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Il tribunale di Chieti annulla la detenzione e la sanzione all’Ocean Viking di SOS Mediterranee
Il tribunale di Chieti, il 21 maggio 2026, ha annullato integralmente la detenzione amministrativa di 20 giorni imposta all’Ocean Viking di SOS Mediterranee nel novembre 2023, insieme all’ammenda associata e a tutte le altre misure sanzionatorie. La decisione rappresenta un’altra vittoria significativa contro il governo italiano e il cosiddetto decreto Piantedosi, nonché una conferma del principio di diritto del soccorso in mare. Il 15 novembre 2023 le autorità italiane avevano bloccato la nave nel porto di Ortona e inflitto una sanzione finanziaria in base al decreto-legge n. 1/2023, noto appunto come decreto Piantedosi. La vicenda riguarda un’operazione di soccorso condotta l’11 novembre 2023 nella zona SAR libica, durante la quale l’Ocean Viking aveva tratto in salvo 34 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà, dopo ripetuti tentativi falliti di ottenere un coordinamento efficace dalle autorità marittime libiche. Nella sentenza di primo grado, il tribunale ha chiaramente confermato la legalità dell’operazione di soccorso, riconoscendo che il comandante “si trovava di fronte alla necessità di intervenire senza indugio” per proteggere vite umane. I giudici hanno inoltre sottolineato l’assenza di coordinamento effettivo da parte delle autorità libiche, riconoscendo che l’Ocean Viking era “l’unica nave intervenuta per adempiere all’obbligo di soccorso in mare“. La sentenza ribadisce che gli obblighi internazionali in materia marittima derivanti dalle convenzioni UNCLOS, SOLAS e SAR prevalgono quando sono in pericolo vite umane, e che non possono essere imposte sanzioni in assenza di coordinamento da parte degli Stati o quando tale coordinamento sia insufficiente. Il giudizio richiama inoltre la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale italiana, che ha confermato come le leggi nazionali in materia di soccorso in mare debbano essere conformi al diritto internazionale: nessuna norma interna può contraddire il dovere di salvare vite in mare. «Questa decisione conferma ciò che sosteniamo dal novembre 2023: l’Ocean Viking ha agito in piena conformità con il diritto marittimo internazionale e nel rigoroso rispetto dei propri obblighi», ha dichiarato Soazic Dupuy, direttrice delle operazioni di SOS Mediterranee. «Le organizzazioni di soccorso umanitario non devono mai essere sanzionate per aver fatto ciò che le autorità non hanno fatto: garantire un soccorso rapido ed efficace alle persone in pericolo». La pronuncia arriva in un momento particolarmente grave. Il 2026 si profila già come uno degli anni più letali dell’ultimo decennio nel Mediterraneo, mentre il governo italiano intensifica gli ostacoli per impedire alle ONG di ricerca e soccorso di operare. Il Senato ha infatti avviato l’esame di un nuovo pacchetto legislativo sull’immigrazione che include nuove disposizioni volte a impedire alle ONG di entrare nelle acque italiane – propagandate dalla Presidente del Consiglio Meloni come “blocco navale” -, in quello che si configura come un ulteriore tentativo di ostacolare le operazioni di salvataggio. SOS Mediterranee ricorda nel suo comunicato stampa che sabato 16 maggio il comandante della Sea-Watch 5 è stato addirittura accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare 1 dopo aver condotto un’operazione di soccorso nel corso della quale i guardacoste libici hanno aperto il fuoco. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Nonostante le ripetute decisioni dei tribunali che confermano la legalità delle operazioni di soccorso civile nel Mediterraneo, le ONG continuano a subire molteplici forme di criminalizzazione e attacchi, tra cui atti amministrati del tutto illegittimi. «Le persone in pericolo – conclude amaramente l’organizzazione – non possono attendere che sia resa giustizia mentre l’assistenza vitale viene ostacolata per ragioni politiche». 1. Nuovo attacco alla solidarietà in mare: dopo le raffiche di spari delle milizie libiche contro Sea-Watch 5, lo Stato italiano risponde avviando un’indagine penale contro il capitano: comunicato di Sea-Watch ↩︎
Da Mitiga all’Aja: alla Corte Penale Internazionale le udienze contro El Hishri, pari grado di Almasri
Si sono aperte martedì 19 maggio alla Corte Penale Internazionale le udienze preliminari contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, il generale Al Buti, alto dirigente della milizia libica SDF/RADA e pari grado di Osama Almasri Njeem. Per questo momento storico, Refugees in Libya e Mediterranea Saving Humans sono presenti all’Aja con una delegazione per tutta la durata delle audizioni. El Hishri è infatti il primo indagato a comparire davanti alla CPI da quando la Corte ha aperto le indagini sulla Libia, nel 2011, su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le accuse a suo carico – tortura, detenzione arbitraria, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù, persecuzione – riguardano crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2014 e il 2020 nella prigione di Mitiga, nel compound controllato dalla milizia a Tripoli, dove almeno 5.140 persone sarebbero state arrestate, detenute e sistematicamente torturate. Ph: Flickr – ICC-CPI: El Hishri case «OGGI SOTTO PROCESSO C’È UN SISTEMA» Finalmente, dopo anni di denunce, testimonianze e mobilitazioni emerge con chiarezza quello che vittime e organizzazioni solidali stanno denunciando da decenni: non si tratta di crimini scollegati uno dall’altro, bensì parte di un sistema costruito e alimentato grazie agli accordi tra governi europei, Italia compresa, e milizie libiche trasformate in guardiani armati delle frontiere europee. È questo il cuore politico e giuridico del processo che si sta celebrando all’Aja. «Queste tre giorni di udienze stanno affrontando per la prima volta, con un imputato fisicamente presente, il tema del sistema Libia», spiega Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea. «Sistema Libia significa una sistematica organizzazione di violazione dei diritti umani e della vita delle persone – in particolare migranti, ma anche cittadini libici e oppositori politici – che in questi anni è stato utilizzato anche dalle istituzioni italiane come strumento per organizzare respingimenti di massa nel Mediterraneo centrale». Il meccanismo è stato ricostruito in aula con centinaia di testimonianze, video, fotografie e documenti ufficiali. «La milizia RADA, quella di Almasri, per capirci – prosegue Casarini – viene trasformata sostanzialmente in polizia di frontiera. La cosiddetta guardia costiera libica cattura i migranti in mare, li deporta nelle prigioni di Mitiga, e lì avviene l’impensabile. Oggi è stato descritto compiutamente, crimine per crimine. La Corte ha fatto un lavoro enorme per ricostruire questo meccanismo, confermando che l’illegalità e la violazione dei diritti umani vengono esercitate su donne, uomini e bambini innocenti – anche con la complicità di governi che finanziano queste milizie, forniscono mezzi e addestramento, e di fatto deportano in lager gestiti da chi oggi è sotto processo». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) SECONDO GIORNO: TESTIMONIANZE DURISSIME E RICHIESTA DI RESPONSABILITÀ POLITICHE Nel secondo giorno di udienza, mercoledì 20 maggio, l’aula ha ascoltato testimonianze tra le più pesanti del processo: sopravvissuti che hanno raccontato i crimini perpetrati nel carcere di Mitiga contro donne, uomini e bambini. Per molti di loro è la prima volta che il loro racconto viene formalmente ascoltato da una corte internazionale, e questo è un fatto reso possibile solo dal coraggio di chi ha scelto di rompere anni di silenzio. Mentre emergono responsabilità sempre più gravi sul fronte libico, cresce parallelamente la pressione perché vengano accertate anche le responsabilità del governo italiano sul caso Almasri: in particolare di Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e Alfredo Mantovano, dopo la mancata consegna del criminale di guerra alla giustizia internazionale. C’è appunto un grande assente nell’aula dell’Aja: Almasri stesso. «E questo – sottolinea Casarini – la dice lunga sul perché il nostro governo ne abbia organizzato la fuga e la sottrazione alla cattura. Cosa che invece non è accaduta per El-Hishri, il suo pari grado nell’organizzazione della milizia RADA, arrestato dalla Germania all’aeroporto di Berlin Brandenburg nel dicembre 2025 e regolarmente consegnato alla Corte». Presente all’Aja anche David Yambio, di Refugees in Libya, organizzazione che ha portato al processo decine di testimonianze dirette. «Vogliamo ringraziare il popolo italiano e la società civile europea per la loro solidarietà», dichiara Yambio che critica il governo: «Il popolo italiano dovrebbe mettere in discussione la credibilità e i principi di lavoro di Giorgia Meloni, perché non si può impunemente minare il diritto internazionale sui diritti umani. I crimini che questa milizia perpetua su bambini, donne e uomini dovrebbero essere ascoltati da tutti i ministri e da tutti i parlamentari italiani, per capire di cosa stiamo parlando. Cose orribili fatte anche con la complicità di istituzioni che si definiscono democratiche e civili». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) Il confronto con la Germania è alquanto evidente: mentre l’Italia, nel gennaio 2025, arrestava Almasri in esecuzione di un mandato CPI per poi, di fatto, accompagnarlo a Tripoli su un volo di Stato due giorni dopo – trincerandosi dietro “sicurezza nazionale” e “segreto di Stato“; Berlino arrestava El-Hishri sullo stesso tipo di mandato e lo consegnava regolarmente alla Corte. Per la condotta italiana, la CPI ha già formalmente deferito il caso all’Assemblea degli Stati Parte, accertando la violazione degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma. La complicità italiana nel sistema denunciato davanti alla Corte precede però di anni il caso Almasri. Come fanno notare Refugees in Libya e Mediterranea, comincia con il Memorandum d’intesa Italia–Libia del febbraio 2017, prosegue con la Dichiarazione di Malta e con i fondi dell’EUTF for Africa dell’Unione Europea, che finanziano motovedette, addestramento e tecnologie di sorveglianza alla guardia costiera libica. Nel 2018 la Libia ha ottenuto il riconoscimento di una propria zona SAR dall’IMO, su spinta di Italia e Unione europea: una copertura formale per i respingimenti. Tra gennaio 2018 e settembre 2025, oltre 145.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia. Molte sono finite a Mitiga. Ph: Alarm Phone «LA SOLIDARIETÀ NON SARÀ MAI UN CRIMINE» C’è un’ironia amara che Mediterranea non manca di sottolineare: mentre chi soccorre vite in mare nel Mediterraneo viene messo sotto accusa e costantemente criminalizzato – dal decreto Piantedosi fino ai vari processi nei tribunali -, oggi alla Corte Penale Internazionale è sotto processo chi quel sistema di morte lo ha costruito, gestito e difeso. «Rimarremo anche oggi all’Aja per stare accanto ai sopravvissuti e per pretendere che la giustizia non si fermi davanti a un singolo torturatore», conclude Casarini. «Il processo a El-Hishri è il processo a un sistema: un sistema che il nostro governo e l’Unione Europea finanziano da quasi dieci anni, un sistema che continua a uccidere, a torturare, a respingere. La CPI deve continuare e ampliare le indagini sull’intera architettura della detenzione libica e perseguire tutti i responsabili – libici ed europei – che lo hanno reso possibile». Le vittime e i sopravvissuti continuano a chiedere verità, giustizia e riparazione. È ora, scrivono le organizzazioni, di rompere la complicità con un sistema di violenza che l’Europa e l’Italia continuano a sostenere. «Mitiga non è un orrore lontano. È la conseguenza diretta delle nostre frontiere. La solidarietà non sarà mai un crimine. La complicità con tortura e violenze invece lo è».
Spari contro la Sea-Watch 5: l’ennesimo atto di pirateria nel Mediterraneo
Lunedì 13 maggio 2026, una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro la nave di soccorso Sea-Watch 5, minacciando di abbordare l’imbarcazione e di portare in Libia i 30 membri dell’equipaggio e le 90 persone appena salvate in acque internazionali. L’episodio si inserisce in una escalation di violenza che va avanti da anni e che vede protagoniste le milizie libiche finanziate e sostenute dall’Unione Europea e, in particolare, dall’Italia. L’attacco è avvenuto poco dopo il completamento di un’operazione di soccorso in acque internazionali. Due motovedette libiche hanno inseguito la Sea-Watch 5, costringendo il comandante a lanciare due richieste di soccorso mayday. I miliziani hanno minacciato l’abbordaggio se la nave non si fosse diretta verso Tripoli. Ph: Leo Spartacus / Sea-Watch Di fronte alla richiesta di aiuto di Sea-Watch, le autorità italiane, hanno affermato che la situazione non rientrava nella loro competenza. Ricordiamo che l’Italia fornisce equipaggiamento, addestramento e le stesse motovedette ai guardiacoste libici. Un atteggiamento che la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi ha definito inaccettabile, considerando che almeno una delle motovedette libiche presenti sulla scena è stata riconosciuta come una di quelle donate proprio dal governo italiano alla Libia nell’ambito del Memorandum d’Intesa tra i due Paesi. «Poco dopo l’abbordaggio e la cattura della Flottilla da parte di Israele in acque internazionali, siamo davanti a un altro atto di pirateria nel Mediterraneo da parte di attori attivamente supportati e finanziati dal governo italiano e dall’Unione Europea», ha dichiarato Giorgia Linardi, aggiungendo: «Non si tratta di un episodio isolato: con le nostre operazioni testimoniamo quotidianamente episodi di violenza in mare perpetrati dai libici ai danni delle persone in fuga, nell’impunità totale». > Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti > dagli interessi complici UE. > > Giorgia Linardi – Sea Watch Non è la prima volta. Il 26 settembre 2025, durante un’analoga operazione di soccorso in acque internazionali, sempre la Sea-Watch 5 era stata aggredita da una motovedetta libica: minacce, manovre pericolose a distanza ravvicinata e infine un colpo di arma da fuoco sparato contro l’equipaggio e le 66 persone soccorse. Anche in quel caso, la motovedetta responsabile era stata fornita dall’Italia. Il 13 aprile 2026, dopo un lungo lavoro di ricostruzione dei fatti, Sea-Watch ha presentato denunce penali in Germania e in Italia, presso il tribunale di Roma, con accuse che includono la pirateria così come configurata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS). Come aveva dichiarato Linardi in quella occasione: «Nonostante l’altissimo tasso di violenza contro le persone in fuga e contro le organizzazioni non governative, le milizie libiche continuano a ricevere sostegno politico e materiale da parte del Governo italiano e riconoscimento da parte degli Stati membri dell’Unione europea. L’impunità equivale di fatto a incoraggiare ulteriore violenza». Già nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia costiera libica aveva aperto il fuoco per circa 20 minuti contro la nave di soccorso Ocean Viking di SOS Méditerranée. Solo una settimana prima dell’attacco del 13 maggio, il Ministero dell’Interno tedesco aveva formalmente avvisato tutte le navi battenti bandiera tedesca di un aumento del rischio per la sicurezza nelle acque internazionali all’interno della zona SAR libica. Nonostante questo, l’UE e i suoi Stati membri non hanno tratto alcuna conseguenza politica. Prende parola anche l’alleanza Justice Fleet, che raccoglie diverse Ong del soccorso civile che hanno deciso di interrompere ogni comunicazione operativa con il centro di coordinamento libico. «Siamo scioccati e sconvolti dall’assoluta incoscienza con cui le milizie sostenute dall’Europa stanno sparando e minacciando di rapire l’equipaggio e i sopravvissuti a bordo di una nave di soccorso umanitario», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Questo attacco dimostra ancora una volta che la Justice Fleet ha avuto ragione nel decidere di interrompere le comunicazioni operative con gli attori marittimi libici al fine di denunciare l’illegalità delle loro azioni e proteggere i nostri equipaggi e i sopravvissuti. Il rifiuto dei governi europei di porre fine alla loro cooperazione con questi attori sembra sempre più premiare la loro condotta pericolosa per la vita. Questa impunità deve finire». A cinque giorni dall’accaduto, né il governo Meloni né alcun rappresentante dell’UE hanno rilasciato dichiarazioni: nessuna solidarietà, nessun commento, nessuna assunzione di responsabilità. Un silenzio che, per chi finanzia e arma quelle motovedette, è già di per sé una risposta. A parlare per loro ci pensa questo post della Marina Militare, che proprio ieri ha annunciato «un intervento di manutenzione a bordo della Libyan Navy». La sfrontatezza non ha limiti! > Un sentito ringraziamento a @ItalianNavy che va ad aggiustare a domicilio i > motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea > nel Mediterraneo https://t.co/FNdcV8YB2b > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) May 14, 2026
Oh capitano, mio capitano!
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 CAPITAIN Per chi parte dalle coste a sud, è guida e scommessa. Per chi soccorre, è funzione e responsabilità. Per chi controlla, è crimine. Sta al timone, ma è anche passeggero. Talvolta è esperto, altre improvvisa. Capita anche che di navigazione e motori non sappia nulla e che sia stato costretto. Accanto a lui, il bussoliere, che indica la rotta. All’arrivo, talvolta scompare, nascosto tra i compagni che attraversano e che lui ha guidato fino alle acque più profonde. Talvolta viene preso. Il suo viaggio senza moneta non è gratuito: ha il prezzo del rischio. CAPITANO Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova e Roberta Derosas, Progetto MeltingPot I viaggiatori senza documenti, i solidali della flotta civile, ma anche i funzionari delle istituzioni che presidiano la Fortezza Europa usano tutti la parola capitain, capitano. Ma in ognuno di questi mondi il termine è associato a conseguenze, opportunità, dibattiti, attese, azioni e significati diversi.  Per chi vuole attraversare il mare per raggiungere Lampedusa, così come per gli organizzatori dei viaggi, avere un capitano è fondamentale. Su questa figura ricadono le aspettative e la speranza, ma anche la diffidenza, dei passeggeri. «Sarà un buon capitano? Avrà già condotto una barca? Quanti viaggi ha fatto? Quante volte ha fallito?». A lui in ogni caso bisogna affidarsi. Spesso gli organizzatori del viaggio verificano che il capitano abbia le giuste competenze attraverso quello che viene chiamato il «test». Egli è parte di un’aristocrazia del viaggio; non paga il biglietto per l’Europa e ha diritto ad alcuni posti gratis per persone di sua fiducia, posti che a volte rivende sul mercato delle partenze. Ma può essere anche un millantatore, privo di esperienza, senza un passato con una qualche prossimità al mare e alla pesca; oppure, come raccontato per la Libia nel film Io Capitano di Matteo Garrone, una persona obbligata a prendere il timone in mano per assicurarsi la libertà da una situazione di prigionia o schiavitù. In tutti i casi il capitano resta un aventurier, un passeggero lui stesso.  Il capitano dei tobà cerca di arrivare all’acqua-blu (si veda Eau-bleue) per essere soccorso; anche i capitani e gli equipaggi della flotta civile si dirigono verso le stesse acque – la «zona delle operazioni», la chiamano – per soccorrere quanti sono in difficoltà. Su queste navi solidali, i capitani costituiscono la principale autorità a bordo; alcuni fra loro contestano il termine per una eccessiva prossimità a un mondo autoritario e militare, provando viceversa ad animare una leadership più condivisa. Molti capitani ed equipaggi nella flotta civile non solo sono consapevoli dell’ingiusto rischio di criminalizzazione che i loro omologhi dei tobà dovranno affrontare, ma anche immaginano modi di azione e comunicazione per ridurre tale rischio.  Per le istituzioni, viceversa, il capitano è solo un trafficante, uno «scafista», e in quanto tale deve essere punito dalle leggi sulla migrazione. Per ogni barca che arriva a Lampedusa, polizie nazionali ed europee cercano segni e indizi per arrestarne capitani e aiutanti: fra tutti il bussolier, o compass-man, che ha il compito di tracciare la rotta. In Tunisia come in Italia, basta una chiave inglese, una candela del motore o la semplice presenza al timone perché un passeggero diventi il «responsabile» da arrestare e deportare. La criminalizzazione del capitain mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del Mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza. Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri. Il viaggio gratuito per loro è la contropartita per l’assunzione di un rischio penale.  «Captains Support», recita un flyer che si diffonde in mare e a terra, «è una piattaforma in solidarietà con coloro che sono accusati di aver guidato una barca verso l’Europa, mettendoli in relazione con avvocati e gruppi locali di sostegno»; in un gioco di specchi, capitani ed equipaggi nel mondo della solidarietà (bianca) aiutano altri capitani ed equipaggi nel mondo black degli aventurier (si veda Black). Nel film Io Capitano c’è sicuramente una scena finale mancante: quella di un’aula di tribunale o di una prigione, per un tempo che in Italia può raggiungere e superare formalmente i trent’anni di detenzione.  ESEMPI DAL CAMPO Così mi racconta Moussa: «Il capitano? Spesso fra noi passeggeri non si sa chi è sino a quando si parte. Per proteggerlo, perché an che in Tunisia sono criminalizzati…». È notte e siamo in un bunker in mezzo agli uliveti con l’equipaggio di una barca in partenza. Ripenso alle parole di un altro passeggero: «È una cattiveria rivelare chi è il capitano alla polizia. Noi diciamo sempre… Che siamo tutti capitani. È una questione di solidarietà».  Estratto dai diari di campo, dicembre 2024  Charles ci viene presentato come un capitano […] Lo chiamano «capitano» perché prima di partire, quando era in Camerun, lavorava nell’estrazione della sabbia dal mare, sabbia che poi viene utilizzata nell’edilizia […]. In Tunisia, quando Charles stava preparando con altri passeggeri la propria partenza, c’è stata un’irruzione della polizia nel bunker. Charles è stato trovato con uno zaino con dentro delle candele del motore e con una chiave inglese e una persona l’ha denunciato additandolo come il capitano del viaggio in preparazione. A quel punto è stato arrestato e processato: gli hanno dato otto mesi di galera che si è fatto nella prigione di Sfax. Non appena è stato rilasciato per avere scontato la sua pena, è stato preso e portato al porto di Sfax, dove l’hanno caricato su un autobus e portato in Libia, con tanta altra gente, dove è stato venduto ai libici e imprigionato di nuovo.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024  È un mestiere fare il capitano. È pagato in altro modo. Fa viaggiare gli amici gratis, o la propria donna. In Libia e Tunisia è uguale. Possono anche rivendere i posti che hanno a un prezzo ridotto. È una giusta ricompensa, perché ci vuole un gran coraggio per fare il loro lavoro.  Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking  I capitani vengono dai paesi dell’Africa dove c’è il mare o il fiume. Dopo il salvataggio è difficile riconoscere un capitano. Quando il convoi parte, si dice ai passeggeri di non dire chi è il capitano, per paura delle rappresaglie. Quando si vede una barca di soccorso, il capitano lascia il suo posto e i passeggeri magari dicono che il capitano è morto, che è caduto in acqua, che era un libico che è tornato indietro e che sono stati obbligati a condurre la barca. È sempre una farsa, obbligata, perché sappiamo che i capitani vengono arrestati in Europa.  Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking
La nave Aurora sequestrata illegalmente a Lampedusa
La piattaforma Didon Nessuna autorità europea aveva raccolto il segnale di soccorso delle 44 persone rimaste bloccate sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didon, nel Mediterraneo centrale. Avevano messo in conto altre morti, oppure erano rimaste in attesa che il “lavoro sporco” fosse compiuto dalle autorità libiche. I naufraghi partiti dalla Libia attendevano da giorni, ma la nave Aurora di Sea-Watch il 3 aprile è arrivata in tempo: prima della morte e prima della cattura illegale e dell’inesorabile ritorno nei centri di detenzione libici. Ma nel tempo in cui viviamo – quello della propaganda del governo Meloni – ciò che dovrebbe essere considerato obbligatorio perché sancito dal diritto internazionale si trasforma in affronto. Ad aspettare l’Aurora a Lampedusa non c’era nessun riconoscimento: c’erano le autorità italiane, pronte a sequestrare la nave nel porto. 45 giorni di fermo e una multa da 7.500 euro motivati dalla violazione della cosiddetta legge Piantedosi e il rifiuto dell’organizzazione di comunicare con le autorità marittime libiche. Un rifiuto tutt’altro che arbitrario. Un recente rapporto delle Nazioni Unite 1 , sottolinea la Justice Fleet, ha confermato che la guardia costiera libica fa parte di un sistema strutturato di sparizioni forzate, violenze sessuali e torture ai danni di chi cerca protezione, inclusi i minori. Un sistema reso possibile anche dalla complicità di attori europei come Frontex. Nelle scorse settimane, Sea-Watch ha presentato una denuncia penale contro la stessa guardia costiera libica, dopo che lo scorso anno la propria nave Sea-Watch 5 era stata presa a colpi di arma da fuoco. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale le politiche europee continuano a mietere vittime. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio del 2026 oltre 770 persone hanno perso la vita solo su questa rotta. E’ il dato più alto degli ultimi dieci anni e solo dal 27 marzo si presume che più di 180 persone siano morte o disperse, proprio mentre alcune delle navi più attrezzate della flotta civile erano, e restano, bloccate nei porti italiani. Quello dell’Aurora è il quinto sequestro inflitto a una nave dell’alleanza dal dicembre 2025, per un totale di 150 giorni di operatività sottratta al soccorso in mare. La Humanity 1 era rimasta ferma 60 giorni a partire dal 13 febbraio; la Sea-Watch 5 è stata bloccata a fine marzo. E questo avviene nonostante le numerose sentenze dei tribunali italiani che definisco illegali i sequestri e le multe. Guida legislativa/In mare GEO BARENTS E SEA-EYE 5: ALTRE DUE VITTORIE CONTRO IL DECRETO PIANTEDOSI E L’ILLEGITTIMITÀ DELLE SANZIONI I tribunali di Salerno e Ragusa mettono in luce l'ostruzionismo sistematico delle autorità italiane Redazione 31 Marzo 2026 «Denunciamo con forza la strategia di escalation sconsiderata e letale del governo italiano contro le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Con la Sea-Watch 5 e ora l’Aurora, due navi ben equipaggiate sono state illegittimamente bloccate in Italia, mentre le persone muoiono a causa delle politiche europee di deliberata negligenza». La Justice Fleet, che è composta da 13 tredici organizzazioni di ricerca e soccorso, non si fa intimidire e proseguirà a non collaborare con nessuna autorità libica. Una posizione che ha già trovato diverse volte riscontro in sede giudiziaria: la magistratura ha più volte ribadito il ruolo salvavita del soccorso civile in mare, chiarendo che la guardia costiera libica e il relativo Centro di coordinamento marittimo non possono essere considerati attori legittimi e che seguire le loro istruzioni costituisce una violazione del diritto internazionale. 1. UNSMIL and OHCHR joint report on human rights violations and abuses against migrants, asylum-seekers and refugees in Libya ↩︎
Contrasto ai respingimenti illegittimi: strategie legali e alleanze con la società civile
Il 16 aprile alle ore 14:30, online su zoom, ASGI presenta la Guida pratica sul contenzioso strategico avverso i respingimenti nel Mediterraneo e per il diritto d’ingresso, redatta con il sostegno della Fondazione Heinrich-Böll.  Il respingimento è uno degli strumenti cardine delle attuali politiche migratorie europee. Attraverso le politiche di esternalizzazione e i meccanismi di delega dei respingimenti, negli ultimi quindici anni si sono sviluppate pratiche volte a bloccare le persone in movimento e a trasferirne altrove la responsabilità, aggirando le garanzie poste a tutela dei diritti fondamentali. La Guida raccoglie le esperienze di contenzioso sviluppate nel corso degli ultimi anni, cercando di mettere a fuoco punti di forza e criticità e di raccontare l’evoluzione giurisprudenziale in materia. La presentazione sarà un’occasione di confronto tra le organizzazioni della società civile per facilitare la moltiplicazione di questo genere di contenzioso ed elaborare ulteriori strategie. Per partecipare è necessario iscriversi: Modulo di iscrizione – clicca qui
Genocidi invisibili alle frontiere d’Europa
Nella prefazione di Jason W. Moore a «Libertà di Movimento» di Gennaro Avallone 1, edito da DeriveApprodi, 2026, si legge “ogni nuova fase dell’imperialismo inventa nuovi modi per condurre genocidi“. Nell’introduzione, Gennaro Avallone, professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno, dichiara l’intento esplicito del volume, ossia, confrontarsi con uno ‘spazio euristico‘, costituito di margini e punti di osservazione mobili e complessi (Sassen. 2007), adottando il punto di vista delle persone che migrano e guardando alle migrazioni attraverso la lente della brutalità e della tortura. All’evidenza che la libertà di movimento dipenda dal luogo in cui si nasce e che la mobilità transnazionale per la superclasse non rappresenti un fatto di vita o di morte, filo rosso che lega introduzione, prefazione ed interviste è, non solo, la restituzione del confine – nella fase apocalittica del capitalismo – come ‘terreno di prova del nostro attuale ordine economico’, altresì, la sua flessibilità nel coniugarsi a ‘processi di controllo che attaccano le libertà umane fondamentali e la sopravvivenza individuale o collettiva attraverso cui si realizzano piccole guerre e genocidi invisibili’ (Scheper-Hughes, Bourgois, 2003). Il sud migra. Gruppi di immigrati rispondono a deprivazioni, di risorse e d’economie; rappresentano l’inferenza delle grandi società di petrolio e multinazionali, volte al capitalismo selvaggio che, visibilmente ‘separano chi comanda le risorse planetarie da chi è schiacciato dal peso dei disastri climatici‘ (p.10); altri conseguono a oppressioni e soppressione politiche che continuano ad espellere dall’Africa e dall’Asia; altri sono terrorizzati da guerre e persecuzioni e torture; decimati da invasioni e colonizzazioni: tutti, in fondo, ‘una classe lavoratrice senza patria‘ (p.6), un equipaggio eterogeneo 2 che vive la forme fondamentali della violenza sovrana – espropriazione, sfruttamento, disciplina e punizione – in una ‘crisi unica‘, quella dell’ecologia-mondo capitalista (p.6) che contrappone una classe operaia globale ad una predatrice (p.13). Qui, il confine che ci separa dalla ‘popolazione colpita dal disastro‘, dalla ‘popolazione sfollata’ o dalla ‘popolazione di rifugiati’ è la frontiera tra First World eThird World in quanto ‘confine del capitale‘, su cui si adoperano strategie di welfare e strategie di warfare vicendevolmente. Nella scomposta frattura di ordine neocoloniale che calcifica la dipendenza del Terzo Mondo, libertà di movimento vuol dire fare i conti con i pericoli del transito, con le tecnologie schierate, con le frontiere munite per combattere una ‘guerra di classe razzializzata‘ (p.10). Eppure, per uomini, donne e bambini, giovani e meno giovani, per la gente comune, la classe operaia, una ‘necessità estrema’, quella di muoversi, allorquando, per Soumaila Diawara: ‘chi parte non lo fa per lusso‘ (p. 118). A rendere ragione del ‘terrorismo di routine’ esercitato sulle persone in movimento, le testimonianze di attiviste ed attivisti impegnati, a vario titolo, nel monitoraggio delle frontiere e delle violenze esponenziali ad esse collegate – dentro e fuori il Mediterraneo – da cui emerge univocamente un progetto di ordine imperialista-coloniale ‘caratterizzato da relazioni e istituzioni giuridiche, politiche ed economiche la cui logica perpetua strutturalmente il vantaggio neocoloniale’ (Achiume, 2019). DAL CONTINUUM SICUREZZA … La mobilità assume articolazioni diverse: per chi migra è rifiuto attivo e fuga, apertura e possibilità, è cercare una vita migliore ‘di fronte a ciò che si vede come la forza della morte’ (Rediker, 2025), è diritto all’autodeterminazione socio-economica; per gli Stati Europei, di riflesso, combacia con la politica della paura quotidiana governata per mezzo di dispositivi morbidi, in cui ‘crimini di pace’ creano sicurezza e sostengono la dominazione politica ed economica del primo mondo. Nel 2015 la crisi migratoria, con oltre un milione di migranti e rifugiati – principalmente siriani, afghani e iracheni – giunti in Europa via mare, disvelava un mondo diviso da profonde disuguaglianze. Le scelte europee per contenere una mobilità così mutata si schierarono sul nesso immigrazione-crisi-sicurezza e si preparavano a gestire il disastro con nuove tecnologie e ‘norme concernenti gli assetti spaziali volti alla regolazione della vita umana’ (Jones, 2009). Nella ricostruzione di Nancy Porsia, e ripercorrendo le analisi di Moreno-Lax (Moreno-Lax, 2023) per la quale ‘il pensiero da crisi è autoreferenziale, auto-generativo e autoavverante’, mentre la Libia crollava in una guerra civile, l’Italia si mostrava maggiormente interessata a creare accordi mortali (p.139) per fermare le partenze degli immigrati, d’esempio la Turchia, anziché tutelare i diritti umani. Questa scelta, ‘non fuori dalla politica’ (Moreno-Lax, 2023), apporta alle rotte migratorie – anche quella balcanica – cambiamenti importanti nel business del viaggio rendendo più produttiva l’ intercettazione e la detenzione (nelle carceri non solo libiche) su cui oggi si giocano i veri guadagni. A causa della progressiva securitizzazione delle frontiere, quello che era un viaggio mappato dai passatori, si snoderà nel reclutamento (dalle regioni del sud), nel trasporto, nel trasferimento e nell’alloggio dei migranti – una tratta – gestita da ‘vampiri’ (p. 76), da gruppi armati al soldo del Ministero degli interni, dalle mafie regionali (eritrea, somala, nigeriana) o dalle grandi mafie di frontiera di una violenza disumana. Come risultato del continuum crisi-sicurezza e per salvare vite umane nel Mediterraneo, le difficoltà affrontate dai migranti prodotte dalle misure di controllo ‘protettive’ adottate dall’UE, sono affidate ad una rete di apparati militari e paramilitari – telecamere e sensori, sistemi di dati, droni testati su Gaza, tecnologie di sorveglianza che lavorano sul pre-crimine -, al lavoro di Frontex (con Mali, Mauritania, Niger e Senegal) e alle dinamiche dell’esternalizzazione delle frontiere, il cui intento non è impedire l’ingresso, ma ostacolare l’uscita fin dall’inizio del percorso migratorio, concentrandosi su una revisione selettiva della sicurezza. Per il 90% delle persone che si muove internamente al continente africano (distanti da una visione eurocentrica delle migrazioni), autodeterminarsi, pertanto, equivale ad essere intercettata, rapita, ricattata e riscattata, detenuta, abusata, stuprata, picchiata, schiavizzata, respinta già nella ‘fase precoce’ dove gli esseri umani scompaiono nei deserti, nelle carceri o finiscono in fosse comuni (p. 142). Garantite da tecniche di ‘controllo senza contatto’ (prima ancora che si verifichi contatto con le autorità dello Stato interessato), queste misure ‘basate sulla deterrenza, la militarizzazione e l’extraterritorialità’ – che conformano un nuovo tipo di confine globale anti-immigrazione che si estende oltre il territorio dello Stato – limitano e negano la capacità di autodeterminazione, cruciali nel mantenere lo status quo dell’esclusione razzializzata. Sono queste le tecniche che per Callamard – e nelle memorie di questo volume – ‘hanno incorporato deliberatamente o, quantomeno, tollerano il rischio di morte dei migranti come parte di un efficace controllo degli ingressi’ (Callamard 2017). …AL CONTINUUM GENOCIDIARIO Al centro dell’approccio utilizzato da Avallone, c’ è l’attenzione ravvicinata alle violenze prodotte negli spazi normativi del confine – respingimenti nel deserto, ragazzini di 12/13/14 anni che attendono per anni in Algeria, centri di detenzione in Libia, le violenze fisiche…e poi c’è tutto quello che accade nei momenti in cui le persone sono obbligate a fermare il loro viaggio e, quindi, a stare in un campo (p. 51), centri di accoglienza e CPR – spazi attraverso cui è possibile analizzare la successione ininterrotta dagli atti di violenza in tempi normali a quelli in tempi anormali’. A fondamento, sul piano giuridico, come spiega Gianluca Vitale, vige una tecnologia governamentale, che costruisce normativamente l’irregolarità. Erigendo barriere ai flussi migratori (misti), comprendenti misure di non ingresso, ad esempio i visti; introducendo meccanismi di ‘paese terzo sicuro’ e procedure di espulsione accelerate, gli Stati membri operano attraverso la cosiddetta ‘deterrenza cooperativa’, impedendo l’arrivo dei migranti sulla terraferma, quantunque ‘il diritto di asilo – in Italia – non sia necessariamente il diritto di restare, ma almeno il diritto di poter entrare‘ (p. 98). Su questa base – e contro un sistema di diritti sovranazionale che sancisce diversamente – la libertà di circolazione è bloccata nella interdipendenza tra politico e giuridico – trasformando la vulnerabilità in docilità – attraverso cui l’Italia, in un approccio strumentale alla migrazione, si concentra sulla preservazione della sovranità e degli interessi nazionali/regionali, abilitando alcune persone e disabilitandone altre come forze lavoro globali e mobili. Finalità delle nostre politiche migratorie, difatti, non è fermare l’immigrazione, bensì regolarne tempo e velocità, reintegrandola in un sistema gestionale globale, funzionale a preparare l’ esercito di riserva del capitalismo, ‘il cui unico meccanismo di costruzione è…la limitazione da parte dello Stato della libertà nei suoi differenti aspetti’ (p.82). Nutrendosi di un insieme di processi che lavorano attraverso la cattura dello spazio e del tempo – come la detenzione amministrativa nei Cpr alla stregua di esperienza di socializzazione normale; l’imbrigliamento attraverso leggi amministrative; la regolamentazione dei flussi migratori per cui significa che le frontiere sono chiuse (p.91); la deportabilità nel caso non si abbia lavoro dopo gli 80 anni; le persone parcheggiate nei centri di accoglienza e hotspot (p. 50) per cui anche il sistema di asilo europeo si basa sul controllo della mobilità globale (p. 38); il sistema dei reati ostativi – la prospettiva in esame restituisce agli immigrati una forma di non tempo dove non è consentito lo spazio per l’agire, in una dipendenza che altera il rapporto tra corpo, tempo e produttività, rendendoli in occupabili e politicamente intollerabili (Bauman, 2016). Una popolazione indesiderata, a Gaza, ‘privata tanto del diritto a respirare quanto della terra‘ (p. 134), che di questo regime di mobilità ed immobilità imposte ne è laboratorio. CONCLUSIONE Di questa ‘guerra di classe contro il proletariato planetario‘ parla il corpo decoloniale, annegato e restituito dal mare, che diventa corpo ‘chiamato dai suoi cari, nominato, respirato‘ (p. 140). Se, difatti, ciò che mantiene in piedi i migranti in viaggio – per Nawal Soufi – sono le chiamate ai loro familiari’ (p. 50), per Yasmine Accardo si è reso necessario ‘mettere in luce la forza delle famiglie delle vittime in cerca di verità’ (p.138) grazie a Med.Med, in una riappropriazione e riconnessione del corpo che va letto sia come memoria viva sia come monito (p.140). Specularmente, dunque, al diffondersi dei confini – nelle stazioni ferroviarie, nelle piazze, sulle strade – come borderscape – banalità del male o zona grigia – corrisponde un moltiplicarsi di voci, volti e nomi di resistenza eroica e di impegno: succede in Libia, in Algeria e in Italia, dove, come riportano le attiviste, una umanità accomunata da azioni solidali supporta i migranti lungo quel percorso che individua nella libertà di movimento un fattore decisivo nella lotta per la vita e per la giustizia planetaria 3. Il risultato delle interviste raccolte ne La libertà di movimento è una storia dal basso, scritta da quanti solamente possono esserne e, attraverso cui soltanto si può procedere alla comprensione della storia esente dalla propaganda che ne strumentalizza le voci. È quanto sosteneva Hannah Arendt con La vita della mente, libro incompiuto, in cui si proponeva di comprendere la radicale violenza di massa del genocidio nazista. Almeno dal 2014/2015, le frontiere costruite sul nesso immigrazione-insicurezza-governo della paura hanno annientato migliaia di persone – un paragenocidio (Mbembe, 2019) – in una ‘violenza il cui abominio non ha mai fine’ (p.139). Il migranticidio non è contenuto in nessuna convenzione internazionale né nel diritto penale internazionale. Riferimenti bibliografici Achiume T., Migration as Decolonization, 2019 Bauman Z., C.B. Evans, The Refugee Crisis Is Humanity’s Crisis, 2016 Callamard A., Unlawful death of refugees and migrants: note by the Secretary-General, 2017 Jones R., Categories, borders and boundaries, 2009 Moreno-Lax V., The Crisification of Migration Law: Insights from the EU External Border, 2023 Mbembe A., Bodies as Borders, 2019 Rediker M., Canagliedi tutto il mondo, 2025 Scheper-Hughes N., Bourgois P., Violence in War and Peace: An Anthology, 2003 1. Gennaro Avallone è professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno. Tra le sue pubblicazioni sul tema, si segnala Liberare le migrazioni. Lo sguardo eretico di Abdelmalek Sayad (ombre corte, 2018). ↩︎ 2. Nella storia atlantica di Marcus Rediker, il termine motley crew come equipaggio eterogeneo si lega al concetto di mobilità e proletariato, che nel desiderio di cambiare, affrontava il Middle Passage, dall’Africa alle Americhe ↩︎ 3. La Motley crew, connetendo la massa urbana e la folla rivoluzionaria, guidò il movimento dal basso modellando la storia sociale, promuovendo l’abolizionismo e lanciando il panafricanismo ↩︎
Cachette. Fino a nascondere con il proprio corpo
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La cachette è ciò che non si vede e tiene in vita. Più che un luogo, forse è un gesto. Nel viaggio senza spazio e senza certezze degli aveturiers, gli oggetti si riducono: pochi, mobili, provvisori. Si perdono, si lasciano, si ritrovano. Restano lungo il cammino come tracce sulla sabbia. Si nasconde ciò che conta: nel terreno, tra le pietre, sotto un albero. Oppure  nel corpo, il contenitore più sicuro, perché custodisce e a volte ingoia. Nascondere nel corpo significa avvicinare l’oggetto al limite del sé, fino quasi a confonderlo. Ma ogni nascondiglio è noto anche a chi cerca, allora la cachette non è mai sicura, solo necessaria. È un equilibrio fragile tra avere qualcosa e non perderlo, portare senza mostrare, proteggere fino a far scomparire. CACHETTE Parola di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa Cachette, dal francese cacher (nascondere), è un termine molto utilizzato nell’esperienza della mobilità osteggiata e sta a indicare il nascondiglio per oggetti importanti per la propria sopravvivenza. In un contesto dove si può viaggiare solo di nascosto, senza forme di tutela istituzionale o formale di nessun tipo, dentro condizioni di privazione e pericolo, dove ci si deve spostare spesso e con persone poco conosciute, la questione degli oggetti – della loro trasportabilità e della loro tutela – è centrale. Si tratta di viaggi lunghi molti mesi e più spesso diversi anni, necessari per attraversare il deserto sahariano e le diverse frontiere, ormai tutte controllate militarmente e tutte fonti di esperienze violente e traumatizzanti, così come necessari per organizzare la traversata del Mediterraneo. Sono viaggi da compiere «in nudità», senza possibilità di occupare spazio né di proteggere sé e i propri averi. Nascondere gli oggetti ed evitare i furti è quindi una questione vitale.  Questa esperienza di vita modifica profondamente la relazione con gli oggetti, a cui si impara a rinunciare, e che divengono materia di sogno e simbolo di speranza (qui l’idea del «futuro consumo» assume una sua specifica funzione, alimenta la resistenza ben oltre la banale socializzazione globale al consumismo). Questa relazione modificata con gli oggetti è molto interessante: siccome non si possono trasportare su mezzi di fortuna dove sono presenti moltissime persone, bisogna lasciarli e riprenderli; quindi si seminano spesso per strada per poi ricercarli altrove, tra quelli seminati da altri. Il viaggio è segnato e segnalato da una scia di oggetti abbandonati che oggi si trovano in moltissimi luoghi di frontiera. Specifica poi è la relazione con gli oggetti che si devono acquistare nei negozi dove servono documenti, ad esempio le telefonie, i cellulari, le schede sim, gli strumenti necessari all’orientamento attraverso piattaforme: questi oggetti – proprio per l’impossibilità di utilizzare la propria identità, per la mancanza di documenti o la paura di esporli ed essere catturati, denunciati, sequestrati – strutturano l’ampio mercato nero legato alla mobilità impedita. Semmai si riuscirà ad arrivare al possesso di un prezioso cellulare, il problema maggiore sarà appunto nasconderlo. Sicuramente le forme di cachette, di nascondiglio appunto, cambiano a seconda del tipo di oggetti. Alcuni sono più ingombranti (ad esempio il cellulare) e acquistarli o nasconderli comporta l’aiuto di persone locali; quindi è possibile solo col tempo e grazie alle abilità relazionali e all’uso di lingue veicolari. Altri sono oggetti più piccoli, come le schede sim (utili per gestire anche i conti bancari) o il denaro contante, purché sia di taglia piccola. Questo tipo di oggetti vengono nascosti per lo più sul corpo, che diventa allora la grande cachette: nei racconti dei testimoni abbiamo sentito di persone che li hanno ingoiati avvolti in plastica sottile, o hanno utilizzato i propri sfinteri, o li hanno intrecciati e nascosti nei capelli o cuciti dentro gli strati della stoffa e negli orli dei vestiti, e così via. Ma siccome tutti e tutte conoscono queste tecniche e le perquisizioni sono all’ordine del giorno (anche da parte delle polizie, che poi li requisiscono costantemente), il possesso di oggetti resta una questione molto delicata e pericolosa.  Nei racconti vi sono anche nascondigli sotto gli alberi, tra le rocce, nelle buche, soprattutto nella vita degli accampamenti di lunga durata, come zitounes, brousse e forêt. In questo caso sono soprattutto i racconti di donne che, restando al campo, sviluppano particolari strategie rispetto alle cachette, alla protezione degli oggetti, agli oggetti di protezione, che vengono nascosti non solo nel corpo ma anche nei capelli lunghi.  ESEMPI DAL CAMPO Il telefono è come il miele e tu sei come sparso di miele tra le api. Anche la polizia cerca i telefoni. Io non avevo niente, senza telefono e senza niente ero nudo, e forse la gente mi guardava con meno problemi per questo. Io ho pensato che non avere niente e avere buone relazioni fosse meglio, mi permetteva di usare gli oggetti degli altri. Così non avevo telefono ma potevo chiedere informazioni a chi aveva il telefono.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  Se c’è una cosa utile che avevo imparato da mia madre prima di partire è come diventare una cachette. Io e il mio corpo. Uno scrigno, una cassaforte del pochissimo che ho. Quello l’ho poi perfezionato, ho scoperto nuovi modi e imparato come andare a nascondere senza essere vista né seguita. Sono stata perquisita varie volte senza che lo scoprissero. Poi altre volte sono stata derubata. Io non ho mai rubato. Funziona così. Le cose scompaiono molto, ma ci sono molte persone che non rubano tra noi.  Intervista con Paulette, giovane donna di origine ivoriana conosciuta in Tunisia e oggi ancora bloccata lì
La strage di Pasqua e la criminalizzazione della solidarietà
Mentre la maggior parte dell’Italia era seduta a tavola per le feste, nel Mediterraneo si compiva l’ennesima strage. I fatti sono ormai tristemente noti: un’imbarcazione partita dalla Libia con 110 persone a bordo si è capovolta e solo 32 persone sono risultate sopravvissute, recuperate da due mercantili di passaggio e trasferite a Lampedusa in stato di forte choc. I corpi ritrovati sono due, mentre 71 persone risultano disperse in mare. > We are horrified. Over Easter weekend, about 71 people likely drowned in the > Mediterranean. Yesterday, our aircraft Seabird 2 spotted an overturned wooden > boat: ~15 people clinging desperately to the hull, others in the water, and > some lifeless bodies. > > 📽️ Fabian Melber https://t.co/dl4dtjNFoL pic.twitter.com/yDOBFxyUPd > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 5, 2026 Secondo il velivolo Seabird 2 di Sea-Watch che è giunto sul posto e le successive testimonianze raccolte dai soccorritori, i naufraghi sono rimasti in acqua per ore aggrappati ai relitti dell’imbarcazione prima di essere avvistati e recuperati dai mercantili. Il naufragio di Pasqua arriva dopo quello che pochi giorni fa avevamo già definito un bollettino di guerra. Notizie/In mare UN’ALTRA ECATOMBE NEL MEDITERRANEO: QUANDO SMETTEREMO DI UCCIDERE? La denuncia delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate» Redazione 2 Aprile 2026 Solo dall’inizio del 2026, secondo i dati dell’OIM (Missing Migrants Project) – certamente sottostimati, perché non tengono conto dei “naufragi fantasma” – almeno 990 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. L’associazione Mem.med – Memoria Mediterranea definisce quella di Pasqua una «strage politica nel Mediterraneo centrale», scrivendo che «non c’è alcuna redenzione, non esiste resurrezione quando in mare la crocifissione è una scelta politica di omissione», e chiede che vengano attivate immediatamente le ricerche delle persone disperse e il recupero dei corpi. Mediterranea Saving Humans attacca il governo: «Il fallimento delle politiche governative, purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni». Non è un caso che a salvare quelle 32 persone siano stati dei mercantili privati, e non una nave della Guardia Costiera o un equipaggio legato a operazioni europee di ricerca e soccorso. Per gli Stati membri dell’UE, a seconda della loro posizione geografica, il Mediterraneo è diventato uno spazio inesistente o tutt’al più scomodo, in ogni caso qualcosa di cui non occuparsi, delegando il lavoro sporco alle guardie costiere libiche e tunisine.  Per il governo Meloni, che continua a sostenere fantomatici blocchi navali, il Mediterraneo è tante cose insieme: da strumento di propaganda a palcoscenico elettorale, fino a moneta di scambio, come dimostra il caso Almasri, il trafficante e criminale libico rilasciato e riportato in Libia con un volo di Stato, squallida vicenda che è costata all’Italia il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Ma soprattutto il Mediterraneo è lo spazio in cui le morti non esistono, o se avvengono sono colpa dei trafficanti, e dove fermare le navi di soccorso civile è l’unica priorità politica. Il 7 aprile, la nave Aurora di Sea-Watch è stata sequestrata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. La colpa? Aver soccorso 44 persone rimaste intrappolate per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mediterraneo centrale. Alarm Phone aveva segnalato la presenza dei naufraghi già il 1° aprile. Nessuno Stato europeo era intervenuto. La nave Aurora era salpata il 3 aprile, aveva portato tutti in salvo e attraccato a Lampedusa il mattino del 4. > They are safe. The 44 people who took refuge on the Didon platform five days > ago, abandoned by European authorities, are now aboard our ship, the Aurora, > sailing north. Among them: women and children. pic.twitter.com/cwkJ8FWADq > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 3, 2026 Risultato: nave sequestrata e multa tra i 2.000 e i 10.000 euro, in applicazione del cosiddetto Decreto Piantedosi, con la motivazione di non aver informato le autorità libiche delle operazioni di soccorso. E’ la seconda nave di Sea-Watch bloccata nel giro di pochi giorni: la Sea-Watch 5 era stata fermata appena una settimana prima. Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo, l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone erano bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto ad aiutarle. Chiunque criminalizzi il soccorso sta consapevolmente scegliendo la morte al posto delle vite umane», commenta Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch. L’unica notizia positiva di questi giorni è che il Decreto Piantedosi sul quale si regge l’intera strategia del governo italiano di contrasto al soccorso civile continua a essere smontato pezzo per pezzo dai tribunali italiani. L’ultimo colpo è arrivato il 3 aprile 2026, quando il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea per il soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio il 16 ottobre 2023. Sia il fermo amministrativo di venti giorni e sia la multa di oltre 3.000 euro sono stati dichiarati illegittimi. Il Ministero dell’Interno è stato condannato anche al pagamento delle spese legali. In quella circostanza, la Mare Jonio aveva soccorso 69 persone, in gran parte famiglie sudanesi, donne, bambini e un neonato, da un gommone con il motore in avaria, i tubolari sgonfi e una persona già in acqua. Il governo aveva sanzionato la nave perché non si era sottoposta al «coordinamento delle autorità libiche». Il Tribunale ha risposto che quella richiesta era illegittima, poiché la Libia «non soddisfa i criteri per essere designata come luogo sicuro», dato che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è teatro di «detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti». Non è la prima volta e non è nemmeno la seconda. Mediterranea conta già tre sentenze favorevoli sulla sola nave Mare Jonio, con altri due procedimenti ancora aperti. Altre organizzazione del soccorso civile possono vantare una serie di vittorie contro altrettanti fermi e sanzioni illegittime. È una magra consolazione, perché nessuna sentenza restituisce nulla a chi è già annegato, e nessun risarcimento delle spese legali vale una vita. Piantedosi dovrebbe quantomeno dimettersi. Non solo per una questione politica, ma per una questione di decenza.