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Accolti sulla carta, ma abbandonati in strada: il TAR di Parma condanna la prassi della Prefettura
“I diritti non possono aspettare i tempi della burocrazia”. Con questa motivazione netta, il TAR di Parma ha censurato la strategia della Prefettura che riconosceva formalmente il diritto all’accoglienza ai richiedenti asilo, lasciandoli però di fatto senza un posto letto, cibo o assistenza. A renderlo noto è il CIAC – Centro immigrazione asilo e cooperazione di Parma e provincia che insieme all’Avvocato Calogero Musso supportano fin dall’inizio i richiedenti asilo lasciati fuori accoglienza. Questa vittoria, infatti, è il risultato di un impegno corale di un team legale formato dall’avvocato e dal monitoraggio e dall’accompagnamento costante degli operatori legali di CIAC. Da mesi, scrive l’associazione per spiegare la vicenda, molti richiedenti asilo a Parma vivono in un limbo assurdo: la Prefettura accoglie la loro domanda ma rimanda l’ingresso nelle strutture a data da destinarsi. La giustificazione usata è spesso la mancanza di posti o la necessità di dare priorità ai nuovi arrivi via mare. È la categoria – precisa l’associazione – degli “accolti ma non accolti“: persone con un diritto riconosciuto per legge, ma condannate all’invisibilità e alla strada. La sentenza è di interesse generale perché quanto accade a Parma non è un fatto isolato, ma sono prassi che avvengono in quasi tutte le città italiane. LA SENTENZA: L’ASSISTENZA DEVE ESSERE IMMEDIATA Il Tribunale Amministrativo – sottolinea Ciac – ha stabilito che le difficoltà organizzative non sono una scusa per negare la dignità umana. L’Amministrazione ha l’obbligo di attivarsi immediatamente per garantire i livelli minimi di assistenza. > Eventuali esigenze organizzative o temporanee indisponibilità di posti non > esonerano l’Amministrazione dall’obbligo di attivarsi per assicurare […] le > condizioni materiali minime di accoglienza. > > Sentenza del TAR Parma «È una vittoria che ribadisce un principio fondamentale: lo Stato non può fare promesse a vuoto», dichiara Michele Rossi, Direttore di CIAC. «Il nostro impegno ora è garantire che nessuna persona sia più lasciata in strada con un provvedimento di accoglienza inutile in tasca». Cosa succede ora? La battaglia prosegue. Il Tribunale ha già fissato l’udienza pubblica per il 16 settembre 2026. In quella sede si discuterà la richiesta di risarcimento del danno per i giorni passati ingiustamente senza assistenza. «Non resteremo a guardare. Saremo sempre al fianco delle persone migranti per pretendere il rispetto della legge, diritto negato per diritto negato. Questa sentenza è un richiamo alla responsabilità per tutta la nostra comunità. Invitiamo la cittadinanza a mantenere alta l’attenzione: il rispetto dei diritti di tutti e tutte è l’unico fondamento possibile per una società che si dice davvero democratica», conclude la nota di CIAC. T.A.R. per l’Emilia-Romagna, ordinanza del 25 marzo 2026
La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di mana5280 su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono anni che lavoro con rifugiati e migranti accolti nei progetti SAI e provo a ricostruire le loro storie, a mettermi in ascolto dei loro percorsi, spesso tortuosi, che li hanno portati qui da noi. Mi interessa capire non solo la loro storia ma anche l’orizzonte temporale, fatto di presente e futuro che compone o ricompone le esistenze. Prestare ascolto al loro vissuto permette di uscire dal ruolo omologato di migrante, persona da soccorrere ed aiutare senza distinzioni. Ogni persona accolta ha infatti un proprio vissuto, spesso segnato da traumi indelebili ma conserva gelosamente anche molto altro… odori, sapori, ricordi, rituali, affetti che chi lavora sempre in emergenza non riesce a decifrare fagocitato com’è dalla burocrazia e dagli schemi rigidi dei protocolli. Riuscire a scardinare lo scrigno prezioso di tutto “quell’altro” non detto può divenire un’esperienza forte e commovente. Nell’ultimo laboratorio che ho tenuto per un SAI calabrese ho incontrato una famiglia afghana che si trova in Italia da circa due anni. Parlano tutti abbastanza bene l’italiano ed è stato facile perciò comunicare e approfondire alcuni aspetti del loro percorso. Lui, il papà di cinque figli, è stato ai tempi della Repubblica un alto funzionario governativo nella provincia di Herat, tra le prime a cadere dopo l’invasione talebana del 2021. In Afghanistan aveva quattro guardie del corpo, una casa enorme, una vita decisamente agiata. Tutta la famiglia ha partecipato attivamente al laboratorio, producendo molto materiale fotografico per allestire una mostra sulla loro storia e cultura ma il momento più emozionante è stato quando Abdul – nome di fantasia per garantire l’anonimato in quanto perseguitato politico – ha letto ad alta voce, davanti a noi tutti, il suo racconto che riporto qui per intero. [Roberta Ferruti] Ricordo molto bene il 12 agosto 2021, era giovedì, molti distretti della provincia di Herat la mia città, erano già caduti in mano ai talebani, e la guerra era arrivata alle sue porte. Io sono rimasto nell’ufficio del governatore fino alle 12, poi sono andato a casa per mangiare. Quando ho acceso la televisione ho visto che i Talebani erano entrati nella città e stavano prendendo uno dopo l’altro gli uffici del governo. Herat era piena di paura, confusione e caos. Io ero contrario ai Talebani e avevo molta paura per la mia vita e per la mia famiglia. Quella notte è stata una delle notti più difficili della mia vita. Non pensavamo mai che il governo potesse cadere così velocemente. Dopo la caduta della città, molti soldati e funzionari del governo sono fuggiti. Ognuno cercava di salvare la propria vita e la propria famiglia. In quel momento ho capito che dovevo lasciare la città immediatamente. Senza dire niente a nessuno, neppure agli altri parenti: io, mia moglie e i miei cinque figli siamo saliti in macchina e abbiamo lasciato in fretta e furia la città. Un mio amico mi aveva detto che potevamo restare nascosti nella sua casa per qualche tempo. Vengo dall’Afganistan, una terra di straordinaria bellezza paesaggistica e culturale, caratterizzata da montagne imponenti, valli remote e una storia millenaria che affascina da sempre viaggiatori ed esploratori. La mia famiglia di provenienza è tra le più importanti dell’Afghanistan, molti familiari, infatti, hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche, durante il periodo della Repubblica. Ho lavorato per dieci anni come capo in diversi distretti della provincia di Herat. Nell’ultimo si trovava la più grande base militare delle forze armate italiane della provincia di Herat e ho sempre tenuto una stretta collaborazione con loro lavorando a diversi progetti per aiutare la popolazione, ad esempio: sostegno alle scuole e all’educazione, sostegno agli ospedali e ai centri sanitari, collaborazione con gli uffici del governo, costruzione e manutenzione delle strade… Prima del 12 agosto del 2021 la situazione in Afghanistan era più stabile e più libera. I diritti delle donne erano rispettati, infatti le donne potevano studiare, lavorare e partecipare alle elezioni. Alcune di loro lavoravano anche al Parlamento e nei Consigli provinciali. La sicurezza era abbastanza buona e le Forze dell’ordine facevano il loro lavoro per proteggere la popolazione. La mia famiglia aveva una vita tranquilla e stabile. Avevamo tutto quello che serviva per vivere. La nostra casa era nel centro della città e avevamo tre automobili. Possiamo dire che avevamo una vita normale e serena. Purtroppo la situazione è cambiata dopo l’Accordo di Doha che ha gettato le basi per la caduta della Repubblica e il ritorno al potere da parte dei Talebani. La notte del 12 agosto del 2021 ho dunque lasciato la mia casa e la mia città insieme alla mia famiglia. Ad Herat c’era un grande disordine, fortunatamente durante il viaggio non abbiamo avuto intoppi. Ma, circa due ore dopo dall’arrivo a casa del mio amico, siamo stati informati del fatto che una decina di Talebani erano entrati nella nostra casa per cercarmi, hanno picchiato i miei cugini, che sono anche fratelli di mia moglie, e, hanno chiesto loro dove fossi. Per fortuna nessuno sapeva dove mi trovavo, tranne il mio amico. Solo per poco i Talebani non sono riusciti a trovarmi. Dal giorno dopo ho iniziato a cercare un modo per lasciare il paese. Dopo sette giorni, un mio amico è riuscito a ottenere per me un visto per l’Iran. Sono stato costretto a lasciare l’Afghanistan da solo, senza la mia famiglia, e sono andato in Iran. Dopo circa quattro mesi, mia moglie e i miei figli sono riusciti a venire anche loro in Iran insieme a mio cugino. Finalmente la nostra famiglia si è riunita di nuovo. All’inizio il nostro unico obiettivo era salvarci la vita, per questo motivo abbiamo scelto l’Iran, che era il paese più vicino e più sicuro per noi. Nei primi mesi non avevamo nessun contatto con le istituzioni internazionali. Dopo circa otto mesi, un mio amico mi ha dato l’indirizzo email del Ministero della Difesa italiano. Abbiamo scritto una email e dopo poco tempo abbiamo ricevuto una risposta positiva. Ci hanno chiesto di inviare tutti i documenti della nostra collaborazione con le forze dell’ordine italiane. Fortunatamente avevamo tutti i documenti e le prove e li abbiamo inviati. Poiché le forze dell’ordine italiane mi conoscevano bene e sapevano della nostra collaborazione, hanno accettato la nostra richiesta. Abbiamo aspettato circa venti mesi. Un giorno ci hanno chiamato e ci hanno detto di andare al Consolato italiano a Teheran per completare i documenti e ricevere il visto per l’Italia. Quel giorno è stato uno dei giorni più felici della nostra vita. Al consolato ci hanno accolto con grande gentilezza e rispetto. Il 21 dicembre 2023 abbiamo lasciato l’Iran per andare in Italia. Dopo essere atterrati a Roma, dove due operatori ci hanno accolto e ci hanno aiutato, abbiamo preso un altro aereo per la Calabria. Giunti all’aeroporto, abbiamo trovato due operatori dell’ufficio che seguiva il nostro caso. Sono stati loro stessi che ci hanno accompagnato sull’autobus che ci ha portati dove siamo ora. Voglio dire grazie al governo italiano, al popolo italiano e anche all’ufficio SAI per la loro gentilezza, ospitalità e aiuto. Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto. [Abdul] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan proviene da Comune-info.
April 1, 2026
Comune-info
Aiuto e solidarietà ai migranti alla frontiera tra Italia e Francia. Intervista a Silvia Massara
Per i migranti che vi arrivano grazie al passaparola, il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è da anni un accogliente luogo di passaggio prima di tentare l’attraversamento della frontiera per restare in Francia o proseguire per altri Paesi europei. A causa dei respingimenti, il tentativo viene spesso ripetuto. Ne parliamo con Silvia Massara, una dei volontari impegnati da anni in quest’opera di aiuto e solidarietà. Il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è aperto dal 2018, ma il sostegno ai migranti che arrivano in Val Susa esiste da prima. Puoi ripercorrere le tappe della vostra storia? A Bardonecchia gli arrivi di migranti in treno iniziano a marzo-aprile 2017. All’inizio sono quasi solo guineani che arrivano direttamente dagli sbarchi nel Sud Italia e si incamminano a piedi verso il Col de l’Echelle senza essere fermati dalla polizia italiana. Durante l’estate gli arrivi si intensificano e alcuni residenti prendono l’abitudine di tenere in macchina cibo e giacche da offrire. Spesso i migranti si perdono e vengono riportati indietro da chi è andato in gita. I primi freddi dell’autunno allarmano il nostro piccolo gruppo, così cerchiamo senza grandi risultati di coinvolgere le istituzioni locali. Ogni sera andiamo alla stazione con tè caldo e coperte e cerchiamo di far aprire un magazzino riscaldato per accogliere la gente, anche perché la neve arriva presto abbondante e le temperature si abbassano molto. Poi a fine novembre le ferrovie, stanche del fatto che la stazione sia diventata un luogo di rifugio e di cura, decidono di chiuderla completamente. Qualche giorno dopo, con l’aiuto di Rainbow4Africa, una Ong che dopo aver operato in Africa era già intervenuta a Lesbo, si apre una piccola stanza ripulita e riscaldata. Attorno alla stazione si forma una rete di solidarietà, proveniente dalla media e bassa Val Susa e in cui gli attivisti No TAV sono numerosi, che viene in soccorso al nostro piccolo gruppo locale. Con il pericolo delle valanghe al Col de l’Echelle, riusciamo gradualmente a convincere i migranti a utilizzare il Col du Montgenèvre, più controllato ma meno pericoloso. Da dicembre 2017 a marzo 2018 tutte le sere saliamo a Clavière con le nostre auto per raccogliere le persone che sono state respinte o che rinunciano a causa del freddo molto intenso e della neve molto alta. Decidiamo di chiedere aiuto al sindaco e al parroco di Clavière, anche in questo caso senza esito. È in questo contesto d’emergenza, con arrivi fino a 60 persone, che nella notte tra il 21 e il 22 marzo 2018 viene occupata la vasta sala parrocchiale situata sotto la chiesa di Clavière. Il giorno successivo all’occupazione contattiamo Don Chiampo, parroco di Bussoleno e punto di riferimento della Caritas della Val Susa, per chiedergli un aiuto per evitare l’evacuazione immediata. L’evacuazione non avviene e cresce la collaborazione tra solidali francesi e italiani. Nasce il collettivo “Chez Jésus”. Arrivano donazioni, nonostante la lontananza di Claviere: cibo, prodotti per l’igiene, scarponi, zaini, ecc. Tuttavia permane la minaccia dell’evacuazione, che poi avverrà il mattino del 10 ottobre 2018. Il 18 settembre 2018 apre il rifugio Fraternità Massi di Oulx, situato in un ex edificio salesiano gestito dalla fondazione Talità Kum, il cui presidente è don Luigi Chiampo. Inizialmente il rifugio ha solo una decina di posti e apre solo di notte e poche ore di giorno, poi i posti diventeranno 45, fino al cambio di sede tre anni dopo. Nel frattempo nella notte tra 8 e 9 dicembre 2018 viene occupata la casa cantoniera all’uscita di Oulx, poi sgomberata il 23 febbraio 2021 dalla polizia italiana. Queste occupazioni a fini sociali e umanitari sono state oggetto di una vasta indagine giudiziaria che ha coinvolto più di 170 persone. Diciassette di loro hanno ricevuto un divieto amministrativo di soggiorno nella zona del confine della durata di sei mesi, ma alla fine sono stati tutti assolti, giacché è stata riconosciuta la loro finalità umanitaria. Credo che al buon esito della vicenda abbia contribuito una petizione con migliaia di firme, lanciata su entrambi i lati del confine per segnalare la situazione di emergenza umanitaria.  Quanti migranti riuscite ad accogliere attualmente? Il rifugio dispone di circa 70 posti letto, a cui se ne aggiungono alcuni in un container esterno. Ma bisogna pensare che ospitiamo persone in viaggio, con nuovi arrivi e nuove partenze ogni giorno; le persone di oggi non c’erano ieri e non ci saranno domani, o almeno si spera, perché se ci sono  significa che sono state respinte. La difficoltà sta nell’imprevedibilità del numero degli arrivi, che dipende in parte dalla stagione, ma soprattutto dai flussi che iniziano migliaia di km più in là. Le persone si comportano in modo diverso a seconda della rotta che hanno seguito e della loro esperienza nell’affrontare la montagna. I giovani afghani non temevano il freddo, la neve, le montagne per esperienza vissuta e non erano fermati dall’attraversamento del mare, quindi arrivavano in massa anche in pieno inverno. Ora che arrivano persone da Sudan e Maghreb il fatto che partano spesso dalla Libia o dalla Tunisia fa sì che ci sia un calo invernale più marcato. Fino adesso si è riusciti a non rifiutare l’ingresso a nessuno, anche se ci sono stati momenti difficilissimi, con numeri fino a 230 persone in un solo giorno.  Quante persone “lavorano” al rifugio, tra volontari e personale fisso? Il numero dei volontari è difficile da definire: credo che una quarantina sia più o meno il numero dei regolari, ma si va da chi viene sempre una volta alla settimana ed è sovente punto di riferimento di aspetti diversi a chi arriva magari da Vicenza o da Genova per quattro giorni tutte le volte che riesce a ritagliare uno spazio. Poi c’è un numero grandissimo di volontari che vengono in modo sporadico, o che si avvicinano per la prima volta, magari passano da noi le ferie ma non sempre riescono a ritornare. O le comunità capi scout della zona che ci adottano da anni e a turno vengono nel fine settimana per le pulizie. Infine ci sono i gruppi che vengono episodicamente, spesso gruppi scout in uscita che si dedicano al rifugio durante il loro cammino o classi maggiorenni di insegnanti illuminati. Il personale stipendiato è costituito da circa 10 operatori che dipendono da Talità Kum e sono responsabili della struttura, dalle operatrici legali che dipendono dalla Diaconia Valdese e dalla referente medico e infermieri di Rainbow for Africa. Puoi descriverci nella pratica cosa succede al rifugio ogni giorno? Come ho già detto, la premessa è che le persone che arrivano sono in viaggio, si fermano quindi indicativamente una notte e ripartono il giorno seguente. La mattina vengono riunite nel salone e si cerca di dare tutte le informazioni necessarie sui due temi che più ci stanno a cuore: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera. Si insegnano a usare la coperta di sopravvivenza e gli scaldamani, si forniscono i numeri telefonici di soccorso, si cerca di raccontare cos’è una valanga e dove non si deve passare, si spiega cosa avviene se si è fermati dalla polizia francese, quali sono i propri diritti e cosa succede se si viene respinti. I MSNA (minori non accompagnati) negli ultimi anni possono presentarsi in polizia al confine e normalmente vengono fatti passare. Intanto tutti ricevono il vestiario adatto alla stagione e un panino o pasta di dattero per affrontare le lunghe ore di cammino. Dopo le partenze dei bus al mattino e dopo pranzo verso la frontiera la giornata prosegue normalmente più calma, a meno che ci siano grandi numeri di migranti. Nel frattempo sono state fatte decine di lavatrici e le pulizie di tutto l’edificio. Verso sera purtroppo possono rientrare i respinti, portati dal furgone dei volontari della CRI. La giornata si chiude presto, alle 19, poiché tutti sono sfiniti. Cosa riuscite a offrire ai migranti, spesso traumatizzati dalle violenze subite durante il viaggio, oltre a un momento di riposo, indumenti adatti e indicazioni pratiche per superare il confine? Non vengono date informazioni pratiche per superare il confine, metterebbe tutti in pericolo,  ma informazioni sulla sicurezza e informazioni legali. Quello che si spera di offrire è uno spazio in cui si sentano guardati come persone, ascoltati se lo desiderano, confortati se ne sentono il bisogno. Dopo giorni o mesi in cui sono stati trattati come pacchi o corpi da usare, farli sentire come persone è già moltissimo. Quali sono i Paesi di provenienza più rappresentati e quali le situazioni drammatiche che li inducono a cercare una vita migliore in Europa? Ci sono stati molti cambiamenti nei flussi in questi anni: all’inizio giovani dell’area subsahariani francofoni in cerca di aiuto dalla Francia che si era presa le loro risorse e che speravano potesse accoglierli. Poi tra il 2020 e il 2022 popoli dai Balcani, soprattutto afghani e molti kurdi, in fuga da guerra e persecuzioni. Nel 2023 un enorme numero di sudanesi di nuovo in fuga dalla guerra, a cui l’anno scorso si sono aggiunte molte persone da Eritrea e Etiopia, con un numero impressionante di minori non accompagnati (anche 30 in un giorno). In questa fase ancora tanti dal Sudan e in aumento dal Marocco, attirati dalle nuove normative spagnole che rendono relativamente più facile ottenere un permesso di soggiorno. Al rifugio arrivano spesso minori non accompagnati, che magari hanno iniziato il loro viaggio a 12, 13 anni. Da cosa fuggono e quali sono le procedure nei loro confronti in Italia e in Francia? Molti sono “inviati” dalle famiglie che investono su di loro con grandi sacrifici, altri cercano di raggiungere famiglie lontane. In Italia sono i servizi sociali che devono occuparsene, in valle ci sono due case di accoglienza. Ma moltissimi di loro fuggono perché hanno un obiettivo chiaro da raggiungere, se non è la famiglia sono amici o conterranei che li stanno aspettando in altri Paesi europei, quindi ovviamente non c’è niente che li convinca a fermarsi. Se si sono già dichiarati minori all’entrata in Italia o se arrivano dai Balcani e non sono stati ancora registrati si possono presentare alla stazione di polizia che si trova sul territorio francese e dichiararsi minori per essere accolti. Normalmente vengono presi in carico da un’associazione di difesa dell’infanzia che li indirizza a Gap, dove dovrebbero passare l’esame di riconoscimento dell’età, ma molti proseguono il loro viaggio. Tra il vostro rifugio e Terrasses Solidaires di Briançon c’è uno scambio continuo e una condivisione di valori e attività. Puoi descriverci brevemente quali sono e cosa fanno le organizzazioni solidali francesi? I rapporti tra noi e i francesi sono rigorosamente legati a due temi principali: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera (respingimenti illegali ecc). Ogni altro rapporto ci metterebbe in una situazione di pericolo. Refuges Solidaires è il nome del rifugio francese (strutturato su quattro sedi). La parte principale, che ha circa 70 posti come da noi, accoglie quotidianamente le persone in viaggio che transitano da Briançon sul loro percorso verso altre città francesi o più spesso verso la Spagna e i Paesi del nord Europa. Si chiama Les Terrasses Solidaires e contiene anche gli uffici di altre associazioni che collaborano: Médecins du Monde, che ha sede a Briançon da anni e partecipa alla parte sanitaria e alle azioni di solidarietà in montagna dette “maraudes”, Toutes et Tous Migrants, che si occupa della parte “politica”, dei ricorsi con gli avvocati, delle manifestazioni, ecc e il collettivo RDRM (Réduction des risques en montagne) che nelle notti di inverno percorre i sentieri in territorio francese per portare aiuto alle persone in pericolo di vita. I valori che ci legano si esplicitano sovente attraverso manifestazioni comuni, come la Grande Maraude Solidaire degli anni passati, la Commemor’Action dei morti lungo le frontiere, una giornata mondiale di lotta che si tiene il 6 febbraio, convegni, ecc. Che cosa ti hanno dato questi anni di intensa attività? Cosa ti dà la forza per continuare questo impegno? Sicuramente la nostra vita è cambiata, aver incontrato le persone che sono passate di qui ci fa vedere il mondo in modo diverso, fare esperienza della dignità e del coraggio di coloro che incontriamo ci cambia. In me è cresciuta la percezione di ciò che ci accomuna tutti, una sensazione forte di vicinanza e un gran bisogno di concretezza. Mi sento parte di una rete di persone con cui condivido tanto; è questo il motivo per cui la convinzione non si è affievolita negli anni. Foto di Aldo Amoretti, Matteo Placucci e vari attivisti Anna Polo
March 9, 2026
Pressenza
L’immigrazione nel mondo e da noi
di Danilo Tosarelli PREMESSA Secondo le stime ONU, i migranti internazionali sono 304 milioni, pari al 3,7% della popolazione mondiale. Sono quelli, che vivono da oltre un anno in un Paese diverso da quello di residenza. Erano la metà 30 anni fa. Questa mobilità è generata dall’intreccio di diseguaglianze economiche, dinamiche demografiche e politiche, conflitti. Le principali mete sono innanzitutto l’Europa,
January 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Salvati dalla guerra ma abbandonati, questo il destino dei Palestinesi accolti a Firenze
A partire dal mese di febbraio 2024 a Firenze sono stati accolti bambini e bambine vittime del genocidio in atto nella Striscia di Gaza per essere curati all’ospedale Meyer, accompagnati da alcuni loro familiari. Sono stati salvati dalla guerra ma … Leggi tutto L'articolo Salvati dalla guerra ma abbandonati, questo il destino dei Palestinesi accolti a Firenze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il battito di una Roma che non si arrende
Messaggio di Lucha e Sista e Spin Time Esprimiamo tutto il nostro sostegno, complicità e vicinanza a Spin Time Labs, che costruisce politiche per l’abitare giuste ed eque, che produce possibilità abitative per tant3, che genera esperienze mutualistiche e di welfare all’interno di uno stabile che era stato inutilizzato e abbandonato da  troppo tempo. La minaccia di sgombero che pende su Spin Time è inaccettabile. Non è un atto burocratico, ma un attacco frontale a un’idea di città. Come Lucha y Siesta, sentiamo questa vicenda vibrare sulla nostra pelle: sono esperienze in risonanza, specchi di una necessità che si è fatta carne, desiderio e progetto. Conosciamo bene la storia della comunità di Spin time con la quale abbiamo condiviso alcuni percorsi, oltre che storie e biografie. Lucha y siesta nasce nella lotta per la casa, intuendo prima di altri che la violenza domestica è tale, in primis, per chi non ha una casa sicura in cui vivere lontano dalla violenza. Intuizione che ci spinge a praticare ancora oggi, dopo 18 anni,  percorsi autonomi sul diritto ad una vita libera dalla violenza che significa anche; Casa, Lavoro e Autodeterminazione. L’Urbe Sotto Assedio: Speculazione contro autogoverno Per anni, Lucha y Siesta e Spin Time hanno colmato il vuoto lasciato da una politica istituzionale miope e latitante. Una politica che ha preferito svendere pezzi di Urbe alla speculazione selvaggia per “fare cassa”, invece di investire in utilità pubblica. In questo paradigma distorto, il benessere di chi abita i territori non è mai un investimento, ma sempre e solo una “spesa”. Il cemento perciò ha cannibalizzato i quartieri, soffocando il verde pubblico e abbattendo alberi secolari per moltiplicare palazzine vuote. L’esempio del The Social Hub a San Lorenzo è emblematico: uno studentato di lusso, uno scrigno scintillante per pochi privilegiati, spacciato per “rigenerazione urbana”. È la stessa retorica che ha cancellato l’esperienza di Scup – Sport e cultura popolare, lasciando al suo posto solo le macerie di via della Stazione Tuscolana. La Tirannia del Mattone e l’Espulsione dei Corpi Alle “cattedrali nel deserto” e alle vele incompiute si è sommata la ferocia della gentrificazione. Roma si sta trasformando in un parco giochi per il turismo di massa: Sradicamento sociale: Gli affitti schizzano, le case vacanza proliferano, i dehors invadono ogni centimetro. Svendita del patrimonio: Nonostante il Comune e la Regione posseggano un terzo delle case in affitto, preferiscono venderle, come accade alla Garbatella. Espulsione coatta: Trastevere, San Lorenzo e il Pigneto sono già stati colonizzati. Chi sarà il prossimo? Per chi fugge dalla violenza patriarcale, trovare casa a Roma è diventato un miraggio. Se sei migrante o una soggettività non conforme alle norme eterocis, il miraggio diventa un muro. La Capitale è oggi una metropoli escludente che espelle chi è impoverit3. Mentre si inaugura la stazione metro Colosseo — magnifica, dorata, museale — fuori si consuma il dramma di s/famiglie e individualità che non possono più permettersi di vivere entro il GRA. Riacquistare autonomia dopo un percorso in un Centro Antiviolenza, in una casa rifugio o in una casa di semi-autonomia in questa Città significa troppo spesso essere costrette a lasciare il proprio quartiere, rinunciando spesso ai propri desideri, sradicando sé stesse e i propri figli dal quel tessuto sociale così importante per le reti di supporto amicali, relazionali, di vicinato, essenziali per il benessere e la sicurezza, quella vera fatta di mutualismo e giustizia sociale. Solidarietà a Spin Time significa allora difendere il diritto di abitare la città, rifiutando l’esilio nelle province dell’esistenza. E infine, vogliamo sottolineare l’importanza dello spazio come riappropriazione materiale e simbolica di soggettività politica. Lucha y Siesta si inserisce nel solco della storia dei femminismi che da sempre hanno cercato spazi fisici per radicare le proprie pratiche; luoghi fisici in cui poter sviluppare sperimentazioni organizzative, di pensiero, di attività, spazi che hanno saputo creare forme alternative di economie femministe, innovative rispetto al modello economico neoliberista. Lucha e le altre Case  femministe e transfemministe delle Donne* nel tempo hanno intessuto reti libere dal profitto e lo  sfruttamento risignificando de facto le parole Democrazia e Istituzione. Spazi materiali diventati beni comuni perché gestiti da comunità che mettono al centro le relazionalità e i desideri di chi se ne prende cura. Il materiale diventa simbolico e costruisce immaginari possibili. Verso la Città Femminista: Un’Alternativa al Dominio e alla solitudine Oggi, mentre lo scenario internazionale è scosso da venti di guerra e le tensioni geopolitiche rimettono al centro la legge del più forte, diventa urgente e vitale produrre uno scarto. Non possiamo permettere che la logica del conflitto e del profitto di pochi diventi l’unico alfabeto possibile della politica. La città femminista non è un’utopia estetica, ma una pratica materiale: è lo spazio che smette di essere merce per tornare a essere bene comune. È il luogo dove la politica sceglie deliberatamente di privilegiare la cura al posto del profitto, la prossimità al posto della gerarchia, il benessere collettivo al posto dell’accumulazione estrattiva. Mentre il mondo parla il linguaggio della sopraffazione, la città femminista risponde con il mutualismo. Rivendicare spazi come Lucha y Siesta e Spin Time significa affermare che la giustizia sociale è l’unica vera forma di sicurezza. Abbiamo bisogno di istituzioni che non si limitino ad amministrare l’esistente, ma che abbiano il coraggio di invertire la rotta: smantellare la tirannia del profitto per rimettere al centro i desideri e i corpi di chi la città la vive davvero. La città che vogliamo è quella che non espelle, ma trattiene; che non isola, ma connette. Una città dove la vita delle persone vale più del valore di mercato delle mura che le ospitano. Oggi, più che mai, la cura è un atto rivoluzionario. Desideriamo immaginare un altro modo di stare in città che permetta comunità vive e autodeterminate, libere dalla violenza e dal ricatto dell’esclusione > Assembela spin time L'articolo Il battito di una Roma che non si arrende proviene da Comune-info.
January 8, 2026
Comune-info
Catania, intervento in grande stile nell’operazione di polizia denominata ‘Safe Zone’
Il 15 Dicembre la Questura di Catania annunciava, tramite i propri social, di avere effettuato l’operazione denominata “Safe Zone”, impiegando più di 250 agenti, consistente in 39 arresti e misure cautelari in carcere, eseguiti su ordinanza della Procura di Catania, a firma del Gip Daniela Monaco Crea. L’annuncio dell’operazione veniva ripreso “ a reti e siti di informazione locali unificati”, tramite i quali si annunciava alla cittadinanza che veniva smantellata una rete di extracomunitari di origine africana dedita allo “Spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina e ricettazione” ad opera di “pusher cattivi e pericolosi”. L’operazione, dopo anni di “retate” nelle quali si procedeva a chiudere il quartiere ed a portare in questura chiunque non avesse i documenti in regola, è fondata su delle indagini tramite intercettazioni ambientali. Una operazione resa necessaria da un problema di ordine pubblico e volta a incarcerare pericolosi delinquenti, insomma. O no? Come Sportello Sociale San Berillo, anche in virtù della nostra ultradecennale presenza in quartiere e della conoscenza personale delle sue dinamiche e dei suoi abitanti, ed avendo letto le pagine dell’ordinanza, vogliamo contestare questo tema giudiziario. Lo diciamo subito: l’operazione Safe Zone è un’altra operazione “svuota quartiere”, effettuata sulla base delle pressioni politiche della destra al governo al Comune e dei gruppi speculativi che sempre più voracemente acquistano immobili in vista di speculazioni future e di una auspicata “riqualificazione” che veda pianamente attuati i progetti Pui e Pnrr. Innanzitutto non esiste nessuna “rete” che unifichi tutti e 39 gli imputati. E’ la stessa ordinanza del Gip a non formulare nessuna ipotesi di reato associativo ed a distinguere le posizioni degli imputati, le quali sono molto differenti tra di loro. Diamo un poco di numeri: innanzitutto va notato come su questi 39 soggetti siano tutti accusati di spaccio al dettaglio, le accuse inerenti i reati di furto, rapina, ricettazione riguardano solo 7 di questi individui. Tutti sono comunque indagati per reati di strada, di “piccolo calibro”. Continuiamo con il notare che le accuse inerenti lo spaccio di droghe sintetiche (crack, cocaina) riguardano 14 individui dei 39, quindi una minoranza. A questa minoranza appartengono 6 dei 7 accusati di altri reati di furto, rapina, ricettazione. Di questi 39, 34 appaiono “senza fissa dimora”. Per inciso noi sottolineiamo il fatto che la compravendita di hashish e mariuana in stati più civili del nostro è già adesso legale, perchè queste sostanze causano meno danni alla salute di sostanze legali come alcool e tabacco. La stretta repressiva delle destre e delle sinistre proibizioniste contro queste sostanze impedisce che la collettività tragga profitto dalla loro produzione e commercializzazione, dà vita al fenomeno dello spaccio per strada, riempie le carceri italiane e causa una spesa di giustizia enorme che grava su tutta la cittadinanza, crea una emergenza sociale che sarebbe agevolmente evitabile. L’assurdità non è che la gente consumi e venda una sostanza che non è dannosa ed è usata da millenni, ma che si spendano soldi pubblici per criminalizzarla. Ma torniamo ai numeri. Dei 39 indagati, lo ripetiamo, nessuno è stato trovato in possesso di mirabolanti somme di denaro e ben 35 sono senza fissa dimora. 14 spacciavano altre sostanze (chimiche) e chissà che non ne facciano uso, anche perchè la quasi totalità (6 su 7) di quelli che compiono reati contro il patrimonio appartengono, secondo le accuse, a questi 14. Chiunque guardi queste cifre con oggettività non può non vedere che a San Berillo non c’è una criminalità organizzata di tipo mafioso che si arricchisce sulle spalle di chi vive delle dipendenze: c’è quello che c’è negli altri quartieri di Catania, da san Cristoforo a Nesima. C’è povertà estrema. C’è un problema di senza fissa dimora. C’è un problema di dipendenza da droghe pesanti. C’è un problema di regolarizzazione di migranti che spesso lavorano precariamente ed a stagione nell’agricoltura e nel turismo o nell’edilizia ma che non riescono ad avere accesso ai permessi di soggiorno, alle carte di identità, ai contratti di affitto della casa. Questo in una città nella quale rispetto alla povertà diffusa il sindaco appartiene al partito che ha fatto le lotte per togliere il reddito di cittadinanza a decine di migliaia di famiglie, non c’è un intervento pubblico che non sia quello di interventi di “risanamento” che minano a spianare ancora di più la strada alle politiche del turismo e della gentrificazione, non c’è una politica di contenimento del costo degli affitti ed è quasi impossibile trovare una abitazione che non sia stata adibita a b&b, è sparita l’informazione e la prevenzione sull’uso delle droghe pesanti ed i Sert sono stati svuotati di fondi e di personale. San Berillo ha gli stessi problemi che ha tutta Catania, solo amplificati. Certo, c’è chi lucra facendo circolare le droghe pesanti ma non sono i “pesci piccoli” che vendono una stecchetta in quartiere e poi la notte dormono in una casa in rovina. A questo proposito i giornali ci informano, di sfuggita e con tre righe, che c’è una inchiesta parallela che riguarda dieci fornitori, quasi tutti Italiani. Non sappiamo se nei confronti dei “pesci grossi” che rifornivano il quartiere di sostanza e, quindi, lucravano cospicuamente ed erano presumibilmente legati ad organizzazione mafiosa, siano stati scatenati 250 agenti e siano stati trattenuti in carcere. Ci auguriamo riescano a dimostrare la propria innocenza ma nel frattempo constatiamo come i giornali, la questura e la procura, tacendo quasi del tutto il loro ruolo e dando enorme rilievo alla parte dell’operazione che riguardava migranti senzatetto, si siano resi strumento del razzismo istituzionale che conosce due pesi e due misure. Veramente queste 39 misure cautelari sono tutte giustificate? Noi abbiamo letto le carte della procura ed il quadro probatorio ci sembra sinceramente ridicolo con testimoni che indicano generici “individui di origine africana” senza sapere fare concretamente i nomi di chi ha compiuto cosa. E’ chiaro che gli avvocati faranno carta straccia di queste accuse ma nel frattempo la nostra sensazione è che la Procura di Catania si sia resa complice di un “rastrellamento” effettuato su basi per lo piu’ razziali. Certo, nella nostra esperienza quotidiana viviamo il quartiere e sappiamo che il degrado, specie tra gli assuntori di droghe pesanti, esiste. Ma sappiamo anche che secondo i numeri diffusi dalla procura stessa la maggior parte degli arrestati hanno imputazioni lievi. Noi che frequentiamo il quartiere sappiamo che sono lavoratori, alcuni padri di famiglia, alcuni colpevoli solo di avere amicizie in quartiere e di essere stati assimilati a spacciatori per essersi seduti su un gradino a fumarsi una canna con gli amici. Altri, forse, responsabili di essersi venduti una canna e trattati come se fossero membri del cartello di medellin invece che affrontare il giudizio che affronterebbe chi, da italiano, avesse compiuto gli stessi atti. Questi li riteniamo parte attiva del quartiere e della società e li vogliamo vedere al più presto liberi: perchè sono parte sana della comunità e non fanno parte del passato di degrado di San Berillo ma del suo futuro non di speculazione ma di integrazione!   Redazione Sicilia
January 5, 2026
Pressenza
Sulla guerra ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione: al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero, quello ricco è sempre bene accetto. Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei “paesi sviluppati” è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre “culture”; a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza. La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi; rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere; o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine. In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi? Le pressioni verso paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi, aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora. Ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata: aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stato un laboratorio per la guerra dei droni; Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati uniti che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel paese che abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump… Neanche per i “nativi” di Europa e Stati uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente. La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. È con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. È per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulla guerra ai migranti proviene da Comune-info.
December 21, 2025
Comune-info
Un’Europa accogliente contro la paura. Incontro al Parlamento Europeo
Parlamento Europeo  Padiglione Spinelli 1G2, Bruxelles Mercoledì 19 novembre 2025, 15:00 – 18:00   Questo vuole essere un momento di discussione aperto tra organizzazioni non governative, forze politiche progressiste, esperti, associazioni e movimenti impegnati nell’accoglienza dei migranti e contro il razzismo. La nostra discussione si concentrerà su due assi principali: * L’Europa che respinge: gli effetti del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le pratiche di esternalizzazione delle frontiere, la costruzione di paure, la diffusione di ideologie e pratiche razziste, la necessità di decolonizzare la nostra prospettiva; * L’Europa che accoglie: mentre l’estrema destra promuove lo slogan della rimigrazione, noi crediamo nell’accoglienza non solo come modello di inclusione sociale, ma anche come opportunità di sviluppo economico e sociale, soprattutto per le zone interne che stanno attraversando una crisi demografica. Superare la paura e costruire la speranza di giustizia sociale significa anche sviluppare pratiche di accoglienza come modello di sviluppo locale. 14:30 – Accreditamento 15:00 – 15:15 – Apertura generale  Martin Gunter o Estrella Galan  15:15 – 15:45 – Rifiutare l’Europa Estrella Galan o Martin Gunter introducono e moderano  * Luigi Ferrajoli, giurista, filosofo del diritto ed ex magistrato * Khadija Ainani, vicepresidente dell’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) e membro di EuroMed Droits. * Selma Benkhelifa, Progress Lawyers Network Bruxelles dal settembre 2001. * Emmanuel Achiri, Rete europea contro il razzismo 15:45 – 16:00 Domande e risposte 16:00 – 16:15 Pausa caffè 16:15 – 16:45 Proiezione di “Il volo” di Wim Wenders 16:45-17:45 Mimmo Lucano presenta e modera  * Giovanna Procacci, sociologa e storica, docente presso l’Università degli Studi di Milano * Silvia Carta, responsabile advocacy per i diritti dei lavoratori e la migrazione lavorativa PICUM * Daniel Stahl, membro del consiglio di amministrazione del Flüchtlingsrat Thüringen (Consiglio per i rifugiati) * Agazio Loiero, ex presidente della Regione Calabria 17:45-18:00 Domande e risposte 18:00 – Conclusioni finali  (online) Alex Zanotelli, missionario comboniano e attivista sociale Luigi Manconi, sociologo, giornalista e politico, difensore dei diritti umani e della giustizia sociale Redazione Italia
November 18, 2025
Pressenza
Tunisia: diffuse violazioni contro persone rifugiate e migranti
Amnesty International ha diffuso oggi un nuovo rapporto, intitolato “‘Nessuno ti sente quando urli’: la svolta pericolosa della politica migratoria in Tunisia”, evidenziando come negli ultimi tre anni le autorità tunisine abbiano progressivamente smantellato le tutele per le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti – in particolare per le persone nere provenienti dall’Africa subsahariana – passando pericolosamente a pratiche di polizia razziste e a diffuse violazioni dei diritti umani che mettono a rischio la loro vita, la loro sicurezza e la loro dignità. L’Unione europea rischia di rendersi complice di tutto ciò, mantenendo in piedi la cooperazione nel controllo dei flussi migratori senza garanzie effettive in materia di diritti umani. Nel nuovo rapporto Amnesty International documenta come, alimentate dalla retorica razzista di esponenti politici, le autorità tunisine abbiano effettuato arresti e detenzioni su base razziale, intercettamenti in mare pericolosi e sconsiderati, espulsioni collettive di decine di migliaia di persone rifugiate e migranti verso l’Algeria e la Libia e come abbiano sottoposto le stesse a maltrattamenti e torture tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale, attuando al contempo una repressione contro la società civile che fornisce assistenza essenziale. Nel giugno 2024 le autorità tunisine hanno posto fine al ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nella gestione delle domande d’asilo, cancellando di fatto l’unica possibilità di chiedere protezione nel paese. Nonostante questo grave arretramento, l’Unione europea ha continuato a cooperare con la Tunisia nel controllo dei flussi migratori senza prevedere garanzie efficaci in materia di diritti umani. Proseguendo su questa strada, l’Unione europea rischia di rendersi complice di gravi violazioni dei diritti umani e di contribuire a intrappolare un numero crescente di persone in una situazione in cui le loro vite e i loro diritti restano in pericolo. “Alimentando la xenofobia e abbattendo colpo dopo colpo la protezione dei rifugiati, le autorità tunisine si rendono responsabili di orribili violazioni dei diritti umani. Devono porre fine immediatamente a questo arretramento devastante e fermare l’incitamento al razzismo e le espulsioni collettive che mettono in pericolo vite umane. Devono garantire il diritto d’asilo e assicurare che nessuna persona sia espulsa verso un luogo dove rischi di subire gravi violazioni dei diritti umani. Il personale delle organizzazioni non governative e i difensori e le difensore dei diritti umani arrestati per aver assistito persone rifugiate e migranti devono essere scarcerati senza condizioni”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International. “L’Unione europea deve sospendere con urgenza ogni forma di assistenza nel controllo delle frontiere e dei flussi migratori finalizzata a trattenere le persone in Tunisia e interrompere i finanziamenti alle forze di sicurezza e ad altri soggetti responsabili di violazioni dei diritti umani contro le persone rifugiate e migranti. Invece di privilegiare la deterrenza e alimentare le violazioni dei diritti umani, la cooperazione con la Tunisia dovrebbe mirare a garantire misure di protezione adeguate e procedure d’asilo nel paese, integrando criteri e condizioni in materia di diritti umani chiari e vincolanti, per evitare qualsiasi complicità in tali violazioni”, ha aggiunto Morayef. Amnesty International ha condotto la propria ricerca tra febbraio 2023 e giugno 2025, intervistando 120 persone rifugiate e migranti provenienti da quasi 20 stati (92 uomini e 28 donne, comprese otto persone di età compresa tra 16 e 17 anni) a Tunisi, Sfax e Zarzis. L’organizzazione ha inoltre analizzato fonti delle Nazioni Unite, della stampa e della società civile, oltre ai profili social ufficiali delle autorità di Tunisi. Prima della pubblicazione, Amnesty International ha condiviso le proprie conclusioni con le autorità tunisine, europee e libiche. Al momento della pubblicazione non era pervenuta alcuna risposta. Una crisi alimentata dalla retorica razzista Le testimonianze raccolte rivelano un sistema di gestione della migrazione e dell’asilo concepito per escludere e punire, anziché proteggere. Almeno 60 delle persone intervistate, tra cui tre minorenni, due rifugiati e cinque richiedenti asilo, sono state arrestate e detenute in modo arbitrario. Persone rifugiate e migranti dell’Africa subsahariana sono state prese di mira da singoli soggetti e dalle forze di sicurezza in un contesto di profilazione razziale sistemica e in varie ondate di violenza razzista alimentate dalla propaganda d’odio razziale, a partire dalle dichiarazioni del presidente Kais Saied del febbraio 2023, riprese poi da altri funzionari e parlamentari. La situazione è peggiorata a causa della repressione che ha colpito almeno sei organizzazioni non governative che fornivano sostegno essenziale a persone migranti e rifugiate, con conseguenze umanitarie gravissime e un enorme vuoto di protezione. Dal maggio 2024 le autorità hanno detenuto arbitrariamente almeno otto loro operatori e due ex funzionari locali che avevano collaborato con esse. La prossima udienza del processo al personale di una delle organizzazioni non governative, il Consiglio tunisino per i rifugiati, è fissata per il 24 novembre. “Li abbiamo visti annegare” Amnesty International ha indagato su 24 intercettamenti in mare e ha raccolto le testimonianze di 25 persone rifugiate e migranti che hanno descritto comportamenti pericolosi, sconsiderati e violenti da parte della Guardia costiera tunisina: speronamenti, manovre ad alta velocità che hanno rischiato di far capovolgere le imbarcazioni, colpi inferti a persone e imbarcazioni con manganelli, lancio di gas lacrimogeni da distanza ravvicinata e la mancata valutazione individuale delle necessità di protezione al momento dello sbarco. “Céline”, una donna migrante camerunese intercettata dopo la partenza dalla regione orientale di Sfax nel giugno 2023, ha raccontato ad Amnesty International: “Continuavano a colpire la nostra barca di legno con lunghi bastoni appuntiti, l’hanno bucata… C’erano almeno due donne e tre neonati senza giubbotti di salvataggio. Li abbiamo visti annegare e poi non abbiamo più visto i corpi. Non ho mai avuto così tanta paura”. Nonostante le persistenti preoccupazioni per la mancanza di trasparenza nei dati sugli intercettamenti, nel 2024 le autorità tunisine hanno smesso di pubblicare statistiche ufficiali dopo aver istituito, con il sostegno dell’Unione europea, una zona di ricerca e soccorso marittimo. In precedenza, avevano riferito un aumento significativo degli intercettamenti. “Andate in Libia, là vi uccideranno” Dal giugno 2023 in poi le autorità tunisine hanno avviato espulsioni collettive di decine di migliaia di persone rifugiate e migranti, perlopiù provenienti dall’Africa subsahariana, dopo arresti su base razziale o intercettamenti in mare. Amnesty International ha accertato che, tra giugno 2023 e maggio 2025, sono state effettuate almeno 70 espulsioni collettive, che hanno riguardato oltre 11.500 persone. Le forze di sicurezza tunisine hanno sistematicamente abbandonato persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate – anche donne incinte e bambini – in aree remote e desertiche ai confini con la Libia e l’Algeria, senza acqua né cibo, spesso dopo aver loro confiscato telefoni, documenti d’identità e denaro, esponendole così a gravi rischi per la vita e la sicurezza. Dopo la prima ondata di espulsioni, tra giugno e luglio del 2023, almeno 28 persone migranti sono state trovate morte lungo il confine libico-tunisino e 80 risultano disperse. Queste espulsioni sono state condotte senza alcuna garanzia procedurale e in violazione del principio di non respingimento. Mentre chi veniva spinto verso l’Algeria doveva camminare per settimane per tornare indietro o rischiare ulteriori respingimenti a catena fino al Niger, le persone che venivano condotte verso la Libia spesso finivano nelle mani delle guardie di frontiera locali o di milizie che le abbandonavano lì o le portavano in strutture non ufficiali. In Libia le persone migranti e rifugiate subiscono violazioni dei diritti umani gravi e sistematiche, commesse nell’impunità, che una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha qualificato come crimini contro l’umanità. “Ezra”, un uomo della Costa d’Avorio, ha raccontato ad Amnesty International come le forze di polizia tunisine lo abbiano espulso verso il confine libico nella notte tra il 1° e il 2 luglio 2023, insieme ad altre 24 persone, almeno una delle quali minorenne: “Siamo arrivati nella zona di confine con la Libia verso le sei del mattino… Un ufficiale tunisino ha detto: ‘Andate in Libia, là vi uccideranno’. Un altro ha aggiunto: ‘O nuotate, o correte verso la Libia’. Ci hanno restituito un sacco pieno dei nostri telefoni distrutti…”. Le persone che facevano parte di questo gruppo hanno tentato di risalire la costa verso la Tunisia ma uomini in uniforme militare le hanno intercettate e inseguite con i cani, hanno picchiato quattro di loro e infine le hanno riportate al confine. “Ci hanno costretti a gridare più volte ‘Tunisia mai più, non torneremo mai più’ Le forze di sicurezza tunisine hanno sottoposto 41 uomini, donne e minorenni a maltrattamenti e torture durante intercettamenti, espulsioni o detenzioni. “Hakim”, cittadino camerunese, ha descritto come gli agenti lo abbiano portato e abbandonato al confine con l’Algeria nel gennaio 2025: “Ci hanno presi uno per uno, ci hanno circondati, ci hanno fatto sdraiare, ci hanno ammanettati… Ci picchiavano con tutto ciò che avevano: mazze, manganelli, tubi di ferro, bastoni di legno… Ci hanno costretti a ripetere più volte ‘Tunisia mai più, non torneremo mai più’. Ci colpivano e prendevano a calci ovunque”. Amnesty International ha inoltre documentato 14 casi di stupro o altre forme di violenza sessuale da parte delle forze di sicurezza tunisine, alcuni dei quali avvenuti durante perquisizioni corporali o denudamenti forzati condotti in modo umiliante, tali da configurare tortura. “Karine”, una donna camerunese, ha raccontato ad Amnesty International che il 26 maggio 2025 agenti della Guardia nazionale l’hanno violentata due volte: prima durante una perquisizione dopo un intercettamento nella regione di Sfax, poi al confine con l’Algeria, dopo un’espulsione collettiva. Il sostegno irresponsabile dell’Unione europea, a scapito di vite e dignità Ignorando le conseguenze devastanti della propria cooperazione con la Libia, l’attuale cooperazione tra l’Unione europea e Tunisia sul controllo delle migrazioni ha perseguito e ottenuto la detenzione di persone in un paese dove sono esposte a diffuse violazioni dei diritti umani. Tale cooperazione comprende il finanziamento delle capacità di ricerca e soccorso della guardia costiera tunisina e la fornitura di formazione ed equipaggiamento per la gestione delle frontiere, allo scopo di ridurre le partenze irregolari verso l’Europa. Nel luglio 2023 l’Unione europea ha firmato con la Tunisia un Memorandum d’intesa elaborato senza garanzie effettive in materia di diritti umani, come una valutazione d’impatto preventiva trasparente, un monitoraggio indipendente con procedure chiare per dare seguito alle denunce di violazioni dei diritti umani e una clausola di sospensione esplicita in caso di violazioni. Queste carenze sono state evidenziate nel 2024 dalla Mediatrice europea. La cooperazione prosegue da oltre due anni, nonostante numerose allarmanti e ben documentate segnalazioni di violazioni dei diritti umani. Nonostante stessero sacrificando il diritto internazionale per privilegiare il controllo delle migrazioni, funzionari europei l’hanno presentata come un successo, citando la diminuzione degli arrivi via mare di persone provenienti dalla Tunisia dal 2024. “Il silenzio dell’Unione europea e dei suoi stati membri di fronte a queste terribili violazioni dei diritti umani è particolarmente inquietante. Ogni giorno in cui l’Unione europea continua a sostenere in modo sconsiderato l’offensiva della Tunisia contro i diritti delle persone migranti e rifugiate e di chi le difende, senza una revisione sostanziale della cooperazione in corso, i leader europei rischiano di rendersi complici”, ha concluso Morayef. Nota: i nomi delle persone che hanno raccontato ad Amnesty International la loro esperienza sono stati cambiati per tutelare la loro incolumità. Amnesty International
November 7, 2025
Pressenza