La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Seconda parte

Pressenza - Monday, July 20, 2026

Seconda parte del racconto di Veronica, una giovane volontaria italiana,  sull’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala.

Link alla prima parte dell’articolo.

Come arrivano le persone all’“albergue de seguridad”? Principalmente attraverso altre associazioni (Acnur, Jesuit Refugees Service, Oim, FrayMa).

Quando qualcuno arriva spontaneamente alla porta, specialmente se centroamericano, viene valutata la situazione, verificato che abbia già iniziato un percorso di richiesta asilo e fatto un controllo dei documenti. Questa misura, che al primo impatto mi è sembrata troppo drastica, ha in realtà l’obiettivo di evitare che i persecutori possano entrare, mantenendo al primo posto la sicurezza degli ospiti.

Qui le persone ricevono un posto sicuro per dormire, beni di prima necessità e prodotti basici di igiene, abbigliamento e tre pasti al giorno – purtroppo ad oggi, dati i tagli dei fondi, non sufficienti a un’alimentazione equilibrata. Recente il caso di una neonata portata d’emergenza in ospedale, il cui problema era proprio l’alimentazione non corretta della mamma. I dormitori sono suddivisi tra uomini, donne, famiglie (solo nel caso di padri con figlie e famiglie complete con bambini piccoli) e sezione dedicata alle diversità, di fatto l’unica in tutta la provincia.

Oltre all’assistenza umanitaria, gestita da un’equipe composta da staff, volontari locali e volontari che come me vengono a passare qui un periodo (solitamente 6 mesi) e vivono all’interno del centro (a maggio eravamo in tutto oltre 15 persone tra staff e volontari nella sezione assistenza umanitaria), esiste un servizio di assistenza integrale. Supporto legale e aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se irregolare; visite mediche, dentistiche e supporto psicologico in rete con altre associazioni (MSF, MdM, Save the Children…). Una scuola con ore dedicate a tutte le età. Uno spazio per le donne e un circolo di ascolto, confronto e attività che ha luogo ogni settimana. Una piccola biblioteca, una sala computer, uno spazio di gioco per i bambini, un campo per partite di calcio, basket, o pallavolo.

Grazie ai volontari e ad altre associazioni, vengono costantemente promosse attività per adulti e bambini. La notte del cinema, la serata dei talenti, il corso di ballo, quello di spagnolo per la popolazione haitiana. In questi mesi, un’ospite sordomuta ha organizzato con il supporto di un volontario un corso di lingua dei segni, affinché volontari e utenti potessero comunicare con lei e imparare un nuovo linguaggio. Poi, quando è possibile, qualche uscita con i bambini, attività specifiche legate a feste o ricorrenze, laboratori per i più piccoli.

Tutti gli utenti maggiorenni e senza problemi di salute o impedimenti fisici vengono suddivisi in squadre e ogni mattina, così come dopo ogni pasto, si occupano della pulizia delle aree comuni. Noi volontari controlliamo che tutto venga svolto correttamente e non è il migliore dei lavori. Qualcuno non si presenta, qualcuno si infastidisce perché fa sempre più di altri. Qualcuno torna stanco da 10 ore di lavoro. Ma in realtà sento che questo sistema crea comunità, senso di appartenenza degli spazi, e cosa più importante, evita di cadere nella tentazione dell’assistenzialismo. J., che per la sua età non è coinvolto nelle pulizie, ogni mattina alle 7 si propone come volontario per pulire l’area della spazzatura: mi piace lavorare, dice e almeno sento che anche io posso fare qualcosa.

Il lavoro dei volontari consiste principalmente nell’aiutare nella preparazione e distribuzione dei tre pasti al giorno, supervisionare le pulizie e presidiare lo sportello nel quale viene distribuito tutto ciò che può servire: sapone, carta igienica, spazzolini da denti, crema, deodorante, assorbenti, pannolini, rasoi, abbigliamento in caso di bisogno, ma anche giochi per bambini e adulti in prestito, ago e filo, un rasoio o una piastra per i capelli, tagliaunghie, forbici, ecc. Parte del lavoro, svolte le mansioni ordinarie, è poi proprio quello che chiamano “socializzazione”: una partita a domino o a scacchi, una a volley con i ragazzi più grandi, un gioco con i bimbi, o semplicemente sedersi su una panchina e ascoltare. Più di una volta, in queste settimane, mi sono sentita ripetere: “Grazie per avermi ascoltato”. C’è chi vuole raccontare la sua storia, chi vuole solo parlarti del cibo nel suo Paese, chi ha bisogno di sfogare lo stress e il malessere di questi mesi rinchiusi con una partita a carte. Una ragazza mi parla della relazione con il figlio di otto anni che ha dovuto lasciare nel suo Paese. Qualcuno racconta il suo viaggio, qualcun altro mi chiede se, in caso di bisogno, sarei capace di uccidere. A volte è sufficiente un complimento per il nuovo colore di capelli o per un vestito. Una delle frasi che più mi hanno colpito mi è stata detta da E., 63 anni, dopo uno scambio di battute sul pessimo pasto appena mangiato (l’ennesimo piatto di “spaghetti” ai würstel): “Sono grato per tutto ciò che mi date qui. Prima di arrivare qua dormivo per strada, mi lavavo nel fiume, mangiavo quello che trovavo. Qui posso dormire al sicuro, fare la doccia e mi ascoltate. Mi avete fatto sentire di nuovo umano.”

È proprio da questo episodio che è nata l’idea di organizzare un’uscita al mare, che si trova appena a mezz’ora, ma che raramente gli utenti visitano: per molti anche solo il biglietto dell’autobus è un costo insostenibile, soprattutto per le famiglie. E poi là, una merenda, o anche solo un posto all’ombra, diventano un ostacolo insuperabile. Ci sono andata nel mio primo giorno libero e al ritorno un signore orgoglioso di essere nato “davanti alla spiaggia più bella del mondo”, mi ha confessato di non vedere il mare da 25 anni.

Da lì la decisione di organizzare una piccola raccolta fondi in Italia, tra amici e famigliari, per regalare una giornata diversa a chi per settimane o mesi resta chiuso qua dentro. Hanno risposto tutti con grande generosità, permettendo non solo di portare i minori e gli anziani, ma tutte le persone che ne avevano la voglia e la possibilità. Le difficoltà logistiche, organizzative e il tema della sicurezza non sono state poche, ma la giornata, per quanto semplice, per molti è stata davvero speciale. Dimenticare per un attimo la pressione, l’isolamento, la solitudine. Restituire normalità e dignità. Poi quando si fanno queste cose è sempre bellissimo vedere ciò che si genera: qualcuno quel giorno ha trovato un lavoro dignitoso. Si sono generati nuovi contatti e opportunità per tutti gli utenti e per l’albergue (come una visita gratuita all’acquario) e si è rafforzata la rete territoriale. A volte, solo uscire dalla routine genera opportunità.

Sarebbe bello che un luogo così avesse la possibilità economica e i finanziamenti per garantire questo tipo di esperienze con continuità. Sarebbe ingenuo dire che sono quelle che fanno la differenza, quando le persone rischiano la vita o non hanno un luogo in cui dormire, ma sappiamo che sono quelle che ci rendono umani, che ci emozionano e che ricordano la voglia di andare avanti.

Con alcune persone si sono creati legami più personali e una delle difficoltà è stata senz’altro mantenere un trattamento egualitario con tutti. Il che non è sempre facile, soprattutto considerando la barriera linguistica con alcune persone e i bisogni e le situazioni profondamente diversi.

Per me la difficoltà più grande è stata abituarmi alla rigidità del posto. Il regolamento vieta, ad esempio, di fumare all’interno del centro, stabilisce orari specifici di uscita e proibisce di rientrare dopo le 18 se non per motivi di lavoro (comunque da concordare). Sono proibite anche liti, discussioni, insulti, ma anche relazioni sesso-affettive. Anche per una videochiamata è necessario richiedere una stanza chiusa.

Durante la mia permanenza, sono state “espulse” diverse persone per varie ragioni: dai casi di molestia, a una lite con insulti tra due donne, entrambe fatte uscire la mattina seguente. Un caso che mi ha colpito particolarmente è stato quello di una madre con un figlio adolescente, che durante la prima notte avrebbe fumato sulle scale e assunto delle droghe, oltre ad aver scattato foto agli altri ragazzi senza il loro consenso. La mattina seguente, tornando dall’Ufficio Immigrazione, hanno trovato le loro cose fuori dal cancello e si sono ritrovati di nuovo per strada. In quel momento ho avuto forti dubbi sul restare in un luogo che non è in grado di dare supporto anziché voltare le spalle in una situazione del genere.

È difficile, soprattutto provenendo dal contesto milanese, ricordare che ci sono dinamiche di rischio e sicurezza diverse e che le problematiche che attraversano le persone sono profondamente differenti. È difficile ricordare che questo è un luogo che non si occupa di integrazione, ma di assistenza umanitaria e protezione. Però qui M., a cui hanno ucciso il primo figlio in Honduras, può andare tutti i giorni a lavorare lasciando l’unico figlio che gli rimane, adolescente, senza doversi preoccupare per la sua incolumità, o per il fatto che possa finire nei giri sbagliati. T., papà solo di 4 figlie, fuggito dal suo Paese quando le pandillas (organizzazioni criminali dette anche maras) hanno accerchiato casa sua per dargli fuoco, mi racconta che aveva insegnato alle ragazze, nel caso sentissero degli spari, a salire sul tetto e a scappare da li, anziché scendere a cercarlo o aspettarlo). Quasi non esce perché è sicuro di essere stato seguito fino in Messico e mi dice con le lacrime agli occhi: “Qui, almeno, capiscono subito se possono fare entrare qualcuno. Ti ricordi quel delinquente che è arrivato con la sua mamma? Lo hanno cacciato il giorno dopo e ora sono più tranquillo.” Non sappiamo se quel ragazzino fosse davvero un delinquente, ma è certo che qui a volte è sufficiente una foto pubblicata, una conoscenza di una conoscenza, una parola di troppo o un nome detto alla leggera sul trasporto pubblico per mettere a serio rischio la vita di una famiglia. È difficile stare in un luogo che non è in grado di accompagnare anche chi è più problematico, ma è certo che qui i bambini giocano sereni, i ragazzi socializzano e si divertono e le madri e i padri finalmente respirano tranquilli perché sanno che i figli strappati dalla violenza, dal pericolo e dalla paura sono al sicuro.

 

Anna Polo