«Nos corps ne sont pas vos frontières»Al Forum sociale mondiale2026, vittime, sopravvissuti e sopravvissute,
familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno
elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere
e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale.
«I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di
Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del FSM che si è
svolto a Cotonou, la capitale culturale del Benin, dal 4 all’8 agosto 2026.
Leggi il Manifesto (eng e fra)
Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati
al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità
all’interno del Forum.
Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito
soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme
a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un
manifesto comune.
Il Forum sociale mondiale 2026, dedicato alle crisi globali, alle
disuguaglianze, alla giustizia sociale e ai rapporti di potere, ha organizzato i
suoi lavori attorno a 15 assi tematici. Tra questi, «Migration, Transborder
Governance & Universal Citizenship», dedicato alla libertà di insediamento, ai
rifugiati climatici e ai diritti delle diaspore africane.
Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole
parlare. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute,
familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni
impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista».
Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e
centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri
in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano.
È da qui che il manifesto mette in discussione lo sguardo eurocentrico con cui
siamo abituati a guardare alle migrazioni. Uno sguardo che tende a partire dalle
esigenze degli Stati europei – le frontiere da proteggere, i flussi da
controllare, gli arrivi da gestire – e che spesso rappresenta le persone
migranti soprattutto come vittime da soccorrere o proteggere.
A Cotonou, invece, le persone con esperienza diretta delle migrazioni prendono
la parola come soggetti politici: analizzano il sistema che produce la violenza
delle frontiere, ne individuano le responsabilità e rivendicano il diritto a
partecipare alle decisioni che determinano le loro vite.
> «Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui
> sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano
> l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare
> la necessità di una “gestione delle migrazioni”.»
Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle
frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari,
l’Unione europea ha progressivamente spostato il controllo della mobilità in
Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e
strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di
raggiungere il territorio europeo.
Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi
citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide
più con il territorio dell’Unione, ma si estende nei Paesi attraverso i quali le
persone migranti cercano di passare, trasformandoli in luoghi di blocco,
detenzione e respingimento.
La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un
«laboratorio privilegiato» di questo sistema, e nei confronti di Frontex,
indicata come il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità
umana.
> «I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle
> frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero
> conseguenze giuridiche e politiche.»
Ma il manifesto non costruisce una contrapposizione semplice tra un’Europa
responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più
significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani.
> «Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche
> occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle
> migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di
> guadagno finanziario.»
Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di
scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri
espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. Il documento cita
inoltre i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia
verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e
all’afrofobia in Sudafrica.
Il sistema delle frontiere viene poi collegato alle condizioni economiche e
politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali,
distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse naturali, debito, politiche
neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che
alimentano povertà e disuguaglianze.
Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene
raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno
volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i
firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare
ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria
destinazione.
Le richieste sono nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle
migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di
«ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi
internazionali assunti dagli Stati.
Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle
morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute possano
partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite.
Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione.
> «Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di
> scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in
> sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza
> paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria
> provenienza o appartenenza sociale.»
Una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei
visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui si costruisce una gerarchia
globale della mobilità. Il manifesto parla infatti di «apartheid globale della
mobilità», nel quale il diritto di muoversi dipende dal luogo di nascita e dal
passaporto.
La libertà di circolazione viene inoltre letta in una prospettiva femminista,
panafricanista e decoloniale: come possibilità di sottrarsi alla violenza, di
rafforzare l’unità del continente africano e di mettere in discussione una
gerarchia globale della mobilità che affonda le proprie radici nella storia
coloniale.
Il manifesto ricorda infine le pratiche attraverso cui le persone in movimento e
le loro reti esercitano questa libertà nonostante le barriere: attraversare le
frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali,
condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio
razzista.
È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere
in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire
la lotta.
Il testo si chiude con parole che condensano la sua denuncia:
> «La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli
> di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere
> colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre
> monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.»
E poi:
> «I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa.
> Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa.
> La nostra esistenza non è il nemico dell’America.»
Fino all’ultima frase:
> «Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre
> tombe.»
Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una
gestione diversa delle migrazioni, ma mette in discussione il sistema stesso
attraverso cui le frontiere vengono costruite e utilizzate per decidere chi può
muoversi e chi deve essere fermato.
> Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere.
1. Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e
sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi
provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati
Uniti e da altri contesti. Tra le organizzazioni africane che hanno
sottoscritto il documento ci sono Alarme Phone Sahara, Association Malienne
des Expulsés, Association Marocaine des droits humains, Association
Togolaise des Expulsés, Boza Fii, Refugees in Libya, Southern Africa
Migration Network, Un Monde Avenir e diverse realtà impegnate specificamente
sul protagonismo e sui diritti delle donne, tra cui Advocates Female
Migrants Initiative e Female Returned Migrant Network (Nigeria), Association
des Mères des Disparus en Tunisie, Groupe solidarité des groupements
féminins au Togo e SOSAPROFEM (Senegal). ↩︎