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Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“. È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Humanity 1. Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in mare. CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e traffico illecito di rifiuti. Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel 2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato. Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua propaganda mediatica. Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio italiano. Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti, ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato alcun rischio per la salute pubblica. L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale. ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente. Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga. «In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS Humanity. LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone. «Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese». È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia. Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano illegittimo. Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a produrre un mix letale di violenza e morte.
L’evidenza dei numeri: la legge Piantedosi è responsabile dell’aumento delle morti in mare
Dal 2 gennaio 2023, data di entrata in vigore del decreto-legge Piantedosi (DL 2 gennaio 2023, n.1), le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo nei confronti di 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni, una cifra equivalente a quasi tre anni di operazioni search and rescue ostacolate nel Mediterraneo centrale. Nello stesso periodo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, più di 6.490 persone sono annegate o scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo. I primi sei mesi del 2026 hanno già fatto registrare oltre 1.330 morti o dispersi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, segnando l’inizio d’anno più letale da quando l’OIM ha cominciato a monitorare morti e dispersi nel 2014. L’ultimo segnalato, in ordine di tempo, il 19 giugno quando almeno 51 persone migranti sono morte o risultano disperse dopo il naufragio della loro barca partita dalla Libia il 12 giugno. Nel contempo, cinque navi civili sono state bloccate nei porti italiani dall’inizio dell’anno. A raccogliere dati e denunciare il quadro complessivo è la Justice Fleet, alleanza di 13 organizzazioni di ricerca e soccorso costituita nel novembre 2025, che definisce la legge del governo Meloni uno strumento di sabotaggio sistematico delle operazioni umanitarie in mare. «È scandaloso che, invece di intervenire per salvare le persone in pericolo in mare come previsto dal diritto internazionale, gli Stati europei scelgano di rimanere in silenzio, mentre il governo italiano intensifica l’ostruzionismo sconsiderato delle imbarcazioni di ricerca e soccorso non governative», ha affermato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Le navi della flotta civile sono gli unici attori che forniscono assistenza nell’area al largo delle coste della Libia e della Tunisia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi. Ostacolare il loro lavoro porta semplicemente alla morte di più persone». Lo schema è ormai consolidato e alla luce del sole: sulla sponda sud del Mediterraneo milizie e carcerieri libici e tunisini sono finanziati ed equipaggiati per bloccare le partenze e rinchiudere le persone migranti, mentre in mare si delegano i respingimenti e intimidazioni a milizie e guardie costiere, e si criminalizza il soccorso civile. In passato l’Unione europea mostrava una certa ritrosia a rivendicare apertamente questo modus operandi, spesso minimizzato o taciuto; oggi viene invece applaudito e incoraggiato. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Per quanto riguarda l’Italia, tra i principali attori europei della demagogia anti-migrazione e della svolta autoritaria, il meccanismo della legge Piantedosi prevede fermi e multe per le navi che non ottemperano agli ordini delle autorità italiane, anche quando tali ordini contrastano con il diritto internazionale o implicano il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica. «I tribunali italiani hanno tuttavia più volte chiarito che quest’ultima non costituisce un attore di soccorso legittimo e che seguire le sue istruzioni viola il diritto internazionale. In almeno due casi di fermo – basati sull’interruzione delle comunicazioni con le autorità libiche – i giudici si sono pronunciati a favore delle navi», sottolinea la Justice Fleet. Notizie/In mare IL TRIBUNALE DI CHIETI ANNULLA LA DETENZIONE E LA SANZIONE ALL’OCEAN VIKING DI SOS MEDITERRANEE Nuova vittoria sul decreto Piantedosi Redazione 29 Maggio 2026 In questo momento, l’unica barriera, per quanto fragile, che limita l’azione repressiva del governo è quella dello stato di diritto. Tutto il resto dipende dalla capacità di restare presenti nel Mediterraneo e di rafforzare la scelta di disobbedire alle leggi illegittime e di rispettare il diritto del mare. Ed è proprio di fronte all’escalation di queste politiche che dal basso si prova a rispondere con nuova capacità operativa. PH: Alessio Cassaro / SOS Humanity Il 25 giugno 2026, nel cantiere navale di Licata, in Sicilia, la Ong tedesca SOS Humanity ha battezzato la Humanity 2, una barca a vela di 24 metri acquistata nell’ottobre 2025 e trasformata in nave di soccorso grazie al lavoro di numerosi volontari. L’imbarcazione opererà principalmente nelle acque al largo della Tunisia con un equipaggio di dieci persone, potrà accogliere fino a 100 persone a bordo e affiancherà la Humanity 1, in servizio dall’agosto 2022. «La barca a vela è stata acquistata e trasformata grazie a grande dedizione, ai finanziamenti della società civile e al duro lavoro dei volontari», ha spiegato Till Rummenhohl, direttore generale di SOS Humanity. «La missione di questa nave è anche quella di contribuire a testimoniare ciò che sta accadendo in mare, tutte le violazioni dei diritti umani commesse quotidianamente da entità sostenute dall’UE». All’evento ha preso la parola David Yambio, direttore esecutivo di Refugees in Libya e ambasciatore della nuova nave, lui stesso sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo. «Non si tratta più di decidere se rifiutare o meno le politiche di frontiera letali ed esclusive dell’UE», ha aggiunto l’attivista. «Si tratta piuttosto del nostro rifiuto di essere complici dei crimini contro l’umanità commessi nel Mediterraneo centrale. Se ciò significa schierare 30.000 navi civili di soccorso in mare, lo faremo senza esitazione, nonostante ogni tentativo di criminalizzare il nostro dovere, la nostra solidarietà e la nostra umanità». Benvenuta quindi a Humanity 2 mentre il governo Meloni si prepara all’ennesima norma in continuità con le precedenti: questa volta l’intenzione è quella di impedire l’ingresso nelle acque italiane alle navi delle ONG ritenute una “grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale“. La Justice Fleet avverte che tale formulazione è del tutto illegittima e rilancia per l’immediata abrogazione della legge Piantedosi e il pieno rispetto del diritto internazionale del mare.
Acqua blu, acqua benedetta
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 ACQUA BLU Esiste, al largo, una linea che non appare, ben conosciuta dagli avventurieri: è il confine tra l’acqua nera e l’acqua blu. L’acqua nera è fangosa, bassa, pesante. Vicina alle coste della Tunisia, non è ancora la linea di salvezza. L’acqua blu, invece, è leggera, profonda, piena di vita; allontana dalle frontiere più a sud della fortezza e avvicina a Lampedusa. Per i viaggiatori dell’avventura la geografia fatta di carte, linee, frontiere è solo una parte della storia del movimento. L’altra metà è scritta nel colore dell’acqua, nell’apparizione dei delfini, nel cambiamento della luce. Quel blu, che ha tutto il pericolo delle acque profonde,  apre al soccorso nell’immaginario degli aventuriers. Eppure, le acque blu sono diventate il nuovo teatro della caccia. Dal giugno 2024, anno in cui é stata istituita la SAR tunisina, anche l’acqua blu può tradire. Nonostante tutto, da Tripoli a Nouakchott, da Sfax a Tangeri, eau-bleue continua a significare una cosa sola: la speranza è ancora possibile e l’Europa é vicina. EAU BLEUE Parola a cura di Roberta Derosas e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Per i viaggiatori dell’Africa occidentale che provano a raggiungere Lampedusa l’espressione eau-bleue («acqua blu») indica una linea di demarcazione e un orizzonte di speranza: l’ingresso nelle acque internazionali e l’abbandono di quelle territoriali tunisine. È il segnale della prossimità dell’Europa e di una possibile salvezza imminente. E il luogo dove sfuma la presa delle autorità tunisine sulla vita degli aventurier. Anche se il viaggio può essere ancora lungo e pericoloso, raggiungere l’acqua-blu rappresenta la libertà per tutti i passeggeri del toba, come quando si grida, giocando a nascondino: «Tana, liberi tutti».  Se il cromatismo associato all’acqua riflette una specifica idrografia dello spazio marittimo tunisino, nel contempo richiama una dimensione simbolica più vasta, estesa ad altri contesti dell’avventura. Le acque territoriali, lungo le coste a nord di Sfax e attorno alle isole Kerkennah, sono caratterizzate da fondali bassi e fangosi, dove i toba vengono spesso intercettati e respinti dalla guardia costiera e dalla marina militare tunisina. Superate di poche miglia le isole Kerkennah, il colore dell’acqua muta e compaiono i delfini, che accompagnano la prua delle imbarcazioni e sono considerati di buon auspicio. In tal senso l’eau-bleue si contrappone all’eau-sale («acqua-sporca») o all’eau-noire («acqua-nera»), incarnando la speranza e la libertà in opposizione all’orizzonte di partenza, fatto di violenza e dolore. L’acqua-blu è anche descritta come leggera e navigabile, a differenza di quella fangosa, pesante e di difficile attraversamento: l’una spinge in avanti, l’altra trattiene. Paradossalmente le acque basse, fangose, rendono la prima parte del viaggio più sicura dal punto di vista nautico. Come se ci fosse un’inversione  dei fattori di rischio: nelle acque sporche il rischio nautico è basso ma è alto quello di intercettazione; nelle acque blu quello di intercettazione diminuisce ma aumenta quello nautico.  Nell’immaginario collettivo degli aventurier l’acqua-blu rappresenta lo spazio in cui valgono il diritto al soccorso e il principio di non-respingimento. Tuttavia l’istituzione della zona di Search and Rescue (Sar) tunisina nel giugno 2024 – ovvero la zona di acque internazionali sulla quale uno stato dichiara la propria responsabilità nel coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di persone o imbarcazioni in difficoltà – cambia radicalmente il paesaggio giuridico, perché anche le acque internazionali diventano teatro delle operazioni di intercettazione da parte del regime di Kaïs Saïed, sostenute da fondi europei e italiani. In questo tratto di mare, una volta simbolo di salvezza, si combatte oggi una nuova battaglia navale: la flotta civile agisce per soccorrere mentre le autorità europee, coadiuvate dai voli e dai droni di Frontex, supportano gli assetti militari tunisini per evitare l’arrivo a Lampedusa. Nonostante sia mutato il contesto, raggiungere l’eau-bleue continua a significare una concreta possibilità di salvezza (espressa dal grido boza free!) al punto che, quando la traversata fallisce e la fortuna non ha accompagnato i naviganti, si usa dire con rammarico: «Eravamo quasi arrivati all’acqua-blu».  Eau-bleue, come codice, è diffuso anche in Libia, Marocco, Mauritania e in altri contesti di partenza come sinonimo di acque internazionali e, per estensione, di «fine pericolo respingimento».  ESEMPI DAL CAMPO I migranti che parlano dell’acqua-blu vuole dire che hanno fatto tanta strada, vuol dire che la Tunisia è quasi finita e si è quasi raggiunta l’Italia. I militari stazionano sulla linea internazionale. Ci aspettano lì. Dopo l’acqua sporca, c’è la zona tampone con l’acqua un po’ verde. E poi c’è l’acqua blu tunisina, ma l’acqua blu italiana è più blu di quella tunisina. Io stesso sono stato bloccato più volte a livello dell’acqua blu tunisina.  Intervista con Tala, corrispondente del giornale delle rotte L’acqua-blu è un codice. In Tunisia ci sono due tipi di acque. Quando lasci le spiagge, per due o tre ore devi attraversare l’acqua-nera. Quando esci dalla Tunisia, inizi a vedere il cambiamento del colore e i delfini che viaggiano con te. L’acqua dell’Europa e l’acqua dell’Africa sono separate. L’acqua dell’Europa è blu, quella della Tunisia è nera. L’acqua-blu vuol dire che sei proprio alla frontiera. E lì sull’acqua-blu internazionale prima non potevamo essere respinti. Ma adesso con il potere che Meloni ha dato al dittatore tunisino, si permettono di catturarti anche nelle acque internazionali. Anche in Libia molti convoi sono stati respinti con la forza nelle acque internazionali. Quando prendi il mare, bisogna fare ogni sforzo per raggiungere l’acqua-blu. Lì hai molte più speranze di passare. Acqua-blu è un codice internazionale fra tutti i bozayeur, fra tutti i neri, non è solo un codice per chi è in Tunisia. Intervista con William, corrispondente giornale delle rotte.
La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
di RR[X] 31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Il tribunale di Chieti annulla la detenzione e la sanzione all’Ocean Viking di SOS Mediterranee
Il tribunale di Chieti, il 21 maggio 2026, ha annullato integralmente la detenzione amministrativa di 20 giorni imposta all’Ocean Viking di SOS Mediterranee nel novembre 2023, insieme all’ammenda associata e a tutte le altre misure sanzionatorie. La decisione rappresenta un’altra vittoria significativa contro il governo italiano e il cosiddetto decreto Piantedosi, nonché una conferma del principio di diritto del soccorso in mare. Il 15 novembre 2023 le autorità italiane avevano bloccato la nave nel porto di Ortona e inflitto una sanzione finanziaria in base al decreto-legge n. 1/2023, noto appunto come decreto Piantedosi. La vicenda riguarda un’operazione di soccorso condotta l’11 novembre 2023 nella zona SAR libica, durante la quale l’Ocean Viking aveva tratto in salvo 34 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà, dopo ripetuti tentativi falliti di ottenere un coordinamento efficace dalle autorità marittime libiche. Nella sentenza di primo grado, il tribunale ha chiaramente confermato la legalità dell’operazione di soccorso, riconoscendo che il comandante “si trovava di fronte alla necessità di intervenire senza indugio” per proteggere vite umane. I giudici hanno inoltre sottolineato l’assenza di coordinamento effettivo da parte delle autorità libiche, riconoscendo che l’Ocean Viking era “l’unica nave intervenuta per adempiere all’obbligo di soccorso in mare“. La sentenza ribadisce che gli obblighi internazionali in materia marittima derivanti dalle convenzioni UNCLOS, SOLAS e SAR prevalgono quando sono in pericolo vite umane, e che non possono essere imposte sanzioni in assenza di coordinamento da parte degli Stati o quando tale coordinamento sia insufficiente. Il giudizio richiama inoltre la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale italiana, che ha confermato come le leggi nazionali in materia di soccorso in mare debbano essere conformi al diritto internazionale: nessuna norma interna può contraddire il dovere di salvare vite in mare. «Questa decisione conferma ciò che sosteniamo dal novembre 2023: l’Ocean Viking ha agito in piena conformità con il diritto marittimo internazionale e nel rigoroso rispetto dei propri obblighi», ha dichiarato Soazic Dupuy, direttrice delle operazioni di SOS Mediterranee. «Le organizzazioni di soccorso umanitario non devono mai essere sanzionate per aver fatto ciò che le autorità non hanno fatto: garantire un soccorso rapido ed efficace alle persone in pericolo». La pronuncia arriva in un momento particolarmente grave. Il 2026 si profila già come uno degli anni più letali dell’ultimo decennio nel Mediterraneo, mentre il governo italiano intensifica gli ostacoli per impedire alle ONG di ricerca e soccorso di operare. Il Senato ha infatti avviato l’esame di un nuovo pacchetto legislativo sull’immigrazione che include nuove disposizioni volte a impedire alle ONG di entrare nelle acque italiane – propagandate dalla Presidente del Consiglio Meloni come “blocco navale” -, in quello che si configura come un ulteriore tentativo di ostacolare le operazioni di salvataggio. SOS Mediterranee ricorda nel suo comunicato stampa che sabato 16 maggio il comandante della Sea-Watch 5 è stato addirittura accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare 1 dopo aver condotto un’operazione di soccorso nel corso della quale i guardacoste libici hanno aperto il fuoco. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Nonostante le ripetute decisioni dei tribunali che confermano la legalità delle operazioni di soccorso civile nel Mediterraneo, le ONG continuano a subire molteplici forme di criminalizzazione e attacchi, tra cui atti amministrati del tutto illegittimi. «Le persone in pericolo – conclude amaramente l’organizzazione – non possono attendere che sia resa giustizia mentre l’assistenza vitale viene ostacolata per ragioni politiche». 1. Nuovo attacco alla solidarietà in mare: dopo le raffiche di spari delle milizie libiche contro Sea-Watch 5, lo Stato italiano risponde avviando un’indagine penale contro il capitano: comunicato di Sea-Watch ↩︎
Da Mitiga all’Aja: alla Corte Penale Internazionale le udienze contro El Hishri, pari grado di Almasri
Si sono aperte martedì 19 maggio alla Corte Penale Internazionale le udienze preliminari contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, il generale Al Buti, alto dirigente della milizia libica SDF/RADA e pari grado di Osama Almasri Njeem. Per questo momento storico, Refugees in Libya e Mediterranea Saving Humans sono presenti all’Aja con una delegazione per tutta la durata delle audizioni. El Hishri è infatti il primo indagato a comparire davanti alla CPI da quando la Corte ha aperto le indagini sulla Libia, nel 2011, su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le accuse a suo carico – tortura, detenzione arbitraria, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù, persecuzione – riguardano crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2014 e il 2020 nella prigione di Mitiga, nel compound controllato dalla milizia a Tripoli, dove almeno 5.140 persone sarebbero state arrestate, detenute e sistematicamente torturate. Ph: Flickr – ICC-CPI: El Hishri case «OGGI SOTTO PROCESSO C’È UN SISTEMA» Finalmente, dopo anni di denunce, testimonianze e mobilitazioni emerge con chiarezza quello che vittime e organizzazioni solidali stanno denunciando da decenni: non si tratta di crimini scollegati uno dall’altro, bensì parte di un sistema costruito e alimentato grazie agli accordi tra governi europei, Italia compresa, e milizie libiche trasformate in guardiani armati delle frontiere europee. È questo il cuore politico e giuridico del processo che si sta celebrando all’Aja. «Queste tre giorni di udienze stanno affrontando per la prima volta, con un imputato fisicamente presente, il tema del sistema Libia», spiega Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea. «Sistema Libia significa una sistematica organizzazione di violazione dei diritti umani e della vita delle persone – in particolare migranti, ma anche cittadini libici e oppositori politici – che in questi anni è stato utilizzato anche dalle istituzioni italiane come strumento per organizzare respingimenti di massa nel Mediterraneo centrale». Il meccanismo è stato ricostruito in aula con centinaia di testimonianze, video, fotografie e documenti ufficiali. «La milizia RADA, quella di Almasri, per capirci – prosegue Casarini – viene trasformata sostanzialmente in polizia di frontiera. La cosiddetta guardia costiera libica cattura i migranti in mare, li deporta nelle prigioni di Mitiga, e lì avviene l’impensabile. Oggi è stato descritto compiutamente, crimine per crimine. La Corte ha fatto un lavoro enorme per ricostruire questo meccanismo, confermando che l’illegalità e la violazione dei diritti umani vengono esercitate su donne, uomini e bambini innocenti – anche con la complicità di governi che finanziano queste milizie, forniscono mezzi e addestramento, e di fatto deportano in lager gestiti da chi oggi è sotto processo». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) SECONDO GIORNO: TESTIMONIANZE DURISSIME E RICHIESTA DI RESPONSABILITÀ POLITICHE Nel secondo giorno di udienza, mercoledì 20 maggio, l’aula ha ascoltato testimonianze tra le più pesanti del processo: sopravvissuti che hanno raccontato i crimini perpetrati nel carcere di Mitiga contro donne, uomini e bambini. Per molti di loro è la prima volta che il loro racconto viene formalmente ascoltato da una corte internazionale, e questo è un fatto reso possibile solo dal coraggio di chi ha scelto di rompere anni di silenzio. Mentre emergono responsabilità sempre più gravi sul fronte libico, cresce parallelamente la pressione perché vengano accertate anche le responsabilità del governo italiano sul caso Almasri: in particolare di Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e Alfredo Mantovano, dopo la mancata consegna del criminale di guerra alla giustizia internazionale. C’è appunto un grande assente nell’aula dell’Aja: Almasri stesso. «E questo – sottolinea Casarini – la dice lunga sul perché il nostro governo ne abbia organizzato la fuga e la sottrazione alla cattura. Cosa che invece non è accaduta per El-Hishri, il suo pari grado nell’organizzazione della milizia RADA, arrestato dalla Germania all’aeroporto di Berlin Brandenburg nel dicembre 2025 e regolarmente consegnato alla Corte». Presente all’Aja anche David Yambio, di Refugees in Libya, organizzazione che ha portato al processo decine di testimonianze dirette. «Vogliamo ringraziare il popolo italiano e la società civile europea per la loro solidarietà», dichiara Yambio che critica il governo: «Il popolo italiano dovrebbe mettere in discussione la credibilità e i principi di lavoro di Giorgia Meloni, perché non si può impunemente minare il diritto internazionale sui diritti umani. I crimini che questa milizia perpetua su bambini, donne e uomini dovrebbero essere ascoltati da tutti i ministri e da tutti i parlamentari italiani, per capire di cosa stiamo parlando. Cose orribili fatte anche con la complicità di istituzioni che si definiscono democratiche e civili». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) Il confronto con la Germania è alquanto evidente: mentre l’Italia, nel gennaio 2025, arrestava Almasri in esecuzione di un mandato CPI per poi, di fatto, accompagnarlo a Tripoli su un volo di Stato due giorni dopo – trincerandosi dietro “sicurezza nazionale” e “segreto di Stato“; Berlino arrestava El-Hishri sullo stesso tipo di mandato e lo consegnava regolarmente alla Corte. Per la condotta italiana, la CPI ha già formalmente deferito il caso all’Assemblea degli Stati Parte, accertando la violazione degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma. La complicità italiana nel sistema denunciato davanti alla Corte precede però di anni il caso Almasri. Come fanno notare Refugees in Libya e Mediterranea, comincia con il Memorandum d’intesa Italia–Libia del febbraio 2017, prosegue con la Dichiarazione di Malta e con i fondi dell’EUTF for Africa dell’Unione Europea, che finanziano motovedette, addestramento e tecnologie di sorveglianza alla guardia costiera libica. Nel 2018 la Libia ha ottenuto il riconoscimento di una propria zona SAR dall’IMO, su spinta di Italia e Unione europea: una copertura formale per i respingimenti. Tra gennaio 2018 e settembre 2025, oltre 145.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia. Molte sono finite a Mitiga. Ph: Alarm Phone «LA SOLIDARIETÀ NON SARÀ MAI UN CRIMINE» C’è un’ironia amara che Mediterranea non manca di sottolineare: mentre chi soccorre vite in mare nel Mediterraneo viene messo sotto accusa e costantemente criminalizzato – dal decreto Piantedosi fino ai vari processi nei tribunali -, oggi alla Corte Penale Internazionale è sotto processo chi quel sistema di morte lo ha costruito, gestito e difeso. «Rimarremo anche oggi all’Aja per stare accanto ai sopravvissuti e per pretendere che la giustizia non si fermi davanti a un singolo torturatore», conclude Casarini. «Il processo a El-Hishri è il processo a un sistema: un sistema che il nostro governo e l’Unione Europea finanziano da quasi dieci anni, un sistema che continua a uccidere, a torturare, a respingere. La CPI deve continuare e ampliare le indagini sull’intera architettura della detenzione libica e perseguire tutti i responsabili – libici ed europei – che lo hanno reso possibile». Le vittime e i sopravvissuti continuano a chiedere verità, giustizia e riparazione. È ora, scrivono le organizzazioni, di rompere la complicità con un sistema di violenza che l’Europa e l’Italia continuano a sostenere. «Mitiga non è un orrore lontano. È la conseguenza diretta delle nostre frontiere. La solidarietà non sarà mai un crimine. La complicità con tortura e violenze invece lo è».
Spari contro la Sea-Watch 5: l’ennesimo atto di pirateria nel Mediterraneo
Lunedì 13 maggio 2026, una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro la nave di soccorso Sea-Watch 5, minacciando di abbordare l’imbarcazione e di portare in Libia i 30 membri dell’equipaggio e le 90 persone appena salvate in acque internazionali. L’episodio si inserisce in una escalation di violenza che va avanti da anni e che vede protagoniste le milizie libiche finanziate e sostenute dall’Unione Europea e, in particolare, dall’Italia. L’attacco è avvenuto poco dopo il completamento di un’operazione di soccorso in acque internazionali. Due motovedette libiche hanno inseguito la Sea-Watch 5, costringendo il comandante a lanciare due richieste di soccorso mayday. I miliziani hanno minacciato l’abbordaggio se la nave non si fosse diretta verso Tripoli. Ph: Leo Spartacus / Sea-Watch Di fronte alla richiesta di aiuto di Sea-Watch, le autorità italiane, hanno affermato che la situazione non rientrava nella loro competenza. Ricordiamo che l’Italia fornisce equipaggiamento, addestramento e le stesse motovedette ai guardiacoste libici. Un atteggiamento che la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi ha definito inaccettabile, considerando che almeno una delle motovedette libiche presenti sulla scena è stata riconosciuta come una di quelle donate proprio dal governo italiano alla Libia nell’ambito del Memorandum d’Intesa tra i due Paesi. «Poco dopo l’abbordaggio e la cattura della Flottilla da parte di Israele in acque internazionali, siamo davanti a un altro atto di pirateria nel Mediterraneo da parte di attori attivamente supportati e finanziati dal governo italiano e dall’Unione Europea», ha dichiarato Giorgia Linardi, aggiungendo: «Non si tratta di un episodio isolato: con le nostre operazioni testimoniamo quotidianamente episodi di violenza in mare perpetrati dai libici ai danni delle persone in fuga, nell’impunità totale». > Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti > dagli interessi complici UE. > > Giorgia Linardi – Sea Watch Non è la prima volta. Il 26 settembre 2025, durante un’analoga operazione di soccorso in acque internazionali, sempre la Sea-Watch 5 era stata aggredita da una motovedetta libica: minacce, manovre pericolose a distanza ravvicinata e infine un colpo di arma da fuoco sparato contro l’equipaggio e le 66 persone soccorse. Anche in quel caso, la motovedetta responsabile era stata fornita dall’Italia. Il 13 aprile 2026, dopo un lungo lavoro di ricostruzione dei fatti, Sea-Watch ha presentato denunce penali in Germania e in Italia, presso il tribunale di Roma, con accuse che includono la pirateria così come configurata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS). Come aveva dichiarato Linardi in quella occasione: «Nonostante l’altissimo tasso di violenza contro le persone in fuga e contro le organizzazioni non governative, le milizie libiche continuano a ricevere sostegno politico e materiale da parte del Governo italiano e riconoscimento da parte degli Stati membri dell’Unione europea. L’impunità equivale di fatto a incoraggiare ulteriore violenza». Già nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia costiera libica aveva aperto il fuoco per circa 20 minuti contro la nave di soccorso Ocean Viking di SOS Méditerranée. Solo una settimana prima dell’attacco del 13 maggio, il Ministero dell’Interno tedesco aveva formalmente avvisato tutte le navi battenti bandiera tedesca di un aumento del rischio per la sicurezza nelle acque internazionali all’interno della zona SAR libica. Nonostante questo, l’UE e i suoi Stati membri non hanno tratto alcuna conseguenza politica. Prende parola anche l’alleanza Justice Fleet, che raccoglie diverse Ong del soccorso civile che hanno deciso di interrompere ogni comunicazione operativa con il centro di coordinamento libico. «Siamo scioccati e sconvolti dall’assoluta incoscienza con cui le milizie sostenute dall’Europa stanno sparando e minacciando di rapire l’equipaggio e i sopravvissuti a bordo di una nave di soccorso umanitario», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Questo attacco dimostra ancora una volta che la Justice Fleet ha avuto ragione nel decidere di interrompere le comunicazioni operative con gli attori marittimi libici al fine di denunciare l’illegalità delle loro azioni e proteggere i nostri equipaggi e i sopravvissuti. Il rifiuto dei governi europei di porre fine alla loro cooperazione con questi attori sembra sempre più premiare la loro condotta pericolosa per la vita. Questa impunità deve finire». A cinque giorni dall’accaduto, né il governo Meloni né alcun rappresentante dell’UE hanno rilasciato dichiarazioni: nessuna solidarietà, nessun commento, nessuna assunzione di responsabilità. Un silenzio che, per chi finanzia e arma quelle motovedette, è già di per sé una risposta. A parlare per loro ci pensa questo post della Marina Militare, che proprio ieri ha annunciato «un intervento di manutenzione a bordo della Libyan Navy». La sfrontatezza non ha limiti! > Un sentito ringraziamento a @ItalianNavy che va ad aggiustare a domicilio i > motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea > nel Mediterraneo https://t.co/FNdcV8YB2b > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) May 14, 2026
Oh capitano, mio capitano!
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 CAPITAIN Per chi parte dalle coste a sud, è guida e scommessa. Per chi soccorre, è funzione e responsabilità. Per chi controlla, è crimine. Sta al timone, ma è anche passeggero. Talvolta è esperto, altre improvvisa. Capita anche che di navigazione e motori non sappia nulla e che sia stato costretto. Accanto a lui, il bussoliere, che indica la rotta. All’arrivo, talvolta scompare, nascosto tra i compagni che attraversano e che lui ha guidato fino alle acque più profonde. Talvolta viene preso. Il suo viaggio senza moneta non è gratuito: ha il prezzo del rischio. CAPITANO Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova e Roberta Derosas, Progetto MeltingPot I viaggiatori senza documenti, i solidali della flotta civile, ma anche i funzionari delle istituzioni che presidiano la Fortezza Europa usano tutti la parola capitain, capitano. Ma in ognuno di questi mondi il termine è associato a conseguenze, opportunità, dibattiti, attese, azioni e significati diversi.  Per chi vuole attraversare il mare per raggiungere Lampedusa, così come per gli organizzatori dei viaggi, avere un capitano è fondamentale. Su questa figura ricadono le aspettative e la speranza, ma anche la diffidenza, dei passeggeri. «Sarà un buon capitano? Avrà già condotto una barca? Quanti viaggi ha fatto? Quante volte ha fallito?». A lui in ogni caso bisogna affidarsi. Spesso gli organizzatori del viaggio verificano che il capitano abbia le giuste competenze attraverso quello che viene chiamato il «test». Egli è parte di un’aristocrazia del viaggio; non paga il biglietto per l’Europa e ha diritto ad alcuni posti gratis per persone di sua fiducia, posti che a volte rivende sul mercato delle partenze. Ma può essere anche un millantatore, privo di esperienza, senza un passato con una qualche prossimità al mare e alla pesca; oppure, come raccontato per la Libia nel film Io Capitano di Matteo Garrone, una persona obbligata a prendere il timone in mano per assicurarsi la libertà da una situazione di prigionia o schiavitù. In tutti i casi il capitano resta un aventurier, un passeggero lui stesso.  Il capitano dei tobà cerca di arrivare all’acqua-blu (si veda Eau-bleue) per essere soccorso; anche i capitani e gli equipaggi della flotta civile si dirigono verso le stesse acque – la «zona delle operazioni», la chiamano – per soccorrere quanti sono in difficoltà. Su queste navi solidali, i capitani costituiscono la principale autorità a bordo; alcuni fra loro contestano il termine per una eccessiva prossimità a un mondo autoritario e militare, provando viceversa ad animare una leadership più condivisa. Molti capitani ed equipaggi nella flotta civile non solo sono consapevoli dell’ingiusto rischio di criminalizzazione che i loro omologhi dei tobà dovranno affrontare, ma anche immaginano modi di azione e comunicazione per ridurre tale rischio.  Per le istituzioni, viceversa, il capitano è solo un trafficante, uno «scafista», e in quanto tale deve essere punito dalle leggi sulla migrazione. Per ogni barca che arriva a Lampedusa, polizie nazionali ed europee cercano segni e indizi per arrestarne capitani e aiutanti: fra tutti il bussolier, o compass-man, che ha il compito di tracciare la rotta. In Tunisia come in Italia, basta una chiave inglese, una candela del motore o la semplice presenza al timone perché un passeggero diventi il «responsabile» da arrestare e deportare. La criminalizzazione del capitain mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del Mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza. Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri. Il viaggio gratuito per loro è la contropartita per l’assunzione di un rischio penale.  «Captains Support», recita un flyer che si diffonde in mare e a terra, «è una piattaforma in solidarietà con coloro che sono accusati di aver guidato una barca verso l’Europa, mettendoli in relazione con avvocati e gruppi locali di sostegno»; in un gioco di specchi, capitani ed equipaggi nel mondo della solidarietà (bianca) aiutano altri capitani ed equipaggi nel mondo black degli aventurier (si veda Black). Nel film Io Capitano c’è sicuramente una scena finale mancante: quella di un’aula di tribunale o di una prigione, per un tempo che in Italia può raggiungere e superare formalmente i trent’anni di detenzione.  ESEMPI DAL CAMPO Così mi racconta Moussa: «Il capitano? Spesso fra noi passeggeri non si sa chi è sino a quando si parte. Per proteggerlo, perché an che in Tunisia sono criminalizzati…». È notte e siamo in un bunker in mezzo agli uliveti con l’equipaggio di una barca in partenza. Ripenso alle parole di un altro passeggero: «È una cattiveria rivelare chi è il capitano alla polizia. Noi diciamo sempre… Che siamo tutti capitani. È una questione di solidarietà».  Estratto dai diari di campo, dicembre 2024  Charles ci viene presentato come un capitano […] Lo chiamano «capitano» perché prima di partire, quando era in Camerun, lavorava nell’estrazione della sabbia dal mare, sabbia che poi viene utilizzata nell’edilizia […]. In Tunisia, quando Charles stava preparando con altri passeggeri la propria partenza, c’è stata un’irruzione della polizia nel bunker. Charles è stato trovato con uno zaino con dentro delle candele del motore e con una chiave inglese e una persona l’ha denunciato additandolo come il capitano del viaggio in preparazione. A quel punto è stato arrestato e processato: gli hanno dato otto mesi di galera che si è fatto nella prigione di Sfax. Non appena è stato rilasciato per avere scontato la sua pena, è stato preso e portato al porto di Sfax, dove l’hanno caricato su un autobus e portato in Libia, con tanta altra gente, dove è stato venduto ai libici e imprigionato di nuovo.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024  È un mestiere fare il capitano. È pagato in altro modo. Fa viaggiare gli amici gratis, o la propria donna. In Libia e Tunisia è uguale. Possono anche rivendere i posti che hanno a un prezzo ridotto. È una giusta ricompensa, perché ci vuole un gran coraggio per fare il loro lavoro.  Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking  I capitani vengono dai paesi dell’Africa dove c’è il mare o il fiume. Dopo il salvataggio è difficile riconoscere un capitano. Quando il convoi parte, si dice ai passeggeri di non dire chi è il capitano, per paura delle rappresaglie. Quando si vede una barca di soccorso, il capitano lascia il suo posto e i passeggeri magari dicono che il capitano è morto, che è caduto in acqua, che era un libico che è tornato indietro e che sono stati obbligati a condurre la barca. È sempre una farsa, obbligata, perché sappiamo che i capitani vengono arrestati in Europa.  Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking
La nave Aurora sequestrata illegalmente a Lampedusa
La piattaforma Didon Nessuna autorità europea aveva raccolto il segnale di soccorso delle 44 persone rimaste bloccate sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didon, nel Mediterraneo centrale. Avevano messo in conto altre morti, oppure erano rimaste in attesa che il “lavoro sporco” fosse compiuto dalle autorità libiche. I naufraghi partiti dalla Libia attendevano da giorni, ma la nave Aurora di Sea-Watch il 3 aprile è arrivata in tempo: prima della morte e prima della cattura illegale e dell’inesorabile ritorno nei centri di detenzione libici. Ma nel tempo in cui viviamo – quello della propaganda del governo Meloni – ciò che dovrebbe essere considerato obbligatorio perché sancito dal diritto internazionale si trasforma in affronto. Ad aspettare l’Aurora a Lampedusa non c’era nessun riconoscimento: c’erano le autorità italiane, pronte a sequestrare la nave nel porto. 45 giorni di fermo e una multa da 7.500 euro motivati dalla violazione della cosiddetta legge Piantedosi e il rifiuto dell’organizzazione di comunicare con le autorità marittime libiche. Un rifiuto tutt’altro che arbitrario. Un recente rapporto delle Nazioni Unite 1 , sottolinea la Justice Fleet, ha confermato che la guardia costiera libica fa parte di un sistema strutturato di sparizioni forzate, violenze sessuali e torture ai danni di chi cerca protezione, inclusi i minori. Un sistema reso possibile anche dalla complicità di attori europei come Frontex. Nelle scorse settimane, Sea-Watch ha presentato una denuncia penale contro la stessa guardia costiera libica, dopo che lo scorso anno la propria nave Sea-Watch 5 era stata presa a colpi di arma da fuoco. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale le politiche europee continuano a mietere vittime. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio del 2026 oltre 770 persone hanno perso la vita solo su questa rotta. E’ il dato più alto degli ultimi dieci anni e solo dal 27 marzo si presume che più di 180 persone siano morte o disperse, proprio mentre alcune delle navi più attrezzate della flotta civile erano, e restano, bloccate nei porti italiani. Quello dell’Aurora è il quinto sequestro inflitto a una nave dell’alleanza dal dicembre 2025, per un totale di 150 giorni di operatività sottratta al soccorso in mare. La Humanity 1 era rimasta ferma 60 giorni a partire dal 13 febbraio; la Sea-Watch 5 è stata bloccata a fine marzo. E questo avviene nonostante le numerose sentenze dei tribunali italiani che definisco illegali i sequestri e le multe. Guida legislativa/In mare GEO BARENTS E SEA-EYE 5: ALTRE DUE VITTORIE CONTRO IL DECRETO PIANTEDOSI E L’ILLEGITTIMITÀ DELLE SANZIONI I tribunali di Salerno e Ragusa mettono in luce l'ostruzionismo sistematico delle autorità italiane Redazione 31 Marzo 2026 «Denunciamo con forza la strategia di escalation sconsiderata e letale del governo italiano contro le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Con la Sea-Watch 5 e ora l’Aurora, due navi ben equipaggiate sono state illegittimamente bloccate in Italia, mentre le persone muoiono a causa delle politiche europee di deliberata negligenza». La Justice Fleet, che è composta da 13 tredici organizzazioni di ricerca e soccorso, non si fa intimidire e proseguirà a non collaborare con nessuna autorità libica. Una posizione che ha già trovato diverse volte riscontro in sede giudiziaria: la magistratura ha più volte ribadito il ruolo salvavita del soccorso civile in mare, chiarendo che la guardia costiera libica e il relativo Centro di coordinamento marittimo non possono essere considerati attori legittimi e che seguire le loro istruzioni costituisce una violazione del diritto internazionale. 1. UNSMIL and OHCHR joint report on human rights violations and abuses against migrants, asylum-seekers and refugees in Libya ↩︎