Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni
pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e
ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e
perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“.
È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due
tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e
criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo
centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di
traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il
fermo della nave Humanity 1.
Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare
strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in
mare.
CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE
A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di
Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti
dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e
traffico illecito di rifiuti.
Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei
rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel
2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività
mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti
sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una
qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato.
Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del
Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti
sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua
propaganda mediatica.
Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella
richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée
insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore
delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per
risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio
italiano.
Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti,
ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate
sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende
autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e
destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato
alcun rischio per la salute pubblica.
L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la
decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato
sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per
quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge
e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e
criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale.
ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO
Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity
Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti
decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato
all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il
fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era
illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti
pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le
operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo
internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un
luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di
rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente.
Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le
autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva
comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e
Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore
legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga.
«In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale
imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per
il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le
persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS
Humanity.
LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA
Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di
rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un
provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da
CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di
comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone.
«Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi
contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica
altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle
ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil
Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le
condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i
governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste
persone di fuggire dal Paese».
È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti
pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad
ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur
essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri
detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione
delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni
Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea
nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia.
Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni
diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un
giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle
frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano
illegittimo.
Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con
un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso
l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina
spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a
produrre un mix letale di violenza e morte.