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Usa: stato canaglia
articoli di Chris Hedges, Alberto Bradanini e Francesco Valendino (con un disegno di Mr Fish)  America, uno Stato canaglia – Chris Hedges Scollata dall’universo fondato sui fatti, e accecata dall’idiozia, dall’avidità e dall’arroganza, la classe dirigente degli Stati Uniti ha sacrificato i meccanismi interni che impediscono la dittatura e i meccanismi esterni progettati per proteggere da un mondo senza legge, caratterizzato dal
Fare la guerra ai migranti fa male a tutti
E’ inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione, al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero (quello ricco è sempre bene accetto). Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei Paesi sviluppati è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre culture, a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza. La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi, rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere, o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine. In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in Paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini, o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi? Le pressioni verso Paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora, ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei Paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata – aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stata un laboratorio per la guerra dei droni, Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei Paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati Uniti, che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel Paese in cui abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro Paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump… Neanche per i “nativi” di Europa e Stati Uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente. La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. E’ con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro Paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. E’ per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti.   Guido Viale
USA: LA “NATIONAL SECURITY STRATEGY” NELL’ERA DI TRUMP E JD VANCE
Il 4 dicembre 2025 l’amministrazione Trump ha reso nota la “National Security Strategy of the United States of America”. Si tratta del documento in cui il governo statunitense espone la propria strategia in materia di sicurezza nazionale e questioni internazionali. Ogni amministrazione Usa elabora e pubblica questo documento, una volta nel corso di un mandato. “Non è detto che questo documento informi di sé le vere scelte politiche: le cose poi succedono e a queste bisogna rispondere”, chiarisce su Radio Onda d’Urto il giornalista Martino Mazzonis. “Questo documento è interessante perché da un lato parla molto dell’economia americana e della centralità, per la sicurezza nazionale, di un ritorno a un’economia Usa meno dipendente dalla globalizzazione“, commenta Mazzonis ai nostri microfoni. “Questa è chiaramente la modalità di agire di Trump“, aggiunge Mazzonis. “Un secondo aspetto è quello che riguarda la ‘crisi della civiltà occidentale’ che va contrastata fermando l’immigrazione ovunque e tornando ai valori tradizionali. E questo è quello che spesso ripetono il vice-presidente Usa JD Vance e i suoi amici miliardari”, afferma ancora l’americanista intervenendo sulle nostre frequenze. L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista e americanista Martino Mazzonis. Ascolta o scarica.
Guerre e militarizzazione, il tempo di agire è ora!
Il vecchio continente… deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina. Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che così conclude: “Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndr) potranno dire che l’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina’” (e tutto o quasi l’ex Terzo Mondo. ndr). Cioè, “buoni”, l’Europa e “malvagi”, tutti gli altri. E’ il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni, ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale, come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo? Ma affidare la ricostituzione di un’identità liberaldemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il  mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi. Scompare così dall’orizzonte di chi ha percorso quella deriva qualsiasi preoccupazione per il futuro del pianeta e di ogni suo territorio, minacciati dalla crisi climatica: ha un bel dire, Cohn Bendit, che Trump ha cancellato il problema; chi opta per il riarmo come priorità compie la stessa scelta, ma senza dichiararlo. E non è poco. Ma scompare con essa anche il frutto più ricco e promettente della presa di coscienza di mezzo secolo fa: la lotta al patriarcato, portata “in prima linea” dal femminismo. Che non è solo lotta alla violenza sulle donne – residuo di un passato che resiste o emergenza di una difficile transizione – ma è anche denuncia e decostruzione di ogni forma di dominio, lo sviluppo di quello che era stato – soprattutto per Cohn Bendit – il programma del ’68 e delle lotte di fabbrica e sociali degli anni successivi: la destituzione del potere degli oppressori sugli oppressi (Fraire), di chi comanda su chi è condannato a obbedire, del prepotente sui diritti degli altri e – come ci mostra l’attualità degli “effetti collaterali” della guerra – dell’ipocrisia sulla verità, della corruzione sull’onestà e del cinismo sulla fraternità e sulla sorellanza. Vi contribuisce una visione del mondo ridotta a una partita di Risiko, dove ci sono solo guerre, armamenti, confini, conquiste, vittorie o rese: una visione innescata dal sostegno a oltranza dell’Ucraina aggredita – con armi altrui e sacrificio di soldati locali – senza alcuna prospettiva di sbocco se non il crollo della Federazione Russa o un’ecatombe nucleare, senza mai prospettare un negoziato sensato o anche solo una tregua vera. Come scrive l’appello firmato Scienza Medicina Istruzione Politica Società (www.smips.org), “Si tratta dell’ultimo stadio della forma economico-sociale dominante, consistente in un capitalismo militarizzato, che per presidiare il dominio del denaro e di una finanza incondizionata, procede alla militarizzazione non solo di tutto ciò che attiene alla cosiddetta sicurezza, ma della società intera, cioè della mente, del cuore, della cultura, dell’informazione, dell’accademia, della scuola”. Ma quella corsa alla militarizzazione della società si rivela, giorno dopo giorno, diretta non solo verso l’esterno, “il nemico”, ma anche e soprattutto verso l’interno: il migrante (in un’epoca in cui milioni di abitanti del pianeta saranno costretti ad abbandonare le loro terre, rese invivibili da guerre e crisi climatica), l’escluso, il dissidente, il povero. La guidano in questa direzione i governi dell’Unione Europea (rientrati, dopo la Brexit… nel Regno Unito) ma, in ultima analisi, anche gli Stati Uniti e non solo quelli di Trump: “Fuck the EU!” diceva una portavoce di Obama innescando la vicenda che ha portato all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. E i governi dell’Unione Europea allora come fino a ieri non hanno fatto che adeguarsi. Oggi tutto l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, università e associazioni professionali impegnati a convincerci che non c’è alternativa alla guerra – va contrastato in nome della diffusa volontà di pace che persino i sondaggi riconoscono maggioritaria ovunque e che le manifestazioni per la Palestina in corso in tutto il mondo mettono in evidenza con il loro rinnovato attivismo. Stiamo assistendo a, o siamo attori, in diversa misura e con diversa intensità, di una mobilitazione mondiale che ai temi della pace e del contrasto al riarmo accomuna in misura crescente difesa dell’ambiente, dei salari, dell’occupazione, della salute, dell’istruzione: tutte vittime designate della corsa alle armi. Ma nei popoli, tra la “gente”, il desiderio di pace è ben più esteso dell’arco delle associazioni e dei movimenti che si riconoscono in questa convergenza di temi. Per questo è urgente che le organizzazioni coinvolte nelle attuali mobilitazioni si facciano promotrici, a livello per lo meno europeo, di un appello rivolto anche a tutte le forze contrarie a guerre e militarizzazione – quali che siano le loro posizioni sulle altre questioni di ordine sociale e ambientale – affinché si impegnino, nei rispettivi ambiti, a portare contraddizioni e disgregazione dentro il furore bellico dei propri rappresentanti. Il tempo è ora!     Guido Viale
Corteo di Non Una di Meno a Roma: “Sabotiamo guerre e patriarcato”
Una fiumana di manifestanti di tutte le età, tra cui moltissimi giovanissimi e giovanissime, ha invaso oggi le strade di Roma mostrando una continuità ideale e pratica con le enormi manifestazioni di settembre e ottobre in solidarietà con la Palestina e la flotilla. Slogan, cartelli e striscioni contro il patriarcato, i femminicidi e la violenza di genere, ma anche tante bandiere palestinesi, curde e della pace collegano i temi che attraversano il lunghissimo corteo. Lo dimostrano i colori che si mischiano, dal fucsia di Non Una di Meno, al verde, rosso, bianco e nero della bandiera palestinese, al bianco e nero delle kefieh all’arcobaleno della bandiera della pace, fino alle bandiere triangolari verdi con la stella rossa delle donne curde. Mauro Carlo Zanella
Dichiarazione del Vertice dei Popoli alla COP30
Noi, il Vertice dei Popoli, riuniti a Belém do Pará, nell’Amazzonia brasiliana, dal 12 al 16 novembre 2025, dichiariamo ai popoli del mondo ciò che abbiamo accumulato in lotte, dibattiti, studi, scambi di esperienze, attività culturali e testimonianze, durante diversi mesi di preparazione e in questi giorni qui riuniti. Il nostro processo ha riunito più di 70.000 persone che compongono movimenti locali, nazionali e internazionali di popoli indigeni e tradizionali, contadini, popoli indigeni, quilombolas, pescatori, estrattivisti (popoli tradizionali che vivono dell’estrazione sostenibile delle risorse forestali), raccoglitori di molluschi, lavoratori urbani, sindacalisti, senzatetto, spaccatori di noci di babassu, popoli terreiro, donne, comunità LGBTQIAPN+, giovani, afro-discendenti, anziani e popoli della foresta, della campagna, delle periferie, dei mari, dei fiumi, dei laghi e delle mangrovie. Ci siamo assunti il compito di costruire un mondo giusto e democratico, con una buona qualità di vita per tutti. Siamo unità nella diversità. L’avanzata dell’estrema destra, del fascismo e delle guerre in tutto il mondo aggrava la crisi climatica e lo sfruttamento della natura e dei popoli. I Paesi del Nord del mondo, le multinazionali e le classi dominanti sono i principali responsabili di queste crisi. Salutiamo la resistenza e siamo solidali con tutti i popoli che sono crudelmente attaccati e minacciati dalle forze dell’impero statunitense, da Israele e dai loro alleati in Europa. Da oltre 80 anni, il popolo palestinese è vittima del genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele, che ha bombardato la Striscia di Gaza, sfollato con la forza milioni di persone e ucciso decine di migliaia di innocenti, per lo più bambini, donne e anziani. Rifiutiamo totalmente il genocidio perpetrato contro la Palestina. Offriamo il nostro sostegno e la nostra solidarietà al popolo che resiste coraggiosamente e al movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Allo stesso tempo, nel Mar dei Caraibi, gli Stati Uniti stanno intensificando la loro presenza imperiale. Lo stanno facendo espandendo operazioni congiunte, accordi e basi militari, in collusione con l’estrema destra, con il pretesto di combattere il traffico di droga e il terrorismo, come nel caso dell’operazione “Southern Spear” recentemente annunciata. L’imperialismo continua a minacciare la sovranità dei popoli, criminalizzando i movimenti sociali e legittimando interventi che storicamente hanno servito interessi privati nella regione. Siamo solidali con la resistenza dei popoli sotto attacco imperialista o finalizzato all’accaparramento delle risorse in Venezuela, Cuba, Haiti, Ecuador, Panama, El Salvador, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Nigeria, Sudan e con i progetti popolari di emancipazione dei popoli del Sahel, del Nepal e di tutto il mondo. Non c’è vita senza natura. Non c’è vita senza etica e senza lavoro di cura. Ecco perché il femminismo è centrale nel nostro progetto politico. Mettiamo al centro il lavoro di riproduzione della vita, che è ciò che ci differenzia radicalmente da coloro che vogliono preservare la logica e le dinamiche di un sistema economico che privilegia il profitto e l’accumulo privato di ricchezza. La nostra visione del mondo è guidata dall’internazionalismo popolare, con scambi di conoscenze e saggezza che creano legami di solidarietà, lotta e cooperazione tra i nostri popoli. Le vere soluzioni sono rafforzate da questo scambio di esperienze, sviluppato nei nostri territori e da molte mani. Ci impegniamo a stimolare, convocare e rafforzare queste costruzioni. Pertanto, accogliamo con favore l’annuncio della costruzione del Movimento Internazionale delle Persone Colpite dalle Dighe, dai Crimini Socio-Ambientali e dalla Crisi Climatica. Abbiamo iniziato il nostro Vertice dei Popoli navigando sui fiumi dell’Amazzonia, che con le loro acque nutrono l’intero corpo. Come il sangue, sostengono la vita e alimentano un mare di incontri e speranze. Riconosciamo anche la presenza di esseri incantati e altri esseri fondamentali nella visione del mondo dei popoli indigeni e tradizionali, la cui forza spirituale guida i percorsi, protegge i territori e ispira le lotte per la vita, la memoria e un mondo di buon vivere. Dopo più di due anni di costruzione collettiva e di svolgimento del Vertice dei Popoli, affermiamo: 1. Il modo di produzione capitalistico è la causa principale della crescente crisi climatica. I principali problemi ambientali del nostro tempo sono una conseguenza dei rapporti di produzione, circolazione e smaltimento delle merci, sotto la logica e il dominio del capitale finanziario e delle grandi corporazioni capitalistiche. 2. Le comunità periferiche sono le più colpite dagli eventi meteorologici estremi e dal razzismo ambientale. Da un lato, devono affrontare la mancanza di infrastrutture e di politiche di adattamento. Dall’altro, devono affrontare la mancanza di giustizia e di risarcimenti, soprattutto per le donne, i giovani, le persone indigenti e le persone di colore. 3. Le multinazionali, in collusione con i governi del Nord del mondo, sono al centro del potere nel sistema capitalista, razzista e patriarcale, essendo gli attori che più causano e traggono vantaggio dalle molteplici crisi che affrontiamo. Le industrie minerarie, energetiche, degli armamenti, dell’agroalimentare e delle grandi tecnologie sono le principali responsabili della catastrofe climatica che stiamo vivendo. 4. Ci opponiamo a qualsiasi falsa soluzione alla crisi climatica, anche nel campo della finanza climatica, che perpetui pratiche dannose, crei rischi imprevedibili e distolga l’attenzione da soluzioni trasformative basate sulla giustizia climatica e sulla giustizia dei popoli in tutti i biomi e gli ecosistemi. Avvertiamo che il Tropical Forest Forever Facility, essendo un programma finanziarizzato, non è una risposta adeguata. Tutti i progetti finanziari devono essere soggetti a criteri di trasparenza, accesso democratico, partecipazione e beneficio reale per le popolazioni colpite. 5. Il fallimento dell’attuale modello di multilateralismo è evidente. I crimini ambientali e gli eventi meteorologici estremi che causano morte e distruzione stanno diventando sempre più comuni. Ciò dimostra il fallimento di innumerevoli conferenze e incontri globali che promettevano di risolvere questi problemi, ma non hanno mai affrontato le loro cause strutturali. 6. La transizione energetica viene attuata secondo la logica capitalista. Nonostante l’espansione delle fonti rinnovabili, non si è registrata alcuna riduzione delle emissioni di gas serra. L’espansione delle fonti di produzione energetica è diventata anche un nuovo spazio per l’accumulo di capitale. 7. Infine, affermiamo che la privatizzazione, la mercificazione e la finanziarizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici sono direttamente contrarie agli interessi della popolazione. In questo contesto, le leggi, le istituzioni statali e la stragrande maggioranza dei governi sono stati conquistati, plasmati e subordinati alla ricerca del massimo profitto da parte del capitale finanziario e delle multinazionali. Sono necessarie politiche pubbliche per promuovere la ripresa degli Stati e contrastare la privatizzazione. Di fronte a queste sfide, proponiamo: 1. Contrastare le false soluzioni di mercato. L’aria, le foreste, l’acqua, la terra, i minerali e le fonti energetiche non possono rimanere proprietà privata o essere appropriate, perché sono beni comuni del popolo. 2. Chiediamo la partecipazione e la leadership dei popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere ancestrale. La multidiversità delle culture e delle visioni del mondo porta con sé una saggezza e un sapere ancestrali che gli Stati devono riconoscere come riferimenti per le soluzioni alle molteplici crisi che affliggono l’umanità e Madre Natura. 3. Chiediamo la demarcazione e la protezione delle terre e dei territori dei popoli indigeni e delle altre popolazioni e comunità locali, poiché sono loro a garantire la sopravvivenza della foresta. Chiediamo ai governi di attuare la deforestazione zero, porre fine agli incendi criminali e adottare politiche statali per il ripristino ecologico e il recupero delle aree degradate e colpite dalla crisi climatica. 4. Chiediamo l’attuazione di una riforma agraria popolare e la promozione dell’agroecologia per garantire la sovranità alimentare e combattere la concentrazione della terra. I popoli producono cibo sano per nutrire la popolazione, al fine di eliminare la fame nel mondo, sulla base della cooperazione e dell’accesso a tecniche e tecnologie sotto il controllo popolare. Questo è un esempio di soluzione reale per affrontare la crisi climatica. Non c’è giustizia climatica senza la restituzione della terra ai popoli. 5. Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali. L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua, il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione con la natura. Vogliamo investimenti in politiche di trasporto pubblico e collettivo di qualità con tariffe zero. Queste sono alternative reali per affrontare la crisi climatica nei territori periferici di tutto il mondo, che devono essere attuate con finanziamenti adeguati per l’adattamento al clima. 6. Sosteniamo la consultazione diretta, la partecipazione e la gestione popolare delle politiche climatiche nelle città per contrastare le società immobiliari che hanno promosso la mercificazione della vita urbana. La città della transizione climatica ed energetica dovrebbe essere una città senza segregazione, che abbraccia la diversità. Infine, il finanziamento per il clima dovrebbe essere subordinato a protocolli che mirano alla permanenza abitativa e, in ultima analisi, a un equo risarcimento per le persone e le comunità con terra e alloggi garantiti, sia nelle campagne che nelle città. 7. Chiediamo la fine delle guerre e la smilitarizzazione. Che tutte le risorse finanziarie destinate alle guerre e all’industria bellica siano reindirizzate alla trasformazione di questo mondo. Che le spese militari siano destinate alla riparazione e al recupero delle regioni colpite da disastri climatici. Che siano prese tutte le misure necessarie per prevenire e fare pressione su Israele, ritenendolo responsabile del genocidio commesso contro il popolo palestinese. 8. Chiediamo un risarcimento equo e completo per le perdite e i danni inflitti ai popoli da progetti di investimento distruttivi, dighe, attività minerarie, estrazione di combustibili fossili e disastri climatici. Chiediamo inoltre che i colpevoli di crimini economici e socio-ambientali che colpiscono milioni di comunità e famiglie in tutto il mondo siano processati e puniti. 9. Il lavoro di riproduzione della vita deve essere reso visibile, valorizzato, compreso per quello che è – lavoro – e condiviso dalla società nel suo insieme e dallo Stato. Questo lavoro è essenziale per la continuità della vita umana e non umana sul pianeta. Garantisce inoltre l’autonomia delle donne, che non possono essere ritenute individualmente responsabili della cura, ma il cui contributo deve essere preso in considerazione: il nostro lavoro sostiene l’economia. Vogliamo un mondo con giustizia femminista, autonomia e partecipazione delle donne. 10. Chiediamo una transizione giusta, sovrana e popolare che garantisca i diritti di tutti i lavoratori, nonché il diritto a condizioni di lavoro dignitose, alla libertà di associazione, alla contrattazione collettiva e alla protezione sociale. Consideriamo l’energia un bene comune e sosteniamo il superamento della povertà e della dipendenza energetica. Né il modello energetico né la transizione stessa possono violare la sovranità di alcun Paese al mondo. 11. Chiediamo la fine dello sfruttamento dei combustibili fossili e invitiamo i governi a sviluppare meccanismi che garantiscano la non proliferazione dei combustibili fossili, puntando a una transizione energetica giusta, popolare e inclusiva con sovranità, protezione e riparazione dei territori, in particolare in Amazzonia e in altre regioni sensibili che sono essenziali per la vita sul pianeta. 12. Lottiamo per il finanziamento pubblico e la tassazione delle società e degli individui più ricchi. I costi del degrado ambientale e delle perdite imposte alle popolazioni devono essere pagati dai settori che traggono i maggiori benefici da questo modello. Ciò include i fondi finanziari, le banche e le società che operano nei settori dell’agroalimentare, dell’energia idroelettrica, dell’acquacoltura e della pesca industriale, dell’energia e dell’estrazione mineraria. Questi attori devono anche sostenere gli investimenti necessari per una transizione giusta incentrata sui bisogni delle persone. 13. Chiediamo che i finanziamenti internazionali per il clima non passino attraverso istituzioni che aggravano le disuguaglianze tra Nord e Sud, come il FMI e la Banca mondiale. Devono essere strutturati in modo equo, trasparente e democratico. Non sono i popoli e i Paesi del Sud del mondo che devono continuare a pagare i debiti alle potenze dominanti. Sono questi Paesi e le loro società che devono iniziare a ripagare il debito socio-ambientale accumulato attraverso secoli di pratiche imperialiste, colonialiste e razziste, attraverso l’appropriazione dei beni comuni e attraverso la violenza imposta a milioni di persone che sono state uccise e ridotte in schiavitù. 14. Denunciamo la continua criminalizzazione dei movimenti, la persecuzione, l’uccisione e la scomparsa dei nostri leader che lottano in difesa dei loro territori, così come dei prigionieri politici e dei prigionieri palestinesi che lottano per la liberazione nazionale. Chiediamo l’estensione della protezione dei difensori dei diritti umani e socio-ambientali nell’agenda climatica globale, nel quadro dell’Accordo di Escazú e di altre normative regionali. Quando un difensore protegge il territorio e la natura, protegge non solo un individuo, ma un intero popolo, a beneficio dell’intera comunità globale. 15. Chiediamo il rafforzamento degli strumenti internazionali che difendono i diritti dei popoli, i loro diritti consuetudinari e l’integrità degli ecosistemi. Abbiamo bisogno di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sui diritti umani e le società transnazionali, che si basi sulla realtà concreta delle lotte delle comunità colpite da violazioni, che rivendichi i diritti dei popoli e le regole per le società. Affermiamo inoltre che la Dichiarazione sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali (UNDROP) dovrebbe essere uno dei pilastri della governance climatica. La piena attuazione dei diritti dei contadini riporta le persone nei loro territori, contribuendo direttamente alla loro sicurezza alimentare, alla cura del suolo e al raffreddamento del pianeta. Infine, crediamo che sia giunto il momento di unire le nostre forze e affrontare il nostro nemico comune. Se l’organizzazione è forte, la lotta è forte. Per questo motivo, il nostro principale compito politico è quello di organizzare i popoli di tutti i Paesi e di tutti i continenti. Radichiamo il nostro internazionalismo in ogni territorio e rendiamo ogni territorio una trincea nella lotta internazionale. È tempo di andare avanti in modo più organizzato, indipendente e unificato, per aumentare la nostra consapevolezza, la nostra forza e la nostra combattività. Questo è il modo per resistere e vincere. “Popoli del mondo: unitevi”   Redazione Italia
8 e 9 novembre, sit-in rumorosi contro le guerre
Sabato 8 e domenica 9 novembre in tutta Italia EMERGENCY organizza “Facciamo Rumore – Sit-in rumoroso”.  Da Nord a Sud, l’Ong e i cittadini trasformeranno in Spazi di Pace i luoghi di guerra, come monumenti a cadute, caserme e strade intitolate a battaglie e generali. l ritrovo è proprio in questi siti simbolici, dove si farà “rumore” con voci, strumenti e qualsiasi oggetto per infrangere il silenzio e l’indifferenza che circondano le troppe guerre che oggi si combattono in tutto il mondo, ma anche per ricordare le vittime dimenticate e i conflitti ignorati. Il sit-in è una chiamata, non alle armi, ma ad un disarmo e una pace attiva, una pace a cui rimanda anche l’Articolo 11 della nostra Costituzione, in cui si legge che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. All’iniziativa potranno partecipare tutti unendosi alla piazza più vicina con striscioni e qualsiasi modo per “fare rumore”. I sit-in rientrano nella settimana di mobilitazione nazionale della campagna “R1PUD1A” di EMERGENCY in occasione della Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Dal 4 al 9 novembre su tutto il territorio nazionale sono previsti eventi che richiamino al rispetto attivo dell’Articolo 11, partendo con l’iniziativa “Affissione CONTRO LA GUERRA” curata da CHEAP × EMERGENCY in 5 città italiane: Roma, Bologna, Napoli, Livorno e Genova. Alla campagna hanno aderito finora 600 Comuni, 1.000 scuole e 300 spazi culturali. Nel suo secondo anno, punta a ribadire un netto “no” alla guerra e a coinvolgere i cittadini nel rifiuto della violenza. EMERGENCY da più di 30 anni opera in zone toccate dai conflitti e porta cure mediche gratuite alle vittime, che nella maggioranza dei casi sono civili. Oggi è attiva in 9 Paesi e finora ha offerto assistenza a 13 milioni di persone. Per conoscere le piazze attive sabato 8 e domenica 9 novembre: Facciamo rumore     Emergency
Sviluppo sostenibile: l’Italia peggiora in 6 Obiettivi su 17
Il Decimo Rapporto ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) sullo sviluppo sostenibile, quest’anno dal titolo “Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità”, presentato nei giorni scorsi a Roma, sottolinea con forza innanzitutto come l’instabilità geopolitica e i conflitti armati (sono 59 quelli attivi nel mondo, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale) abbiano determinato quasi 50 mila vittime civili nel 2024, con un aumento di circa quattro volte del numero di decessi di bambine, bambini e donne nel biennio 2023-2024 rispetto al periodo precedente, concentrati soprattutto a Gaza. La spesa militare ha raggiunto il livello record di 2.700 miliardi di dollari e potrebbe più che raddoppiare entro il 2035. Il numero di persone forzosamente sfollate ha superato 123 milioni, aumentando del doppio in dieci anni per effetto di guerre e cambiamenti climatici. Parallelamente, i fondi destinati al sistema delle Nazioni Unite sono diminuiti del 30% in due anni, impattando sulla vita di oltre 30 milioni di persone. Il costo annuale del servizio sul debito per i Paesi in via di sviluppo è al massimo storico (1,4 miliardi di dollari). Nonostante questo quadro drammatico, sottolinea il Rapporto, la diplomazia internazionale ha continuato a muoversi: il “Patto sul Futuro” del 2024 e “l’Impegno di Siviglia per la finanza allo sviluppo”, approvato nel 2025 da oltre 150 Paesi, rappresentano segnali di un rinnovato impegno per la pace, la tutela dei diritti e la sostenibilità. Il Rapporto, realizzato con il contributo di centinaia di esperte ed esperti delle oltre 330 organizzazioni aderenti all’ASviS, traccia un’analisi aggiornata e ragionata circa l’attuazione dell’Agenda 2030 nel mondo, in Europa e in Italia, avanzando proposte concrete nei diversi campi. I quattro capitoli del Rapporto analizzano le cause dei ritardi e le politiche europee e italiane dell’ultimo anno e propongono soluzioni concrete per accelerare il cammino dell’Unione Europea e dell’Italia verso un futuro più equo e sostenibile. L’Unione Europea, un tempo leader della sostenibilità, mostra – sottolinea l’ASviS – forti disomogeneità e presenta miglioramenti significativi rispetto al 2010 solo per cinque Obiettivi (energie rinnovabili, lavoro, imprese e innovazione, città sostenibili, lotta al cambiamento climatico) e regressi su disuguaglianze, ecosistemi e cooperazione internazionale. Dei 19 target specifici analizzati a livello UE, 11 (il 58%) sono raggiungibili e sei (32%) non potranno essere conseguiti, una situazione sostanzialmente opposta a quella italiana. Il Rapporto evidenzia le contraddizioni tra gli impegni assunti a livello multilaterale e le politiche concrete dell’UE, in particolare l’aumento delle spese militari, la revisione al ribasso di alcune norme ambientali e sociali e il rischio di indebolire la posizione dell’Unione Europea a livello globale. Per quanto riguarda il nostro Paese, il Rapporto evidenzia come rispetto al 2010  l’Italia abbia un peggioramento per sei Obiettivi (sconfiggere la povertà; acqua pulita e servizi igienicosanitari; ridurre le disuguaglianze; vita sulla Terra; pace, giustizia e istituzioni solide; partnership) ed è stazionaria per altri quattro (sconfiggere la fame; salute e benessere; imprese, innovazione e infrastrutture; città e comunità sostenibili). Miglioramenti limitati si rilevano in sei casi (istruzione di qualità; parità di genere; energia pulita e accessibile; lavoro dignitoso e crescita economica; lotta contro il cambiamento climatico; vita sott’acqua). Un forte aumento si rileva solo per l’economia circolare. Dei 38 Target specifici analizzati, solo undici (il 29% del totale) sono raggiungibili entro il 2030, mentre ventidue (58%) non verranno raggiunti. Per imprimere un vero cambio di rotta, l’ASviS propone di attivare cinque “leve trasformative” (governance, capitale umano, finanza, cultura e partnership) e intervenire su sei “aree strategiche”: salute, istruzione e competenze, con il rafforzamento del Sistema Sanitario Nazionale e un’educazione inclusiva; un’economia sostenibile e inclusiva, che favorisca lavoro dignitoso e riduca le disuguaglianze, anche di genere; sistemi alimentari resilienti e un’agricoltura sostenibile, con particolare riguardo a giovani e donne; la decarbonizzazione e l’accesso universale all’energia, incentivando rinnovabili ed efficienza energetica; città sostenibili, rigenerazione urbana e adattamento climatico; tutela dei beni comuni ambientali, in attuazione degli articoli 9 e 41 della Costituzione nel 2022, con l’approvazione di una legge sul clima. Qui per scaricare il Rapporto: https://asvis.it/autenticazione-rapporto-asvis-2025/. Giovanni Caprio
#Siracusa, 30 ottobre: Convegno Osservatorio “La #Scuola, la #Palestina, le #Guerre: educhiamo alla #Pace” Convegno nazionale di Aggiornamento/Formazione in presenza e on line Il Convegno prevede l’esonero dal servizio per tutto il personale Docente e Ata https://osservatorionomilscuola.com/2025/10/21/siracusa-30-ottobre-convegno-osservatorio-scuola-palestina-guerre-educhiamo-pace/?fbclid=IwY2xjawNkq2NleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBmWjlBYUUxUWlFZ2FvSnNuAR4r4m4fIFs55Wx2z5fLLND2duK-AZCq6aLDdm0F2wehGzL18jZGTxGtYoNQBA_aem_X4o1SkgE2ULW65Rroaf_kw
Gaza e il clima
Nei molti articoli di “geopolitica” sul futuro di Israele, della Palestina, dell’Ucraina, della Russia, dell’Europa, dell’Occidente che ho avuto occasione di leggere manca un dato di fondo: come sarà il mondo dal punto di vista fisico, climatico, sociale, di qui a 10-20 anni? Avremo tempo e risorse per continuare a fare guerre, fabbricare armi sempre più micidiali, promuovere conflitti, oppure ci dovremo occupare di salvare le nostre case, le nostre città, i nostri territori dai disastri ambientali che si verificheranno sempre più spesso, sempre più intensamente, sempre più diffusamente, con conseguenze, anche economiche, sempre più gravi? Tutti, compresi i negazionisti climatici – e quelli che prestano fede o si lasciano ingannare da loro – sanno che il pianeta tutto e i singoli territori in cui ciascuno di noi vive non saranno più quelli di ora, ma non vogliono occuparsene perché lo considerano un problema troppo grande o troppo difficile da affrontare. Alcuni di noi, abitanti di questo pianeta, ne risentiranno in modo drammatico (alluvioni, tornado, incendi, siccità, ondate di calore, crisi idriche e di approvvigionamenti, innalzamento del livello dei mari e delle temperature, ecc.), altri in modo più lieve, ma alcuni in misura tanto forte da costringerli a cercare la propria sopravvivenza altrove: secondo le previsioni più accreditate, nel corso del secolo, ma a partire da ora (la deadline, quando ancora se ne parlava, era stata posta intorno al 2030…) e dai prossimi decenni, circa la metà degli abitanti del pianeta – 4-5 miliardi di esseri umani – dovrà emigrare verso altri territori, per lo più verso l’emisfero settentrionale, liberato dai ghiacci e dal gelo dal riscaldamento globale. Siamo pronti ad affrontare queste migrazioni epocali? E in che modo? Questo è ciò che manca dalle mappe dei futurologi di governo e dei media, ma che è ben presente nelle menti dei pochi membri dell’élite – soprattutto militari, soprattutto del Pentagono – che si misurano con i dati di fatto. Gli stessi che stanno imponendo una svolta radicale ai bilanci degli Stati, trasferendo quantità sterminate, e apparentemente insensate, di risorse dal sostegno all’esistenza delle rispettive popolazioni alle armi, alla guerra, allo sterminio. Quelle risorse economiche e “umane” oggi indirizzate al “ riarmo” (come se non fossimo già abbastanza armati), ma soprattutto alla militarizzazione delle istituzioni e della società, e composte in misura crescente da strumenti di sorveglianza dual-use, domani saranno utilizzate per cercare di fermare i flussi incontrollati di migranti in cerca della propria sopravvivenza in altre regioni del pianeta. Che fare? Gaza ci ha mostrato tutta la determinazione con cui si è cercato di eliminare da un territorio piccolissimo come “la Striscia”, con una politica di sterminio programmato, una popolazione giudicata superflua o nemica, ma quello era, e forse è ancora, solo un laboratorio. Domani quegli stessi mezzi, sempre più sofisticati e micidiali, potranno essere impiegati per cercare di fermare il flusso dei migranti ambientali e sociali in fuga dalle aree del nostro pianeta diventate invivibili. Se il genocidio del popolo di Gaza ha suscitato l’indignazione e una reazione di massa in molti Paesi, ha dimostrato però di lasciare indifferenti, anzi, accondiscendenti, i loro governi. Ed è di questo che dobbiamo preoccuparci. Per questo c’è stata, e dovrà continuare a esserci, una mobilitazione così ampia per Gaza, soprattutto da parte di una generazione, quella di Greta, già impegnata con alterne vicende nella difesa del clima: una generazione che, a differenza di quelle precedenti, percepisce qual è la posta in gioco di questa tremenda aggressione. Grottesco quindi utilizzare la presenza di uno striscione che inneggiava al 7 Ottobre per attribuirne la condivisione alle decine e centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che si sono mobilitati contro il genocidio in atto. Ancora più grotteschi gli autodafè dei giornalisti che fino a ieri irridevano i giovani attaccati tutto il giorno ai cellulari e che oggi si accorgono che in tutto il mondo quei giovani i cellulari li usano per informarsi su ciò di cui i massmedia non parlano e per convocare le loro manifestazioni. A novembre si svolgerà a Belém la COP30 per il clima: nient’altro che una sfilata di decine di migliaia (fino a 100mila, come a Sharm-El-Sheikh tre anni fa) di “delegati” – molti della grande industria del petrolio e affini, molti diplomatici ignari dei problemi, ma anche molti esperti della materia resi impotenti dai primi – per fare finta di occuparsi del clima. Ma se non metteranno all’ordine del giorno quello che è il problema centrale dei prossimi decenni, prendendo innanzitutto una netta posizione contro le guerre e le armi che hanno offuscato l’urgenza della lotta per i clima,  quell’incontro sarà nient’altro che una stanca ripetizione delle inutili COP che l’hanno preceduto. Il fatto è che i governi di tutto il mondo si sono dimostrati incapaci di prendere sul serio la minaccia climatica che incombe su tutta l’umanità. Minaccia che può essere affrontata – all’inizio sicuramente in modo inadeguato, ma via via in modo sempre più drastico, e replicabile, mano a mano che i disastri ambientali lo imporranno – solo se verrà presa in mano dalle popolazioni che ne sono colpite: con misure di adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui si verranno a trovare, come si è visto nel corso di molti dei disastri climatici che hanno colpito un territorio negli ultimi tempi. Ma poi anche con misure di prevenzione: tutte – dalla generazione energetica da fonti rinnovabili e diffuse all’alimentazione e all’agricoltura di prossimità, dall’edilizia all’assetto del territorio, dalla mobilità condivisa al contenimento del turismo e dello sport-spettacolo – che potranno avere effetti positivi anche sulla mitigazione, cioè sulla riduzione del ricorso ai combustibili fossili che i governi – e chi li governa – non sanno accettare. E chi, di quelle popolazioni, potrà o si vedrà costretto a prendere l’iniziativa? Sicuramente le nuove generazioni: quelle solo l’altro ieri mobilitate per il clima e oggi per Gaza, ben consapevoli delle ragioni di fondo che le spingono a farlo. Guido Viale