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Distrazioni africane e parole da salvare
CI SONO CONFLITTI ARMATI CHE NON ATTRAGGONO L’ATTENZIONE DEI NOSTRI SCHERMI. LE
CHIAMANO “GUERRE DIMENTICATE”, MA È UNA DIMENTICANZA COSTITUENTE DELL’ATTUALE
SISTEMA DI POTERE. QUANTE VOLTE DEVE MORIRE L’AFRICA PER MERITARE ATTENZIONE E
MEMORIA?
Foto di Arkana Bilal su Unsplash
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“Nella vita, se uno vuol capire sul serio come stanno le cose di questo mondo,
deve morire almeno una volta”. Lo afferma, saggiamente, il rabbino di Genova
Hain Fabrizio Cipriani nell’ottimo libro ‘La Torah in noi’. Nondimeno succede
che in alcune parti di questo mondo si muoia più di una volta. La prima per
scelta, casualità o destino e la seconda per dimenticanza, o peggio per
distrazione.
La parola distrazione deriva dal latino e indica separazione e allontanamento.
Esprime un’attrazione che conduce altrove o l’allontanamento dal momento
presente, dal mondo, dal concreto quotidiano. I sinonimi di distratto sono vari
e alcuni aiutano a cogliere le ricadute della distrazione. A esempio la
disattenzione, la smemoratezza e l’assenza sembrano costituire ciò su cui si
fonda e prospera il sistema attuale di potere. Solo gente distratta dal reale
sarà facile preda dei centri commerciali, del mondo trasformato in mercato e del
tempo in mercanzia contante.
Tornato l’anno scorso da un Paese del Sahel Centrale chiamato Niger, ho avuto
modo di veder confermato, se ancora necessario, quanto sia di notevole valore
simbolico il nome Sahel. Parola che, dall’arabo, significa ‘riva, sponda’. In
ambito geografico esprime il confine col ‘mare’ del deserto chiamato Sahara. In
ben altro contesto esprime invece un passaggio, il transito tra la riva della
vita e quella della morte. Tra chi conta e chi non è nulla, tra chi vive e chi,
a stento, sopravvive. Tra chi entra nella storia e chi passa sacrificato. Tra
morti degne di nota e quelle che non lasciano traccia. Tra guerre che meritano
la cronaca e quelle che, ricoperte di polvere, sono sempre assenti. A volte si
definiscono “guerre dimenticate” o troppo lontane per profittare del privilegio
di apparire sugli schermi televisivi che del reale sono, da tempo, una
mistificazione.
Quando non si è importanti da vivi sarà molto difficile diventarlo da morti. La
spinta a esistere distrattamente è usata come una delle strategie più efficaci
per cancellare la necessità, tutta umana, di dare memoria alla vita. Non
casualmente Oxfam, nota ong umanitaria, evidenzia alcuni degli oltre trenta
conflitti armati che vedono coinvolto il continente africano. Nella Repubblica
(poco) Democratica del Congo, che ha registrato nel passato milioni di morti e
nel presente scontri tra forze governative e gruppi armati, oltre 7 milioni di
persone sono sfollate e molte di più necessitano aiuti. Nel Sudan e il Sud Sudan
si vive attualmente la più grande crisi umanitaria del pianeta per le guerre tra
militari, tra (in)civili, i colpi di stato e, come in Congo, per il controllo e
lo sfruttamento delle risorse minerarie; in Somalia con la presenza di milizie e
instabilità politica. In Etiopia il conflitto vanifica i piani di sviluppo in
vaste porzioni del territorio. Il Sahel, la fascia di terra di mezzo che
attraversa l’Africa dall’Atlantico al Mar Rosso, tra colpi di stato conseguenti
agli attacchi di gruppi armati e successivi movimenti di popolazioni, è per il
terzo anno consecutivo il baricentro mondiale del terrorismo. In Mozambico
gruppi armati legati a interessi ideologici e finanziari rendono instabili
notevoli porzioni del territorio nazionale.
Constatiamo che alcune guerre, in altri lidi, hanno risonanza e peso mediatico
molto più consistente. Ciò d’altra parte non cambia molto, all’interno dei
cimiteri. Basterebbe domandarlo alle famiglie dei morti e ai genitori dei
bambini ai quali la follia delle armi ha reciso la vita come una falce impazzita
e cieca fa con i fiori.
Rimane però significativo che alcune persone debbano morire più di una volta per
essere riconosciute nella storia scritta sulla sabbia. Ecco perché, se vogliamo
imparare davvero a vivere almeno una volta, dovremmo transitare dalla
distrazione che allontana all’attenzione che unisce le due rive. Qualcuno
scrisse che “prima di salvare le persone c’è da salvare le parole”.
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L'articolo Distrazioni africane e parole da salvare proviene da Comune-info.
Israele: l’avamposto di un dominio senza limiti – di Paolo Punx
La Flotilla intercettata, assaltata, sequestrata al largo delle coste europee, i
partecipanti aggrediti, feriti, torturati e le immagini di questi soprusi dati
in pasto al pubblico, come monito, come nuova normalità. Ancora una volta
Israele ha superato se stesso nello spingersi oltre limiti sempre più
invisibili. Lo scorso anno il tentativo di portare aiuti [...]
Anche a Messina un presidio settimanale contro le guerre e il genocidio in Palestina
Anche a Messina è iniziato il presidio settimanale contro le guerre e contro il
genocidio in Palestina. Il 16 maggio è stato il secondo sabato, giorno della
settimana in cui piazza Cairoli , topos delle “vasche” o meglio dello “struscio”
, si riempie di gente di tutte le età e provenienze. E noi lì dalle 19 alle 20,
un gruppo variegato di persone sia provenienti da varie associazioni sia tanti
normali cittadini, che si sentono impotenti di fronte a tanta violenza e
dilagante normalizzazione dell’illegalità e che vogliono esprimere il proprio
dissenso e contemporaneamente ricordare a chi passa cosa sta accadendo intorno a
noi.
Questi due sabati non sono stati clementi come clima, con un teso vento di nord
ovest, ma Eolo non ha impedito a 40 persone il 9 maggio e 55 il 16 di
partecipare con un proprio cartello preparato a casa o con uno compilato al
momento secondo l’ispirazione (siamo attrezzati con fogli e pennarelli).
E’ stato incoraggiante e confortante leggere la solidarietà negli occhi e nei
gesti di assenso dei passanti che rallentavano per dare una scorsa ai cartelli.
C’è chi si è fermato a domandare, chi ha chiesto un cartello e chi ha chiesto se
siamo comunisti…
Tutto nel massimo ordine e in silenzio, nel limite che può dare a questi due
sostantivi un messinese!
Ci rivediamo sabato 23 maggio alle 19 in piazza Cairoli e così tutti i sabati,
sinché non torneremo umani.
Redazione Sicilia
Oltre un solo uomo. Le guerre di Israele non finiranno con Netanyahu
Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono generare una leva, una leva
reale. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli al Diritto
Internazionale a lungo ignorato. È facile sostenere che la nuova dottrina
militare israeliana si basi sulla guerra perpetua, ma la realtà è più complessa.
Non […]
L'articolo Oltre un solo uomo. Le guerre di Israele non finiranno con Netanyahu
su Contropiano.
Conferenza internazionale di Santa Marta: tagliare le armi per salvare la vita
Durante il quinto giorno della Conferenza internazionale per l’eliminazione dei
combustibili fossili viene presentato il Rapporto Il doppio dividendo: come la
riduzione della spesa militare può finanziare una transizione giusta.
Redatto dalla Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà (WILPF) e
dalla Fossil Fuel Treaty Initiative, il Rapporto sostiene che la riduzione delle
spese militari sia una delle leve più significative – e politicamente più
evitate – a disposizione per finanziare una transizione globale equa verso
l’abbandono dei combustibili fossili.
Esamina i profondi legami strutturali tra militarismo, dipendenza dai
combustibili fossili e crisi climatica. Il rapporto sottolinea che nel 2024 la
spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2,7 trilioni di dollari
da parte di 100 Paesi. Nel 2025, questa cifra è salita a 2,88 trilioni di
dollari e potrebbe raggiungere dai 4,7 ai 6,6 trilioni di dollari entro il
2035. La spesa delle forze armate più grandi era 30 volte superiore ai
finanziamenti per il clima attualmente destinati alle nazioni più vulnerabili
del mondo.
Il rapporto traccia il deficit di finanziamento necessario per una transizione
globale equa, mettendolo a confronto con la spesa militare ed esaminando
l’impatto di quest’ultima sulla sicurezza umana, sulle emissioni, sulla
distruzione ecologica e sulla cooperazione internazionale. Il documento delinea
le modalità con cui la spesa militare può essere ridotta e riassegnata a favore
della giustizia climatica e della pace e formula raccomandazioni per i governi e
la società civile su come raggiungere tale obiettivo, anche attraverso un
trattato sui combustibili fossili.
Al centro del report alcuni risultati principali.
Ridurre la spesa militare per finanziare una transizione globale equa
rappresenta una soluzione vantaggiosa per tutti nell’attuale contesto mondiale.
Il pianeta si sta riscaldando a un ritmo senza precedenti e gli ultimi undici
anni sono stati i più caldi mai registrati. Allo stesso tempo, anche i conflitti
armati e gli sfollamenti forzati hanno raggiunto il livello più alto dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale, con 62 conflitti in 36 Paesi nel 2024 e oltre 117
milioni di persone sfollate con la forza a metà del 2025. Questa cifra non
riflette nemmeno i costi umani, ecologici ed economici dei conflitti in
espansione e del genocidio in Medio Oriente e in Ucraina. A marzo 2026, più di
240.000 persone erano state uccise dalla violenza legata ai conflitti e dai
genocidi nei dodici mesi precedenti. Si tratta di una crisi di priorità, non di
risorse. I Paesi più ricchi del mondo dedicano alla guerra 30 volte più risorse
di quelle fornite ai Paesi più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti
climatici.
La guerra e le attività militari, alimentate dalla spesa militare, sono tra i
fattori più rilevanti, sistemici e sottovalutati della crisi climatica. Se
fossero un Paese, le forze armate mondiali sarebbero il quarto maggior
responsabile delle emissioni di carbonio, dopo Cina, Stati Uniti e India. Un
solo jet militare – il B-52 Stratocruiser – consuma in un’ora la stessa quantità
di carburante che un automobilista medio impiega in sette anni. Le guerre hanno
inoltre un impatto devastante sull’ambiente, compreso il degrado del suolo,
dell’acqua, del territorio e dell’agricoltura. Allo stesso tempo, il cambiamento
climatico e la distruzione ambientale stanno causando dislocazioni e disordini
che, a loro volta, impongono ulteriori spese militari come risposta.
Oltre all’inquinamento, la militarizzazione compromette le condizioni necessarie
allo sviluppo sostenibile. L’aumento delle spese militari rafforza la
competizione geopolitica, erode la fiducia, indebolisce le istituzioni
multilaterali e riduce lo spazio per la cooperazione internazionale di cui hanno
bisogno lo sviluppo sostenibile e una transizione equa verso l’abbandono di
petrolio, gas e carbone. Dare priorità alle questioni militari e di sicurezza
significa anche che le risorse vengono dirottate verso tali scopi a scapito di
altre necessità, come l’utilizzo di minerali critici per le energie rinnovabili.
Nel 2024 il costo globale della violenza per l’economia ammontava a 19,97
trilioni di dollari USA. Al contrario, si stima che porre fine alla fame nel
mondo entro il 2030 costerà solo 40 miliardi di dollari USA all’anno.
Non esiste una via credibile per rendere più ecologiche le forze armate. I
combustibili fossili sono la linfa vitale dei sistemi militari e i cicli di
approvvigionamento consolidano questa dipendenza per decenni.
Il rapporto traccia il deficit di finanziamento necessario per una transizione
globale equa, mettendolo a confronto con la spesa militare ed esaminando
l’impatto di quest’ultima sulla sicurezza umana, sulle emissioni, sulla
distruzione ecologica e sulla cooperazione internazionale. Il documento delinea
le modalità con cui la spesa militare può essere ridotta e riassegnata a favore
della giustizia climatica e della pace, e formula raccomandazioni per i governi
e la società civile su come raggiungere tale obiettivo, anche attraverso un
trattato sui combustibili fossili.
Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale
Link agli articoli precedenti:
https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/a-santa-marta-le-donne-indicano-la-trasformazione-oltre-il-fossile/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-la-marcia-dei-popoli-chiude-tre-giorni-di-lotta-impegni-per-la-vita-non-per-la-morte/
Redazione Italia
Blocchi navali
a cura di Francesco Masala La globalizzazione non è nient’altro che il controllo
dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti. In un interessante video ne
parla nel 2019 Diego Fabbri: I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi
controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana) Nel XVIII e XIX secolo furono i
britannici a controllare i mari del mondo (pax
Addomesticare le frontiere
Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational,
Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno
origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono
innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di
‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso… l’educazione, […]
L'articolo Addomesticare le frontiere su Contropiano.
Rapporto Amnesty International: nel mondo avanzano guerra, autoritarismo e repressione del dissenso
Dal genocidio a Gaza alla criminalizzazione delle proteste, il Rapporto 2026
denuncia un ordine globale sempre più fondato su guerra, impunità e politiche
repressive È stato presentato oggi il Rapporto …