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La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sul rispetto delle normative internazionali, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni): in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura. È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
Mamma Africa: la voce di una madre che attraversa il mare
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per molti aventurier è una presenza, una voce che arriva quando il viaggio si fa confuso, pericoloso o solitario. Nel Mediterraneo delle frontiere e delle attese, dove le informazioni possono valere quanto il denaro o il cibo, Maman Marino è un punto di riferimento. Condivide notizie, verifica voci, raccoglie richieste di aiuto, segue le tracce di chi è scomparso. La sua forza nasce dalla fiducia ed è una rete di protezione per le persone che si scambiano informazioni, racconti e tragedie lungo le rotte del Mediterraneo. Per la sua cura e per rispetto molti la chiamano maman.  Maman Africa ricorda che le frontiere sono fatte di muri, pattuglie e documenti, naufragi, carceri, liberazioni, imbrogli, previsioni per il viaggio. Ma non solo. Sono ricamate  anche di parole di cura.  MAMAN MARINO a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas Maman Marino, o Madame Marino, è una figura emblematica per gli aventurier, il cui nome risuona negli spazi sociali e digitali del Mediterraneo centrale. Attraverso una presenza capillare sulle piattaforme dei social media, Madame Marino, una signora francese sulla sessantina, ha dato vita a: un’iniziativa di solidarietà e di aiuto reciproco, attraverso la condivisione di risorse informative critiche per quanti sono in viaggio; una piattaforma mediatica «dal basso» che offre uno spazio di comunicazione orizzontale per gli aventurier; un «brand» del web riconosciuto da tutti coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale. Nel quadro di un processo di digitalizzazione della comunicazione che ha interessato, con velocità e gradi diversi di infra strutturazione, sia le popolazioni del Global North che quelle del Global South, da alcuni anni si assiste all’utilizzo di app come WhatsApp o Telegram, o social media come Facebook o Instagram, per la comunicazione peer-to-peer da parte delle persone irregolarizzate. Pur essendo presente su diverse piattaforme, la sua attività si concentra su Facebook, la cui pagina, all’agosto del 2025, conta circa centomila follower. L’esperienza di Madame Marino come referente nel campo dell’informazione per gli aventurier, per il Mediterraneo centrale, si inserisce in un contesto più ampio in cui ogni rotta migratoria vede la presenza di figure-simbolo solidali, utili e affidabili a cui sono attribuite funzioni di circolazione e validazione delle informazioni. È il caso della pagina Facebook di Helena Maleno Garzon per quanto concerne l’Atlantico e il Mediterraneo occidentale e quella di Tommy Olsen di Aegean Boat Report per il Mediterraneo orientale. Attualmente le sue pagine sui social media si rivolgono principalmente ai migranti francofoni e sono lo scenario di una molteplicità di richieste di aiuto e di scambi di informazioni sulle condizioni meteo nel canale di Sicilia o su ciò che accade negli zitounes di Sfax, dove molti migranti sono accampati in attesa di lasciare la Tunisia; sulle persone scomparse o sulle domande riguardanti le necessità materiali di chi è in viaggio; sugli sbarchi a Lampedusa o sui naufragi; nonché sulle truffe operate da falsi cokseur e arnaquer (si veda Cokseur). Madame Marino attraverso i social media sfida la legittimità delle restrizioni imposte dallo stato alla mobilità umana e rivela attraverso il suo lavoro le continue violazioni dei diritti umani e la razzializzazione delle persone in viaggio. Allo stesso tempo il lavoro volontario di Madame Marino mette in discussione il monopolio da parte delle emittenti e dei network dell’informazione, dimostrando che anche in scenari complessi, caratterizzati da forti restrizioni della libertà, è possibile produrre un’informazione di qualità dal basso. Madame Marino gestisce personalmente i suoi account, controllando ogni informazione prima della pubblicazione attraverso un lavoro continuo e una rete capillare di corrispondenti in tutto il Nord Africa. Per il suo ruolo, Madame Marino è stata ripetutamente minacciata e, dal 2021, i suoi account Facebook sono stati chiusi numerose volte. Per le persone in movimento Madame Marino è per tutti maman. Emerge così la dimensione affettiva che lega questa esperienza di solidarietà ai suoi follower. Interviste MAMA AFRICA: QUANDO LA CURA SFIDA LA VIOLENZA Intervista a Marino Dubois, attivista e testimone degli abusi e delle violazioni ai confini del Mediterraneo 21 Ottobre 2025 ESEMPI DAL CAMPO  Lampedusa 24 agosto. 100 persone arrivate dalla Libia: Egitto, Sudan, Pakistan, Siria. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Tunisia Sfax. Naufragio di una barca di 130 persone. È deceduta Odia, di nazionalità della Guinea. Viveva al km 33 e prima al 31. Riposa in pace Odia. Sincere condoglianze alla sua famiglia, ai fratelli, alle sorelle, a tutti gli aventuriers, alla comunità guineana. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Per favore, Maman Marino Dubois, spiega ai miei fratelli e sorelle che non sono più in Tunisia, per poterli aiutare a fare l’iscrizione all’Oim. Spiacente, compagni, sono ritornato al mio paese, non posso più aiutarvi. Buona fortuna a tutti, vi ringrazio. Fatou Kaissa del km 27 Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Sempre, sempre, ci sono problemi, ci sono chiamate… In effetti io sono la confidente, sono l’amica, sono la mamma, sono la sorella, sono la psicologa, sono l’infermiera; adesso da una settimana seguo un bambino che ha la tosse e la tubercolosi, faccio mille cose, risolvo persino dei problemi matrimoniali, diciamo così. Ad esempio, ora una donna è incinta di otto mesi negli zitounes e l’uomo è andato via a Tunisi senza aiutarla… Mi hanno chiesto di parlare con quest’uomo perché si assuma le sue responsabilità… Insomma, seguo storie di cuore, di soldi, di barche e di naufragi, di prigioni, di Libia. Sono sopraffatta, è un’occupazione a tempo pieno, la notte mi chiamano a tutte le ore, loro non hanno ora, hanno bisogno di parlare. Intervista con Maman Marino, agosto 2025
Il volo. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée. Questo reportage prova ad esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio – ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti. Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso, frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL VOLO In molti cercano di raccontare il Mediterraneo Centrale e le frontiere di mare: ricercatori, attivisti, operatori sociali e umanitari a bordo di navi di soccorso o presenti sui moli, ad attendere gli approdi. Io ne faccio parte. Provo a descrivere cosa siano le frontiere liquide, gli arrivi, cosa accada quando qualcuno, dopo anni di tentativi, riesce finalmente a scalfire il muro di questa fortezza e a penetrarne l’interno. Cerco di capire e di raccontare chi siano le persone che attraversano, al di là dei numeri. Lo faccio portando anche quello che sono. Abito un Mediterraneo che mi abita, da sempre: in questo spazio blu naviga, galleggia o affonda anche qualcosa di me 1.  L’idea di raccontare cosa si veda dal cielo è nata a maggio di questo 2026 e si è concretizzata velocemente: a giugno ero già a conoscenza del fatto che avrei potuto affiancare la crew di Albatross la prima settimana di agosto. Le ONG che dispongono di aerei che volano sul Mediterraneo centrale sono tre; tra queste, due hanno anche una flotta navale. Si tratta di Sea Watch e Sos Méditerranée. La prima e Pilotes Volontaires lo fanno da diversi anni; l’ultima in ordine di tempo è SOS Méd che ha iniziato la sua attività in cielo a novembre 2025.  Il resoconto che segue, nasce dai miei scambi con l’equipaggio di Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito da Sos Méditerranée insieme a Humanitarian Pilot Initiative, che ha base a Lampedusa e sorvola il central Med. Trova origine da un tempo condiviso con l’equipaggio di terra e cielo e, ancora una volta, dall’incrocio di sguardi e parole, dal ricamo generato dal tempo, dall’ascolto e dall’osservazione. RITORNARE SULL’ISOLA Gli aerei che perlustrano il Mediterraneo centrale sono sottomessi alle stesse leggi e agli stessi decreti delle navi che fanno soccorso. Lampedusa è la loro base di decollo e atterraggio. L’ultima volta che sono stata su questo lembo di terra, è stato qualche mese fa, durante la rotation 10 con Nadir della ONG ResqShip. In questi mesi che sono trascorsi, ho ascoltato storie di donne provenienti da Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali. Racconti che non mi hanno spostata dal Mediterraneo centrale, solo portata molto più a sud, alle frontiere esterne dell’Europa, proprio quelle che con accordi coi Paesi terzi e finanziamenti a sedicenti guardie costiere sono efficacissime nel trattenere le persone e respingerle fino a farle scomparire. Le testimonianze che ho raccolto mi hanno affinato lo sguardo e appesantito la coscienza. Atterro di notte a Lampedusa. L’isola è spazzata da uno scirocco che rende l’aria umida e rovente; si appiccica addosso come un pensiero insistente e fastidioso. Dura da settimane. Irrespirabile. A tratti si sente l’odore dell’elicriso e di salsedine. Odore di Mediterraneo. Arrivo cosciente che per l’ennesima volta la situazione è cambiata. Gli approdi sono diminuiti e non so più chi abbia accesso ai moli tra le associazioni e le ONG con cui ho sempre fatto accoglienza. Alcuni cambiamenti sono stati dettati dall’arrivo del papa in visita. Questioni di sicurezza e d’ordine, pare. Era il mese di luglio 2026, proprio poco tempo dopo l’approvazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ennesima vergogna dell’UE. Arrivo sull’isola qualche giorno dopo quello che è descritto come l’assalto dei migranti marocchini all’Europa: “Da giovedì scorso, si sono registrati circa 50.000 ingressi e almeno 84 persone morte nel tentativo di raggiungere Ceuta e Melilla, altra enclave spagnola sulla stessa costa”. I social trasmettono video corti di migliaia di persone che escono dall’acqua e arrivano in spiaggia, pullulano di commenti in cui si descrive l’assalto di un’orda di esseri umani. I politici si vomitano addosso responsabilità e si coprono di accuse. Italia e Spagna arrivano a chiudere le proprie frontiere nello spazio Schengen. Ripicche alla corte dei grandi 2. Pochi i commenti sensati e nessuno che riconosca a queste persone il coraggio di aver nuotato per ore per arrivare in un’Europa che sta in Africa. Un’Europa che si dichiara invasa in una terra non sua. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE VOLARE. FORSE. Arrivo a Lampedusa per sorvolare il Mediterraneo centrale e, all’inizio, sono banalmente preoccupata da questioni tecniche: quante ore di volo, come si resiste in uno spazio così piccolo, il caldo, i movimenti. Per questo scopro con presuntuoso disappunto che gli aerei della flotta civile che pattugliano il cielo possono avere problemi tecnici. Se il mio desiderio di volare è un imperativo, capisco in fretta che devo cominciare ad usare il condizionale: dovrei volare, ma nulla dipende da me e dalla mia volontà. All’indomani del mio arrivo, ho il primo appuntamento coi membri dell’equipaggio di Albatross. Sono sette, l’unico uomo è il pilota. I primi scambi con la capo missione li ho avuti via messaggio qualche giorno prima del mio ennesimo ritorno sull’isola.  Incontro, in un appartamento in paese, sette persone che condividono senza sosta il loro tempo e spazio; vivono e lavorano insieme, alternando un mese di attività e uno di stand by. Mi raccontano che, nei momenti in cui sono in off, lasciano l’isola, per respirare e “staccarsi” da un quotidiano in cui non si contano le ore e in cui la fine dell’attività non si chiude col volo, perché quando si atterra si scrivono rapporti, si studiano e analizzano i dati. E poi, dopo circa cento ore di volo, l’aereo deve andare in mantenance e fare uno stop di controllo. Nella squadra sono tutte donne, pilota a parte: una capo missione, due TACCO 3 che si alternano, una responsabile della logistica e della raccolta dati, una responsabile media e del monitoraggio, il pilota e una persona di supporto a terra. Sono colpita da questo equipaggio giovane, tecnicamente altamente preparato e competente, i cui membri hanno alle spalle, spesso, anni di navigazioni e soccorso in mare, lunghi periodi di attività con persone migranti in luoghi di frontiera, moltissime ore di volo. Il loro lavoro è un atto politico: sento la loro ostinazione ad esserci in un cielo che è uno spazio diviso, sorvegliato, giuridicamente frammentato.  Perchè questo piccolo aereo si sia unito agli altri della flotta civile, me lo spiegano i membri della crew: perché esiste uno spazio vuoto di osservazione e interventi e che proprio lì, gli aerei civili – Albatross, Seabird, Colibri – documentano ciò che altrimenti rimane ignorato. Nel 2025 la situazione si è progressivamente inasprita: la guardia costiera libica ha attaccato l’Ocean Viking in acque internazionali. Poche settimane dopo, colpi d’arma da fuoco contro la Sea-Watch 5. Catalogarli come incidenti isolati è riduttivo. Parlano, piuttosto, di un sistema sempre più consolidato: respingimenti, soccorsi negati, violenza. Per questo SOS Méditerranée ha deciso di “ingrandire il suo campo d’azione” e si è lanciata con il progetto di sorvegliare e osservare anche il cielo. Le attività dell’Albatross sono cominciate a novembre 2025, in un’alternanza tra attività e tempo in off. Un volo medio dura tra le cinque e le sette ore. Ci sono giorni di doppio volo, mattina e pomeriggio: l’equipaggio in questo caso supera anche le dieci ore in aria nell’arco di 24 ore. La flotta aerea civile, come accade anche in mare, cerca di organizzarsi in modo tale da essere costantemente presente in cielo. Per questo, le diverse organizzazioni comunicano tra di loro per assicurarsi che ci sia sempre almeno un aereo operativo. La capo missione, Mila 4, sottolinea che esiste una forma di cooperazione naturale con le altre ONG e che talvolta questo accade anche con Frontex: «Una volta ci ha chiesto per quanto tempo potevamo restare in volo per sorvegliare un target» mi spiega. I piloti, esperti e competenti, sono invece volontari messi a disposizione da un’associazione svizzera, Humanitarian Pilot Initiative, che è stata la prima a svolgere azione di monitoraggio del Mediterraneo Centrale. Nei giorni che seguono il mio arrivo, condivido tempo prezioso coi membri di questo equipaggio che ha appena ripreso la sua attività. Li percepisco febbrili in questa loro ripresa. La prima immagine a rimanermi impressa è quella di un terrazzo assolato su cui saliamo per assistere al primo volo: l’Albatross ci passa sopra la testa. Ne percepisco il suono del motore, ma non riesco a vederlo sopra la mia testa. Quando alzo lo sguardo si è già allontanato all’orizzonte per perlustrare. E’ il primo volo dopo il periodo di pausa: un rodaggio necessario prima di iniziare l’attività vera e propria. 1. Haraway, D. (1988), “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, in Feminist Studies, vol. 14, n. 3, pp. 575-599 (p. 581) ↩︎ 2. ‘Controlli alle frontiere con l’Italia’, arriva la ritorsione di Madrid – Ansa.it, 7 agosto 2026 ↩︎ 3. TACtical COordinator (coordinatore tattico). È, in volo, il membro dell’equipaggio responsabile di coordinare le attività della parte dell’equipaggio addetta alla conduzione tattica dell’aereo e dei suoi sistemi – nelle missioni di pattugliamento marittimo, controlla le attività di tutti gli operatori. Analizza le informazioni ricevute durante il volo e mette in atto le strategie disposte dal comandante ai comandi ↩︎ 4. Questo è un nome di finzione, come quello degli altri membri dell’equipaggio ↩︎
Cosiddetta Guardia costiera libica, due persone in mare durante l’intercettazione: poi gli spari contro la Louise Michel
Una motovedetta ha aperto il fuoco contro la Louise Michel in acque internazionali, mentre due persone erano cadute in mare durante un’intercettazione. Sea-Watch: «Questo è il vero prezzo della propaganda sui confini chiusi». L’episodio è avvenuto il 26 agosto, mentre la Louise Michel si stava avvicinando a un gommone con circa 40 persone a bordo, segnalato dall’aereo Seabird 3 di Sea-Watch. Secondo la ricostruzione dell’organizzazione, la cosiddetta Guardia costiera libica stava procedendo all’intercettazione del gommone. Due persone sono cadute in mare. > Da quando sabato scorso il Ministro Piantedosi ha ribadito che le milizie > libiche sono “autorità competenti”, queste si sono impegnate per mostrare la > loro vera natura. L’ultimo episodio è di ieri, quando una motovedetta libica > ha di nuovo aperto il fuoco in acque internazionali. > pic.twitter.com/pTnq9Lntx7 > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) August 27, 2026 «Invece di recuperarle, la motovedetta libica, classe Bigliani donata dall’Italia nel 2017, si è avvicinata alla Louise Michel e ha sparato due colpi d’arma da fuoco», denuncia Sea-Watch. L’equipaggio della Louise Michel non è rimasto ferito. Le due persone cadute in mare sono però rimaste in acqua mentre faceva buio. Dal Seabird 3 sono state ripetute via radio le richieste di intervenire per recuperarle. «Solo al calare della notte sono state recuperate», riferisce Sea-Watch. Per le due persone e per le altre 38 a bordo del gommone, l’esito dell’intervento è stato il respingimento verso la Libia. L’episodio arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha definito le milizie libiche «autorità competenti». Sea-Watch collega direttamente le dichiarazioni del ministro all’episodio avvenuto in mare. «Da quando sabato scorso il Ministro Piantedosi ha ribadito che le milizie libiche sono “autorità competenti”, queste si sono impegnate per mostrare la loro vera natura», scrive l’organizzazione. «L’ultimo episodio è di ieri, quando una motovedetta libica ha di nuovo aperto il fuoco in acque internazionali». Notizie/In mare SEA-WATCH 5, FERMO DI 45 GIORNI: «NON COLLABORIAMO CON CRIMINALI E TRAFFICANTI» Mentre il Mediterraneo continua a uccidere, il Governo Meloni ferma le navi di soccorso Redazione 24 Agosto 2026 La motovedetta coinvolta, sottolinea Sea-Watch, è una delle unità classe Bigliani donate dall’Italia alla Libia nel 2017, nell’ambito della cooperazione sul controllo delle frontiere e dei flussi migratori. L’organizzazione richiama infine i numeri delle intercettazioni effettuate dalla cosiddetta Guardia costiera libica: «Dal 2023, a 275mila persone è stato impedito di raggiungere le coste Italiane». Per il Governo Meloni, scrive Sea-Watch, questo rappresenta il «successo» della partnership con le autorità libiche. Ma, conclude l’organizzazione, «la realtà è quella che abbiamo visto ieri». «Questo è il vero prezzo della propaganda sui confini chiusi».
Sea-Watch 5, fermo di 45 giorni: «Non collaboriamo con criminali e trafficanti»
La nave di Sea-Watch è stata fermata dalle autorità italiane dopo il soccorso di sei persone in acque internazionali. A determinare il provvedimento, la scelta dell’equipaggio di non informare il centro di coordinamento libico: «Un’autorità fantoccio che serve a legittimare criminali e trafficanti», denuncia l’organizzazione. Quarantacinque giorni di fermo e una sanzione di 7.500 euro per la Sea-Watch 5. Il provvedimento è arrivato dopo il soccorso, il 13 agosto, di sei persone in acque internazionali. L’equipaggio aveva informato le autorità italiane e i Paesi europei limitrofi, ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico. È proprio la mancata comunicazione alle autorità libiche a essere contestata alla nave. Sea-Watch rivendica invece quella scelta e denuncia l’impossibilità di considerare il centro libico un interlocutore legittimo. Poco dopo l’operazione di soccorso, racconta l’organizzazione, uomini armati avevano puntato un fucile contro la nave intimando all’equipaggio di allontanarsi dal «loro territorio». «Sono queste – denuncia l’ONG – le “autorità competenti” a cui si riferisce il ministro Piantedosi? Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare, e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti?». Il caso riporta così al centro il ruolo affidato alla Libia nel controllo della frontiera europea. Attraverso finanziamenti, mezzi, formazione e accordi, Italia e Unione europea hanno costruito un sistema nel quale le autorità libiche intercettano le persone in mare e le riportano in un Paese dove sono documentate da anni detenzioni arbitrarie, torture, violenze ed estorsioni. È in questo quadro che Sea-Watch rifiuta di riconoscere il centro di coordinamento libico come autorità con cui cooperare. Nel comunicato l’organizzazione richiama anche figure come Bija, Osama Almasri e Saddam Haftar, per sottolineare le relazioni costruite negli anni dalle istituzioni italiane con apparati e uomini del potere libico accusati di gravi violazioni. Il provvedimento arriva inoltre mentre il Mediterraneo continua a produrre vittime. Nello scorso fine settimana Sea-Watch e altre realtà della società civile hanno segnalato 14 corpi senza vita alla deriva, in quello che l’organizzazione definisce un altro «naufragio fantasma». In questo scenario, il fermo della Sea-Watch 5 non è un episodio isolato. Alle navi delle organizzazioni civili vengono imposti fermi e sanzioni, vengono contestate le modalità degli interventi e le richieste di coordinamento, mentre vengono assegnati porti di sbarco sempre più lontani. Una serie di misure che riduce concretamente la possibilità di intervenire nel Mediterraneo centrale. È questa la politica che Sea-Watch definisce una forma di propaganda: presentare come controllo efficace delle frontiere una strategia che continua a spostare il controllo delle migrazioni fuori dai confini europei, affidandolo anche a soggetti come le autorità libiche. La contraddizione riguarda anche il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, sostenuto nei mesi scorsi dal Governo italiano. Mentre Roma rivendica una maggiore capacità di gestione delle frontiere, altri Stati membri stanno utilizzando le nuove regole per trasferire in Italia le persone considerate di competenza italiana secondo il sistema di Dublino. Da una parte, dunque, il Governo rivendica il rafforzamento dei controlli e colpisce le organizzazioni che intervengono in mare. Dall’altra, le conseguenze delle politiche europee continuano a produrre trasferimenti e rimpalli tra Stati, mentre le persone rimangono al centro di un sistema nel quale la responsabilità viene continuamente spostata altrove. Il fermo della Sea-Watch 5 è parte di questa politica: restringere gli spazi del soccorso, rafforzare l’esternalizzazione delle frontiere e trasformare la presenza delle navi civili nel Mediterraneo in un problema da reprimere.
Life Support, 57 persone soccorse: sette morte durante la traversata. Due evacuate in condizioni critiche
La nave di EMERGENCY ha soccorso un’imbarcazione sovraffollata nelle acque internazionali della zona SAR libica. A bordo anche 29 minori non accompagnati. Sette persone erano già morte, due in condizioni critiche per soffocamento. Alle autorità era stato chiesto un porto vicino, ma è stato assegnato Bari, a 632 miglia nautiche dal luogo del soccorso. Sette persone morte, due in condizioni critiche per soffocamento e altre nove bisognose di assistenza medica. È il bilancio del soccorso effettuato lunedì 17 agosto dalla Life Support di EMERGENCY nel Mediterraneo centrale. L’operazione si è conclusa alle 8:07, dopo che l’imbarcazione, una barca di legno a doppio ponte, era stata individuata alle 6 del mattino. «I naufraghi – spiega l’ONG – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne». Secondo quanto riferito da EMERGENCY, la situazione è apparsa subito particolarmente grave. «Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave», racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. La presenza della motovedetta libica non ha interrotto l’operazione. «A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata», spiega Nanì La Terra. È durante il soccorso che il team della Life Support ha scoperto la gravità delle condizioni delle persone a bordo. «A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio», racconta il capomissione. «Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento». Il numero complessivo delle persone soccorse è di 57, mentre il comunicato di EMERGENCY specifica che 50 erano ancora in vita al momento del completamento dell’operazione: 45 uomini e 5 donne. Tra loro ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, 26 maschi e 3 femmine. Nove persone necessitavano di assistenza medica. PH: Michele Bertelli, EMERGENCY Per le due persone in condizioni critiche, il personale sanitario della Life Support ha richiesto immediatamente un’evacuazione medica urgente. Il MedEvac è stato completato alle 14:14, trasferendo le due persone a terra per le cure necessarie. Ma mentre l’emergenza sanitaria veniva affrontata, si apriva un’altra questione: quella del porto di sbarco assegnato dalle autorità italiane. Subito dopo il soccorso, EMERGENCY aveva chiesto alle autorità l’assegnazione di un Place of Safety vicino, proprio considerando le condizioni delle persone soccorse e il bilancio dell’intervento. La richiesta non è stata accolta: il porto assegnato è Bari, distante circa 632 miglia nautiche, pari a circa tre giorni di navigazione dal luogo del soccorso. Una decisione che, secondo EMERGENCY, impone alle persone sopravvissute alla traversata e al naufragio ulteriori giorni in mare, nonostante le condizioni fisiche e psicologiche già compromesse. «Una decisione che significa costringere i naufraghi, soggetti vulnerabili che hanno già alle spalle esperienze difficili e traumatiche e che dovrebbero raggiungere un posto sicuro nel minor tempo possibile, a ulteriori giorni di navigazione», denuncia l’organizzazione. Il viaggio verso Bari comporta inoltre il rinvio dell’accesso alle procedure di protezione e ai servizi di cui le persone soccorse hanno bisogno. Il tema del Place of Safety torna così a intrecciarsi con quello delle politiche di gestione delle frontiere nel Mediterraneo: anche dopo essere state individuate e soccorse in acque internazionali, persone sopravvissute a una traversata segnata dalla morte vengono mantenute per altri giorni a bordo di una nave di soccorso, in attesa di poter raggiungere un porto sicuro. A bordo della Life Support, intanto, lo staff di EMERGENCY continua a seguire le persone soccorse e a garantire loro assistenza. La nave SAR di EMERGENCY opera in questa regione dal dicembre 2022 e, da allora, ha soccorso complessivamente 3.588 persone.
Undici corpi in mare e due intercettazioni violente: il Mediterraneo sempre più pericoloso
Undici corpi in avanzato stato di decomposizione, alcuni ancora con i vestiti addosso, altri tenuti a galla da camere d’aria di pneumatici. È quanto ha osservato il 14 agosto l’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito congiuntamente da SOS Méditerranée e Humanitarian Pilots Initiative (HPI), durante un volo sul Mediterraneo centrale. L’equipaggio ha abbassato la quota per poter distinguere meglio la scena. Le circostanze e il momento esatto del naufragio restano sconosciuti. «Questa testimonianza è un duro promemoria delle conseguenze umane delle politiche letali dell’Europa, improntate all’indifferenza e alla deterrenza a tutti i costi», denuncia SOS Méditerranée nel comunicato diffuso il 14 agosto. Il ritrovamento si inserisce in un bilancio sempre più pesante. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) citati dall’organizzazione, dall’inizio del 2026 almeno 872 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo centrale, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati registrati almeno 702 morti o dispersi. Per SOS Méditerranée, non si tratta di eventi imprevedibili: «Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate». PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE MENO ARRIVI, UNA ROTTA PIÙ LETALE Negli ultimi mesi il numero delle persone arrivate in Italia attraverso il Mediterraneo centrale è diminuito del 56%. Un dato che il governo italiano presenta come risultato delle proprie politiche migratorie. Ma, sottolinea SOS Méditerranée, la diminuzione degli arrivi non significa che la traversata sia diventata più sicura. Al contrario, il tasso di mortalità stimato sulla rotta è arrivato a quasi il 3% 1: circa una persona muore o scompare ogni 35 persone che tentano la traversata. «Il calo degli arrivi non ha reso la traversata più sicura», scrive l’organizzazione. «Queste cifre dimostrano che un minor numero di partenze non ha comportato un minor numero di morti, ma piuttosto un rischio crescente per la vita di coloro che continuano a intraprendere il viaggio». Il dato mette in discussione uno dei principali argomenti utilizzati per rivendicare l’efficacia delle politiche di contenimento: meno persone riescono ad arrivare, ma quelle che continuano a partire affrontano una rotta nella quale aumentano le probabilità di morire. DUE INTERCETTAZIONI IN UN’ORA Il ritrovamento degli 11 corpi arriva mentre SOS Méditerranée denuncia anche un aumento delle intimidazioni e delle operazioni di intercettazione condotte da soggetti libici nelle acque internazionali. Il 12 agosto, nel giro di meno di un’ora, l’equipaggio dell’Albatross ha assistito a due intercettazioni. La prima riguarda un’imbarcazione di legno blu con circa 50 persone a bordo, tra cui tre donne, che navigava alla deriva e senza attrezzature di salvataggio. Alcune ore dopo, l’aereo ha osservato due gommoni a scafo rigido non identificati: uno trainava l’imbarcazione ormai vuota, mentre l’altro trasportava le persone che erano state prese a bordo. Poco meno di un’ora dopo, nella stessa zona, l’Albatross ha osservato una seconda operazione. Un gommone nero sovraffollato trasportava circa 30 persone, tra cui bambini e neonati, senza equipaggiamenti di salvataggio visibili. Una motovedetta della Guardia Costiera libica di classe TS 300 si è avvicinata ad alta velocità e ha inseguito il gommone per circa 40 minuti. Secondo quanto documentato dall’equipaggio, durante l’inseguimento la motovedetta avrebbe compiuto «una serie di manovre aggressive e pericolose», speronando più volte il gommone e tentando di legarlo con una corda mentre era ancora in navigazione. Nelle vicinanze si trovava la Humanity 1, nave di SOS Humanity in grado di prestare soccorso alle persone in pericolo. Secondo SOS Méditerranée, alla nave è stato ordinato dalla Guardia Costiera libica di lasciare la zona e dirigersi verso nord. LA MOTOVEDETTA FINANZIATA DALL’UNIONE EUROPEA C’è un ulteriore elemento che rende particolarmente significativa la denuncia: la motovedetta TS 300 coinvolta nell’intercettazione è stata fornita alle autorità libiche attraverso SIBMMIL, il principale programma europeo per la gestione delle frontiere e della migrazione in Libia. Il programma, finanziato dall’Unione europea, fornisce alle autorità libiche risorse, formazione e attrezzature. È proprio sulla responsabilità europea che SOS Méditerranée concentra la propria denuncia. «Quando imbarcazioni finanziate dall’UE vengono utilizzate in episodi violenti come questo, sorgono interrogativi sulla responsabilità a cui le istituzioni europee hanno finora scelto di non rispondere». La questione non riguarda quindi soltanto ciò che accade durante le traversate. Riguarda anche il sistema costruito per impedire alle persone di raggiungere l’Europa: il rafforzamento della Guardia Costiera libica, il trasferimento verso le autorità libiche delle operazioni di intercettazione, l’ostacolo alle attività delle navi civili di soccorso. Da oltre un decennio, denuncia SOS Méditerranée, gli Stati membri dell’Unione europea si sono sottratti alle proprie responsabilità in materia di ricerca e soccorso, mentre hanno continuato a sostenere la Guardia Costiera libica. Gli undici corpi avvistati dall’Albatross sono l’esito più drammatico di una rotta che continua a essere attraversata nonostante l’aumento dei rischi. Le due intercettazioni del 12 agosto mostrano invece cosa può accadere a chi viene fermato prima di raggiungere un luogo sicuro. Il Mediterraneo centrale diventa così sempre più difficile da attraversare, senza che questo significhi che le persone smettano di partire. E, conclude SOS Méditerranée, «in assenza di responsabilità, è probabile che episodi del genere si ripetano». 1. Questo tasso di mortalità è calcolato sulla base dei dati sugli arrivi (UNHCR), sui decessi e sulle persone disperse (Missing Migrants Project dell’OIM) e sulle intercettazioni (OIM Libia). I dati sulle intercettazioni sono limitati: le autorità tunisine non pubblicano dati sulle intercettazioni dal giugno 2024, mentre i dati più recenti sulle intercettazioni effettuate dalle autorità libiche, forniti dall’OIM Libia, arrivano solo al 25 luglio. Il calcolo si basa pertanto sulla stima più recente disponibile per questo periodo. Poiché le stesse cifre dell’OIM sono ampiamente considerate una sottostima dei decessi e delle persone disperse in mare, il reale tasso di mortalità è probabilmente superiore a quello indicato da questa stima (Fonte: CS in inglese). ↩︎
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Le interviste di Radio Melting Pot La Tunisia davanti alla Corte Africana: intervista all’avv. Luca Masera Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:34:19 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:34:19 | Registrato il 22 Luglio 2026 Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎
La CPI avvia uno storico processo sui crimini contro l’umanità nel sistema detentivo libico
La decisione della Corte penale internazionale (CPI) di confermare il 16 luglio tutti i 17 capi d’imputazione a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri e di rinviare il caso a giudizio segna una svolta storica per i sopravvissuti dei crimini commessi nel carcere di Mitiga e per la giustizia in Libia. È il primo processo che scaturisce dall’indagine della CPI sulla Libia da quando, nel 2011, la situazione è stata deferita alla Corte. La decisione riconosce la gravità e l’ampiezza dei presunti crimini commessi contro detenuti libici e non libici, tra cui persone migranti e rifugiate, e avvicina i sopravvissuti all’accesso alla giustizia, alla verità e alla riparazione. Approfondimenti DA MITIGA ALL’AJA: ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE LE UDIENZE CONTRO EL HISHRI, PARI GRADO DI ALMASRI Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia» Redazione 21 Maggio 2026 «La mia più grande gioia e soddisfazione nascono dal fatto di aver continuato a riporre fiducia nella CPI perché affermasse la verità e la giustizia in mio nome», ha dichiarato David Yambio, fondatore e direttore esecutivo dell’organizzazione guidata da sopravvissuti Refugees in Libya. «Quella fiducia si è accompagnata a un impegno incrollabile, di fronte al trauma mentale, fisico e psicologico che ho dovuto rivivere più e più volte. E se da un lato la mia fiducia nella Corte non viene meno, dall’altro spero che tutto questo non si fermi a El Hishri, ma arrivi a chiamare in causa anche le responsabilità degli attori europei». La Camera preliminare ha ritenuto sussistenti motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di 17 capi di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui imprigionamento, oltraggi alla dignità personale, tortura, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione. Figura di vertice di una potente milizia libica di Tripoli, già nota come SDF/RADA e collegata al Consiglio presidenziale libico, El Hishri avrebbe esercitato un’autorità generale sul carcere di Mitiga e un controllo diretto sulla sezione femminile. Particolarmente significativa è la conferma dei capi d’imputazione di riduzione in schiavitù e persecuzione. Con un’applicazione innovativa dell’approccio intersezionale, la Camera ha riconosciuto che i crimini contestati hanno colpito le persone detenute in modo differente a seconda di fattori che si sovrappongono. Ha rilevato, in particolare, che le persone migranti nere sono state ridotte in schiavitù e perseguitate per l’effetto combinato della loro nazionalità, etnia e condizione migratoria, anche attraverso il lavoro forzato su base razziale e altre forme di sfruttamento e abuso. Si tratta di un importante riconoscimento delle esperienze specifiche vissute da persone migranti e rifugiate. «È un risultato straordinario per i sopravvissuti, che continuano a battersi perché venga riconosciuta la realtà di Mitiga in tutta la sua portata, in particolare la riduzione in schiavitù e la persecuzione di migranti e rifugiati», ha affermato Allison West, consulente legale di ECCHR. «L’accertamento delle responsabilità non può fermarsi ai muri del carcere di Mitiga. Il Procuratore deve ora indagare sul sistema più ampio che ha portato le persone in detenzione e ne ha garantito il funzionamento, compreso il ruolo e la possibile responsabilità penale dei decisori politici dell’UE e degli Stati membri». Insieme a Refugees in Libya, ECCHR sostiene la partecipazione al procedimento dei sopravvissuti che si trovano in Europa, in Libia e in altri Paesi africani, in particolare persone nere. La decisione di andare a processo è un forte riconoscimento dell’importanza delle loro testimonianze, ascoltate e documentate. La Corte deve ora considerare prioritario garantire alle vittime informazioni tempestive e accessibili, oltre a una rappresentanza legale indipendente e da loro scelta, così che possano partecipare in modo sicuro e sostanziale. El Hishri resta comunque solo uno degli autori all’interno di un sistema molto più vasto di detenzione arbitraria, sfruttamento e abusi. I mandati d’arresto pendenti devono essere rispettati dagli Stati parte della CPI e dalle autorità libiche, compreso quello nei confronti di Osama Elmasry Njeem, conosciuto come Almasri: la condanna attualmente emessa nei suoi confronti in Libia non fa venir meno l’obbligo delle autorità di cooperare con la Corte e di consegnarlo alla CPI perché si avvii un ulteriore procedimento. Le testimonianze dei sopravvissuti depositate nel caso El Hishri raccontano anche di come siano stati catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica prima di essere condotti nel carcere di Mitiga. Altri hanno spiegato di essere stati trasferiti da o verso i centri di detenzione finanziati dall’UE. L’indagine, della CPI sulla Libia, sottolinea ECCHR, deve essere estesa fino a comprendere l’intera gamma dei crimini commessi nel Paese, incluso il ruolo e la responsabilità giuridica di funzionari dell’UE e degli Stati membri. Questa decisione, prosegue l’organizzazione, arriva mentre in Libia si intensifica la campagna contro le persone migranti e rifugiate nere, fatta di raid violenti e attacchi di massa, e mentre l’UE rafforza la cooperazione con le autorità libiche nel tentativo di impedire alle persone migranti di raggiungere l’Europa. Arriva anche in un momento di pressione politica senza precedenti sulla CPI e di rinnovati tentativi di ostacolarne il lavoro. Portare a processo il primo caso libico della Corte dimostra perché una giustizia internazionale indipendente resti indispensabile. Sulla decisione è intervenuta anche Mediterranea Saving Humans, che in questi anni ha raccolto le testimonianze delle sopravvissute e dei sopravvissuti e contrastato la narrazione di una Libia «porto sicuro». Per l’organizzazione si tratta di «un primo, fondamentale passo verso la giustizia»: «Mitiga non è stata un’eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le persone migranti». El Hishri e Almasri, sottolinea l’organizzazione, «sono stati tra i protagonisti di questo sistema di violenza e impunità che ha avuto nel carcere di Mitiga uno dei suoi principali epicentri. Le responsabilità individuali dovranno essere definitivamente accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità politiche che non possono continuare a essere ignorate».
Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“. È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Humanity 1. Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in mare. CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e traffico illecito di rifiuti. Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel 2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato. Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua propaganda mediatica. Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio italiano. Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti, ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato alcun rischio per la salute pubblica. L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale. ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente. Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga. «In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS Humanity. LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone. «Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese». È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia. Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano illegittimo. Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a produrre un mix letale di violenza e morte.