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La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Seconda parte
Seconda parte del racconto di Veronica, una giovane volontaria italiana,  sull’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Link alla prima parte dell’articolo. Come arrivano le persone all’“albergue de seguridad”? Principalmente attraverso altre associazioni (Acnur, Jesuit Refugees Service, Oim, FrayMa). Quando qualcuno arriva spontaneamente alla porta, specialmente se centroamericano, viene valutata la situazione, verificato che abbia già iniziato un percorso di richiesta asilo e fatto un controllo dei documenti. Questa misura, che al primo impatto mi è sembrata troppo drastica, ha in realtà l’obiettivo di evitare che i persecutori possano entrare, mantenendo al primo posto la sicurezza degli ospiti. Qui le persone ricevono un posto sicuro per dormire, beni di prima necessità e prodotti basici di igiene, abbigliamento e tre pasti al giorno – purtroppo ad oggi, dati i tagli dei fondi, non sufficienti a un’alimentazione equilibrata. Recente il caso di una neonata portata d’emergenza in ospedale, il cui problema era proprio l’alimentazione non corretta della mamma. I dormitori sono suddivisi tra uomini, donne, famiglie (solo nel caso di padri con figlie e famiglie complete con bambini piccoli) e sezione dedicata alle diversità, di fatto l’unica in tutta la provincia. Oltre all’assistenza umanitaria, gestita da un’equipe composta da staff, volontari locali e volontari che come me vengono a passare qui un periodo (solitamente 6 mesi) e vivono all’interno del centro (a maggio eravamo in tutto oltre 15 persone tra staff e volontari nella sezione assistenza umanitaria), esiste un servizio di assistenza integrale. Supporto legale e aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se irregolare; visite mediche, dentistiche e supporto psicologico in rete con altre associazioni (MSF, MdM, Save the Children…). Una scuola con ore dedicate a tutte le età. Uno spazio per le donne e un circolo di ascolto, confronto e attività che ha luogo ogni settimana. Una piccola biblioteca, una sala computer, uno spazio di gioco per i bambini, un campo per partite di calcio, basket, o pallavolo. Grazie ai volontari e ad altre associazioni, vengono costantemente promosse attività per adulti e bambini. La notte del cinema, la serata dei talenti, il corso di ballo, quello di spagnolo per la popolazione haitiana. In questi mesi, un’ospite sordomuta ha organizzato con il supporto di un volontario un corso di lingua dei segni, affinché volontari e utenti potessero comunicare con lei e imparare un nuovo linguaggio. Poi, quando è possibile, qualche uscita con i bambini, attività specifiche legate a feste o ricorrenze, laboratori per i più piccoli. Tutti gli utenti maggiorenni e senza problemi di salute o impedimenti fisici vengono suddivisi in squadre e ogni mattina, così come dopo ogni pasto, si occupano della pulizia delle aree comuni. Noi volontari controlliamo che tutto venga svolto correttamente e non è il migliore dei lavori. Qualcuno non si presenta, qualcuno si infastidisce perché fa sempre più di altri. Qualcuno torna stanco da 10 ore di lavoro. Ma in realtà sento che questo sistema crea comunità, senso di appartenenza degli spazi, e cosa più importante, evita di cadere nella tentazione dell’assistenzialismo. J., che per la sua età non è coinvolto nelle pulizie, ogni mattina alle 7 si propone come volontario per pulire l’area della spazzatura: mi piace lavorare, dice e almeno sento che anche io posso fare qualcosa. Il lavoro dei volontari consiste principalmente nell’aiutare nella preparazione e distribuzione dei tre pasti al giorno, supervisionare le pulizie e presidiare lo sportello nel quale viene distribuito tutto ciò che può servire: sapone, carta igienica, spazzolini da denti, crema, deodorante, assorbenti, pannolini, rasoi, abbigliamento in caso di bisogno, ma anche giochi per bambini e adulti in prestito, ago e filo, un rasoio o una piastra per i capelli, tagliaunghie, forbici, ecc. Parte del lavoro, svolte le mansioni ordinarie, è poi proprio quello che chiamano “socializzazione”: una partita a domino o a scacchi, una a volley con i ragazzi più grandi, un gioco con i bimbi, o semplicemente sedersi su una panchina e ascoltare. Più di una volta, in queste settimane, mi sono sentita ripetere: “Grazie per avermi ascoltato”. C’è chi vuole raccontare la sua storia, chi vuole solo parlarti del cibo nel suo Paese, chi ha bisogno di sfogare lo stress e il malessere di questi mesi rinchiusi con una partita a carte. Una ragazza mi parla della relazione con il figlio di otto anni che ha dovuto lasciare nel suo Paese. Qualcuno racconta il suo viaggio, qualcun altro mi chiede se, in caso di bisogno, sarei capace di uccidere. A volte è sufficiente un complimento per il nuovo colore di capelli o per un vestito. Una delle frasi che più mi hanno colpito mi è stata detta da E., 63 anni, dopo uno scambio di battute sul pessimo pasto appena mangiato (l’ennesimo piatto di “spaghetti” ai würstel): “Sono grato per tutto ciò che mi date qui. Prima di arrivare qua dormivo per strada, mi lavavo nel fiume, mangiavo quello che trovavo. Qui posso dormire al sicuro, fare la doccia e mi ascoltate. Mi avete fatto sentire di nuovo umano.” È proprio da questo episodio che è nata l’idea di organizzare un’uscita al mare, che si trova appena a mezz’ora, ma che raramente gli utenti visitano: per molti anche solo il biglietto dell’autobus è un costo insostenibile, soprattutto per le famiglie. E poi là, una merenda, o anche solo un posto all’ombra, diventano un ostacolo insuperabile. Ci sono andata nel mio primo giorno libero e al ritorno un signore orgoglioso di essere nato “davanti alla spiaggia più bella del mondo”, mi ha confessato di non vedere il mare da 25 anni. Da lì la decisione di organizzare una piccola raccolta fondi in Italia, tra amici e famigliari, per regalare una giornata diversa a chi per settimane o mesi resta chiuso qua dentro. Hanno risposto tutti con grande generosità, permettendo non solo di portare i minori e gli anziani, ma tutte le persone che ne avevano la voglia e la possibilità. Le difficoltà logistiche, organizzative e il tema della sicurezza non sono state poche, ma la giornata, per quanto semplice, per molti è stata davvero speciale. Dimenticare per un attimo la pressione, l’isolamento, la solitudine. Restituire normalità e dignità. Poi quando si fanno queste cose è sempre bellissimo vedere ciò che si genera: qualcuno quel giorno ha trovato un lavoro dignitoso. Si sono generati nuovi contatti e opportunità per tutti gli utenti e per l’albergue (come una visita gratuita all’acquario) e si è rafforzata la rete territoriale. A volte, solo uscire dalla routine genera opportunità. Sarebbe bello che un luogo così avesse la possibilità economica e i finanziamenti per garantire questo tipo di esperienze con continuità. Sarebbe ingenuo dire che sono quelle che fanno la differenza, quando le persone rischiano la vita o non hanno un luogo in cui dormire, ma sappiamo che sono quelle che ci rendono umani, che ci emozionano e che ricordano la voglia di andare avanti. Con alcune persone si sono creati legami più personali e una delle difficoltà è stata senz’altro mantenere un trattamento egualitario con tutti. Il che non è sempre facile, soprattutto considerando la barriera linguistica con alcune persone e i bisogni e le situazioni profondamente diversi. Per me la difficoltà più grande è stata abituarmi alla rigidità del posto. Il regolamento vieta, ad esempio, di fumare all’interno del centro, stabilisce orari specifici di uscita e proibisce di rientrare dopo le 18 se non per motivi di lavoro (comunque da concordare). Sono proibite anche liti, discussioni, insulti, ma anche relazioni sesso-affettive. Anche per una videochiamata è necessario richiedere una stanza chiusa. Durante la mia permanenza, sono state “espulse” diverse persone per varie ragioni: dai casi di molestia, a una lite con insulti tra due donne, entrambe fatte uscire la mattina seguente. Un caso che mi ha colpito particolarmente è stato quello di una madre con un figlio adolescente, che durante la prima notte avrebbe fumato sulle scale e assunto delle droghe, oltre ad aver scattato foto agli altri ragazzi senza il loro consenso. La mattina seguente, tornando dall’Ufficio Immigrazione, hanno trovato le loro cose fuori dal cancello e si sono ritrovati di nuovo per strada. In quel momento ho avuto forti dubbi sul restare in un luogo che non è in grado di dare supporto anziché voltare le spalle in una situazione del genere. È difficile, soprattutto provenendo dal contesto milanese, ricordare che ci sono dinamiche di rischio e sicurezza diverse e che le problematiche che attraversano le persone sono profondamente differenti. È difficile ricordare che questo è un luogo che non si occupa di integrazione, ma di assistenza umanitaria e protezione. Però qui M., a cui hanno ucciso il primo figlio in Honduras, può andare tutti i giorni a lavorare lasciando l’unico figlio che gli rimane, adolescente, senza doversi preoccupare per la sua incolumità, o per il fatto che possa finire nei giri sbagliati. T., papà solo di 4 figlie, fuggito dal suo Paese quando le pandillas (organizzazioni criminali dette anche maras) hanno accerchiato casa sua per dargli fuoco, mi racconta che aveva insegnato alle ragazze, nel caso sentissero degli spari, a salire sul tetto e a scappare da li, anziché scendere a cercarlo o aspettarlo). Quasi non esce perché è sicuro di essere stato seguito fino in Messico e mi dice con le lacrime agli occhi: “Qui, almeno, capiscono subito se possono fare entrare qualcuno. Ti ricordi quel delinquente che è arrivato con la sua mamma? Lo hanno cacciato il giorno dopo e ora sono più tranquillo.” Non sappiamo se quel ragazzino fosse davvero un delinquente, ma è certo che qui a volte è sufficiente una foto pubblicata, una conoscenza di una conoscenza, una parola di troppo o un nome detto alla leggera sul trasporto pubblico per mettere a serio rischio la vita di una famiglia. È difficile stare in un luogo che non è in grado di accompagnare anche chi è più problematico, ma è certo che qui i bambini giocano sereni, i ragazzi socializzano e si divertono e le madri e i padri finalmente respirano tranquilli perché sanno che i figli strappati dalla violenza, dal pericolo e dalla paura sono al sicuro.   Anna Polo
July 20, 2026
Pressenza
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parte
Veronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi, un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone, nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho contattati e sono partita. Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui è J, e tu da dove vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.” Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova uno spazio sicuro e di ascolto. Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie, così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana. La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento; io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula. Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività extra organizzate internamente. Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze; i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over 60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno). Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone, in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima necessità e servizi. La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati (l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi). Foto di Ale Cárdenas Olguín I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%). La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per “scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador, Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico. Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime. Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari, narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni avvengono qui) Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si fermeranno dove non riusciranno a trovarli. Anna Polo
July 19, 2026
Pressenza
Mirando al otro lado: storie di donne alla Frontiera
ZONA LIMINALE L’aeroporto internazionale di Tijuana è un crocevia unico nel suo genere, perché collega gli Stati Uniti al Messico. Il terminal principale in territorio messicano è collegato con un ponte a un secondo edificio che supera il confine e arriva a San Diego. Questa caratteristica rende lo spazio frenetico: il suono delle valigie che scorrono sui pavimenti lucidi si mescola al brusio delle conversazioni in spagnolo, in inglese e in molte altre lingue. All’uscita di questa torre di Babele, due file raccontano storie diverse: una è diretta verso gli Stati Uniti ed è frequentata da turisti abbronzati di ritorno da mete tropicali, coi passaporti rossi stretti in mano; l’altra, quella che porta a Tijuana, accoglie un mosaico di nazionalità. E qui si vede di tutto, dai pensionati americani in cerca di medicine a basso costo ai migranti haitiani con infradito ai piedi e un borsone a tracolla. Superati i controlli sbrigativi, mi trovo all’esterno dell’aeroporto. Senza uno spiazzo o un parcheggio in cui fermarsi, si è costretti a sbucare sull’arteria frenetica che collega il terminal al resto della città. Sono solo le 17.00 ma è già buio e il freddo penetra le ossa in profondità perché il clima desertico, qui, non ha mezze misure. All’età di 78 anni, Madre Albertina ha dedicato oltre cinquant’anni alla vita religiosa, distinguendosi come una figura di spicco nell’accoglienza. Di statura bassa e corporatura robusta, il suo viso è incorniciato da una chioma bianca che racconta una vita di dedizione. Nonostante gli anni, traditi dal passo goffo, dietro le lenti spesse dei suoi occhiali si cela uno sguardo appassionato e risoluto, riflesso di una forza interiore inossidabile. Esperta nella gestione delle migrazioni, ha lavorato instancabilmente con la congregazione degli Scalabriniani, tracciando un percorso che va dal Brasile all’Honduras, passando per la Repubblica Dominicana. La sua carriera pluridecennale e l’esperienza internazionale la consacrano come una veterana nel campo dell’accoglienza e la portano a essere l’attuale direttrice di un rifugio per donne migranti: l’Instituto Madre Asunta di Tijuana. Le sorelle dell’Instituto mi vengono a prendere in macchina per portarmi verso la mia nuova casa. Durante il tragitto, Albertina, con il suo spagnolo dal marcato accento brasiliano rompe il silenzio imbarazzato e mi chiede: «Hai già notato il muro?» La domanda mi lascia interdetta, finché non collego le sue parole al Muro de la Vergüenza, quella barriera che ci separa dagli Stati Uniti e che ogni anno vede passare circa mezzo milione di persone. Il muro non impressiona solo per l’altezza di cinque metri, ma soprattutto per la sua lunghezza: circa un terzo del confine totale tra Messico e Stati Uniti, lungo 3.145 chilometri. Questa monumentale struttura militare, progettata per contenere la migrazione illegale, ha avuto un costo enorme. Secondo i dati del Government Accountability Office (GAO), tra il 1994 e il 2024 il governo ha speso tra i 30 e i 70 miliardi di dollari. Istintivamente volto lo sguardo. Lì, nel buio di un tramonto precoce, si erge il muro, altissimo e colorato di rosso cupo, un monolite che nella sua banale presenza sfida la realtà. «Lo vedi?», mi dice Albertina dal sedile di fronte, indicando con la mano lo spazio che si sviluppa oltre il muro. «Per noi, quello è el otro lado». Non gli Stati Uniti, non San Diego, ma ciò che si trova dall’altra parte del muro. Perché a Tijuana, tutto si riduce a un muro. A GLOBAL WAITING ROOM Per allontanarsi dall’aeroporto in direzione del centro di Tijuana, si costeggia Colonia Libertad, uno dei quartieri più densamente popolati e problematici dell’intero stato della Baja California. Come molte periferie latinoamericane, questo quartiere si sviluppa in verticale, con le case che si arrampicano lungo le ripide strade dei cerros [colline, ndr]. Da lontano appare come un insieme armonico di abitazioni colorate, ma attraversandolo ci si ritrova in un caos urbanistico: edifici in lamiera, campi abitati da galline, fogne a cielo aperto e strade non asfaltate. In questo labirinto di vie polverose non è raro incontrare cani randagi o vestiti in vendita appoggiati direttamente sul pavimento, elementi in netto contrasto con le lucenti macchine sportive che ogni tanto sfrecciano per le strade e sembrano quasi un miraggio. > Tijuana è stata fondata poco più di cento anni fa, ma oggi è la sesta area > metropolitana del paese, grazie alla prossimità agli Stati Uniti e la > crescente industrializzazione che hanno da sempre attratto un’enorme quantità > di persone. Infatti, è una città storicamente costruita dai migranti, nata > come luogo di passaggio verso il confine. Vissuta come spazio transitorio, > trasmette un costante senso di precarietà, con evidenti segni di > trascuratezza. Il centro è un paese dei balocchi fatto di bar, discoteche e bancarelle, mentre le periferie raccontano un’altra quotidianità. Qui, migranti e residenti vivono ai margini, in quartieri senza luce e acqua, con case instabili fatte di cartone e legno. È chiaro che chi resta lo fa più per necessità che per scelta, aspettando la possibilità di realizzare il proprio American Dream. Generazioni nate qui vivono sospese in un limbo. Punto nevralgico di interessi globali, la composizione demografica è in costante evoluzione. Così, traiettorie impensabili fino a pochi anni fa portano in città persone da ogni angolo del pianeta. Per questa ragione, molti ricercatori vedono in Tijuana una cartina di tornasole dei flussi migratori globali. Lavorando qui incontro Amanda, professoressa di Migration Studies negli Stati Uniti. Da quasi dieci anni vive tra Washington e Tijuana, dove ha trovato un affascinante campo di indagine. È originaria delle comunità afrodiscendenti del Brasile e lei stessa si definisce una migrante: ha lasciato il suo Paese per gli Stati Uniti, alla ricerca di sicurezza e opportunità. Con un passato nell’attivismo e nel giornalismo, e un pragmatismo che si riflette nella sua postura dignitosa e nei ricci compostamente raccolti, Amanda porta uno sguardo attento su Tijuana, una città che considera un esempio unico. «Il Messico è un caso molto interessante» dice, picchiettando una bic nera sul tavolo della cucina. «Per lungo tempo, è stato considerato un sending country, soprattutto nel contesto degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, però, il paese ha guadagnato forza e sta attirando un numero crescente di migranti in transito. In passato, molti migranti provenienti dall’America Centrale usavano il Messico come semplice paese di passaggio, e il transito era generalmente rapido. Negli ultimi dieci anni, invece, questo schema è cambiato: oggi osserviamo anche un crescente movimento migratorio dall’Asia, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Europa. I flussi non rispettano più i confini continentali, ma sono diventati a tutti gli effetti un fenomeno globale. Io chiamo spesso Tijuana una “sala d’attesa globale”, dove le persone si ritrovano e aspettano che il loro destino venga deciso». Foto di Sabrina Aidi DOMANDA FACILE, RISPOSTA DIFFICILE L’Instituto Madre Asunta AC è un rifugio di ispirazione religiosa per donne migranti e i loro figli, fondato a Tijuana nel 1994. Dall’esterno, l’edificio azzurro chiaro appare consumato dal tempo, con l’insegna che porta i segni di decenni di polvere e sole scottante. L’interno, invece, nascosto dall’alto cancello, rivela il suo vero volto solo oltrepassata la soglia: superata la reception, si apre una comoda sala d’attesa dove tantissimi orsacchiotti variopinti riempiono il grande divano di camoscio. Nel corridoio si susseguono l’ufficio della direttrice e dell’assistente sociale, poi le voci di decine di bambini che giocano e l’odore dell’incontro delle ricette messicane, cubane, venezuelane pervadono tutti i sensi. In fondo al corridoio ci sono, i dormitori, i luoghi più intimi, con una decina di letti a castello per stanza. Nell’altra direzione, invece, si va nel comedor [Mensa, ndr], dove ogni giorno alle 12.30 e alle 18.30 le famiglie si riuniscono per la preghiera e il pasto. La religiosità del luogo è rivelata dalle pareti, punteggiate da immagini sacre e testi di varie preghiere; una di queste, recitata spesso durante i pasti, esprime gratitudine per ciò che viene offerto. Le regole sono rigide: giornate scandite, preghiere quotidiane e due messe settimanali, divieti su abbigliamento e alcol, limitazioni nell’uso del cellulare. Inoltre, un filtro sull’accoglienza esclude uomini, donne omosessuali e persone transgender. Inizialmente, l’obiettivo di questo centro è stato offrire un rifugio d’emergenza a tutte le persone deportate dagli Stati Uniti, permettendo loro di fermarsi per qualche giorno in un luogo sicuro per riorganizzare i propri progetti di vita. Tuttavia, come molti altri rifugi a Tijuana e più in generale sul confine settentrionale del Messico, ha presto adattato la propria missione ai tempi. La stessa direttrice, Madre Albertina, mi racconta: «La vera sfida di questo lavoro è sapere che dovrai cambiare la tua natura, le tue regole, la tua stella polare. Se cambiano le politiche migratorie, cambi anche tu». Con l’introduzione di nuove misure da parte degli Stati Uniti, come il piano Remain in Mexico e il Title 42, la demografia della città ha subito una trasformazione significativa. Infatti, mentre Remain in Mexico ha portato migliaia di persone al confine ad attendere asilo umanitario, l’introduzione nell’epoca del Covid-19 del Title 42 ha reso la deportazione più semplice. > In questo modo, Tijuana è diventata un centro nevralgico dove chi vuole > migrare condivide la scena con chi è stato invece espulso dagli USA. Questo ha > spinto molti centri, come l’Instituto Madre Asunta, a trasformarsi da > strutture di emergenza a rifugi temporanei. Secondo l’ultimo regolamento del > centro, le donne con i loro figli possono rimanere non oltre i tre mesi. > Tuttavia, la realtà ha visto molte di loro prolungare la permanenza fino a > cinque mesi o più. Elizabeth è la psicologa infantile del centro, originaria dello Stato di Sinaloa. Con il viso rotondo e gli occhi a mandorla, ha una incredibile capacità di trasmettere affetto e calore in qualsiasi momento della giornata. Sempre circondata da bambini che le cingono le gambe, sceglie abiti colorati e brillanti, portando un tocco di allegria in ogni stanza che attraversa. Quasi cinquantenne e madre di tre figli, incarna un senso innato di maternità. Il suo ufficio, seppur piccolo e un po’ buio, è un rifugio di creatività: giocattoli, cartelle cliniche e una pila di disegni colorati riempiono lo spazio. Qui il personale trascorre molte ore pianificando attività per i bambini del rifugio. Un giorno, proprio lì, mentre condividiamo racconti sulla nostra terra d’origine, le chiedo cosa l’abbia spinta a lasciare Sinaloa. Esita per un secondo. Il silenzio è evidente. Le chiedo allora se sia una domanda difficile. Con un sorriso affettuoso, ma attraversato da nostalgia, risponde: «No, la domanda è semplice. Ma la risposta è difficile». La famiglia di Elizabeth ha vissuto il desplazamiento forzado interno, lo sfollamento forzato interno. In Messico, questo fenomeno riguarda persone e comunità costrette a lasciare le proprie case a causa di disastri climatici o, più spesso, di violenza strutturale e sistemica. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre(IDMC), tra il 2008 e il 2025 il numero di sfollati interni nel Paese ha raggiunto un totale di 390.000 persone. L’88% riguarda nuclei familiari, soprattutto nelle comunità indigene. Le donne rappresentano il 57% degli sfollati, gli uomini il 43%. Gli stati più colpiti sono Michoacán, Chiapas e Zacatecas, con Michoacán che da solo concentra quasi la metà dei casi. Nel caso degli sfollamenti legati alla violenza, le forme più frequenti includono l’uso di armi da fuoco, la presenza di gruppi armati, la distruzione di proprietà, minacce, saccheggi e omicidi. In un contesto in cui questo fenomeno è così diffuso, non sorprende che anche la famiglia di Elizabeth ne abbia fatto esperienza. Sinaloa, il suo stato d’origine, è l’epicentro di uno dei cartelli più potenti del Messico, con operazioni che si estendono oltre i confini nazionali. Elizabeth, con la voce rotta e le lacrime agli occhi, mi racconta: «Ricordo mia madre svegliarsi presto, come sempre, perché nelle campagne ci si alza all’alba. Quella mattina, aveva notato un via vai incessante di auto di fronte alla nostra casa. Non si era accorta degli spari, iniziati alle quattro. Ma quando si era resa conto del trambusto, è andata a trovare uno zio che le ha raccontato l’intera vicenda. Erano stati avvertiti che a mezzogiorno nessuno doveva trovarsi nel ranch. La minaccia era scritta con del sangue ed era già stata uccisa una donna, suo marito e suo figlio. La città cadde in una psicosi generale. In quel momento, le persone hanno cominciato a caricare le loro cose più preziose nelle auto. Quando mia madre si era resa conto della gravità della situazione, è tornata a casa. Mio padre non c’era; era in città. Chiedendosi cosa fare e con chi andare, mentre molte auto già partivano, alla fine, ha preso la sua borsa e vi ha infilato dentro le cose più importanti. È andata dallo zio e insieme sono fuggiti, seguendo il gruppo di auto in carovana. Alle 10:11 del mattino, il ranch era rimasto deserto. Le persone rimaste sole nel ranch non avevano un’auto per fuggire, così hanno iniziato a camminare. Hanno camminato per giorni, nascondendosi tra le colline, perché subito dopo la partenza della carovana sono arrivati i sicari del crimine organizzato. Chi è rimasto nel ranch si è trovato faccia a faccia con uomini armati. Non c’erano più vicini, solo auto che sfrecciavano e spari ovunque». Gli effetti di questo fenomeno sulle comunità sono devastanti perché, come continua Elizabeth con un filo di voce, sfregando nervosamente le mani: «Anche se le famiglie hanno trovato nuove forme di vita in altri luoghi, questo non significa che non siano private di tutto ciò che avevano. Oltraggiati è la parola giusta. Le cose materiali possono andare e venire, ma la loro stabilità emotiva è perduta per sempre. Quando ti tolgono ciò che ami di più — il tuo lavoro, la tua stabilità — inizi a decadere. I miei nonni sono morti aspettando di tornare al loro ranch, desiderando con tutto il cuore quel ritorno. Si sono ammalati, ma anche nonostante le cure, la loro salute fisica non contava più. Era la salute emotiva a mancare e questo è il danno più grande per uno sfollato o un migrante. Io questo non lo dico alle persone del centro, ma — purtroppo — nulla torna uguale a prima: anche il cibo non ha più lo stesso sapore». Manifestazione per l’8 Marzoi. LA GUERRA INVISIBILE Tutto questo accadeva nel 2012, ultimo anno del mandato del presidente Felipe Calderón Hinojosa, ricordato per l’Iniziativa Mérida sottoscritta nel 2007 con l’allora presidente statunitense George W. Bush. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti fornissero risorse economiche per combattere i cartelli in Messico e delineava quattro punti programmatici per i due paesi: incidere sulla capacità organizzativa del crimine organizzato, istituzionalizzare la capacità di mantenere lo stato di diritto, rafforzare i confini e costruire comunità forti e resilienti. Nonostante questa ampia progettualità, gran parte dei fondi è stata destinata alla lotta armata contro il narcotraffico, concentrandosi sulla cattura dei leader dei cartelli e sul sequestro della droga. Messico e Stati Uniti, tuttavia, hanno in larga parte trascurato il tema dell’impunità e della corruzione all’interno delle istituzioni, intervenendo soprattutto a livello federale e lasciando sullo sfondo le necessità dei contesti locali. Paradossalmente, questo approccio ha rafforzato i cartelli, aumentando il numero e la violenza, e alimentando sanguinosi scontri per il controllo del territorio. Una fonte anonima, che ha scelto di rimanere tale per ragioni di sicurezza, afferma: «Non esiste una cosa come la guerra contro il narcotraffico. Perché il narcotraffico sono tutti loro: in Messico il narco è un affare dell’esercito e lo è sempre stato. Non esiste una divisione netta tra governo da una parte e cartelli dall’altra: il Messico è un narco-stato. > Ai tempi di Calderón c’era solo El Chapo [Joaquín Guzmán, a capo del cartello > di Sinaloa, ndr]. Ma con la strategia di decapitare i leader dei cartelli, > ogni volta che se ne eliminava uno ne emergevano sette, perché altri volevano > prendere il controllo. Così sono nati più cartelli, sempre più violenti. Venti anni dopo, siamo arrivati a questo: spari e sirene fanno parte del paesaggio sonoro di Tijuana e di gran parte del Messico. Eppure pochi riconoscono che siamo in guerra civile». Nel 2006 c’erano sei cartelli di grande potenza distribuiti sul territorio, mentre, oggi, secondo il report di AC Consultores, il Messico ne conta oltre 175. Questa frammentazione, oltre a generare più violenza, crea maggiori problemi per il governo, perché le organizzazioni più piccole sono meno visibili e si diffondono molto più in fretta sul territorio. Secondo alcuni esperti, come il giornalista francese Frédéric Saliba, questo fenomeno è descrivibile come l’effetto scarafaggio: proprio come lo scarafaggio si sposta dalla cucina in cui si trova per non essere scoperto una volta accesa la luce, così le reti criminali si spostano in città, stati o regioni vicini alla ricerca di rifugi più sicuri con autorità statali più deboli. Sempre secondo il report, nel 2024 l’81% del territorio è stato teatro di guerre sanguinarie tra gruppi criminali e 108 milioni di abitanti sono oggi a rischio per il crimine organizzato. Casi come quello di Elizabeth, in cui intere comunità vengono sfollate, quindi, non sono rari. Anzi. Nel 2021, Tijuana ha accolto 15.000 persone in una settimana quando tre comunità vicine, provenienti dal Michoacán, sono state simultaneamente sfollate. Le cause dietro questi attacchi sono diverse. Nel caso del ranch della famiglia di Elizabeth, l’obiettivo era trasformare i campi in piantagioni di marijuana per alimentare il commercio su quel territorio, almeno fino a quando non fossero stati individuati dalle forze dell’ordine. Esaurito lo sfruttamento, i terreni vengono spesso abbandonati. Il Messico è oggi costellato di città fantasma: dopo lo sfollamento, infatti, nessuno ha il coraggio di tornare. Questi eventi, pur essendo degli evidenti segnali di una crisi umanitaria, non sono i più diffusi. Al contrario, la vera emergenza che sta attraversando il Paese è quella degli sfollamenti di natura privata. Spinti da motivazioni diverse — la protezione dei figli dal reclutamento forzato del narcotraffico, l’impossibilità di pagare il pizzo o la fuga dalla violenza domestica — questi movimenti sono frammentati, quasi invisibili nelle statistiche nazionali. «¡VIVAS NOS QUEREMOS!» L’8 marzo a Tijuana è un’esplosione di verde, viola e nero con striscioni e pañuelos che riempiono le strade. Il corteo è caotico e rumoroso: urla di dolore, musica vivace e giovani con passamontagna nero scrivono sui muri scritte come: aborto libero e sicuro subito! Ogni volto racconta storie uniche di dolore e di resistenza. C’è chi passeggia con un cartello, chi tinge il suo volto con due mani impresse dalla vernice rossa e chi sventola una bandiera messicana, sulla quale il rosso simboleggiante il sangue versato dagli eroi nazionali è sostituito dal viola, rivendicazione di un Messico femminista. L’atmosfera è carica di calore e solidarietà mentre le donne, unite, occupano le strade del centro rispondendo ai clacson impazienti con sorrisi e pugni alzati. La rabbia è tangibile e in quel momento tutte le presenti partecipano insieme all’esperienza di lotta e dolore delle loro compagne. Mentre cori come «Viva se la llevaron, viva la queremos» (Viva l’hanno portata via, viva la rivogliamo) riempiono l’aria, molte ragazze piangono e si stringono nel dolore. Quelle parole non sono solo rivendicazioni urlate al vento, ma testimonianze pulsanti di traumi e ingiustizie vissuti. Tra le manifestanti, alcune brandiscono martelli e mazze, spazzando via vetrine nelle vie centrali. E, mentre una folla riempie sempre più densamente la piazza del municipio, vedo un’adolescente accasciata per terra a singhiozzare. Sola, porta con sé un cartellone viola su cui c’è una foto in bianco e nero di una ragazza con lunghi capelli neri e occhi sorridenti. Sopra la foto una scritta: «Justicia Por Marìa». Su un lato del municipio si erge il monumento ai caduti, sobrio e semplice, con stemmi degli eroi di guerra sovrastati dalla scritta «Aquí empieza la patria,» (Qui inizia la patria). L’aria densa di fumogeni accesi rende l’atmosfera solenne. Un gruppo di manifestanti si avvicina al muro spingendo un cordone di poliziotte a schierarsi in difesa del monumento. Tra loro ci sono donne di tutte le età, impossibilitate a manifestare ma, che in segno di solidarietà, portano una rosa rossa infilata nel giubbotto antiproiettile. Un breve momento di tensione: le poliziotte respingono le ragazze, cercando di mantenere il perimetro del muro; le manifestanti restano salde, fisse nelle loro posizioni. Le voci si alzano, i cori diventano più insistenti, e i cartelloni vengono sollevati con orgoglio. In quel momento, qualcosa si spezza. > Alcune poliziotte cominciano ad asciugarsi le lacrime, stringendo più forte la > mano delle compagne. Un semplice sguardo basta a trasformare i due gruppi in > un’unica presenza, consapevoli di condividere la stessa storia e lo stesso > desiderio di cambiamento. Gli schieramenti si dissolvono in abbracci, parole sussurrate, sorrisi. Una giovane si avvicina e disegna il simbolo transfemminista sulle mani delle poliziotte: un gesto che sigilla una nuova forma di solidarietà. Tutte sono donne. E tutte si vogliono vive. D’altronde il Messico sta affrontando una grave crisi di violenza di genere: secondo i dati ufficiali del Governo Messicano, l’86% del territorio è sotto allerta per femminicidio e sparizione forzata di donne e bambine. La maggior parte delle donne dichiara di aver vissuto almeno un episodio di violenza nel corso della propria vita. Le forme più diffuse sono quella psicologica e quella sessuale, che insieme rappresentano la quota principale dei casi, seguite da violenza fisica ed economica. Si tratta spesso di episodi che avvengono in contesti relazionali e comunitari, segno di una violenza che si radica all’interno dei legami più intimi. I dati della Segreteria della Sicurezza Pubblica (SESNSP) restituiscono un quadro ancora più allarmante: nel Paese si registrano circa 11 femminicidi al giorno, per un totale di 4.817 donne uccise tra il 2018 e il 2023. A questi si aggiungono, tra il 2020 e il 2021, 416 vittime di sequestro e 957 casi di tratta, insieme a 21.188 denunce per stupro. Sarahi, 25 anni, è la psicologa generale presso l’Instituto Madre Asunta e si dedica al supporto della popolazione femminile migrante. Di corporatura esile, con lunghi capelli neri e un viso che mette in risalto occhi scuri e profondi, lavora nel campo da oltre due anni. Attraverso la sua esperienza personale, ha scoperto che mantenere una prospettiva di genere è essenziale per comprendere appieno il fenomeno migratorio in Messico. Infatti, le ragioni dietro alla migrazione si intersecano e, come mi racconta una mattina: «All’inizio pensi che arriveranno per via della migrazione forzata, ma quando ti addentri nella loro storia, la maggioranza ha vissuto casi di violenza domestica, sessuale, economica e quella delle autorità. L’abuso da parte delle autorità, mi spiega, si manifesta quando le donne denunciano violenze domestiche e si vedono negare giustizia, mentre viene loro consigliato soltanto di allontanarsi da casa. Abbandonate, si scoprono prive di sostegno, e sono costrette a migrare come unica via d’uscita. Nel suo racconto, Sarahi esplora come la rete di violenze sia profondamente radicata nei modelli familiari tradizionali. Mentre gli uomini non partecipano all’educazione dei figli, la comunità giudica duramente le donne che non incarnano l’ideale di brava madre, escludendole e discriminandole. Con un tono sempre più acceso, Sarahi interrompe spesso il suo discorso, soffocata dall’emozione: «Quando raccontano la loro storia, capisci a quanta violenza sono sopravvissute già dentro casa e come ciò impedisca loro di instaurare relazioni sane. Infatti, queste donne normalizzano la violenza, arrivando a credere di meritarla. Raccontano che, se picchiate, è perché non hanno preparato da mangiare o hanno rifiutato di assecondare il partner a letto. Indagando ancora, scopri che persino la loro infanzia è stata segnata dalla violenza. In casi di stupro o abuso, la madre spesso le invita a tacere. Così, si svela una storia familiare dove la violenza è un’eredità dolorosa, trasmessa di generazione in generazione.» Foto di Sabrina Aidi DONNE IN MOVIMENTO Negli ultimi anni, però, la struttura della famiglia in Messico è cambiata: secondo i dati del censimento della popolazione messicana (2020), in un decennio il numero delle famiglie senza una figura paterna è aumentato del 65%. Il padre, infatti, reclutato dal narcotraffico o spinto a migrare in cerca di opportunità lavorative, esce di scena. Con queste nuove responsabilità, non è raro che le donne, in quanto capofamiglia, scelgano di intraprendere il viaggio a loro volta. Però, ciò che distingue la migrazione femminile da quella maschile è la dimensione dei progetti: mentre storicamente gli uomini intraprendono progetti individuali, le donne, in quanto madri, restano fedeli ai loro ruoli sociali anche nel processo migratorio, assumendo con sé la responsabilità del nucleo familiare. Con questo fardello di aspettative e doveri, nel contesto di una violenza radicata nella società a tutti i suoi livelli, in viaggio queste donne devono fronteggiare diverse situazioni di vulnerabilità che le espongono ulteriormente. Attraverso il Paese, molte si trovano a vivere violenze sessuali, sequestri e abusi di potere. Fenomeni che impongono loro scelte difficili e dolorose. Tra le strategie di protezione più frequenti c’è l’uso di contraccettivi preventivi: la cosiddetta Vacuna Mexico [Vaccino Messico, ndr], un’iniezione anticoncezionale che molte donne iniziano a somministrarsi mesi prima del viaggio, anticipando possibili abusi sessuali per evitare gravidanze indesiderate. Allo stesso modo, alcune portano con sé grandi quantità di pillole del giorno dopo. Oltre alla protezione dalla violenza sessuale, alcune donne cercano sicurezza in un senso più ampio, trovando un marito per il viaggio: uno sconosciuto che, in cambio di favori sessuali, si finge loro compagno per l’intero tragitto, evitando spesso situazioni di rischio. Queste strategie evidenziano quanto sia più complesso e pericoloso per una donna affrontare la migrazione rispetto a un uomo. E purtroppo, le sofferenze non cessano nemmeno una volta arrivate al confine. Arrivare a Tijuana senza soldi, punti di riferimento e spesso senza documenti espone molte donne a una condizione di estrema precarietà, aprendo la strada a povertà e sfruttamento sessuale. M. e T., due ospiti del centro Madre Asunta, sono messicane fuggite dalla violenza nei loro stati d’origine, rispettivamente Zacatecas e Morelos. Le loro storie si somigliano a quelle di molte altre. M., per esempio, è arrivata in città con le sue tre figlie per sfuggire a un gruppo criminale locale, subendo furti lungo il tragitto e arrivando senza denaro. Dopo oltre cinque mesi all’Instituto Madre Asunta, in attesa di poter attraversare legalmente il confine, ha affittato una casa insieme all’amica T. per dare rifugio a sé stessa, alle cinque figlie e alla madre di T. Trovare un’abitazione è difficile, soprattutto per la popolazione migrante, e la casa ottenuta a caro prezzo in periferia è in condizioni pessime: priva di vetri nelle finestre, con la porta rotta e le pareti ammuffite, è divisa da una tenda in uno spazio unico dove le famiglie dormono su tre materassi accostati. M., donna corpulenta dai capelli liscissimi e biondi, si muove nello spazio della casa con difficoltà e, scaldando una dozzina di tortillas di mais, mi racconta che per lei è fondamentale poter arrivare negli Stati Uniti. Lei ha già vissuto a Chicago, dove ha dato alla luce altri due figli, ormai adulti che la aspettano lì. Dopo essere stata deportata, non li ha più rivisti e, visibilmente emozionata, mi rivela che loro non hanno mai conosciuto la più piccola della famiglia, nata otto anni prima a Zacatecas. Con l’idea di una famiglia riunita fissa nella mente, per lei Tijuana è diventata una prigione a cielo aperto. Case fatiscenti e sfruttamento della vulnerabilità delle donne sono all’ordine del giorno a Tijuana, dove in molti guadagnano sul business dei migranti. Il mercato del lavoro, coerentemente con questa idea, non offre scelte più sicure. È frequente che predatori sessuali e trafficanti ingannino le migranti con promesse di lavoro che si rivelano trappole per traffico di esseri umani o prostituzione. Le donne centroamericane sono più esposte ad abusi di potere e sequestri; quelle messicane, invece, pur non essendo riconosciute come migranti, non trovano protezione nemmeno nel proprio Paese, dove possono essere rintracciate da sicari e infiltrati. In Messico, nessuna donna è al sicuro. UN FORTINO IN CENTRO CITTÀ La Garita Internacional de San Ysidro è il punto di confine più trafficato al mondo: oltre 30 milioni di attraversamenti ogni anno. Qui, dove le strade caotiche di Tijuana sfociano nel limite con gli Stati Uniti, il confine non è solo una linea, ma un’esplosione di rumori, odori e colori che invadono i sensi. Il luogo è affollato e non lascia libero nemmeno un centimetro di asfalto: chi vende o affigge bandiere del Messico e degli Stati Uniti, chi ha un banchetto in cui vende bevande tipiche e patatine, chi cerca di guadagnare qualche moneta suonando chitarre e tromboni nei finestrini delle macchine in attesa. La vicinanza agli Stati Uniti rende l’aria densa e caotica, perché il confine è un magnete per interessi di tutti i tipi. Tijuana è la città dell’eccedenza e dei contrasti: qui ricchezza e povertà convivono mentre libertà e schiavitù si confondono. Esattamente a metà tra un Messico povero ma orgoglioso, e l’American Dream più sfacciato. Questo tipo di contrasti, negli anni, hanno portato alla nascita di diverse aree grigie in cui legalità e illegalità sono così tanto sfumate da creare un ecosistema unico nel suo genere. Un esempio è la Zona Norte, chiamata anche la “zona rossa” della città: qui la giurisdizione è sospesa e l’unica forza che conta è quella del narcotraffico. Come suggerisce il nome, questa è la zona di tolleranza per la prostituzione: un quartiere vicino al centro, dove, non appena cala il buio, le strade brillano di luci rosse, la musica si mescola in un unico rumore ovattato e gli angoli più bui sono occupati da chi fuma crack o giace sull’asfalto, sospeso tra la vita e la morte. > Il quartiere si anima di donne in tacchi a spillo e gonne corte, che con > sguardi ammiccanti cercano il prossimo cliente. Sebbene Tijuana non legalizzi > la prostituzione, rilascia permessi per esercitarla. Secondo l’ufficio > sanitario della città, negli ultimi quattro anni, il numero delle sex servers > registrate è quasi raddoppiato: da 5.500 permessi nel 2018, a 10.774 nel 2023. > Ma molte di queste donne sono costrette al lavoro sessuale dalle bande > criminali che controllano il territorio. Sempre l’ufficio sanitario stima che > circa 30.000 donne lavorino senza permesso e che una su quattro sia stata > costretta a farlo sin da bambina. La presenza del Cartello cristallizza alcune dinamiche. Per anni, Tijuana è stata considerata la città più pericolosa del mondo. Nel 2024, si colloca al sesto posto nella lista delle città con il più alto tasso di omicidi, con 1.844 crimini registrati in un solo anno. In risposta a questa realtà violenta e precaria, la società civile ha creato spazi di solidarietà, come cliniche, centri di prevenzione e oltre quaranta rifugi per migranti. Di questi, solo due sono specializzati nell’accoglienza di donne migranti con bambini e adolescenti: l’Istituto Madre Asunta e il Borderline Crisis Centre, un rifugio laico e femminista. Judith, la direttrice del Borderline, mi spiega che oggi le donne costituiscono una parte significativa della popolazione migrante e che senza una prospettiva di genere, non si riconosce come la violenza patriarcale sia alla radice della loro partenza e dei rischi affrontati durante il viaggio: «Le donne in mobilità affrontano le stesse violenze patriarcali e strutturali che tutte noi viviamo, ma con il peso dello sradicamento culturale e quindi con una vulnerabilità maggiore. Se non si adotta una prospettiva intersezionale, tutto questo passa inosservato.» Quando cammina tra le tende del rifugio, Judith è una figura rassicurante e rispettata: i bambini abbassano la voce al suo passaggio, mentre alcune mamme le sorridono, appoggiando una mano sulla spalla. Il suo stile, il tono di voce rauco e l’energia instancabile raccontano di una vita di sfide e di dubbi. Mi confida che si è avvicinata al femminismo tardi, perché non le piaceva pensare alle donne come vulnerabili, ma ha poi capito che essere femminista era qualcosa di più. I suoi capelli nerissimi, tagliati in modo irregolare e il rossetto rosso tradiscono un’anima punk, mentre la maglietta con il nome del rifugio la riconduce alla sua autorità. Solare e sicura, mi racconta di come il momento più buio della sua vita l’abbia portata proprio qui, a questo centro d’accoglienza. Il Borderline Crisis Centre è stato fondato nel 2015 come centro comunitario, offrendo informazioni, accesso al telefono e a Internet per le persone deportate, affinché potessero mettersi in contatto con le proprie famiglie. Tuttavia, con l’arrivo della prima amministrazione Trump e il piano Remain in Mexico, i flussi migratori sono cambiati. Anche questo centro è diventato rifugio temporaneo e nel 2020 Judith è entrata nella gestione. A quel punto, lo spazio è stato trasformato in un rifugio esclusivamente per donne e bambini. Era necessario creare un luogo sicuro, lontano dall’influenza di visioni religiose che, secondo Judith, perpetuano meccanismi di oppressione e discriminazione. Dopo tre anni di attività il centro è cresciuto, ma ha mantenuto una gestione comunitaria, con le stesse donne migranti che, con le loro famiglie, sono diventate le vere protagoniste dello spazio. Il rifugio si trova nella Zona Norte, tra la centralissima Avenida Revolución e il confine con gli Stati Uniti. Lavorare qui non è facile, ma ha i suoi vantaggi: «Abbiamo una posizione strategica, vicina al confine, a pochi passi. Molte donne vanno al confine, pensando di poter chiedere asilo ma, respinte, tornano indietro e, senza sapere dove andare, ci trovano. In realtà non è la prima sede: la prima è stata distrutta in un incendio provocato da un attacco del crimine organizzato. Questa è una zona ad alta tensione: narcotraffico, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale… e dipendenza da droghe. Le persone respinte al confine, spesso, si trovano in un vero e proprio campo quantico in cui diventa più facile comprare 50 pesos di metanfetamine che riuscire a mangiare tre pasti al giorno. In aggiunta, qui la polizia municipale approfitta della situazione perché per loro è come pescare pesci in un barile. Ci sono molte persone senza documenti, che la polizia deruba, aggredisce o a cui estorce denaro». Per la sua posizione e la sua struttura, il rifugio ricorda un fortino nel cuore della città. Un edificio abbandonato e decadente, protetto come un baluardo contro i pericoli esterni. Ma la realtà è che lavorare con la migrazione a Tijuana è pericoloso per tutti e le minacce sono sempre dietro l’angolo. Nessuna delle donne che ho incontrato ha scelto consapevolmente questo mondo; tutte ci si sono ritrovate dentro, come un uragano che travolge tutto e dal quale fuggire non ha senso. Foto di Sabrina Aidi LA PAURA È QUESTIONE DI PRIVILEGIO Maricruz, l’assistente sociale dell’Instituto Madre Asunta, mi racconta una storia molto simile. È bassa, con lunghi capelli neri che spesso si pettina mentre legge i documenti in ufficio. Ha un viso paffuto e parla in fretta, con accento meridionale e umorismo pungente. Molte volte dice, ridendo amaramente che, cresciuta in una famiglia di ingegneri, avrebbe forse preferito fare quel lavoro. Come dice lei: «Sicuramente è più facile riparare una macchina rotta che cercare di rimettere in sesto una persona che è stata distrutta dal giorno in cui è nata». Maricruz viene dallo Stato di Veracruz, e prima di arrivare a Tijuana lottava per la giustizia climatica. Nel 2015, è stata costretta a fuggire dalla sua terra, sfollata a causa del narcotraffico che chiedeva il pizzo alla sua famiglia, produttrice di canna da zucchero. Quando è arrivata a Tijuana, non voleva lavorare con i migranti: i casi delle donne in mobilità le ricordano troppo la sua storia. Con lo sguardo spento e un pallore che la rende quasi irriconoscibile, mi dice: «Essere sfollato è terribile. È una trasformazione radicale: perdi tutto — la tua casa, la tua cultura, la tua sicurezza. Quando te lo racconto come persona che l’ha vissuto, è doloroso; ma come professionista lo è ancora di più. Perché non hai alcun riferimento giuridico. Fino al 2019 il governo messicano non ha nemmeno riconosciuto questa condizione. E ancora oggi, il presidente [l’ex-presidente Andrés Manuel López Obrador, ndr] fatica a rendere pubblici i dati sulle violenze. Non sei nemmeno riconosciuto come migrante, perché non attraversi un confine internazionale. Guarda il caso delle donne di questo centro: vivono già in contesti violenti, ma quando si sommano la violenza del crimine organizzato e l’assenza di riconoscimento e protezione legale, il risultato può essere fatale.» Maricruz ricorda un evento che ha segnato la sua vita. Nel giugno del 2020, al rifugio era arrivata una donna che fuggiva con i suoi cinque figli da una condizione di violenza familiare. La famiglia aveva lasciato gli Stati Uniti — dove i bambini erano nati — per sottrarsi a un mandato di arresto a carico del marito, coinvolto con bande locali. Dopo essersi rifugiati nello stato di Michoacán, la situazione è peggiorata: l’uomo si era avvicinato alla criminalità organizzata, arrivando rapidamente a ricoprire un ruolo di comando. Quello che era già un matrimonio segnato dalla violenza si è trasformato rapidamente in uno scenario ancora più pericoloso, alimentato dal potere crescente del marito e dal suo abuso di droghe. Come sottolinea Maricruz: «Uno non diventa leader dall’oggi al domani. Non possiamo sapere cosa ha dovuto fare quest’uomo per guadagnarsi quel posto, quante persone ha dovuto ammazzare. Senza dubbio ha fatto qualcosa di orribile». La donna, infatti, temendo per la propria vita, ha deciso di fuggire con i suoi figli a Tijuana. Sono passate poche settimane dal suo arrivo al centro Madre Asunta quando, durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, la donna è stata rintracciata. Non era chiaro se si trattasse di un caso o se ci fossero donne infiltrate all’interno del rifugio. Ciò che era evidente, però, è che sono iniziati ad arrivare messaggi minacciosi dal marito, che sosteneva di averla localizzata a Tijuana. Nei messaggi comparivano dettagli precisi: la donna, infatti, ogni giorno alle 18 si occupava della distribuzione del pane ai senzatetto che si radunano intorno al rifugio. Maricruz racconta: «Poi arriva quel messaggio: “So che sei al Madre Asunta, so che alle sei dai il pane, e se non esci con le buone, entro con le cattive.” In quel momento ho avuto paura, una paura così forte che avrei voluto prendere le mie cose e andarmene. Credo che il mio volto sia cambiato. Lei mi ha guardata, chiedendo: “Sa già dove sono, vero?” A quel punto, mantenere la lucidità è diventato essenziale. Ovviamente, è una paura che ti paralizza. Una situazione orribile. In quel periodo avevamo il supporto di un ufficiale di sicurezza pubblica, incaricato di visitare i vari centri di accoglienza. Quando c’erano situazioni di rischio come questo, lui interveniva, portando le donne in un luogo più sicuro. Abbiamo parlato con lui e ha deciso di trasferirla al Centro Integrativo per Migranti Carmen Serdán, un luogo militarizzato custodito dalla polizia federale. Un rifugio ad alta sicurezza». L’operazione di trasferimento fu delicata: un furgone senza segnaletica, scortato da due auto della polizia, ha trasportato la donna e i suoi cinque bambini. Un mese dopo, hanno attraversato il confine, trovando finalmente un luogo sicuro dove il marito non avrebbe potuto raggiungerli. In questo caso, passare il confine in tempo ha salvato la vita a sei persone. La paura permea ogni istante della vita e del lavoro in un rifugio per migranti. Paura, perché non si ha a che fare solo con i migranti, ma con un intero sistema di violenza e corruzione. Dopo aver raccontato la vicenda di questa donna, Maricruz sorride: «Una volta sono venuti a intervistarmi dalla CNN per un servizio sulla situazione migratoria qui. A un certo punto, una delle giornaliste mi ha chiesto se nel mio lavoro ho mai avuto paura. Non potevano farmi una domanda più stupida: certo che ho paura! Ogni giorno, quando mi sveglio e vengo al lavoro, mi chiedo cosa ci faccio ancora qui. Con la mia istruzione e le mie esperienze, potrei trovare qualcosa di più sicuro, posizioni che non mi espongono a pericoli. Eppure, alla fine, mi ritrovo sempre qui. Forse perché non voglio lasciare queste donne da sole. O forse, perché in fondo, non ho mai smesso di essere una migrante». Mentre mi dice questo, il suo sguardo fiero è tradito dalle mani che si stringono nervosamente. La mente mi torna a quell’8 marzo, quando ho visto per la prima volta un cartello che non sono più riuscita a dimenticare: «Anche la paura è una questione di privilegio». foto di sabrina aidi MIRANDO AL OTRO LADO Anche se siamo alla fine di marzo e la temperatura non è calda, diverse famiglie si avventurano a bagnarsi i piedi nella gelida acqua dell’Oceano Pacifico. Le onde sono alte e frequenti e, sollevando la sabbia sul fondo, dipingono l’acqua di un verde opaco. Basterebbe percorrere 30 km lungo la costa per trovare acque cristalline, ma qui sotto al muro di Tijuana, l’acqua è torbida, sporca, inquieta. Come se riflettesse l’energia di questo spazio, eternamente diviso. Nonostante l’apparente normalità della giornata, è impossibile ignorare il muro che separa l’Otro Lado. La salsedine mi riempie le narici mentre osservo un pescatore fermo, che guarda l’orizzonte. Tra la foschia tipica di queste spiagge, si intravedono i grattacieli della downtown di San Diego. Il muro lascia delle fessure che permettono di sbirciare dall’altra parte, ma la sua altezza, progettata per impedire qualsiasi attraversamento, rende impossibile scavalcarlo. Ma non è sempre stato così. Fino al 1994, il confine è stato particolarmente poroso e non era raro vedere famiglie divise tra i due paesi incontrarsi sulla spiaggia per scambiarsi cibo, regali e, talvolta, fedi nuziali. Oggi, invece, il muro si è alzato e rinforzato, rendendo gli Stati Uniti non solo separati, ma quasi inaccessibili. Una fortificazione crescente, incarnata dal muro secondario che, come uno specchio, replica il primo a circa nove metri di distanza. Lo spazio tra le due barriere è una terra di nessuno. A rompere il silenzio c’è soltanto il rumore degli stivali dei soldati che pattugliano l’area. Negli anni, gli Stati Uniti hanno tentato in diversi modi di regolare gli ingressi irregolari nel Paese, cercando di dissuadere i migranti dall’attraversare il confine e dal presentare domanda di asilo. Negli ultimi anni, però, queste misure sono cambiate freneticamente e, dal 2016 in poi, nessuna amministrazione è riuscita a individuare una soluzione stabile per la gestione dei flussi migratori su questo confine. Nel gennaio 2019, durante la prima amministrazione Trump, è stato introdotto il Migrant Protection Protocols (MPP), noto anche come “Remain in Mexico”. Il programma stabiliva che i richiedenti asilo dovessero attendere in territorio messicano l’esito della propria domanda, anziché entrare negli Stati Uniti durante la procedura. Nel marzo 2020 è arrivato poi il Title 42, una misura giustificata dall’emergenza sanitaria legata al Covid-19. Basandosi su una legge di salute pubblica, il provvedimento consentiva alle autorità statunitensi di respingere migranti e richiedenti asilo senza esaminare le loro domande. Al di là delle motivazioni ufficiali, queste misure — unite a procedure spesso ambigue e alla mancanza di risorse e formazione adeguate — hanno avuto l’obiettivo di contenere i migranti nelle città di confine messicane e accelerare le deportazioni di chi si trovava irregolarmente negli Stati Uniti. Il fine era anche politico: mantenere più basso il numero di migranti presenti sul territorio nazionale, una statistica spesso utilizzata dalle amministrazioni per rivendicare l’efficacia delle proprie politiche migratorie. Con Biden, gli obiettivi delle politiche migratorie sono cambiati radicalmente. L’intento non era più soltanto di contenere gli arrivi, ma di ridurre la pressione ai confini attraverso un sistema che permettesse ai migranti di pianificare il proprio ingresso negli Stati Uniti. Per farlo, è stata introdotta la possibilità di fissare un appuntamento con le autorità di frontiera tramite un’applicazione, CBP One, avviando la procedura di richiesta d’asilo prima ancora di raggiungere il confine. Fin dall’inizio, però, il sistema mostrava diversi limiti. Molti migranti non disponevano di uno smartphone, di una connessione internet stabile o delle competenze necessarie per utilizzare l’applicazione. Inoltre, il servizio era disponibile soltanto in inglese e spagnolo, escludendo di fatto tutti coloro che parlano creolo haitiano o lingue indigene. Nonostante queste criticità, per un periodo il sistema ha funzionato e gli appuntamenti venivano assegnati con relativa facilità. Poi qualcosa è cambiato. I tempi di attesa si sono allungati progressivamente, fino a raggiungere cinque o sei mesi. A pagare il prezzo più alto sono state soprattutto le donne messicane. Operatrici, migranti e religiose con cui mi sono confrontata concordavano tutte su un punto: tra tutte le nazionalità presenti a Tijuana, le messicane sono quelle che hanno incontrato le maggiori difficoltà a ottenere un appuntamento. Secondo alcune testimonianze, in alcuni periodi solo una donna messicana su cento riusciva a ottenere un appuntamento. Come evidenziato dalla denuncia presentata contro CBPOne da parte di Access Now e della Cyberlaw Clinic della Harvard Law School, la mancanza di trasparenza sui dati relativi all’asilo rende difficile ottenere informazioni chiare sull’accesso legale delle migranti messicane negli Stati Uniti. Solo alla fine di settembre 2024, l’agenzia statunitense Customs and Border Protection (CBP) ha finalmente reso pubbliche 2.912 pagine di documentazione. Tra i dati rilasciati, due sono particolarmente rilevanti. > Innanzitutto, i messicani sono il gruppo più numeroso di migranti negli Stati > Uniti. Tuttavia, i dati contenuti nel report Asylum Decision Rates by > Nationality 2023 rivelano una realtà preoccupante: su un totale di 19.458 > richieste di asilo presentate da cittadini messicani, solo il 4% ha ricevuto > esito positivo. Al contrario, il 16% è stato respinto, e ben l’80% delle > richieste è stato archiviato sotto la voce “altro”, creando un gigantesco > punto interrogativo su questi casi. Nel frattempo, la violenza in Messico continua ad aumentare, costringendo sempre più persone a cercare asilo al confine. Secondo i dati di CBP One, tra il 2021 e il 2024 sono stati registrati oltre 2 milioni di encounters (incontri), ovvero persone che si consegnano volontariamente alle autorità di frontiera senza documenti, in attesa che la loro richiesta di asilo venga processata, mentre sono trattenuti in strutture di detenzione su territorio statunitense. Di questi, ben 680.700 sono migranti messicani, la categoria più numerosa tra gli indocumentati. Il muro non si estende molto nell’oceano, teoricamente si potrebbe attraversare a nuoto. Ma l’acqua è gelida e le onde, forti e incessanti, ne rendono l’attraversamento un’impresa difficile. A rendere tutto ancora più rischioso, c’è la sorveglianza militare: i soldati scrutano ogni movimento, ogni intenzione, ogni sguardo di chi si trova vicino al muro, zaino in spalla, fissando l’altro lato. È il caso di una signora che, mentre siamo sulla spiaggia, decide di entrare in acqua, completamente vestita e con lo zaino in spalla. I suoi pantaloni blu scuro si bagnano rapidamente appiccicandosi alle gambe mentre avanza tra le onde, sempre più in profondità. Ogni tanto si volta, come per controllare che nessuno la stia osservando. Quando vede quattro soldati, sguardi di ferro nascosti dagli occhiali da sole, rallenta il passo. Giunta in un punto dove l’acqua le arriva al bacino, si ferma, fissando la spiaggia. Le onde, come a voler rispecchiare la sua esitazione, si infrangono contro di lei, mentre rimane lì, per un lungo momento, aspettando che qualcosa o qualcuno distolga l’attenzione dei soldati. Ma il momento fortunato non arriva mai. L’acqua ora le batte più forte contro la schiena e un vento gelido inizia a soffiare insistente. Dopo una lunga attesa, la donna, con i vestiti fradici e lo zaino rosa stretto tra le mani, decide di tornare a riva. E mentre cammina all’indietro, non smette di voltarsi, fissando l’orizzonte, come se vedesse nell’oceano la sua occasione persa. Le foto sono gentilmente offerte dall’autrice Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo <em>Mirando al otro lado</em>: storie di donne alla Frontiera proviene da DINAMOpress.
June 30, 2026
DINAMOpress
America Latina: il paradosso del successo progressista
Le recenti elezioni presidenziali in Colombia hanno messo in luce un sorprendente paradosso politico. I nuovi dati forniti dall’agenzia nazionale di statistica del Paese mostrano che il tasso di povertà nazionale è sceso al 28% nel 2025, il livello più basso mai registrato. Quasi 1,8 milioni di colombiani sono usciti dalla povertà in un solo anno, mentre anche la povertà estrema e la disuguaglianza di reddito hanno subito una contrazione. Queste cifre rappresentano un significativo risultato sociale e confermano una tendenza pluriennale al miglioramento degli standard di vita. Eppure, nonostante questo progresso, i colombiani hanno eletto l’avvocato e imprenditore di destra Abelardo De La Espriella, la cui piattaforma nazionalista e incentrata sull’ordine pubblico segna un netto contrasto con le politiche del presidente uscente Gustavo Petro. Il risultato suggerisce che anche un progresso sociale ed economico significativo non si traduce necessariamente in un sostegno elettorale per il governo che ha contribuito a realizzarlo. E la Colombia non è un caso isolato. In tutta la regione, i cicli elettorali hanno ripetutamente dimostrato che il progresso sociale non produce necessariamente una fedeltà politica duratura. Modelli simili si osservano in Argentina, Cile, Ecuador e in altre parti del Sudamerica, dove periodi di governo progressista sono stati spesso seguiti dall’elezione di leader più conservatori o di governi con priorità nettamente diverse. L’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa ha offerto una spiegazione di questo fenomeno. Egli ha sostenuto che quando le persone escono dalla povertà ed entrano a far parte della classe media, molte di loro si preoccupano principalmente di preservare il proprio status appena acquisito. Di conseguenza, potrebbero diventare meno favorevoli alle politiche volte a estendere benefici simili ad altri. Che si accetti o meno questa interpretazione, essa mette in luce un’importante sfida politica: il successo stesso delle politiche sociali progressiste può alterare gli interessi, le aspettative e le priorità delle persone che ne beneficiano, rendendo più difficile da sostenere la continuità politica a lungo termine. Esiste, tuttavia, un’eccezione degna di nota: il Messico. Il Messico rappresenta un importante controesempio. Alla presidenza di Andrés Manuel López Obrador è seguita l’elezione di Claudia Sheinbaum, che appartiene allo stesso movimento politico e si è impegnata a portare avanti gran parte dello stesso programma. Anziché provocare una reazione negativa, il progetto di governo ha mantenuto un ampio sostegno popolare grazie a una transizione di leadership riuscita. PERCHÉ IL CASO DEL MESSICO È DIVERSO? Parte della risposta potrebbe risiedere non solo nei risultati delle politiche, ma anche nell’identità politica. Mentre molti governi progressisti del Sudamerica si sono definiti principalmente attraverso etichette ideologiche come il socialismo o la sinistra, il movimento al governo in Messico si descrive sempre più spesso attraverso il concetto di “umanesimo messicano”. Sebbene le sue politiche condividano molti obiettivi con i governi progressisti di altri paesi, il linguaggio utilizzato è notevolmente diverso. L’umanesimo messicano pone l’accento sulla dignità, la comunità, la solidarietà e la cultura nazionale piuttosto che sull’affiliazione ideologica. Questa distinzione potrebbe essere rilevante. I progetti politici inquadrati principalmente in termini ideologici possono rafforzare le divisioni tra sostenitori e oppositori. I progetti radicati in valori culturali ed etici condivisi potrebbero essere in una posizione migliore per creare un senso di identificazione al di là dei confini politici tradizionali. Da questa prospettiva, la continuità del Messico potrebbe riflettere non solo i risultati concreti raggiunti dal governo, ma anche la narrazione più ampia attraverso la quale tali risultati sono stati interpretati. Le elezioni colombiane sollevano quindi una questione più ampia per l’America Latina. Se la riduzione della povertà, la diminuzione delle disuguaglianze e il miglioramento degli indicatori sociali non sono sufficienti a garantire la continuità politica, cosa manca? Il fattore decisivo è la performance economica, la sicurezza, l’influenza dei media, l’organizzazione politica o qualcosa di più profondo all’interno della cultura di una nazione? Il Messico suggerisce che la stabilità politica possa dipendere da qualcosa di più di una semplice governance efficace. Potrebbe anche richiedere un senso condiviso di identità e di scopo che trascenda le categorie ideologiche convenzionali. La domanda più interessante potrebbe non essere perché alcuni paesi si spostino dalla sinistra alla destra, ma perché il Messico non lo abbia fatto. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. David Andersson
June 27, 2026
Pressenza
Contro il Mondiale dello sfruttamento
Intervista integrale del collettivo Nodo Solidale alla giornalista indipendente Sofia Pontiroli e a un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista sul “Mondiale dello Sfruttamento”, inaugurato ufficialmente giovedì 11 giugno a Città del Messico. Il contributo mette in luce le contraddizioni del mega-evento sportivo: dai processi di gentrificazione ed espulsione all’invisibilizzazione dei conflitti sociali e delle battaglie per la verità e la giustizia, come quella delle madres buscadoras, fino ai cantieri che destabilizzano la mobilità e la quotidianità di una delle metropoli più grandi del mondo. Riportiamo anche un estratto dell’articolo “Assaltare la fortezza mundialista”, sempre a cura del collettivo Nodo Solidale, in cui vengono raccontate le proteste e le mobilitazioni che hanno attraversato le strade della capitale messicana nei giorni della vigilia e dell’inaugurazione del Mondiale 2026: “La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate. Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi. Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta. Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale.“
Contro il Mondiale dello sfruttamento
Intervista integrale del collettivo Nodo Solidale alla giornalista indipendente Sofia Pontiroli e a un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista sul “Mondiale dello Sfruttamento”, inaugurato ufficialmente giovedì 11 giugno a Città del Messico. Il contributo mette in luce le contraddizioni del mega-evento sportivo: dai processi di gentrificazione ed espulsione all’invisibilizzazione dei conflitti sociali e delle battaglie per la verità e la giustizia, come quella delle madres buscadoras, fino ai cantieri che destabilizzano la mobilità e la quotidianità di una delle metropoli più grandi del mondo. Riportiamo anche un estratto dell’articolo “Assaltare la fortezza mundialista”, sempre a cura del collettivo Nodo Solidale, in cui vengono raccontate le proteste e le mobilitazioni che hanno attraversato le strade della capitale messicana nei giorni della vigilia e dell’inaugurazione del Mondiale 2026: “La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate. Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi. Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta. Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale.“
June 17, 2026
Radio Blackout
Messico: assaltare la fortezza mundialista
Dal blog https://nodosolidale.noblogs.org/2026/06/16/assaltare-la-fortezza-mundialista/ 10 e 11 Giugno 2026, una cronaca in soggettiva delle proteste contro “el Mundial del Despojo” Il 10 e 11 Giugno sono state le giornate di vigilia e inaugurazione, rispettivamente, del Mondiale 2026, ospitato in Messico, Stati Uniti e Canada. La partita inauguarale, Messico – Sud Africa, è toccata alla capitale messicana, magra consolazione di un evento sportivo che in realtà è svolto nella sua maggiorparte negli USA. Sull’ingiustizia, le conseguenze, le contraddizioni profonde, i meccanismi di sfruttamento, impoverimento e gentrificazione ai danni delle classi popolari di Città del Messico (e non solo) di questo mega evento capitalista-estrattivista dai contorni sportivi, ne abbiamo già parlato qui. Altri contributi in italiano su questo tema si possono trovare qui, e in diverse dirette radiofoniche con radio indipendenti italiane. In questo spazio vorremmo invece offrire, niente più che meno, un racconto totalmente soggettivo, parziale e militante del contenuto, conflitto e immaginario di lotta che è culminato, in alcune delle mobilitazioni avvenute a cavallo del 10 e 11 Giugno. Il perché? Perché sono state mobilitazioni relativamente partecipate, capillari ed eterogenee, ma soprattutto importanti perché hanno manifestato un conflitto esplicito, di diversa natura, non scontato né banale, data la potente la macchina propagandistica e la retorica portata avanti dal governo messicano e dal suo principale partito Morena, dai giornali mainstream e dal gigantesco apparato simbolico ed economico che probabilmente solo una organizzazione come la FIFA è capace di produrre. Partiamo dalle giornate alla vigilia dell’inizio ufficiale del Mondiale. In generale, le mobilitazioni di questi giorni forse non avrebbero potuto avere la stessa potenza e copertura mediatica se non ci fosse stato, nelle settimane precedenti, la protesta della CNTE, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, corrente conflittuale e indipendente del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione, a fare da apripista. Ormai da quasi due settimane, la CNTE è in lotta per l’abrogazione della riforma pensionistica dell’ISSSTE del 2007 e della sua gestione attraverso enti finanziari privati, per il raddoppio dei salari di base, e più in generale contro la continuità delle politiche di welfare interno tra il governo Morena, che aveva promesso di abrogare la legge, e i suoi predecessori. In questo momento storico, e dentro il grande consenso verso il governo Morena, la CNTE rappresenta di fatto l’unica grande organizzazione di massa riconosciuta come tale che porta una critica da sinistra al governo morenista. La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate. Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi. Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta. Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale. A questi compagn* in lotta si aggiungono una marea di altri collettivi, gruppi e sigle. Student*, lavoratori e lavoratrici informali e commercianti, movimenti sociali dal basso e antigentrificazione, assemble anti-mundialiste e antiFIFA, collettivi di lavoratrici sessuali e dissidenze di genere, comitato degli abitanti di Santa Ursula Coapa dove sorge lo stadio Azteca, comunità indigene cittadine e rurali in lotta, collettivi pro-Palestina, organizzazioni contadine, sindacati dei trasporti, lavoratr* della salute. Oltre a molti altri gruppi spontanei e autonomi, senza una sigla o un gruppo definito di appartenenza. Una valanga abbastanza disordinata e caotica, di cui era impossibile avere una panoramica chiara e globale, di chiamate all’azione e punti di incontro, ma tutte unite da un unico slogan: l’11 Giugno, tutti allo Stadio Azteca. Questo mondiale, targato Infantino e Trump, con i biglietti più cari della sua storia, profitti potenziali per la FIFA da record, in un presente storico marcato da guerre, genocidi e distruzione, è inaccettabile. E lo è a maggior ragione per il Messico, paese che soffre una spirale di violenza infinita ai danni dei ceti più poveri ed emarginati, con il saldo medio giornaliero di con circa 50 morti violenti, 12 donne uccise e 40 persone scomparse. Una vera e propria guerra, silenziata e nascosta, contro la popolazione, che non è casuale ma ha delle ragioni ben precise di cui abbiamo raccontato molte volte (leggi qui). Attorno allo stadio azteca quindi, è stata stabilita una sorte di enorme zona rossa, l’operativo ultima milla, ultimo miglio. Una zona di accesso limitato e trasporto speciale con identificazione e biglietto di accesso allo stadio, dove non posso accedere né auto né taxi normali, ma solamente trasporti privati per chi assisterà al mega spettacolo di inaugurazione, con biglietti che costano in media migliaia di dollari. Le manifestazioni iniziano i giorni precedenti all’11 Giugno, con diversi blocchi, azioni simboliche, sabotaggi e azioni in giro per la città, ognuno a tema differente. I collettivi e movimenti sociali organizzano diverse partite di calcio popolare bloccando alcune arterie e strade. Le madres buscadoras assieme alla CNTE sono tra i più attivi, le prime affiggendo striscioni e grafiche in alcuni dei monumenti principali, i secondi proclamando un corteo per la mattina del 10 Giugno.  La prima grande mobilitazione è pero il la sera del 10 Giugno. Alle 19, è stata proclamata, tra le tante, una manifestazione e una “velada” (una veglia) da molti collettivi di madres buscadoras da tutto il Messico, lungo calzada de Tlalpan, un grande viale che dal centro arriva quasi direttamente allo Stadio Azteca. Dati gli scontri dei giorni precedenti e la militarizzazione soprattutto nella parte sud della città c’è un po’ di preoccupazione, e forse per questo all’inizio si è in poche persone. La partenza della marcia tarda, nell’attesa di gruppi di famiglie e collettivi di busqueda, anche perché i trasporti soffrono ritardi enormi e molte stazioni della metro e del tram sono chiuse. Poi piano piano, il corteo si raggruma e inizia a partire lungo la Calzada de Tlalpan. Come ogni volta che si marcia con i collettivi dei familiari di desaparecidos, le sensazioni sono forti. Il corteo alterna momenti di silenzio profondo ad altri di slogan e urla, contro il governo, contro il potere, contro il sistema responsabile di queste sparizioni, contro Morena e la presidenta Clauda Sheinbaum, traditrice rispetto ad un cambio di rotta promesso e mai atteso. Si urlano i numeri dei compagn* di Ayotzinapa scomparsi, i 43 student*. Si urla contro la polizia, braccio operante e responsabile, o quantomeno connivente, delle sparizioni. I numeri si ingrossano e il corteo procede tra lunghe fasi di stallo e momenti di camminata. Lo stomaco si contorce a vedere enormi striscioni con le facce dei figli e figlie sparite.  Si imbrattano muri, si affiggono centinaia e centinaia di fichas de busqueda, cioè di annunci di sparizioni, con le foto delle persone scomparse, spesso vestite e modificate da apparire con la “camiceta” verde della squadra messicana. Le facce sono piene di odio, rabbia, tristezza, lacrime, alcune silenti e altre urlanti, alcune sorridenti e molte altre tristi. Avere una persona cara sparita ti spacca la vita e l’unica consolazione è la possibilità di trasformare il dolore in lotta, di trovare altri e altre compagn* che in questa sofferenza, ma anche in questa comunità, ti accompagnano e ti supportano. Ci sono gruppi e collettivi di ricerca da molti stati, Jalisco, Guanajuato, Estado de Mexico, Chiapas, Oaxaca, Guerrero. E’ strano definire l’aria che si respira, un misto di tristezza mista ad un orgoglio e dignità profonda. Gli slogan non sono i classici di una lotta di classe contro il capitale e il potere, sono più personali e umani ma altrettanto densi di significati politici. Il traffico dall’altro lato della strada è paralizzato, e alcune persone salutano e supportano dalle finestre e dai palazzi. Ad un certo punto si iniziano a vedere le luci blu e rosse della polizia e uno scintillio che sembra quasi un effetto ottico: sono le centinaia di caschi neri dei granaderos, le truppe antisommossa, che scintillano nella notte e bloccano la continuazione del grande corso verso lo stadio. Alcuni camion e macchine della polizia, oltre che un container, sono messi di traverso a chiudere ogni accesso possibile. Il corteo si avvicina e le persone, ma soprattutto le madres buscadoras, iniziano ad arrampicarsi sui camion e sulle macchine della polizia, a urlare e a esporre i loro striscioni con i volti dei lori cari, scomparsi da pochi mesi o da decine di anni. La polizia è in assetto antisommossa ma non c’è un atteggiamento direttamente violento o un attacco, sanno che non possono permettersi di reprimere in maniera così evidente questa manifestazione. Lo scontro simbolico è fortissimo: da un lato i corpi neri e rigidi delle forze del potere, e dall’altro i corpi contorti dalle lacrime, dalla rabbia e dal dolore. Alcune madri iniziano a saltare sulle macchine della polizia, a fottersene altamente dei richiami alla calma degli osservatori dei derechos umanos, forze di interposizione con le magliette bianche al soldo del governo convocate per vigilare apparentemente su eventuali maltrattamenti. La situazione permane così per diverso tempo, con alcuni gruppi di madres che si riuniscono per cantare, altre per leggere dei comunicati, altre occupano la strada organizzando una partitella di calcio, altre cercano di passare dall’altra parte della strada per bloccare un ponte pedonale ma vengono bloccate dalla polizia. La manifestazione inizia a diluire e scemare, rimangono diversi gruppi in presidio e quello che domani sarà l’accesso principale allo stadio per turisti, giornalisti e persone che si possono permettere il prezzo folle di accesso alla partita inaugurale per vedere Shakira e i potenti del mondo, nonché tutta la pletora politica di miliardari e politici messicani, è tappezzato di scritte contro uno stato genocida e corrotto, contro il mondiale dello sfruttamento e della violenza, di locandine con i volti di chi da troppo tempo continua ad essere scomparso senza risposte. Il simbolo di questa notte, ridisegnato, non è più quello dell’aquila verde col pallone presente sulla maglia del’11 calciatori messicani, ma quello invece di una pala che si interra: è il tratto distintivo delle madres buscadoras, che si organizzano per cercare, letteralmente, a mani nude e con le pale i possibili resti dei corpi delle persone loro care.  Si torna a casa così, con la sensazione di una ingiustizia profonda e di una lotta necessaria e fondamentale, in cui mettere le mani vuol dire mostrare il marcio dello stato repressivo, criminale e capitalista quale è il Messico. Il giorno dopo, ci si alza presto. Il giorno dell’inizio del Mondiale, la città sembra sospesa e rarefatta, in un ambiente assolutamente anomalo considerando che la capitale messicana è normalmente un groviglio pressochè costante e magico di umanità disperata, traffico, rumore e caos in equilibrio precario di una bellezza struggente. È come se le strade emanassero a aria di festa, con moltissime persone con la camiceta verde messicana, ma allo stesso tempo quasi surreale, da non potersi vivere davvero, carica di tensione. Le università e le scuole sono state chiuse, le attività sospese, i lavori pubblici e istituzionali si svolgono da remoto, e ci sono inviti pubblici a non muoversi troppo. La metro è semideserta e diverse stazioni sono state chiuse dove avvengono già i primi presidi e azioni di protesta. In alcune fermate, collettivi in protesta bloccano i tornelli di accesso rendendo gratuito il trasporto metropolitano. Tra i vari concentramenti, c’è quello del contigente studentesco che parte dall’UNAM, l’università pubblica più grande del latinoamerica, a sud della città. La città universitaria è serrata, quasi tutti gli accessi chiusi, le uniche persone sono le compagn* che vanno al corteo e qualche corridore mattiniero davvero volenteroso. Molti altri punti e concentramenti sono già attivi: la CNTE alla fine sta marciando per la Calzada di Tlalpan con gli studenti di Ayotzinapa, a cui si aggiungeranno il Congreso Nacional Indigena (CNI) e la comunità del popolo indigeno Otomì. Collettivi di madres buscadoras sono presenti in diversi punti. Arriva notizia di due compagn* dei medios libres (gruppi di controinformazione dal basso) già fermat*, ma presto liberat* per fortuna. Giungono le prime notizie di alcuni scontri lungo la Calzada di Tlalpan, dove si donne indigene Otomì ballano attorno a una enorme coppa del mondo data alle fiamme. Alcune madri buscadoras esibiscono i loro grandi striscioni con i volti dei loro cari spariti proprio all’ingresso dello stadio dove entra il pubblico pagante, e ovviamente vengono represse, nascoste, silenziate. Il corteo studentesco parte dal cuore dell’università e si incammina per bloccare Avenida Insurgentes, grande arteria che taglia da Nord a Sud la città. Sono in centinaia e il corteo si ingrossa strada facendo. Vengono sanzionati tutti i simboli del potere universitario, le casette della sicurezza interna universitaria, le stazioni del Metrobus. Il corteo a un certo punto devia, rientrando dentro la UNAM, perché Avenida Insurgentes è bloccata da un plotone di granaderos, la polizia antisommossa della Città del Messico, in passato allenata e formata militarmente da forze militari israeliane. Il corteo continua, uscendo dalla zona universitaria e muovendosi verso un presidio dell’assemblea antimundialista e antiFIFA, assieme a madres buscadoras e collettivi pro-palestina. Prima di riunirsi al presidio, viene bersagliata con pietre, petardi e oggetti di vario tipo, una sede della Guardia Nacional, una polizia militarizzata utilizzata anche nei contesti di grandi operativi militari. Prima di ricongiungersi al resto dei compagni, il contingente si prende un momento di pausa. Nel presidio, si organizzano partite di calcio, si occupa l’incrocio con striscioni giganti e la statua di Frida Khalo nel mezzo è bardata da teli e lenzuola con slogan contro la FIFA e il mondiale dello sfruttamento e dei desaparecidos. La partecipazione è diversa ed eterogena, c’è un po’ di tutto: gente del quartiere, madres e famiglia buscadoras, persone solidali e curiose, student*, molt* attivist* appartenenti a progetti di medios libres e controinformazione. Avenida Iman, la strada che porta direttamente al lato sud-ovest dello Stadio Azteca, è apparentemente libera, dunque dopo qualche tempo un grande corpo principalmente studentesco, ma non solo, si mette in marcia con un obiettivo che sembra piuttosto ambizioso se non impossibile, quello di arrivare alle porte dello stadio. Si entra quindi nella ultima milla, la zona rossa. Il corteo acquista energia e carica: le persone e le compas cantano, si animano, si scrive sui muri, si danno volantini alla gente del quartiere, vengono divelte diverse telecamere, c’è una certa euforia rabbiosa che si autoalimenta e che cresce passo dopo passo. I corpi bianchi di interposizione, delle persone civili che lavorano nelle istituzioni della città e che sono obbligate dal governo cittadino a stare per strada per controllare e limitare i danni delle eventuali proteste, si fanno da parte, insultati e derisi da tutto il corteo, come traditori del popolo. La realtà è più complessa di questa: le facce esprimono vergogna e disagio, molte di queste persone hanno denunciato anonimamente che sono obbligate e minacciate a rendersi disponibili per questo tipo di “presenza civile”, altrimenti rischiano di perdere il lavoro, senza sapere realmente cosa devono fare e quali devono essere i loro compiti. Un modo, da parte del governo della città, in apparenza per mostrare meno i muscoli e di non utilizzare le forze di polizia antisommosa. Una strategia, per dividere e alimentare la guerra tra le classi più popolari. Sono le 12.45 circa e manca un quarto d’ora all’inizio ufficiale della Coppa del Mondo 2026. Avenida Iman fa una leggera curva verso sinistra e di fronte a noi si erge il monumentale Stadio Azteca, oggi rinominato “Estadio Banorte – Ciudad de Mexico”. Si divelgono le centinaia di fiori chempasuchil, piantati per abbellire il passaggio dei turisti e renderlo ricco di colori messicano-folcloristici, e si abbattono le transenne che ostacolano il percorso. Lo stadio è a meno di qualche centinaio di metri, e il corteo accelera compatto ed energico. Manca qualche minuto, Shakira termina di cantare “Dai dai”, la sua nuova hit mondiale come da tradizione, si alzano i fuochi d’artificio dallo stadio e il corteo composto da migliaia di persone arriva urlando ed euforico all’entrata numero 8 della mega struttura. Sembra incredibile, ma esattamente nel momento in cui inizia il mondiale più grande della storia della FIFA e forse il più discusso finora, si riesce ad assaltare lo stadio e tutto ciò che rappresenta. Ciò che era stato dichiarato impossibile e inavvicinabile, è ora tangibile e reale. Le forze di polizia tardano ad arrivare, all’inizio con un piccolo, goffo, stanco, e davvero sfortunato plotone: la discrepanza numerica è abnorme e l’entusiasmo rabbioso di essere arrivati fino a lì è incontrollabile. Iniziano i caroselli e gli scontri, la rabbia contro una città espropriata e militarizzata, venduta alla FIFA e al profitto calcistico, esplode. Le compas si dimostrano estremamente organizzate e preparate. C’è chi si occupa di tenere a bada la polizia, chi di proteggere la retroguardia, chi di soccorrere i primi feriti, chi di documentare gli abusi delle forze di polizia. Successivamente arrivano le forze antisommossa e poco dopo, dal lato sinistro, una dozzina di cavalli che iniziano a caricare. Spuntano le prime teste spaccate, feriti al corpo, alla testa, agli occhi. Lo spettacolo è allo stesso tempo distopico, mitico e doloroso, il sipario costituito dalle transenne e dai corpi della polizia: nel giro di qualche minuto passano prima tre jet ultrasonici, poi le frecce tricolori messicane e infine due elicotteri che trasportano una bandiera sventolante enorme del Messico. La distanza fisica tra questi mondi è minima, anzi entrano in contatto violento. Ma c’è un abisso di significato, di composizione di classe, di visione del mondo e della vita. La violenza della polizia e di tutto l’apparato di sicurezza è ancora più odioso e inaccettabile. Dentro lo stadio lo spettacolo del capitalismo sportivo nella sua essenza, il profitto nella sua forma estetica più patinata e odiosa, obnubilante e capace di un lavaggio del cervello e dei sentimenti senza precedenti, un’opera fondata sulla violenza e lo sfruttamento di un paese (e di un intero mondo) sull’orlo del baratro. Fuori, quella violenza si esprime fisicamente, a suon di gas lacrimogeni, botte, cavalli lanciati sulla gente e sangue. L’odio e la mancanza di giustizia di questo presente non potrebbe avere immagine migliore. Non ci può essere contrasto più essenziale e immediato da capire, un conflitto necessario e giusto da esprimere in tutta la sua forza. La polizia tenta di chiudere e incapsulare la testa del corteo ma, con determinazione, la manifestazione riesce a sfuggire al blocco e indietreggiare con ordine senza disperdersi e farsi dividere troppo. Continuano le cariche a singhiozzi e si ergono barricate a cui viene dato fuoco. Il corteo si ritira retrocedendo lungo Avenida Iman e, col passare del tempo, si inizia ad avere contezza de* fermat* e delle compas che mancano. La situazione si congela, le forze di polizia, ora molto più numerose, si attestano ad una certa altezza della Avenida e ci si ferma, cercando di capire quante persone manchino. Il conflitto prende un’altra forma: si iniziano ad espropriare i diversi negozi appartenenti a grandi catene capitalistiche. Un paio di Oxxo (la più grande catena di supermarket commerciali dell’America Latina, facente parte della FEMSA, la più grande azienda imbottigliatrice di prodotti CocaCola al mondo), una farmacia YZA+ (sempre parte di FEMSA), e un Little Caesars (la terza catena di pizza più grande al mondo). La strada diventa uno spazio gioioso, una festa collettiva. C’è cibo e bere per tutti e tutte, i residenti del quartiere e i ragazzi del barrio ne approfittano con enorme piacere e gusto: volano gelati, caramelle, patatine, panini a rifocillare sia le stanchezze e gli sforzi del corteo in giro da questa mattina presto, quanto gli umori del quartiere. L’esproprio del Little Caesars ha una dinamica estremamente nobile ed interessante: prima vengono fatti uscire con estrema cura e attenzione i lavoratori e lavoratrici, ringraziandoli per la loro comprensione e applaudendoli, e poi in secondo luogo si entra dentro il negozio e ci si divide la succosa mercanzia tra tutti, in primis coi lavoratori che vengono invitati a gustare le stesse pizze che ogni maledetto giorno devono impastare e vendere per guadagnarsi uno stipendio da fame. Una buona parte delle pizze e delle bibite si mettono da parte per portarle alle madres buscadoras e alle maestr* della CNTE, in strada anche loro dalla mattina presto. Si ride, si balla, si parla con qualche turista sudafricano rinchiuso in un bar a vedere la partita e si scherza con loro, dicendogli “Bienvenid@s a Mexico, quieren una pizza? Offre il governo!”, spiegando le motivazioni della protesta e cercando sempre il dialogo con la gente. Il clima è estremamente ilare, disteso, la gioia di una giornata fino ad adesso positiva, conflittuale e in qualche modo vittoriosa. Non c’è alcuna paranoia, né senso di colpa, tantomeno preoccupazione per gli espropri, il conflitto messo in campo, le decine di barricate erette. Fa parte della giornata, della vita, della lotta. Certo sì, qualche persona incazzata c’è ed eccome, ma le relazioni informali con la gente aiutano a spiegarsi, senza tragedie. L’unica preoccupazione è per le compas fermat*, di cui non si ha bene contezza dei numeri e dei nomi, anche se a fine giornata saranno 12. Tutt* portate alla Fiscalia di Coyoacan, rilasciate entro la notte stessa, alcuni con denunce pendenti individuali o collettive. Molti, sono stati pestati gravemente durante la detenzione, un compagno ha letteralmente la testa aperta.  Dopo alcuni momenti di pausa, il corteo del contingente universitario riprende a marciare, con l’obiettivo di portare i viveri espropriati agli altri collettivi in lotta. I numeri si sono ridotti molto, c’è stanchezza ma non ci si perde troppo d’animo e si raggiunge Avenida Santa Ursula, sempre limitando la zona rossa dell’ultima milla. La partita inaugurale è praticamente finita, il Messico ha vinto nettamente 2 – 0 sul Sud Africa, giocando male e con 3 espulsioni. La gente vuole festeggiare, il conflitto nelle strade ora invece è visibile. Molte persone sono solidali con la marcia e gli studenti, altri per nulla se non ostili. La parentesi da aprire è importante, e meriterebbe ben altri approfondimenti e considerazioni: c’è una sorta di cortocircuito fortissimo che prende forma, in un paese dove il calcio è amatissimo e l’affezione verso la camicetaverde e il Mondiale in casa è inscalfibile. Il seleccion mexicana, pur non avendo mai vinto nulla e non eccellendo come squadra mondiale, ha sempre avuto un fortissimo attaccamento alla Coppa del Mondo e alle gesta sportive mostrate in questa competizione. Aldilà di chi si può permettere di andare allo stadio pagando migliaia di dollari, o della retorica populista del governo Morena, el futbol è un tema di identità popolare, un momento di festa collettiva per le strade, un momento per condividere la allergica allegria messicana, la buena onda e la grande ospitalità sempre dimostrata. Per quanto la FIFA tenti di trasformare tutto in un enorme profitto, è chiaro che questa giornata soprattutto nei quartieri popolari è una festa, in tutti i sensi, ed è anche un enorme momento di evasione comprensibile dagli orrori e sfruttamenti della vita quotidiana, tra salari da fame e il rischio di non tornare a casa. Contestare il Mondiale e i suoi meccanismi di sfruttamento, riconoscere che il Messico è un paese dove esista una guerra civile ai danni dei più poveri, guardare in faccia alle desapariciones, sembra che provochi un tilt nella maggior parte delle persone comuni, come se non si possa riconoscere l’ingiustizia da un lato e l’amore per il proprio paese e la propria cultura, a maggior ragione in un momento dove tutto il mondo ti sta guardando e in una fase storica in cui il tuo paese è costantemente minacciato e screditato dall’ingombrante vicino degli Stati Uniti. È estremamente complesso, non solo politicamente ma umanamente, trovarsi, attraversare e vivere questo scontro dentro i settori popolari della società messicana. Il corteo questo conflitto lo attraversa, fisicamente, con qualche diverbio e provocazione da parte di alcune persone. Ad un certo punto, da una strada laterale, i granaderos attaccano con gas e caricano la manifestazione, disperdendola, dividendola e spingendola dentro le piccole strade del quartiere Pedregal Santa Ursula. Inizia a diluviare. A quel punto, la giornata sembra al culmine, il corteo cerca di uscire indenne dalla morsa repressiva, la manifestazione si scioglie in un posto sicuro dopo quasi dieci ore di protesta attiva e azione diretta. I viveri per gli altri collettivi si porteranno l’indomani. Cosa rimane di queste due giornate?  La determinazione, certamente, inscalfibile e ostinata, messa in campo con forme e modalità diverse, contro la Idra Capitalista, un nemico dai mille tentacoli (economici, politici, militari e mediatici) che quest’oggi mostra la testa della FIFA e del governo messicano. Rimane il coraggio di aver cercato e voluto avvicinarsi al simbolo di questo Mondiale e delle sue ingiustizie, l’immenso e storico Estadio Azteca, e di esserci riusciti, a dispetto di un clima di terrore che non ha paralizzato la voglia di scendere in piazza. Rimane l’organizzazione dei movimenti sociali cittadini dal basso che da mesi lavorano per creare e alimentare giornate di mobilitazione come questa. E soprattutto, rimane la dignità, profonda e immensa, di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi all’apparente ineluttabilità di avere una persona cara desaparecida, di dover soffrire per un salario da fame, di dovere scegliere tra i due mostri identici del crimine organizzato e Stato, di accettare passivamente un meccanismo di sfruttamento internazionale che nasconde dietro un pallone che rotola, un presente e futuro di ingiustizia, controllo e impoverimento.  Che la gioia del calcio si espropri ai ricchi e potenti di questo mondo, che la gioia del calcio torni ai quartieri, ai villaggi, alle comunità e si collettivizzi.
June 16, 2026
Radio Onda Rossa
Messico: Manifestanti si scontrano con la polizia a cavallo all’entrata del parcheggio dello Stadio Azteca
Molte proteste contro il Mondiale di Trump e il genocidio. Un contingente di militanti incappucciati del Blocco Nero è giunto fino alla parte posteriore dello Stadio Azteca, precisamente all’entrata del parcheggio alla Porta 8, dopo essere avanzati per l’Avenida del Imán, fatto che ha provocato, per timore di essere aggrediti, l’arretramento del personale di appoggio […]
PODCAST: “IL MONDIALE DELLO SFRUTTAMENTO” A CURA DEL NODO SOLIDALE
Dietro la festa del calcio, il Mondiale 2026 visto da chi ne paga il prezzo e le sue ingiustizie. A poche ore dal fischio di inizio dei Mondiali di Calcio il Nodo Solidale ha prodotto un podcast dal titolo “Il Mondiale dello sfruttamento”. Lo potete ascoltare anche qui Ascolta o scarica  Tra gli echi lontani delle imprese di Maradona e della “Partita del Secolo”, lo Stadio Azteca si prepara a entrare ancora una volta nella storia ospitando il Mondiale 2026. Ma dietro il luccichio della grande festa del calcio globale della FIFA, targata Infantino e Trump, Città del Messico racconta un’altra storia: quella dei cantieri che avanzano senza sosta e senza diritti, dei quartieri che cambiano volto schiacciando chi in quei quartieri ci vive, delle lavoratrici sessuali senza ascolto, degli affitti che schizzano alle stelle, del saccheggio dell’acqua e delle comunità che resistono. E quello di un paese intero sospeso nella violenza criminale narcostatale quotidiana, dove mentre si gioca una partita di calcio scompaiono in media 2 persone. Questo podcast attraversa le contraddizioni di una metropoli sospesa tra mito sportivo e gentrificazione, dando voce a Sofia Pontiroli, giornalista indipendente che vive a Città del Messico, e un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista, che ci raccontano i diversi impatti economici, sociali e politici del megaevento estrattivista per eccellenza. Tra le lotte delle madres buscadoras, le mobilitazioni sociali e le partite popolari organizzate nelle strade, emerge un racconto in cui il calcio diventa lente per denunciare un modello, tanto messicano quanto globale, che privilegia il profitto rispetto alla vita delle persone. Osservare il presente del Messico, un viaggio tra calcio e lotta, per ascoltare e portare solidarietà e complicità a chi resiste al “Mondiale dello sfruttamento”. Ps. Alla fine del podcast, un omaggio a Eduardo Galeano e al suo El Fin del Partido, perchè nessuno come lui ha saputo raccontare e significare, in tutti i sensi e nel bene e nel male, el fútbol.
June 11, 2026
Radio Onda d`Urto
MESSICO: A UNA SETTIMANA DALL’INIZIO DEI MONDIALI DI CALCIO CRESCE LA PROTESTA DEGLI INSEGNANTI
A una settimana dall’inizio dei Mondiali di calcio cresce la tensione in Messico dove si svolgeranno nove incontri. L’11 giugno si giocherà la partita inaugurale dei Mondiali tra Messico e Sudafrica nel rinnovato stadio Azteca della capitale mentre sindacati dei docenti e di altri settori hanno organizzato marce e bloccato le principali vie di circolazione. Nello specifico, un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione al Ministero dell’Istruzione di Città del Messico, usando lampioni come ariete, durante una nuova giornata di proteste. Membri di un gruppo dissidente del sindacato degli insegnanti, il Coordinamento nazionale dei lavoratori dell’istruzione (CNTE), hanno sanzionato una postazione di guardia entrando nel cortile. Prima di far irruzione al Ministero, i manifestanti hanno fatto cadere alcune statue alte 5 metri che rappresentano i giocatori di calcio dei paesi partecipanti al torneo. Da alcuni giorni la polizia ha bloccato l’accesso alla piazza dello Zòcalo, dove si trovano il palazzo presidenziale e un’area per seguire in diretta le partite dei Mondiali. I manifestanti hanno reso noto che le loro azioni, non legate al torneo, potrebbero intensificarsi se il governo della presidente Claudia Sheinbaum non prenderà in considerazione le loro richieste nel brevissimo termine. In particolare, il sindacato di insegnanti CNTE chiede all’esecutivo di mantenere la promessa elettorale di abrogare una legge del 2007 che ha riformato il sistema pensionistico per i dipendenti del settore pubblico, nonché di concedere aumenti salariali. In caso contrario, non sono escluse nuove manifestazioni in occasione della partita inaugurale dei Mondiali, che causerebbe altri e non pochi disagi sotto ogni aspetto. Ne parliamo con Andrea Cegna nostro collaboratore e curatore de Il Finestrino, una newsletter dedicata alle notizie dal sudamerica Ascolta o scarica 
June 5, 2026
Radio Onda d`Urto