Terra, acqua e semi
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Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau
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Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla
Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha
mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle
organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali
organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti
sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in
relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le
sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare
dalla giustizia sociale.
Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata
nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa
occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli
spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme
solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione
comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti
dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal
riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento
dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori
si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei
saperi e delle risorse comuni.
Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che
terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni
della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le
comunità di decidere del proprio futuro.
Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli
agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a
esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono
realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa
investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di
commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di
produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno
avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di
pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali.
La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è
tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi
produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità
sulle sementi.
Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou,
figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in
Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie
sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input
agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità
dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa
difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare.
Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano
la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di
proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi
sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi
tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse
fondamentali per produrre e vivere?
È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e
geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito
definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi
africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando
dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni,
denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di
sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di
negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei
rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno
elaborato un proprio comunicato finale.
A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di
decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi
stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse
pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano?
È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della
cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono
inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei
territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti
non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire
relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà.
Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della
Convergenza.
La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare
uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze,
sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha
permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa
l’Africa e dialoga con il mondo.
Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono essere
inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle
relazioni costruite dalle comunità.
La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze
o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire
relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni,
riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono
dal basso.
La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci
anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i
movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di
affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla
giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro.
E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali
italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle
come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta,
convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie?
[Paola Demeo, Azione TerrAE,
Coalizione per la transizione agroecologica
formata da Acra, Cisv, Cospe, Deafal, Lvia, Mani Tese, Terra Nuova
e Rete Semi Rurali]
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