Women State Trafficking: genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di
passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione,
minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta
lunghissimi. Che segnano perdite. Delle persone care, di familiari, di figli, di
se stessi.
Fasi diverse della tratta di Stato, già documentate dal primo rapporto State
Trafficking nel 2025 e ora riattualizzate dallo stesso collettivo di
ricercatrici e ricercatori.
Il report Women State Trafficking mette insieme trentatré testimonianze
ascoltate tra dicembre 2024 e febbraio 2026, raccoglie le voci delle persone
vittime della tratta di stato.
Women. Donne.
Basta osservare la copertina per capire di cosa si tratti.
La m di women non è una lettera: è un passaggio. Sta lì, sulla linea gialla che
rappresenta il confine, come un ponte sottile che tenta di unire. Si appoggia
sopra come qualcosa che è stato spinto fin troppo lontano, fino al punto in cui
non si può più tornare indietro. Ponte e cicatrice insieme. Tiene unita la
parola e mostra esattamente il punto in cui si spezza. Perché di questo si
tratta: di vite interrotte.
Sulla superficie della lettera restano graffi. Solchi. Ogni segno è una memoria
che non si lascia levigare, una traccia che resta anche quando la parola prova a
stare composta. Sono incisioni sottili, ma insistenti, come le pratiche delle
violenze ripetute che attraversano i corpi. Il colore di questa copertina, che
attraversa tutto il rapporto, è un viola che non è un equilibrio: è una ferita,
tra il rosso del sangue che non scompare e il blu che tenta di contenerlo. Il
risultato è un viola che trattiene entrambi senza pacificarli. È un colore che
anche nel suono ricorda la violenza, le viol in francese.
Ancora una volta: “tratta di Stato”. Le persone passano da un controllo
all’altro, da un’autorità all’altra, tramite l’azione di agenti di Stato in
Tunisia e milizie armate in Libia. La loro condizione giuridica di cittadini e
quella umana di persone è annientata.
DUE SONO LE DOMANDE SU CUI LA NUOVA RICERCA SI BASA
La prima riguarda l’attualità del traffico di Stato documentata nel precedente
report: le testimonianze sono coerenti, agghiaccianti, capaci di provare la
violenza che parte spesso dal mare, ma può cominciare anche nelle città, negli
zitounes, raggiunge la terra e le coste della Tunisia, Sfax, per poi proseguire
via terra per luoghi difficili da identificare per le persone che hanno
testimoniato.
Perché, quando vengono arrestate, sono ammanettate, perquisite, private di ogni
oggetto in loro possesso e dei documenti, quindi derubate anche del loro status
giuridico. Un sistema che produce invisibilità giuridica, spaziale, temporale.
Uomini, donne e bambini vengono caricati su autobus o camion, trasportati dalla
Tunisia alla frontiera con la Libia. Durante il tragitto non ricevono
informazioni. Non sanno dove andranno: sono picchiati, spesso bendati o
incappucciati per evitare che guardino all’esterno e possano avere un qualunque
riferimento geografico. E poi, il deserto cancella i riferimenti. Le distanze
non sono misurabili. Le direzioni non sono riconoscibili. Ma le persone sanno
che se saranno destinate alla Libia saranno vendute.
A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi diventano ricorrenti, uno
in particolare ritorna con insistenza nei racconti: la base della Guardia
Nazionale tunisina di El Meguissem, il nodo da cui si si passa, si attende, si
viene smistati.
Poi la compravendita delle persone arrestate in Tunisia: a questo punto, la
merce umana diventa proprietà degli attori libici, di stato e non. La detenzione
comincia nuovamente, la liberazione solo previo pagamento del riscatto. Un
debito che viene saldato in modi diversi.
Ph: Women State Trafficking
La seconda domanda del report interroga le violenze di genere: Quali sono le
forme specifiche di violenza e di violenza di genere nei confronti di donne,
famiglie e minori, accompagnati e non, nel corso delle operazioni di espulsione
e vendita condotte al confine tra la Tunisia e la Libia? Qual è il ruolo degli
apparati di Stato nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale dalla
Tunisia alla Libia?
Women State trafficking, che parla della condizione delle donne in questa catena
di mercificazione degli esseri umani, identifica tre fasi.
1. Deumanizzare: la prima soglia
La prima fase riguarda la trasformazione. In questa prima parte del rapporto si
rende conto delle «pratiche di degradazione, i rituali di umiliazione e le
mancanze di cure che contribuiscono all’assoggettamento fisico e psicologico
delle persone migranti razzializzate».
Le testimonianze descrivono pratiche ripetute: perquisizioni pubbliche,
distruzione dei documenti, sottrazione di oggetti personali. Non sono episodi
isolati. Servono a generare l’annullamento della volontà individuale e la
perdita di identità giuridica. Le persone vengono cancellate dal punto di vista
amministrativo. Poi ci si occupa dei corpi, trattati come cosa da neutralizzare.
Durante i trasferimenti, sono immobilizzati, privati di acqua e cibo, costretti
in spazi chiusi. Alcuni raccontano di trasporti in camion usati per il trasporto
di animali, stipati, impediti nei movimenti. Coi corpi incastrati gli uni sugli
altri. Non si tratta di episodi isolati, ma segmenti che, sommati, generano la
reificazione e la mercificazione.
2. Violentare: la continuità del gesto
La violenza fisica e sessuale attraversa tutte le fasi del percorso. Non aumenta
o diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di
detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, uso di taser, minacce. Le
donne raccontano perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi
aperti. I corpi sono denudati. Pasto nudo. Molte donne raccontano di essere
state stuprate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti.
Il passaggio in Libia non interrompe questa sequenza. La rende più stabile.
Nei centri di detenzione libici – ufficiali e non – la violenza diventa
sistematica. Gli stupri sono descritti come frequenti. Non episodici. Non
eccezionali.
«La violenza sessuale assume carattere generalizzato, manifestandosi sotto forma
di ispezioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in divisa),
spesso in spazi esposti alla vista di tutti. Anche i minori subiscono tali
abusi, finalizzati alla sottrazione di denaro e telefoni eventualmente
occultati».
La violenza sessuale non è nascosta. Viene messa in scena.
«Avviene in spazi aperti, davanti ad altri detenuti. Non è solo un atto, ma una
disposizione: chi subisce e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti ad
assistere. Non possono intervenire, non possono sottrarsi. Lo sguardo diventa
parte del dispositivo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisca, ma perché è
lì, trattenuto nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito,
si distribuisce tra i presenti, si moltiplica senza cambiare forma. L’età non
introduce una soglia. I bambini restano dentro lo stesso campo visivo».
Un dato è certo: tutti i testimoni, indipendentemente dal genere di appartenenza
dichiarano che a nessuna donna è risparmiata la violenza, che arriva fino allo
stupro nel caso di molte. Solo le puerpere e i neonati ne sono risparmiati.
L’uscita dalle carceri libiche è possibile solo se un riscatto viene pagato.
Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia o della rete amicale o di
chiunque desideri acquistare un essere umano per sfruttarlo.
3. Prostituire: l’uscita che non è un’uscita
Per molte donne, l’uscita dalla detenzione non coincide con la libertà.
Quando non è possibile pagare un riscatto, si apre un’altra possibilità: il
lavoro forzato, spesso sessuale. Le testimonianze descrivono il trasferimento
verso case o strutture in cui il debito deve essere estinto attraverso lo
sfruttamento. Le donne parlano di bordelli. La parola è chiara. Solo le
dimensioni variano. In alcuni casi molto grandi ed estremamente organizzati,
altri prevedono la presenza di poche donne.
Anche i tempi di permanenza mutano: tutto dipende dalla somma da restituire.
Merce. Le donne sono cose. Si usano, si appoggiano da qualche parte, si
controllano, si scambiano, si rivendono. Come vestiti di lusso, che sono
comprati e poi venduti: prima mano, seconda, terza, infinita. Merce pregiata che
nel corso della compravendita a poco a poco perde valore e da seta si trasforma
in stracci.
LA RESPONSABILITÀ EUROPEA
Il sistema non si esaurisce nei confini della Tunisia o della Libia.
Il rapporto sottolinea il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento
delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un legame
indiretto o astratto: alcune delle strutture coinvolte nelle espulsioni sono
sostenute, almeno in parte, da fondi destinati alla gestione delle frontiere.
Questo accade in un’epoca in cui la Tunisia continua a essere considerata un
“paese di origine e transito sicuro” in diversi contesti istituzionali europei.
Questa classificazione non entra nei dettagli. Non guarda ai percorsi. Non
ascolta le testimonianze delle persone.
Dopo il racconto
Le parole che si leggono in questo report descrivono fedelmente il mondo delle
donne migranti vittime della tratta di stato. Ne restituisce l’assoluta mancanza
di senso. Descrive un mondo che sanguina, che vomita violenza. È sporco,
indecente. Perché ognuna delle persone ascoltate dovrebbe trovarsi al sicuro,
invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono
scomparse. Altre hanno raggiunto l’Europa, nelle imbarcazioni finte che tre
volte su quattro sono ingoiate dal mare.
E’ un rapporto che paralizza e spezza il fiato più volte: perché la violenza
invade chi la racconta e chi la ascolta, perché parla del mondo in cui viviamo
ora, perché ricorda che questo accade con l’accordo e la volontà dell’Unione
europea.
Scarica il rapporto in italiano
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FR
Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border
Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato
in un evento pubblico a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00
alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50.
Incontri informativi e formativi
WOMEN STATE TRAFFICKING: PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO AL PARLAMENTO EUROPEO
Mercoledì 22 aprile 2026 ore 18 a Bruxelles
16 Aprile 2026