
«Nos corps ne sont pas vos frontières»
Progetto Melting Pot Europa - Friday, August 21, 2026Al Forum sociale mondiale di Cotonou in Benin, vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale.
«I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del Forum sociale mondiale che si è svolto a Cotonou, la capitale culturale del Benin, dal 4 all’8 agosto 2026.
Leggi il Manifesto (eng e fra)Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità all’interno del Forum.
Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un manifesto comune.
Il Forum sociale mondiale 2026, dedicato alle crisi globali, alle disuguaglianze, alla giustizia sociale e ai rapporti di potere, ha organizzato i suoi lavori attorno a 15 assi tematici. Tra questi, «Migration, Transborder Governance & Universal Citizenship», dedicato alla libertà di insediamento, ai rifugiati climatici e ai diritti delle diaspore africane.
Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole parlare. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista».
Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano.
È da qui che il manifesto mette in discussione lo sguardo eurocentrico con cui siamo abituati a guardare alle migrazioni. Uno sguardo che tende a partire dalle esigenze degli Stati europei – le frontiere da proteggere, i flussi da controllare, gli arrivi da gestire – e che spesso rappresenta le persone migranti soprattutto come vittime da soccorrere o proteggere.
A Cotonou, invece, le persone con esperienza diretta delle migrazioni prendono la parola come soggetti politici: analizzano il sistema che produce la violenza delle frontiere, ne individuano le responsabilità e rivendicano il diritto a partecipare alle decisioni che determinano le loro vite.
«Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare la necessità di una “gestione delle migrazioni”.»
Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari, l’Unione europea ha progressivamente spostato il controllo della mobilità in Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo.
Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide più con il territorio dell’Unione, ma si estende nei Paesi attraverso i quali le persone migranti cercano di passare, trasformandoli in luoghi di blocco, detenzione e respingimento.
La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un «laboratorio privilegiato» di questo sistema, e nei confronti di Frontex, indicata come il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità umana.
«I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero conseguenze giuridiche e politiche.»
Ma il manifesto non costruisce una contrapposizione semplice tra un’Europa responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani.
«Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di guadagno finanziario.»
Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. Il documento cita inoltre i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e all’afrofobia in Sudafrica.
Il sistema delle frontiere viene poi collegato alle condizioni economiche e politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali, distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse naturali, debito, politiche neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che alimentano povertà e disuguaglianze.
Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria destinazione.
Le richieste sono nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di «ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi internazionali assunti dagli Stati.
Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute possano partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite.
Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione.
«Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria provenienza o appartenenza sociale.»
Una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui si costruisce una gerarchia globale della mobilità. Il manifesto parla infatti di «apartheid globale della mobilità», nel quale il diritto di muoversi dipende dal luogo di nascita e dal passaporto.
La libertà di circolazione viene inoltre letta in una prospettiva femminista, panafricanista e decoloniale: come possibilità di sottrarsi alla violenza, di rafforzare l’unità del continente africano e di mettere in discussione una gerarchia globale della mobilità che affonda le proprie radici nella storia coloniale.
Il manifesto ricorda infine le pratiche attraverso cui le persone in movimento e le loro reti esercitano questa libertà nonostante le barriere: attraversare le frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali, condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio razzista.
È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire la lotta.
Il testo si chiude con parole che condensano la sua denuncia:
«La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.»
E poi:
«I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa.
Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa.
La nostra esistenza non è il nemico dell’America.»
Fino all’ultima frase:
«Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre tombe.»
Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una gestione diversa delle migrazioni, ma mette in discussione il sistema stesso attraverso cui le frontiere vengono costruite e utilizzate per decidere chi può muoversi e chi deve essere fermato.
Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere.
- Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri contesti. Tra i firmatari figurano Alarm Phone Sahara, Afrique-Europe Interact, Association Malienne des Expulsés, Migreurop, Refugees in Libya, WatchTheMed Alarm Phone, MV Louise Michel Project e numerose realtà impegnate sulle questioni della mobilità, delle frontiere e dei diritti ↩︎