Unimore, RUniPace e il paradosso della pace come copertura

Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Thursday, August 20, 2026
1. Il caso Unimore: pace dichiarata, accordi rinnovati

L’inchiesta di Linda Maggiori per Altreconomia (“L’Università di Modena e Reggio Emilia e il comparto militare israeliano”, 29 maggio 2026) ricostruisce la sequenza che segue.

Il 5 maggio 2026 la rettrice Rita Cucchiara annuncia il rinnovo per altri cinque anni della partecipazione Unimore alla rete Ellis, che coinvolge — tra gli altri — l’Università di Tel Aviv, il Technion, il Weizmann Institute e la Hebrew University di Gerusalemme, sede dei corsi Havatzalot e Talpiot per la formazione di ufficiali dell’intelligence e dell’esercito israeliani. Il programma specifico cui Unimore partecipa, “Machine learning and computer vision”, è codiretto da un docente della Hebrew University e ha applicazioni esplicitamente duali: sorveglianza, rilevamento bersagli, dati biometrici.

Sette mesi prima, in ottobre 2025, il Senato Accademico dello stesso ateneo aveva approvato una mozione di condanna del genocidio a Gaza, richiamando l’adesione a RUniPace “sin dalla costituzione” e annunciando il raddoppio delle borse per il Dottorato in Peace Studies. [“RUniPace è la Rete delle Università italiane per la Pace promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Ad essa aderiscono gli Atenei che ispirano la propria azione ai principi fondamentali della Costituzione, della Carta delle Nazioni Unite, dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, del Consiglio d’Europa.” (www.runipace.org); Unimore partecipa come ateneo promotore al Dottorato di Interesse Nazionale in Peace Studies, un programma di durata triennale coordinato dalla Sapienza Università di Roma nell’ambito della rete RUniPace.]

Sottolineiamo che il rinnovo alla rete Ellis è una decisione attiva, assunta dalla nuova rettrice, nello stesso arco temporale in cui l’istituzione si intesta pubblicamente una posizione di condanna.

A marzo 2026 il Senato Accademico respinge la mozione studentesca per l’interruzione dei rapporti con gli enti israeliani coinvolti, sostituendola con una mozione generica “sulla pace” proposta dalla rettrice stessa. Nello stesso periodo la pagina Unimore International, che elencava gli accordi con gli atenei israeliani (Academic College di Tel Aviv Yaffo, Bar Ilan University, e altri), viene rimossa dal sito istituzionale — rimozione documentata da Maggiori nella sua inchiesta. La rimozione di un elenco pubblico di accordi, contestuale al respingimento della mozione che li metteva in discussione, è chiaramente un atto di gestione dell’informazione: una pagina informativa  scompare  nel momento in cui diventa oggetto di contestazione.

Il caso Nato Besafe (2010), sempre secondo la ricostruzione di Maggiori, mostra lo stesso schema su scala più piccola e con riscontro diretto. Il dottorando Riccardo Mescoli ha documentato che il progetto — analisi biometrica e videosorveglianza, di cui Cucchiara è stata project director — aveva come utilizzatore finale Magal System Ltd, azienda leader nelle tecnologie dei checkpoint israeliani. La rettrice ha rivendicato pubblicamente il progetto ma negato il ruolo di Magal; alla richiesta della testata di un confronto con la documentazione che provava quanto riferito dal ricercatore, ha scelto il silenzio. Ha lasciato cadere la richiesta di verifica mettendo in atto la stessa dinamica della rimozione della pagina Unimore International: quando la trasparenza rischia di contraddire la dichiarazione di principio, la risposta istituzionale è la sottrazione dell’informazione, non il confronto su di essa.

2. La scala del problema: un settore strutturalmente opaco

Ma vediamo più da vicino di cosa stiamo parlando. Il settore della sorveglianza israeliano, caratterizzato da una regolamentazione minima, si colloca tra i principali player mondiali (Antony Loewenstein, Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo, Fazi Editore, p. 95). Loewenstein cita come indicatore la fiera Israeli Defense Exposition di Tel Aviv — il principale evento fieristico del paese nel settore degli armamenti — che nel 2022 ha attirato circa dodicimila tra militari e agenti di polizia provenienti da novanta paesi, inclusi Stati con documentati problemi di rispetto dei diritti umani come Bahrein, Bielorussia, Filippine, Marocco e Nigeria; in quell’occasione gli strumenti di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale hanno avuto un ruolo centrale nell’esposizione, con la partecipazione di alti esponenti dell’establishment della difesa israeliano. Loewenstein osserva inoltre che, sebbene molti di questi prodotti venissero pubblicizzati enfatizzando benefici pratici per l’utente (per esempio la velocità nell’attraversamento di un checkpoint), la loro funzione reale era il potenziamento della capacità di sorveglianza sistematica su popolazioni considerate target.

3. La logica dichiarata del settore: vendere senza criterio selettivo

Secondo l’analisi di Eitay Mack — avvocato e attivista israeliano per i diritti umani, che difende cause palestinesi — riportata da Loewenstein (ivi, pp. 206-207), il ruolo dell’industria israeliana della sorveglianza a livello internazionale non si esaurisce nella repressione mirata di giornalisti e attivisti per i diritti umani: la sua funzione più ampia è quella di consolidare e sostenere governi autoritari, in un settore che negli ultimi anni si è fatto progressivamente meno trasparente e più difficile da tracciare, spostandosi verso forme di intermediazione privata.

A sostegno di questa lettura, Loewenstein riporta la posizione espressa da un rappresentante del settore in una conferenza privata di fine 2021 (ivi, pp. 206-207): la vendita di armi e tecnologie informatiche israeliane a qualunque acquirente ne faccia richiesta viene presentata come una scelta obbligata, priva di alternative — il dilemma è posto esplicitamente come scelta tra i diritti civili di un paese terzo e il diritto di Israele a esistere, con l’implicito che nessun operatore del settore sceglierebbe mai di anteporre i primi al secondo.

Questa logica dichiarata — vendere a chiunque, senza criterio selettivo sul cliente finale — è precisamente il modello che emerge nel caso Tekapp/Cilynx a Unimore, documentato da Maggiori. Tekapp, azienda di cybersecurity modenese fondata e diretta da Daniel Rozenek, opera in joint venture con Cilynx, azienda di Tel Aviv che dichiara sul proprio sito di essere composta da esperti provenienti dall’intelligence israeliana e da unità speciali dell’esercito. Attraverso questa joint venture, Tekapp “affitta” questi team di ex intelligence israeliana ad aziende italiane come servizio di cybersecurity — uno schema in cui il cliente finale acquista una prestazione, non un prodotto tracciabile, e il fornitore non ha né l’obbligo né, nel proprio modello di business, l’interesse a valutare l’uso che ne verrà fatto.

Il legame con Unimore è diretto e su più livelli: diversi docenti dell’ateneo hanno partecipato ai convegni Tekapp, il professore associato Gianluigi Fioriglio compare come responsabile della protezione dei dati personali nel sito dell’azienda, lo stesso Rozenek è relatore nel corso “Cyber risk e difesa aziendale” dell’ateneo, e gli studenti svolgono tirocini presso l’azienda. Al career day universitario del 22 maggio 2026, però, al posto di Tekapp è comparsa ObscuraMe, una società fino a quel momento sconosciuta, costituita il 3 marzo 2026 con lo stesso Rozenek come amministratore unico e come soci Rozenek (69%), Tekapp (21%) e Gigliola Zironi (10%) — di fatto la stessa azienda sotto un altro nome, non comunicato agli studenti. Nello stesso periodo Rozenek ha messo in liquidazione Tek8200, altra costola di Tekapp il cui nome richiamava esplicitamente la famigerata unità 8200 dell’esercito israeliano — un cambio di ragione sociale che, secondo l’inchiesta di Maggiori, sembra rispondere alle proteste che avevano colpito l’azienda per i suoi legami con Israele.

Il caso mostra quindi due livelli sovrapposti dello stesso modello “vendere a chiunque senza criterio selettivo”: a monte, lo schema di intermediazione Tekapp/Cilynx che rende strutturalmente opaco l’uso finale delle competenze fornite dall’ex intelligence israeliana; a valle, la strategia di rebranding (Tekapp → ObscuraMe, la liquidazione di Tek8200) che rende opaca, agli occhi degli stessi studenti dell’ateneo, l’identità di chi sta effettivamente reclutando nel loro career day.

4. Store: il caso più esteso e meno visibile

Se Nato Besafe e Tekapp sono episodi puntuali, Store mostra lo stesso schema su scala di consorzio europeo — anch’esso citato nell’inchiesta di Maggiori. Il progetto (Shared daTabase for Optronics image Recognition and Evaluation), finanziato dall’European Defence Fund con 23.294.734,86 € nel bando 2022, ha durata dal 1° dicembre 2023 al 30 novembre 2026, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare sistemi di riconoscimento immagini basati su IA per individuare minacce — carri armati, droni, missili ipersonici — e un database europeo condiviso di immagini militari “annotate”.

Il consorzio, coordinato da Thales LAS France SAS, comprende Leonardo, Rheinmetall Electronics, Safran Electronics & Defense, Hensoldt, Kongsberg Defence & Aerospace e altri: Unimore è l’unico ateneo italiano coinvolto. Il contributo specifico dell’ateneo modenese-reggiano riguarda algoritmi di apprendimento automatico e “apprendimento federato” (federated learning), una metodologia di condivisione sicura e classificata di dati tra più attori, finalizzata — secondo la descrizione pubblica del progetto — a “migliorare la consapevolezza tattica sul campo di battaglia” e “ridurre i tempi decisionali” delle forze armate europee.

Il coordinatore del progetto, Thales Group — di cui lo Stato francese detiene il 26% — è risultato, secondo un’inchiesta del media investigativo francese Disclose, fornitore dei transponder TSC 4000 IFF montati sui droni armati Hermes 900 usati da Israele a Gaza; secondo la stessa inchiesta, droni dotati di questi componenti sarebbero stati impiegati anche nel bombardamento di un ospedale a Khan Yunis (febbraio 2024). Il ministro delle forze armate francese Sébastien Lecornu ha negato che si trattasse di componenti d’arma diretti.

Thales, coordinatore di Store, ha inoltre una partnership consolidata e documentata con l’azienda israeliana Elbit Systems: la joint venture UAV Tactical Systems (U-TacS) produce droni da combattimento, mentre la partnership Thales-Elbit con il Ministero della Difesa britannico ha prodotto il drone armato Watchkeeper WK450, basato sul modello israeliano Hermes 450 e impiegato regolarmente nei Territori Occupati Palestinesi, incluse le operazioni militari a Gaza. Non risulta invece confermata da fonte primaria l’affermazione, circolata in un comunicato di Sinistra Italiana (Reggio Emilia, gennaio 2025), secondo cui il know-how alla base di Store deriverebbe da una sinergia Thales-Elbit su un sistema di comando digitale testato nei Territori Occupati: il sistema che corrisponde a questa descrizione — Tzayad, noto anche come “Hunter” — risulta sviluppato da Elbit Systems autonomamente, non in partnership con Thales.

Resta comunque documentato, indipendentemente da questo punto specifico, che il coordinatore di Store intrattiene rapporti industriali diretti e pluriennali con la principale azienda della difesa israeliana coinvolta nella sorveglianza dei Territori Occupati e nelle operazioni a Gaza.

Sinistra Italiana ha definito Unimore l’unico ateneo italiano coinvolto in un progetto di questo tipo, chiedendone a gennaio 2025 l’uscita dal consorzio in nome dell’art. 11 della Costituzione. La richiesta non risulta accolta: il progetto prosegue verso la conclusione prevista a novembre 2026.

5. RUniPace: la funzione della certificazione valoriale

RuniPace non prevede, nei suoi undici articoli, alcun meccanismo di verifica, monitoraggio o revoca legato ai contenuti degli accordi di ricerca degli atenei aderenti. L’adesione (Art. 1) richiede unicamente una comunicazione alla Segreteria CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) con l’indicazione di un/a docente referente, subordinata a un requisito puramente dichiarativo — che l’ateneo “ispiri la propria azione” ai principi costituzionali, ONU, UE, OSCE e Consiglio d’Europa — senza quote né istruttoria. Gli organi di governo previsti (Assemblea, Coordinatrice/Coordinatore, Comitato di coordinamento, Gruppi di lavoro, Artt. 5-9) hanno funzioni di indirizzo, programmazione delle attività comuni e rappresentanza istituzionale; nessuno di essi è incaricato di esaminare, monitorare o sanzionare le collaborazioni di ricerca dei singoli atenei membri. Anche le finalità statutarie (Art. 3) — che pure includono esplicitamente la promozione di “studi e ricerche finalizzati alla riconversione civile dell’industria bellica” — restano programmatiche: non generano un obbligo di disimpegno dagli accordi esistenti, né una procedura di verifica della coerenza tra l’adesione dichiarata e l’operato reale dell’ateneo.

Questa architettura — dichiarazione di principio senza meccanismo di verifica o sanzione — è ciò che rende l’adesione utilizzabile come schermo perché la sua struttura regolamentare, così come scritta, non prevede alcuno strumento per impedire che un ateneo aderente mantenga contestualmente accordi di ricerca di segno opposto ai principi sottoscritti.

Il Dottorato in Peace Studies e il progetto IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students, il programma nazionale coordinato dalla CRUI insieme a MAECI e MUR che dal 2025 finanzia 97 borse di studio in 35 atenei italiani per studenti palestinesi residenti nei Territori Palestinesi) non sono quindi da leggere come contraddizioni casuali accanto a Store, Ellis e Nato Besafe, ma sono la componente visibile e spendibile pubblicamente di un bilancio istituzionale che, nella sua parte meno visibile, prosegue e rinnova accordi di segno opposto. La pace, in questo bilancio, funziona come voce di credito reputazionale,  non come vincolo sulle altre voci. Questo significa che Unimore da una parte sostiene la pace, ma la usa come coperta per rendere meno visibili gli accordi che sostengono la ricerca in campo militare.

6. Il paradosso replicato su scala nazionale

Il 16 aprile 2026 il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, con la firma dei Ministri Tajani e Abodi, sottoscrive il primo Piano d’Azione Nazionale “Giovani, Pace e Sicurezza” (2026-2029), in attuazione della Risoluzione 2250 del Consiglio di Sicurezza ONU. Il documento viene reso pubblico il successivo 8 maggio 2026. L’Italia diventa così il secondo paese europeo, dopo la Finlandia, a dotarsi di uno strumento di questo tipo — un primato che il Governo rivendica esplicitamente in sede di presentazione istituzionale.

Tra questi due momenti — la firma e la pubblicazione — si colloca esattamente il rinnovo quinquennale della partecipazione Unimore alla rete Ellis, annunciato dalla rettrice Cucchiara il 5 maggio 2026: tre giorni prima che il Piano diventi pubblico, il Governo ha già sottoscritto un impegno nazionale sul ruolo dei giovani nella costruzione della pace, mentre un ateneo pubblico italiano rinnova un accordo di ricerca con una rete che include la Hebrew University di Gerusalemme e i suoi corsi di formazione per l’intelligence e l’esercito israeliani. Circa due mesi e mezzo dopo la pubblicazione del Piano, la Ministra dell’Università Bernini annuncia le linee guida nazionali che propongono di ribattezzare “common use” le collaborazioni ricerca-Difesa, nel solco dell’apertura al dual use già sancita dalla Commissione Europea per Horizon 2025-2027 — una svolta che l‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già analizzato nel dettaglio, per la genealogia europea e per l’operazione lessicale che compie, nell’articolo “Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!” (25 luglio 2026), a cui rimandiamo per un approfondimento specifico.

Lo schema è identico a quello osservato su scala di ateneo, semplicemente elevato al livello statale: un impegno pubblico, solenne e internazionalmente visibile sul ruolo dei giovani nella costruzione della pace, firmato e pubblicato nello stesso arco temporale in cui lo stesso Governo promuove l’allentamento dei vincoli etici sulla ricerca ad applicazione militare e non interviene sui rapporti tra atenei pubblici italiani ed enti israeliani coinvolti nella filiera bellica e di sorveglianza. Il Piano YPS (Young Peace Security) non richiede — come RUniPace — alcuna verifica sui contenuti delle politiche di ricerca, industriali o di esportazione dello Stato che lo adotta: certifica un impegno valoriale nel campo dei diritti dei giovani senza vincolare in alcun modo le politiche parallele su difesa, ricerca ed esportazione di armamenti.

Si tratta di una proliferazione di piani, mozioni e adesioni dal contenuto dichiaratamente pacifista — dal livello di ateneo fino a quello ministeriale — che si sovrappongono, senza mai intersecarsi, alle politiche reali di ricerca e cooperazione militare. Il Piano Giovani, Pace e Sicurezza viene firmato e pubblicato nelle stesse settimane in cui un ateneo pubblico rinnova i propri legami con l’apparato accademico-militare israeliano, e nello stesso trimestre in cui il Governo prepara linee guida per facilitare, non per restringere, la ricerca dual use negli atenei. Quello che denunciamo come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è che non si tratta di incoerenza, ma della stessa architettura istituzionale, riprodotta a ogni livello, in cui la dichiarazione di pace non comporta alcun costo per chi la sottoscrive.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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