La frontiera invisibile dell’Europa passa dal desertoQuando si parla di esternalizzazione delle frontiere europee, il pensiero corre
al Mediterraneo. Ma prima ancora del mare, esiste un altro luogo da
attraversare, altrettanto vasto ma meno raccontato: il deserto del Sahara.
Qui, migliaia di persone perdono la vita ogni anno, nel tentativo di raggiungere
i paesi del nord Africa da cui poi cercheranno di attraversare il mare.
Se il Mediterraneo centrale è descritto come un cimitero liquido, il deserto è
un cimitero di sabbia che ricopre in poche ore i corpi di esseri umani
condannati a morte perché resi colpevoli di un movimento che li spinge a
viaggiare nascosti ed intraprendere le rotte più pericolose.
Per le persone di origine sub sahariana, visa e aerei, che renderebbero i
tragitti sicuri, sono spesso negati.
Questi esseri umani diventano merce in viaggio: sono venduti e comprati,
respinti, arrestati e impiegano spesso molti anni per arrivare a destinazione. O
non arrivano mai.
Il Mediterraneo è diventato il simbolo del sistema confinario europeo, il
deserto rappresenta il suo retroterra nascosto, in cui la politica del
respingimento produce quotidianamente morti, sparizioni e violazioni dei diritti
umani lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.
Questo è uno dei grandi risultati dell’esternalizzazione delle frontiere: la
possibilità di rendere invisibili migliaia di esseri umani fino a farli
scomparire.
PH: APS
Per capire cosa accada nel deserto, bisogna conoscere Alarm Phone Sahara, una
rete di soccorso e monitoraggio dei diritti umani che opera lungo il deserto,
nella zona del Sahel Sahara al confine tra Niger, Algeria , Libia.
Il fondatore e responsabile è Moctar Dan Yaye. È lui che ce la racconta in
un’intervista di cui riportiamo di seguito gli elementi salienti.
L’associazione nasce in un momento preciso della storia delle politiche
migratorie europee. Dopo il Vertice della Valletta del 2015, il Niger diventa un
“laboratorio” dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea.
Le interviste di Radio Melting Pot
Intervista a Moctar Dan Yaye di Alarme Phone Sahara
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20 Agosto 2026
Post produzione: Eva Bearzatti
Agadez, storicamente nodo commerciale e crocevia della mobilità nell’Africa
occidentale, si trasforma progressivamente in un punto strategico per il
controllo delle migrazioni 1.
Agadez è una città in cui il deserto ha preso forma: le case hanno il colore
della sabbia, i minareti indicano cielo ed orizzonte come dita d’argilla e le
connection house – luoghi che brulicano come formicai, spazi di transito o
attesa di migliaia di esseri umani- sono moltissime.
«Alarm Phone Sahara è un’iniziativa nata per portare assistenza e soccorso alle
persone in movimento che attraversano il deserto e per documentare gli abusi e
le violazioni dei diritti che avvengono lungo le rotte migratorie», racconta
Moctar.
È nata così questa associazione, quasi dieci anni fa e, nonostante il tempo
trascorso, il suo fondatore ne rinnova uno degli intenti: «Vogliamo denunciare a
livello internazionale ciò che accade in questa parte isolata del mondo».
Il lavoro dell’associazione, dunque, va oltre il soccorso immediato.
«Documentare ciò che accade nel Sahara significa rompere il silenzio su una
frontiera che continua a rimanere invisibile».
È proprio contro questa invisibilità che Alarme Phone Sahara opera ogni giorno,
costruendo una rete di solidarietà che attraversa il deserto e ricordando che la
libertà di movimento e il diritto alla vita non possono essere subordinati alle
logiche del controllo delle frontiere.
«All’inizio pensavamo che bastasse una linea telefonica. Poi abbiamo capito che
molte persone, pur essendo in pericolo, non avevano alcuna possibilità di
chiamare. Così abbiamo costruito una rete di volontari che si chiamano “lanceurs
d’alerte” 2» racconta Moctar che partecipa alle operazioni in prima linea.
> «Quando trovano persone in difficoltà prestano il primo soccorso e contattano
> il coordinamento per organizzare le operazioni di salvataggio.»
«Già dal 2017 abbiamo istituito il centro di coordinamento ad Agadez, dove la
linea è attiva e risponde. E molte persone impegnate nell’iniziativa rispondono
in un modo o nell’altro. Anche il mio numero fa parte di questa linea di
assistenza visto che personalmente, gestisco le piattaforme dei social network,
in particolare Facebook, WhatsApp e altre. Quindi, spesso, è proprio attraverso
questi canali che le persone ci contattano. Inoltre, cerco anche allertare il
centro di coordinamento presso la sede centrale di Agadez per organizzare i
soccorsi».
PH: APS
Moctar spiega che per comprendere il lavoro di APS, è necessario capire cosa
accada in Niger:
«A partire dal 2015 il Paese è diventato un punto strategico per l’Unione
europea per controllare e bloccare le persone dirette verso il nord
dell’Africa», spiega. «Da quel momento ci siamo chiesti come attirare
l’attenzione pubblica sui pericoli di questa esternalizzazione delle frontiere
europee nel nostro continente.»
L’ispirazione è arrivata da Alarm Phone Watch the Med, la rete telefonica nata
per assistere le persone in difficoltà nel Mediterraneo. Ma nel Sahara le
condizioni sono completamente diverse, non solo perché le distanze sono immense,
ma perché la copertura telefonica è spesso inesistente e chi si trova in
difficoltà non sempre riesce a lanciare una richiesta di aiuto.
Per questo Alarme Phone Sahara si è costruita come una rete diffusa di persone
presenti sul territorio: ex trasportatori, ex cokseurs (che Moctar chiama anche
“mediatori di viaggio”), abitanti delle regioni desertiche e migranti
stabilitisi in Niger che pattugliano le piste, individuano le persone
abbandonate e attivano i soccorsi.
«La migrazione in quest’area è vitale. È grazie ad essa che le persone in tutta
l’Africa, in particolare in questa zona dove è proprio la mobilità a garantire
il sostentamento, riescono a sopravvivere. Sono quindi queste persone che
effettuano pattugliamenti o, spesso, nel corso delle loro attività quotidiane,
quando vedono persone in difficoltà, cercano di prestare loro i primi soccorsi,
oppure tentano di contattare o raggiungere il centro di coordinamento in grado
di organizzare missioni di soccorso».
L’associazione, tuttavia, per lungo tempo ha avuto l’obbligo di confrontarsi con
una legge che ne ha reso complesso il funzionamento.
Persone in marcia nel deserto da “Point Zéro” ad Assamaka, 18 marzo 2026 – PH:
APS
«La legge nazionale n. 2015-36, introdotta in Niger nel 2015 nel quadro delle
politiche di contrasto al traffico di migranti, ha cambiato radicalmente il
contesto del movimento all’interno del Paese» 3.
Trasportatori e intermediari che fino ad allora avevano operato legalmente come
soggetti responsabili di facilitare la mobilità nel nord del Niger, sono stati
improvvisamente assimilati ai trafficanti di esseri umani, smugglers.
La legge, concepita formalmente come dispositivo di contrasto alla traffico di
esseri umani, ha rovesciato nella sua applicazione la propria funzione
dichiarata, colpendo, tra l’altro, i soggetti che cercava di proteggere: coloro
che tentavano di raggiungere i paesi del Nord Africa.
«In effetti, ha reso più complesso il loro movimento causandone l’aumento delle
sparizioni nel deserto» 4.
Peraltro, la legge ha avuto un effetto perverso: «non fermare le migrazioni, ma
renderle più pericolose, perché, come accade in mare o in qualunque altra
frontiera, per evitare i controlli, i percorsi si sono spostati sempre più
all’interno del deserto generando l’aumento delle persone disperse».
Per gli operatori dell’associazione la legge ha rappresentato anche una minaccia
costante.
PH: APS
«Noi, in quanto persone che cercavano di assistere o soccorrere, potevamo essere
considerati come facilitatori della migrazione irregolare e quindi perseguibili
dal punto di vista penale… la legge è rimasta per anni come una spada sospesa
sopra le nostre teste. Non sapevamo mai in quale momento il nostro lavoro di
assistenza potesse essere interpretato come favoreggiamento della migrazione
irregolare.
Abbiamo continuato a denunciare questa legge, non solo come Alarm Phone Sahara,
ma anche insieme a molti altri attori, in particolare gli ex fornitori di
servizi migratori – gli ex trasportatori, i cokseurs e la popolazione in
generale: tutti denunciavano questa legge liberticida che violava la libertà di
circolazione delle persone nel proprio spazio e ostacolava l’economia della
regione».
Ma non solo: Moctar spiega l’esistenza di un conflitto legale tra la legge
nazionale n. 2015-36 e il protocollo sulla libera circolazione della Comunità
Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), un’area composta da 16
paesi che promuove la libertà di circolazione per i cittadini di tali Stati sin
dal 1979 e a cui il Niger aderisce.
«Ecco perché questa legge è stata denunciata da tutti. Noi abbiamo presentato
una denuncia presso la Corte della CEDEAO contro la sua attuazione».
Nel novembre 2023, la normativa viene finalmente abrogata. Una decisione che,
per Moctar, rappresenta prima di tutto un sollievo 5.
«La sua abrogazione ci ha liberati. Centinaia di persone detenute in nome della
sua applicazione sono state rilasciate e la mobilità attraverso il Niger è
tornata ad essere meno rischiosa».
Ma la pressione sulle persone migranti non è diminuita.
Negli ultimi anni Alarm Phone Sahara ha documentato un aumento dei respingimenti
collettivi dall’Algeria, dalla Libia e dalla Tunisia verso il Niger.
Migliaia di persone vengono deportate fino alle zone di confine e abbandonate
nel deserto, spesso a chilometri dal primo centro abitato. Esseri umani
destinati alla morte, ricoperti da uno strato di sabbia. Corpi invisibili, lutti
che non si possono elaborare.
«Queste persone vengono lasciate in pieno deserto, al cosiddetto “punto zero”, a
circa quindici chilometri dal primo villaggio del Niger, Assamaka. È anche lì
che organizziamo gli interventi di soccorso.»
“Punto zero” (o “point zero”) è il nome informale con cui si indica il luogo nel
deserto, al confine tra Algeria e Niger. Le persone migranti, scaricate lì dai
convogli militari algerini, devono percorrere a piedi l’ultimo tratto nel
deserto per raggiungere il Niger, spesso senza acqua, cibo o assistenza 6.
PH: APS
È un punto ben documentato da ONG che vi operano soccorso, perché il tragitto a
piedi in quelle condizioni causa regolarmente morti per disidratazione,
sfinimento o smarrimento.
Secondo quanto riportato nel report di APS, nel 2023 sono state espulse
dall’Algeria verso il Niger almeno 26.031 persone.
Nel 2024 questo numero è salito a oltre 31.000, il più alto degli ultimi anni.
Nell’aprile 2025 si è aperta una nuova crisi umanitaria, con almeno 4 persone
uccise il 22 aprile per i maltrattamenti subiti durante l’espulsione.
Tra il 18 gennaio e il 17 maggio 2026, secondo le osservazioni del team di
Alarme Phone Sahara ad Assamaka sono state almeno 14.602 le persone espulse
dall’Algeria verso il Niger 7.
Sul piano politico, nell’aprile 2024, Tunisia, Algeria e Libia hanno lanciato
una nuova alleanza volta a reprimere l’arrivo di persone sulle rotte trans
sahariane, in coordinamento con attori europei; parallelamente, dal gennaio 2025
anche l’Italia ha siglato un nuovo accordo di cooperazione di polizia con
l’Algeria 8.
Tutto ciò ha favorito i “movimenti di ritorno” di persone che, dalle coste nord
africane sono regolarmente respinte: dal mare alle coste, dalle coste alle
frontiere e da li verso i deserti.
È in questa cornice che si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e
l’asilo, entrato in vigore il 17 giugno 2026.
Per Moctar Dan Yaye «si inserisce nella volontà dell’Europa di trasformarsi
sempre più in una fortezza. L’obiettivo è impedire alle persone di arrivare in
Europa, trasferendo il controllo delle frontiere ai Paesi terzi.» E per Moctar,
questo patto rinforza una tendenza già in atto: rendere il deserto e la
frontiera nigerina una delle principali aree di sperimentazione delle politiche
europee di contenimento delle migrazioni.
Con il patto europeo, paesi come il Niger rischiano di essere trasformati
definitivamente in hub dove bloccare, identificare e trattenere le persone,
annientando così qualunque loro tentativo di raggiungere il territorio europeo.
È così che l’UE usa il deserto per seppellire le persone subsahariane che
cercano di raggiungerla.
1. Radio Melting Pot: Agadez, Niger. La porta (blindata) del deserto. La
trasmissione del mese di ottobre 2022 (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎
2. Letteralmente lanciatori d’allarme ↩︎
3. Niger: ricorso contro la legge che criminalizza il traffico dei migranti. La
Corte di giustizia dell’ECOWAS chiamata a giudicarne la legittimità (Asgi,
settembre 2022) ↩︎
4. Le morti taciute nel deserto: come il Niger è diventato la frontiera più
esterna dell’UE. Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone
Sahara (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎
5. «Le richieste della popolazione nigerina vanno ascoltate». Intervista a
Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, settembre
2023) ↩︎
6. Il Niger: analisi di un «confine umanitario». Intervista a Silvia Pitzalis e
Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino (Melting
Pot, ottobre 2022) ↩︎
7. Gennaio–maggio 2026: le espulsioni di massa dall’Algeria verso il Niger
continuano su larga scala, APS (maggio 2026) ↩︎
8. Si tratta del protocollo Pisani-Badaoui il cui testo integrale non è
pubblicato, né dal Ministero dell’Interno italiano né dalla Direzione
Generale della Sicurezza Nazionale algerina (DGSN). Questo perché un decreto
del Ministero dell’Interno del marzo 2022 ha escluso dal diritto di accesso
civico gli accordi tecnici di cooperazione internazionale di polizia su
frontiere e immigrazione, un divieto assoluto confermato dal Consiglio di
Stato nel novembre 2023 (Altreconomia, 1 febbraio 2024) ↩︎