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Unimore, RUniPace e il paradosso della pace come copertura
1. IL CASO UNIMORE: PACE DICHIARATA, ACCORDI RINNOVATI L’inchiesta di Linda Maggiori per Altreconomia (“L’Università di Modena e Reggio Emilia e il comparto militare israeliano”, 29 maggio 2026) ricostruisce la sequenza che segue. Il 5 maggio 2026 la rettrice Rita Cucchiara annuncia il rinnovo per altri cinque anni della partecipazione Unimore alla rete Ellis, che coinvolge — tra gli altri — l’Università di Tel Aviv, il Technion, il Weizmann Institute e la Hebrew University di Gerusalemme, sede dei corsi Havatzalot e Talpiot per la formazione di ufficiali dell’intelligence e dell’esercito israeliani. Il programma specifico cui Unimore partecipa, “Machine learning and computer vision”, è codiretto da un docente della Hebrew University e ha applicazioni esplicitamente duali: sorveglianza, rilevamento bersagli, dati biometrici. Sette mesi prima, in ottobre 2025, il Senato Accademico dello stesso ateneo aveva approvato una mozione di condanna del genocidio a Gaza, richiamando l’adesione a RUniPace “sin dalla costituzione” e annunciando il raddoppio delle borse per il Dottorato in Peace Studies. [“RUniPace è la Rete delle Università italiane per la Pace promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Ad essa aderiscono gli Atenei che ispirano la propria azione ai principi fondamentali della Costituzione, della Carta delle Nazioni Unite, dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, del Consiglio d’Europa.” (www.runipace.org); Unimore partecipa come ateneo promotore al Dottorato di Interesse Nazionale in Peace Studies, un programma di durata triennale coordinato dalla Sapienza Università di Roma nell’ambito della rete RUniPace.] Sottolineiamo che il rinnovo alla rete Ellis è una decisione attiva, assunta dalla nuova rettrice, nello stesso arco temporale in cui l’istituzione si intesta pubblicamente una posizione di condanna. A marzo 2026 il Senato Accademico respinge la mozione studentesca per l’interruzione dei rapporti con gli enti israeliani coinvolti, sostituendola con una mozione generica “sulla pace” proposta dalla rettrice stessa. Nello stesso periodo la pagina Unimore International, che elencava gli accordi con gli atenei israeliani (Academic College di Tel Aviv Yaffo, Bar Ilan University, e altri), viene rimossa dal sito istituzionale — rimozione documentata da Maggiori nella sua inchiesta. La rimozione di un elenco pubblico di accordi, contestuale al respingimento della mozione che li metteva in discussione, è chiaramente un atto di gestione dell’informazione: una pagina informativa  scompare  nel momento in cui diventa oggetto di contestazione. Il caso Nato Besafe (2010), sempre secondo la ricostruzione di Maggiori, mostra lo stesso schema su scala più piccola e con riscontro diretto. Il dottorando Riccardo Mescoli ha documentato che il progetto — analisi biometrica e videosorveglianza, di cui Cucchiara è stata project director — aveva come utilizzatore finale Magal System Ltd, azienda leader nelle tecnologie dei checkpoint israeliani. La rettrice ha rivendicato pubblicamente il progetto ma negato il ruolo di Magal; alla richiesta della testata di un confronto con la documentazione che provava quanto riferito dal ricercatore, ha scelto il silenzio. Ha lasciato cadere la richiesta di verifica mettendo in atto la stessa dinamica della rimozione della pagina Unimore International: quando la trasparenza rischia di contraddire la dichiarazione di principio, la risposta istituzionale è la sottrazione dell’informazione, non il confronto su di essa. 2. LA SCALA DEL PROBLEMA: UN SETTORE STRUTTURALMENTE OPACO Ma vediamo più da vicino di cosa stiamo parlando. Il settore della sorveglianza israeliano, caratterizzato da una regolamentazione minima, si colloca tra i principali player mondiali (Antony Loewenstein, Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo, Fazi Editore, p. 95). Loewenstein cita come indicatore la fiera Israeli Defense Exposition di Tel Aviv — il principale evento fieristico del paese nel settore degli armamenti — che nel 2022 ha attirato circa dodicimila tra militari e agenti di polizia provenienti da novanta paesi, inclusi Stati con documentati problemi di rispetto dei diritti umani come Bahrein, Bielorussia, Filippine, Marocco e Nigeria; in quell’occasione gli strumenti di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale hanno avuto un ruolo centrale nell’esposizione, con la partecipazione di alti esponenti dell’establishment della difesa israeliano. Loewenstein osserva inoltre che, sebbene molti di questi prodotti venissero pubblicizzati enfatizzando benefici pratici per l’utente (per esempio la velocità nell’attraversamento di un checkpoint), la loro funzione reale era il potenziamento della capacità di sorveglianza sistematica su popolazioni considerate target. 3. LA LOGICA DICHIARATA DEL SETTORE: VENDERE SENZA CRITERIO SELETTIVO Secondo l’analisi di Eitay Mack — avvocato e attivista israeliano per i diritti umani, che difende cause palestinesi — riportata da Loewenstein (ivi, pp. 206-207), il ruolo dell’industria israeliana della sorveglianza a livello internazionale non si esaurisce nella repressione mirata di giornalisti e attivisti per i diritti umani: la sua funzione più ampia è quella di consolidare e sostenere governi autoritari, in un settore che negli ultimi anni si è fatto progressivamente meno trasparente e più difficile da tracciare, spostandosi verso forme di intermediazione privata. A sostegno di questa lettura, Loewenstein riporta la posizione espressa da un rappresentante del settore in una conferenza privata di fine 2021 (ivi, pp. 206-207): la vendita di armi e tecnologie informatiche israeliane a qualunque acquirente ne faccia richiesta viene presentata come una scelta obbligata, priva di alternative — il dilemma è posto esplicitamente come scelta tra i diritti civili di un paese terzo e il diritto di Israele a esistere, con l’implicito che nessun operatore del settore sceglierebbe mai di anteporre i primi al secondo. Questa logica dichiarata — vendere a chiunque, senza criterio selettivo sul cliente finale — è precisamente il modello che emerge nel caso Tekapp/Cilynx a Unimore, documentato da Maggiori. Tekapp, azienda di cybersecurity modenese fondata e diretta da Daniel Rozenek, opera in joint venture con Cilynx, azienda di Tel Aviv che dichiara sul proprio sito di essere composta da esperti provenienti dall’intelligence israeliana e da unità speciali dell’esercito. Attraverso questa joint venture, Tekapp “affitta” questi team di ex intelligence israeliana ad aziende italiane come servizio di cybersecurity — uno schema in cui il cliente finale acquista una prestazione, non un prodotto tracciabile, e il fornitore non ha né l’obbligo né, nel proprio modello di business, l’interesse a valutare l’uso che ne verrà fatto. Il legame con Unimore è diretto e su più livelli: diversi docenti dell’ateneo hanno partecipato ai convegni Tekapp, il professore associato Gianluigi Fioriglio compare come responsabile della protezione dei dati personali nel sito dell’azienda, lo stesso Rozenek è relatore nel corso “Cyber risk e difesa aziendale” dell’ateneo, e gli studenti svolgono tirocini presso l’azienda. Al career day universitario del 22 maggio 2026, però, al posto di Tekapp è comparsa ObscuraMe, una società fino a quel momento sconosciuta, costituita il 3 marzo 2026 con lo stesso Rozenek come amministratore unico e come soci Rozenek (69%), Tekapp (21%) e Gigliola Zironi (10%) — di fatto la stessa azienda sotto un altro nome, non comunicato agli studenti. Nello stesso periodo Rozenek ha messo in liquidazione Tek8200, altra costola di Tekapp il cui nome richiamava esplicitamente la famigerata unità 8200 dell’esercito israeliano — un cambio di ragione sociale che, secondo l’inchiesta di Maggiori, sembra rispondere alle proteste che avevano colpito l’azienda per i suoi legami con Israele. Il caso mostra quindi due livelli sovrapposti dello stesso modello “vendere a chiunque senza criterio selettivo”: a monte, lo schema di intermediazione Tekapp/Cilynx che rende strutturalmente opaco l’uso finale delle competenze fornite dall’ex intelligence israeliana; a valle, la strategia di rebranding (Tekapp → ObscuraMe, la liquidazione di Tek8200) che rende opaca, agli occhi degli stessi studenti dell’ateneo, l’identità di chi sta effettivamente reclutando nel loro career day. 4. STORE: IL CASO PIÙ ESTESO E MENO VISIBILE Se Nato Besafe e Tekapp sono episodi puntuali, Store mostra lo stesso schema su scala di consorzio europeo — anch’esso citato nell’inchiesta di Maggiori. Il progetto (Shared daTabase for Optronics image Recognition and Evaluation), finanziato dall’European Defence Fund con 23.294.734,86 € nel bando 2022, ha durata dal 1° dicembre 2023 al 30 novembre 2026, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare sistemi di riconoscimento immagini basati su IA per individuare minacce — carri armati, droni, missili ipersonici — e un database europeo condiviso di immagini militari “annotate”. Il consorzio, coordinato da Thales LAS France SAS, comprende Leonardo, Rheinmetall Electronics, Safran Electronics & Defense, Hensoldt, Kongsberg Defence & Aerospace e altri: Unimore è l’unico ateneo italiano coinvolto. Il contributo specifico dell’ateneo modenese-reggiano riguarda algoritmi di apprendimento automatico e “apprendimento federato” (federated learning), una metodologia di condivisione sicura e classificata di dati tra più attori, finalizzata — secondo la descrizione pubblica del progetto — a “migliorare la consapevolezza tattica sul campo di battaglia” e “ridurre i tempi decisionali” delle forze armate europee. Il coordinatore del progetto, Thales Group — di cui lo Stato francese detiene il 26% — è risultato, secondo un’inchiesta del media investigativo francese Disclose, fornitore dei transponder TSC 4000 IFF montati sui droni armati Hermes 900 usati da Israele a Gaza; secondo la stessa inchiesta, droni dotati di questi componenti sarebbero stati impiegati anche nel bombardamento di un ospedale a Khan Yunis (febbraio 2024). Il ministro delle forze armate francese Sébastien Lecornu ha negato che si trattasse di componenti d’arma diretti. Thales, coordinatore di Store, ha inoltre una partnership consolidata e documentata con l’azienda israeliana Elbit Systems: la joint venture UAV Tactical Systems (U-TacS) produce droni da combattimento, mentre la partnership Thales-Elbit con il Ministero della Difesa britannico ha prodotto il drone armato Watchkeeper WK450, basato sul modello israeliano Hermes 450 e impiegato regolarmente nei Territori Occupati Palestinesi, incluse le operazioni militari a Gaza. Non risulta invece confermata da fonte primaria l’affermazione, circolata in un comunicato di Sinistra Italiana (Reggio Emilia, gennaio 2025), secondo cui il know-how alla base di Store deriverebbe da una sinergia Thales-Elbit su un sistema di comando digitale testato nei Territori Occupati: il sistema che corrisponde a questa descrizione — Tzayad, noto anche come “Hunter” — risulta sviluppato da Elbit Systems autonomamente, non in partnership con Thales. Resta comunque documentato, indipendentemente da questo punto specifico, che il coordinatore di Store intrattiene rapporti industriali diretti e pluriennali con la principale azienda della difesa israeliana coinvolta nella sorveglianza dei Territori Occupati e nelle operazioni a Gaza. Sinistra Italiana ha definito Unimore l’unico ateneo italiano coinvolto in un progetto di questo tipo, chiedendone a gennaio 2025 l’uscita dal consorzio in nome dell’art. 11 della Costituzione. La richiesta non risulta accolta: il progetto prosegue verso la conclusione prevista a novembre 2026. 5. RUNIPACE: LA FUNZIONE DELLA CERTIFICAZIONE VALORIALE RuniPace non prevede, nei suoi undici articoli, alcun meccanismo di verifica, monitoraggio o revoca legato ai contenuti degli accordi di ricerca degli atenei aderenti. L’adesione (Art. 1) richiede unicamente una comunicazione alla Segreteria CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) con l’indicazione di un/a docente referente, subordinata a un requisito puramente dichiarativo — che l’ateneo “ispiri la propria azione” ai principi costituzionali, ONU, UE, OSCE e Consiglio d’Europa — senza quote né istruttoria. Gli organi di governo previsti (Assemblea, Coordinatrice/Coordinatore, Comitato di coordinamento, Gruppi di lavoro, Artt. 5-9) hanno funzioni di indirizzo, programmazione delle attività comuni e rappresentanza istituzionale; nessuno di essi è incaricato di esaminare, monitorare o sanzionare le collaborazioni di ricerca dei singoli atenei membri. Anche le finalità statutarie (Art. 3) — che pure includono esplicitamente la promozione di “studi e ricerche finalizzati alla riconversione civile dell’industria bellica” — restano programmatiche: non generano un obbligo di disimpegno dagli accordi esistenti, né una procedura di verifica della coerenza tra l’adesione dichiarata e l’operato reale dell’ateneo. Questa architettura — dichiarazione di principio senza meccanismo di verifica o sanzione — è ciò che rende l’adesione utilizzabile come schermo perché la sua struttura regolamentare, così come scritta, non prevede alcuno strumento per impedire che un ateneo aderente mantenga contestualmente accordi di ricerca di segno opposto ai principi sottoscritti. Il Dottorato in Peace Studies e il progetto IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students, il programma nazionale coordinato dalla CRUI insieme a MAECI e MUR che dal 2025 finanzia 97 borse di studio in 35 atenei italiani per studenti palestinesi residenti nei Territori Palestinesi) non sono quindi da leggere come contraddizioni casuali accanto a Store, Ellis e Nato Besafe, ma sono la componente visibile e spendibile pubblicamente di un bilancio istituzionale che, nella sua parte meno visibile, prosegue e rinnova accordi di segno opposto. La pace, in questo bilancio, funziona come voce di credito reputazionale,  non come vincolo sulle altre voci. Questo significa che Unimore da una parte sostiene la pace, ma la usa come coperta per rendere meno visibili gli accordi che sostengono la ricerca in campo militare. 6. IL PARADOSSO REPLICATO SU SCALA NAZIONALE Il 16 aprile 2026 il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, con la firma dei Ministri Tajani e Abodi, sottoscrive il primo Piano d’Azione Nazionale “Giovani, Pace e Sicurezza” (2026-2029), in attuazione della Risoluzione 2250 del Consiglio di Sicurezza ONU. Il documento viene reso pubblico il successivo 8 maggio 2026. L’Italia diventa così il secondo paese europeo, dopo la Finlandia, a dotarsi di uno strumento di questo tipo — un primato che il Governo rivendica esplicitamente in sede di presentazione istituzionale. Tra questi due momenti — la firma e la pubblicazione — si colloca esattamente il rinnovo quinquennale della partecipazione Unimore alla rete Ellis, annunciato dalla rettrice Cucchiara il 5 maggio 2026: tre giorni prima che il Piano diventi pubblico, il Governo ha già sottoscritto un impegno nazionale sul ruolo dei giovani nella costruzione della pace, mentre un ateneo pubblico italiano rinnova un accordo di ricerca con una rete che include la Hebrew University di Gerusalemme e i suoi corsi di formazione per l’intelligence e l’esercito israeliani. Circa due mesi e mezzo dopo la pubblicazione del Piano, la Ministra dell’Università Bernini annuncia le linee guida nazionali che propongono di ribattezzare “common use” le collaborazioni ricerca-Difesa, nel solco dell’apertura al dual use già sancita dalla Commissione Europea per Horizon 2025-2027 — una svolta che l‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già analizzato nel dettaglio, per la genealogia europea e per l’operazione lessicale che compie, nell’articolo “Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!” (25 luglio 2026), a cui rimandiamo per un approfondimento specifico. Lo schema è identico a quello osservato su scala di ateneo, semplicemente elevato al livello statale: un impegno pubblico, solenne e internazionalmente visibile sul ruolo dei giovani nella costruzione della pace, firmato e pubblicato nello stesso arco temporale in cui lo stesso Governo promuove l’allentamento dei vincoli etici sulla ricerca ad applicazione militare e non interviene sui rapporti tra atenei pubblici italiani ed enti israeliani coinvolti nella filiera bellica e di sorveglianza. Il Piano YPS (Young Peace Security) non richiede — come RUniPace — alcuna verifica sui contenuti delle politiche di ricerca, industriali o di esportazione dello Stato che lo adotta: certifica un impegno valoriale nel campo dei diritti dei giovani senza vincolare in alcun modo le politiche parallele su difesa, ricerca ed esportazione di armamenti. Si tratta di una proliferazione di piani, mozioni e adesioni dal contenuto dichiaratamente pacifista — dal livello di ateneo fino a quello ministeriale — che si sovrappongono, senza mai intersecarsi, alle politiche reali di ricerca e cooperazione militare. Il Piano Giovani, Pace e Sicurezza viene firmato e pubblicato nelle stesse settimane in cui un ateneo pubblico rinnova i propri legami con l’apparato accademico-militare israeliano, e nello stesso trimestre in cui il Governo prepara linee guida per facilitare, non per restringere, la ricerca dual use negli atenei. Quello che denunciamo come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è che non si tratta di incoerenza, ma della stessa architettura istituzionale, riprodotta a ogni livello, in cui la dichiarazione di pace non comporta alcun costo per chi la sottoscrive. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’azienda israeliana Netafim in un progetto di ricerca “sensibile” dell’Università di Bologna
Siamo venuti a conoscenza di una delle varie collaborazioni che l’Università di Bologna continua imperterrita a portare avanti con partner israeliani: si tratta di un progetto di ricerca sperimentale che fra i vari aspetti riguarda la misurazione dei volumi idrici nei campi di prova e fra i partner dell’iniziativa figura anche l’israeliana NETAFIM. Insomma, i buoni propositi dello scorso settembre sembrano svaniti nel nulla, come avevamo già documentato (clicca qui). Netafim è un’azienda leader mondiale nata nel 1965 nel Kibbutz Hatzerim, situato nel deserto del Negev in Israele. Fondata nel 1965 in Israele da agricoltori locali uniti e creata per coltivare la terra arida del deserto e superare condizioni climatiche estreme.  L’attività portata avanti da Netafim rientra fra quelle boicottate attraverso la campagna di BDS denominata PACBI, perché è chiaro come tutte le innovazioni scientifiche applicate all’irrigazione, alla gestione del suolo ed alla produzione agricola rafforzano le politiche di occupazione portate avanti illegalmente dai coloni israeliani nei territori palestinesi. La multinazionale Netafim è citata in recenti rapporti ONU – come quello della relatrice speciale Francesca Albanese – per il ruolo delle sue tecnologie di irrigazione a goccia nello sfruttamento di terra e risorse idriche nei territori palestinesi occupati (Clicca qui). Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università rinnoviamo il nostro invito agli Atenei e alle istituzioni italiane ad astenersi da progetti e collaborazioni “sensibili” come quello in questione, che restituiscono l’immagine di un’università complice dell’occupazione dei territori palestinesi fuori dalle regole del diritto internazionale e dalle risoluzioni dell’ONU. Qieste le principali contestazioni mosse a NETAFIM: – Sfruttamento idrico: I sistemi dell’azienda hanno facilitato l’espansione delle coltivazioni intensive israeliane nella Valle del Giordano. – Disparità di accesso: Le comunità e i contadini palestinesi subiscono una forte limitazione nell’accesso all’acqua. – Economia dell’occupazione: Le critiche evidenziano come tali tecnologie agrotecniche abbiano affiancato e sostenuto gli interessi coloniali nei territori occupati. Di recente, l’UE ha introdotto pacchetti di sanzioni contro organizzazioni di coloni e singoli individui ritenuti responsabili di attacchi e abusi contro i palestinesi in Cisgiordania. Riteniamo grave che  atenei , istituzioni ed enti pubblici attivino collaborazioni con aziende corresponsabili delle politiche anti-arabe e anti-palestinesi: un grave passo falso che rischia di implicare responsabilità, non solo morali, anche per tutte le istituzioni italiane che scelgono questa strada. FUORI ISRAELE DALLE NOSTRE UNIVERSITÀ! Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra), ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi, ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
UNICA e la filiera del genocidio: fondi europei e dati sardi per “Israele”
Il dossier recentemente compilato da numerose attiviste sarde mostra che l’Università degli studi di Cagliari è coinvolta in ben quattro progetti di ricerca europei in collaborazione con atenei israeliani: PlatinuMS con l’università di “Tel Aviv”, Better4u con il Weizmann Institute of Science, NPP-SOL e Impactive con il Technion. Le facoltà e i dipartimenti di Unica coinvolti sono tante: Facoltà di Ingegneria Biomedica, Dipartimento Scienze Biomediche e Chirurgiche, Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche, Facoltà di Ingegneria chimica e dei materiali, Dipartimento di Fisica e Meccanica. Tutte le collaborazioni sono finanziate dal progetto Horizon dell’Unione Europea, il quale facilita attivamente la collaborazione con istituzioni israeliane, comprese quelle complici dell’apartheid e del genocidio. Nonostante le dichiarazioni da parte del rettore Francesco Mola e del senato accademico, UniCa e i suoi docenti compaiono ancora nei siti ufficiali dei progetti, al punto che la ricerca NPP-SOL figura perfino sul sito dell’Arborea. Nel frattempo, l’entità sionista continua a perpetrare le sue politiche genocide in Palestina e le estende al Libano. PlatinuMS, il progetto con maggior coinvolgimento di UniCa, è una collaborazione con l’Università di ‘Tel Aviv’, costruita su un villaggio palestinese raso al suolo durante la Nakba. La tecnologia AI utilizzata è dell’israeliana Evolution Inc., che annovera le Forze di Occupazione Israeliane tra i suoi clienti. Possiamo davvero escludere che i dati dei pazienti sardi finiscano in mani sporche di sangue? Il Technion, altro partner di UniCa, è l’università più collusa con il complesso militare-industriale sionista: ha prodotto l’Iron Dome (sistema missilistico usato contro i palestinesi dal 2014), il bulldozer D9 (usato per demolire le case dei palestinesi) e l’arma acustica Scream (usato per disperdere le manifestazioni pacifiche dei palestinesi). L’Università di Cagliari sostiene all’articolo 4 del proprio codice etico di ripudiare la guerra. Eppure, a quasi tre anni dal 7 ottobre 2023, questi quattro accordi sono ancora in vigore nonostante i crimini contro l’umanità che vengono perpetrati dall’entità sionista ogni giorno. Come studenti, docenti, ricercatori e lavoratori, esigiamo: l’interruzione immediata di ogni collaborazione con lo Stato israeliano; un Decreto Rettorale che renda effettiva la rescissione a effetto immediato; la modifica del regolamento per impedire la partecipazione a bandi congiunti Italia-Israele; corridoi accademici e umanitari per studenti e ricercatori palestinesi; una presa di posizione netta dell’Ateneo contro il genocidio. Cosa puoi fare? LEGGI E CONDIVIDI IL DOSSIER. https://drive.google.com/file/d/1Euq72Xojk-SBUOTAwm-pMJZChqNFl0ZJ Partecipa alla mobilitazione. PALESTINA LIBERA FUORI IL SIONISMO DALL’UNIVERSITÀ filiera genocidio -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gli spartani della Brigata Azov a Tor Vergata: esempio di retorica militaristica
Il Governo in questi giorni ha fatto i suoi giri di valzer (per la verità piuttosto vorticosi!) sulla mozione della maggioranza che chiedeva di ridurre le spese militari, in uno spiraglio di consapevolezza della situazione economica del Paese, dell’inflazione galoppante, della sanità e della scuola alla canna del gas. Mozione respinta, resta il famigerato patto di stabilità del 2023, guarda caso negoziato da un esponente di sinistra, Paolo Gentiloni. Una premessa che serve anche a capire l’impegno pervicace del Governo Meloni sul riarmo, i ripetuti richiami del Ministro Guido Crosetto sulla difesa totale, e la costante presenza dei militari in tutti gli ordini di scuola. Le segnalazioni all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università arrivano a decine ogni settimana, insieme a notizie su eventi, incontri e manifestazioni che tentano di allertare famiglie, studenti, studentesse e insegnanti sul pericolo rappresentato da un esecutivo guerrafondaio, alleato del peggior stato mediorientale, e dalla strisciante elaborazione di consenso verso l’inevitabilità della guerra. Il gruppo giovanile CambiareRotta, il 19 aprile scorso, pubblica un articolo, corredato da un dossier, su un master  di Studi Strategici Militari organizzato dal Centro Studi per la Difesa dell’Università Tor Vergata di Roma. (clicca qui). Lo stesso giorno il sito Fanpage pubblica le chat che, studenti, studentesse, insegnanti e militari si scambiano mentre si gioca alla guerra con una simulazione in stile videogioco (clicca qui). I contenuti sono impressionanti, i commenti razzisti (obiettivo gli zingari), perlopiù inneggianti al fascismo. Ma la nota più allarmante riguarda la presenza, fra i militari italiani, dei mercenari della famigerata brigata Azov, le rune celtiche (naziste) sfoggiate sulle spalline. Ne abbiamo ripetutamente sentito parlare di questi soldati di ventura, impegnati nel conflitto russo-ucraino e operativi anche come supporto (di chi? di chi paga di più, come è sempre accaduto nel rapporto fra mercenario e committente) nelle innumerevoli guerre locali in Africa. Il 19 aprile la segnalazione viene ripresa e commentata dal sito NewMediaEuropeanPress (clicca qui). Valerio Nicolosi – della redazione di Fanpage e conduttore della rassegna-stampa quotidiana Scanner, torna a commentare il wargame giocato all’università, sul sito di MicroMega (clicca qui). Il giornalista riprende la storia della 12° Brigata Azov, fondata nel 2014. A questi battaglioni sono affidate le operazioni speciali, quelle più dure, difficili, in cui la guerra è  totale, senza alcun rispetto delle regole internazionali, della protezione dovuta alla popolazione civile nei territori dove agisce. La gloria per alcune battaglie vinte ha fatto sì che venisse inclusa nella struttura regolare delle forze armate ucraine. Ovviamente, piace alla destra, quella da sempre filostatunitense, appassionata della NATO, dei respingimenti, del carcere a vita e altre nequizie, nella persona di Giuliano Ferrara (di cui andrebbe raccontata la biografia politica: dalla presenza nelle fila giovanili della sinistra alla destra più convinta). Si deve a questo ineffabile personaggio il paragone fra i mercenari Azov e gli Spartani. Il modello glorioso è la battaglia delle Termopili (480 a.C), Leonida contro Serse, il persiano (un caso: la vecchia Persia, oggi Iran?). Del resto, sono i fondatori della brigata a giocare alle guerre greche, visto che – si legge nel web – Azov ricorda il nome di Tanais, città fondata dai greci, in quello che oggi è territorio russo. Mi domando cosa ne pensa l’ingegnere Levialdi Ghiron Nathan, rettore dell’università Tor Vergata (malignità: con questi nome e cognome forse nel 1938 non se la sarebbe cavata molto bene). Ma, del resto, non stupisce il servilismo universitario verso i militari. Michele Lancione, professore al Politecnico di Torino, ha più volte raccontato i rapporti fra il polo universitario sabaudo e la società Leonardo SpA, il partenariato con l’industria delle armi e con la Nato per il settore della ricerca (clicca qui). Per approfondire la natura sociale della Leonardo, sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si può leggere un contributo molto puntuale (clicca qui). Concludendo, credo che sia importantissimo unire forze, risorse, intelligenze contro la militarizzazione, contro la guerra come unica modalità di risoluzione dei conflitti. L’osservatorio di CambiareЯotta è un’utile sodale del nostro, in fondo, con le lenti dei rispettivi binocoli, osserviamo gli stessi fenomeni, li portiamo all’attenzione pubblica, ne facciamo oggetto di convegni e di seminari, delle lotte, delle campagne di mobilitazione. A queste ultime due  – parola e locuzione – lavoriamo a dare nuovo significato, diverso spessore semantico, dunque politico.  Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna: un corso da guardare con lente critica
Fino al 15 maggio 2026 l’Università di Bologna ospita il corso di Geopolitica e Geostrategia, attivato presso il Campus di Ravenna nell’ambito della Laurea in Storia, società e culture del Mediterraneo. AISS, AISEM e Quaser Srl affiancano l’iniziativa. Per i professionisti della sicurezza si tratta di un percorso che prevede il riconoscimento di crediti certificativi fino a 30 punti ai fini della qualificazione professionale. Fin qui, nulla di insolito. Tuttavia, il contesto solleva interrogativi più ampi. A prima vista, il corso può apparire come un’occasione di formazione di alto profilo. Nondimeno, il “nuovo insegnamento” si inserisce in una tendenza più generale in cui i percorsi universitari sono strutturati con soggetti attivi nel campo della sicurezza e della difesa. Il programma spazia dai chokepoint marittimi alla cyberwarfare, dalle guerre ibride alla geostrategia globale, con la partecipazione di docenti universitari, ex esponenti delle Forze Armate, diplomatici ed esperti provenienti da ambiti istituzionali e professionali diversi. Un insieme così qualificato apre una domanda di fondo: quale rapporto si sta definendo tra produzione accademica del sapere e costruzione di competenze immediatamente spendibili in settori strategici e industriali? Un ulteriore elemento riguarda la sovrapposizione tra formazione universitaria e sistemi di crediti professionali esterni. Il corso rientra nell’offerta accademica dell’Ateneo, ma produce anche effetti nel circuito della certificazione professionale. Questo doppio livello, pur formalmente legittimo, solleva interrogativi sul confine tra funzione pubblica della didattica e sua valorizzazione in ambiti esterni. In questo quadro, la questione non riguarda la legittimità dei contenuti – pienamente coerenti con lo studio della geopolitica contemporanea – quanto il modo in cui tali contenuti si collocano in un ecosistema formativo sempre più integrato con soggetti professionali esterni, che includono anche ambiti istituzionali e operativi legati alla sicurezza, alla difesa e alle organizzazioni internazionali (NATO). In una fase storica in cui università, imprese e attori istituzionali interagiscono sempre più attraverso progetti, finanziamenti e percorsi formativi ibridi, il confine tra didattica, comunicazione istituzionale e formazione professionale tende a diventare progressivamente meno nitido, con il rischio che la produzione del sapere accademico si trovi sempre più spesso a dialogare – e in alcuni casi a sovrapporsi – con esigenze formative espresse da settori operativi della sicurezza e della difesa. L’analisi dei fabbisogni del nuovo corso di Geopolitica e Geostrategia dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) si concentra sulla necessità di formare figure professionali capaci di interpretare le sfide poste dai nuovi domini della conflittualità. I punti chiave su cui si basa l’offerta formativa includono: – nuovi scenari di minaccia: Il corso risponde alla domanda di esperti in grado di analizzare le guerre ibride, le operazioni “proxy” e “false flag”, il terrorismo e la guerra asimmetrica; – sicurezza nei domini digitali: è emerso un forte fabbisogno di competenze relative alla guerra cognitiva nell’infosfera, comprendendo information warfare, cyber warfare e la gestione degli attacchi informatici da parte di attori non statali; – settore privato e Security Management: una parte centrale dell’analisi riguarda la crescente necessità di figure come i Security Manager, specializzati nel comprendere la geopolitica e la geoeconomia per guidare le strategie aziendali in contesti globali complessi; – ambito istituzionale e intelligence: La formazione mira a fornire strumenti analitici coerenti con le necessità di enti come l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e i servizi di informazione e sicurezza (AISI, AISE), affrontando temi come la proliferazione delle armi di distruzione di massa e le minacce CBNR. L’insegnamento è strutturato per integrare teoria e pratica attraverso tavole rotonde con figure di vertice delle Forze Armate, della Magistratura e dei Servizi di sicurezza. I principali beneficiari delle figure professionali formate dal corso in Geopolitica e Geostrategia sono enti e organizzazioni operanti in ambiti critici per la sicurezza nazionale e internazionale. Nello specifico, i soggetti che trarranno vantaggio da queste competenze sono: – aziende del settore privato: le imprese necessitano di Security Manager esperti in geopolitica e geoeconomia per gestire i rischi globali e proteggere gli asset aziendali; – agenzie di Sicurezza Nazionale: enti istituzionali come l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) e i servizi di informazione (come AISI e AISE) beneficiano di analisti formati su guerra cognitiva, cyber warfare e contrasto alla proliferazione di armi; – istituzioni internazionali e Forze Armate: organizzazioni che operano in contesti di difesa e cooperazione internazionale (es. ambito NATO o corpi militari) che richiedono esperti in conflitti ibridi e minacce asimmetriche; – settore dell’informazione: testate giornalistiche e centri di analisi che necessitano di figure capaci di interpretare la “strategia dell’inganno” e l’information warfare nell’infosfera. – fondazioni e think tank: organizzazioni come la fondazione MedOr che si occupano di analisi strategica e relazioni internazionali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università esprime la sua preoccupazione per come un Ateneo statale prestigioso come UNIBO si presti alle logiche della militarizzazione dei luoghi del sapere accettando di progettare ed erogare un percorso di laurea che va chiaramente a formare i professionisti della guerra del prossimo futuro per realtà che nulla hanno a che fare con il progresso della società, ma che seguono logiche di stampo imperialista e colonialista, oltre che di controllo securitario e di censura. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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L’Università di Napoli “Federico II” ha stipulato protocollo d’intesa con Comando NATO di Napoli
OGGI 4 APRILE, SETTANTASETTESIMO ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA NATO, A NAPOLI CAPODICHINO SI SVOLGE UN PRESIDIO DI PROTESTA DI FRONTE IL COMANDO USA NAVY/NATO. E CONTEMPORANEAMENTE IL MIR DENUNCIA QUESTO INDECENTE ACCORDO TRA L’UNIVERSITÀ “FEDERICO II” E LA NATO. ACCORDO CHE PREFIGURA QUELLA TOTALE INTEGRAZIONE DEI LUOGHI DEL SAPERE NELLA STRUTTURA BELLICA CHE HA IN ISRAELE IL PROPRIO MODELLO. Come si evince dall’articolo pubblicato dal sito del Comando NATO di Lago Patria #jfcnaples, mentre molte città italiane e di altri paesi si mobilitano contro la #NATO – in occasione del suo 77 anniversario – il Rettore dell’Università di Napoli ha sottoscritto un accordo ‘formativo’ con questa centrale bellica internazionale. Il prof. Matteo Lorito, infatti, ha stipulato un protocollo d’intesa con l’Amm. USA George M. Wikoff , Comandante del #JFCP , che «prevede il lancio di schemi di collaborazione e di internato finalizzati a laureati di I e II livello del contesto universitario, che avrà l’opportunità di prendere parte a progetti organizzati dal Quartier generale NATO». Il Rettore dell’Ateneo federiciano ha dichiarato «sono convinto che questo accordo rappresenta qualcosa di veramente innovativo. […] Con 80.000 studenti ed un robusto focus su ricerca ed innovazione, staremo insieme per sostenere i fondamentali valori di libertà, pace e democrazia». IL MIR NAPOLI DENUNCIA QUESTA ENNESIMA COLLABORAZIONE “FORMATIVA” DI UN’IMPORTANTE UNIVERSITÀ, COME LA “FEDERICO II” CON UN’ALLEANZA MILITARE CHE, OGGI PIÙ CHE MAI, RAPPRESENTA UN CONCRETO PERICOLO PROPRIO PER LA LIBERTÀ, LA PACE E LA DEMOCRAZIA DEL NOSTRO PAESE. FONT: https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/news-archive/2026/nato-sign-educational-project-agreement. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Università di Catania a Sigonella: base di guerra contro l’Iran
La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, in prima linea nel conflitto scatenato da Stati Uniti d’America e Israele contro l‘Iran e cosa sceglie di fare l’Ateneo di Catania? Visitare e omaggiare l’installazione di morte per “offrire nuove opportunità” ai propri studenti. Il 24 marzo scorso, docenti e studenti, studentesse dell’Università degli Studi di Catania hanno partecipato alla “Sigonella Middle High School College and Career Fair”, evento internazionale di “orientamento e promozione” tenutosi all’interno della grande base USA e NATO: «Un ponte diretto tra la Sicilia e il mondo: è questo il segnale forte arrivato dalla partecipazione della nostra Università”, riporta con enfasi l’Ateneo etneo. “Siamo stati tra i protagonisti della giornata, portando sotto i riflettori la nostra offerta formativa e, soprattutto, le numerose opportunità di apertura internazionale rivolte agli studenti». All’evento a Sigonella hanno partecipato anche alcune università statunitensi provenienti da Michigan, Texas, Wisconsin e Ohio: «Il nostro stand ha attirato un flusso costante di studenti”, riportano ancora i rappresentanti dell’Università di Catania. “I liceali hanno mostrato particolare curiosità per i percorsi in lingua inglese e per i programmi di mobilità internazionale, ponendo numerose domande e dimostrando un interesse concreto verso esperienze accademiche fuori dai confini nazionali». Ai docenti accompagnatori degli studenti statunitensi sono state illustrate le attività e i progetti dell’Ateneo catanese: «Si è tratta di un’importante occasione di dialogo che rafforza il ruolo della nostra Università come punto di riferimento in un contesto educativo sempre più globale», conclude l’Ateneo prossimo, forse, ad indossare la mimetica. A guidare l’inaccettabile missione all’interno dell’infrastruttura che più di altre sta sostenendo le operazioni di intelligence USA nello scacchiere di guerra mediorientale (così come quelle anti-russe nel Mar Nero), i docenti Maria Alessandra Ragusa (delegata UniCt all’Internazionalizzazione della didattica), Mattia Frasca (delegato ai progetti Erasmus) e Andrea Scapellato. Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente