Tag - accoglienza

Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Indagine su una frontiera al di sopra di ogni sospetto
Il Patto europeo su migrazione e asilo, entrato nella sua fase applicativa, ridisegna le procedure di frontiera e introduce nuovi istituti la cui portata concreta si misura sui territori, prima ancora che nelle norme. Indagine su una frontiera al di sopra di ogni sospetto è un ciclo di cinque incontri online che attraversa altrettanti punti della frontiera siciliana – Pantelleria, Pozzallo, Lampedusa, Agrigento e Messina – per osservare come queste procedure prendono forma nella prassi. Ogni appuntamento si articola in due parti: una prima dedicata al contesto territoriale e al funzionamento dell’hotspot, una seconda di approfondimento giuridico. Gli incontri, a cura di Spazi Circolari e Studio legale Antartide, si terranno sul canale YouTube di Melting Pot, da settembre a dicembre 2026, sempre dalle ore 18.00 alle 19.00. -------------------------------------------------------------------------------- 1° INCONTRO – PANTELLERIA Martedì 15 settembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Giulia Crescini e Avv.ta Federica Remiddi – Studio Legale Antartide Prima parte (contesto e prassi) Pantelleria: un laboratorio delle nuove procedure di frontiera Il contesto dell’isola di Pantelleria, il funzionamento dell’hotspot e le modalità di applicazione delle nuove procedure di frontiera previste dal Patto europeo in un territorio caratterizzato da un peculiare regime operativo. Seconda parte (focus giuridico) L’analisi giuridica della procedura di screening e del nuovo istituto del fermo introdotto dal D.L. n. 100/2026 -------------------------------------------------------------------------------- 2° INCONTRO – POZZALLO Martedì 29 settembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatori/trici: Avv. Salvatore Fachile e Avv.ta Loredana Leo – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Le procedure di frontiera a Pozzallo Analisi del contesto territoriale e delle modalità concrete di applicazione delle procedure di frontiera presso l’hotspot di Pozzallo. Seconda parte (focus giuridico) L’emersione delle vulnerabilità sociali, con focus specifico sulle vittime di tratta Gli strumenti di individuazione ed emersione delle situazioni di vulnerabilità, con particolare riferimento alle persone vittime di tratta e sfruttamento e alle garanzie previste durante la procedura di frontiera. -------------------------------------------------------------------------------- 3° INCONTRO – LAMPEDUSA Giovedì 15 ottobre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Lucia Gennari e Avv.ta Cristina Laura Cecchini – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Lampedusa e le procedure di frontiera Il contesto dell’isola e l’applicazione delle procedure di frontiera nell’hotspot di Lampedusa. Seconda parte (focus giuridico) Vulnerabilità sanitarie, tutela della salute e soccorso in mare L’emersione delle vulnerabilità sanitarie, il ruolo del personale medico e delle organizzazioni impegnate nelle attività di ricerca e soccorso in mare nell’ambito delle nuove procedure. -------------------------------------------------------------------------------- 4° INCONTRO – AGRIGENTO (FOCUS SPECIFICO SU VILLA SIKANIA E/O LICATA) Martedì 17 novembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Giulia Crescini e Avv.ta Federica Remiddi – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Le procedure di frontiera nel territorio agrigentino Il contesto territoriale e l’applicazione delle procedure di frontiera presso Villa Sikania e/o Licata. Seconda parte (focus giuridico) Autorizzazione a risiedere in un luogo specifico e obblighi di segnalamento; il nuovo meccanismo di monitoraggio dei diritti fondamentali Analisi del nuovo sistema di limitazione della libertà di circolazione previsto durante la procedura di frontiera e degli obblighi imposti ai richiedenti asilo; analisi del meccanismo di monitoraggio dei diritti fondamentali previsto come garanzia dal Patto UE. -------------------------------------------------------------------------------- 5° INCONTRO – MESSINA Martedì 15 dicembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Lucia Gennari e Avv.ta Cristina Laura Cecchini – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Le procedure di frontiera nell’hotspot di Messina Il funzionamento dell’hotspot di Messina e le modalità applicative delle procedure di frontiera. Seconda parte (focus giuridico) I Paesi di origine statisticamente sicuri Il nuovo sistema di individuazione dei Paesi statisticamente sicuri, il suo impatto sull’esame delle domande di protezione internazionale e le principali questioni interpretative.
“Il cileno”, biografia di un uomo in fuga dal golpe di Pinochet
Nel Cile qualche anno dopo il golpe, il giovane minatore socialista esperto di esplosivi Aldo Marin (Camillo Arancibia), realmente esistito e fattosi notare all’apice delle proteste contro Pinochet, per sfuggire all’esercito del dittatore decide di rifugiarsi in Italia, a Torino, lasciando con grande strazio la moglie e il figlio di tre mesi. Insieme all’amico Chapa (Abdrew Bargsted) Aldo trova lavoro in fabbrica. Come il Cile anche l’Italia, immersa negli anni di piombo, vive tensioni epidermiche. Luciana (Sara Serraiocco) una dottoressa che aiuta le donne ad abortire e insegna all’università, conosce Aldo e segna in maniera decisiva il suo destino. Il giovane cileno non guadagna abbastanza ma, grazie al suo talento dinamitardo, viene ingaggiato da un gruppo anarchico votato alla lotta armata: Aldo accetta di fabbricare bombe, opponendosi però a installarle in prima persona, compromesso labile ed ipocrita che non lo metterà al sicuro. Il film di Sergio Castro-San Martín – anche sceneggiatore con Simona Nobile – raffigura l’anima straziata del suo protagonista, esule sia nel suo Paese che in quello che lo ha accolto, sradicato come tutti coloro che si ritrovano senza una vera madre patria, in una situazione che non comprendono appieno e che non hanno completamente scelto: cadere nella lotta armata appare più che mai suicida e conferma l’inadeguatezza dell’azione cruenta per risolvere i conflitti. Nell’elaborazione del regista assieme a Simona Nobile c’è un’epoca di spunti che riguardano il legame tra la cultura italiana e quella cilena a seguito del golpe: un momento storico di accoglienza e vicinanza verso un popolo di esuli, che oggi, in un mondo ancora più caotico e violento, sembra politicamente lontano. Il cileno (2026) Un film di Sergio Castro San Martín con Camilo Arancibia, Sara Serraiocco, Andrew Bargsted, Gaetano Bruno, Lorenzo Richelmy. Genere: Biografico Durata: 100 minuti. Produzione: Svizzera, Cile, Italia 2026. Uscita nelle sale: 27 agosto 2026  Bruna Alasia
August 24, 2026
Pressenza
Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Accoglienza dei richiedenti asilo: accertata l’illegittimità del silenzio della Prefettura di Torino
Il TAR Piemonte, Sezione Prima (R.G. n. 354/2026) ha accertato l’illegittimità del silenzio serbato dalla Prefettura di Torino rispetto alla richiesta di inserimento in accoglienza. Il ricorrente, richiedente asilo di cittadinanza iraniana, aveva presentato l’11 luglio 2025 istanza di inserimento nel sistema di accoglienza, senza mai ricevere risposta. Nelle more del giudizio l’amministrazione lo ha collocato in una struttura di accoglienza prefettizia, ma il TAR ha riconosciuto il permanere dell’interesse all’accertamento dell’illegittimità del silenzio, anche a fini risarcitori. La sentenza chiarisce che alle domande di accesso alle misure di accoglienza si applica il termine generale di 30 giorni previsto dall’art. 2, co. 2, l. 241/1990, e non il termine di 180 giorni dei procedimenti “riguardanti l’immigrazione”: l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale è infatti disciplinata dalla direttiva 2013/33/UE e dal d.lgs. 142/2015, che esigono l’erogazione tempestiva delle misure sin dalla manifestazione di volontà di chiedere protezione (conformi Cons. Stato, sez. III, n. 5503/2024 e TAR Piemonte, sez. I, n. 1362/2025). Il TAR ha inoltre precisato che l’inserimento in lista d’attesa non esclude il silenzio: l’amministrazione ha comunque l’obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso e motivato. T.A.R. per il Piemonte, sentenza n. 1195 del 27 maggio 2026 Si ringrazia lo Studio legale Oltre per la segnalazione e il commento.
Oltre le code
KHANDWALARM 1 Tra maggio e giugno sono emersi cambiamenti significativi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le lunghe file davanti alla Questura di Trieste, che nel 2025 avevano rappresentato uno degli aspetti più visibili delle criticità nell’accesso alla procedura d’asilo, si sono sensibilmente ridotte. Tale mutamento, tuttavia, non sembra corrispondere a una diminuzione degli arrivi o delle richieste di protezione internazionale. Le persone continuano ad arrivare in città, a vivere in condizioni di precarietà e a manifestare la volontà di accedere alla procedura. Pare piuttosto che una parte di esse abbia scelto di considerare Trieste esclusivamente come luogo di transito oppure di rivolgersi ad altre Questure vicine, come sembrano indicare le lunghe file registrate davanti alla Questura di Udine. Se questa interpretazione fosse confermata, non ci troveremmo di fronte alla soluzione del problema, bensì al suo spostamento territoriale. A ridursi non sarebbero gli arrivi, ma la concreta possibilità di accedere ai diritti in uno specifico contesto amministrativo. In questo quadro, la diminuzione delle file davanti alla Questura non può essere automaticamente interpretata come un dato positivo. Se essa rappresenta l’effetto delle pratiche di deterrenza che negli ultimi anni hanno reso sempre più difficile l’accesso alla procedura d’asilo, inducendo le persone a rinunciare, attendere indefinitamente o rivolgersi ad altre sedi, allora non si è in presenza di una soluzione, ma di una progressiva invisibilizzazione del problema. DOCUMENTI E ACCESSO ALLA PROCEDURA: IL RISCHIO DI TRASFORMARE UN REQUISITO ILLEGITTIMO IN CRITERIO SELETTIVO A questa lettura si aggiunge un ulteriore elemento di osservazione emerso nelle settimane successive all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, divenuto operativo il 12 giugno. Le più recenti rilevazioni indicano che la Questura di Trieste sta sperimentando una nuova modalità di gestione dell’accesso alla procedura d’asilo, basata sulla calendarizzazione degli appuntamenti per la formalizzazione della domanda. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la presenza di lunghe code davanti agli uffici e di rendere più ordinato il flusso delle richieste. Le ultime attività di monitoraggio sembrano evidenziare un cambiamento anche nelle modalità di accesso alla procedura. Se in passato la selezione iniziale appariva spesso fondata sulla nazionalità dichiarata, nelle ultime settimane il possesso di documenti identificativi sembra essere divenuto il principale criterio di accesso al sistema di presa in carico. In particolare, alle persone in grado di esibire un passaporto o almeno una copia dello stesso viene consegnato un modulo cartaceo contenente l’indicazione di un successivo appuntamento per la formalizzazione della domanda di asilo. Le persone prive di tale documento, invece, risulterebbero frequentemente allontanate senza ottenere alcuna registrazione della propria richiesta. Si tratta di una prassi che, al di là dei cambiamenti introdotti con i nuovi decreti, è da continuare a ritenersi incompatibile con il quadro normativo nazionale ed europeo secondo cui: > la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente > dalla disponibilità di documenti di identità. > > art. 6 D.lgs. 25/2008; art. 8 Direttiva 2013/32/UE Nonostante la normativa vigente e la consolidata giurisprudenza 2 abbiano chiarito che la Questura non può subordinare il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno all’esibizione del passaporto, tale requisito sembra essere divenuto il principale criterio di selezione per l’accesso alla procedura. Si assiste così a un’inversione della logica sottesa al quadro normativo: una prassi ripetutamente ritenuta illegittima viene applicata come criterio ordinario di gestione dell’accesso, pur continuando a risultare priva di fondamento giuridico. “ALLEGGERIRE LE QUESTURE”, LA CALENDARIZZAZIONE DEGLI APPUNTAMENTI E IL RUOLO DEGLI ENTI ESTERNI Ulteriori criticità emergono in riferimento ai moduli cartacei utilizzati per l’assegnazione degli appuntamenti, che risultano essere in alcuni casi prestampati e, in altri, persino compilati manualmente. Dalle osservazioni raccolte risulta infatti che tali documenti non riportano la data del loro rilascio; questa omissione non rappresenta un mero aspetto formale, ma può assumere rilevanza sostanziale nella ricostruzione della vicenda amministrativa del richiedente. In assenza di una data certa, diviene infatti difficile dimostrare il momento in cui la persona ha manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale e ha tentato di accedere alla procedura. La mancanza di una prova documentale della prima interlocuzione con l’amministrazione rischia pertanto di indebolire la posizione del richiedente qualora, in un momento successivo, sorgano contestazioni relative al rispetto dei termini procedurali – soprattutto in relazione alle procedure accelerate e di frontiera – o all’eventuale ritardo nella formalizzazione della domanda. Oltre a ciò, questa prassi rende ancora più difficile l’accesso al sistema di accoglienza, già fortemente precario sul territorio triestino. L’accoglienza dovrebbe infatti essere garantita fin dalla manifestazione della volontà di richiedere protezione internazionale (art. 1, comma 2, D.lgs. 142/2015). Tuttavia, in assenza di una data sul documento rilasciato dalla Questura, diventa estremamente difficile dimostrare il momento in cui tale volontà è stata formalmente espressa e, di conseguenza, far valere il diritto all’accoglienza. La concreta organizzazione del sistema appare comunque ancora poco chiara. Dalle osservazioni effettuate emerge che la fase di assegnazione degli appuntamenti si concentra in una finestra temporale estremamente ridotta, tra le 7 e le 8 del mattino, e che in tale arco di tempo vengono esaurite le disponibilità previste. La stessa Questura ha definito l’attuale modalità come una fase sperimentale. «Per ora il sistema della calendarizzazione degli appuntamenti, che in un secondo momento potrebbe essere affidato a una realtà esterna, lo stiamo gestendo direttamente noi per capire quali possono essere le criticità, quanto va tenuta aperta l’agenda, come il servizio possa essere reso il più performante possibile. Alla fine della sperimentazione faremo delle valutazioni». – Lilia Fredella Tale dichiarazione assume particolare interesse alla luce delle informazioni che circolano tra gli operatori del settore e che, pur non avendo ancora trovato conferme ufficiali, prospettano la possibilità che alcune attività connesse alla formalizzazione della domanda possano in futuro essere affidate a soggetti esterni, quali i patronati. Una simile modalità, che prevede l’affidamento a un soggetto terzo di una fase della procedura d’asilo, trova già alcune forme di sperimentazione attraverso l’introduzione di strumenti come l’applicazione «Prenota Facile», attiva in alcune città italiane. Si tratta di una piattaforma istituzionale gestita dagli uffici immigrazione delle Questure, ma il cui utilizzo potrebbe in prospettiva essere demandato ad altri enti, come ipotizzato anche nel caso di Trieste con riferimento a soggetti del territorio con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il carico amministrativo degli uffici. L’esperienza delle città in cui tale sistema è già stato sperimentato evidenzia tuttavia il rischio che tali strumenti possano tradursi in un ulteriore livello burocratico, introducendo nuovi passaggi amministrativi e allungando i tempi di attesa, invece di garantire un accesso più rapido ed effettivo alla procedura di protezione internazionale. Si tratta di uno scenario che merita attenzione, poiché potrebbe incidere profondamente sulle modalità concrete di accesso alla procedura viste anche le novità sulla distribuzione delle responsabilità tra amministrazione e richiedenti. IL NUOVO PATTO EUROPEO: NASCONDERE GLI OSTACOLI, LEGITTIMARE LE CARENZE E SPOSTARE LA RESPONSABILITÀ SUL RICHIEDENTE Le novità introdotte dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo sembrano infatti orientarsi verso una distinzione più marcata tra il momento della manifestazione di volontà, quello della registrazione della domanda e quello della sua successiva formalizzazione. La disciplina della manifestazione di volontà di chiedere protezione internazionale rimane ancora poco definita sotto il profilo operativo. Da un lato, rappresenta un elemento positivo il fatto che non siano state introdotte particolari formalità per la sua presentazione: continua infatti a essere sufficiente una manifestazione anche esclusivamente orale, rivolta a qualsiasi autorità competente, e permane la possibilità di trasmetterla mediante PEC. Dall’altro lato, resta irrisolto il profilo relativo alle modalità attraverso cui il richiedente potrà dimostrare di avere effettivamente manifestato la propria volontà. Non è infatti ancora chiaro se, e in quale forma, l’amministrazione rilascerà un’attestazione dell’avvenuta manifestazione di volontà, idonea a documentare l’acquisizione dello status giuridico di richiedente protezione internazionale e a individuare con certezza il dies a quo della procedura. L’assenza di una prova documentale rischia di determinare rilevanti difficoltà probatorie qualora sorgano contestazioni sull’effettiva presentazione della richiesta o sul rispetto dei termini procedurali. Le autorità dovranno poi ricevere la manifestazione di volontà e procedere alla registrazione della domanda, nuovo passaggio introdotto dal patto, che dovrà avvenire entro cinque giorni dalla manifestazione della volontà, termine estensibile fino a un massimo di quindici giorni in caso di arrivi ingenti. La successiva formalizzazione della domanda, invece, sembra assumere una natura diversa rispetto al passato, configurandosi come onere a carico del richiedente e si prevede debba avvenire nel termine di ventuno giorni dalla registrazione, sempre tramite Modulo C3. Se finora la formalizzazione, una volta manifestata la volontà di chiedere protezione internazionale, ricadeva essenzialmente nella sfera di responsabilità dell’amministrazione, il nuovo assetto sembra accentuare il ruolo attivo richiesto al richiedente per il completamento della procedura. Sebbene sia ancora troppo presto per comprendere quali saranno gli effetti concreti di tali cambiamenti, l’esperienza degli ultimi anni induce a interrogarsi sui rischi che potrebbero derivare da un sistema nel quale il mancato perfezionamento della procedura possa essere più facilmente imputato al richiedente. Se in passato le limitazioni all’accesso alla domanda di asilo derivavano spesso da comportamenti amministrativi incompatibili con gli obblighi di legge, il nuovo assetto rischia di rendere meno visibili tali ostacoli ed eventuali prassi illegittime, trasferendo sul richiedente il peso delle conseguenze derivanti dalla mancata formalizzazione. Pare infatti che tra i nuovi «obblighi di collaborazione» posti a carico del richiedente rientri proprio l’attivazione per la formalizzazione della domanda «a condizione che ne sia data la possibilità effettiva», formulazione che lascia ampi margini di incertezza interpretativa. La mancata formalizzazione della domanda potrebbe, inoltre, essere considerata un’ipotesi di ritiro implicito della richiesta di protezione internazionale. Si tratterebbe di una conseguenza particolarmente gravosa, poiché il ritiro determina la chiusura della procedura e comporta che un’eventuale nuova domanda sia qualificata come reiterata, con la conseguente applicazione di un regime procedurale più restrittivo, generalmente caratterizzato dal ricorso alle procedure accelerate con garanzie significativamente ridotte. La clausola della «possibilità effettiva» rappresenta, almeno sul piano teorico, la principale garanzia a tutela del richiedente. Si tratta, tuttavia, di una formulazione che non offre criteri sufficientemente definiti, poiché non chiarisce quando tale possibilità possa ritenersi concretamente garantita né quali strumenti il richiedente possa utilizzare per dimostrare di essersi diligentemente attivato. Resta pertanto da chiarire quali elementi debbano essere considerati per accertare che l’amministrazione abbia realmente posto la persona nelle condizioni di adempiere all’obbligo di formalizzazione. Qualora una persona abbia manifestato la propria volontà di chiedere protezione internazionale ma non sia riuscita a formalizzare la domanda per ragioni indipendenti dalla propria volontà – ad esempio per l’impossibilità di ottenere un appuntamento, per l’esaurimento delle disponibilità giornaliere o per altri ostacoli organizzativi – sarà fondamentale comprendere quali strumenti potranno essere utilizzati per dimostrare tali circostanze. La questione assume particolare rilievo alla luce delle prassi già osservate a Trieste. Se al richiedente viene consegnato un semplice foglio con l’indicazione di un appuntamento, privo della data di registrazione, non tradotto in una lingua comprensibile e privo di adeguate garanzie documentali, e se, una volta presentatosi all’appuntamento, questo viene rifiutato o rinviato – come risulta essere già accaduto, ad esempio, in casi in cui la data dell’appuntamento era stata annotata manualmente e successivamente ritenuta non valida – il rischio è che decorra inutilmente il termine previsto per la formalizzazione. In una simile situazione, il richiedente potrebbe dover dimostrare non di aver mancato all’obbligo di formalizzazione, ma che non gli è stata concretamente garantita la possibilità di completare la procedura per ragioni non dipendenti dalla propria volontà. Resta dunque da vedere quale sarà l’orientamento della giurisprudenza rispetto a queste nuove modalità di gestione della procedura e in che misura i giudici saranno chiamati a intervenire per garantire che le trasformazioni organizzative e normative non si traducano in una compressione del diritto d’asilo. CONCLUSIONE Ad oggi, ciò che emerge, è un quadro ancora estremamente incerto. Queste settimane sono state caratterizzate da continui cambiamenti e sperimentazioni, con modalità operative che sembrano modificarsi rapidamente anche da un giorno all’altro. Davanti alla Questura di Trieste, in momenti diversi, le persone sono state indirizzate secondo criteri differenti: in alcuni casi sulla base della nazionalità dichiarata, in altri attraverso la richiesta di documenti identificativi, in altri ancora mediante la consegna di “ticket” contenenti una data di appuntamento, una documentazione priva di uniformità e molto informale. La mancanza di chiarezza sulle modalità concrete di accesso alla procedura rende difficile comprendere quale sia oggi il percorso effettivamente richiesto a chi intende chiedere protezione internazionale e quali siano gli strumenti a disposizione per dimostrare il proprio tentativo di accesso. Ciò che appare invece costante è una progressiva riduzione delle garanzie per le persone in movimento e uno spostamento crescente dell’onere della procedura sul richiedente. Oltre agli aspetti giuridici e operativi, non si può prescindere dall’analisi della dimensione politica della costante frammentazione della procedura. Districarsi tra i meandri dell’amministrazione risulta spesso estremamente complesso anche per operatori sociali e legali. L’attuazione del Nuovo Patto su migrazione e asilo, attraverso i suoi regolamenti e le sue direttive, si caratterizza oggi per un quadro procedurale complesso e poco trasparente, dal quale emerge però chiaramente una progressiva restrizione dei diritti delle persone in movimento e dei richiedenti asilo. In questo contesto, attribuire al richiedente l’onere della formalizzazione della domanda di protezione internazionale appare come una precisa scelta politica. All’interno di un sistema poco chiaro e fortemente frammentato, in cui intervengono una molteplicità di soggetti istituzionali e del terzo settore, orientarsi tra i diversi passaggi procedurali diventa estremamente difficile. Tale difficoltà è ancora più evidente per chi è appena arrivato in Italia, non dispone di una rete di supporto, non conosce il funzionamento del sistema e si trova comunque gravato dall’onere di rispettarne procedure e adempimenti. L’accesso ai diritti, già scarsamente garantito in molte città italiane, diventa ancora più complesso, all’interno di un quadro che vede restringere progressivamente le tutele e le garanzie di persone i cui diritti dovrebbero essere assicurati dalla legge. Risulta chiaro che le nuove norme non intervengono per superare le prassi illegittime già osservate, ma anzi forniscono un nuovo quadro amministrativo entro cui tali ostacoli possano essere legittimati e resi meno visibili. Se l’organizzazione amministrativa diventa il luogo in cui si definisce concretamente l’accesso alla protezione internazionale con prassi illegittime e indefinite è evidente che siano le esigenze politiche di controllo a prevalere sulle garanzie previste dal diritto. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎ 2. art. 6 D.lgs. 25/2008; art. 8 Direttiva 2013/32/UE ↩︎
Ciascuno cresce solo se sognato
DOPO IL PRINCIPIO D’INCENDIO DEL 30 LUGLIO, OLTRE 400 ABITANTI SONO RIMASTI FUORI DAL PALAZZO DI VIA SANTA CROCE IN GERUSALEMME. MA LO SGOMBERO CHE AVREBBE DOVUTO DISPERDERE UNA COMUNITÀ HA PRODOTTO UNA NUOVA RETE DI RESISTENZA, MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ È cosa nota che, nella notte tra il 29 e il 30 luglio, in un locale tecnico posto al primo piano di Spin Time, ci sia stato un principio di incendio. È cosa nota anche che, da quel momento, gli oltre 400 abitanti del Palazzo siano stati buttati per strada. In via di Santa Croce in Gerusalemme, in questi giorni, va in scena, con grande maestria, l’arte dello sgombero. Sulla carta si chiama «proteggere le persone da possibili rischi»; nei fatti, è una complessa operazione di ingegneria burocratica. Quando la forza pubblica deve liberare un’area occupata da centinaia di persone, la violenza delle divise o l’impatto visivo degli idranti non sono sempre opzioni spendibili. Entra così in gioco la politica dello «sgombero dolce»: una tattica silenziosa, pensata per affievolire la fiamma delle resistenze collettive senza fare rumore, un tentativo di portare le persone allo sfinimento. Un subdolo atto violento e securitario, giustificato come azione umanitaria, compiuta per il bene delle persone a cui si sta togliendo la casa: un letto, un comodino con sopra una lampada, il libro lasciato a metà, il gatto con la lettiera sporca, i piatti ancora da lavare, i panni da stendere su un filo al quale ora è appesa la propria vita. Tutto questo senza fornire alcuna alternativa reale o di lungo termine. Spegnere la resistenza significa spegnere una comunità. Spegnere una comunità significa spegnere il popolo. In questo gioco delle parti non era stato preso in considerazione un elemento che contraddistingue l’utopia concreta di Spin Time, racchiuso in una frase che potrebbe essere eletta a manifesto inconsapevole della politica del Palazzo: «Ciascuno cresce solo se sognato». Spin Time è la riprova che, per far crescere le persone, per permettere loro di riappropriarsi della propria dignità e per dare corpo alle comunità, serve una visione capace di riconoscere la vita e la bellezza dove altri vedono soltanto degrado. Il verso è la parte finale di una poesia di Danilo Dolci. Chi vive a Spin Time cresce perché la comunità gli riconosce la dignità di esistere; chi popola Spin Time sogna perché abita un laboratorio di convivenza interculturale e di cultura integrata che le istituzioni non riescono, o hanno paura, di produrre. «Sognare», per Dolci ieri e per gli abitanti di Spin oggi, non è un atto passivo o un’illusione, ma un’azione politica, pedagogica e generativa: significa vedere nell’altro un valore che ancora non si esprime, offrirgli uno spazio di dignità prima ancora che se lo sia «meritato» secondo le logiche di mercato. «Mi servono i libri delle vacanze, devo fare i compiti, le maestre poi mi mettono la nota». È questo il problema di un bimbetto fuori dal cancello rosso. La Polizia non fa entrare né lui né il papà. «I libri non sono beni di prima necessità». Punto. Questa è la risposta severa e ingiusta di uno dei poliziotti che presidia l’ingresso del Palazzo. Studiare non serve. Meglio non capire.È pieno di bimbi e bimbe lungo la via infuocata. Pistole ad acqua per giocare e armi vere per incutere timore. Stride il contrasto tra il dentro e il fuori. «L’emergenza non è nel Palazzo, l’emergenza è qui fuori. Dentro c’è la soluzione». Ha ragione questa donna che taglia l’anguria da distribuire a chi popola il presidio permanente. E ha ragione anche chi dice che «la condizione di disumanità in cui ci stanno costringendo a vivere è una vergogna di Stato, è la pavidità delle istituzioni che non fanno un passo avanti senza prima farne dieci indietro». Nel pomeriggio del 4 agosto, la Flai Cgil, che fin dal primo giorno sostiene gli abitanti di Spin Time con atti di solidarietà concreta, è tornata portando con sé la sua Tenda Rossa. Uno spazio per stare, un luogo per fare. Così la Tenda Rossa diventa un avamposto in una città che rifiuta di arrendersi. Perché, se i libri di testo non sono considerati «beni di prima necessità» da chi gestisce l’ordine pubblico, significa che, per questo Stato, la necessità si riduce a un alito di respiro, spogliato di ogni pensiero e cultura. Bisogna invece studiare, a partire dalla «grammatica del controllo» che vuole ridurre l’essere umano a un corpo da spostare, dividere e gestire. Ma qui, in via di Santa Croce in Gerusalemme, la gente non si fa gestire: si autogestisce. Lo fa a partire dal presidio medico, dall’area dedicata al gioco, dallo spazio di distribuzione di prodotti alimentari e per l’igiene intima, dalle sale del Polo Civico dell’Esquilino e del CSV, che ospitano bimbi e bimbe con le loro mamme, dall’organizzazione di un’arena serale, dall’attivazione di una rete di solidarietà concreta che nasce spontaneamente e cresce. Se le istituzioni pensavano di isolare una comunità svuotando un palazzo, hanno fatto male i loro calcoli. Spin Time non è un bene immobile. Spin Time è un cantiere dove si costruiscono relazioni e dove si imparano e si insegnano la giustizia sociale. Spin Time è un’idea di città. E alle idee non si mettono sigilli. «C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato». Ecco Danilo Dolci. Ecco Spin Time. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ASCANIO CELESTINI: > Spin Time e la Costituzione --------------------------------------------------------------------------------
August 5, 2026
Comune-info
San Ferdinando, sgombero della tendopoli
Piana di Gioia Tauro – Il superamento dell’insediamento informale è una notizia attesa da anni. Restano però senza risposta questioni decisive per le condizioni di vita dei lavoratori braccianti: dove andranno le persone che le palazzine non potranno contenere, e con quali garanzie di lavoro, residenza e continuità di soggiorno? È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa di assegnazione. Il provvedimento dà attuazione ai decreti 228 e 238 del 6 e 23 marzo 2026, adottati nell’ambito del cosiddetto “Decreto Caivano” – convertito in legge il 13 novembre 2023 e presentato dal Governo Meloni come risposta al disagio giovanile e alla criminalità nelle periferie. La tendopoli nacque dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010 e fu realizzata dal Ministero dell’Interno come soluzione emergenziale. Da allora è stata smantellata e ricostruita più volte: l’ultimo grande sgombero risale al marzo 2019, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini in un impeto di propaganda fece arrivare le ruspe. Ogni volta, alla distruzione è seguita la rinascita dell’insediamento, in un ciclo che associazioni e sindacati denunciano da oltre un decennio. Nel mezzo, una scia di incendi e di morti: nelle baracche di legno e lamiera, scaldate d’inverno da bracieri e stufe di fortuna, hanno perso la vita Becky Moses, Suruwa Jaiteh e Moussa Ba. Le gravi condizioni igienico-sanitarie in cui le persone sono state costrette a vivere per anni, senza acqua potabile né corrente elettrica, sono l’esito di un percorso di accoglienza fallimentare, deterioratosi nel tempo fino al completo abbandono istituzionale. Il superamento del modello della tendopoli è in sé uno sviluppo positivo. Ma la mancanza di percorsi certi, individualizzati e di lungo periodo per gli abitanti rischia di riprodurre, ancora una volta, marginalità, esclusione e ghettizzazione. Emergency che lavora accanto alla popolazione della tendopoli dal 2011 con uno sportello di orientamento socio-sanitario, continua a chiedere soluzioni strutturali per chi lavora nel territorio della Piana. Si tratta di braccianti che risiedono stabilmente da anni in Italia, in regola con le norme in materia di immigrazione. L’organizzazione esprime preoccupazione per la ricollocazione e la presa in carico delle persone più fragili presenti nell’insediamento. A oggi, sottolinea Emergency, gli enti competenti non hanno ancora illustrato quali misure intendano adottare nei prossimi mesi, in vista di una nuova stagione di raccolta e dell’arrivo di centinaia di lavoratori migranti. Molte persone non sanno ancora quando verranno trasferite, dove saranno ricollocate e con quali garanzie rispetto al lavoro, alla residenza e ai servizi. Per questo l’organizzazione ritiene che non si possa procedere con ulteriori trasferimenti o con la chiusura definitiva finché tutte le persone coinvolte non siano state adeguatamente informate, ascoltate e destinate a una soluzione concreta e sostenibile. «Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie, in luoghi isolati, privi di collegamenti e lontani dai servizi essenziali», dichiara Mauro Destefano, coordinatore del progetto in Calabria. «Tutelare la salute e la dignità delle persone significa superare definitivamente il sistema dei grandi insediamenti, accompagnandole verso soluzioni abitative diffuse e reali percorsi di inclusione, costruiti insieme alle comunità locali». Il coordinatore punta il dito sui progetti annunciati come definitivi: «L’investimento di circa 3,6 milioni di euro per la costruzione della Fattoria Solidale, che non sarà pronta prima di un anno e mezzo, sembra essere l’ennesima costruzione di un ghetto nel quale le persone vivranno nuove forme di marginalizzazione e isolamento». Restano poco chiare, prosegue l’Ong, le ragioni del carattere temporaneo attribuito alle palazzine di Serricella, così come le modalità di gestione e i requisiti di accesso. Il tutto, conclude Mauro Destefano, deciso «senza interlocuzioni con le associazioni del terzo settore che popolano il territorio e senza un confronto con le persone migranti che vivono nella tendopoli»: l’ennesimo fallimento di una politica che continua a gestire un fenomeno radicato come se fosse un’emergenza improvvisa. Che dopo circa dieci anni le istituzioni calabresi aprano finalmente le palazzine di Rosarno può essere vista come una buona notizia: centinaia di lavoratori potranno vivere in condizioni migliori, anche grazie alla pressione esercitata negli anni da sindacati e società civile. Rimane però un problema tutt’altro che secondario, e riguarda i numeri. Lo sgombero eseguito ora, in piena bassa stagione, consente di gestire le poche decine di braccianti rimasti sul territorio a raccolta finita. Ma quando arriverà l’inverno, e con esso la stagione degli agrumi, la Piana torna a riempirsi: negli anni di picco San Ferdinando ha ospitato fino a mille persone. Le palazzine, che possono accogliere all’incirca 180 lavoratori, non basteranno.  Saprà in questo lasso di tempo la politica istituzionale ascoltare le proposte – come l’ostello diffuso o la gestione pubblica degli affitti per citare due esempi – che arrivano dal basso, ossia da chi vive il territorio e ha proposto in questi anni soluzioni alternative e durature?
Procedura di frontiera: obbligo di residenza revocato per vulnerabilità ignorata e obblighi informativi violati
Il Tribunale di Palermo – giudice dott.ssa Lo Piparo – decide nel merito il reclamo relativo al provvedimento di obbligo di residenza/soggiorno in frontiera, confermando quanto anticipato in sede cautelare. Il Tribunale accoglie il reclamo e revoca il provvedimento del Prefetto di Agrigento del 18/06/2026, che aveva autorizzato il richiedente – in procedura di frontiera – a risiedere esclusivamente nel Centro Sikania di Siculiana per 12 settimane (art. 5-ter, comma 2, d.lgs. 142/2015). Due i profili di violazione accertati: 1. Omessa valutazione delle esigenze di accoglienza particolari. Già in fase di screening erano emerse patologie significative (vulnerabilità sanitaria, segni compatibili con aggressione subita in Libia, diabete in scompenso, insufficienza aortica), ma nessuna valutazione individuale è seguita, in violazione degli artt. 21 e 53 Reg. 2024/1348 e degli artt. 24-25 Dir. 2024/1346. Il Tribunale precisa che le categorie di vulnerabilità elencate dalla normativa unionale sono meramente indicative, non tassative: accertata la vulnerabilità, l’Amministrazione avrebbe dovuto indicare le misure di sostegno adottate e la loro compatibilità con la procedura. 2. Violazione degli obblighi informativi. Non risulta provato che al richiedente sia stata fornita informativa comprensibile (lingua urdu) sui propri diritti, né la notifica del provvedimento è regolare, né risulta erogato l’orientamento legale gratuito. A nostro giudizio se ne deve dedurre che il richiedente ha dunque diritto a entrare immediatamente sul territorio e ad accedere alla procedura ordinaria in una struttura diversa (anche con richiesta di ingresso in SAI).  Tribunale di Palermo, ordinanza del 25 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione e il commento.
«Pensavo questa fosse la Francia». Le rotte dall’Africa continentale e il campo di Tsoundzou
RASSA GHAFFARI 1 Tsoundzou, periferia di Mamoudzou, una caldissima mattina di fine maggio. Lo spettro dell’Ebola inizia ad aggirarsi sull’isola sotto forma di un panico morale che, a poche ore dalla conferma da parte dell’OMS dei primi casi nella Repubblica Democratica del Congo, ha già investito il dibattito pubblico e politico maorese, alimentato da settimane di mobilitazioni xenofobe e dall’insediamento del nuovo prefetto. È proprio in attesa della sua prima visita ufficiale al campo di Tsoundzou, dove vivono oltre mille richiedenti asilo provenienti soprattutto dall’Africa continentale, che assistiamo all’arrivo di una famiglia congolese appena sbarcata sull’isola.  Sono una donna e due uomini, hanno attraversato direttamente il tratto di oceano che separa il Congo da Mayotte a bordo di un kwassa-kwassa, una delle piccole imbarcazioni utilizzate sia per la pesca sia per l’attraversamento irregolare del Canale di Mozambico 2. Appena arrivati, hanno chiesto ad un connazionale incontrato per caso indicazioni per raggiungere il campo, dove alcuni conoscenti hanno promesso loro un posto dove trascorrere le prime notti. Il clima di securitizzazione e militarizzazione che avvolge Mayotte da diversi mesi trova un’ennesima attuazione con l’arrivo della scorta che accompagna il prefetto al campo e che, sotto i nostri occhi impotenti, prende in carico la famiglia e il connazionale che li ha guidati. «Noi non gli abbiamo dato un soldo, ma pensano che sia il nostro trafficante perché ci ha condotti qui», commenta la donna congolese prima di salire su un’auto della polizia. L’episodio restituisce bene il clima che oggi attraversa Mayotte, dove la mobilità proveniente dall’Africa continentale è ormai letta quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza (intesa anche come salute pubblica) in un contesto nel quale ogni nuovo arrivo sembra confermare un’emergenza percepita come permanente e ormai pienamente istituzionalizzata. Se per lungo tempo i movimenti migratori verso Mayotte hanno riguardato soprattutto le altre isole dell’arcipelago delle Comore, in particolare la più vicina Anjouan, negli ultimi anni è andata gradualmente consolidandosi una rotta diversa, ancora relativamente poco studiata ma sempre più visibile, che collega la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa con l’isola francese nell’Oceano Indiano. Congolesi, somali, sudanesi, burundesi, ruandesi e yemeniti raggiungono la Tanzania – descritta nelle testimonianze come una sorta di Turchia dell’Africa orientale, paese di transito più o meno prolungato – attraversano il mare fino alle Comore e da lì vengono trasferiti a Mayotte. La quota più consistente di questi flussi è composta da cittadini congolesi, che costituiscono difatti la prima nazionalità tra i richiedenti asilo; chi vuole abbandonare il Congo ha a disposizione due rotte diverse: una occidentale, che sbocca sull’Oceano Atlantico, ma che viene descritta come più impervia e ostica a causa dei numerosi conflitti armati che interessano le zone circostanti; ed una orientale, più recente, che vede nel minuscolo dipartimento francese la sua più recente destinazione. I racconti collezionati durante la ricerca hanno evidenziato un dato parzialmente inatteso quanto interessante: a differenza di quanto si potrebbe supporre, una parte consistente delle persone in movimento dichiara di non aver partecipato attivamente alla scelta di Mayotte come propria meta, affidandosi a smugglers che negli ultimi anni hanno costruito reti collaudate di passaggio tra la Tanzania e le Comore.  «Non avevo mai sentito parlare di Mayotte», racconta un giovane congolese incontrato nel campo. «Il trafficante ci aveva promesso solo un posto tranquillo, in pace. Quando siamo arrivati mi hanno detto che eravamo in Francia. Mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: dov’è la Torre Eiffel?». Alcuni giovani somali raccontano invece di essere partito da Bosasso, nel Puntland, in gruppo composto da ventiquattro persone, impiegano tredici giorni per giungere a destinazione, cambiando imbarcazione e capitano direttamente in mare aperto. «Non sapevamo dove stavamo andando», commentano in modo analogo ai compagni congolesi. «Ci dicevano soltanto che lì c’era la pace». Mayotte si configura così nelle traiettorie migratorie come una Francia immaginata prima ancora che realmente conosciuta; l’isola rappresenta sì l’Europa, ma appare più come una sua appendice periferica, sconosciuta all’opinione pubblica internazionale e persino a molti francesi della métropole. In mancanza di un sistema di accoglienza istituzionale adeguato e sufficiente, per questi richiedenti asilo, l’approdo a Mayotte coincide quasi sempre con l’ingresso nel campo informale di Tsoundzou, situato alla periferia del più grande agglomerato urbano di Mamoudzou e caratterizzato da una situazione socio-economica di generale difficoltà. Sorto nell’autunno del 2025 dopo lo sgombero del precedente insediamento, il campo ospita oggi oltre un migliaio di richiedenti asilo – tra cui circa un centinaio di minori – provenienti da contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’essere definiti localmente come les Africaines. La storia del campo degli Africaines è soprattutto una storia di espulsioni e spostamenti. Negli ultimi anni gli insediamenti in cui i richiedenti asilo trovano rifugio sono stati progressivamente allontanati dagli spazi più centrali dell’isola, transitando dal vecchio stadio di Kavani, nel cuore di Mamoudzou, fino all’attuale accampamento, arroccato tra le mangrovie e il mare e costantemente minacciato dalle maree: ogni sgombero coincide con un ulteriore arretramento verso luoghi meno visibili ed accessibili. Il suo ingresso, compresso tra un cantiere edile e alcuni alloggi gestiti da una NGO locale, appare difatti quasi invisibile dalla strada, segnalato solamente dalla presenza fissa di uomini e donne seduti all’ombra ad aspettare un passaggio o un incontro. Soltanto una volta superato uno stretto accesso si scopre che dietro e dentro la vegetazione vive una popolazione numericamente paragonabile a quella di un piccolo villaggio. Il presidente del campo, un giovane congolese eletto dagli stessi abitanti dopo l’ultimo trasferimento coatto, conferma questa impressione: «Prima il campo era ben evidente dalla strada. Adesso hanno fatto di tutto per metterlo dove nessuno possa vederlo: i maoresi non ci vogliono visibili». Da diversi mesi, inoltre, le autorità maoresi portano avanti un progetto di demolizione del campo al fine di costruirne uno formale gestito da NGO francesi direttamente dipendenti dallo Stato; proposta, questa, ostacolata dalla ferma opposizione dei sindaci dei diversi villaggi, contrari a vedere le proprie municipalità coinvolte, e da parte della popolazione locale, rappresentata dal Collectif des citoyens de Mayotte, attivo in iniziative di stampo sovranista e xenofobo 3. L’invisibilità non è soltanto una caratteristica geografica, ma una precisa modalità di gestione politica dello spazio e dei corpi che lo abitano. Sebbene rappresenti sempre più un argomento politico di primo piano, il campo di Tsoundzou rimane ai margini del paesaggio urbano e del discorso pubblico; come spesso accade nei contesti di frontiera, lo spazio diventa in questo caso uno strumento di governo, secondo cui allontanare e marginalizzare significa anche sottrarre allo sguardo. La quotidianità del campo è segnata soprattutto dall’attesa: attesa del primo appuntamento in Prefettura per formalizzare la domanda di asilo, per cui spesso è necessario attendere anche sei mesi, sebbene il diritto europeo preveda tempi molto più rapidi; attesa che la domanda venga analizzata; attesa di poter lasciare l’isola, una possibilità che rimane preclusa fino all’ottenimento dello status di rifugiato e dei documenti necessari, ma concretamente ostacolata anche dalla mancanza di risorse economiche in un contesto in cui le possibilità di costruire una vita autonoma sono estremamente limitate. L’accesso al mercato del lavoro formale, per les africaines, è quasi impossibile e il sostegno economico previsto dalle autorità consiste in un contributo minimo totalmente insufficiente. Una giovane ragazza somala conosciuta dentro al campo, ad esempio, racconta come la gioia di aver trovato impiego informalmente come estetista sia minata dalle discriminazioni subite da parte della clientela locale, decisa a «non farsi servire da una africaine come me».  A dispetto di un relativo fermento interno al campo, dove proliferano micro-business informali, organizzazioni di mutuo aiuto dal basso e gruppi di parola e attività religiose, la maggioranza degli abitanti di Tsoundzou sembra vivere una quotidianità sospesa in una condizione nella quale il tempo sembra perdere qualsiasi prospettiva e si configura come un dispositivo politico di controllo e repressione estremamente efficace. Più che una semplice lentezza burocratica, l’attesa, in questo caso, appare come una modalità di governo della mobilità, capace di trasformare la precarietà in una situazione permanente. Le poche associazioni che forniscono assistenza all’interno del campo sono giudicate insufficienti a gestire l’incessante condizione di bisogno di una comunità in continua espansione.  Sebbene la denominazione les Africaines possa sembrare, di primo acchito, meramente descrittiva, la ricerca etnografica condotta fa emergere al contrario la costruzione di una categoria identitaria profondamente stigmatizzante. «Mi chiamano africano, nero, per distinguermi», osserva un giovane congolese con un sorriso ironico. «Ma anche loro sono africani. Siamo tutti neri». Questa osservazione mette chiaramente in luce un paradosso emblematico del caso maorese, isola africana ma amministrativamente e politicamente francese, in cui il termine “africano” non indica tanto una provenienza geografica ma concorre a costruire discorsivamente un processo di distanziamento morale e sociale. Les Africaines, in quest’ambito, diventano dunque gli “altri” per eccellenza, corpi estranei e capri espiatori ai quali vengono attribuiti l’aumento dell’insicurezza, il degrado urbano ed ecologico, la pressione sui servizi pubblici e ultimamente la stessa emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Tale distanza si concretizza anche negli aspetti più minuti della vita quotidiana del campo, soggetto a incursioni frequenti da parte della polizia e di gruppi di giovani locali che vi entrano per intimidirne gli abitanti o danneggiare beni e possedimenti. Durante la nostra permanenza ci vengono mostrate numerose testimonianze di queste aggressioni: un piede gravemente ferito, un braccio immobilizzato, una tenda distrutta. L’accesso alle cure è difficile e molti rinunciano a rivolgersi alle strutture sanitarie se la situazione non viene considerata sufficientemente grave, «perché tanto l’ambulanza non arriva».  Queste condizioni di precarietà sono rese ancora più problematiche dal particolare regime giuridico di Mayotte che, nonostante diverse segnalazioni da parte di associazioni e istituzioni europee, continua a rappresentare un’eccezione rispetto al diritto comune in materia di asilo. I richiedenti asilo, infatti, incontrano enormi difficoltà nel beneficiare del sistema nazionale di accoglienza formalmente previsto e sono costretti ad affrontare tempi amministrativi molto più lunghi rispetto alla Francia metropolitana. La distanza geografica dal continente europeo si traduce così anche in una distanza giuridica in cui gli stessi diritti formalmente garantiti sul territorio trovano un’applicazione profondamente differenziata.  Osservata da Tsoundzou, Mayotte appare come una frontiera che continua a operare anche dopo lo sbarco sulle sue coste cristalline. Un confine che non si esaurisce con il mare attraversato dai kwassa-kwassa, ma prosegue nella lentezza esasperante delle procedure burocratiche, nelle marginalità degli spazi, e nelle categorie identitarie con cui le persone vengono nominate, escluse e rese estranee.  «Pensavo questa fosse la Francia» è un leit motiv che ha accompagnato le nostre interazioni con gli abitanti di Tsoundzou e che ha agito, anche, come dispositivo di riflessività dato che a lungo, nelle nostre analisi preliminari, la scelta di Mayotte come destinazione in qualità di dipartimento francese è stata data per scontata. La sorpresa – nostra e loro – non origina soltanto dall’assenza di una Torre Eiffel di riferimento, ma esprime, forse inconsapevolmente, il paradosso di un territorio pienamente francese dove l’esperienza concreta dei richiedenti asilo rimane segnata da forme di esclusione che sembrano collocarlo ai margini dello spazio politico e giuridico europeo. È proprio in questa tensione tra appartenenza formale ed esclusione sostanziale che Tsoundzou diventa un osservatorio privilegiato per comprendere come i confini europei contemporanei non si limitino a impedire l’ingresso, ma continuino a produrre distanza anche ben dopo l’approdo. Attraverso tecnologie di controllo mirate a minimizzare l’empatia, la solidarietà e le possibilità di resistenza dal basso, i confini europei ri-emergono così come sistemi coercizione ubiqui, multimodali e traslazionali, capaci di diffondersi ben oltre la linea territoriale – nei corpi, negli spazi quotidiani, nelle gerarchie morali – creando una distanza al contempo fisica ed etica.  Mentre questo reportage viene scritto, le mille persone che abitano il campo di Tsoundzou si ritrovano ad affrontare un nuovo assalto frontale senza che vengano forniti loro un preavviso congruo o alternative fattibili. Da diversi giorni, difatti, le autorità maoresi hanno cominciato a smantellare la porzione di insediamento più prossima alla strada principale; la motivazione ufficiale è la necessità di ampliare il cantiere attiguo che prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione 4. Come avviene periodicamente in circostanze analoghe, l’evento è divenuto oggetto di narrazioni e discorsi contrastanti, sintomatici del clima di estrema polarizzazione che permea il dipartimento francese. Invocata di volta in volta come misura definitiva contro “il degrado ecologico” e l’insicurezza di cui les africaines sono additati come principali responsabili, l’iniziativa si colloca perfettamente nel solco delle politiche di esclusione ed espulsione che distinguono la gestione tutta francese della questione migratoria a Mayotte.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. ↩︎ 2. French border police accused of causing shipwrecks and deaths of migrants from Comoros, Le Monde – 16.09.2025 ↩︎ 3. Immigration : le collectif des citoyens de Mayotte 2018 manifeste contre le projet de création d’un nouveau camp pour les migrants d’Afrique continentale, franceinfo: -11.05.2026 ↩︎ 4. Tsoundzou II : évacuation d’une partie du camp située près du chantier de la future STEP, franceinfo: – 17.07.2026 ↩︎