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La fine dell’impero
In un mondo dove il novanta per cento delle merci viaggia via mare, gli Stati Uniti rappresentano ormai un paradosso geopolitico, provando ad agire come l’unico soggetto militare che controlla la navigazione globale mentre le fondamenta economiche di tale primato si sgretolano sotto il peso di contraddizioni strutturali insanabili. Da […] L'articolo La fine dell’impero su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
La guerra uccide anche l’ambiente: Luca Mercalli al Film Festival della Lessinia
In una piazza gremita di spettatori, Luca Mercalli, in un dialogo con lo speleologo Francesco Sauro, ha presentato il suo nuovo libro sulla storia del clima in Italia e ha parlato di come il Paese si trova ad affrontare la crisi climatica tra negazionismo, disinformazione e soldi spesi in armamenti. La conferenza-dialogo tra il climatologo Luca Mercalli e lo speleologo Francesco Sauro intitolata La guerra uccide anche l’ambiente era prevista per le 11.00, ma già alle 10.30 i posti a sedere nel tendone delle conferenze del Film Festival della Lessinia erano esauriti, così come la fila di panche supplementari allestite dall’organizzazione nella piazza e persino gli spazi della retrostante ‘Biblioteca della montagna’. Davanti a questa folla di spettatori il climatologo, venuto a presentare il suo nuovo libro Breve storia del clima in Italia (Einaudi, 2025), esordisce citando una recente dichiarazione di un politico italiano che esortava a parlare “dell’Italia e degli italiani” piuttosto che del clima ed evidenziando come parlare di clima in Italia significhi soprattutto parlare del futuro dell’Italia e degli italiani: “Se l’ambiente collassa, collassa tutto quello che ci sta sopra: economia, società, e tutto il resto”, dice Mercalli. Il climatologo prosegue poi spiegando che cosa comporta l’aumento delle emissioni di CO2 e delle temperature globali e cita, smentendole, alcune teorie negazioniste, come la famosa dichiarazione del fisico Carlo Rubbia su Annibale e gli elefanti, sostenendo che anche un esperto si può sbagliare se parla di cose che esulano dal suo campo di competenza e che purtroppo è prassi comune “ribaltare la realtà storica piegandola alle esigenze mediatiche del momento”. Riguardo ai costi ambientali delle guerre, Mercalli spiega innanzitutto che molte guerre si fanno proprio per garantirsi l’accesso ai combustibili fossili e prosegue dicendo che se l’Italia diventasse più indipendente dal fossile “avremmo enormi vantaggi” sia sul piano ambientale, perché consumare meno combustibili fossili significa ridurre le emissioni, sia sul piano geopolitico, perché ci renderebbe più immuni alle pressioni di potenze straniere e infine anche sul piano economico: la bolletta energetica, cioè i soldi che regaliamo ai Paesi che ci forniscono gas e petrolio, è nell’ordine di decine di miliardi di euro; il climatologo stima che quest’anno si avvicinerà ai 50 miliardi di euro e dice: “Pensate a cosa potremmo fare con questi soldi se rimanessero in Italia”. “Perché non ci sono mai abbastanza soldi nel budget per la transizione energetica, che ci renderebbe indipendenti e invece non si esita mai a investire in armi? La guerra produce prima di tutto inquinamento: aerei e mezzi militari vanno a gasolio e kerosene, portaerei e sottomarini a energia nucleare. C’è un dispendio di energia immediato nelle operazioni militari, ma anche un enorme dispendio di energia nella costruzione degli armamenti. Le risorse nel mondo sono in esaurimento, le più facili da estrarre si stanno già esaurendo e l’appropriazione di queste risorse da parte dell’industria militare metterà in crisi tutte le altre industrie civili. Inoltre non sono riciclabili: quando un missile o un drone esplodono i loro pezzi non si recuperano più, finiscono ad inquinare la terra. Buttiamo via una quantità enorme di metalli e inquiniamo i terreni in modo permanente.” “Le emissioni del settore militare non si conoscono, sono dati secretati”; le stime si possono fare soltanto sui soldi spesi per gli armamenti: 2.850 miliardi di dollari nel 2025, che facendo le proporzioni significano emissioni pari a uno Stato che sarebbe il quinto più inquinante al mondo. “Come cittadini siamo chiamati a fare sacrifici per ridurre le emissioni, ma un missile che esplode brucia il tuo budget di risparmio emissioni di tutto un anno.” Infine, a prescindere da tutto il resto, la guerra è sempre sbagliata, dice Mercalli citando  la Costituzione italiana e aggiungendo un omaggio alle Donne in Nero presenti con i loro cartelli nella piazza. Si lascia poi spazio alle domande dal pubblico, che evidenziano una consapevolezza della criticità della crisi climatica, ma anche una buona dose di smarrimento quando si tratta di capire cosa possiamo fare noi cittadini per combatterla nel totale disinteresse dei media e dei politici. Nelle sue risposte, Mercalli fa riferimento alle buone pratiche che possiamo attuare a livello individuale: investire i risparmi nell’efficientamento energetico delle nostre case, evitare i trasporti più inquinanti (lui stesso dice di non prendere un aereo da nove anni), mangiare meno carne ed evitare di comprare oggetti inutili. Ma dice anche che i cittadini devono pretendere soluzioni dal mondo politico: “Se ci dicono che non ci sono soldi per la transizione energetica, chiediamogli quanto costa un F35.” “Si è diffusa l’idea che tutte le scelte ambientali siano un fastidio e un ostacolo per l’economia”. Sia la destra che la sinistra hanno in testa solo l’economia: alla prima difficoltà l’ambiente viene tolto dall’agenda politica. Ma “l’economia va male proprio perché noi non facciamo i conti con la nostra impronta ecologica”. Sul ruolo dei media, dice che la disinformazione è una delle minacce più grandi per l’umanità e una grande piaga in Italia. “Io metterei al governo chi dice la verità sul clima e lavora per ridurre la nostra dipendenza dall’estero”, dice, esortando ad informarsi e leggere i programmi dei partiti “che non è detto che poi li rispetteranno, ma ci tocca scegliere il meno peggio.” FONTI: * Carlo Rubbia https://www.climalteranti.it/2019/03/21/anche-un-premio-nobel-puo-raccontare-cose-sbagliate-su-clima/ * IPCC https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/ * https://www.qualenergia.it/articoli/dipendenza-energetica-italia-75-percento-italia-quali-scelte-2030/ * Bolletta energetica 2024 https://www.ilsole24ore.com/art/energia-2024-bolletta-italiana-scende-485-miliardi-cala-spesa-petrolio-e-gas-AGLlASfB * Donne in Nero https://it.wikipedia.org/wiki/Donne_in_nero     Mara Zanella
August 31, 2026
Pressenza
21 agosto, telefonata di un’ora e venti minuti tra Lula e Trump
Mi limito a tradurre la notizia, proveniente dalla Segreteria per la Comunicazione Sociale della Presidenza della Repubblica, del lungo incontro fra i due capi di Stato. Notizia ovviamente di importanza in un contesto di forte tensione e minacce  che vengono dal nord. Il prestigio di Lula esce dall’incontro rafforzato (e questo al di là di quello che i due presidenti si siano effettivamente detto), il truce fanatico Rubio contenuto. Può dare speranza che ci siano capi di Stato con la levatura di statista, in grado di farsi rispettare dall’impero  e ministri degli esteri, come il calmo e pacato Mauro Vieira, che onorano il compito dell’alta diplomazia. (T.I) Il Presidente brasiliano Lula ha avuto una conversazione telefonica di un’ora e venti minuti venerdì mattina, 21 agosto, con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante la quale hanno discusso i temi centrali dell’agenda bilaterale e la situazione geopolitica globale, in un dialogo che si è svolto in tono amichevole e cordiale, secondo quanto riferito dalla Segreteria per la Comunicazione Sociale della Presidenza della Repubblica (Secom). Durante la telefonata, il Presidente Lula ha affrontato la recente decisione del governo statunitense di imporre nuove tariffe commerciali al Brasile, a seguito di indagini condotte dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti. Lula ha sottolineato che le accuse alla base delle misure restrittive – che includono contestazioni relative alla deforestazione, agli accordi preferenziali, alla proprietà intellettuale, alla lotta alla corruzione, al sistema di pagamento Pix, al mercato dell’etanolo e alle presunte importazioni di prodotti fabbricati con il lavoro forzato – sono del tutto infondate. Il capo di Stato brasiliano ha sottolineato che l’imposizione di tariffe genera perdite economiche per entrambe le parti e ha sostenuto che rimanere al tavolo delle trattative è l’opzione migliore per entrambi i Paesi. Lula ha ribadito l’importanza di collaborare per garantire che gli Stati Uniti continuino ad essere  tra i principali partner commerciali del Brasile. In risposta, Donald Trump ha concordato sull’importanza di preservare solidi legami commerciali e ha proposto che i team tecnici di entrambi i Paesi si incontrino nuovamente al più presto per proseguire il dialogo. Per quanto riguarda la sicurezza pubblica e la lotta contro le reti criminali, Lula ha ribadito l’interesse del Brasile a rafforzare la cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti. Il presidente ha spiegato che le organizzazioni criminali esercitano quotidianamente il terrore sulle fasce più vulnerabili della popolazione, ma ha sottolineato che tali gruppi non vanno confusi con le organizzazioni terroristiche in senso stretto. Ha inoltre affermato che lo Stato brasiliano dispone di propri strumenti legali e istituzionali per combattere questo tipo di criminalità, senza necessità di classificazioni o designazioni speciali. A titolo di esempio delle azioni intraprese dal Paese, Lula ha illustrato la strategia brasiliana di strangolamento finanziario della criminalità organizzata, che ha già portato al sequestro di circa 17 miliardi di reais in beni e oggetti di valore, citando inoltre il piano governativo di trasformare 138 istituti penitenziari in carceri di massima sicurezza. Il presidente ha inoltre sottolineato la recente approvazione della Legge Anti-Fazioni, un meccanismo che consente maggiore rapidità nel sequestro di beni e passaporti a membri delle fazioni e ha menzionato la proposta di emendamento alla Costituzione che mira ad ampliare il ruolo del governo federale nel coordinamento della sicurezza pubblica in collaborazione con gli Stati. A livello regionale, ha citato l’operatività del Centro Internazionale di Cooperazione di Polizia per l’Amazzonia, con sede a Manaus, che riunisce rappresentanti delle forze di polizia di tutti i Paesi del bacino amazzonico. Dopo queste spiegazioni, Trump ha dimostrato la volontà di intensificare la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e ha garantito che avrebbe mobilitato alti funzionari dell’amministrazione statunitense per dare seguito agli accordi raggiunti. Discutendo dell’agenda internazionale, i due leader si sono scambiati opinioni sui principali conflitti in corso nel mondo, evidenziando gli scontri in Ucraina e in Medio Oriente. Entrambi hanno concordato sull’urgenza di raggiungere una soluzione negoziata alla guerra tra Russia e Ucraina, che dura ormai da quasi cinque anni. Trump ha presentato le sue considerazioni sulle prospettive di risoluzione delle tensioni con l’Iran. Lula, a sua volta, ha lamentato l’inefficacia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha auspicato di convocare una riunione straordinaria dell’organismo per cercare soluzioni diplomatiche alle crisi in corso, in linea con le proposte che aveva precedentemente presentato ai presidenti di Cina, Xi Jinping, e Russia, Vladimir Putin. Il presidente brasiliano ha concluso la sua riflessione osservando che i grandi leader internazionali non sono coloro che iniziano le guerre, ma piuttosto coloro che sono capaci di porre fine ai conflitti. Fonte: Lula e  Trump falam ao telefone e restabelecem  negociação, “Brasil 247”, 21 agosto 2026 Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza
Il dibattito nel Consiglio di Sicurezza ONU sulle risorse naturali. Da una parte guerre, povertà e collasso climatico, dall’altro pace, giustizia e diritti
Lo scorso 22 luglio si è svolto nella sede ONU di New York il dibattito aperto di alto livello sulla governance delle risorse naturali presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una questione aperta che riguarda direttamente sicurezza internazionale, giustizia sociale, ambientale ed ecologica e prevenzione dei conflitti. A organizzare il dibattito è stata, non a caso, la presidenza di turno della Repubblica Democratica del Congo, che ha scelto questo tema come cardine del proprio mandato mensile al Consiglio di Sicurezza. La Ministra degli Affari Esteri, della Cooperazione Internazionale e della Francofonia della RDC Thérèse Kayikwamba Wagner ha sottolineato la necessità di trasformare il rapporto con le risorse naturali: non più campo di battaglia delle rivalità, ma fondamento della sicurezza collettiva e del destino comune. Minerali, acqua, foreste, energia e biodiversità devono diventare strumenti di cooperazione anziché di conflitto. Una catena di approvvigionamento – ha aggiunto – è veramente sicura solo se è equa. Una partnership è sostenibile solo se è equilibrata. Una transizione energetica è legittima solo se rispetta i diritti e la dignità delle popolazioni che forniscono le risorse da cui dipende. Irene Vélez Torres, Ministra ad interim dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia, che lo scorso aprile ha co-organizzato la prima Conferenza Internazionale per l’uscita dai combustibili fossili insieme ai Paesi Bassi, ha dichiarato che contrastare le economie minerarie illecite richiede un autentico principio di corresponsabilità globale. La sfida che ci troviamo ad affrontare – ha affermato – non consiste semplicemente nel garantire una produzione sufficiente dei minerali che consentiranno la riconversione energetica. Consiste nel decidere i principi, le regole e i meccanismi globali con cui governeremo tali risorse. Tale decisione determinerà se l’estrazione di minerali strategici aggraverà la disuguaglianza e la distruzione ambientale, o se diventerà invece un fondamento per la pace e la giustizia. Non possiamo permettere di nuovo che il Sud del mondo si faccia carico dei costi ambientali e sociali dell’estrazione. Il diplomatico cinese Sun Lei nel suo intervento ha avvertito che i conflitti sono complessi e che le risorse non ne sono l’unico motore. Il commercio economico e la cooperazione industriale non devono cadere vittima di una militarizzazione, politicizzazione o strumentalizzazione indiscriminata, sottolineando come alcuni Paesi dovrebbero smettere di usare pressioni, sanzioni e coercizione militare per impadronirsi delle risorse di altri Paesi. Dmitry Chumakov, Vice Rappresentante Permanente della Federazione Russa, ha affermato che non esiste un modello universale di gestione delle risorse naturali che sia ugualmente adatto a tutti, respingendo un approccio secondo il quale la sovranità statale sulle risorse naturali può essere realizzata solo a condizione di una qualche forma di buon governo. Sottolineando che venti economie africane dipendono dalle esportazioni di minerali non lavorati, ha affermato che la continua estrazione di materie prime dai Paesi del Sud del mondo dimostra che la decolonizzazione non si è realmente realizzata. Nel suo intervento, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha indicato quattro priorità: giustizia, prevenzione, risoluzione pacifica delle controversie e clima. La giustizia. Il modello in cui le risorse vengono estratte, il valore aggiunto prodotto altrove e i costi ambientali e sociali lasciati alle comunità locali deve essere superato. I Paesi e le popolazioni che possiedono le risorse devono poterne trattenere una quota maggiore del valore, attraverso catene del valore più eque, lavorazione e raffinazione nei Paesi di origine, trasparenza e rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali. È anche una questione di sovranità. In particolare in Africa, le conseguenze del colonialismo e le difficoltà di governance continuano a ostacolare la piena capacità degli Stati di esercitare i propri diritti sulle risorse naturali e reinvestirne il valore. La prevenzione. I minerali attraversano spesso più Paesi prima di arrivare ai mercati mondiali. Contrastare il commercio illecito significa quindi intervenire sull’intera catena del valore, attraverso tracciabilità, due diligence, condivisione delle informazioni e cooperazione tra Paesi produttori, di transito e consumatori. L’obiettivo è impedire che risorse provenienti da attività criminali entrino nei mercati legittimi. La risoluzione pacifica delle controversie. Accesso alle risorse, proprietà, controllo dei territori, distribuzione delle entrate e benefici per le comunità locali non sono questioni soltanto tecniche: possono essere all’origine di conflitti politici. Per questo, secondo Guterres, devono entrare nell’analisi politica e nei processi di mediazione e risoluzione pacifica previsti dal Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite. Il clima. Siccità, inondazioni, degrado ambientale e perdita degli ecosistemi possono ridurre l’accesso alla terra e all’acqua, compromettere i mezzi di sussistenza e aumentare la competizione per le risorse. In contesti già fragili, queste pressioni possono trasformarsi in nuove tensioni e violenze. Le Nazioni Unite stanno integrando clima, pace e sicurezza nei sistemi di allerta precoce e nella pianificazione, anche in Africa Centrale. Ad Abyei, tra Sudan e Sud Sudan, iniziative di costruzione della pace guidate dalle comunità locali affrontano già il rapporto tra degrado ambientale, pressioni climatiche e tensioni politiche. Il punto di fondo – sostiene Guterres – è cambiare il modello di estrazione e gestione delle risorse naturali, affinché una quota maggiore del valore resti nei Paesi produttori e nelle comunità interessate e i proventi non continuino a finanziare guerre e reti criminali. Il bivio è questo: continuare a estrarre ricchezza lasciando dietro di sé conflitti, distruzione ambientale e povertà, oppure trasformare le risorse in strumenti di giustizia, cooperazione e dignità per le comunità che le custodiscono. In ultima analisi, dice, è una scelta politica. E l’appello di Guterres al Consiglio di Sicurezza è netto: scegliere la pace. Un tema che tornerà al centro del dibattito internazionale anche con la seconda Conferenza internazionale per l’abbandono dei combustibili fossili, prevista nel 2027 a Tuvalu, per la quale sono già iniziati i lavori preparatori. Sarà uno spazio di confronto tra governi, movimenti, ONG, accademia e comunità che vivono sulla propria pelle le conseguenze di un modello fondato sullo sfruttamento delle risorse: malattie, povertà, ingiustizie, violenza e distruzione ambientale. È da questo confronto tra chi governa e chi quelle conseguenze le vive ogni giorno che può prendere forma una scelta diversa: un presente di pace e giustizia. La registrazione dell’incontro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul tema Natural resources governance: the foundation of peace, security and prosperity (22 luglio 2026) è disponibile su * UN News – Can critical minerals fuel peace and prosperity instead of conflict? * UN Web TV – https://webtv.un.org/en/asset/k13/k13v1mba1m inoltre nella sezione del sito delle Nazioni Unite dedicata all’argomento * Critical minerals: a security issue? How the responsible governance of natural resources can build a more peaceful and prosperous world Elisa Sermarini
August 25, 2026
Pressenza
Guerre, corsa al collasso climatico
Nonviolenza o diritto a difendersi? La discussione su guerre e riarmo rischia di ridursi a una contrapposizione di principi astratti invece di fare i conti con la realtà. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la comparsa della bomba atomica aveva suscitato un vasto movimento per l’interdizione di quell’arma, ma anche di tutte le guerre, ritenendo che qualsiasi “escalation” avrebbe portato a prospettarne l’impiego; una minaccia ben presente nelle successive guerre in Corea, Vietnam e ora in Ucraina. Da tempo, però, alla minaccia nucleare si è aggiunta e sovrapposta quella della crisi climatica ormai in pieno corso. Il fattore “rischio” si è aggravato: mentre l’olocausto nucleare è “facoltativo”, nelle mani di poche persone o di un solo Stranamore, la catastrofe climatica, nel suo procedere sempre più rapido, appare quasi “ineluttabile”. Dipende ovviamente anch’essa da decisioni umane, che fanno capo a un numero molto ampio di individui al vertice di molte istituzioni – imprese, banche, Stati, eserciti, media, centri di ricerca, università – tutti legati tra loro in una rete di rapporti che rende difficilmente praticabile e comunque inefficace disertarla. Per questo la rotta verso il baratro climatico non cambierà se non in forme parziali, ipocrite e inefficaci, anche perché ha una solida base in abitudini, stili di vita, mancanza di alternative, convinzioni – per lo più frutto di ignoranza indotta – che coinvolgono, in misura diversa, miliardi di abitanti della Terra. L’opposizione al riarmo, alle guerre e al reclutamento, emersa in sondaggi che hanno deluso e contraddetto le aspettative dei governi lanciati nella corsa al “riarmo”, è forse la leva principale per contrastare la corsa parallela alla catastrofe climatica. Innanzitutto, perché le guerre, le loro devastazioni di territori e habitat, la produzione di armi e il loro uso legato ai combustibili fossili (le armi “verdi” non esistono) sono tutti fattori di una sua accelerazione. Poi, perché il ripudio (autentico) della guerra, costituisce una breccia attraverso cui milioni di cittadini e cittadine possono arrivare a mettere in crisi l’idea di una “crescita” continua, oggi più che mai affidata alle armi, che ignora la catastrofe a cui ci stiamo condannando. Dunque, ci sono molte altre ragioni oltre alla nonviolenza per ripudiare la guerra … Ancora più astratto dalla realtà è la rivendicazione del diritto a difendersi. Difesa di chi? si era chiesto. E da chi? Il governo di Israele ritiene che il diritto di Israele a difendersi possa e debba arrivare fino al genocidio, allo sterminio di un intero popolo: con le armi, la fame, le malattie, la mancanza di igiene, la debilitazione fisica e mentale di adulti e bambini. Se invece, come ritengono i più, il diritto a difendersi (dal genocidio) spetta ai palestinesi, quale ricorso alle armi è mai possibile per una popolazione ridotta in quelle condizioni contro l’esercito più feroce del mondo? Non è proprio questo il caso in cui solo la mobilitazione internazionale può imporre un cambio di rotta a livello diplomatico e negoziale? Cambiando quadrante, possiamo ancora chiamare “difesa” gli attacchi ucraini agli impianti russi posti a migliaia di chilometri dal fronte? Che cosa li differenzia dagli attacchi agli impianti ucraini da parte dei russi? Dopo l’invasione che ha segnato una sconfitta per Putin, che pensava di arrivare a Kiev con una passeggiata, ma anche con la perdita delle regioni orientali per il governo ucraino, si poteva e doveva cercare un compromesso, resuscitare gli accordi di Minsk, fermare la guerra in cui era sfociato il confronto “geopolitico” tra Russia e Nato in corso da anni sulla pelle della popolazione ucraina. Invece quella guerra ha subìto un salto di livello. “Viva gli Himars!” aveva esclamato qualcuno, preso dall’entusiasmo, quando il fronte ucraino era stato dotato dei primi razzi a lunga gittata per fare da contrappeso alle incursioni dell’aviazione russa. Senza accorgersi dello spirito bellicista che quell’entusiasmo stava inoculando in tutte le istituzioni europee e di cui vediamo ora le conseguenze. E senza accorgersi del fatto che da allora la “difesa” non ha più riguardato la popolazione dell’Ucraina, esposta a un quotidiano massacro e nemmeno i suoi soldati, mandati in prima linea a farsi ammazzare senza più capire perché, ma solo le carriere delle gerarchie militari che – come la controparte russa – non tengono in alcun conto le loro vite. Il confronto era ormai passato a strumenti che funzionano solo grazie a una centralizzazione del comando che, dalla parte ucraina, fa capo alla Nato. Il “diritto alla difesa” si è così trasformato in un confronto con solo due esiti possibili: vittoria o resa. Dove vittoria, per l’Ucraina, cioè per la Nato, significa dissoluzione del regime putiniano o dell’intera Federazione Russa, che in tal caso hanno già fatto sapere di essere pronti a usare l’atomica. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la difesa delle vite e delle aspettative della popolazione ucraina? Se e quando la guerra cesserà, l’Ucraina non vivrà una felice ricostruzione. Si ritroverà distrutta e inquinata, in mano agli oligarchi e alla corruzione che Zelensky aveva promesso di abolire e che la guerra non ha fatto che ingrassare. E non offrirà, come è stato immaginato, l’occasione di supplire con una leva di immigrati al vuoto di uomini validi, persi al fronte o fuggiti per sottrarsi alla leva. No. L’Ucraina si ritroverà arsenale e laboratorio bellico di un’Unione Europea piena di vecchi incattiviti e di istituzioni logore, prigioniera di un’economia di guerra, divisa da  sovranismi contrapposti, in gara per scaricarsi a vicenda il “peso” dei migranti, gara a cui l’Ucraina non potrà sottrarsi. E questo in un contesto ulteriormente degradato dalla crisi climatica, ormai priva degli antidoti di mitigazione e adattamento che l’Europa e il mondo hanno deciso di obliterare per dare la priorità alle loro guerre… a meno che la diffusa opposizione a questa follia distruttiva non la spunti.   Guido Viale
August 24, 2026
Pressenza
La guerre dans la tête. Contre la bellicisation de la pensée
PAR DAVIDE BORRELLI, PROFESSEUR DE SOCIOLOGIE DES PROCESSUS CULTURELS ET COMMUNICATIONNELS À L’UNIVERSITÉ « SUOR ORSOLA BENINCASA » DE NAPLES ; PUBLIÉ LE 26 JUIN 2026 SUR WWW.ZENODO.ORG SOUS LICENCE COPYLEFT. Abstract Aujourd'hui, l'Europe semble ne plus parler que le langage du réarmement ; elle a « la guerre dans la tête ». La diplomatie s'est tue, la politique s'efface, et l'urgence militaire façonne désormais le discours public. Cet ouvrage dénonce la « bellicisation » de notre société — c'est-à-dire l'imprégnation de la logique de la guerre dans notre imaginaire et notre conscience collectifs — en montrant comment celle-ci reconfigure nos perceptions, nos relations et notre vie politique. À travers une analyse socioculturelle, il met au jour la normalisation de la guerre comme réponse automatique aux crises mondiales. Il montre également comment le langage et les récits militarisés déforment la réalité et affaiblissent l'esprit critique. L'Europe, autrefois conçue comme un projet de paix, se transforme progressivement en une forteresse, non seulement sur le plan matériel, mais aussi sur le plan symbolique. À une époque marquée par une désensibilisation croissante face à la menace des conflits et par l'exaltation de la « résilience » comme vertu militaire, ce livre lance un appel radical : désarmer notre langage afin de reconstruire une anthropologie du vivre-ensemble. Contre ceux qui érigent les « vertus guerrières » en fondement de la cohésion sociale, il plaide pour une réévaluation urgente de notre avenir, fondée sur la douceur des justes, l'ouverture à l'autre et le rejet absolu de la guerre. * Introduction * Vers une gouvernementalité de guerre * L’Europe forteresse * Nous-mêmes comme ennemis * Une occasion perdue, une possibilité à redécouvrir * Le soin de la paix * De la personne au rôle : la guerre comme machine d’anéantissement symbolique * Normaliser la guerre pour gouverner l’instabilité * Les pièges de la « dé-terrence » * La banalisation de la guerre et le nouvel « esprit » de l’Europe * La bellicisation du discours : une analyse culturelle * La fin d’une certaine illusion ? Bellicisation et mythe de la civilisation occidentale * Guerre des mots contre les outsiders * L’université de la paix et l’art des relations humaines : la leçon de Virginia Woolf * L’université de la guerre * La nouvelle école militariste * Résilience : de vertu économique à vertu militaire * Armons-nous et partez ! Les intellectuels qui restent à l’arrière * La puissance du neutre : pour une politique d’équiproximité * La couleur du blé : pour une pédagogie de la paix * De quoi est faite la paix : de la tolérance au désir * L’éthique silencieuse des justes * Critique et clinique : désarmer le discours, prendre soin du monde * Faire la sourde oreille (fare orecchie da mercante): du réalisme capitaliste au réalisme belliciste * L’agenda planétaire : dépasser la scission du vivant Introduction Celui qui découvre avec bonheur une étymologie… Celui qui préfère que les autres aient raison. Tous ceux-là, qui s’ignorent, sauvent le monde. (Jorge Luis Borges, « Les Justes », 1981) S’il fallait du sang à tout prix, offrez donc le vôtre, si tel est votre désir. (Ivano Fossati, Il disertore, 1992) Jusqu’à ce que nous pensions détenir le monopole du « bien », jusqu’à ce que nous parlions de notre civilisation comme de la seule civilisation, en ignorant toutes les autres, nous ne sommes pas sur la bonne voie. (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002) « J’ai attrapé la guerre dans ma tête. Elle est enfermée dans ma tête ». Avec ces mots, l’écrivain maudit par excellence Louis‑Ferdinand Céline (1934, p. 3) décrivait les effets de son expérience personnelle de la guerre, à partir du moment où, jeune cuirassier, il fut grièvement blessé à l’oreille pendant la Première Guerre mondiale. À en juger par la manière dont l’Europe a réagi à l’agression russe contre l’Ukraine, aux dérives génocidaires d’Israël à Gaza et, plus récemment, à l’escalade au Moyen‑Orient, le Vieux Continent semble avoir définitivement perdu la capacité d’imaginer des solutions échappant à la logique militaire. Dans le cas de l’Ukraine, il a presque exclusivement parié sur le soutien militaire ; à Gaza, il a longtemps toléré ce qu’il disait déplorer ; et face aux frappes israéliennes et américaines contre l’Iran, il a paru davantage préoccupé par les conséquences économiques que par le respect du droit international. Les dirigeants européens ont même adopté une posture à la Ponce Pilate, s’en lavant les mains et allant, dans certains cas, jusqu’à déclarer qu’ils ne partageaient pas ces agressions, sans pour autant les condamner. Si Céline décrivait la guerre comme une obsession qui s’installe dans la conscience individuelle, on pourrait aujourd’hui dire que l’Europe elle‑même a « attrapé la guerre dans sa tête ». Pour reprendre une expression imagée du dialecte napolitain, notre communauté politique semble désormais souffrir d’un véritable syndrome de la guerra ’n capa[1] — c’est‑à‑dire d’une « guerre dans la tête ». Ce livre soutient que l’Europe connaît aujourd’hui un processus de bellicisation discursive et psychopolitique : un processus dans lequel la guerre n’est plus seulement un événement possible, mais devient l’horizon organisateur de la pensée. Dans ce cadre, la « guerre dans la tête » ne renvoie pas seulement à l’état psychologique d’un individu, mais surtout à une transformation collective, par laquelle la vie politique et le sens commun se réorganisent autour de l’anticipation et de la normalisation du conflit. En définitive, ce livre ne prétend pas proposer une théorie générale des guerres contemporaines, mais une généalogie des conditions culturelles qui rendent possible leur normalisation. L’obsession pour la guerre se reflète également dans des choix symboliques apparemment marginaux, mais qui se révèlent emblématiques du climat culturel que nous vivons. Ainsi, prenons l’exemple du président de la région du Piémont qui, la veille de la Journée de la Libération en Italie (25 avril 2025), a rendu hommage aux Alpini (l’infanterie de montagne) tombés en Russie pendant la Seconde Guerre mondiale, en affirmant qu’ils s’étaient sacrifiés « pour notre liberté ». C’est, pour le moins, une affirmation surprenante, car elle réinterprète une campagne militaire d’agression lancée par Mussolini et Hitler comme une défense héroïque des valeurs démocratiques. C’est précisément ce qui arrive lorsqu’une société a la guerra ’n capa. Depuis quelque temps, l’Union européenne semble en proie à une véritable ivresse belliciste. La menace d’une attaque russe, réelle ou supposée, monopolise le débat public et oriente une part croissante des décisions politiques. Pourtant, alors qu’elle condamne fermement Poutine, l’Europe reste largement passive face aux massacres à Gaza. Cela se manifeste notamment par l’incapacité de l’UE à obtenir le consensus nécessaire pour suspendre l’accord d’association UE‑Israël (2000), en raison des veto opposés principalement par l’Allemagne et l’Italie. Mais l’Europe a aussi la guerre dans la tête, car elle semble vouloir relancer une économie stagnante en réorientant les investissements des infrastructures civiles vers les infrastructures militaires. Pire encore, elle détourne des Fonds de cohésion — destinés à réduire les disparités régionales entre les États membres — au profit de l’industrie de l’armement, et se plie aux diktats de Trump, allant jusqu’à se résigner à financer l’industrie américaine dans le cadre de l’initiative PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) promue par l’OTAN. Et surtout, l’Europe a la guerre dans la tête parce qu’elle s’emploie désormais par tous les moyens à la normaliser, à en faire une option acceptable parmi d’autres. Elle le fait, par exemple, en promouvant, à travers ses programmes éducatifs, une véritable culture de la guerre — une mentalité qui érige l’usage de la force face aux défis présentés comme existentiels. Elle pousse ainsi l’opinion publique et les institutions à considérer la guerre comme une composante normale de l’ordre géopolitique et des mécanismes de sécurité des États membres. Il ne s’agit plus seulement d’une réponse militaire, mais d’une transformation profonde de notre manière d’habiter le monde et de le penser. Face à de telles politiques, qui visent à nous mithridatiser en nous accoutumant à la guerre, on mesure combien nous nous sommes éloignés de l’esprit même de l’UNESCO, jusqu’à en inverser le principe fondateur, selon la formule inaugurale de l’Organisation : « Les guerres prenant naissance dans l’esprit des hommes, c’est dans l’esprit des hommes que doivent être élevées les défenses de la paix ». Nous vivons sans aucun doute dans un monde traversé par des tensions internationales profondes, dont certaines, nous autres Européens, avons contribué à les alimenter par intérêt, par aveuglement ou tout simplement par lâcheté. Même à supposer que la menace russe soit réelle et que les angoisses européennes soient justifiées, nous avons le devoir de scruter la manière dont cet état d’alerte s’intériorise et se traduit en choix politiques, culturels, symboliques et discursifs. Il y a en effet une autre raison de dire que la « guerre dans la tête » exprime notre condition actuelle d’Européens au bord de l’épuisement nerveux. L’obsession de la guerre est une idée fixe. Elle nous tenaille, colonise la conscience publique, s’arroge une priorité absolue. Elle exige une attention exclusive et relègue toute autre préoccupation au second plan. Dans le dialecte napolitain, avoir la guerra ’n capa est également utilisé pour décrire un état de profonde fracture intérieure — une guerre, en effet, entre des impulsions opposées, entre une pensée et son contraire. On en trouve un symptôme typique dans le fait d’avoir longtemps annoncé l’effondrement militaire imminent de la Russie en raison de son infériorité supposée, puis, soudain, au mépris du principe de non-contradiction — selon lequel une proposition ne peut être à la fois vraie et fausse au gré des circonstances —, de se lancer dans une course effrénée au réarmement par crainte d’une invasion russe. La même schizophrénie se retrouve dans l’attitude adoptée face au massacre des civils palestiniens, qu’Israël poursuit pratiquement sans entrave. Alors même que l’Europe se réclame des droits de l’homme et que certains gouvernements vont jusqu’à annoncer leur intention de reconnaître l’État de Palestine, elle continue à fournir des armes à Israël et à lui garantir une couverture politique et juridique, au motif qu’il ferait, au fond, le « sale boulot » pour notre compte, comme l’a reconnu sans détour le chancelier allemand Friedrich Merz. De tels paradoxes révèlent une contradiction béante, ce qui est emblématique de la guerre dans la tête. Le discours dominant sur la guerre entre en contradiction avec l’image édifiante que nous cultivons de nous-mêmes et avec les valeurs mêmes sur lesquelles nous prétendons fonder notre identité démocratique et civique. Il y a manifestement, dans cette attitude, quelque chose de pathologique sur le plan psychopolitique. Elle est aussi le symptôme tangible d’une modernité devenue émotionnellement « explosive » (Illouz 2024), dont plusieurs caractéristiques institutionnelles entrent de plus en plus en tension, produisant chez les individus des contradictions et des tensions profondes. L’anxiété, la frustration et la peur collective qui en résultent se reflètent et s’amplifient au niveau politique, alimentant un cercle vicieux qui pervertit les décisions politiques et la hiérarchie des priorités collectives. La fixation paranoïaque sur le réarmement découle ainsi d’une tension profonde entre deux logiques antagonistes : d’une part, une gouvernementalité de guerre émergente ; d’autre part, la prétendue culture européenne du dialogue et de la paix. La guerra ’n capa fonctionne comme une véritable mise en abyme : une expressionsi chargée de sens qu’elle produit un vertige conceptuel, au point de nous mettre, nous aussi, la guerre dans la tête. Elle reflète l’image d’un continent marqué par des tensions profondes, suspendu entre ce qu’il craint, ce contre quoi il déclare se défendre, et ce qu’il est en train de devenir — peut‑être sans l’avoir jamais choisi consciemment ou démocratiquement. C’est précisément cette dérive — silencieuse, inexorable et continue, comme la métaphore classique de la grenouille qu’on fait bouillir à petit feu — que ce livre entend soumettre à la critique. Il ne s’agit pas ici de savoir si la guerre ou le réarmement sont moralement justifiés ou politiquement efficaces. Ce livre porte sur le glissement qui convertit progressivement les questions politiques et diplomatiques en questions exclusivement militaires. Contre la narration hégémonique qui présente le réarmement comme inévitable et cherche à nous enfermer dans un horizon défini par une tension permanente, il n’est pas inutile de rappeler l’œuvre fondamentale du pionnier de la recherche sur la paix, Johan Galtung, There are Alternatives! Four Roads to Peace and Security (1984). Son message est simple et puissant : même les conflits qui paraissent sans issue laissent toujours ouverte la possibilité — et, dirions-nous, la nécessité — d’imaginer une autre issue. Il s’agit là d’une affirmation de principe qui tranche avec la philosophie dominante de notre temps, condensée dans la formule de Margaret Thatcher : « There is no alternative ». Qu’il s’agisse de rationalité économique ou de rationalité guerrière, l’effet est le même : la fermeture de l’imagination politique au nom d’une nécessité supposée. Au sommet de la Guerre froide, Galtung a souligné que les conflits présentés comme inévitables dissimulaient souvent les stratégies géopolitiques des superpuissances, qui ont délibérément favorisé des guerres par procuration et des guerres d’usure afin de fragiliser leurs rivaux. Dans une réflexion d’une remarquable clairvoyance, Galtung (1984) suggère que les grandes puissances peuvent avoir un intérêt stratégique à empêcher certains conflits de trouver une issue. Au lieu de se confronter directement, elles peuvent externaliser les coûts et les risques de la rivalité géopolitique en soutenant ou en favorisant même des conflits parmi des États alliés de moindre importance, les transformant ainsi en arènes de confrontation par procuration. On peut considérer le conflit ukrainien comme une version actualisée de cette stratégie éprouvée héritée de la guerre froide. Au lieu d’externaliser les coûts de la rivalité géopolitique en les partageant avec des alliés européens, le conflit semble aussi créer des opportunités pour les États‑Unis de retirer des avantages économiques et stratégiques d’une situation d’urgence militaire provoquée — ou laissée sciemment dégénérer. Contrairement aux interventions militaires à grande échelle que Washington a menées directement durant les deux décennies précédentes et qui se sont avérées extrêmement coûteuses et de plus en plus insoutenables, ce schéma déplace une part importante des coûts économiques et politiques sur ses alliés tout en préservant de nombreux avantages stratégiques. Le défi militaire lancé à la Russie — que les États‑Unis très endettés cherchent désormais à transférer sur les épaules de l’Europe — représente, pour Washington, une opportunité unique de récentralisation des capitaux, de redressement économique et de rééquilibrage de sa balance des paiements (Brancaccio, Giammetti et Lucarelli 2022). Du point de vue de l’Europe, la fascination aussi empressée que parfaitement résistible de l’Europe pour le réarmementrappelle l’attitude imprudente de celui qui s’éprend de la corde destinée à le pendre. Les États-Unis bénéficient économiquement en vendant aux Européens les armes nécessaires pour transformer l’Ukraine en un « porc-épic d’acier » inattaquable (pour reprendre l’expression d’Ursula von der Leyen). Pour l’Europe, le risque bien réel de nous mettre la guerre dans la tête est de nous retrouver bientôt avec des armes hors de prix sur l’estomac. La façon méprisante dont Trump se sent autorisé à traiter les dirigeants européens — y compris la prétendue « bâtisseuse de ponts » Giorgia Meloni — ne découle pas seulement de sa conception impérialiste des relations internationales, mais aussi de la posture servile que l’Europe ne cesse d’adopter vis-à-vis des intérêts stratégiques américains. En ce sens, l’avertissement de Kant demeure d’une brûlante actualité : « Si tu te fais ver de terre, ne te surprends pas si on t’écrase avec le pied » (1797). Notre propos ne porte pas, en tout état de cause, sur le cadre économique et géopolitique du conflit russo-ukrainien. Plus précisément, il concerne le réarmement culturel et communicationnel, autrement dit la « bellicisation » du discours public et du sens commun, activement promue par des leaders d’opinion et des intellectuels influents, avec une insistance et une force de persuasion toujours plus grandes. C’est, à nos yeux, le trait caractéristique de la transformation culturelle en cours : notre propre « guerre dans la tête ». Nous ne parlons pas de la guerre comme conflit armé concret, ni de ses horreurs et de ses ravages ; nous n’entendons pas davantage aborder la question géopolitique de savoir si le réarmement européen pourrait constituer le premier noyau d’une conscience politique européenne. Au contraire, et afin d’éviter tout malentendu, affirmons-le d’emblée : si les Européens veulent réellement parvenir à une union politique véritable et efficace, ce projet doit s’appuyer sur un ensemble d’institutions communes aux États membres, telles qu’une politique étrangère commune, une dette européennecommune, un cadre fiscal unifié et des systèmes harmonisés de santé et de protection sociale. Seule une telle base pourrait permettre à un système de défense européen intégré et interopérable d’acquérir un sens véritablement politique. Sans ces infrastructures européennes communes, l’Europe risque de passer directement d’une union de marché à une union militaire, voire du welfare au warfare, sans jamais devenir une vraie communauté politique. Cependant, ce ne sont pas ces problèmes purement politiques que notre livre cherche à traiter. Il propose une analyse médiologique et culturelle plutôt qu’une approche géopolitique (voir Bennato, Farci et Fiorentino 2023) : elle met l’accent sur le rôle des leaders d’opinion plutôt que sur des décisions gouvernementales spécifiques, et sur les discours qui façonnent le sens commun plutôt que sur des lignes d’action concrètes et des programmes militaires. Nous visons spécifiquement à dénoncer le réarmement des mots et des esprits plutôt que celui des missiles et des drones. En d’autres termes, nous cherchons à analyser et à critiquer ce que nous définissons comme la « bellicisation discursive de la société » : une transformation activement et obstinément poursuivie de nos manières de penser et d’agir, afin de les mettre au service d’un ordre social armé culminant dans une véritable mentalité guerrière. Un exemple significatif est la première déclaration de Mark Rutte en tant que Secrétaire général de l’OTAN, le 15 janvier 2025. Il a affirmé que bien que la préparation militaire de l’OTAN ait augmenté, elle reste insuffisante pour faire face aux menaces anticipées sur les quatre à cinq prochaines années : « Pour prévenir la guerre, nous devons la préparer. Il est temps de passer à un état d’esprit de guerre (wartime mindset), ce qui signifie que nous devons rendre nos défenses encore plus fortes, en dépensant davantage pour la défense et en produisant des capacités de défense plus nombreuses et de meilleure qualité ». Du point de vue de Rutte, un passage urgent vers un état d’esprit de guerre est requis — c’est‑à‑dire l’adoption d’une véritable pédagogie belliciste, soutenue par des maîtres à penser et des intellectuels organiques prêts à la mettre en pratique. Cela fournit une illustration convaincante de ce que nous appelons la « bellicisation de la société », un terme que nous utilisons pour indiquer non seulement la militarisation des institutions, mais une réorientation culturelle et cognitive plus profonde vers la normalisation et l’anticipation de la guerre comme horizon structurant de la vie sociale. Nous reviendrons ensuite sur le rôle et la responsabilité des intellectuels. Pour l’instant, il est approprié d’examiner les raisons de la fièvre guerrière qui gagne le Vieux Continent. [1] Dans le dialecte napolitain, l’expression « ’a guerra ’n capa » (littéralement, « la guerre dans la tête ») désigne un état de profonde agitation psychique marqué par un conflit intérieur, où des impulsions opposées et des pensées contradictoires luttent pour s’imposer, empêchant la personne de parvenir à une décision ferme. Par extension, l’expression fait également allusion à la fixation obsessive sur un problème, une idée ou un dessein, au point de monopoliser l’attention. Avoir « ’a guerra ’n capa » évoque ainsi un esprit assiégé par des pensées intrusives qui alimentent un état persistant d’inquiétude et de tourment. En ce sens, l’expression ne renvoie pas uniquement à un conflit intérieur, mais aussi à une forme d’occupation de la conscience par une logique qui finit par gouverner la perception et le jugement. Download Pdf de prof. Davide Borrelli ici. Davide Borrelli_La guerre dans la tête_2026Download NOUS TENONS À REMERCIER LE PROFESSEUR DAVIDE BORRELLI POUR SES TRAVAUX INTÉRESSANTS SUR LA MILITARISATION DES ÉCOLES, DES UNIVERSITÉS ET DE LA SOCIÉTÉ CIVILE, DANS LESQUELS L’OBSERVATOIRE CONTRE LA MILITARISATION DES ÉCOLES ET DES UNIVERSITÉS A ÉGALEMENT ÉTÉ CITÉ. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Val d'Agri - #Spinoso (#Potenza), sabato 25 luglio, ore 17 - #Guerre e #Petrolio. Focus su spedizioni di petrolio da Tempa Rossa a #Israele. Intervengono BDS Italia, Comitato No IMEC Trieste, Rete NoRIGASS, Comitato Freedom Flotilla Taranto, Antonio Mazzeo (Freedom Flotilla), Luca Manes (ReCommon)
July 24, 2026
Antonio Mazzeo
Un programma per l’Europa? C’è già
L’Europa, insieme alla sua figliastra, l’Unione Europea, si sta dissolvendo perché non ha più una visione del suo ruolo e del suo futuro, né una ragione per tenere insieme i suoi sparsi membri. Molti accorrono al suo capezzale per cercare di ridargliene una. C’è chi propone che recuperi “competitività” (per non sparire) investendo soldi che non ha in informatica, armi e tecnologia: ricetta vecchia come il cucù che ha fatto la fortuna del suo principale propagandista, ma non della sua destinataria (l’Europa, appunto). C’è invece chi, nelle vesti di critico, propone di rilanciare l’Europa inventando un nuovo welfare: non quello in via di dissoluzione, che non ha futuro, ma un welfare diverso, innovativo, efficiente, meno assistenziale, che potrebbe farle recuperare i suoi valori positivi (quelli negativi, come colonialismo, razzismo, militarismo, sovranismo, nazismo, meglio dimenticarli) non più sostenibili alla vecchia maniera. Né l’una né l’altra ricetta, né quelle intermedie, sembrano avere però molto appeal, ma tant’è… In realtà l’Europa una “visione” e una ragione di esistere ce le ha da tempo, ma le hanno offuscate entrambe i suoi governanti, concordi solo nella corsa per spennare i rispettivi Paesi finanziando l’industria delle armi per sostenere la guerra alla Russia e quella ai migranti. Quella visione nascosta circola però da tempo tra le schiere disperse ma sempre più numerose delle persone che si mobilitano per la pace (e contro tutte le guerre), per la Palestina (e contro il genocidio perpetrato da Israele), per salvaguardare il proprio territorio (contro la speculazione edilizia e le grandi opere devastanti ), per salvare vite e accogliere profughi e migranti (contro respingimenti, torture e “remigrazione”), per la costruzione di comunità fondate su rapporti di cura e mutuo appoggio (reciprocità, contro l’individualismo, la competizione, il consumismo, lo sfruttamento e lo spreco di talenti umani e risorse della Terra). E per tanto altro. E’ una visione che abbina indissolubilmente la salvaguardia degli equilibri ecologici della Terra e il perseguimento di giustizia ed eguaglianza tra gli esseri umani, la pace con il pianeta e quella tra i popoli e che ha in sé una dimensione sia spirituale e culturale, che fisica e materiale e si compendia in due nomi: Alex Langer e Papa Francesco. Ma quella visione non avrebbe potuto sopravvivere all’oblio e all’indifferenza dei potenti della Terra se non fosse stata condivisa (spesso inconsapevolmente, perché chiamata spesso con altri nomi) da migliaia e migliaia di persone. Si tratta, in una formula, della “conversione ecologica”: l’unico approccio che potrebbe restituire all’Europa il ruolo che si era autoassegnata alcuni decenni fa, per poi trasformarlo in pura finzione; ma anche un ruolo attuale, nel portare a mediazione le guerre in corso, se non fosse essa stessa parte in causa, apertamente schierata a sostegno degli uni contro gli altri. La conversione ecologica non è un progetto e meno che mai un sistema da instaurare, un punto di arrivo definito; è un processo in fieri che per tradursi in programmi ha bisogno del concorso attivo – questo sì, consapevole – di tutti coloro a cui deve essere affidata la sua realizzazione: a partire, oggi, dalla “convergenza” sotto il suo ombrello delle tante visioni, sigle, organizzazioni, progetti che si stanno accorgendo di avere in comune molto di più di quello che le separa. Ma soprattutto è una visione condivisa che può permettere a tutti di farsi parte del confronto diretto con l’inconcludenza (nel migliore delle ipotesi), l’irresponsabilità, l’inerzia, l’ipocrisia e il cinismo (nel peggiore e più realistico dei casi) dell’establishment europeo e con la sua attuale dedizione alla guerra. Non c’è traccia, nelle proposte che hanno accesso al dibattito politico pubblico sul futuro dell’Europa, di qualcosa che assomigli anche solo da lontano alla conversione ecologica. Non c’è nemmeno traccia, se non con qualche accenno burocratico e formale, di una preoccupazione per lo stato dell’”ambiente”, per la morte della “natura”, per il futuro catastrofico della Terra. Eppure ha appena fatto, e presto rifarà, un caldo da matti, con tante conseguenze ormai note: tanto da far capire a (quasi) tutti che il nostro pianeta ha ormai imboccato una deriva senza più molte vie di uscita. Ma in quei consessi ufficiali lo stato della Terra resta “il convitato di pietra. Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore, dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via. Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo?         Guido Viale
July 6, 2026
Pressenza
#villasangiovanni FESTA DELLA LUCE 2026 #noponte #nowar Oggi mercoledì 24 giugno alle ore 17,30 in Piazza Valsesia – Villa San Giovanni (Reggio Calabria), Talk Dalle Grandi Opere alle #Guerre, con Ruggero Marra (Assessore Comune Villa S. Giovanni), Antonio Mazzeo (attivista NoWar) e Peppe Marra (Movimento #NoPonte). Modera Elisa Barresi (LaC News).
June 24, 2026
Antonio Mazzeo
#war Basi Usa in Italia: continua il coinvolgimento nelle #guerre #sigonella #sicily Al di là dei proclami propagandistici di #Trump su un eventuale disinvestimento Usa nelle basi militari sul territorio italiano e le altrettanto propagandistiche affermazioni patriottiche di Meloni, rimangono strategiche le basi Usa sul territorio italiano per le attività militare statunitensi nello scacchiere dell'Asia occidentale ma anche dell'Africa.https://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/06/basi-usa-italia-continua-coinvolgimento
June 23, 2026
Antonio Mazzeo