
Distrazioni africane e parole da salvare
Comune-info - Saturday, May 23, 2026Ci sono conflitti armati che non attraggono l’attenzione dei nostri schermi. Le chiamano “guerre dimenticate”, ma è una dimenticanza costituente dell’attuale sistema di potere. Quante volte deve morire l’Africa per meritare attenzione e memoria?
Foto di Arkana Bilal su Unsplash“Nella vita, se uno vuol capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta”. Lo afferma, saggiamente, il rabbino di Genova Hain Fabrizio Cipriani nell’ottimo libro ‘La Torah in noi’. Nondimeno succede che in alcune parti di questo mondo si muoia più di una volta. La prima per scelta, casualità o destino e la seconda per dimenticanza, o peggio per distrazione.
La parola distrazione deriva dal latino e indica separazione e allontanamento. Esprime un’attrazione che conduce altrove o l’allontanamento dal momento presente, dal mondo, dal concreto quotidiano. I sinonimi di distratto sono vari e alcuni aiutano a cogliere le ricadute della distrazione. A esempio la disattenzione, la smemoratezza e l’assenza sembrano costituire ciò su cui si fonda e prospera il sistema attuale di potere. Solo gente distratta dal reale sarà facile preda dei centri commerciali, del mondo trasformato in mercato e del tempo in mercanzia contante.
Tornato l’anno scorso da un Paese del Sahel Centrale chiamato Niger, ho avuto modo di veder confermato, se ancora necessario, quanto sia di notevole valore simbolico il nome Sahel. Parola che, dall’arabo, significa ‘riva, sponda’. In ambito geografico esprime il confine col ‘mare’ del deserto chiamato Sahara. In ben altro contesto esprime invece un passaggio, il transito tra la riva della vita e quella della morte. Tra chi conta e chi non è nulla, tra chi vive e chi, a stento, sopravvive. Tra chi entra nella storia e chi passa sacrificato. Tra morti degne di nota e quelle che non lasciano traccia. Tra guerre che meritano la cronaca e quelle che, ricoperte di polvere, sono sempre assenti. A volte si definiscono “guerre dimenticate” o troppo lontane per profittare del privilegio di apparire sugli schermi televisivi che del reale sono, da tempo, una mistificazione.
Quando non si è importanti da vivi sarà molto difficile diventarlo da morti. La spinta a esistere distrattamente è usata come una delle strategie più efficaci per cancellare la necessità, tutta umana, di dare memoria alla vita. Non casualmente Oxfam, nota ong umanitaria, evidenzia alcuni degli oltre trenta conflitti armati che vedono coinvolto il continente africano. Nella Repubblica (poco) Democratica del Congo, che ha registrato nel passato milioni di morti e nel presente scontri tra forze governative e gruppi armati, oltre 7 milioni di persone sono sfollate e molte di più necessitano aiuti. Nel Sudan e il Sud Sudan si vive attualmente la più grande crisi umanitaria del pianeta per le guerre tra militari, tra (in)civili, i colpi di stato e, come in Congo, per il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie; in Somalia con la presenza di milizie e instabilità politica. In Etiopia il conflitto vanifica i piani di sviluppo in vaste porzioni del territorio. Il Sahel, la fascia di terra di mezzo che attraversa l’Africa dall’Atlantico al Mar Rosso, tra colpi di stato conseguenti agli attacchi di gruppi armati e successivi movimenti di popolazioni, è per il terzo anno consecutivo il baricentro mondiale del terrorismo. In Mozambico gruppi armati legati a interessi ideologici e finanziari rendono instabili notevoli porzioni del territorio nazionale.
Constatiamo che alcune guerre, in altri lidi, hanno risonanza e peso mediatico molto più consistente. Ciò d’altra parte non cambia molto, all’interno dei cimiteri. Basterebbe domandarlo alle famiglie dei morti e ai genitori dei bambini ai quali la follia delle armi ha reciso la vita come una falce impazzita e cieca fa con i fiori.
Rimane però significativo che alcune persone debbano morire più di una volta per essere riconosciute nella storia scritta sulla sabbia. Ecco perché, se vogliamo imparare davvero a vivere almeno una volta, dovremmo transitare dalla distrazione che allontana all’attenzione che unisce le due rive. Qualcuno scrisse che “prima di salvare le persone c’è da salvare le parole”.
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