
Sea-Watch 5, il tribunale annulla il fermo e la multa
Progetto Melting Pot Europa - Friday, September 18, 2026Le sanzioni erano state comminate con l’accusa di non aver comunicato con le autorità libiche durante un’operazione di soccorso nell’agosto scorso. L’organizzazione ha ritenuto illegittimo il provvedimento e ha presentato ricorso. La Sea-Watch 5 può ora tornare in mare per svolgere operazioni di soccorso.
A poco meno di un mese dal fermo della Sea-Watch 5 1, arriva dal Tribunale di Napoli una decisione che annulla il provvedimento imposto dalle autorità italiane. Il giudice ha infatti revocato i 45 giorni di fermo e la sanzione di 7.500 euro comminati alla nave dopo il soccorso di sei persone avvenuto il 13 agosto in acque internazionali.
Sea-Watch 5, fermo di 45 giorni: «Non collaboriamo con criminali e trafficanti»
Mentre il Mediterraneo continua a uccidere, il Governo Meloni ferma le navi di soccorso
Redazione
24 Agosto 2026
Al centro della contestazione c’era la scelta dell’equipaggio di non informare il cosiddetto centro di coordinamento libico dell’operazione di soccorso. La Sea-Watch 5 aveva invece informato le autorità italiane e i Paesi europei limitrofi.
Sea-Watch aveva impugnato il provvedimento, ritenendo illegittima la sanzione. In una decisione provvisoria, il Tribunale di Napoli ha accolto le argomentazioni dell’organizzazione, annullando sia il fermo sia la multa. La nave può ora tornare in mare e riprendere le operazioni di ricerca e soccorso.
La decisione del tribunale arriva su uno dei punti più controversi del cosiddetto decreto Piantedosi: l’obbligo per le navi civili di seguire le indicazioni delle autorità italiane e, durante le operazioni di soccorso, di comunicare con la cosiddetta guardia costiera libica.
Un obbligo che Sea-Watch continua a rifiutare, insieme alle organizzazioni riunite nella Justice Fleet, una coalizione di realtà civili di soccorso che contesta la collaborazione con attori libici coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani.
«Questa decisione fa vacillare una legge che era illegittima fin dall’inizio», afferma la portavoce di Sea-Watch Julia Winkler 2
Il riferimento è diretto al sistema che impone alle navi civili di considerare le autorità libiche come interlocutori nelle operazioni di soccorso.
«La Libia non è un luogo sicuro», prosegue Winkler.
«La cosiddetta guardia costiera libica è parte della violenza, dalla quale le persone fuggono – e non è un attore legittimo della ricerca e del soccorso in mare».
Una posizione che si inserisce nella denuncia già sollevata da Sea-Watch dopo il fermo della nave: il problema non riguarda soltanto una singola comunicazione mancata, ma la pretesa di imporre alle organizzazioni civili una collaborazione con strutture che le stesse organizzazioni ritengono responsabili di violenze contro le persone intercettate in mare.
«La collaborazione dell’UE con la Libia per esternalizzare il controllo delle migrazioni è un crimine contro i diritti umani. Punto», conclude Winkler.
La revoca del provvedimento rappresenta per Sea-Watch un ulteriore risultato sul piano giudiziario contro il sistema dei fermi amministrativi delle navi civili.
Secondo i dati diffusi dall’organizzazione, dal 2023 le autorità italiane hanno fermato le navi civili di soccorso più di 40 volte, sottraendo complessivamente oltre 900 giorni di operatività.
Quello della Sea-Watch 5 era già l’ottavo fermo imposto nel 2026. E fino alla metà di settembre, le navi civili sono state tenute lontane dalle operazioni di soccorso per oltre 200 giorni complessivi.
Il dato rende evidente la dimensione concreta di una politica che non si esaurisce nelle singole sanzioni. Ogni fermo significa una nave costretta a restare in porto, mentre nel Mediterraneo continuano le traversate e le segnalazioni di persone in difficoltà.
Secondo i dati riportati da Sea-Watch, nel 2026 sono già oltre 1.700 le persone morte o disperse sulle rotte attraverso il Mediterraneo. Dal momento dell’insediamento del governo guidato da Giorgia Meloni, l’organizzazione parla di oltre 10.000 persone che hanno perso la vita o risultano disperse nel Mediterraneo.
La decisione del Tribunale di Napoli consente dunque alla Sea-Watch 5 di tornare a operare. Ma per Sea-Watch il punto non è soltanto la possibilità di riprendere la navigazione: è la legittimità stessa delle norme utilizzate per limitare l’operatività delle navi civili.
Il fermo della Sea-Watch 5 si inserisce infatti in un sistema più ampio di controllo e contenimento della presenza delle organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale: fermi, sanzioni, obblighi di coordinamento e assegnazione di porti sempre più lontani.
Una serie di misure che, nei fatti, sottrae tempo alle operazioni di ricerca e soccorso.
La vittoria giudiziaria ottenuta a Napoli non restituisce però quei giorni. Come sottolinea Sea-Watch, «i successi giuridici non possono riportare indietro il tempo perso per le operazioni di soccorso».
La Sea-Watch 5 può ora tornare in mare. La questione sollevata dal suo fermo, però, resta aperta: fino a che punto può essere imposto alle navi civili di collaborare con quelle stesse autorità libiche che le organizzazioni di soccorso considerano parte del sistema di violenza e respingimento lungo le rotte del Mediterraneo?
- Sea-Watch 5 ferma per 45 giorni: noi non collaboriamo con criminali e trafficanti, il Governo italiano può dire lo stesso? (Sea Watch, 23 agosto 2026) ↩︎
- Sea-Watch gewinnt vor Gericht: Festsetzung der Sea-Watch 5 in Neapel aufgehoben, Sea Watch (17 settembre 2026) ↩︎