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Prorogata la detenzione a Bengasi dei 10 membri del Convoglio di Terra detenuti in Libia: rilasciasciateli!
La Global Sumud Flotilla (GSF) esprime profonda preoccupazione sul piano diplomatico e legale a seguito delle informazioni secondo cui la detenzione di 10 volontari umanitari del Convoglio Terrestre Global Sumud a Bengasi sarebbe stata prorogata di ulteriori 30 giorni. I volontari sono attualmente trattenuti dall’Agenzia di Sicurezza Interna dell’Est (ISA), un potente organismo di sicurezza che opera sotto l’autorità de facto delle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF) nella Libia orientale. Secondo le informazioni trasmesse attraverso canali diplomatici, questa presunta proroga solleva gravi interrogativi sulla gestione della procedura preliminare e sulla mancanza delle più basilari garanzie procedurali. La GSF non ha ancora ricevuto una conferma ufficiale scritta dell’ordine di proroga e sta richiedendo con urgenza la relativa documentazione legale. La decisione sarebbe stata adottata senza un’adeguata notifica alle famiglie o ai rappresentanti legali dei detenuti e fa seguito a una precedente comparizione davanti al pubblico ministero avvenuta senza che le famiglie o i loro rappresentanti ne fossero informati. Non si tratta di una semplice questione procedurale. Si tratta della continua detenzione di civili disarmati, tra cui medici, che partecipavano a una missione umanitaria volta a rompere l’assedio di Gaza e a consegnare aiuti al popolo palestinese. L’utilizzo di procedure legali opache per prolungarne la detenzione non fa che aggravare la responsabilità politica di coloro che li stanno trattenendo. Sebbene fonti diplomatiche indichino che i volontari ricevano beni essenziali, compresi cibo e accesso alle docce, la GSF sottolinea che condizioni materiali di base non rendono legittima una detenzione. La mancanza di comunicazioni consolari regolari, di chiarezza giuridica e di documentazione ufficiale relativa alla presunta proroga di 30 giorni configura una grave violazione dei diritti umani fondamentali. I governi dei Paesi di cui i detenuti sono cittadini non possono più trattare questa vicenda come una semplice pratica consolare da gestire in silenzio. Devono agire pubblicamente, con urgenza e in modo coordinato, per ottenere il rilascio e il rimpatrio di questi civili non violenti – professionisti del settore sanitario, operatori umanitari, un regista e un giornalista – arrestati dopo aver tentato di portare aiuti umanitari a Gaza. Ogni ulteriore giorno di detenzione aumenta la responsabilità politica delle autorità che li trattengono e dei governi che dispongono degli strumenti diplomatici necessari per intervenire. Global Sumud Flotilla
June 12, 2026
Pressenza
Acqua blu, acqua benedetta
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 ACQUA BLU Esiste, al largo, una linea che non appare, ben conosciuta dagli avventurieri: è il confine tra l’acqua nera e l’acqua blu. L’acqua nera è fangosa, bassa, pesante. Vicina alle coste della Tunisia, non è ancora la linea di salvezza. L’acqua blu, invece, è leggera, profonda, piena di vita; allontana dalle frontiere più a sud della fortezza e avvicina a Lampedusa. Per i viaggiatori dell’avventura la geografia fatta di carte, linee, frontiere è solo una parte della storia del movimento. L’altra metà è scritta nel colore dell’acqua, nell’apparizione dei delfini, nel cambiamento della luce. Quel blu, che ha tutto il pericolo delle acque profonde,  apre al soccorso nell’immaginario degli aventuriers. Eppure, le acque blu sono diventate il nuovo teatro della caccia. Dal giugno 2024, anno in cui é stata istituita la SAR tunisina, anche l’acqua blu può tradire. Nonostante tutto, da Tripoli a Nouakchott, da Sfax a Tangeri, eau-bleue continua a significare una cosa sola: la speranza è ancora possibile e l’Europa é vicina. EAU BLEUE Parola a cura di Roberta Derosas e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Per i viaggiatori dell’Africa occidentale che provano a raggiungere Lampedusa l’espressione eau-bleue («acqua blu») indica una linea di demarcazione e un orizzonte di speranza: l’ingresso nelle acque internazionali e l’abbandono di quelle territoriali tunisine. È il segnale della prossimità dell’Europa e di una possibile salvezza imminente. E il luogo dove sfuma la presa delle autorità tunisine sulla vita degli aventurier. Anche se il viaggio può essere ancora lungo e pericoloso, raggiungere l’acqua-blu rappresenta la libertà per tutti i passeggeri del toba, come quando si grida, giocando a nascondino: «Tana, liberi tutti».  Se il cromatismo associato all’acqua riflette una specifica idrografia dello spazio marittimo tunisino, nel contempo richiama una dimensione simbolica più vasta, estesa ad altri contesti dell’avventura. Le acque territoriali, lungo le coste a nord di Sfax e attorno alle isole Kerkennah, sono caratterizzate da fondali bassi e fangosi, dove i toba vengono spesso intercettati e respinti dalla guardia costiera e dalla marina militare tunisina. Superate di poche miglia le isole Kerkennah, il colore dell’acqua muta e compaiono i delfini, che accompagnano la prua delle imbarcazioni e sono considerati di buon auspicio. In tal senso l’eau-bleue si contrappone all’eau-sale («acqua-sporca») o all’eau-noire («acqua-nera»), incarnando la speranza e la libertà in opposizione all’orizzonte di partenza, fatto di violenza e dolore. L’acqua-blu è anche descritta come leggera e navigabile, a differenza di quella fangosa, pesante e di difficile attraversamento: l’una spinge in avanti, l’altra trattiene. Paradossalmente le acque basse, fangose, rendono la prima parte del viaggio più sicura dal punto di vista nautico. Come se ci fosse un’inversione  dei fattori di rischio: nelle acque sporche il rischio nautico è basso ma è alto quello di intercettazione; nelle acque blu quello di intercettazione diminuisce ma aumenta quello nautico.  Nell’immaginario collettivo degli aventurier l’acqua-blu rappresenta lo spazio in cui valgono il diritto al soccorso e il principio di non-respingimento. Tuttavia l’istituzione della zona di Search and Rescue (Sar) tunisina nel giugno 2024 – ovvero la zona di acque internazionali sulla quale uno stato dichiara la propria responsabilità nel coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di persone o imbarcazioni in difficoltà – cambia radicalmente il paesaggio giuridico, perché anche le acque internazionali diventano teatro delle operazioni di intercettazione da parte del regime di Kaïs Saïed, sostenute da fondi europei e italiani. In questo tratto di mare, una volta simbolo di salvezza, si combatte oggi una nuova battaglia navale: la flotta civile agisce per soccorrere mentre le autorità europee, coadiuvate dai voli e dai droni di Frontex, supportano gli assetti militari tunisini per evitare l’arrivo a Lampedusa. Nonostante sia mutato il contesto, raggiungere l’eau-bleue continua a significare una concreta possibilità di salvezza (espressa dal grido boza free!) al punto che, quando la traversata fallisce e la fortuna non ha accompagnato i naviganti, si usa dire con rammarico: «Eravamo quasi arrivati all’acqua-blu».  Eau-bleue, come codice, è diffuso anche in Libia, Marocco, Mauritania e in altri contesti di partenza come sinonimo di acque internazionali e, per estensione, di «fine pericolo respingimento».  ESEMPI DAL CAMPO I migranti che parlano dell’acqua-blu vuole dire che hanno fatto tanta strada, vuol dire che la Tunisia è quasi finita e si è quasi raggiunta l’Italia. I militari stazionano sulla linea internazionale. Ci aspettano lì. Dopo l’acqua sporca, c’è la zona tampone con l’acqua un po’ verde. E poi c’è l’acqua blu tunisina, ma l’acqua blu italiana è più blu di quella tunisina. Io stesso sono stato bloccato più volte a livello dell’acqua blu tunisina.  Intervista con Tala, corrispondente del giornale delle rotte L’acqua-blu è un codice. In Tunisia ci sono due tipi di acque. Quando lasci le spiagge, per due o tre ore devi attraversare l’acqua-nera. Quando esci dalla Tunisia, inizi a vedere il cambiamento del colore e i delfini che viaggiano con te. L’acqua dell’Europa e l’acqua dell’Africa sono separate. L’acqua dell’Europa è blu, quella della Tunisia è nera. L’acqua-blu vuol dire che sei proprio alla frontiera. E lì sull’acqua-blu internazionale prima non potevamo essere respinti. Ma adesso con il potere che Meloni ha dato al dittatore tunisino, si permettono di catturarti anche nelle acque internazionali. Anche in Libia molti convoi sono stati respinti con la forza nelle acque internazionali. Quando prendi il mare, bisogna fare ogni sforzo per raggiungere l’acqua-blu. Lì hai molte più speranze di passare. Acqua-blu è un codice internazionale fra tutti i bozayeur, fra tutti i neri, non è solo un codice per chi è in Tunisia. Intervista con William, corrispondente giornale delle rotte.
Sardegna ed Etiopia: memorie del sottosuolo
Dall’oblio alla memoria: i discendenti dei deportati etiopi all’Asinara si incontrano in Sardegna per il secondo anno consecutivo. di Marcella Catignani Appena sono arrivata ad Addis Abeba, dove ho vissuto per nove anni, da subito ho sentito una forte affinità con l’Etiopia, mi sono sentita a casa. L’Etiopia e la Sardegna si assomigliano, a cominciare da alcuni paesaggi e per
Flottilla di terra: liberiamo Domenico Centrone, Dina Alberizia e…
… le altre persone imprigionate in Libia. Riprendiamo l’appello di Freedom Flotilla Italia. APPELLO “Da oltre 12 giorni Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia, cittadini italiani e membri della Global Sumud Flotilla, sono trattenuti in Libia insieme ad altri attivisti di diversi paesi. La Flotilla trasportava aiuti umanitari e voleva rompere il blocco illegale imposto a Gaza per portare sostegno
Slitta l’udienza fantasma per gli attivisti della Sumud detenuti in Libia
L’udienza che doveva tenersi a Bengasi per i dieci attivisti sequestrati – tra cui gli italiani Dina Alberizia (67 anni, Asti) e Domenico Centrone (33 anni, Molfetta) – non c’è stata. Annullata senza preavviso. Un avvocato mandato dai familiari ha ricevuto dalle autorità libiche l’indirizzo inesistente di un carcere fantasma. Il console italiano li ha visti una sola volta in diciassette giorni. Hanno potuto fare una sola telefonata. Nel frattempo, attivisti in 13 Paesi e 5 continenti sono in sciopero della fame per chiedere ai governi di intervenire subito. Perché oggi non sono in gioco solo i destini di dieci persone: è sotto accusa la capacità dell’Italia e dell’Europa di proteggere chi opera per la pace e i diritti umani. “Abbiamo potuto usare il cellulare, quello della vigilanza, solo dopo lo sciopero della fame che abbiamo fatto per 4 giorni. Ho perso conoscenza e ho avuto le convulsioni. Non abbiamo nessuna informazione con il mondo fuori. Siamo in una gabbia, stesi sul pavimento. Il nostro corpo sta cedendo, la schiena, la salute mentale. Stiamo vivendo l’inferno. Non abbiamo idea di cosa ci succederà, di quali saranno le prossime fasi, di quando saremo rilasciate e quanto ancora rimarremo qui. Ci viene detto ogni giorno: domani, domani, domani… Le nostre teste stanno esplodendo” – questa la testimonianza al telefono, dell’attivista Maria Paula Jimenez, trattenuta insieme alle altre 9 persone, tra cui i connazionali Dina e Domenico. La conferenza stampa “Siamo tutte ConVoy”, occasione per fare il punto sull’ennesimo rinvio e per lanciare un ultimatum al governo, è stata convocata per le 19.00 alla Camera dei deputati con la moderazione di Giulio Cavalli. Interverranno: Maria Elena Delia, Tony La Piccirella, Steering Committee GSF Enrica Rigo, Legal Team GSF Sara Suriano, Global Sumud Land Convoy Domenico Chirico, Amnesty International Human Rights Impact Giuseppe Alberizia, fratello dell’attivista sequestrata Dina Alberizia e i parlamentari Stefania Ascari, Antonio Ferrara, Dario Carotenuto, Marco Grimaldi, Arturo Scotto, Marco Croatti. La conferenza sarà trasmessa in diretta al link https://webtv.camera.it/evento/31605. LE RICHIESTE DELL’ORGANIZZAZIONE Al governo italiano: un intervento diplomatico ad alto livello che imponga alle autorità libiche orientali il rilascio immediato e incondizionato dei dieci attivisti. Alla Farnesina: garanzia di assistenza legale indipendente e cure mediche per i detenuti, e un canale di comunicazione diretto con i familiari. All’Unione Europea: condanna formale della detenzione arbitraria e delle sparizioni forzate in Libia, attivazione di sanzioni mirate contro i responsabili e sospensione di ogni cooperazione con le autorità libiche orientali finché non sarà ripristinato lo stato di diritto. L’APPELLO DI AMNESTY INTERNATIONAL La condanna arriva anche da Amnesty International, che chiede il rilascio immediato dei dieci e denuncia le sparizioni forzate dei primi giorni: per otto attivisti le autorità libiche hanno nascosto il luogo e le condizioni di detenzione, configurando così un caso di sparizione forzata. Nel suo ultimo comunicato, Amnesty ha ricordato che il Global Sumud Land Convoy è una missione umanitaria civile partita dalla Mauritania il 25 aprile 2026 con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale imposto da Israele alla Striscia di Gaza e consegnare aiuti. I dieci attivisti sono stati arrestati il 24 maggio mentre cercavano di ottenere il permesso di attraversare la Libia per portare soccorso a Gaza, in piena emergenza genocidio. Global Movement to Gaza
June 10, 2026
Pressenza
Mehdi Bouzguenda è stato liberato
Dopo quasi tre settimane di detenzione illegale,  Mehdi Bouzguenda è stato liberato e si è ricongiunto con i suoi amici e la sua famiglia in Tunisia. Festeggiamo la sua libertà, ma dieci dei nostri volontari rapiti rimangono detenuti a Bengasi . Il loro rilascio immediato non è negoziabile. E non sono soli.  Quasi 10.000 prigionieri palestinesi sono detenuti dal regime israeliano. Ogni singolo giorno, decine di migliaia di persone in tutto il mondo sono detenute ingiustamente, i loro diritti ignorati, le loro sofferenze invisibili. Non distoglieremo lo sguardo. Nessuno di noi è libero finché non lo siamo tutti. Mobilitiamoci. Continuiamo a fare pressione. Global Sumud Flotilla
June 8, 2026
Pressenza
La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
di RR[X] 31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Palestina sul tetto del mondo
Articoli di Alessandra Filippi, Michele Giorgio, Marwa Rommaneh, Maurizio Perriello, Alessandro Lamberti, Gian Luca Gasca, Mario Sommella, Linda Maggiori, Chiara Cruciati ed altro. Con video e audio. SOMMARIO DI QUESTO DOSSUIER 1 – aggiornamenti da Anbamed; 2 – Alessandra Filippi sulla occupazione progressiva di Gaza; 2 – Michele Giorgio sui dati personali dei palestinesi; 3 – Marwa Rommaneh sulla scomparsa
La Sumud prigioniera in Libia: un aggiornamento
Con una attivista della Land Convoy to Gaza, diamo un aggiornamento sulla situazione degli 11 attivisti e attiviste prigioniere nella Libia orientale dal 24 maggio scorso, in uno dei centri illegali di detenzione non ufficiale gestiti da milizie armate. Gli aggiornamenti sulla condizione de* detenut* sono esclusivamente informali, dal momento che è molto difficile portare avanti un dialogo sia con le autorità libiche che con i rappresentanti della diplomazia italiana a Bengasi, il cui atteggiamento sembra improntato ad un'accondiscendente prudenza. Le notizie che trapelano sulle condizioni di detenzione sono, però, molto preoccupanti ed invitano tutte e tutti alla mobilitazione
June 6, 2026
Radio Onda Rossa