Unimore, RUniPace e il paradosso della pace come copertura
1. IL CASO UNIMORE: PACE DICHIARATA, ACCORDI RINNOVATI
L’inchiesta di Linda Maggiori per Altreconomia (“L’Università di Modena e Reggio
Emilia e il comparto militare israeliano”, 29 maggio 2026) ricostruisce la
sequenza che segue.
Il 5 maggio 2026 la rettrice Rita Cucchiara annuncia il rinnovo per altri cinque
anni della partecipazione Unimore alla rete Ellis, che coinvolge — tra gli altri
— l’Università di Tel Aviv, il Technion, il Weizmann Institute e la Hebrew
University di Gerusalemme, sede dei corsi Havatzalot e Talpiot per la formazione
di ufficiali dell’intelligence e dell’esercito israeliani. Il programma
specifico cui Unimore partecipa, “Machine learning and computer vision”, è
codiretto da un docente della Hebrew University e ha applicazioni esplicitamente
duali: sorveglianza, rilevamento bersagli, dati biometrici.
Sette mesi prima, in ottobre 2025, il Senato Accademico dello stesso ateneo
aveva approvato una mozione di condanna del genocidio a Gaza, richiamando
l’adesione a RUniPace “sin dalla costituzione” e annunciando il raddoppio delle
borse per il Dottorato in Peace Studies. [“RUniPace è la Rete delle Università
italiane per la Pace promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università
Italiane. Ad essa aderiscono gli Atenei che ispirano la propria azione ai
principi fondamentali della Costituzione, della Carta delle Nazioni Unite, dei
Trattati istitutivi dell’Unione Europea, dell’Organizzazione per la sicurezza e
la cooperazione in Europa, del Consiglio d’Europa.” (www.runipace.org); Unimore
partecipa come ateneo promotore al Dottorato di Interesse Nazionale in Peace
Studies, un programma di durata triennale coordinato dalla Sapienza Università
di Roma nell’ambito della rete RUniPace.]
Sottolineiamo che il rinnovo alla rete Ellis è una decisione attiva, assunta
dalla nuova rettrice, nello stesso arco temporale in cui l’istituzione si
intesta pubblicamente una posizione di condanna.
A marzo 2026 il Senato Accademico respinge la mozione studentesca per
l’interruzione dei rapporti con gli enti israeliani coinvolti, sostituendola con
una mozione generica “sulla pace” proposta dalla rettrice stessa. Nello stesso
periodo la pagina Unimore International, che elencava gli accordi con gli atenei
israeliani (Academic College di Tel Aviv Yaffo, Bar Ilan University, e altri),
viene rimossa dal sito istituzionale — rimozione documentata da Maggiori nella
sua inchiesta. La rimozione di un elenco pubblico di accordi, contestuale al
respingimento della mozione che li metteva in discussione, è chiaramente un atto
di gestione dell’informazione: una pagina informativa scompare nel momento in
cui diventa oggetto di contestazione.
Il caso Nato Besafe (2010), sempre secondo la ricostruzione di Maggiori, mostra
lo stesso schema su scala più piccola e con riscontro diretto. Il dottorando
Riccardo Mescoli ha documentato che il progetto — analisi biometrica e
videosorveglianza, di cui Cucchiara è stata project director — aveva come
utilizzatore finale Magal System Ltd, azienda leader nelle tecnologie dei
checkpoint israeliani. La rettrice ha rivendicato pubblicamente il progetto ma
negato il ruolo di Magal; alla richiesta della testata di un confronto con la
documentazione che provava quanto riferito dal ricercatore, ha scelto il
silenzio. Ha lasciato cadere la richiesta di verifica mettendo in atto la stessa
dinamica della rimozione della pagina Unimore International: quando la
trasparenza rischia di contraddire la dichiarazione di principio, la risposta
istituzionale è la sottrazione dell’informazione, non il confronto su di essa.
2. LA SCALA DEL PROBLEMA: UN SETTORE STRUTTURALMENTE OPACO
Ma vediamo più da vicino di cosa stiamo parlando. Il settore della sorveglianza
israeliano, caratterizzato da una regolamentazione minima, si colloca tra i
principali player mondiali (Antony Loewenstein, Laboratorio Palestina. Come
Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo, Fazi Editore,
p. 95). Loewenstein cita come indicatore la fiera Israeli Defense Exposition di
Tel Aviv — il principale evento fieristico del paese nel settore degli armamenti
— che nel 2022 ha attirato circa dodicimila tra militari e agenti di polizia
provenienti da novanta paesi, inclusi Stati con documentati problemi di rispetto
dei diritti umani come Bahrein, Bielorussia, Filippine, Marocco e Nigeria; in
quell’occasione gli strumenti di sorveglianza basati sull’intelligenza
artificiale hanno avuto un ruolo centrale nell’esposizione, con la
partecipazione di alti esponenti dell’establishment della difesa israeliano.
Loewenstein osserva inoltre che, sebbene molti di questi prodotti venissero
pubblicizzati enfatizzando benefici pratici per l’utente (per esempio la
velocità nell’attraversamento di un checkpoint), la loro funzione reale era il
potenziamento della capacità di sorveglianza sistematica su popolazioni
considerate target.
3. LA LOGICA DICHIARATA DEL SETTORE: VENDERE SENZA CRITERIO SELETTIVO
Secondo l’analisi di Eitay Mack — avvocato e attivista israeliano per i diritti
umani, che difende cause palestinesi — riportata da Loewenstein (ivi, pp.
206-207), il ruolo dell’industria israeliana della sorveglianza a livello
internazionale non si esaurisce nella repressione mirata di giornalisti e
attivisti per i diritti umani: la sua funzione più ampia è quella di consolidare
e sostenere governi autoritari, in un settore che negli ultimi anni si è fatto
progressivamente meno trasparente e più difficile da tracciare, spostandosi
verso forme di intermediazione privata.
A sostegno di questa lettura, Loewenstein riporta la posizione espressa da un
rappresentante del settore in una conferenza privata di fine 2021 (ivi, pp.
206-207): la vendita di armi e tecnologie informatiche israeliane a qualunque
acquirente ne faccia richiesta viene presentata come una scelta obbligata, priva
di alternative — il dilemma è posto esplicitamente come scelta tra i diritti
civili di un paese terzo e il diritto di Israele a esistere, con l’implicito che
nessun operatore del settore sceglierebbe mai di anteporre i primi al secondo.
Questa logica dichiarata — vendere a chiunque, senza criterio selettivo sul
cliente finale — è precisamente il modello che emerge nel caso Tekapp/Cilynx a
Unimore, documentato da Maggiori. Tekapp, azienda di cybersecurity modenese
fondata e diretta da Daniel Rozenek, opera in joint venture con Cilynx, azienda
di Tel Aviv che dichiara sul proprio sito di essere composta da esperti
provenienti dall’intelligence israeliana e da unità speciali dell’esercito.
Attraverso questa joint venture, Tekapp “affitta” questi team di ex intelligence
israeliana ad aziende italiane come servizio di cybersecurity — uno schema in
cui il cliente finale acquista una prestazione, non un prodotto tracciabile, e
il fornitore non ha né l’obbligo né, nel proprio modello di business,
l’interesse a valutare l’uso che ne verrà fatto.
Il legame con Unimore è diretto e su più livelli: diversi docenti dell’ateneo
hanno partecipato ai convegni Tekapp, il professore associato Gianluigi
Fioriglio compare come responsabile della protezione dei dati personali nel sito
dell’azienda, lo stesso Rozenek è relatore nel corso “Cyber risk e difesa
aziendale” dell’ateneo, e gli studenti svolgono tirocini presso l’azienda. Al
career day universitario del 22 maggio 2026, però, al posto di Tekapp è comparsa
ObscuraMe, una società fino a quel momento sconosciuta, costituita il 3 marzo
2026 con lo stesso Rozenek come amministratore unico e come soci Rozenek (69%),
Tekapp (21%) e Gigliola Zironi (10%) — di fatto la stessa azienda sotto un altro
nome, non comunicato agli studenti. Nello stesso periodo Rozenek ha messo in
liquidazione Tek8200, altra costola di Tekapp il cui nome richiamava
esplicitamente la famigerata unità 8200 dell’esercito israeliano — un cambio di
ragione sociale che, secondo l’inchiesta di Maggiori, sembra rispondere alle
proteste che avevano colpito l’azienda per i suoi legami con Israele.
Il caso mostra quindi due livelli sovrapposti dello stesso modello “vendere a
chiunque senza criterio selettivo”: a monte, lo schema di intermediazione
Tekapp/Cilynx che rende strutturalmente opaco l’uso finale delle competenze
fornite dall’ex intelligence israeliana; a valle, la strategia di rebranding
(Tekapp → ObscuraMe, la liquidazione di Tek8200) che rende opaca, agli occhi
degli stessi studenti dell’ateneo, l’identità di chi sta effettivamente
reclutando nel loro career day.
4. STORE: IL CASO PIÙ ESTESO E MENO VISIBILE
Se Nato Besafe e Tekapp sono episodi puntuali, Store mostra lo stesso schema su
scala di consorzio europeo — anch’esso citato nell’inchiesta di Maggiori. Il
progetto (Shared daTabase for Optronics image Recognition and Evaluation),
finanziato dall’European Defence Fund con 23.294.734,86 € nel bando 2022, ha
durata dal 1° dicembre 2023 al 30 novembre 2026, con l’obiettivo dichiarato di
sviluppare sistemi di riconoscimento immagini basati su IA per individuare
minacce — carri armati, droni, missili ipersonici — e un database europeo
condiviso di immagini militari “annotate”.
Il consorzio, coordinato da Thales LAS France SAS, comprende Leonardo,
Rheinmetall Electronics, Safran Electronics & Defense, Hensoldt, Kongsberg
Defence & Aerospace e altri: Unimore è l’unico ateneo italiano coinvolto. Il
contributo specifico dell’ateneo modenese-reggiano riguarda algoritmi di
apprendimento automatico e “apprendimento federato” (federated learning), una
metodologia di condivisione sicura e classificata di dati tra più attori,
finalizzata — secondo la descrizione pubblica del progetto — a “migliorare la
consapevolezza tattica sul campo di battaglia” e “ridurre i tempi decisionali”
delle forze armate europee.
Il coordinatore del progetto, Thales Group — di cui lo Stato francese detiene il
26% — è risultato, secondo un’inchiesta del media investigativo francese
Disclose, fornitore dei transponder TSC 4000 IFF montati sui droni armati Hermes
900 usati da Israele a Gaza; secondo la stessa inchiesta, droni dotati di questi
componenti sarebbero stati impiegati anche nel bombardamento di un ospedale a
Khan Yunis (febbraio 2024). Il ministro delle forze armate francese Sébastien
Lecornu ha negato che si trattasse di componenti d’arma diretti.
Thales, coordinatore di Store, ha inoltre una partnership consolidata e
documentata con l’azienda israeliana Elbit Systems: la joint venture UAV
Tactical Systems (U-TacS) produce droni da combattimento, mentre la partnership
Thales-Elbit con il Ministero della Difesa britannico ha prodotto il drone
armato Watchkeeper WK450, basato sul modello israeliano Hermes 450 e impiegato
regolarmente nei Territori Occupati Palestinesi, incluse le operazioni militari
a Gaza. Non risulta invece confermata da fonte primaria l’affermazione,
circolata in un comunicato di Sinistra Italiana (Reggio Emilia, gennaio 2025),
secondo cui il know-how alla base di Store deriverebbe da una sinergia
Thales-Elbit su un sistema di comando digitale testato nei Territori Occupati:
il sistema che corrisponde a questa descrizione — Tzayad, noto anche come
“Hunter” — risulta sviluppato da Elbit Systems autonomamente, non in partnership
con Thales.
Resta comunque documentato, indipendentemente da questo punto specifico, che il
coordinatore di Store intrattiene rapporti industriali diretti e pluriennali con
la principale azienda della difesa israeliana coinvolta nella sorveglianza dei
Territori Occupati e nelle operazioni a Gaza.
Sinistra Italiana ha definito Unimore l’unico ateneo italiano coinvolto in un
progetto di questo tipo, chiedendone a gennaio 2025 l’uscita dal consorzio in
nome dell’art. 11 della Costituzione. La richiesta non risulta accolta: il
progetto prosegue verso la conclusione prevista a novembre 2026.
5. RUNIPACE: LA FUNZIONE DELLA CERTIFICAZIONE VALORIALE
RuniPace non prevede, nei suoi undici articoli, alcun meccanismo di verifica,
monitoraggio o revoca legato ai contenuti degli accordi di ricerca degli atenei
aderenti. L’adesione (Art. 1) richiede unicamente una comunicazione alla
Segreteria CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) con
l’indicazione di un/a docente referente, subordinata a un requisito puramente
dichiarativo — che l’ateneo “ispiri la propria azione” ai principi
costituzionali, ONU, UE, OSCE e Consiglio d’Europa — senza quote né istruttoria.
Gli organi di governo previsti (Assemblea, Coordinatrice/Coordinatore, Comitato
di coordinamento, Gruppi di lavoro, Artt. 5-9) hanno funzioni di indirizzo,
programmazione delle attività comuni e rappresentanza istituzionale; nessuno di
essi è incaricato di esaminare, monitorare o sanzionare le collaborazioni di
ricerca dei singoli atenei membri. Anche le finalità statutarie (Art. 3) — che
pure includono esplicitamente la promozione di “studi e ricerche finalizzati
alla riconversione civile dell’industria bellica” — restano programmatiche: non
generano un obbligo di disimpegno dagli accordi esistenti, né una procedura di
verifica della coerenza tra l’adesione dichiarata e l’operato reale dell’ateneo.
Questa architettura — dichiarazione di principio senza meccanismo di verifica o
sanzione — è ciò che rende l’adesione utilizzabile come schermo perché la sua
struttura regolamentare, così come scritta, non prevede alcuno strumento per
impedire che un ateneo aderente mantenga contestualmente accordi di ricerca di
segno opposto ai principi sottoscritti.
Il Dottorato in Peace Studies e il progetto IUPALS (Italian Universities for
Palestinian Students, il programma nazionale coordinato dalla CRUI insieme a
MAECI e MUR che dal 2025 finanzia 97 borse di studio in 35 atenei italiani per
studenti palestinesi residenti nei Territori Palestinesi) non sono quindi da
leggere come contraddizioni casuali accanto a Store, Ellis e Nato Besafe, ma
sono la componente visibile e spendibile pubblicamente di un bilancio
istituzionale che, nella sua parte meno visibile, prosegue e rinnova accordi di
segno opposto. La pace, in questo bilancio, funziona come voce di credito
reputazionale, non come vincolo sulle altre voci. Questo significa che Unimore
da una parte sostiene la pace, ma la usa come coperta per rendere meno visibili
gli accordi che sostengono la ricerca in campo militare.
6. IL PARADOSSO REPLICATO SU SCALA NAZIONALE
Il 16 aprile 2026 il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, con la
firma dei Ministri Tajani e Abodi, sottoscrive il primo Piano d’Azione Nazionale
“Giovani, Pace e Sicurezza” (2026-2029), in attuazione della Risoluzione 2250
del Consiglio di Sicurezza ONU. Il documento viene reso pubblico il successivo 8
maggio 2026. L’Italia diventa così il secondo paese europeo, dopo la Finlandia,
a dotarsi di uno strumento di questo tipo — un primato che il Governo rivendica
esplicitamente in sede di presentazione istituzionale.
Tra questi due momenti — la firma e la pubblicazione — si colloca esattamente il
rinnovo quinquennale della partecipazione Unimore alla rete Ellis, annunciato
dalla rettrice Cucchiara il 5 maggio 2026: tre giorni prima che il Piano diventi
pubblico, il Governo ha già sottoscritto un impegno nazionale sul ruolo dei
giovani nella costruzione della pace, mentre un ateneo pubblico italiano rinnova
un accordo di ricerca con una rete che include la Hebrew University di
Gerusalemme e i suoi corsi di formazione per l’intelligence e l’esercito
israeliani. Circa due mesi e mezzo dopo la pubblicazione del Piano, la Ministra
dell’Università Bernini annuncia le linee guida nazionali che propongono di
ribattezzare “common use” le collaborazioni ricerca-Difesa, nel solco
dell’apertura al dual use già sancita dalla Commissione Europea per Horizon
2025-2027 — una svolta che l‘Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università ha già analizzato nel dettaglio, per la genealogia
europea e per l’operazione lessicale che compie, nell’articolo “Il dual use è
morto… Lunga vita al dual use!” (25 luglio 2026), a cui rimandiamo per un
approfondimento specifico.
Lo schema è identico a quello osservato su scala di ateneo, semplicemente
elevato al livello statale: un impegno pubblico, solenne e internazionalmente
visibile sul ruolo dei giovani nella costruzione della pace, firmato e
pubblicato nello stesso arco temporale in cui lo stesso Governo promuove
l’allentamento dei vincoli etici sulla ricerca ad applicazione militare e non
interviene sui rapporti tra atenei pubblici italiani ed enti israeliani
coinvolti nella filiera bellica e di sorveglianza. Il Piano YPS (Young Peace
Security) non richiede — come RUniPace — alcuna verifica sui contenuti delle
politiche di ricerca, industriali o di esportazione dello Stato che lo adotta:
certifica un impegno valoriale nel campo dei diritti dei giovani senza vincolare
in alcun modo le politiche parallele su difesa, ricerca ed esportazione di
armamenti.
Si tratta di una proliferazione di piani, mozioni e adesioni dal contenuto
dichiaratamente pacifista — dal livello di ateneo fino a quello ministeriale —
che si sovrappongono, senza mai intersecarsi, alle politiche reali di ricerca e
cooperazione militare. Il Piano Giovani, Pace e Sicurezza viene firmato e
pubblicato nelle stesse settimane in cui un ateneo pubblico rinnova i propri
legami con l’apparato accademico-militare israeliano, e nello stesso trimestre
in cui il Governo prepara linee guida per facilitare, non per restringere, la
ricerca dual use negli atenei. Quello che denunciamo come Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università è che non si tratta di
incoerenza, ma della stessa architettura istituzionale, riprodotta a ogni
livello, in cui la dichiarazione di pace non comporta alcun costo per chi la
sottoscrive.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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