare, è stata evasiva su questo punto. Ha ripetutamente
affermato il contrario in passato, ma in questo momento è impegnata a rimanere
nelle grazie di Donald Trump, a prescindere dall’ipocrisia e dall’umiliazione
che ciò comporta.
Altri Democratici, invece, sembravano preoccupati solo di criticare
l’amministrazione per come sta conducendo la guerra. Trump sapeva che l’Iran
avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz? Se no, perché? Sapeva quanto estesa sarebbe
potuta essere la rappresaglia iraniana contro gli interessi americani nelle
monarchie del Golfo? Gabbard e Ratcliffe non lo avevano informato adeguatamente,
o Trump semplicemente non li aveva ascoltati? A tratti, l’interrogazione
parlamentare sembrava avere gli stessi toni di un rimprovero fatto ai dirigenti
di medio livello durante una valutazione trimestrale delle prestazioni, dove gli
obiettivi aziendali sono dati per scontati e viene messa in discussione solo la
competenza del management.
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Anche John Bolton si è unito a questa critica sul modo in cui l’amministrazione
Trump sta conducendo la guerra di aggressione contro l’Iran. Bolton è stato uno
dei più noti guerrafondai della prima amministrazione Trump, sebbene, come molti
altri che hanno lavorato per Trump in passato, sia stato scaricato e sia
diventato un acerrimo oppositore del presidente. In un post sui social della
scorsa settimana, ha scritto:
> Nel 2018-19, ho sostenuto la necessità di un cambio di regime in Iran ogni
> volta che ne ho avuto occasione. Le voci vicine a Trump citavano spesso la
> capacità dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz come motivo per opporsi a
> un cambio di regime. Trump era pienamente consapevole di questa possibilità,
> eppure non si è preparato.
È vero che le decisioni dell’amministrazione sono state sconcertanti in modi
evidenti persino per chi accetta le premesse di base dell’intervento militare.
Trump ha incessantemente rimproverato gli alleati della Nato per non aver
utilizzato i loro eserciti per liberare lo stretto, ma non si è nemmeno
preoccupato di ottenere la loro collaborazione e di avvisarli in anticipo del
piano di attaccare l’Iran. Trump ha incitato gli iraniani a insorgere per
rovesciare il loro governo, ma ha bombardato selvaggiamente Teheran,
distruggendo così qualsiasi sostegno che avrebbe potuto ottenere dai liberali
laici concentrati nella capitale, che sarebbero stati la base di appoggio più
ovvia per una simile rivolta.
Inoltre, non è riuscito minimamente a ottenere il consenso (o il consenso
effettivo) dell’opinione pubblica americana per l’intervento. Prima ha affermato
di aver ritardato di molti anni la possibilità che l’Iran si dotasse di un’arma
nucleare grazie i bombardamenti dell’estate scorsa, e poi, improvvisamente, ha
dichiarato che la minaccia era così imminente e terrificante da non lasciargli
altra scelta se non quella di lanciare un attacco a sorpresa in stile Pearl
Harbor contro l’Iran, mentre i negoziati diplomatici erano ancora in corso.
Niente di tutto ciò ha senso. Ciò nonostante, nessuno dovrebbe permettere ai
Bolton di questo mondo di farla franca negando la responsabilità di quella
stessa catastrofe che hanno instancabilmente contribuito a provocare. Non c’è
mai stato un «modo giusto» di farlo.
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ERA INEVITABILE CHE ACCADESSE
Trump e Benjamin Netanyahu non avevano alcun diritto di scatenare una guerra di
aggressione. Anche se fingiamo che l’Iran fosse a pochi giorni dallo sviluppo di
missili balistici intercontinentali, l’idea che la Repubblica Islamica, che non
ha mai iniziato una guerra con nessuno in tutta la sua esistenza (sebbene abbia
spesso finanziato forze altrove, come fanno abitualmente Stati uniti e Israele),
si stesse per suicidare a livello nazionale dando vita a uno scontro nucleare è
sempre stata profondamente assurda. E non c’è bisogno di amare la teocrazia
iraniana per capire che Stati uniti e Israele non hanno il diritto di decidere
dall’esterno chi governerà il paese.
Ma anche a prescindere da questa questione di principio, la guerra non poteva
che trasformarsi in un sanguinoso disastro. Abbiamo già visto in azione questo
film, più e più volte, in un paese dopo l’altro. Nonostante tutta la
pianificazione del mondo, l’unica vera differenza tra l’Iran e i precedenti
obiettivi di regime change, come l’Iraq e l’Afghanistan, è che l’Iran ha una
capacità di difesa di gran lunga superiore.
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Se è già in corso una guerra civile, il supporto aereo a una delle parti può far
pendere l’ago della bilancia, come nel caso dell’intervento di Barack Obama in
Libia. Ma non esiste alcun caso nella storia mondiale in cui un cambio di regime
sia stato interamente determinato da una campagna aerea convenzionale. Gli unici
due modi in cui è stata ottenuta la «resa incondizionata», che Trump ha talvolta
affermato essere l’unica condizione che accetterà in Iran, sono stati le truppe
di terra o bombe atomiche. Non esiste inoltre alcun caso in cui una campagna di
bombardamenti abbia provocato una rivolta, prima inesistente, in grado di
rovesciare un governo. L’Iran non sarà il primo.
Se gli Stati uniti dovessero effettivamente inviare truppe di terra in Iran –
ipotesi che Trump e funzionari come il Segretario alla Guerra Pete Hegseth si
sono minacciosamente rifiutati di escludere – l’Iran non sarebbe il primo paese
della regione in cui un tentativo di imporre un cambio di regime con la forza
delle armi andrebbe a buon fine per gli Stati uniti. Come nel caso di Iraq,
Afghanistan e Libia, questa sarebbe però la ricetta per spargimenti di sangue e
caos, non per l’ascesa di un governo filo-americano con una legittimità popolare
duratura.
Sarebbe la ricetta grazie a cui giovani americani tornano a casa in bare avvolte
nella bandiera o si creano veterani profondamente traumatizzati, che faticano a
ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno da una società che tende a perdere
interesse per loro non appena la guerra finisce. È la ricetta che porta
generazioni di persone comuni nel paese colpito dall’aggressione militare a
crescere nutrendo un profondo odio verso gli aggressori che hanno ucciso o
mutilato i loro cari.
In nessun caso questa volta sarebbe potuta andare diversamente. Chiunque abbia
sostenuto questa guerra è pienamente responsabile della catastrofe. E non
dovrebbe mai essere loro permesso di dimenticarlo.
*Ben Burgis è editorialista di JacobinMag, dove è uscito questo articolo. È
professore a contratto di filosofia presso la Rutgers University e conduttore
del programma e podcast su YouTube Give Them An Argument. È autore di diversi
libri, tra cui il più recente Christopher Hitchens: What He Got Right, How He
Went Wrong, and Why He Still Matters.
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