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Terra, acqua e semi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau -------------------------------------------------------------------------------- Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare dalla giustizia sociale. Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei saperi e delle risorse comuni. Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le comunità di decidere del proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali. La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità sulle sementi. Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou, figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare. Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse fondamentali per produrre e vivere? È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni, denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno elaborato un proprio comunicato finale. A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano? È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà. Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della Convergenza. La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze, sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa l’Africa e dialoga con il mondo. Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono  essere inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle relazioni costruite dalle comunità. La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni, riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono dal basso. La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro. E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta, convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie? [Paola Demeo, Azione TerrAE, Coalizione per la transizione agroecologica formata da Acra, Cisv, Cospe, Deafal, Lvia, Mani Tese, Terra Nuova e Rete Semi Rurali] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Wild Coast non è una terra di conquista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra, acqua e semi proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
«Nos corps ne sont pas vos frontières»
Al Forum sociale mondiale2026, vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale. «I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del FSM che si è svolto a Cotonou, la capitale culturale del Benin, dal 4 all’8 agosto 2026. Leggi il Manifesto (eng e fra) Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità all’interno del Forum. Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un manifesto comune. Il Forum sociale mondiale 2026, dedicato alle crisi globali, alle disuguaglianze, alla giustizia sociale e ai rapporti di potere, ha organizzato i suoi lavori attorno a 15 assi tematici. Tra questi, «Migration, Transborder Governance & Universal Citizenship», dedicato alla libertà di insediamento, ai rifugiati climatici e ai diritti delle diaspore africane. Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole parlare. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista». Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano. È da qui che il manifesto mette in discussione lo sguardo eurocentrico con cui siamo abituati a guardare alle migrazioni. Uno sguardo che tende a partire dalle esigenze degli Stati europei – le frontiere da proteggere, i flussi da controllare, gli arrivi da gestire – e che spesso rappresenta le persone migranti soprattutto come vittime da soccorrere o proteggere. A Cotonou, invece, le persone con esperienza diretta delle migrazioni prendono la parola come soggetti politici: analizzano il sistema che produce la violenza delle frontiere, ne individuano le responsabilità e rivendicano il diritto a partecipare alle decisioni che determinano le loro vite. > «Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui > sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano > l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare > la necessità di una “gestione delle migrazioni”.» Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari, l’Unione europea ha progressivamente spostato il controllo della mobilità in Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo. Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide più con il territorio dell’Unione, ma si estende nei Paesi attraverso i quali le persone migranti cercano di passare, trasformandoli in luoghi di blocco, detenzione e respingimento. La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un «laboratorio privilegiato» di questo sistema, e nei confronti di Frontex, indicata come il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità umana. > «I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle > frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero > conseguenze giuridiche e politiche.» Ma il manifesto non costruisce una contrapposizione semplice tra un’Europa responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani. > «Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche > occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle > migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di > guadagno finanziario.» Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. Il documento cita inoltre i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e all’afrofobia in Sudafrica. Il sistema delle frontiere viene poi collegato alle condizioni economiche e politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali, distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse naturali, debito, politiche neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che alimentano povertà e disuguaglianze. Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria destinazione. Le richieste sono nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di «ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi internazionali assunti dagli Stati. Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute possano partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite. Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione. > «Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di > scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in > sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza > paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria > provenienza o appartenenza sociale.» Una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui si costruisce una gerarchia globale della mobilità. Il manifesto parla infatti di «apartheid globale della mobilità», nel quale il diritto di muoversi dipende dal luogo di nascita e dal passaporto. La libertà di circolazione viene inoltre letta in una prospettiva femminista, panafricanista e decoloniale: come possibilità di sottrarsi alla violenza, di rafforzare l’unità del continente africano e di mettere in discussione una gerarchia globale della mobilità che affonda le proprie radici nella storia coloniale. Il manifesto ricorda infine le pratiche attraverso cui le persone in movimento e le loro reti esercitano questa libertà nonostante le barriere: attraversare le frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali, condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio razzista. È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire la lotta. Il testo si chiude con parole che condensano la sua denuncia: > «La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli > di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere > colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre > monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.» E poi: > «I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa. > Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa. > La nostra esistenza non è il nemico dell’America.» Fino all’ultima frase: > «Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre > tombe.» Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una gestione diversa delle migrazioni, ma mette in discussione il sistema stesso attraverso cui le frontiere vengono costruite e utilizzate per decidere chi può muoversi e chi deve essere fermato. > Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere. 1. Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri contesti. Tra le organizzazioni africane che hanno sottoscritto il documento ci sono Alarme Phone Sahara, Association Malienne des Expulsés, Association Marocaine des droits humains, Association Togolaise des Expulsés, Boza Fii, Refugees in Libya, Southern Africa Migration Network, Un Monde Avenir e diverse realtà impegnate specificamente sul protagonismo e sui diritti delle donne, tra cui Advocates Female Migrants Initiative e Female Returned Migrant Network (Nigeria), Association des Mères des Disparus en Tunisie, Groupe solidarité des groupements féminins au Togo e SOSAPROFEM (Senegal). ↩︎
Il mondo visto da Cotonou
IN AGOSTO, A COTONOU, BENIN, SI SVOLGE IL FORUM SOCIALE MONDIALE. SI ATTENDE LA PARTECIPAZIONE DI MOVIMENTI SOCIALI E POPOLARI DI TUTTO IL MONDO. IN VISTA DEL FORUM, LA CONVERGENZA GLOBALE DELLE LOTTE PER LA TERRA E L’ACQUA PROMUOVE (DAL 19 LUGLIO) LA CAROVANA DELL’AFRICA OCCIDENTALE: L’OBIETTIVO, DICONO I PROMOTORI, È RADICARE I MOVIMENTI LOCALI DI RESISTENZA ALL’INTERNO DI UN PROCESSO DI TRASFORMAZIONE CONTINENTALE. NEL PAESE OGGI NOTO PER IL MERCATO DANTOKPA DI COTONOU, UNO DEI PIÙ GRANDI AL MONDO CON I SUOI VENTI ETTARI E OLTRE 1 MILIONE DI VISITATORI AL GIORNO, DURANTE IL FORUM RISUONERÀ FORTE – MA NON TUTTI SANNO RICONOSCERLO – IL GRIDO PROVENIENTE DALLA STORIA E DALLA DIGNITÀ DEGLI OPPRESSI: QUESTO ANGOLO DEL MONDO TRA IL XVII E IL XIX SECOLO È STATO UNO DEI PRINCIPALI CENTRI NEVRALGICI DELLA TRATTA TRANSATLANTICA DEGLI SCHIAVI GESTITA DALLE POTENZE EUROPEE. IL MONDO HA TANTO DA IMPARARE DAI MOVIMENTI AFRICANI SU COME RESISTERE -------------------------------------------------------------------------------- L’Africa con i suoi movimenti sociali e la società civile accoglie il ritorno del Forum Sociale Mondiale (FSM) in Benin. Questa 17ª edizione del Forum Sociale Mondiale nel continente non è né una coincidenza né una semplice questione di rotazione geografica: riflette una comprensione strategica delle dinamiche di lotta, resistenza e delle proposte alternative avanzate dalle comunità dell’Africa. L’Africa occidentale che ospita il FSM è una regione in cui le popolazioni, spesso confrontate con sfide come l’accaparramento delle terre, gli effetti del cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’estrazione di petrolio e gas, i conflitti armati e non armati e le riforme imposte dall’esterno, hanno trovato soluzioni radicate nel sapere delle popolazioni locali, nella solidarietà comunitaria e nella difesa del diritto collettivo alle risorse naturali. Il Benin è stato scelto per ospitare il Forum a nome di tutta l’Africa. Questo Paese si distingue per la sua gloriosa storia come territorio dell’ex Regno del Dahomey, culla delle Amazzoni e luogo di dolorosa memoria legata alla tratta degli schiavi, nonché per la sua vitalità contemporanea. Si trova inoltre al crocevia tra la spiritualità vudù e la cultura panafrican. Oggi rappresenta un luogo di ritorno e di riconnessione per le persone di origine africana che cercano giustizia storica e il recupero della propria identità. È il quinto FSM che sarà ospitato dal continente Africano dopo il Mali a Bamako nel 2006, a Nairobi in Kenya nel 2007, a Dakar in Senegal nel 2011 e a Tunisi in Tunisia nel 2013 e 2015. Questa scelta è stata resa possibile grazie alla Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLTE-OA), che ha svolto un ruolo catalizzatore in questo processo presentando la candidatura del continente al Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Tale candidatura è stata ulteriormente rafforzata dalla forte mobilitazione della società civile beninese, che ha lavorato a stretto contatto con piattaforme africane, reti internazionali e movimenti sociali in cinque continenti. L’impegno è stato inoltre riconosciuto dal governo beninese, che ha espresso la propria disponibilità a sostenere l’organizzazione dell’evento. Si attende la partecipazione di movimenti sociali e popolari di tutto il mondo, di organizzazioni della società civile, dei movimenti sindacali culturali. I movimenti sociali italiani, le associazioni, le ong e la società civile hanno sempre avuto un ruolo importante nello scambio e nella cooperazione con l’Africa. In questo è molto importante anche il confronto con il piano Mattei lanciato dal governo italiano a detta di molte ONG italiane e africane non sembra sia realmente un supporto alla vita e all’economia africana ma soprattutto un progetto finanziario imprenditoriale con poche reali ricadute sulla società civile Africana. La Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLE-OA) è impegnata nella mobilitazione comunitaria in difesa dei diritti delle comunità. Per la quinta volta consecutiva, organizza la Carovana dell’Africa Occidentale dal 19 luglio al 9 agosto 2026. Convinti che solo attraverso la mobilitazione dei diritti delle comunità su terra, acqua, sementi tradizionali e tutte le risorse naturali e i beni comuni queste lotte possano raggiungere risultati concreti, le organizzazioni, i movimenti e i difensori dei diritti umani mantengono vivo il loro spirito di lotta. Quest’anno, la Carovana mira a rafforzare le comunità africane nella loro lotta per un accesso equo e sostenibile alle risorse naturali, a garantire una partecipazione massiccia al Forum di Cotonou 2026 e a condividere le esperienze dei dieci anni di storia della Carovana dell’Africa Occidentale, un vero modello di mobilitazione popolare e di educazione civica e attivista. Questa quinta edizione comprende due assi: “L’asse del Sahel” (Mauritania, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger), che inizia in Senegal, passa per il Mali, il Burkina Faso e il Togo, e termina a Cotonou, in Benin; “L’asse costiero” (Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Togo), che parte dalla Guinea, attraversa la Costa d’Avorio, il Ghana e il Togo, dove si unirà all’asse saheliano per viaggiare insieme verso Cotonou. La novità di questa edizione è che al suo arrivo si unirà la carovana dell’Africa Centrale (Gabon, Repubblica Centrafricana, RDC, Congo, Camerun, Ciad), che partirà dal Camerun per Cotonou via Nigeria. Queste due carovane di movimenti sociali saranno accolte dalla carovana nazionale del Benin. Con la partecipazione di delegazioni del Nord Africa, la Carovana dell’Africa Occidentale 2026 fa parte dello sforzo di mobilitazione sociale per il 17° Forum Sociale Mondiale, previsto in Benin, Africa, dal 4 all’8 agosto 2026 – da cui il nome “In cammino verso il FSM Cotonou 2026”. Questa edizione segna il 10° anniversario della Carovana dell’Africa Occidentale e ha un duplice scopo: radicare i movimenti di resistenza locali all’interno di un processo di trasformazione continentale e amplificare il loro impatto attraverso una presenza attiva al FSM Cotonou 2026, come forza trainante di questa edizione del Forum. Questa edizione mira quindi a continuare a rafforzare le lotte locali e le innovazioni guidate dai cittadini riguardo alle alternative alla pressione sulle risorse naturali da un lato e, dall’altro, a sostenere la creazione di ponti di dialogo tra autorità locali, comunità, ricercatori e decisori politici per sviluppare risposte locali e regionali adattate alle sfide del momento. -------------------------------------------------------------------------------- Informazioni www.fsm2026benin.org. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo visto da Cotonou proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
RADIO KALAKUTA 13/04/2026
Playlist: MANU BIBANGO-AFRICA BOOGIE KOFFI OTTYTANA BEBLI-DOKA VEWONYI DD-AGBEMENYAWO GEGROIRE LAWANI-HABE YTA JOURIAS-ADOME NYUETO TIDIANE KONE’ & ORCHESTRE POLYRITHMO -DJANFA MAGNI HONORE’ AVOLONTO & ORCHESTRE POLYRYTHMO-TI NIN LON PICOBY BAND D’ABOMEY-MI MA KPE DJI PIERRE ANTOINE-KALABULEY WOMAN THE SAHARA ALL STARS-TAKE YOUR SOUL TUNJI OYELANA-OLOTI WILLIAM ONYEABOR-BODY AND SOUL SGUN BUCKNOR-TOU KILLING ME THE MARTINS BROTHERS DANCE BAND-OCHONMA GASPAR LAWAL-AWON OJISE OLUWA TONY ALLEN & AFRICA 70-PROGRESS
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
RADIO KALAKUTA 13/04/2026
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RADIO KALAKUTA 13/04/2026
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April 17, 2026
Radio Blackout
[radio africa] Radio Africa: Benin, Gibuti, Sudan
Benin: il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Romuald Wadagni, candidato di maggioranza e grande favorito alle elezioni, è stato eletto presidente con il 94,05% dei voti. Romuald Wadagni succede a Patrice Talon, che si dimette dopo due mandati quinquennali, in conformità con la Costituzione. Durante il suo mandato, il Benin ha vissuto un boom economico, ma anche un aumento dell’insorgenza jihadista nel nord e una stretta sulle libertà civili. La maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e la crescita economica non è stata accompagnata da una redistribuzione del reddito. Gibuti: Il presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, è stato rieletto, come prevedibile, con il 97,81% dei voti per un sesto mandato, dopo oltre 25 anni al potere, il capo dello Stato è stato riconfermato. Alla guida del Paese dal 1999, Guelleh ha saputo sfruttare con successo la sua posizione geografica strategica – affacciata sullo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita gran parte degli scambi commerciali tra Asia e Occidente – in un Corno d'Africa altrimenti travagliato e teatro di lotte per l'influenza straniera. Sudan: il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno, una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce in un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto. Dopo tre anni lo scenario più probabile è quello di una guerra di logoramento senza vincitori, con la progressiva stabilizzazione di due entità parallele. Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa, in questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime più accreditate. 
April 15, 2026
Radio Onda Rossa
Radio Africa: Benin, Guinea-Bissau, Sudan
Benin: cronaca di un golpe fallito. Il tentato golpe in Benin è stato sventato dall’intervento della Nigeria, che ha attivato il sistema di sostegno dell’Ecowas. Il presidente Talon rimane in sella, nonostante la sua riforma, approvata a novembre, che ha scontentato molti mentre i responsabili del golpe sono fuggiti, sembra in Togo. Il Benin è un nodo strategico del golfo di Guinea e i suoi porti sono fondamentali per i paesi del Sahel. Guinea-Bissau: lo strano golpe post elettorale. Il colpo di stato in Guinea Bissau rivela manovre politiche contro l’opposizione che rischiava di vincere le elezioni; il vero elefante nella stanza è il narcotraffico, che condiziona da anni la vita politica ed economica del paese. Sudan: guerra senza fine. Continuano i massacri in Sudan; nuove rivelazioni sulla strage di El Fasher, mentre si scoprono le ingerenze straniere nel conflitto, tra richieste di basi navali da parte della Russia e invio di armi alle RSF dagli Emirati Arabi Uniti.
December 10, 2025
Radio Onda Rossa