Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
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Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo
Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le
colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il
festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede
dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate
dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno
accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle
Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così:
“Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non
trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica
compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato
squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse
prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste
Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi
senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi
piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria
di rassegnazione.
Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo
Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita
all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è
l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone
che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro
stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei
bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati
albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei
turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa
dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella
chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle
feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi
luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per
questo chiudersi al nuovo.
Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le
protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi
si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e
hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa
emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del
Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce
perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare
con sé qualcosa di quella vita.
Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in
sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’
ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei
“bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone
che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre
arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno
migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha
arricchito e continua ad arricchire tutti.
In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come
ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia.
Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto
l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a
disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della
Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno
ha già decretato come aspiranti al suicidio.
In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza
tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è
veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo
visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati
gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San
Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il
via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni
precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi.
I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama
internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente
riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda
anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila
persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le
nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq,
un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per
difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage,
senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad
affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non
sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR,
criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente
africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI
(Sistema Accoglienza e Integrazione).
Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da
strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra
realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare:
gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle
persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano
esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano.
Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta
minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre
230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non
sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza.
Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha
affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta
voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari
dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella
giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila
visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come
sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di
Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da
anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete
delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo
palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei
nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale
illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare
iniziative a sostegno del popolo gazawi.
Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e
sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto
con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che
nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione.
Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con
riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai
singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio
Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di
ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo.
Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli
organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo
sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi
non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un
nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un
documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora
c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il
significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione
che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato
da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò,
fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la
pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando
così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio
nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb
e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il
loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti
dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che
dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi
immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse,
lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano
chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma
piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri,
uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare
in questa direzione ostinata e contraria, restando umani.
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Roberta Ferruti, Recosol
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