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Avere vent’anni in Libia. Dall’attentato a Saif Al Islam Gheddafi all’assassinio del Generale Fawzi al-Mansouri
Da febbraio sono in contatto con un miliziano libico e con un suo amico che prova a non lavorare per loro. Ho avuto il contatto del miliziano da un ragazzo tunisino che lo ha conosciuto mentre era in vacanza là, … Leggi tutto L'articolo Avere vent’anni in Libia. Dall’attentato a Saif Al Islam Gheddafi all’assassinio del Generale Fawzi al-Mansouri sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
«Nos corps ne sont pas vos frontières»
Al Forum sociale mondiale2026, vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale. «I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del FSM che si è svolto a Cotonou, la capitale culturale del Benin, dal 4 all’8 agosto 2026. Leggi il Manifesto (eng e fra) Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità all’interno del Forum. Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un manifesto comune. Il Forum sociale mondiale 2026, dedicato alle crisi globali, alle disuguaglianze, alla giustizia sociale e ai rapporti di potere, ha organizzato i suoi lavori attorno a 15 assi tematici. Tra questi, «Migration, Transborder Governance & Universal Citizenship», dedicato alla libertà di insediamento, ai rifugiati climatici e ai diritti delle diaspore africane. Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole parlare. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista». Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano. È da qui che il manifesto mette in discussione lo sguardo eurocentrico con cui siamo abituati a guardare alle migrazioni. Uno sguardo che tende a partire dalle esigenze degli Stati europei – le frontiere da proteggere, i flussi da controllare, gli arrivi da gestire – e che spesso rappresenta le persone migranti soprattutto come vittime da soccorrere o proteggere. A Cotonou, invece, le persone con esperienza diretta delle migrazioni prendono la parola come soggetti politici: analizzano il sistema che produce la violenza delle frontiere, ne individuano le responsabilità e rivendicano il diritto a partecipare alle decisioni che determinano le loro vite. > «Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui > sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano > l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare > la necessità di una “gestione delle migrazioni”.» Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari, l’Unione europea ha progressivamente spostato il controllo della mobilità in Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo. Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide più con il territorio dell’Unione, ma si estende nei Paesi attraverso i quali le persone migranti cercano di passare, trasformandoli in luoghi di blocco, detenzione e respingimento. La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un «laboratorio privilegiato» di questo sistema, e nei confronti di Frontex, indicata come il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità umana. > «I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle > frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero > conseguenze giuridiche e politiche.» Ma il manifesto non costruisce una contrapposizione semplice tra un’Europa responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani. > «Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche > occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle > migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di > guadagno finanziario.» Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. Il documento cita inoltre i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e all’afrofobia in Sudafrica. Il sistema delle frontiere viene poi collegato alle condizioni economiche e politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali, distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse naturali, debito, politiche neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che alimentano povertà e disuguaglianze. Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria destinazione. Le richieste sono nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di «ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi internazionali assunti dagli Stati. Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute possano partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite. Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione. > «Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di > scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in > sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza > paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria > provenienza o appartenenza sociale.» Una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui si costruisce una gerarchia globale della mobilità. Il manifesto parla infatti di «apartheid globale della mobilità», nel quale il diritto di muoversi dipende dal luogo di nascita e dal passaporto. La libertà di circolazione viene inoltre letta in una prospettiva femminista, panafricanista e decoloniale: come possibilità di sottrarsi alla violenza, di rafforzare l’unità del continente africano e di mettere in discussione una gerarchia globale della mobilità che affonda le proprie radici nella storia coloniale. Il manifesto ricorda infine le pratiche attraverso cui le persone in movimento e le loro reti esercitano questa libertà nonostante le barriere: attraversare le frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali, condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio razzista. È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire la lotta. Il testo si chiude con parole che condensano la sua denuncia: > «La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli > di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere > colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre > monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.» E poi: > «I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa. > Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa. > La nostra esistenza non è il nemico dell’America.» Fino all’ultima frase: > «Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre > tombe.» Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una gestione diversa delle migrazioni, ma mette in discussione il sistema stesso attraverso cui le frontiere vengono costruite e utilizzate per decidere chi può muoversi e chi deve essere fermato. > Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere. 1. Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri contesti. Tra le organizzazioni africane che hanno sottoscritto il documento ci sono Alarme Phone Sahara, Association Malienne des Expulsés, Association Marocaine des droits humains, Association Togolaise des Expulsés, Boza Fii, Refugees in Libya, Southern Africa Migration Network, Un Monde Avenir e diverse realtà impegnate specificamente sul protagonismo e sui diritti delle donne, tra cui Advocates Female Migrants Initiative e Female Returned Migrant Network (Nigeria), Association des Mères des Disparus en Tunisie, Groupe solidarité des groupements féminins au Togo e SOSAPROFEM (Senegal). ↩︎
La frontiera invisibile dell’Europa passa dal deserto
Quando si parla di esternalizzazione delle frontiere europee, il pensiero corre al Mediterraneo. Ma prima ancora del mare, esiste un altro luogo da attraversare, altrettanto vasto ma meno raccontato: il deserto del Sahara. Qui, migliaia di persone perdono la vita ogni anno, nel tentativo di raggiungere i paesi del nord Africa da cui poi cercheranno di attraversare il mare. Se il Mediterraneo centrale è descritto come un cimitero liquido, il deserto è un cimitero di sabbia che ricopre in poche ore i corpi di esseri umani condannati a morte perché resi colpevoli di un movimento che li spinge a viaggiare nascosti ed intraprendere le rotte più pericolose. Per le persone di origine sub sahariana, visa e aerei, che renderebbero i tragitti sicuri, sono spesso negati. Questi esseri umani diventano merce in viaggio: sono venduti e comprati, respinti, arrestati e impiegano spesso molti anni per arrivare a destinazione. O non arrivano mai. Il Mediterraneo è diventato il simbolo del sistema confinario europeo, il deserto rappresenta il suo retroterra nascosto, in cui la politica del respingimento produce quotidianamente morti, sparizioni e violazioni dei diritti umani lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Questo è uno dei grandi risultati dell’esternalizzazione delle frontiere: la possibilità di rendere invisibili migliaia di esseri umani fino a farli scomparire.  PH: APS Per capire cosa accada nel deserto,  bisogna conoscere Alarm Phone Sahara, una rete di soccorso e monitoraggio dei diritti umani che opera lungo il deserto, nella zona del Sahel Sahara al confine tra Niger, Algeria , Libia.  Il fondatore e responsabile è Moctar Dan Yaye. È lui che ce la racconta in un’intervista di cui riportiamo di seguito gli elementi salienti. L’associazione nasce in un momento preciso della storia delle politiche migratorie europee. Dopo il Vertice della Valletta del 2015, il Niger diventa un “laboratorio” dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea. Le interviste di Radio Melting Pot Intervista a Moctar Dan Yaye di Alarme Phone Sahara Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:32:35 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:32:35 | Registrato il 20 Agosto 2026 Post produzione: Eva Bearzatti Agadez, storicamente nodo commerciale e crocevia della mobilità nell’Africa occidentale, si trasforma progressivamente in un punto strategico per il controllo delle migrazioni 1. Agadez  è una città in cui il deserto ha preso forma: le case hanno il colore della sabbia, i minareti indicano cielo ed orizzonte come dita d’argilla e le connection house – luoghi che brulicano come formicai, spazi di transito o attesa di migliaia di esseri umani- sono moltissime. «Alarm Phone Sahara è un’iniziativa nata per portare assistenza e soccorso alle persone in movimento che attraversano il deserto e per documentare gli abusi e le violazioni dei diritti che avvengono lungo le rotte migratorie», racconta Moctar. È nata così questa associazione, quasi dieci anni fa e, nonostante il tempo trascorso, il suo fondatore ne rinnova uno degli intenti: «Vogliamo denunciare a livello internazionale ciò che accade in questa parte isolata del mondo». Il lavoro dell’associazione, dunque, va oltre il soccorso immediato. «Documentare ciò che accade nel Sahara significa rompere il silenzio su una frontiera che continua a rimanere invisibile».  È proprio contro questa invisibilità che Alarme Phone Sahara opera ogni giorno, costruendo una rete di solidarietà che attraversa il deserto e ricordando che la libertà di movimento e il diritto alla vita non possono essere subordinati alle logiche del controllo delle frontiere. «All’inizio pensavamo che bastasse una linea telefonica. Poi abbiamo capito che molte persone, pur essendo in pericolo, non avevano alcuna possibilità di chiamare. Così abbiamo costruito una rete di volontari che si chiamano “lanceurs d’alerte” 2» racconta Moctar che partecipa alle operazioni in prima linea. > «Quando trovano persone in difficoltà prestano il primo soccorso e contattano > il coordinamento per organizzare le operazioni di salvataggio.»  «Già dal 2017 abbiamo istituito il centro di coordinamento ad Agadez, dove la linea è attiva e risponde. E molte persone impegnate nell’iniziativa rispondono in un modo o nell’altro. Anche il mio numero fa parte di questa linea di assistenza visto che personalmente, gestisco le piattaforme dei social network, in particolare Facebook, WhatsApp e altre. Quindi, spesso, è proprio attraverso questi canali che le persone ci contattano. Inoltre, cerco anche allertare il centro di coordinamento presso la sede centrale di Agadez per organizzare i soccorsi». PH: APS Moctar spiega che per comprendere il lavoro di APS, è necessario capire cosa accada in Niger: «A partire dal 2015 il Paese è diventato un punto strategico per l’Unione europea per controllare e bloccare le persone dirette verso il nord dell’Africa», spiega. «Da quel momento ci siamo chiesti come attirare l’attenzione pubblica sui pericoli di questa esternalizzazione delle frontiere europee nel nostro continente.» L’ispirazione è arrivata da Alarm Phone Watch the Med, la rete telefonica nata per assistere le persone in difficoltà nel Mediterraneo. Ma nel Sahara le condizioni sono completamente diverse, non solo perché le distanze sono immense, ma perché la copertura telefonica è spesso inesistente e chi si trova in difficoltà non sempre riesce a lanciare una richiesta di aiuto. Per questo Alarme Phone Sahara si è costruita come una rete diffusa di persone presenti sul territorio: ex trasportatori, ex cokseurs (che Moctar chiama anche “mediatori di viaggio”), abitanti delle regioni desertiche e migranti stabilitisi in Niger che pattugliano le piste, individuano le persone abbandonate e attivano i soccorsi. «La migrazione in quest’area è vitale. È grazie ad essa che le persone in tutta l’Africa, in particolare in questa zona dove è proprio la mobilità a garantire il sostentamento, riescono a sopravvivere. Sono quindi queste persone che effettuano pattugliamenti o, spesso, nel corso delle loro attività quotidiane, quando vedono persone in difficoltà, cercano di prestare loro i primi soccorsi, oppure tentano di contattare o raggiungere il centro di coordinamento in grado di organizzare missioni di soccorso».  L’associazione, tuttavia, per lungo tempo ha avuto l’obbligo di confrontarsi con una legge che ne ha reso complesso il funzionamento.  Persone in marcia nel deserto da “Point Zéro” ad Assamaka, 18 marzo 2026 – PH: APS «La legge nazionale n. 2015-36, introdotta in Niger nel 2015 nel quadro delle politiche di contrasto al traffico di migranti, ha cambiato radicalmente il contesto del movimento all’interno del Paese» 3. Trasportatori e intermediari che fino ad allora avevano operato legalmente come soggetti responsabili di facilitare la mobilità nel nord del Niger, sono stati improvvisamente assimilati ai trafficanti di esseri umani, smugglers. La legge, concepita formalmente come dispositivo di contrasto alla traffico di esseri umani, ha rovesciato nella sua applicazione la propria funzione dichiarata, colpendo, tra l’altro, i soggetti che cercava di proteggere: coloro che tentavano di raggiungere i paesi del Nord Africa. «In effetti, ha reso più complesso il loro movimento causandone l’aumento delle sparizioni nel deserto» 4. Peraltro, la legge ha avuto un effetto perverso: «non fermare le migrazioni, ma renderle più pericolose, perché, come accade in mare o in qualunque altra frontiera, per evitare i controlli, i percorsi si sono spostati sempre più all’interno del deserto generando l’aumento delle persone disperse». Per gli operatori dell’associazione la legge ha rappresentato anche una minaccia costante. PH: APS «Noi, in quanto persone che cercavano di assistere o soccorrere, potevamo essere considerati come facilitatori della migrazione irregolare e quindi perseguibili dal punto di vista penale…  la legge è rimasta per anni come una spada sospesa sopra le nostre teste. Non sapevamo mai in quale momento il nostro lavoro di assistenza potesse essere interpretato come favoreggiamento della migrazione irregolare. Abbiamo continuato a denunciare questa legge, non solo come Alarm Phone Sahara, ma anche insieme a molti altri attori, in particolare gli ex fornitori di servizi migratori – gli ex trasportatori, i cokseurs e la popolazione in generale: tutti denunciavano questa legge liberticida che violava la libertà di circolazione delle persone nel proprio spazio e ostacolava l’economia della regione». Ma non solo: Moctar spiega l’esistenza di un conflitto legale tra la legge nazionale n. 2015-36 e il protocollo sulla libera circolazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), un’area composta da 16 paesi che promuove la libertà di circolazione per i cittadini di tali Stati sin dal 1979 e a cui il Niger aderisce. «Ecco perché questa legge è stata denunciata da tutti. Noi abbiamo presentato una denuncia presso la Corte della CEDEAO contro la sua attuazione». Nel novembre 2023, la normativa viene finalmente abrogata. Una decisione che, per Moctar, rappresenta prima di tutto un sollievo 5. «La sua abrogazione ci ha liberati. Centinaia di persone detenute in nome della sua applicazione sono state rilasciate e la mobilità attraverso il Niger è tornata ad essere meno rischiosa».  Ma la pressione sulle persone migranti non è diminuita. Negli ultimi anni Alarm Phone Sahara ha documentato un aumento dei respingimenti collettivi dall’Algeria, dalla Libia e dalla Tunisia verso il Niger. Migliaia di persone vengono deportate fino alle zone di confine e abbandonate nel deserto, spesso a chilometri dal primo centro abitato. Esseri umani destinati alla morte, ricoperti da uno strato di sabbia. Corpi invisibili, lutti che non si possono elaborare.  «Queste persone vengono lasciate in pieno deserto, al cosiddetto “punto zero”, a circa quindici chilometri dal primo villaggio del Niger, Assamaka. È anche lì che organizziamo gli interventi di soccorso.» “Punto zero” (o “point zero”) è il nome informale con cui si indica il luogo nel deserto, al confine tra Algeria e Niger. Le persone migranti, scaricate lì dai convogli militari algerini, devono percorrere a piedi l’ultimo tratto nel deserto per raggiungere il Niger, spesso senza acqua, cibo o assistenza 6. PH: APS È un punto ben documentato da ONG che vi operano soccorso, perché il tragitto a piedi in quelle condizioni causa regolarmente morti per disidratazione, sfinimento o smarrimento. Secondo quanto riportato nel report di APS, nel 2023 sono state espulse dall’Algeria verso il Niger almeno 26.031 persone. Nel 2024 questo numero è salito a oltre 31.000, il più alto degli ultimi anni. Nell’aprile 2025 si è aperta una nuova crisi umanitaria, con almeno 4 persone uccise il 22 aprile per i maltrattamenti subiti durante l’espulsione. Tra il 18 gennaio e il 17 maggio 2026, secondo le osservazioni del team di Alarme Phone Sahara ad Assamaka sono state almeno 14.602 le persone espulse dall’Algeria verso il Niger 7. Sul piano politico, nell’aprile 2024, Tunisia, Algeria e Libia hanno lanciato una nuova alleanza volta a reprimere l’arrivo di persone sulle rotte trans sahariane, in coordinamento con attori europei; parallelamente, dal gennaio 2025 anche l’Italia ha siglato un nuovo accordo di cooperazione di polizia con l’Algeria 8. Tutto ciò ha favorito i “movimenti di ritorno” di persone che, dalle coste nord africane sono regolarmente respinte: dal mare alle coste, dalle coste alle frontiere e da li verso i deserti. È in questa cornice che si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 17 giugno 2026. Per Moctar Dan Yaye «si inserisce nella volontà dell’Europa di trasformarsi sempre più in una fortezza. L’obiettivo è impedire alle persone di arrivare in Europa, trasferendo il controllo delle frontiere ai Paesi terzi.» E per Moctar, questo patto rinforza una tendenza già in atto: rendere il deserto e la frontiera nigerina una delle principali aree di sperimentazione delle politiche europee di contenimento delle migrazioni. Con il patto europeo, paesi come il Niger rischiano di essere trasformati definitivamente in hub dove bloccare, identificare e trattenere le persone, annientando così qualunque loro tentativo di raggiungere il territorio europeo. È così che l’UE usa il deserto per seppellire le persone subsahariane che cercano di raggiungerla. 1. Radio Melting Pot: Agadez, Niger. La porta (blindata) del deserto. La trasmissione del mese di ottobre 2022 (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 2. Letteralmente lanciatori d’allarme ↩︎ 3. Niger: ricorso contro la legge che criminalizza il traffico dei migranti. La Corte di giustizia dell’ECOWAS chiamata a giudicarne la legittimità (Asgi, settembre 2022) ↩︎ 4. Le morti taciute nel deserto: come il Niger è diventato la frontiera più esterna dell’UE. Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 5. «Le richieste della popolazione nigerina vanno ascoltate». Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, settembre 2023) ↩︎ 6. Il Niger: analisi di un «confine umanitario». Intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 7. Gennaio–maggio 2026: le espulsioni di massa dall’Algeria verso il Niger continuano su larga scala, APS (maggio 2026) ↩︎ 8. Si tratta del protocollo Pisani-Badaoui il cui testo integrale non è pubblicato, né dal Ministero dell’Interno italiano né dalla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale algerina (DGSN). Questo perché un decreto del Ministero dell’Interno del marzo 2022 ha escluso dal diritto di accesso civico gli accordi tecnici di cooperazione internazionale di polizia su frontiere e immigrazione, un divieto assoluto confermato dal Consiglio di Stato nel novembre 2023 (Altreconomia, 1 febbraio 2024) ↩︎
Undici corpi in mare e due intercettazioni violente: il Mediterraneo sempre più pericoloso
Undici corpi in avanzato stato di decomposizione, alcuni ancora con i vestiti addosso, altri tenuti a galla da camere d’aria di pneumatici. È quanto ha osservato il 14 agosto l’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito congiuntamente da SOS Méditerranée e Humanitarian Pilots Initiative (HPI), durante un volo sul Mediterraneo centrale. L’equipaggio ha abbassato la quota per poter distinguere meglio la scena. Le circostanze e il momento esatto del naufragio restano sconosciuti. «Questa testimonianza è un duro promemoria delle conseguenze umane delle politiche letali dell’Europa, improntate all’indifferenza e alla deterrenza a tutti i costi», denuncia SOS Méditerranée nel comunicato diffuso il 14 agosto. Il ritrovamento si inserisce in un bilancio sempre più pesante. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) citati dall’organizzazione, dall’inizio del 2026 almeno 872 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo centrale, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati registrati almeno 702 morti o dispersi. Per SOS Méditerranée, non si tratta di eventi imprevedibili: «Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate». PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE MENO ARRIVI, UNA ROTTA PIÙ LETALE Negli ultimi mesi il numero delle persone arrivate in Italia attraverso il Mediterraneo centrale è diminuito del 56%. Un dato che il governo italiano presenta come risultato delle proprie politiche migratorie. Ma, sottolinea SOS Méditerranée, la diminuzione degli arrivi non significa che la traversata sia diventata più sicura. Al contrario, il tasso di mortalità stimato sulla rotta è arrivato a quasi il 3% 1: circa una persona muore o scompare ogni 35 persone che tentano la traversata. «Il calo degli arrivi non ha reso la traversata più sicura», scrive l’organizzazione. «Queste cifre dimostrano che un minor numero di partenze non ha comportato un minor numero di morti, ma piuttosto un rischio crescente per la vita di coloro che continuano a intraprendere il viaggio». Il dato mette in discussione uno dei principali argomenti utilizzati per rivendicare l’efficacia delle politiche di contenimento: meno persone riescono ad arrivare, ma quelle che continuano a partire affrontano una rotta nella quale aumentano le probabilità di morire. DUE INTERCETTAZIONI IN UN’ORA Il ritrovamento degli 11 corpi arriva mentre SOS Méditerranée denuncia anche un aumento delle intimidazioni e delle operazioni di intercettazione condotte da soggetti libici nelle acque internazionali. Il 12 agosto, nel giro di meno di un’ora, l’equipaggio dell’Albatross ha assistito a due intercettazioni. La prima riguarda un’imbarcazione di legno blu con circa 50 persone a bordo, tra cui tre donne, che navigava alla deriva e senza attrezzature di salvataggio. Alcune ore dopo, l’aereo ha osservato due gommoni a scafo rigido non identificati: uno trainava l’imbarcazione ormai vuota, mentre l’altro trasportava le persone che erano state prese a bordo. Poco meno di un’ora dopo, nella stessa zona, l’Albatross ha osservato una seconda operazione. Un gommone nero sovraffollato trasportava circa 30 persone, tra cui bambini e neonati, senza equipaggiamenti di salvataggio visibili. Una motovedetta della Guardia Costiera libica di classe TS 300 si è avvicinata ad alta velocità e ha inseguito il gommone per circa 40 minuti. Secondo quanto documentato dall’equipaggio, durante l’inseguimento la motovedetta avrebbe compiuto «una serie di manovre aggressive e pericolose», speronando più volte il gommone e tentando di legarlo con una corda mentre era ancora in navigazione. Nelle vicinanze si trovava la Humanity 1, nave di SOS Humanity in grado di prestare soccorso alle persone in pericolo. Secondo SOS Méditerranée, alla nave è stato ordinato dalla Guardia Costiera libica di lasciare la zona e dirigersi verso nord. LA MOTOVEDETTA FINANZIATA DALL’UNIONE EUROPEA C’è un ulteriore elemento che rende particolarmente significativa la denuncia: la motovedetta TS 300 coinvolta nell’intercettazione è stata fornita alle autorità libiche attraverso SIBMMIL, il principale programma europeo per la gestione delle frontiere e della migrazione in Libia. Il programma, finanziato dall’Unione europea, fornisce alle autorità libiche risorse, formazione e attrezzature. È proprio sulla responsabilità europea che SOS Méditerranée concentra la propria denuncia. «Quando imbarcazioni finanziate dall’UE vengono utilizzate in episodi violenti come questo, sorgono interrogativi sulla responsabilità a cui le istituzioni europee hanno finora scelto di non rispondere». La questione non riguarda quindi soltanto ciò che accade durante le traversate. Riguarda anche il sistema costruito per impedire alle persone di raggiungere l’Europa: il rafforzamento della Guardia Costiera libica, il trasferimento verso le autorità libiche delle operazioni di intercettazione, l’ostacolo alle attività delle navi civili di soccorso. Da oltre un decennio, denuncia SOS Méditerranée, gli Stati membri dell’Unione europea si sono sottratti alle proprie responsabilità in materia di ricerca e soccorso, mentre hanno continuato a sostenere la Guardia Costiera libica. Gli undici corpi avvistati dall’Albatross sono l’esito più drammatico di una rotta che continua a essere attraversata nonostante l’aumento dei rischi. Le due intercettazioni del 12 agosto mostrano invece cosa può accadere a chi viene fermato prima di raggiungere un luogo sicuro. Il Mediterraneo centrale diventa così sempre più difficile da attraversare, senza che questo significhi che le persone smettano di partire. E, conclude SOS Méditerranée, «in assenza di responsabilità, è probabile che episodi del genere si ripetano». 1. Questo tasso di mortalità è calcolato sulla base dei dati sugli arrivi (UNHCR), sui decessi e sulle persone disperse (Missing Migrants Project dell’OIM) e sulle intercettazioni (OIM Libia). I dati sulle intercettazioni sono limitati: le autorità tunisine non pubblicano dati sulle intercettazioni dal giugno 2024, mentre i dati più recenti sulle intercettazioni effettuate dalle autorità libiche, forniti dall’OIM Libia, arrivano solo al 25 luglio. Il calcolo si basa pertanto sulla stima più recente disponibile per questo periodo. Poiché le stesse cifre dell’OIM sono ampiamente considerate una sottostima dei decessi e delle persone disperse in mare, il reale tasso di mortalità è probabilmente superiore a quello indicato da questa stima (Fonte: CS in inglese). ↩︎
Libia. L’instabilità sulla porta di casa. Attacchi a impianti petroliferi e autobombe
In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese. Ci sono poi stati degli […] L'articolo Libia. L’instabilità sulla porta di casa. Attacchi a impianti petroliferi e autobombe su Contropiano.
August 13, 2026
Contropiano
La CPI avvia uno storico processo sui crimini contro l’umanità nel sistema detentivo libico
La decisione della Corte penale internazionale (CPI) di confermare il 16 luglio tutti i 17 capi d’imputazione a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri e di rinviare il caso a giudizio segna una svolta storica per i sopravvissuti dei crimini commessi nel carcere di Mitiga e per la giustizia in Libia. È il primo processo che scaturisce dall’indagine della CPI sulla Libia da quando, nel 2011, la situazione è stata deferita alla Corte. La decisione riconosce la gravità e l’ampiezza dei presunti crimini commessi contro detenuti libici e non libici, tra cui persone migranti e rifugiate, e avvicina i sopravvissuti all’accesso alla giustizia, alla verità e alla riparazione. Approfondimenti DA MITIGA ALL’AJA: ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE LE UDIENZE CONTRO EL HISHRI, PARI GRADO DI ALMASRI Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia» Redazione 21 Maggio 2026 «La mia più grande gioia e soddisfazione nascono dal fatto di aver continuato a riporre fiducia nella CPI perché affermasse la verità e la giustizia in mio nome», ha dichiarato David Yambio, fondatore e direttore esecutivo dell’organizzazione guidata da sopravvissuti Refugees in Libya. «Quella fiducia si è accompagnata a un impegno incrollabile, di fronte al trauma mentale, fisico e psicologico che ho dovuto rivivere più e più volte. E se da un lato la mia fiducia nella Corte non viene meno, dall’altro spero che tutto questo non si fermi a El Hishri, ma arrivi a chiamare in causa anche le responsabilità degli attori europei». La Camera preliminare ha ritenuto sussistenti motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di 17 capi di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui imprigionamento, oltraggi alla dignità personale, tortura, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione. Figura di vertice di una potente milizia libica di Tripoli, già nota come SDF/RADA e collegata al Consiglio presidenziale libico, El Hishri avrebbe esercitato un’autorità generale sul carcere di Mitiga e un controllo diretto sulla sezione femminile. Particolarmente significativa è la conferma dei capi d’imputazione di riduzione in schiavitù e persecuzione. Con un’applicazione innovativa dell’approccio intersezionale, la Camera ha riconosciuto che i crimini contestati hanno colpito le persone detenute in modo differente a seconda di fattori che si sovrappongono. Ha rilevato, in particolare, che le persone migranti nere sono state ridotte in schiavitù e perseguitate per l’effetto combinato della loro nazionalità, etnia e condizione migratoria, anche attraverso il lavoro forzato su base razziale e altre forme di sfruttamento e abuso. Si tratta di un importante riconoscimento delle esperienze specifiche vissute da persone migranti e rifugiate. «È un risultato straordinario per i sopravvissuti, che continuano a battersi perché venga riconosciuta la realtà di Mitiga in tutta la sua portata, in particolare la riduzione in schiavitù e la persecuzione di migranti e rifugiati», ha affermato Allison West, consulente legale di ECCHR. «L’accertamento delle responsabilità non può fermarsi ai muri del carcere di Mitiga. Il Procuratore deve ora indagare sul sistema più ampio che ha portato le persone in detenzione e ne ha garantito il funzionamento, compreso il ruolo e la possibile responsabilità penale dei decisori politici dell’UE e degli Stati membri». Insieme a Refugees in Libya, ECCHR sostiene la partecipazione al procedimento dei sopravvissuti che si trovano in Europa, in Libia e in altri Paesi africani, in particolare persone nere. La decisione di andare a processo è un forte riconoscimento dell’importanza delle loro testimonianze, ascoltate e documentate. La Corte deve ora considerare prioritario garantire alle vittime informazioni tempestive e accessibili, oltre a una rappresentanza legale indipendente e da loro scelta, così che possano partecipare in modo sicuro e sostanziale. El Hishri resta comunque solo uno degli autori all’interno di un sistema molto più vasto di detenzione arbitraria, sfruttamento e abusi. I mandati d’arresto pendenti devono essere rispettati dagli Stati parte della CPI e dalle autorità libiche, compreso quello nei confronti di Osama Elmasry Njeem, conosciuto come Almasri: la condanna attualmente emessa nei suoi confronti in Libia non fa venir meno l’obbligo delle autorità di cooperare con la Corte e di consegnarlo alla CPI perché si avvii un ulteriore procedimento. Le testimonianze dei sopravvissuti depositate nel caso El Hishri raccontano anche di come siano stati catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica prima di essere condotti nel carcere di Mitiga. Altri hanno spiegato di essere stati trasferiti da o verso i centri di detenzione finanziati dall’UE. L’indagine, della CPI sulla Libia, sottolinea ECCHR, deve essere estesa fino a comprendere l’intera gamma dei crimini commessi nel Paese, incluso il ruolo e la responsabilità giuridica di funzionari dell’UE e degli Stati membri. Questa decisione, prosegue l’organizzazione, arriva mentre in Libia si intensifica la campagna contro le persone migranti e rifugiate nere, fatta di raid violenti e attacchi di massa, e mentre l’UE rafforza la cooperazione con le autorità libiche nel tentativo di impedire alle persone migranti di raggiungere l’Europa. Arriva anche in un momento di pressione politica senza precedenti sulla CPI e di rinnovati tentativi di ostacolarne il lavoro. Portare a processo il primo caso libico della Corte dimostra perché una giustizia internazionale indipendente resti indispensabile. Sulla decisione è intervenuta anche Mediterranea Saving Humans, che in questi anni ha raccolto le testimonianze delle sopravvissute e dei sopravvissuti e contrastato la narrazione di una Libia «porto sicuro». Per l’organizzazione si tratta di «un primo, fondamentale passo verso la giustizia»: «Mitiga non è stata un’eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le persone migranti». El Hishri e Almasri, sottolinea l’organizzazione, «sono stati tra i protagonisti di questo sistema di violenza e impunità che ha avuto nel carcere di Mitiga uno dei suoi principali epicentri. Le responsabilità individuali dovranno essere definitivamente accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità politiche che non possono continuare a essere ignorate».
Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“. È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Humanity 1. Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in mare. CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e traffico illecito di rifiuti. Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel 2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato. Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua propaganda mediatica. Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio italiano. Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti, ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato alcun rischio per la salute pubblica. L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale. ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente. Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga. «In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS Humanity. LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone. «Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese». È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia. Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano illegittimo. Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a produrre un mix letale di violenza e morte.
GLOBAL SUMUD LAND CONVOY: INTERVISTA A DOMENICO CENTRONE, “MERCE DI SCAMBIO” TRA LIBIA E ITALIA
Leonarda ‘Dina’ Alberizia e Domenico Centrone sono stati liberati mercoledì 24 giugno insieme ad altri 8 componenti del convoglio umanitario di terra della Flotilla. Una liberazione arrivata dopo un mese di pressioni e mobilitazioni da parte del movimento, tra cui la campagna “Free Them All”, lanciata in collaborazione con Amnesty International e tuttora in corso. Sono stati liberati dopo un mese di detenzione illegale in Libia da parte delle milizie di Haftar. Erano stati arrestati nei pressi di Sirte il 24 maggio. Radio Onda d’Urto ha intervistato Domenico Centrone. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il momento dell’arresto, dei i vari trasferimenti tra le carceri di Sirte e di Bengasi, dei due scioperi della fame. Domenico ha anche raccontato degli interrogatori e delle condizioni detentive. Ha raccontato che l’atteggiamento iniziale delle milizie libiche in divisa, affiancate da “forze di sicurezza” in civile, è stato inizialmente minaccioso. “Ci dicevano che ci stavano aspettando, che avevano intenzione di stuprare le donne e di compiere violenze”, racconta Domenico. Sono quindi stati accusati di “immigrazione illegale e assembramento in una zona di sicurezza”,  accusa che poi non ha retto. Durante il mese di detenzione hanno subito tre interrogatori, sempre in assenza di un legale di fiducia e sono stati obbligati a firmare la trascrizione in arabo delle deposizioni, senza capire cosa avessero firmato. Nel primo interrogatorio i libici volevano “capire se ci fossero affiliazioni” tra gli attivisti e “qualche tipo di organizzazione terroristica, tipo Hamas o i Fratelli Musulmani. Sono stati trattenuti in un lager per migranti per i primi due giorni a Sirte, poi in un “centro di detenzione dei servizi segreti” nei pressi di Bengasi, nella quale sono stati trasferiti in aereo. Prima di imbarcarsi era stato promesso loro che avrebbero volato verso Tripoli, poiché la loro liberazione era imminente. In seguito all’intensificarsi delle trattative portate avanti dal Console italiano in Libia insieme ad altri funzionari delegati dal governo Italiano, l’atteggiamento dei libici è cambiato. I funzionari diplomatici non hanno mai fatto capire ad attiviste e attivisti di essere divenuti una leva, una merce di scambio nelle trattative “ma è stata la nostra percezione, era molto chiaro”. A quel punto non c’era più “quella veemenza, quell’insistenza” che c’erano stati nel momento del primo interrogatorio. E anche le condizioni di detenzione sono migliorate. Il governo italiano infatti, collabora quotidianamente con le forze di Haftar per il controllo dei flussi migratori e i respingimenti. L’intervista a Domenico Centrone, membro di Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Sono a casa le persone fermate in Libia
In una corrispondenza con Tony , diamo innanzitutto un aggiornamento sulla situazione degli attivisti e delle attiviste che sono stati liberati ieri dalle carceri libiche: tutti e tutte sono arrivati a Tunisi nella prima serata di ieri sera, mentre stamani Matias, Dina e Domenico sono atterrati a Fiumicino, esattamente un mese dopo il sequestro avvenuto al confine di Sirte. Domenico e Dina hanno raccontato quanto è accaduto durante il periodo di detenzione, vissuto senza alcun contatto con l'esterno. Grande pressione diplomatica, per la loro liberazione, è stata esercitata soprattutto da parte della Turchia, nonostante non ci fossero persone turche sotto sequestro;  nessuna forma di condanna, invece, è stata espressa da parte del governo italiano, anche a causa della forte influenza esercitata nel nostro paese dall'entità sionista. Passiamo quindi a tracciare un bilancio delle ultime due missioni della Sumud che, a causa delle politiche repressive e della violentissima propaganda, non hanno conosciuto gli stessi livelli di sostegno e di indignazione di massa dell'autunno scorso. D'altra parte, l'unica maniera di fare argine quando le istituzioni falliscono è la mobilitazione dal basso, che deve continuare con forza per contrastare tutte le violazioni del diritto internazionale e umanitario, soprattutto In Italia, dove, in generale, il livello di mobilitazione e di consapevolezza su quanto accade in Palestina è potenzialmente abbastanza elevato.
June 24, 2026
Radio Onda Rossa