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Oltre 30 persone si gettano in mare mentre uomini armati minacciano un’operazione di soccorso
È successo nelle prime ore di oggi, martedì 20 ottobre, durante un soccorso di Sea-Watch 5. Erano circa le 2 di notte. L’equipaggio della Sea-Watch 5 stava prestando soccorso a 65 persone a bordo di un’imbarcazione in vetroresina, quando è arrivato un motoscafo ad alta velocità, con a bordo sei uomini armati, alcuni con il volto coperto. Gli uomini hanno puntato le armi contro le persone che erano ancora a bordo, intimando loro di “scendere”. Nel buio, oltre 30 persone si sono gettate in mare. L’equipaggio della Sea-Watch 5 è riuscito a recuperare tutte le persone finite in acqua, risolvendo una situazione di estremo pericolo. Gli uomini armati si sono infine allontanati, rimorchiando l’imbarcazione in vetroresina ormai vuota, presumibilmente in direzione della Libia. Continuiamo a denunciare questi criminali che mettono a rischio la vita delle persone, eppure dall’Italia e dall’Europa non arrivano sanzioni e nemmeno proteste, ma fiumi di denaro per continuare questo stillicidio. Siete irresponsabili e complici. Aggiornamento A bordo della nostra Sea-Watch 5 ci sono ora 101 persone. Il nostro equipaggio ha appena soccorso altre 36 persone, tra cui bambini e donne incinte. I sopravvissuti e l’equipaggio stanno ora facendo rotta verso Crotone, il porto designato dall’Italia, distante diversi giorni di navigazione.   Sea Watch
October 20, 2026
Pressenza
La nave Oyvon soccorre 65 persone, quasi la metà minori non accompagnati
Il team di Medici Senza Frontiere a bordo della nave di ricerca e soccorso Oyvon ha soccorso 65 persone, in due diverse operazioni avvenute il 16 ottobre. Quasi la metà sono minori non accompagnati; uno di loro ha appena 8 anni. “Le persone erano esauste e mostrano i segni delle sofferenze subite. Alcune presentano cicatrici compatibili con episodi di violenza ripetuta” afferma Claire San Filippo, responsabile di MSF per le attività di ricerca e soccorso a bordo di Oyvon. Originari dell’Eritrea, del Mali, del Sudan, della Somalia, della Nigeria e del Sud Sudan, tutti i sopravvissuti erano partiti dalla Libia. Entrambi i soccorsi, il primo di 37 persone e il secondo di 28, sono stati effettuati da gommoni non idonei alla navigazione. Le persone soccorse sono sbarcate ad Augusta, il porto sicuro assegnato dalle autorità.       Medecins sans Frontieres
October 19, 2026
Pressenza
Ordini libici e fermi illegittimi: Humanity 1 vince in appello, ma la Sea Punk I viene bloccata
Il 23 settembre i giudici di Catanzaro hanno stabilito che gli ordini della cosiddetta Guardia costiera libica che catturano e riportano le persone in Libia non sono mai vincolanti. Ma due giorni dopo, sulla base della stessa accusa, il governo blocca la Sea Punk I: è l’undicesimo fermo di una nave della Justice Fleet. Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO. Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica. Sostieni ora → Ci sono voluti quasi tre anni di procedimenti perché un altro tribunale italiano mettesse nero su bianco ciò che le organizzazioni di soccorso in mare denunciano da tempo: la cosiddetta Guardia costiera libica non può impartire ordini quando l’effetto è catturare e riportare le persone in Libia. Con la sentenza del 23 settembre 2026, la Corte d’Appello di Catanzaro ha dichiarato illegittimo il fermo imposto alla nave di SOS Humanity nel dicembre 2023. Eppure, appena due giorni dopo, il 25 settembre, le autorità italiane hanno disposto un fermo amministrativo di 15 giorni e una sanzione di 7.500 euro contro la Sea Punk I. La motivazione è la stessa già smontata a Catanzaro: il comandante non avrebbe seguito le istruzioni dei libici. A nostro avviso, le due notizie vanno lette insieme, perché ben rappresentano un governo che continua ad applicare il decreto Piantedosi come strumento punitivo, anche quando la giurisprudenza da tempo lo ritiene in molte parti non vincolante, se non addirittura illegittimo. Infatti, la Corte d’Appello ha respinto la tesi del ministero secondo cui il capitano della Humanity 1 avrebbe disatteso le istruzioni della cosiddetta Guardia costiera libica. Al contrario, ha stabilito che quelle istruzioni erano illegittime: un ordine che ha per effetto il respingimento delle persone in Libia non è mai vincolante, e una nave che si rifiuta di eseguirlo non può essere sanzionata. Il salvataggio di 46 persone a rischio di annegamento, secondo i giudici, è avvenuto nel pieno rispetto del diritto marittimo internazionale e del diritto europeo. Centrale è la definizione di “luogo sicuro”. Richiamando la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale, la Corte ha ribadito che un soccorso in mare si conclude solo con lo sbarco dei sopravvissuti in un luogo dove la loro vita e i loro diritti fondamentali siano tutelati. Gli ordini che violano questo obbligo non vincolano nessuno. «Questa importante sentenza ribadisce chiaramente che la Libia non è un luogo sicuro, quando invece un’operazione di soccorso può concludersi solo in un tale luogo sicuro. Il mancato rispetto di ordini illegittimi impartiti da soggetti marittimi che violano la legge, costringendo le persone in pericolo a tornare in Libia invece di soccorrerle, non è punibile», commenta l’avvocata Cristina Laura Cecchini, che ha difeso SOS Humanity. «Questa decisione ha il grande merito di applicare i principi della sentenza della Corte costituzionale italiana sulle sanzioni alle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) del maggio 2025. Si tratta di un prezioso precedente per i procedimenti in corso e per eventuali futuri fermi, che dimostra come il diritto internazionale e i diritti umani siano alla base di qualsiasi giurisdizione», aggiunge l’avvocata Giulia Crescini del collegio difensivo. «La sentenza chiarisce che un tribunale deve valutare se le persone soccorse sarebbero realisticamente sbarcate in un luogo sicuro, in linea con il diritto marittimo». Ci sono voluti quindi ben 3 anni per smentire la tesi delle autorità. Il 30 novembre 2023 l’equipaggio della Humanity 1 aveva soccorso 46 persone in pericolo. Il 2 dicembre la nave era stata fermata in base al decreto Piantedosi: il governo accusava il capitano di non aver obbedito alle autorità libiche e di aver “contribuito a creare una situazione di pericolo“. Accuse che SOS Humanity aveva definito fin da subito false. Il ricorso presentato dalla ONG era stato respinto dal Tribunale di Crotone il 13 febbraio 2025, alla terza udienza: secondo il giudice, i libici stavano conducendo i soccorsi in modo corretto e la Humanity 1 aveva contribuito al pericolo. La Corte d’Appello di Catanzaro ha ora ribaltato quella decisione, accogliendo il ricorso di SOS Humanity. «Si tratta di un’altra sentenza che conferma il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, per i quali le organizzazioni di ricerca e soccorso si battono nel Mediterraneo centrale. Ancora una volta, una decisione giudiziaria dimostra che i fermi amministrativi previsti dal decreto-legge Piantedosi sono punitivi e illegali», afferma Janna Sauerteig, responsabile dell’advocacy di SOS Humanity. SEA PUNK I: L’UNDICESIMO FERMO DELLA JUSTICE FLEET Giovedì 10 settembre 2026 l’equipaggio della Sea Punk I ha soccorso 20 persone in pericolo vicino alla piattaforma petrolifera di Bouri, in acque internazionali. L’intervento, sottolinea la Justice Fleet, è stato condotto in stretto coordinamento con le autorità italiane competenti e nel rispetto delle convenzioni internazionali. Nonostante questo, il 25 settembre lo Stato ha disposto il fermo della nave per 15 giorni e una multa di 7.500 euro, accusando il comandante di non aver seguito le istruzioni della cosiddetta Guardia costiera libica. È l’undicesimo fermo di una nave della Justice Fleet. Dalla fondazione dell’alleanza, nel novembre 2025, le autorità italiane hanno tenuto bloccate le sue navi per più di 310 giorni complessivi: giorni sottratti al soccorso, in un tratto di mare dove ogni assenza si paga in vite. «Mentre in Libia si stanno consumando violenze estreme contro le persone in fuga, le autorità italiane vogliono costringerci a collaborare con la cosiddetta Guardia costiera libica. Non con noi! Chiediamo la fine immediata della cooperazione europea con la cosiddetta Guardia costiera libica», dichiara Giulia Messmer, portavoce della Justice Fleet. Dal 2016 le organizzazioni civili di soccorso in mare hanno documentato quasi 80 episodi di violenza estrema da parte di milizie libiche, la maggior parte commessi proprio dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Solo nell’ultimo anno, più di 27.000 persone sono state riportate forzatamente in Libia, in violazione del diritto internazionale. E nel Paese le persone migranti sono sempre più esposte a violenze estreme e minacce di morte. La sentenza di Catanzaro offre ora uno strumento in più per contestare fermi come quello della Sea Punk I, fondati sulla stessa pretesa di obbedienza ai libici. Ma la giustizia arriva dopo anni, mentre i fermi colpiscono subito. Facciamo nostra la richiesta della Justice Fleet: fine immediata della cooperazione con la cosiddetta Guardia costiera libica e stop ai fermi amministrativi contro chi soccorre in mare.
Frontex usa i droni di Leonardo per favorire i respingimenti illegali in Libia
“Sono riuscito a segnalare posizione alla Guardia Costiera libica”. Frontex non si nasconde più e rivendica la sua partecipazione nei respingimenti illegali verso la Libia. A pagarne le conseguenze le circa 65 persone catturate dalle milizie libiche e riportate nei lager libici. La comunicazione è arrivata dal drone Falcon01, che da marzo sorvola il Mediterraneo, senza che i suoi tracciati siano visibili. È gestito da Frontex e costruito da Leonardo, la più grande azienda italiana produttrice di armi. Questo sistema illegale è finanziato interamente anche grazie ai contributi degli italiani. L’azienda a partecipazione statale Leonardo produce droni che facilitano i respingimenti delle milizie libiche, anch’esse finanziate dall’Italia: oltre 1 miliardo di euro dal 2017 ad oggi. Quando il governo lamenta mancanza di fondi per migliorare la sanità pubblica, costruire nuove scuole o frenare il rincaro dei carburanti, consigliamo di iniziare a tagliare i finanziamenti a chi schiavizza, uccide e traffica esseri umani. Sea Watch
September 27, 2026
Pressenza
In ricordo di Nadège. Testimone n. 56 di Women State Trafficking
RR[X] 1 Il mare Mediterraneo viene spesso descritto come un cimitero. Ma un cimitero ha dei nomi, delle tombe, un posto dove tornare a portare dei fiori. Ci piace pensarlo come un luogo immenso e accogliente per tutte quelle persone che cercano di attraversarlo ma non ce la fanno, perché il mare se le ingoia. Secondo dati ufficiali dell’IOM, le persone disperse in mare nel Mediterraneo centrale, da gennaio a settembre 2026 sono 993 2 . Si tratta di una stima per difetto. Perché davvero non sappiamo quante persone si imbarchino e quante scompaiano tra le onde. Chi scompare senza che nessuno lo veda non entra in nessuna statistica. Questo è esattamente quanto è accaduto anche a Nadège ed è probabile che lei sia una di quelle che nessuna cifra conterà. Oggi abbiamo appreso della sua scomparsa. Ma nel Mediterraneo scomparsa e morte diventano sinonimi. Aveva 25 anni. La sua era l’intervista 56 di Women State Trafficking, la sua sigla era NDG, veniva dalla Costa d’Avorio. Dopo essere stata venduta alla frontiera dalla Guardia Nazionale Tunisina nel novembre del 2025, dopo un periodo di detenzione in Libia, abitava ora in un campo di migranti sulla costa vicino a Tripoli a Zouia. L’abbiamo conosciuta nel dicembre di quello stesso anno quando ha iniziato a collaborare con RRX raccontandoci la sua storia. Nadège, stanca di aspettare un’evacuazione verso un paese sicuro dove poter denunciare i trafficanti di Stato, ha deciso di prendere il mare nella notte tra il 9 e il 10 settembre. Di lei e altre 55 persone, fra cui anche molti bambini, non sappiamo nulla. Non aveva detto nulla della sua partenza. Queste sono le sue parole per Women State Trafficking, parte di un’intervista molto più lunga e di una conversazione durata mesi, interrotta solo una decina di giorni fa: chi testimonia, di solito, continua a scriverci, a raccontarci i giorni che passano. «Dormivo negli zitounes, al km 18, sopra Sfax. La polizia è venuta, ci ha ammanettate, anche i bambini. Ci hanno picchiate, malmenate… Gli uomini, le donne, tutti picchiati. Dormivamo, erano le 4 del mattino. Non hanno risparmiato né le donne incinte, né i bambini. Erano in uniforme, era la Garde Nationale. Ci hanno messo su 3 bus, direzione Libia. Eravamo sedute a terra. Non potevamo guardare fuori. Eravamo traumatizzate, piangevamo. Come chiedevi, ti picchiavano per chiuderci la bocca, come piangevi, ti schiaffeggiavano. (…) Poi i tunisini ci fanno scendere (dai bus). Avevamo sempre il volto coperto, ci mettono a terra. Intorno c’è il deserto. C’è il vento, il rumore del vento. C’erano delle antenne lontano da noi. Eravamo ammanettati. Di notte sono venuti a prenderci. Ci hanno picchiato. Ci hanno detto… salite, salite… sulle auto. Non si vedeva nulla. Eravamo incappucciate (…) Nella prigione in Libia, dopo, di notte, tutte le notti le guardie venivano a prendere le donne, ci prendevano con violenza. Anche a me. Ti portano fuori, ti prendono in 3 o 4 persone. Poi ci rimettono nella cella. Ho passato 4 notti lì. Piangevo, gridavo. Mi hanno fatto uscire di nascosto. È stato un libico che lavorava nella prigione a farmi uscire. Era giovane. Non ha approfittato di me. Di giorno vengono e ti danno un telefono per chiamare la tua famiglia. Se non hai nessuno da chiamare, ti picchiano, è per questo che mi sono ammalata. C’è un nero che lavora per loro e fa da traduttore. Sono uscita di prigione due settimane fa». Rileggendo l’intervista nella sua interezza, vengono fuori altri elementi della sua breve biografia. Nata in un villaggio, obbligata a sposarsi con un uomo più grande di lei, fugge per liberarsi. Non sapeva leggere né scrivere. Ma sapeva parlare e sapeva dire con esattezza che cos’è un’ingiustizia. Attraversa a piedi l’Algeria e la Tunisia, finisce in Libia. Sulla sua strada, sempre qualche uomo, in uniforme o no, che abusa di lei e delle persone con cui viaggia. Non stava zitta Nadège, voleva che da questa parte del mare si sapesse; mandava molti video e molte foto al Giornale delle Rotte affinché il suo racconto arrivasse anche a noi. Era combattiva, determinata ad arrivare in Europa. Anche a costo di rischiare la vita. Aspettava un’evacuazione che non arrivava e il mare era rimasto l’unica strada aperta. Come spesso accade, non ha detto che sarebbe stata “lanciata”, come dicono gli avventurieri quando salgono su un’imbarcazione. All’inizio di settembre, da Zaouia, dal campo in cui abitava, si è spostata a Tripoli, raccontando che avrebbe passato un po’ di tempo lì. Ha chiesto dei soldi ad un’amica per comprare una coperta: ma quei soldi le sono forse serviti a saldare una parte del viaggio o a comprare acqua e crackers da portare a bordo. Sappiamo che è salita a bordo di un gommone. A bordo altre 55 persone che come lei volevano attraversare il mare. Non sappiamo cosa sia successo. Forse il gommone ha imbarcato acqua; forse il motore si è inceppato. Forse, il mare era agitato e ha fatto rovesciare l’imbarcazione. Forse è stata intercettata e riportata indietro, e adesso è in un luogo di detenzione da cui non puo contattarci; ma sono passati dieci giorni dalla sua partenza: un tempo troppo lungo di silenzio. Non vogliamo immaginare la scena di uomini e donne che in acqua si dibattono in preda al panico. Ma la conosciamo: l’abbiamo ascoltata dai racconti di chi si è salvato. Invece, vorremmo che questa immagine disturbasse il sonno di chi firma gli accordi con Libia e Tunisia, di chi li finanzia, di chi li rinnova. Noi, che un po’ abbiamo conosciuto Nadège, vogliamo sperare che non abbia provato terrore né dolore, che non abbia sentito troppo freddo quando la morte è arrivata a prendersela. Ciao Nadège. Un abbraccio: quello che non siamo riusciti a darti di persona. -------------------------------------------------------------------------------- Comunicati stampa e appelli SOSTIENI CHI RACCONTA LE ROTTE Medicinali, cibo, cure, telefoni: un aiuto concreto ai/alle corrispondenti di The Routes Journal, perché possano continuare a testimoniare 8 Luglio 2026 1. RR[X] è il gruppo di ricerca internazionale autore dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking. Opera in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare il lavoro di documentazione. Per informazioni: statetrafficking@onenetbeyond.org Ufficio stampa: redazione@meltingpot.org ↩︎ 2. Missing Migrants Project, dati aggiornati al 20 settembre ↩︎
September 22, 2026
Progetto Melting Pot Europa
La nave Oyvon di Medici Senza Frontiere soccorre 31 persone
Oggi il team di Medici Senza Frontiere (MSF) a bordo dell’Oyvon ha soccorso 31 persone. “Abbiamo temuto che i naufraghi venissero respinti in Libia” dichiara Chiara Milanese, capo progetto di MSF. Dopo aver fatto salire tutte le persone a bordo della Oyvon, l’equipaggio ha visto arrivare alcune motovedette, che hanno raggiunto l’imbarcazione su cui viaggiavano le persone soccorse e le hanno dato fuoco. Tra i naufraghi ci sono 6 donne e 12 minori, 9 dei quali non accompagnati. La maggior parte è originaria dell’Eritrea. L’Oyvon è diretta a Catania, il porto di sbarco che le è stato assegnato. “Le persone soccorse in mare non dovrebbero essere rimpatriate in Libia, dove corrono rischi molto gravi, tra cui estorsioni, detenzioni arbitrarie, violenze e sfruttamento” aggiunge Milanese di MSF. Medecins sans Frontieres
September 20, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5, il tribunale annulla il fermo e la multa
Le sanzioni erano state comminate con l’accusa di non aver comunicato con le cosiddette autorità libiche durante un’operazione di soccorso nell’agosto scorso. L’organizzazione ha ritenuto illegittimo il provvedimento e ha presentato ricorso. La Sea-Watch 5 può ora tornare in mare per svolgere operazioni di soccorso. A poco meno di un mese dal fermo della Sea-Watch 5, arriva dal Tribunale di Napoli una decisione che annulla il provvedimento imposto dalle autorità italiane. Il giudice ha infatti revocato i 45 giorni di fermo e la sanzione di 7.500 euro comminati alla nave dopo il soccorso di sei persone avvenuto il 13 agosto in acque internazionali. Notizie SEA-WATCH 5, FERMO DI 45 GIORNI: «NON COLLABORIAMO CON CRIMINALI E TRAFFICANTI» Mentre il Mediterraneo continua a uccidere, il Governo Meloni ferma le navi di soccorso Redazione 24 Agosto 2026 Al centro della contestazione c’era la scelta dell’equipaggio di non informare il cosiddetto centro di coordinamento libico dell’operazione di soccorso. La Sea-Watch 5 aveva invece informato le autorità italiane e i Paesi europei limitrofi. Sea-Watch aveva impugnato il provvedimento, ritenendo illegittima la sanzione. In una decisione provvisoria, il Tribunale di Napoli ha accolto le argomentazioni dell’organizzazione, annullando sia il fermo sia la multa. La nave può ora tornare in mare e riprendere le operazioni di ricerca e soccorso. La decisione del tribunale arriva su uno dei punti più controversi del cosiddetto decreto Piantedosi: l’obbligo per le navi civili di seguire le indicazioni delle autorità italiane e, durante le operazioni di soccorso, di comunicare con la cosiddetta guardia costiera libica. Un obbligo che Sea-Watch continua a rifiutare, insieme alle organizzazioni riunite nella Justice Fleet, una coalizione di realtà civili di soccorso che contesta la collaborazione con attori libici coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani. > «Questa decisione fa vacillare una legge che era illegittima fin dall’inizio», > afferma la portavoce di Sea-Watch Julia Winkler 1. Il riferimento è diretto al sistema che impone alle navi civili di considerare le autorità libiche come interlocutori nelle operazioni di soccorso. > «La Libia non è un luogo sicuro», prosegue Winkler. «La cosiddetta guardia costiera libica è parte della violenza, dalla quale le persone fuggono – e non è un attore legittimo della ricerca e del soccorso in mare». Una posizione che si inserisce nella denuncia già sollevata da Sea-Watch dopo il fermo della nave: il problema non riguarda soltanto una singola comunicazione mancata, ma la pretesa di imporre alle organizzazioni civili una collaborazione con strutture che le stesse organizzazioni ritengono responsabili di violenze contro le persone intercettate in mare. «La collaborazione dell’UE con la Libia per esternalizzare il controllo delle migrazioni è un crimine contro i diritti umani. Punto», conclude Winkler. La revoca del provvedimento rappresenta per Sea-Watch un ulteriore risultato sul piano giudiziario contro il sistema dei fermi amministrativi delle navi civili. Secondo i dati diffusi dall’organizzazione, dal 2023 le autorità italiane hanno fermato le navi civili di soccorso più di 40 volte, sottraendo complessivamente oltre 900 giorni di operatività. Quello della Sea-Watch 5 era già l’ottavo fermo imposto nel 2026. E fino alla metà di settembre, le navi civili sono state tenute lontane dalle operazioni di soccorso per oltre 200 giorni complessivi. Il dato rende evidente la dimensione concreta di una politica che non si esaurisce nelle singole sanzioni. Ogni fermo significa una nave costretta a restare in porto, mentre nel Mediterraneo continuano le traversate e le segnalazioni di persone in difficoltà. Nel 2026 sono già oltre 1.700 le persone morte o disperse sulle rotte del Mediterraneo. Dall’insediamento del governo Meloni, sono oltre 10.000. La decisione del Tribunale di Napoli consente dunque alla Sea-Watch 5 di tornare a operare. Ma per l’ONG il punto non è soltanto la possibilità di riprendere la navigazione: è la legittimità stessa delle norme utilizzate per limitare l’operatività delle navi civili, ossia quel sistema più ampio di controllo e contenimento della presenza delle organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale: fermi, sanzioni, obblighi di coordinamento e assegnazione di porti sempre più lontani. Una serie di misure che, nei fatti, sottrae tempo alle operazioni di ricerca e soccorso. La vittoria giudiziaria ottenuta a Napoli non restituisce però quei giorni. Come sottolinea Sea-Watch, «i successi giuridici non possono riportare indietro il tempo perso per le operazioni di soccorso». 1. Sea-Watch gewinnt vor Gericht: Festsetzung der Sea-Watch 5 in Neapel aufgehoben, Sea Watch (17 settembre 2026) ↩︎
September 18, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Bruxelles, la protesta dei sopravvissuti: «Fermate la tortura finanziata dall’Europa»
Non sono mai rimasti in silenzio. E non accettano che ciò che accade in Libia continui a essere raccontato come una conseguenza inevitabile delle migrazioni. Il 12 settembre, davanti al Parlamento europeo di Bruxelles, oltre 2.000 persone si sono riunite per denunciare il sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che da anni colpisce migliaia di persone in Libia. Tra loro, molti sopravvissuti a quei luoghi e a quelle violenze, insieme a familiari di persone ancora detenute, scomparse o intrappolate nel paese. PH: Refugees in Libya Una mobilitazione che ha chiamato direttamente in causa le responsabilità dell’Unione Europea, che finanzia, forma e sostiene le autorità libiche impegnate nell’intercettazione delle persone in mare e nel loro trasferimento forzato verso la Libia. Una politica di esternalizzazione delle frontiere che contribuisce a mantenere in piedi un sistema segnato da detenzione arbitraria, torture, violenza sessuale, estorsioni e sfruttamento. Le immagini della giornata raccontano una piazza attraversata da cartelli, voci, corpi e volti. Ma soprattutto raccontano la presenza di chi quelle violenze le ha vissute sulla propria pelle. «Non stiamo dimenticando quello che è successo in Libia», ha detto David Yambio, uno dei portavoce di Refugees in Libya. Una memoria che diventa anche impegno per chi oggi non può essere in quella piazza perché è ancora detenuto nei centri libici. Il messaggio della protesta non è stato rivolto soltanto all’Unione Europea. Dalla piazza è arrivato un appello anche all’Unione Africana e ai governi africani, chiamati a non rimanere in silenzio davanti alla violenza che colpisce migliaia di persone sul continente. Una presa di parola che allarga il campo della responsabilità e mette in discussione il silenzio delle istituzioni africane di fronte a un sistema che continua a produrre detenzione, sfruttamento e violenza. Uno degli slogan della protesta è stato netto: «Stop enslaving our sisters and brothers in Libya. They are not slaves.» Fermate la schiavitù delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in Libia. Non sono schiavi. PH: Refugees in Libya La mobilitazione del 12 settembre guarda già alla prossima tappa. Il 3 ottobre, a Berlino, Refugees in Libya, insieme all’Alliance with Refugees in Libya, all’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e alla Spore Initiative, riunirà sopravvissuti, comunità migranti e della diaspora, organizzazioni antirazziste, avvocati, giornalisti e attivisti per ripercorrere cinque anni di lotta e interrogarsi su ciò che accade oggi e sulle possibilità di costruire nuove forme di azione. La data ha una forte valenza simbolica: il 1° ottobre 2021, dopo i raid di massa a Gargaresh, migliaia di persone furono arrestate a Tripoli. Molte vennero trasferite nei centri di detenzione, mentre altre si radunarono davanti all’ufficio dell’UNHCR. Da quella mobilitazione nacque la “Protesta dei 100 Giorni”, una lunga occupazione per chiedere protezione, evacuazione, libertà e la fine delle violenze. Cinque anni dopo, quella lotta continua anche sul terreno della giustizia internazionale. Il procedimento contro Khaled El Hishri, ex funzionario della prigione di Mitiga, rappresenta un passaggio importante: la Corte penale internazionale ha confermato tutti i 17 capi d’accusa per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per i sopravvissuti, però, il caso non riguarda soltanto ciò che è avvenuto dentro Mitiga. Porta con sé una domanda più ampia: chi ha costruito, finanziato e sostenuto il sistema che ha reso possibili quelle violenze? È proprio questo uno dei nodi che saranno affrontati a Berlino. Il procedimento può offrire uno spazio per la ricerca di giustizia, ma anche diventare uno strumento di organizzazione e di lotta fuori dalle aule giudiziarie. Al centro ci sarà la partecipazione dei sopravvissuti, affinché non vengano ridotti al ruolo di testimoni, ma possano essere protagonisti del percorso politico e giudiziario. La giornata sarà anche un’occasione per mettere in relazione questa esperienza con altre lotte: quelle dei movimenti guidati da persone migranti, delle comunità della diaspora africana, dei movimenti antirazzisti e delle realtà impegnate contro le frontiere. Una mostra multimediale accompagnerà l’incontro, riportando nello spazio fotografie, testimonianze e materiali della Protesta dei 100 Giorni. Non si tratta quindi di ricordare qualcosa che è finito cinque anni fa. Le persone per cui si protestava allora sono ancora detenute. Le persone continuano a essere intercettate in mare e riportate in Libia. Le violenze continuano. E, come ribadisce Refugees in Libya, la lotta continua. «We want justice. We want accountability. And we will keep coming back until our people are free.» Vogliamo giustizia. Vogliamo responsabilità. E continueremo a tornare finché la nostra gente non sarà libera.
September 16, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Avere vent’anni in Libia. Dall’attentato a Saif Al Islam Gheddafi all’assassinio del Generale Fawzi al-Mansouri
Da febbraio sono in contatto con un miliziano libico e con un suo amico che prova a non lavorare per loro. Ho avuto il contatto del miliziano da un ragazzo tunisino che lo ha conosciuto mentre era in vacanza là, … Leggi tutto L'articolo Avere vent’anni in Libia. Dall’attentato a Saif Al Islam Gheddafi all’assassinio del Generale Fawzi al-Mansouri sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
«Nos corps ne sont pas vos frontières»
Al Forum sociale mondiale2026, vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale. «I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del FSM che si è svolto a Cotonou, la capitale culturale del Benin, dal 4 all’8 agosto 2026. Leggi il Manifesto (eng e fra) Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità all’interno del Forum. Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un manifesto comune. Il Forum sociale mondiale 2026, dedicato alle crisi globali, alle disuguaglianze, alla giustizia sociale e ai rapporti di potere, ha organizzato i suoi lavori attorno a 15 assi tematici. Tra questi, «Migration, Transborder Governance & Universal Citizenship», dedicato alla libertà di insediamento, ai rifugiati climatici e ai diritti delle diaspore africane. Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole parlare. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista». Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano. È da qui che il manifesto mette in discussione lo sguardo eurocentrico con cui siamo abituati a guardare alle migrazioni. Uno sguardo che tende a partire dalle esigenze degli Stati europei – le frontiere da proteggere, i flussi da controllare, gli arrivi da gestire – e che spesso rappresenta le persone migranti soprattutto come vittime da soccorrere o proteggere. A Cotonou, invece, le persone con esperienza diretta delle migrazioni prendono la parola come soggetti politici: analizzano il sistema che produce la violenza delle frontiere, ne individuano le responsabilità e rivendicano il diritto a partecipare alle decisioni che determinano le loro vite. > «Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui > sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano > l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare > la necessità di una “gestione delle migrazioni”.» Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari, l’Unione europea ha progressivamente spostato il controllo della mobilità in Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo. Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide più con il territorio dell’Unione, ma si estende nei Paesi attraverso i quali le persone migranti cercano di passare, trasformandoli in luoghi di blocco, detenzione e respingimento. La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un «laboratorio privilegiato» di questo sistema, e nei confronti di Frontex, indicata come il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità umana. > «I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle > frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero > conseguenze giuridiche e politiche.» Ma il manifesto non costruisce una contrapposizione semplice tra un’Europa responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani. > «Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche > occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle > migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di > guadagno finanziario.» Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. Il documento cita inoltre i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e all’afrofobia in Sudafrica. Il sistema delle frontiere viene poi collegato alle condizioni economiche e politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali, distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse naturali, debito, politiche neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che alimentano povertà e disuguaglianze. Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria destinazione. Le richieste sono nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di «ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi internazionali assunti dagli Stati. Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute possano partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite. Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione. > «Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di > scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in > sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza > paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria > provenienza o appartenenza sociale.» Una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui si costruisce una gerarchia globale della mobilità. Il manifesto parla infatti di «apartheid globale della mobilità», nel quale il diritto di muoversi dipende dal luogo di nascita e dal passaporto. La libertà di circolazione viene inoltre letta in una prospettiva femminista, panafricanista e decoloniale: come possibilità di sottrarsi alla violenza, di rafforzare l’unità del continente africano e di mettere in discussione una gerarchia globale della mobilità che affonda le proprie radici nella storia coloniale. Il manifesto ricorda infine le pratiche attraverso cui le persone in movimento e le loro reti esercitano questa libertà nonostante le barriere: attraversare le frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali, condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio razzista. È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire la lotta. Il testo si chiude con parole che condensano la sua denuncia: > «La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli > di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere > colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre > monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.» E poi: > «I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa. > Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa. > La nostra esistenza non è il nemico dell’America.» Fino all’ultima frase: > «Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre > tombe.» Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una gestione diversa delle migrazioni, ma mette in discussione il sistema stesso attraverso cui le frontiere vengono costruite e utilizzate per decidere chi può muoversi e chi deve essere fermato. > Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere. 1. Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri contesti. Tra le organizzazioni africane che hanno sottoscritto il documento ci sono Alarme Phone Sahara, Association Malienne des Expulsés, Association Marocaine des droits humains, Association Togolaise des Expulsés, Boza Fii, Refugees in Libya, Southern Africa Migration Network, Un Monde Avenir e diverse realtà impegnate specificamente sul protagonismo e sui diritti delle donne, tra cui Advocates Female Migrants Initiative e Female Returned Migrant Network (Nigeria), Association des Mères des Disparus en Tunisie, Groupe solidarité des groupements féminins au Togo e SOSAPROFEM (Senegal). ↩︎