Tag - africa

Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Terra, acqua e semi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau -------------------------------------------------------------------------------- Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare dalla giustizia sociale. Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei saperi e delle risorse comuni. Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le comunità di decidere del proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali. La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità sulle sementi. Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou, figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare. Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse fondamentali per produrre e vivere? È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni, denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno elaborato un proprio comunicato finale. A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano? È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà. Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della Convergenza. La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze, sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa l’Africa e dialoga con il mondo. Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono  essere inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle relazioni costruite dalle comunità. La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni, riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono dal basso. La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro. E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta, convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie? [Paola Demeo, Azione TerrAE, Coalizione per la transizione agroecologica formata da Acra, Cisv, Cospe, Deafal, Lvia, Mani Tese, Terra Nuova e Rete Semi Rurali] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Wild Coast non è una terra di conquista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra, acqua e semi proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
MSF: “Ricerca su cure e prevenzione non lasci indietro i bambini”
IN UN COMMENTO PUBBLICATO OGGI SU THE LANCET, MSF DIMOSTRA CHE L’ATTUALE EPIDEMIA DI EBOLA CAUSATA DAL VIRUS BUNDIBUGYO NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO STA COLPENDO I BAMBINI IN MODO SPROPORZIONATO. MSF inoltre chiede a tutti gli attori coinvolti nella ricerca su trattamenti e strumenti di prevenzione contro il virus Bundibugyo di garantire una reale inclusione dei bambini negli studi previsti sulle contromisure mediche e un accesso tempestivo a formulazioni pediatriche dei farmaci attualmente in studio, in particolare per la profilassi post-esposizione orale (PEP). Al 4 agosto 2026, tra i casi confermati con malattia di Ebola da virus Bundibugyo per i quali era disponibile l’età, la percentuale di bambini sotto i 5 anni che, dopo la diagnosi, sono morti era significativamente più alta rispetto a quella degli adulti. Il ritardo nell’inclusione dei bambini negli studi clinici, la mancanza di indicazioni sul dosaggio pediatrico e i dubbi sulla sicurezza sono ostacoli già noti nell’accesso alle contromisure mediche per bambini, donne e ragazze in gravidanza o allattamento. Attualmente, lo studio EBO-PEP, avviato il 14 luglio 2026, sta valutando l’antivirale orale obeldesivir per prevenire il contagio dopo un’esposizione ad alto rischio al virus Ebola Bundibugyo. Se si dimostrasse efficace, potrebbe rappresentare uno strumento pratico e utilizzabile su larga scala per proteggere le persone che hanno avuto un contatto recente con un caso di Ebola. “Troppo spesso l’inclusione dei bambini nello sviluppo delle contromisure mediche durante le emergenze di salute pubblica viene relegata alle note a margine. Ma oggi, con i bambini esposti a un rischio sproporzionatamente elevato di morire se contagiati nell’attuale epidemia in RDC, la loro inclusione è fondamentale” afferma il dottor Neal Russell, consulente pediatrico di MSF. Sebbene i bambini di peso inferiore a 30 kg (di età pari o inferiore a circa 12 anni) siano esclusi dallo studio nella sua progettazione originale, è probabile che venga presto approvata una modifica al protocollo volta a includere i bambini di peso superiore a 20 kg. Rimangono però esclusi i bambini sotto i 20 kg, indicativamente di 6 anni o meno, a causa della mancanza di una formulazione pediatrica disponibile di obeldesivir e dell’assenza di dati pubblicati che supportino la frantumazione o la dissoluzione delle compresse. Per chi resta escluso, lo studio prevede un sotto-protocollo con remdesivir per via endovenosa. Tuttavia, un trattamento endovenoso quotidiano per 10 giorni è molto difficile da gestire operativamente durante un’epidemia, soprattutto nei bambini più piccoli. Gilead, l’azienda farmaceutica che produce obeldesivir, ha recentemente espresso la disponibilità a fornire formulazioni pediatriche del farmaco. Resta però da capire quando potranno iniziare gli studi con le formulazioni orali pediatriche. “Ricercatori, finanziatori e altri attori devono sostenere con urgenza un sotto-studio pediatrico sull’obeldesivir, a partire dalle indicazioni di dosaggio già disponibili, e accelerare la valutazione di altri antivirali orali e anticorpi monoclonali come profilassi post-esposizione. Dobbiamo produrre ora le evidenze necessarie affinché i bambini possano accedere a trattamenti preventivi efficaci insieme a tutti gli altri, non quando l’epidemia sarà finita – conclude Russell di MSF – Gilead si è impegnata a produrre obeldesivir in formulazione pediatrica. Auspichiamo che fornisca una tempistica chiara e accelerata e che gli attori coinvolti possano organizzare al più presto studi pediatrici con questa formulazione, o con compresse per adulti opportunamente adattate, affinché tutti i bambini a rischio possano essere inclusi negli studi che valuteranno quali opzioni di profilassi post-esposizione siano più pratiche, tempestive ed efficaci”. * MSF – Ebola : une nouvelle étude démontre l’efficacité du vaccin dans le cas d’une épidémie * THE LANCET – An urgent opportunity to ensure children’s access to oral post-exposure prophylaxis trials for Bundibugyo virus disease Redazione Italia
September 1, 2026
Pressenza
La nave Oyvon di Medici senza Frontiere salva 18 persone
Stamattina, 18 persone sono state salvate in acque internazionali da un’imbarcazione in fiberglass alla deriva e non idonea alla navigazione. 11 dei sopravvissuti sono minori non accompagnati, tra cui una giovane donna. Sono stati tutti portati in salvo a bordo della Oyvon e stanno ricevendo cure mediche dal nostro team. I superstiti erano in mare da oltre un giorno. La maggioranza delle persone tratte in salvo proviene dall’Eritrea. Medecins sans Frontieres
August 31, 2026
Pressenza
Sudafrica, la Wild Coast non è una terra di conquista
Con una sentenza storica, la Corte Costituzionale sudafricana ha annullato il diritto di Shell a esplorare la Wild Coast alla ricerca di petrolio e gas. A metà agosto 2026, la Corte Costituzionale del Sudafrica ha emesso una sentenza storica in materia di cambiamento climatico e giustizia ambientale. Nell’ottobre del 2021, Shell ha annunciato l’avvio di indagini sismiche, utilizzando potenti onde sonore, al largo della Wild Coast sudafricana per determinare l’eventuale presenza di riserve di petrolio e gas commercialmente sfruttabili. La Wild Coast è una costa aspra, caratterizzata da strade sterrate e villaggi tradizionali, ma anche da un ambiente naturale particolarmente ricco e prezioso dell’Eastern Cape del Sudafrica. Simile al caso dei Sámi, le politiche ambientali del governo norvegese possono avere conseguenze negative sulle comunità indigene: le vibrazioni delle pale eoliche disturbano le renne, fondamentali per la loro cultura ed economia. Allo stesso modo, le indagini sismiche per l’esplorazione petrolifera producono rumori che possono danneggiare gli ecosistemi marini, suscitando preoccupazione tra le comunità locali. Le popolazioni indigene Khoi e San del Sudafrica hanno un profondo legame spirituale, culturale e cosmologico con i fiumi, gli oceani e i paesaggi costieri, dai quali furono allontanate dalla colonizzazione e dall’apartheid, attraverso rimozioni di massa verso le aree interne. Numerose sono le rivendicazioni dei territori ancestrali, “la cui tutela è inseparabile dalla tutela dei diritti alla dignità, alla cultura e al sostentamento” (paragrafo 4). Tra queste la comunità che si è fortemente opposte al progetto di Amazon per la costruzione del suo quartier generale africano a Cape Town nella regione adiacente, alla Wild Coast, Western Cape nel 2024. Il loro caso si è però tristemente concluso in modo diverso da quest´ultimo. Termina così una controversia iniziata nel 2021. Sei comunità, ONG e organizzazioni ambientaliste si erano rivolte a due corti, sostenendo di non essere state consultate sui piani di Shell. Il caso è infine arrivato alla Corte Costituzionale, l’organo giudiziario di ultima istanza in Sudafrica, che ha definito che il diritto di esplorazione doveva essere annullato a causa di gravi vizi nella concessione governativa. Tra questi, l’inadeguata consultazione delle comunità e la mancata considerazione di importanti preoccupazioni ambientali e climatiche. Secondo Angela Van der Berg, direttrice del Global Environmental Law Centre della Western Cape University, si tratta di una pietra miliare nella giustizia climatica. La controversia, infatti, non riguardava soltanto i possibili danni all’ecosistema marino, ma solleva una questione giuridica fondamentale, ossia se l’impatto climatico delle nuove attività di esplorazione petrolifera e di gas fosse stato adeguatamente valutato. La sentenza, basandosi su tre cardini (le persone, l´ambiente e lo sviluppo socio economico) diviene un importante precedente per i futuri casi in materia di clima in Sudafrica, rinforzando inoltre, il carattere universale del diritto internazionale in materia di clima: “Il cambiamento climatico, per sua natura, trascende i confini” (paragrafo 21). Enfatizza che il cambiamento climatico, incentrato sulla responsabilità legale, sui diritti umani e sulla giustizia, è passato da assunto diplomatico a responsabilità giuridica (paragrafo 24) e afferma il diritto a “una reale consulta” di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze (paragrafo 36) riconoscendo l´obbligatorietà costituzionale di protezione delle pratiche culturali, garanzia della diversità all’interno del Paese e legandola alla dignità umana (paragrafo 25). In un’intervista, Delme Cupido, direttore del Southern African Hub presso Natural Justice e uno degli avvocati coinvolti nel caso, spiega che il ricorso alla Corte era stato necessario perché la Corte Suprema d’Appello aveva lasciato aperta la possibilità per Shell di riprendere il procedimento e svolgerlo nuovamente in conformità con gli obblighi relativi alla partecipazione pubblica. L´aspetto particolarmente rilevante è che Corte ha stabilito che “il diritto alla partecipazione pubblica non è solo una questione meccanica ma una questione di procedura. Fa parte integrante dell’affermazione e del riconoscimento della dignità di quelle comunità. La sentenza afferma chiaramente che non è possibile ora, in una fase successiva, tornare indietro e rimediare, perché il danno, per così dire, alla dignità di quelle comunità è già stato arrecato […] stabilendo un precedente molto chiaro in termini di definizione degli obblighi dei decisori e dei gestori dei combustibili fossili, proprio a causa della preoccupazione per il modo in cui queste consultazioni vengono spesso trattate in maniera superficiale”. Foto tratta dal Flikr di William Murphy Il Ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche viene ritenuto responsabile di negligenza come conseguenza della mancata osservanza del NEMA, Legge nazionale sulla gestione ambientale, che sancisce il pubblico interesse e limita l´esplorazione delle risorse ambientali in caso di discriminazione delle persone colpite (paragrafo 42). Il diritto all’ambiente si coniuga con la visione costituzionale dell´”integrazione tra tutela ambientale e sviluppo socio-economico” (paragrafo18) silenziando una delle giustificazioni più comune agli attacchi ambientali: gli effetti positivi in termini di creazione di impiego. Questo richiamo assume un significato ancora più importante se si considera il ruolo che l’espropriazione ha avuto durante il regime dell’apartheid. Il Group Areas Act destinò infatti le aree inquinate adiacenti alla raffineria Shell alle comunità coloured, indiane e nere per creare un bacino di manodopera a basso costo per le fabbriche vicine. Continua Cupido, “si tratta quindi anche di giustizia intergenerazionale, riconoscendo che i guadagni economici a breve termine non possono prevalere sul diritto ano sviluppo sostenibile, che è un nostro dovere verso le generazioni future”. Evidenzia come il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo e che, spesso, chi causa i danni ambientali non è chi ne subisce le conseguenze, perpetuando così le violazioni della giustizia climatica e il razzismo ecologico. L’operato della Shell, come qualsiasi impresa estrattiva nel continente africano, ne sono una prova evidente. Shell depaupera il Sudafrica dal 1902. Open Secrets, ricorda che quando la Lega Araba impose al Sudafrica un embargo petrolifero nel 1973, Shell continuò a fare affari con il regime dell´apartheid. Tra gli anni ’80 e il 1992, partecipò a operazioni clandestine per aggirare le sanzioni internazionali fino a che, nel 1987, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aderì all´embargo e furono avviate campagne internazionali contro Shell da parte di diversi movimenti anti-apartheid. Sin dal 1964 Shell e BP erano proprietarie insieme della South African Petroleum Refineries (Sapref) responsabile nel 1998 del rilascio di cinque tonnellate di fluoruro di idrogeno nell’atmosfera, e nel 2001 della fuoriuscita di 1.000 litri di benzina nella baia di Durban. Nel 2022 la raffineria subí um danno che causò la fuoriuscita di petrolio sulla spiaggia e Sapref dichiarò che sarebbero serviti cinque anni e ingenti risorse economiche per la bonifica. Il problema non è stato ancora risolto e sulla costa di Durban si continuano a registrare indici di leucemia, linfomi, e tumori nettamente superiore alla media nazionale. Nel 2024, Shell si é ritirata dal settore della raffinazione in Sudafrica e ha venduto per 1 rand al Central Energy Fund, un ente statale, sollevando forti polemiche su chi dovrà sostenere i costi della bonifica ambientale. [LB1]National Environmental Management Act Comune-info
August 31, 2026
Pressenza
Grido d’allarme per la crisi alimentare nel nord-est dell’Uganda
> Si sta consumando una tragedia silenziosa nella regione del Karamoja, nel > nord-est dell’Uganda. Un’area da tempo segnata da estrema fragilità è oggi > rimpiombata in una crisi alimentare di proporzioni drammatiche, che sta > mettendo a dura prova la sopravvivenza stessa della comunità. Una combinazione fatale di prolungata siccità che ha causato la perdita dei raccolti, e di razzie di bestiame ha prostrato la popolazione. Fino ad aprile la zona sembrava un’isola felice; pioveva e tutto era verde, i campi coltivati promettevano un buon raccolto. Poi invece non ha più piovuto e il secco ha bruciato tutto. L’accesso al cibo non è più solo una questione di nutrizione equilibrata, ma una vera e propria lotta quotidiana per rimanere in vita. In questo scenario da incubo, il prezzo più alto viene pagato dai più deboli, i bambini e gli anziani. Nel villaggio di Kanawat, i tassi di malnutrizione hanno raggiunto livelli di emergenza. Molti piccoli non hanno accesso a un singolo pasto completo al giorno. Lo sguardo spento di madri che non hanno più latte nel seno, né cibo da offrire ai propri figli esprime tutta la drammaticità di questa crisi. Altrettanto drammatica è la condizione degli anziani. Oggi molti si trovano del tutto privi di una rete di supporto. La maggior parte delle persone decedute per la fame è costituita da anziani. Sono state fatte assemblee per focalizzare il problema con il governo, con UNICEF e la FAO, ma per ora ci sono solo parole, nemmeno promesse di seria attenzione. La situazione richiede una risposta immediata che possa tamponare l’imminente catastrofe umanitaria. Bisogna mobilitare al più presto le risorse necessarie per salvare vite umane e il GIM si sta attivando in questo senso. Per maggiori informazioni e donazioni: https://www.botteghegim.it/2026/08/emergenza-fame-in-karamoja/ -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Informazioni fornite da padre Gabriel Angella e padre Marco Canovi, missionari che per il GIM sono punti di riferimento per gli aiuti e il sostegno all’istruzione. Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza
Guardia Costiera libica, ancora spari contro le navi delle ONG e respingimenti illegali
Da quando sabato scorso il Ministro Piantedosi ha ribadito che le milizie libiche sono “autorità competenti”, queste si sono impegnate per mostrare la loro vera natura. L’ultimo episodio è di ieri, quando una motovedetta libica ha di nuovo aperto il fuoco in acque internazionali. Ieri il nostro aereo Seabird 3 ha sorvolato un gommone con circa 40 persone senza salvagente. Mentre l’ONG MVLouiseMichel arrivava per offrire aiuto, la cosiddetta Guardia Costiera libica era in procinto di effettuare un respingimento illegale. Due persone sono cadute in mare. Invece di recuperarle, la motovedetta libica classe Bigliani donata dall’Italia nel 2017, si è avvicinata alla Louise Michel e ha sparato due colpi d’arma da fuoco. L’equipaggio della ONG non è rimasto ferito, ma le due persone erano ancora in acqua, al buio, a un passo dall’annegamento. Seabird 3 ha dovuto ripetere più volte via radio la richiesta di non ignorare le due persone in mare, ma solo al calare della notte sono state recuperate. Per loro e altre 38 persone, però, il destino è stato il respingimento illegale nei lager dei trafficanti libici. Dal 2023, a 275mila persone è stato impedito di raggiungere le coste italiane. Per il governo Meloni questo è il “successo” della partnership con le autorità libiche, ma la realtà è quella che abbiamo visto ieri. Questo è il vero prezzo della propaganda sui confini chiusi. Sea Watch
August 27, 2026
Pressenza
“Non avvicinatevi o spariamo!” La denuncia di Sea-Watch
“Non avvicinatevi o giuro su Dio che vi spariamo”. La voce proviene direttamente da quella che, secondo il governo italiano, è “l’autorità competente” dei soccorsi nel Mediterraneo. La minaccia era rivolta all’equipaggio di una delle nostre navi, mentre si trovava in acque internazionali. Il 22 agosto Aurora era in acque internazionali, pedinata come accade spesso da un’imbarcazione libica “Made in Italy”. Quando ha raggiunto un natante in pericolo, ha trovato una seconda nave libica, che stava prendendo a bordo le persone. Appena Aurora si è avvicinata la nave si è identificata come Guardia Costiera libica e ha iniziato a minacciare l’equipaggio di aprire il fuoco, se non si fosse allontanata. Ci siamo così lasciati alle spalle quello che è tutt’altro che un “soccorso”. Queste persone sono destinate a tornare nei lager libici, dove subiscono torture e abusi e dai quali possono uscire a mezzo di estorsione violenta per tentare nuovamente la traversata. Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch: “Questo è il ciclo di abusi che l’Italia sta finanziando, proteggendo e armando questi criminali e permettendo a chi lucra sulla pelle delle persone migranti di estorcere e abusare la stessa persona più volte, arricchendo il business dei trafficanti. Quelli che minacciano di aprire il fuoco contro le nostre navi sono gli stessi soggetti con cui l’Italia ci chiede di collaborare. Noi però, a differenza del governo italiano, ci atteniamo al diritto internazionale e non cooperiamo con i criminali.” Sea Watch
August 26, 2026
Pressenza
Naufragio al largo delle coste di Ben Guerdane e Zarzis (sud-est Tunisia)
Un’imbarcazione diretta verso l’Italia è affondata nei giorni scorsi al largo delle coste di Zarzis, nel sud-est della Tunisia. A bordo c’erano 15 giovani uomini. Al 25 agosto erano stati recuperati 12 corpi, mentre due persone risultavano ancora disperse. Una sola persona è sopravvissuta, dopo essere rimasta in mare per circa 48 ore prima di essere soccorsa. La maggior parte delle persone a bordo proveniva da Ben Guerdane, città tunisina al confine con la Libia. Tra loro c’erano sette membri della stessa famiglia, giovani tra i 18 e i 25 anni, tra cui i due fratelli Koussay e Ghassan. Secondo le ricostruzioni della stampa tunisina, l’imbarcazione era partita il 19 agosto dalla zona di El Ktef, a Ben Guerdane. Dopo circa cinque ore di navigazione, in condizioni di mare difficili, l’imbarcazione è affondata. Le ricerche hanno coinvolto la Guardia nazionale, la Marina, elicotteri e numerosi pescatori della zona. A raccontare la storia dei sette giovani della stessa famiglia è Atef Chouat, loro cugino, intervistato dalla stampa tunisina 1. I giovani avevano lasciato presto gli studi e si erano dedicati al commercio informale, un’attività che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento nella regione. Secondo Chouat, a spingerli verso la partenza sono stati soprattutto la disoccupazione e l’assenza di prospettive. «Le famiglie allargate della città di confine di Ben Guerdane si trovano ad affrontare una disoccupazione generalizzata e la situazione sociale è peggiorata con la persistente chiusura, da quasi due anni, del valico di frontiera di Ras Jedir», ha dichiarato. Il valico di Ras Jedir, al confine tra Tunisia e Libia e a pochi chilometri da Ben Guerdane, è da sempre centrale per l’economia della regione. Il commercio transfrontaliero e gli scambi con la Libia hanno rappresentato per migliaia di persone una fonte essenziale di reddito, soprattutto attraverso il commercio informale. La sua chiusura prolungata ha avuto pesanti conseguenze sull’economia locale. Secondo Chouat, ha lasciato migliaia di giovani in una situazione di disoccupazione forzata, aggravando una condizione già segnata dalla mancanza di opportunità e rendendo la migrazione irregolare una delle poche possibilità percepite per cercare un futuro altrove. Il naufragio ha provocato dolore e rabbia a Ben Guerdane. Nei giorni successivi, la città è stata attraversata da proteste: alcune strade sono state bloccate e sono stati incendiati pneumatici, mentre la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni. I manifestanti hanno denunciato le difficili condizioni economiche e sociali della regione e chiesto che le operazioni di ricerca dei dispersi fossero intensificate 2. È in questo contesto che interviene Latifa Ouelhazi, presidente dell’Association des mères de migrants disparus, che parla a nome dell’associazione e a partire dalla propria esperienza di sorella di un migrante disperso da anni. > «Quando i nostri figli scompaiono, non scompare il nostro diritto a conoscere > la verità». «VEDIAMO NUOVAMENTE NOI STESSE» La dichiarazione parte dalle famiglie di Ben Guerdane che in questi giorni cercano i propri figli. «Quello che sta accadendo non è un incidente passeggero, né una notizia destinata a concludersi con la diffusione delle immagini e il recupero dei corpi». Dietro ogni persona dispersa, ricordano le madri, c’è una famiglia che dal momento della scomparsa vive «in uno stato di attesa senza fine». «Una madre che non sa se piangere suo figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro ogni giorno che un membro della loro famiglia non è più tornato». È un’attesa che Ouelhazi conosce direttamente. «So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare e che passino gli anni senza sapere dove sia, cosa gli sia accaduto, se sia sopravvissuto e dove sia terminato il suo viaggio». «So cosa significa che la domanda rimanga aperta e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana». Per questo, davanti alle famiglie di Ben Guerdane, l’associazione non vede semplicemente «nuovi numeri nel dossier delle migrazioni». «Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore passeggero, per poi essere dimenticate quando le notizie smettono di occupare le prime pagine». Le richieste sono precise: «Vogliamo la verità». «Vogliamo che ogni famiglia conosca il destino di suo figlio». «Vogliamo una ricerca seria delle persone disperse, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie a riavere i propri figli e a seppellirli con dignità». Ma per le madri dei migranti dispersi la ricerca della verità non può fermarsi al recupero e all’identificazione dei corpi. Il naufragio obbliga a interrogarsi anche sulle ragioni per cui tanti giovani continuano a mettere a rischio la propria vita in mare. «QUANDO LE PORTE LEGALI VENGONO CHIUSE, IL DESIDERIO DI PARTIRE NON SCOMPARE» «Vogliamo inoltre che si apra un vero dibattito sulle ragioni che spingono i nostri giovani a prendere il mare in viaggi esposti alla morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire». La dichiarazione mette in discussione apertamente l’efficacia delle politiche di controllo: «Gli anni hanno dimostrato che il solo approccio securitario non ha fermato le partenze e che la chiusura delle frontiere e l’inasprimento delle politiche sui visti non hanno cancellato il desiderio dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere con dignità». E aggiungono: «Quando le porte legali vengono chiuse, il desiderio di partire non scompare: diventano semplicemente più pericolose le vie attraverso cui partire». È una denuncia che si intreccia con quanto emerso nelle proteste di Ben Guerdane. La rabbia della comunità non riguarda soltanto il naufragio e la ricerca dei dispersi, ma anche le condizioni sociali ed economiche di una regione in cui la chiusura del valico di Ras Jedir ha aggravato una situazione occupazionale già difficile. Per le madri, però, la risposta non può essere soltanto impedire le partenze. «Non vogliamo altre tragedie e non vogliamo altre madri costrette a vivere ciò che abbiamo vissuto noi». Chiedono «politiche che garantiscano ai giovani il diritto a muoversi in modo sicuro e legale» e, allo stesso tempo, «ragioni concrete per restare, se scelgono di farlo: lavoro, dignità e speranza per il futuro». Per chi ha perso la vita, chiedono che la morte non venga archiviata come una statistica. «Abbiamo il dovere di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero all’interno di un rapporto». Alle famiglie spettano «la verità, la giustizia, la dignità, il sostegno psicologico e sociale» e soprattutto «il diritto di sapere dove sono i propri figli e cosa è accaduto loro». «Noi non parliamo da dietro una scrivania», scrive Ouelhazi. «Parliamo dall’interno di questo dolore». «Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone scomparse, che hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta». Per questo l’associazione continuerà a rivendicare i diritti delle persone disperse e delle loro famiglie «ogni volta che un giovane scompare in mare». Perché, conclude la presidente, «sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta». «Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, né che le persone disperse diventino semplicemente dei numeri». «Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità». E infine: > «Ogni madre ha il diritto di sapere dove si trova suo figlio». 1. Leggi l’articolo su La Press Tunisia ↩︎ 2. La ricostruzione di Al Jazeera sul naufragio e sulle proteste a Ben Guerdane ↩︎
Settecento giorni di protesta ad Agadez (Niger)
Ha compiuto 700 giorni il 23 agosto la protesta non violenta delle persone rifugiate al “Centro Umanitario” di Agadez, Niger. E sono passati quasi due anni da quando documentavamo per la prima volta le condizioni della struttura, finanziata con fondi pubblici italiani ed europei 1. Interviste BLOCCATI IN NIGER: IL GRIDO INASCOLTATO DEI RIFUGIATI DA UN CAMPO FINANZIATO DA ITALIA E UE Intervista ad alcuni residenti del “Centro umanitario” di Agadez sulla protesta in corso da due mesi Laura Morreale 28 Novembre 2024 Da allora, la protesta non si è mai fermata: il collettivo Refugees in Niger continua a manifestare quotidianamente e a denunciare la propria condizione attraverso i corpi, le immagini e le parole dei residenti del Centro. Donne, uomini e bambini che hanno trascorso mesi, spesso anni, in un limbo giuridico e in una struttura isolata, dove immaginare un futuro diverso diventa quasi impossibile. Sono persone fuggite dalle atrocità in Sudan o da altre aree di crisi, molte delle quali, secondo le loro testimonianze, sono state deportate illegalmente in Niger da Paesi nordafricani come Algeria, Libia e Tunisia. La protesta non viene semplicemente ignorata, né da UNHCR – a cui è affidata la gestione della struttura – né dalle autorità nigerine, che dovrebbero riconoscere a queste persone lo status di rifugiato e i relativi diritti. Da quando al Centro sono iniziate le mobilitazioni giornaliere, lunghi periodi di silenzio si alternano a comunicati ufficiali e visite istituzionali. In alcune occasioni, le autorità hanno cercato di rassicurare i rifugiati; in altre, la risposta è stata apertamente intimidatoria. PH: Refugees in Niger Il risultato, però, non è cambiato: le condizioni del campo restano critiche, i servizi ridotti o assenti, e la protesta ha ormai assunto la forma di un presidio permanente. Le ultime visite istituzionali risalgono al 7 e 8 agosto scorsi. La prima è stata quella della vice-rappresentante di UNHCR Niger. La sua presenza al Centro ha lasciato i rifugiati senza risposte sostanzialmente nuove. Ha riferito che sono in corso incontri con rappresentanti del governo per affrontare l’impasse dell’esame delle richieste di protezione da parte delle autorità nigerine, e ha ribadito che le opportunità di ricollocamento in Paesi terzi sono molto limitate. Rispetto alle denunce dei rifugiati sull’insufficienza degli aiuti alimentari, che da oltre un anno risentono di importanti tagli ai finanziamenti destinati ad Agadez, si è limitata a dire che l’agenzia non può assistere tutti e si concentra sulle persone vulnerabili. Secondo le informazioni più recenti raccolte dal Centro, sempre meno persone avrebbero accesso al sostegno alimentare; le razioni sarebbero progressivamente diminuite e i criteri di assegnazione sarebbero applicati in modo arbitrario, a volte escludendo anche persone vulnerabili, inclusi i bambini. Si tratta di accuse note da tempo, che richiederebbero una risposta più precisa e verificabile da parte dei responsabili della pianificazione e distribuzione degli aiuti. Nessuna speranza, inoltre, per quanto riguarda la riapertura del presidio medico: i rifugiati dovranno continuare a fare riferimento all’ospedale pubblico più vicino, distante circa sette chilometri dal Centro. Il giorno successivo è arrivata una seconda visita, non annunciata e non pubblicizzata, da parte di una rappresentante del governo nigerino. Secondo i rifugiati, si tratterebbe di Sidikou Ramatou Djermakoye Seyni, ministra della Popolazione e degli Affari Sociali. La visita aveva l’obiettivo di verificare le condizioni del Centro, con particolare attenzione alla situazione delle donne, che la ministra avrebbe dichiarato di avere particolarmente a cuore. Ma proprio durante la visita si sarebbe verificato l’ennesimo episodio repressivo nei confronti del racconto pubblico portato avanti dai rifugiati. Secondo le testimonianze raccolte, un uomo avrebbe impedito ai presenti di documentare l’incontro, controllando i loro telefoni e chiedendo di cancellare eventuali fotografie. Al termine della visita, la ministra sarebbe intervenuta spiegando che preferiva evitare la circolazione sui social media di immagini della giornata. In effetti, nessun canale ufficiale del governo ha reso pubblico l’incontro. Un operatore del Centro, incaricato della traduzione durante le visite istituzionali, avrebbe poi utilizzato toni aggressivi nei confronti dei rifugiati, rivolgendosi in particolare a uno di loro e facendogli intuire di essere sotto osservazione. L’uomo lo avrebbe avvertito delle conseguenze se avesse pubblicato immagini della visita, alludendo esplicitamente a un possibile arresto, mentre un altro uomo, funzionario del Centre Nationale d’Elegibilité (CNE) nigerino, avrebbe ripetuto più volte che loro rappresentano il governo e possono fare quello che vogliono. Lo scontro verbale, secondo i testimoni, si è verificato alla presenza di personale UNHCR, che non è però intervenuto. In un contesto che ha già visto, come documentato ampiamente, arresti e deportazioni di persone coinvolte nell’organizzazione della protesta, una minaccia di questo tipo assume un peso non indifferente. E non è la prima volta che rappresentanti del governo ricorrono a intimidazioni più o meno velate. Il punto della protesta è anche questo: dopo quasi due anni, a essere contestate non sono soltanto le condizioni materiali del Centro, ma soprattutto il rapporto tra le persone che vi abitano e le istituzioni incaricate di proteggerle. Non si può parlare di protezione internazionale quando manca la fiducia nella capacità e nella volontà di garantire dei diritti fondamentali. Se le uniche risposte possibili a chi solleva delle criticità sono la negligenza e la repressione, va messo in discussione l’intero impianto “umanitario” che permette a luoghi come il Centro di Agadez di continuare a esistere. Il clima di sopraffazione e di impunità che si respira ad Agadez è lo stesso di tanti altri luoghi di contenimento delle migrazioni, sparsi a varie latitudini. Luoghi che hanno tutti delle caratteristiche comuni: ridurre le persone in movimento a funzioni (di vittima o di minaccia), allontanarle dallo sguardo pubblico, privarle della loro capacità di agire e – quando invece la mostrano, contestando il sistema in cui sono inserite – reprimerle e isolarle. Il proliferare di campi profughi permanenti creati su richiesta europea, come quello di Agadez, lungo le rotte migratorie in Africa ha svuotato di senso il diritto di asilo, delegandolo a enti e paesi terzi che non sono in grado di offrire una protezione effettiva. 1. L’archivio di tutti i contenuti su questa vicenda sono consultabili sulla tag Agadez ↩︎