La frontiera invisibile dell’Europa passa dal deserto

Progetto Melting Pot Europa - Friday, August 21, 2026

Quando si parla di esternalizzazione delle frontiere europee, il pensiero corre al Mediterraneo. Ma prima ancora del mare, esiste un altro luogo da attraversare, altrettanto vasto ma meno raccontato: il deserto del Sahara.

Qui, migliaia di persone perdono la vita ogni anno, nel tentativo di raggiungere i paesi del nord Africa da cui poi cercheranno di attraversare il mare.

Se il Mediterraneo centrale è descritto come un cimitero liquido, il deserto è un cimitero di sabbia che ricopre in poche ore i corpi di esseri umani condannati a morte perché resi colpevoli di un movimento che li spinge a viaggiare nascosti ed intraprendere le rotte più pericolose. Per le persone di origine sub sahariana, visa e aerei, che renderebbero i tragitti sicuri, sono spesso negati.

Questi esseri umani diventano merce in viaggio: sono venduti e comprati, respinti, arrestati e impiegano spesso molti anni per arrivare a destinazione. O non arrivano mai.

Il Mediterraneo è diventato il simbolo del sistema confinario europeo, il deserto rappresenta il suo retroterra nascosto, in cui la politica del respingimento produce quotidianamente morti, sparizioni e violazioni dei diritti umani lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.

Questo è uno dei grandi risultati dell’esternalizzazione delle frontiere: la possibilità di rendere invisibili migliaia di esseri umani fino a farli scomparire. 

PH: APS

Per capire cosa accada nel deserto,  bisogna conoscere Alarm Phone Sahara, una rete di soccorso e monitoraggio dei diritti umani che opera lungo il deserto, nella zona del Sahel Sahara al confine tra Niger, Algeria , Libia. 

Il fondatore e responsabile è Moctar Dan Yaye. È lui che ce la racconta in un’intervista di cui riportiamo di seguito gli elementi salienti.

L’associazione nasce in un momento preciso della storia delle politiche migratorie europee. Dopo il Vertice della Valletta del 2015, il Niger diventa un “laboratorio” dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea.

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Agadez, storicamente nodo commerciale e crocevia della mobilità nell’Africa occidentale, si trasforma progressivamente in un punto strategico per il controllo delle migrazioni 1.

Agadez  è una città in cui il deserto ha preso forma: le case hanno il colore della sabbia, i minareti indicano cielo ed orizzonte come dita d’argilla e le connection house – luoghi che brulicano come formicai, spazi di transito o attesa di migliaia di esseri umani- sono moltissime.

«Alarm Phone Sahara è un’iniziativa nata per portare assistenza e soccorso alle persone in movimento che attraversano il deserto e per documentare gli abusi e le violazioni dei diritti che avvengono lungo le rotte migratorie», racconta Moctar Dan Yaye.

È nata così questa associazione, quasi dieci anni fa e, nonostante il tempo trascorso, il suo fondatore ne rinnova uno degli intenti: «Vogliamo denunciare a livello internazionale ciò che accade in questa parte isolata del mondo».

Il lavoro dell’associazione, dunque, va oltre il soccorso immediato. «Documentare ciò che accade nel Sahara significa rompere il silenzio su una frontiera che continua a rimanere invisibile». 

È proprio contro questa invisibilità che Alarme Phone Sahara opera ogni giorno, costruendo una rete di solidarietà che attraversa il deserto e ricordando che la libertà di movimento e il diritto alla vita non possono essere subordinati alle logiche del controllo delle frontiere.

«All’inizio pensavamo che bastasse una linea telefonica. Poi abbiamo capito che molte persone, pur essendo in pericolo, non avevano alcuna possibilità di chiamare. Così abbiamo costruito una rete di volontari che si chiamano “lanceurs d’alerte” 2» racconta Moctar che partecipa alle operazioni in prima linea.

«Quando trovano persone in difficoltà prestano il primo soccorso e contattano il coordinamento per organizzare le operazioni di salvataggio.» 

«Già dal 2017 abbiamo istituito il centro di coordinamento ad Agadez, dove la linea è attiva e risponde. E molte persone impegnate nell’iniziativa rispondono in un modo o nell’altro. Anche il mio numero fa parte di questa linea di assistenza visto che personalmente, gestisco le piattaforme dei social network, in particolare Facebook, WhatsApp e altre. Quindi, spesso, è proprio attraverso questi canali che le persone ci contattano. Inoltre, cerco anche allertare il centro di coordinamento presso la sede centrale di Agadez per organizzare i soccorsi».

PH: APS

Moctar spiega che per comprendere il lavoro di APS, è necessario capire cosa accada in Niger:

«A partire dal 2015 il Paese è diventato un punto strategico per l’Unione europea per controllare e bloccare le persone dirette verso il nord dell’Africa», spiega. «Da quel momento ci siamo chiesti come attirare l’attenzione pubblica sui pericoli di questa esternalizzazione delle frontiere europee nel nostro continente.»

L’ispirazione è arrivata da Alarm Phone Watch the Med, la rete telefonica nata per assistere le persone in difficoltà nel Mediterraneo. Ma nel Sahara le condizioni sono completamente diverse, non solo perché le distanze sono immense, ma perché la copertura telefonica è spesso inesistente e chi si trova in difficoltà non sempre riesce a lanciare una richiesta di aiuto.

Per questo Alarme Phone Sahara si è costruita come una rete diffusa di persone presenti sul territorio: ex trasportatori, ex cokseurs (che Moctar chiama anche “mediatori di viaggio”), abitanti delle regioni desertiche e migranti stabilitisi in Niger che pattugliano le piste, individuano le persone abbandonate e attivano i soccorsi.

«La migrazione in quest’area è vitale. È grazie ad essa che le persone in tutta l’Africa, in particolare in questa zona dove è proprio la mobilità a garantire il sostentamento, riescono a sopravvivere. Sono quindi queste persone che effettuano pattugliamenti o, spesso, nel corso delle loro attività quotidiane, quando vedono persone in difficoltà, cercano di prestare loro i primi soccorsi, oppure tentano di contattare o raggiungere il centro di coordinamento in grado di organizzare missioni di soccorso». 

L’associazione, tuttavia, per lungo tempo ha avuto l’obbligo di confrontarsi con una legge che ne ha reso complesso il funzionamento. 

Persone in marcia nel deserto da “Point Zéro” ad Assamaka, 18 marzo 2026 – PH: APS

«La legge nazionale n. 2015-36, introdotta in Niger nel 2015 nel quadro delle politiche di contrasto al traffico di migranti, ha cambiato radicalmente il contesto del movimento all’interno del Paese» 3.

Trasportatori e intermediari che fino ad allora avevano operato legalmente come soggetti responsabili di facilitare la mobilità nel nord del Niger, sono stati improvvisamente assimilati ai trafficanti di esseri umani, smugglers.

La legge, concepita formalmente come dispositivo di contrasto alla traffico di esseri umani, ha rovesciato nella sua applicazione la propria funzione dichiarata, colpendo, tra l’altro, i soggetti che cercava di proteggere: coloro che tentavano di raggiungere i paesi del Nord Africa.

«In effetti, ha reso più complesso il loro movimento causandone l’aumento delle sparizioni nel deserto» 4.

Peraltro, la legge ha avuto un effetto perverso: «non fermare le migrazioni, ma renderle più pericolose, perché, come accade in mare o in qualunque altra frontiera, per evitare i controlli, i percorsi si sono spostati sempre più all’interno del deserto generando l’aumento delle persone disperse».

Per gli operatori dell’associazione la legge ha rappresentato anche una minaccia costante.

PH: APS

«Noi, in quanto persone che cercavano di assistere o soccorrere, potevamo essere considerati come facilitatori della migrazione irregolare e quindi perseguibili dal punto di vista penale…  la legge è rimasta per anni come una spada sospesa sopra le nostre teste. Non sapevamo mai in quale momento il nostro lavoro di assistenza potesse essere interpretato come favoreggiamento della migrazione irregolare.

Abbiamo continuato a denunciare questa legge, non solo come Alarm Phone Sahara, ma anche insieme a molti altri attori, in particolare gli ex fornitori di servizi migratori – gli ex trasportatori, i cokseurs e la popolazione in generale: tutti denunciavano questa legge liberticida che violava la libertà di circolazione delle persone nel proprio spazio e ostacolava l’economia della regione».

Ma non solo: Moctar spiega l’esistenza di un conflitto legale tra la legge nazionale n. 2015-36 e il protocollo sulla libera circolazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), un’area composta da 16 paesi che promuove la libertà di circolazione per i cittadini di tali Stati sin dal 1979 e a cui il Niger aderisce.

«Ecco perché questa legge è stata denunciata da tutti. Noi abbiamo presentato una denuncia presso la Corte della CEDEAO contro la sua attuazione».

Nel novembre 2023, la normativa viene finalmente abrogata. Una decisione che, per Moctar, rappresenta prima di tutto un sollievo 5.

«La sua abrogazione ci ha liberati. Centinaia di persone detenute in nome della sua applicazione sono state rilasciate e la mobilità attraverso il Niger è tornata ad essere meno rischiosa». 

Ma la pressione sulle persone migranti non è diminuita.

Negli ultimi anni Alarm Phone Sahara ha documentato un aumento dei respingimenti collettivi dall’Algeria, dalla Libia e dalla Tunisia verso il Niger.

Migliaia di persone vengono deportate fino alle zone di confine e abbandonate nel deserto, spesso a chilometri dal primo centro abitato. Esseri umani destinati alla morte, ricoperti da uno strato di sabbia. Corpi invisibili, lutti che non si possono elaborare. 

«Queste persone vengono lasciate in pieno deserto, al cosiddetto “punto zero”, a circa quindici chilometri dal primo villaggio del Niger, Assamaka. È anche lì che organizziamo gli interventi di soccorso.»

“Punto zero” (o “point zero”) è il nome informale con cui si indica il luogo nel deserto, al confine tra Algeria e Niger. Le persone migranti, scaricate lì dai convogli militari algerini, devono percorrere a piedi l’ultimo tratto nel deserto per raggiungere il Niger, spesso senza acqua, cibo o assistenza 6.

PH: APS

È un punto ben documentato da ONG che vi operano soccorso, perché il tragitto a piedi in quelle condizioni causa regolarmente morti per disidratazione, sfinimento o smarrimento.

Secondo quanto riportato nel report di APS, nel 2023 sono state espulse dall’Algeria verso il Niger almeno 26.031 persone.

Nel 2024 questo numero è salito a oltre 31.000, il più alto degli ultimi anni. Nell’aprile 2025 si è aperta una nuova crisi umanitaria, con almeno 4 persone uccise il 22 aprile per i maltrattamenti subiti durante l’espulsione.

Tra il 18 gennaio e il 17 maggio 2026, secondo le osservazioni del team di Alarme Phone Sahara ad Assamaka sono state almeno 14.602 le persone espulse dall’Algeria verso il Niger 7.

Sul piano politico, nell’aprile 2024, Tunisia, Algeria e Libia hanno lanciato una nuova alleanza volta a reprimere l’arrivo di persone sulle rotte trans sahariane, in coordinamento con attori europei; parallelamente, dal gennaio 2025 anche l’Italia ha siglato un nuovo accordo di cooperazione di polizia con l’Algeria 8.

Tutto ciò ha favorito i “movimenti di ritorno” di persone che, dalle coste nord africane sono regolarmente respinte: dal mare alle coste, dalle coste alle frontiere e da li verso i deserti.

È in questa cornice che si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 17 giugno 2026.

Per Moctar Dan Yaye «si inserisce nella volontà dell’Europa di trasformarsi sempre più in una fortezza. L’obiettivo è impedire alle persone di arrivare in Europa, trasferendo il controllo delle frontiere ai Paesi terzi.» E per Moctar, questo patto rinforza una tendenza già in atto: rendere il deserto e la frontiera nigerina una delle principali aree di sperimentazione delle politiche europee di contenimento delle migrazioni.

Con il patto europeo, paesi come il Niger rischiano di essere trasformati definitivamente in hub dove bloccare, identificare e trattenere le persone, annientando così qualunque loro tentativo di raggiungere il territorio europeo.

È così che l’UE usa il deserto per seppellire le persone subsahariane che cercano di raggiungerla.

  1. Radio Melting Pot: Agadez, Niger. La porta (blindata) del deserto. La trasmissione del mese di ottobre 2022 (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎
  2. Letteralmente lanciatori d’allarme ↩︎
  3. Niger: ricorso contro la legge che criminalizza il traffico dei migranti. La Corte di giustizia dell’ECOWAS chiamata a giudicarne la legittimità (Asgi, settembre 2022) ↩︎
  4. Le morti taciute nel deserto: come il Niger è diventato la frontiera più esterna dell’UE. Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎
  5. «Le richieste della popolazione nigerina vanno ascoltate». Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, settembre 2023) ↩︎
  6. Il Niger: analisi di un «confine umanitario». Intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎
  7. Gennaio–maggio 2026: le espulsioni di massa dall’Algeria verso il Niger continuano su larga scala, APS (maggio 2026) ↩︎
  8. Si tratta del protocollo Pisani-Badaoui il cui testo integrale non è pubblicato, né dal Ministero dell’Interno italiano né dalla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale algerina (DGSN). Questo perché un decreto del Ministero dell’Interno del marzo 2022 ha escluso dal diritto di accesso civico gli accordi tecnici di cooperazione internazionale di polizia su frontiere e immigrazione, un divieto assoluto confermato dal Consiglio di Stato nel novembre 2023 (Altreconomia, 1 febbraio 2024) ↩︎