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[radio africa] Radio Africa: Niger, Tunisia, Zambia
Niger: il tentato colpo di stato in Niger nella notte fra il 28e 29 agosto mette in luce le divisioni all’interno dell’esercito e la debolezza della giunta di Tiani, salito al potere con grandi promesse di sviluppo per il paese e garanzie di sicurezza. Il tentativo di golpe è stato respinto con l’aiuto dei paramilitari russi dell’Africa Corp e con il sostegno dell’Algeria, ma i protagonisti di questa vicenda sono anche i vecchi padroni francesi che guardano con nostalgia ai tempi in cui gestivano l’uranio nigerino. Tunisia: Il 20 agosto, diverse centinaia di persone hanno manifestato nel centro di Tunisi per denunciare quella che definiscono l'inazione del presidente Kaïs Saïed. La carenza di acqua potabile e i blackout sono aggravati dall'ondata di calore, che sta colpendo anche altre parti del mondo. I manifestanti hanno anche chiesto il rilascio dei "prigionieri politici". Dalla presa di potere del presidente Kaïs Saïed il 25 luglio 2021, che gli ha conferito ampi poteri, le ONG locali e internazionali hanno denunciato un declino dei diritti e delle libertà nel paese che è stato la culla della Primavera araba nel 2011. Decine di membri dell'opposizione e attivisti della società civile sono sotto processo in base a un decreto presidenziale ufficialmente volto a combattere le "fake news", ma soggetto a un'interpretazione molto ampia, denunciata dai difensori dei diritti umani. Zambia: Il 13 agosto, in Zambia si sono tenute le elezioni generali. Il presidente Hichilema si candidava per un secondo mandato, contro un movimento di opposizione guidato dal leader del Partito Nazionale di Riconciliazione per l'Unità e la Prosperità, Brian Mundubile. Il giorno dopo le elezioni, le forze di sicurezza governative hanno fatto irruzione nella residenza di Mundubile e arrestato quattro membri del partito, accusandoli di pianificare un'insurrezione. Mentre i voti venivano scrutinati, Mundubile ha rivendicato la vittoria. Poi, la commissione elettorale ha sospeso lo spoglio per sei ore a causa di segnalazioni di violenza. Poco dopo, Hichilema è stato dichiarato vincitore, con il 60% dei voti. Lo Zambia è uno dei principali produttori di rame al mondo Le attività legate al rame costituiscono circa il 15 per cento del PIL, e il 70 per cento delle esportazioni.
September 2, 2026
Radio Onda Rossa
Niger. Sventato il colpo di stato
Nella notte tra il 28 e il 29 agosto, reparti delle forze armate provenienti da fuori la capitale hanno attaccato alcuni dei principali centri strategici di Niamey, dalla Base aerea 101 all’area del palazzo presidenziale, in quello che era apparso come un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. […] L'articolo Niger. Sventato il colpo di stato su Contropiano.
August 31, 2026
Contropiano
Settecento giorni di protesta ad Agadez (Niger)
Ha compiuto 700 giorni il 23 agosto la protesta non violenta delle persone rifugiate al “Centro Umanitario” di Agadez, Niger. E sono passati quasi due anni da quando documentavamo per la prima volta le condizioni della struttura, finanziata con fondi pubblici italiani ed europei 1. Interviste BLOCCATI IN NIGER: IL GRIDO INASCOLTATO DEI RIFUGIATI DA UN CAMPO FINANZIATO DA ITALIA E UE Intervista ad alcuni residenti del “Centro umanitario” di Agadez sulla protesta in corso da due mesi Laura Morreale 28 Novembre 2024 Da allora, la protesta non si è mai fermata: il collettivo Refugees in Niger continua a manifestare quotidianamente e a denunciare la propria condizione attraverso i corpi, le immagini e le parole dei residenti del Centro. Donne, uomini e bambini che hanno trascorso mesi, spesso anni, in un limbo giuridico e in una struttura isolata, dove immaginare un futuro diverso diventa quasi impossibile. Sono persone fuggite dalle atrocità in Sudan o da altre aree di crisi, molte delle quali, secondo le loro testimonianze, sono state deportate illegalmente in Niger da Paesi nordafricani come Algeria, Libia e Tunisia. La protesta non viene semplicemente ignorata, né da UNHCR – a cui è affidata la gestione della struttura – né dalle autorità nigerine, che dovrebbero riconoscere a queste persone lo status di rifugiato e i relativi diritti. Da quando al Centro sono iniziate le mobilitazioni giornaliere, lunghi periodi di silenzio si alternano a comunicati ufficiali e visite istituzionali. In alcune occasioni, le autorità hanno cercato di rassicurare i rifugiati; in altre, la risposta è stata apertamente intimidatoria. PH: Refugees in Niger Il risultato, però, non è cambiato: le condizioni del campo restano critiche, i servizi ridotti o assenti, e la protesta ha ormai assunto la forma di un presidio permanente. Le ultime visite istituzionali risalgono al 7 e 8 agosto scorsi. La prima è stata quella della vice-rappresentante di UNHCR Niger. La sua presenza al Centro ha lasciato i rifugiati senza risposte sostanzialmente nuove. Ha riferito che sono in corso incontri con rappresentanti del governo per affrontare l’impasse dell’esame delle richieste di protezione da parte delle autorità nigerine, e ha ribadito che le opportunità di ricollocamento in Paesi terzi sono molto limitate. Rispetto alle denunce dei rifugiati sull’insufficienza degli aiuti alimentari, che da oltre un anno risentono di importanti tagli ai finanziamenti destinati ad Agadez, si è limitata a dire che l’agenzia non può assistere tutti e si concentra sulle persone vulnerabili. Secondo le informazioni più recenti raccolte dal Centro, sempre meno persone avrebbero accesso al sostegno alimentare; le razioni sarebbero progressivamente diminuite e i criteri di assegnazione sarebbero applicati in modo arbitrario, a volte escludendo anche persone vulnerabili, inclusi i bambini. Si tratta di accuse note da tempo, che richiederebbero una risposta più precisa e verificabile da parte dei responsabili della pianificazione e distribuzione degli aiuti. Nessuna speranza, inoltre, per quanto riguarda la riapertura del presidio medico: i rifugiati dovranno continuare a fare riferimento all’ospedale pubblico più vicino, distante circa sette chilometri dal Centro. Il giorno successivo è arrivata una seconda visita, non annunciata e non pubblicizzata, da parte di una rappresentante del governo nigerino. Secondo i rifugiati, si tratterebbe di Sidikou Ramatou Djermakoye Seyni, ministra della Popolazione e degli Affari Sociali. La visita aveva l’obiettivo di verificare le condizioni del Centro, con particolare attenzione alla situazione delle donne, che la ministra avrebbe dichiarato di avere particolarmente a cuore. Ma proprio durante la visita si sarebbe verificato l’ennesimo episodio repressivo nei confronti del racconto pubblico portato avanti dai rifugiati. Secondo le testimonianze raccolte, un uomo avrebbe impedito ai presenti di documentare l’incontro, controllando i loro telefoni e chiedendo di cancellare eventuali fotografie. Al termine della visita, la ministra sarebbe intervenuta spiegando che preferiva evitare la circolazione sui social media di immagini della giornata. In effetti, nessun canale ufficiale del governo ha reso pubblico l’incontro. Un operatore del Centro, incaricato della traduzione durante le visite istituzionali, avrebbe poi utilizzato toni aggressivi nei confronti dei rifugiati, rivolgendosi in particolare a uno di loro e facendogli intuire di essere sotto osservazione. L’uomo lo avrebbe avvertito delle conseguenze se avesse pubblicato immagini della visita, alludendo esplicitamente a un possibile arresto, mentre un altro uomo, funzionario del Centre Nationale d’Elegibilité (CNE) nigerino, avrebbe ripetuto più volte che loro rappresentano il governo e possono fare quello che vogliono. Lo scontro verbale, secondo i testimoni, si è verificato alla presenza di personale UNHCR, che non è però intervenuto. In un contesto che ha già visto, come documentato ampiamente, arresti e deportazioni di persone coinvolte nell’organizzazione della protesta, una minaccia di questo tipo assume un peso non indifferente. E non è la prima volta che rappresentanti del governo ricorrono a intimidazioni più o meno velate. Il punto della protesta è anche questo: dopo quasi due anni, a essere contestate non sono soltanto le condizioni materiali del Centro, ma soprattutto il rapporto tra le persone che vi abitano e le istituzioni incaricate di proteggerle. Non si può parlare di protezione internazionale quando manca la fiducia nella capacità e nella volontà di garantire dei diritti fondamentali. Se le uniche risposte possibili a chi solleva delle criticità sono la negligenza e la repressione, va messo in discussione l’intero impianto “umanitario” che permette a luoghi come il Centro di Agadez di continuare a esistere. Il clima di sopraffazione e di impunità che si respira ad Agadez è lo stesso di tanti altri luoghi di contenimento delle migrazioni, sparsi a varie latitudini. Luoghi che hanno tutti delle caratteristiche comuni: ridurre le persone in movimento a funzioni (di vittima o di minaccia), allontanarle dallo sguardo pubblico, privarle della loro capacità di agire e – quando invece la mostrano, contestando il sistema in cui sono inserite – reprimerle e isolarle. Il proliferare di campi profughi permanenti creati su richiesta europea, come quello di Agadez, lungo le rotte migratorie in Africa ha svuotato di senso il diritto di asilo, delegandolo a enti e paesi terzi che non sono in grado di offrire una protezione effettiva. 1. L’archivio di tutti i contenuti su questa vicenda sono consultabili sulla tag Agadez ↩︎
La frontiera invisibile dell’Europa passa dal deserto
Quando si parla di esternalizzazione delle frontiere europee, il pensiero corre al Mediterraneo. Ma prima ancora del mare, esiste un altro luogo da attraversare, altrettanto vasto ma meno raccontato: il deserto del Sahara. Qui, migliaia di persone perdono la vita ogni anno, nel tentativo di raggiungere i paesi del nord Africa da cui poi cercheranno di attraversare il mare. Se il Mediterraneo centrale è descritto come un cimitero liquido, il deserto è un cimitero di sabbia che ricopre in poche ore i corpi di esseri umani condannati a morte perché resi colpevoli di un movimento che li spinge a viaggiare nascosti ed intraprendere le rotte più pericolose. Per le persone di origine sub sahariana, visa e aerei, che renderebbero i tragitti sicuri, sono spesso negati. Questi esseri umani diventano merce in viaggio: sono venduti e comprati, respinti, arrestati e impiegano spesso molti anni per arrivare a destinazione. O non arrivano mai. Il Mediterraneo è diventato il simbolo del sistema confinario europeo, il deserto rappresenta il suo retroterra nascosto, in cui la politica del respingimento produce quotidianamente morti, sparizioni e violazioni dei diritti umani lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Questo è uno dei grandi risultati dell’esternalizzazione delle frontiere: la possibilità di rendere invisibili migliaia di esseri umani fino a farli scomparire.  PH: APS Per capire cosa accada nel deserto,  bisogna conoscere Alarm Phone Sahara, una rete di soccorso e monitoraggio dei diritti umani che opera lungo il deserto, nella zona del Sahel Sahara al confine tra Niger, Algeria , Libia.  Il fondatore e responsabile è Moctar Dan Yaye. È lui che ce la racconta in un’intervista di cui riportiamo di seguito gli elementi salienti. L’associazione nasce in un momento preciso della storia delle politiche migratorie europee. Dopo il Vertice della Valletta del 2015, il Niger diventa un “laboratorio” dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea. Le interviste di Radio Melting Pot Intervista a Moctar Dan Yaye di Alarme Phone Sahara Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:32:35 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:32:35 | Registrato il 20 Agosto 2026 Post produzione: Eva Bearzatti Agadez, storicamente nodo commerciale e crocevia della mobilità nell’Africa occidentale, si trasforma progressivamente in un punto strategico per il controllo delle migrazioni 1. Agadez  è una città in cui il deserto ha preso forma: le case hanno il colore della sabbia, i minareti indicano cielo ed orizzonte come dita d’argilla e le connection house – luoghi che brulicano come formicai, spazi di transito o attesa di migliaia di esseri umani- sono moltissime. «Alarm Phone Sahara è un’iniziativa nata per portare assistenza e soccorso alle persone in movimento che attraversano il deserto e per documentare gli abusi e le violazioni dei diritti che avvengono lungo le rotte migratorie», racconta Moctar. È nata così questa associazione, quasi dieci anni fa e, nonostante il tempo trascorso, il suo fondatore ne rinnova uno degli intenti: «Vogliamo denunciare a livello internazionale ciò che accade in questa parte isolata del mondo». Il lavoro dell’associazione, dunque, va oltre il soccorso immediato. «Documentare ciò che accade nel Sahara significa rompere il silenzio su una frontiera che continua a rimanere invisibile».  È proprio contro questa invisibilità che Alarme Phone Sahara opera ogni giorno, costruendo una rete di solidarietà che attraversa il deserto e ricordando che la libertà di movimento e il diritto alla vita non possono essere subordinati alle logiche del controllo delle frontiere. «All’inizio pensavamo che bastasse una linea telefonica. Poi abbiamo capito che molte persone, pur essendo in pericolo, non avevano alcuna possibilità di chiamare. Così abbiamo costruito una rete di volontari che si chiamano “lanceurs d’alerte” 2» racconta Moctar che partecipa alle operazioni in prima linea. > «Quando trovano persone in difficoltà prestano il primo soccorso e contattano > il coordinamento per organizzare le operazioni di salvataggio.»  «Già dal 2017 abbiamo istituito il centro di coordinamento ad Agadez, dove la linea è attiva e risponde. E molte persone impegnate nell’iniziativa rispondono in un modo o nell’altro. Anche il mio numero fa parte di questa linea di assistenza visto che personalmente, gestisco le piattaforme dei social network, in particolare Facebook, WhatsApp e altre. Quindi, spesso, è proprio attraverso questi canali che le persone ci contattano. Inoltre, cerco anche allertare il centro di coordinamento presso la sede centrale di Agadez per organizzare i soccorsi». PH: APS Moctar spiega che per comprendere il lavoro di APS, è necessario capire cosa accada in Niger: «A partire dal 2015 il Paese è diventato un punto strategico per l’Unione europea per controllare e bloccare le persone dirette verso il nord dell’Africa», spiega. «Da quel momento ci siamo chiesti come attirare l’attenzione pubblica sui pericoli di questa esternalizzazione delle frontiere europee nel nostro continente.» L’ispirazione è arrivata da Alarm Phone Watch the Med, la rete telefonica nata per assistere le persone in difficoltà nel Mediterraneo. Ma nel Sahara le condizioni sono completamente diverse, non solo perché le distanze sono immense, ma perché la copertura telefonica è spesso inesistente e chi si trova in difficoltà non sempre riesce a lanciare una richiesta di aiuto. Per questo Alarme Phone Sahara si è costruita come una rete diffusa di persone presenti sul territorio: ex trasportatori, ex cokseurs (che Moctar chiama anche “mediatori di viaggio”), abitanti delle regioni desertiche e migranti stabilitisi in Niger che pattugliano le piste, individuano le persone abbandonate e attivano i soccorsi. «La migrazione in quest’area è vitale. È grazie ad essa che le persone in tutta l’Africa, in particolare in questa zona dove è proprio la mobilità a garantire il sostentamento, riescono a sopravvivere. Sono quindi queste persone che effettuano pattugliamenti o, spesso, nel corso delle loro attività quotidiane, quando vedono persone in difficoltà, cercano di prestare loro i primi soccorsi, oppure tentano di contattare o raggiungere il centro di coordinamento in grado di organizzare missioni di soccorso».  L’associazione, tuttavia, per lungo tempo ha avuto l’obbligo di confrontarsi con una legge che ne ha reso complesso il funzionamento.  Persone in marcia nel deserto da “Point Zéro” ad Assamaka, 18 marzo 2026 – PH: APS «La legge nazionale n. 2015-36, introdotta in Niger nel 2015 nel quadro delle politiche di contrasto al traffico di migranti, ha cambiato radicalmente il contesto del movimento all’interno del Paese» 3. Trasportatori e intermediari che fino ad allora avevano operato legalmente come soggetti responsabili di facilitare la mobilità nel nord del Niger, sono stati improvvisamente assimilati ai trafficanti di esseri umani, smugglers. La legge, concepita formalmente come dispositivo di contrasto alla traffico di esseri umani, ha rovesciato nella sua applicazione la propria funzione dichiarata, colpendo, tra l’altro, i soggetti che cercava di proteggere: coloro che tentavano di raggiungere i paesi del Nord Africa. «In effetti, ha reso più complesso il loro movimento causandone l’aumento delle sparizioni nel deserto» 4. Peraltro, la legge ha avuto un effetto perverso: «non fermare le migrazioni, ma renderle più pericolose, perché, come accade in mare o in qualunque altra frontiera, per evitare i controlli, i percorsi si sono spostati sempre più all’interno del deserto generando l’aumento delle persone disperse». Per gli operatori dell’associazione la legge ha rappresentato anche una minaccia costante. PH: APS «Noi, in quanto persone che cercavano di assistere o soccorrere, potevamo essere considerati come facilitatori della migrazione irregolare e quindi perseguibili dal punto di vista penale…  la legge è rimasta per anni come una spada sospesa sopra le nostre teste. Non sapevamo mai in quale momento il nostro lavoro di assistenza potesse essere interpretato come favoreggiamento della migrazione irregolare. Abbiamo continuato a denunciare questa legge, non solo come Alarm Phone Sahara, ma anche insieme a molti altri attori, in particolare gli ex fornitori di servizi migratori – gli ex trasportatori, i cokseurs e la popolazione in generale: tutti denunciavano questa legge liberticida che violava la libertà di circolazione delle persone nel proprio spazio e ostacolava l’economia della regione». Ma non solo: Moctar spiega l’esistenza di un conflitto legale tra la legge nazionale n. 2015-36 e il protocollo sulla libera circolazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), un’area composta da 16 paesi che promuove la libertà di circolazione per i cittadini di tali Stati sin dal 1979 e a cui il Niger aderisce. «Ecco perché questa legge è stata denunciata da tutti. Noi abbiamo presentato una denuncia presso la Corte della CEDEAO contro la sua attuazione». Nel novembre 2023, la normativa viene finalmente abrogata. Una decisione che, per Moctar, rappresenta prima di tutto un sollievo 5. «La sua abrogazione ci ha liberati. Centinaia di persone detenute in nome della sua applicazione sono state rilasciate e la mobilità attraverso il Niger è tornata ad essere meno rischiosa».  Ma la pressione sulle persone migranti non è diminuita. Negli ultimi anni Alarm Phone Sahara ha documentato un aumento dei respingimenti collettivi dall’Algeria, dalla Libia e dalla Tunisia verso il Niger. Migliaia di persone vengono deportate fino alle zone di confine e abbandonate nel deserto, spesso a chilometri dal primo centro abitato. Esseri umani destinati alla morte, ricoperti da uno strato di sabbia. Corpi invisibili, lutti che non si possono elaborare.  «Queste persone vengono lasciate in pieno deserto, al cosiddetto “punto zero”, a circa quindici chilometri dal primo villaggio del Niger, Assamaka. È anche lì che organizziamo gli interventi di soccorso.» “Punto zero” (o “point zero”) è il nome informale con cui si indica il luogo nel deserto, al confine tra Algeria e Niger. Le persone migranti, scaricate lì dai convogli militari algerini, devono percorrere a piedi l’ultimo tratto nel deserto per raggiungere il Niger, spesso senza acqua, cibo o assistenza 6. PH: APS È un punto ben documentato da ONG che vi operano soccorso, perché il tragitto a piedi in quelle condizioni causa regolarmente morti per disidratazione, sfinimento o smarrimento. Secondo quanto riportato nel report di APS, nel 2023 sono state espulse dall’Algeria verso il Niger almeno 26.031 persone. Nel 2024 questo numero è salito a oltre 31.000, il più alto degli ultimi anni. Nell’aprile 2025 si è aperta una nuova crisi umanitaria, con almeno 4 persone uccise il 22 aprile per i maltrattamenti subiti durante l’espulsione. Tra il 18 gennaio e il 17 maggio 2026, secondo le osservazioni del team di Alarme Phone Sahara ad Assamaka sono state almeno 14.602 le persone espulse dall’Algeria verso il Niger 7. Sul piano politico, nell’aprile 2024, Tunisia, Algeria e Libia hanno lanciato una nuova alleanza volta a reprimere l’arrivo di persone sulle rotte trans sahariane, in coordinamento con attori europei; parallelamente, dal gennaio 2025 anche l’Italia ha siglato un nuovo accordo di cooperazione di polizia con l’Algeria 8. Tutto ciò ha favorito i “movimenti di ritorno” di persone che, dalle coste nord africane sono regolarmente respinte: dal mare alle coste, dalle coste alle frontiere e da li verso i deserti. È in questa cornice che si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 17 giugno 2026. Per Moctar Dan Yaye «si inserisce nella volontà dell’Europa di trasformarsi sempre più in una fortezza. L’obiettivo è impedire alle persone di arrivare in Europa, trasferendo il controllo delle frontiere ai Paesi terzi.» E per Moctar, questo patto rinforza una tendenza già in atto: rendere il deserto e la frontiera nigerina una delle principali aree di sperimentazione delle politiche europee di contenimento delle migrazioni. Con il patto europeo, paesi come il Niger rischiano di essere trasformati definitivamente in hub dove bloccare, identificare e trattenere le persone, annientando così qualunque loro tentativo di raggiungere il territorio europeo. È così che l’UE usa il deserto per seppellire le persone subsahariane che cercano di raggiungerla. 1. Radio Melting Pot: Agadez, Niger. La porta (blindata) del deserto. La trasmissione del mese di ottobre 2022 (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 2. Letteralmente lanciatori d’allarme ↩︎ 3. Niger: ricorso contro la legge che criminalizza il traffico dei migranti. La Corte di giustizia dell’ECOWAS chiamata a giudicarne la legittimità (Asgi, settembre 2022) ↩︎ 4. Le morti taciute nel deserto: come il Niger è diventato la frontiera più esterna dell’UE. Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 5. «Le richieste della popolazione nigerina vanno ascoltate». Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, settembre 2023) ↩︎ 6. Il Niger: analisi di un «confine umanitario». Intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 7. Gennaio–maggio 2026: le espulsioni di massa dall’Algeria verso il Niger continuano su larga scala, APS (maggio 2026) ↩︎ 8. Si tratta del protocollo Pisani-Badaoui il cui testo integrale non è pubblicato, né dal Ministero dell’Interno italiano né dalla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale algerina (DGSN). Questo perché un decreto del Ministero dell’Interno del marzo 2022 ha escluso dal diritto di accesso civico gli accordi tecnici di cooperazione internazionale di polizia su frontiere e immigrazione, un divieto assoluto confermato dal Consiglio di Stato nel novembre 2023 (Altreconomia, 1 febbraio 2024) ↩︎
[Semilla] Musica del Niger
Scaletta della puntata: - Tuareg Chant - Les Filles de Illighadad - Nigradan - Bammo Agonla & Tankari - Wodaabe Blues - Etran Finatawa - Diam Walla - Fatou Seidi Ghali e Alamnou Akrouni - Eliss Wan Anas Douban - Bombino - Alwane - Les Filles de Illighadad - Imigradan - Bombino - Ayo Nigla - Etran Finatawa - Iledeman - Takrist Nakal - Imidiwane - Boube - Niger - Zara Moussa - Je dois partir - Zara Moussa - Violence  
June 23, 2026
Radio Onda Rossa
I segni della lotta
di Mauro Armanino Dalle mani dei partigiani ai migranti del Sahel, dalle fabbriche agli sfollati delle guerre, le cicatrici lasciate dall’impegno per la dignità umana raccontano una storia che attraversa …
Io sono la guerra. Parola di rifugiata
di Mauro Armanino (ripreso da versiinvolo.blogspot.com) A Niamey, capitale del Niger, l’avevamo battezzato ‘ Gruppo del 20 giugno’. Data e nome non erano casuali. Ricordavano ai rifugiati e ai governanti che il 20 giugno era l’anniversario della Convenzione sui rifugiati adottata dall’ONU nel 1951. Si tratta di un accordo destinato a proteggere i diritti delle persone rifugiate e di coloro
Dio non è mica obbligato
di Mauro Armanino Tra bambini soldato, Tabaski e guerre dimenticate: il racconto di un’Africa in cui fede, violenza e sopravvivenza convivono sotto lo sguardo di un Dio che non promette …