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La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Seconda parte
Seconda parte del racconto di Veronica, una giovane volontaria italiana,  sull’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Link alla prima parte dell’articolo. Come arrivano le persone all’“albergue de seguridad”? Principalmente attraverso altre associazioni (Acnur, Jesuit Refugees Service, Oim, FrayMa). Quando qualcuno arriva spontaneamente alla porta, specialmente se centroamericano, viene valutata la situazione, verificato che abbia già iniziato un percorso di richiesta asilo e fatto un controllo dei documenti. Questa misura, che al primo impatto mi è sembrata troppo drastica, ha in realtà l’obiettivo di evitare che i persecutori possano entrare, mantenendo al primo posto la sicurezza degli ospiti. Qui le persone ricevono un posto sicuro per dormire, beni di prima necessità e prodotti basici di igiene, abbigliamento e tre pasti al giorno – purtroppo ad oggi, dati i tagli dei fondi, non sufficienti a un’alimentazione equilibrata. Recente il caso di una neonata portata d’emergenza in ospedale, il cui problema era proprio l’alimentazione non corretta della mamma. I dormitori sono suddivisi tra uomini, donne, famiglie (solo nel caso di padri con figlie e famiglie complete con bambini piccoli) e sezione dedicata alle diversità, di fatto l’unica in tutta la provincia. Oltre all’assistenza umanitaria, gestita da un’equipe composta da staff, volontari locali e volontari che come me vengono a passare qui un periodo (solitamente 6 mesi) e vivono all’interno del centro (a maggio eravamo in tutto oltre 15 persone tra staff e volontari nella sezione assistenza umanitaria), esiste un servizio di assistenza integrale. Supporto legale e aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se irregolare; visite mediche, dentistiche e supporto psicologico in rete con altre associazioni (MSF, MdM, Save the Children…). Una scuola con ore dedicate a tutte le età. Uno spazio per le donne e un circolo di ascolto, confronto e attività che ha luogo ogni settimana. Una piccola biblioteca, una sala computer, uno spazio di gioco per i bambini, un campo per partite di calcio, basket, o pallavolo. Grazie ai volontari e ad altre associazioni, vengono costantemente promosse attività per adulti e bambini. La notte del cinema, la serata dei talenti, il corso di ballo, quello di spagnolo per la popolazione haitiana. In questi mesi, un’ospite sordomuta ha organizzato con il supporto di un volontario un corso di lingua dei segni, affinché volontari e utenti potessero comunicare con lei e imparare un nuovo linguaggio. Poi, quando è possibile, qualche uscita con i bambini, attività specifiche legate a feste o ricorrenze, laboratori per i più piccoli. Tutti gli utenti maggiorenni e senza problemi di salute o impedimenti fisici vengono suddivisi in squadre e ogni mattina, così come dopo ogni pasto, si occupano della pulizia delle aree comuni. Noi volontari controlliamo che tutto venga svolto correttamente e non è il migliore dei lavori. Qualcuno non si presenta, qualcuno si infastidisce perché fa sempre più di altri. Qualcuno torna stanco da 10 ore di lavoro. Ma in realtà sento che questo sistema crea comunità, senso di appartenenza degli spazi, e cosa più importante, evita di cadere nella tentazione dell’assistenzialismo. J., che per la sua età non è coinvolto nelle pulizie, ogni mattina alle 7 si propone come volontario per pulire l’area della spazzatura: mi piace lavorare, dice e almeno sento che anche io posso fare qualcosa. Il lavoro dei volontari consiste principalmente nell’aiutare nella preparazione e distribuzione dei tre pasti al giorno, supervisionare le pulizie e presidiare lo sportello nel quale viene distribuito tutto ciò che può servire: sapone, carta igienica, spazzolini da denti, crema, deodorante, assorbenti, pannolini, rasoi, abbigliamento in caso di bisogno, ma anche giochi per bambini e adulti in prestito, ago e filo, un rasoio o una piastra per i capelli, tagliaunghie, forbici, ecc. Parte del lavoro, svolte le mansioni ordinarie, è poi proprio quello che chiamano “socializzazione”: una partita a domino o a scacchi, una a volley con i ragazzi più grandi, un gioco con i bimbi, o semplicemente sedersi su una panchina e ascoltare. Più di una volta, in queste settimane, mi sono sentita ripetere: “Grazie per avermi ascoltato”. C’è chi vuole raccontare la sua storia, chi vuole solo parlarti del cibo nel suo Paese, chi ha bisogno di sfogare lo stress e il malessere di questi mesi rinchiusi con una partita a carte. Una ragazza mi parla della relazione con il figlio di otto anni che ha dovuto lasciare nel suo Paese. Qualcuno racconta il suo viaggio, qualcun altro mi chiede se, in caso di bisogno, sarei capace di uccidere. A volte è sufficiente un complimento per il nuovo colore di capelli o per un vestito. Una delle frasi che più mi hanno colpito mi è stata detta da E., 63 anni, dopo uno scambio di battute sul pessimo pasto appena mangiato (l’ennesimo piatto di “spaghetti” ai würstel): “Sono grato per tutto ciò che mi date qui. Prima di arrivare qua dormivo per strada, mi lavavo nel fiume, mangiavo quello che trovavo. Qui posso dormire al sicuro, fare la doccia e mi ascoltate. Mi avete fatto sentire di nuovo umano.” È proprio da questo episodio che è nata l’idea di organizzare un’uscita al mare, che si trova appena a mezz’ora, ma che raramente gli utenti visitano: per molti anche solo il biglietto dell’autobus è un costo insostenibile, soprattutto per le famiglie. E poi là, una merenda, o anche solo un posto all’ombra, diventano un ostacolo insuperabile. Ci sono andata nel mio primo giorno libero e al ritorno un signore orgoglioso di essere nato “davanti alla spiaggia più bella del mondo”, mi ha confessato di non vedere il mare da 25 anni. Da lì la decisione di organizzare una piccola raccolta fondi in Italia, tra amici e famigliari, per regalare una giornata diversa a chi per settimane o mesi resta chiuso qua dentro. Hanno risposto tutti con grande generosità, permettendo non solo di portare i minori e gli anziani, ma tutte le persone che ne avevano la voglia e la possibilità. Le difficoltà logistiche, organizzative e il tema della sicurezza non sono state poche, ma la giornata, per quanto semplice, per molti è stata davvero speciale. Dimenticare per un attimo la pressione, l’isolamento, la solitudine. Restituire normalità e dignità. Poi quando si fanno queste cose è sempre bellissimo vedere ciò che si genera: qualcuno quel giorno ha trovato un lavoro dignitoso. Si sono generati nuovi contatti e opportunità per tutti gli utenti e per l’albergue (come una visita gratuita all’acquario) e si è rafforzata la rete territoriale. A volte, solo uscire dalla routine genera opportunità. Sarebbe bello che un luogo così avesse la possibilità economica e i finanziamenti per garantire questo tipo di esperienze con continuità. Sarebbe ingenuo dire che sono quelle che fanno la differenza, quando le persone rischiano la vita o non hanno un luogo in cui dormire, ma sappiamo che sono quelle che ci rendono umani, che ci emozionano e che ricordano la voglia di andare avanti. Con alcune persone si sono creati legami più personali e una delle difficoltà è stata senz’altro mantenere un trattamento egualitario con tutti. Il che non è sempre facile, soprattutto considerando la barriera linguistica con alcune persone e i bisogni e le situazioni profondamente diversi. Per me la difficoltà più grande è stata abituarmi alla rigidità del posto. Il regolamento vieta, ad esempio, di fumare all’interno del centro, stabilisce orari specifici di uscita e proibisce di rientrare dopo le 18 se non per motivi di lavoro (comunque da concordare). Sono proibite anche liti, discussioni, insulti, ma anche relazioni sesso-affettive. Anche per una videochiamata è necessario richiedere una stanza chiusa. Durante la mia permanenza, sono state “espulse” diverse persone per varie ragioni: dai casi di molestia, a una lite con insulti tra due donne, entrambe fatte uscire la mattina seguente. Un caso che mi ha colpito particolarmente è stato quello di una madre con un figlio adolescente, che durante la prima notte avrebbe fumato sulle scale e assunto delle droghe, oltre ad aver scattato foto agli altri ragazzi senza il loro consenso. La mattina seguente, tornando dall’Ufficio Immigrazione, hanno trovato le loro cose fuori dal cancello e si sono ritrovati di nuovo per strada. In quel momento ho avuto forti dubbi sul restare in un luogo che non è in grado di dare supporto anziché voltare le spalle in una situazione del genere. È difficile, soprattutto provenendo dal contesto milanese, ricordare che ci sono dinamiche di rischio e sicurezza diverse e che le problematiche che attraversano le persone sono profondamente differenti. È difficile ricordare che questo è un luogo che non si occupa di integrazione, ma di assistenza umanitaria e protezione. Però qui M., a cui hanno ucciso il primo figlio in Honduras, può andare tutti i giorni a lavorare lasciando l’unico figlio che gli rimane, adolescente, senza doversi preoccupare per la sua incolumità, o per il fatto che possa finire nei giri sbagliati. T., papà solo di 4 figlie, fuggito dal suo Paese quando le pandillas (organizzazioni criminali dette anche maras) hanno accerchiato casa sua per dargli fuoco, mi racconta che aveva insegnato alle ragazze, nel caso sentissero degli spari, a salire sul tetto e a scappare da li, anziché scendere a cercarlo o aspettarlo). Quasi non esce perché è sicuro di essere stato seguito fino in Messico e mi dice con le lacrime agli occhi: “Qui, almeno, capiscono subito se possono fare entrare qualcuno. Ti ricordi quel delinquente che è arrivato con la sua mamma? Lo hanno cacciato il giorno dopo e ora sono più tranquillo.” Non sappiamo se quel ragazzino fosse davvero un delinquente, ma è certo che qui a volte è sufficiente una foto pubblicata, una conoscenza di una conoscenza, una parola di troppo o un nome detto alla leggera sul trasporto pubblico per mettere a serio rischio la vita di una famiglia. È difficile stare in un luogo che non è in grado di accompagnare anche chi è più problematico, ma è certo che qui i bambini giocano sereni, i ragazzi socializzano e si divertono e le madri e i padri finalmente respirano tranquilli perché sanno che i figli strappati dalla violenza, dal pericolo e dalla paura sono al sicuro.   Anna Polo
July 20, 2026
Pressenza
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parte
Veronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi, un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone, nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho contattati e sono partita. Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui è J, e tu da dove vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.” Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova uno spazio sicuro e di ascolto. Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie, così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana. La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento; io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula. Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività extra organizzate internamente. Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze; i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over 60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno). Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone, in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima necessità e servizi. La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati (l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi). Foto di Ale Cárdenas Olguín I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%). La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per “scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador, Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico. Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime. Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari, narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni avvengono qui) Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si fermeranno dove non riusciranno a trovarli. Anna Polo
July 19, 2026
Pressenza