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CUBA, MESSICO E BOLIVIA: IL PUNTO DELLA SITUAZIONE CON ANDREA CEGNA DELLA NEWSLETTER “IL FINESTRINO”
Cuba, Messico e Bolivia. Su Radio Onda d’Urto tocchiamo, nei primi giorni del settembre 2026, questi 3 Paesi del LatinoAmerica con Andrea Cegna, nostro storico collaboratore e curatore della newsletter “Il Finestrino”, che entra in questi giorni nel proprio terzo anno di vita, cercando di raccontare al pubblico italofono quanto accade nelle Americhe. CUBA – L’infame bloqueo Usa in corso da quasi 70 anni – reso ancora più violento e criminale nel gennaio 2026, con il diktat di Trump contro l’arrivo sull’isola di carburante e beni essenziali – rende sempre più drammatica la vita quotidiana a Cuba, che tuttavia al momento resiste, ancora una volta, di fronte all’ingombrante e aggressivo vicino. Per capire cosa stia accadendo davvero a L’Avana e dintorni, lo stesso Cegna ha lanciato un crowdfunding su Produzioni dal Basso (qui per contribuire). Obiettivo: “provare a raccontare Cuba in un momento determinante della sua storia. Da una parte l’attacco senza precedenti, da un punto di vista economico/politico, che gli Usa hanno sferrato all’isola. Dall’altra il ricordo di Fidel”, morto 10 anni fa, il 25 novembre 2016. Cegna, con altri due reporter indipendenti, Giovanni e Marco, sarà sull’isola per realizzare dal basso un documentario, una mostra e un libro. MESSICO – “Per l’umanità e contro il capitalismo”.  Così, da diversi anni, l’Ezln zapatista definisce se stesso e la propria lotta, partita dal Sud – Est del Messico ma rivolta al mondo intero, dove sempre più “il sistema capitalista è morte, non soltanto per l’umanità, ma per l’intero pianeta…la lotta contro il capitalismo è la lotta per la vita e viceversa», ha detto più volte da Marcos, per poi aggiungere: “Le guerre attuali servono a conquistare territori e per questo non importa quanta gente venga assassinata né quanti edifici, ospedali, scuole con dentro bambine-i e interi quartieri vengano distrutti. Di questo si tratta nella guerra capitalista: distruggere per poi ricostruire; spopolare per poi riorganizzare il territorio conquistato”. Partendo da qui, tra pochi mesi zapatiste-i ricorderanno la data simbolo del 1 gennaio 1994 per la prima volta non in Chiapas, ma nella capitale Città del Messico. Lo faranno incontrando il movimento delle madres buscadoras, “dispiegate in tutto il Paese, per provare – aggiunge sempre Cegna in un altro Finestrino – a costruire un futuro diverso per il Messico e forse per l’America Latina tutta”. Il tutto mentre su uno dei casi più noti di desaparecidos – i 43 studenti normalisti di Ayotzinapa, fatti sparire nel settembre 2014 – nelle ultime ore sono comparsi altri 20 sacchi con resti umani, che verranno ora analizzati. BOLIVIA – Infine la Bolivia, dove tengono banco i risultati definitivi del Censo de Población y Vivienda 2024: sulle 36 lingue originarie del Paese andino, riconosciute dalla Costituzione del 2009 approvata ai tempi della presidenza di Evo Morales e ancora oggi in vigore, almeno una trentina rischino di sparire. “Quechua e aymara continuano a essere le grandi lingue originarie della Bolivia, il guaraní – scrive Cegna su “Il Finestrino” – conserva una presenza significativa, ma scendendo verso le lingue dei popoli numericamente più piccoli la distanza diventa enorme. Tsimane’, weenhayek, mojeño trinitario, yuqui, yaminawa, leco, tapiete, pacahuara, baure, machineri, canichana, moré, cayubaba, guarasu’we: dietro alcuni di questi nomi le persone che dichiarano la lingua come propria si contano ormai solamente nelle centinaia, nelle decine o addirittura nelle singole unità”. L’intervista di Radio Onda d’Urto ad Andrea Cegna, realizzata nella mattinata di mercoledì 2 settembre 2026 su Cuba, Messico e Bolivia. Ascolta o scarica.  
September 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il 2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.     Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa, nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista). Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con lei. Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo, Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto, finché non la rilasciarono. Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina, venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione. Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che maschio: in cucina non mi sentivo disforica. Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire quando in Messico era ancora illegale. Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli insetti, del tutto incolume. Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al regime di scarsità imposto dalla società capitalista. Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere. Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del figlio queer che non voleva in casa. Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale, oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità di venire spesso in Europa. Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere indigen3 e non solo messican3. Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro famiglie. Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo, anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista. Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla guerriera. Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra. Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento chiamò “Cop City”. Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero piuttosto investiti in servizi sociali. L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari. In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto fuori tempo massimo! L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3 come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California. Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli: la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono, durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo inglobata nel progetto coloniale americano. Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA 4.0, Link Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane, ebraiche e persino inventate. È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome. Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci. Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto della lotta per la foresta di Atlanta Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione” della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere, gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una “zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana. Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3, indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità. Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta. Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop Cop City: * Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone, * Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro, * Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno, * Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba Vive, * Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La Credenza di Bussoleno, * Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano, * Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II, * Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso Centro Sereno Regis
August 27, 2026
Pressenza
«Siamo tutti deportati»
Per trentacinque anni Luís Valentan ha vissuto negli Stati Uniti come lavoratore migrante senza documenti. Ha fatto il jornalero, si è organizzato con altri lavoratori, è diventato uno dei volti del National Day Laborer Organizing Network (NDLON) e ha dato vita a Radio Jornalera, una radio comunitaria nata per raccontare le esperienze e le lotte delle persone migranti con la loro stessa voce. Oggi vive nuovamente in Messico. Non per scelta, ma perché le politiche dell’amministrazione Trump lo hanno costretto a lasciare il paese in cui aveva costruito la propria vita. PH: Radio Jornalera L’ho conosciuto durante manifestazioni contro il razzismo e le politiche anti-migranti, megafono in mano, e successivamente attraverso Radio Jornalera. In questi anni è stato protagonista dell’organizzazione di numerose mobilitazioni tra Messico e Stati Uniti, come quella del 28 maggio scorso, in solidarietà con le grandi proteste che hanno attraversato contemporaneamente gli Stati Uniti e diverse città europee. Manifestazioni che rivendicavano un mondo senza re, senza genocidi, senza migranticidi e senza politiche di frontiera fondate sulla violenza. Una violenza che oggi non si limita più ai confini, ma entra nelle città, nelle scuole, nelle case e nei luoghi di lavoro. Una persecuzione quotidiana che continua a provocare morti, come quelle di Lorenzo Salgado Araujo 1, Joan Sebastián Durán Guerrero 2 e di Juan Jairo Coronilla Duran 3, cittadino messicano entrato legalmente negli Stati Uniti ed è stato investito da un camion mentre cercava di evitare un incontro con gli agenti dell’ICE. Una spirale di violenza che non colpisce soltanto chi vive senza documenti, ma alimenta un clima di paura capace di travolgere chiunque venga percepito come persona migrante. In questa intervista Luís Valentan racconta il proprio percorso: dall’arrivo negli Stati Uniti a diciassette anni all’impegno nell’organizzazione dei lavoratori migranti, dalla nascita di Radio Jornalera fino al ritorno forzato in Messico. È il racconto di una storia personale che attraversa oltre trent’anni di politiche anti-migranti, ma anche di resistenza collettiva. «PREFERISCO CHE NESSUNO DEBBA EMIGRARE NEGLI STATI UNITI» SEI PARTITO A DICIASSETTE ANNI. OGGI DICI CHE, SE DIPENDESSE DA TE, PREFERIRESTI CHE NESSUNO EMIGRASSE NEGLI STATI UNITI. PERCHÉ? Perché oggi chi arriva trova condizioni terribili. Da una parte ti criminalizzano, dall’altra ti concedono visti stagionali che, di fatto, ti riducono in una condizione di sfruttamento. È una grande ipocrisia. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro ricchezza sullo schiavismo e continuano a sfruttare il lavoro migrante. Molti pensano che “dall’altra parte del muro” troveranno una vita facile. In realtà li aspettano precarietà, esclusione e persecuzione. Vivranno in appartamenti sovraffollati, lavoreranno senza tutele e saranno costantemente esposti al rischio di essere arrestati. EPPURE LE PERSONE CONTINUANO A MIGRARE. È SEMPRE STATO COSÌ, ANCHE PER CHI DALL’ITALIA EMIGRAVA NELLE AMERICHE O NEL NORD EUROPA. TU STESSO RIVENDICHI IL DIRITTO DI MIGRARE. Certo. Nessuno può fermare le migrazioni: fanno parte della storia dell’umanità. Per molte comunità impoverite del Messico anche una vita durissima negli Stati Uniti può rappresentare un miglioramento. Quando non hai nulla, anche pochissimo può sembrare molto. PARLI ANCHE DELLA TUA ESPERIENZA PERSONALE. Sì. Anch’io sono partito perché non avevo alternative. MA HAI SCELTO DI NON LIMITARTI A SOPRAVVIVERE. HAI DECISO DI ORGANIZZARTI E DI LOTTARE. Esatto. DALLA STRADA ALL’ORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI Il percorso di Luís nell’attivismo prende forma negli anni trascorsi in Arizona, dove entra in contatto con alcune delle principali organizzazioni di base impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti. Luís Valentan: Ho iniziato con i jornaleros, i lavoratori a giornata, partecipando alle attività di Puente Arizona Human Rights Movement e Tonatierra. Successivamente ho continuato questo lavoro in California. Organizzavamo percorsi di formazione perché le persone migranti conoscessero i propri diritti: diritti del lavoro, diritti civili, diritti costituzionali e diritti umani. Allo stesso tempo partecipavamo alle campagne contro le leggi razziste e contro le politiche che criminalizzavano chi viveva senza documenti. Ogni giorno i nostri centri accoglievano lavoratori e lavoratrici in cerca di occupazione. Li aiutavamo a ottenere salari dignitosi, ma soprattutto cercavamo di trasformare quei luoghi in spazi di organizzazione collettiva. Non semplici uffici dove trovare lavoro, ma comunità capaci di difendere i propri diritti e costruire forza politica. DALLE LEGGI RAZZISTE ALL’ERA TRUMP NEL CORSO DELL’INTERVISTA DEFINISCI GLI STATI UNITI UN SISTEMA FONDATO SULLO SFRUTTAMENTO. GUARDANDO AGLI ULTIMI DECENNI, VEDI UNA CONTINUITÀ NELLE POLITICHE MIGRATORIE? Luís Valentan: Sì. L’offensiva contro le persone migranti non è iniziata con Trump. Già durante le amministrazioni Bush abbiamo assistito a un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie. Negli anni Novanta il capitalismo statunitense ha rafforzato un modello fondato sul razzismo e su forme di schiavismo moderno. In California, nel 1994, la Proposition 187 cercò di escludere completamente le persone migranti dai servizi pubblici: sanità, istruzione, welfare. Contemporaneamente cresceva una narrazione sempre più aggressiva. Dicevano: “Qui si parla solo inglese“, ma nello stesso tempo chiudevano i corsi gratuiti di inglese destinati alle nostre comunità. Poi arrivò la sezione 287(g), che consente alle forze di polizia locali di collaborare con l’ICE, consegnando le persone migranti alle autorità federali. Infine, nel 2010, la legge SB1070 dell’Arizona legalizzò di fatto la profilazione razziale e aprì la strada agli arresti arbitrari. Con Trump quella strategia è diventata ancora più violenta. Ha costruito il consenso presentando continuamente le persone migranti come criminali, terroristi o membri dei cartelli della droga. Trasmettevano immagini di estrema violenza per alimentare paura e odio. La pandemia ha rallentato solo temporaneamente questo processo. Per noi era chiaro che la SB1070 fosse stata un laboratorio di sperimentazione delle politiche che oggi vediamo applicate su scala nazionale. Allo stesso tempo abbiamo sempre saputo che, pur con linguaggi diversi, repubblicani e democratici hanno condiviso la stessa impostazione di fondo. I primi ci criminalizzano apertamente; i secondi ci guardano con compassione. Ma nessuno dei due ha realmente trasformato la condizione delle nostre comunità. Per questo non abbiamo mai smesso di organizzarci. COSTRUIRE COMUNITÀ PER RESISTERE COME È CAMBIATA LA VOSTRA ORGANIZZAZIONE IN QUESTI ANNI? La SB1070 ci ha costretto a ripensare completamente il nostro modo di lavorare. Abbiamo iniziato a costruire comitati di quartiere, gruppi di base, reti comunitarie presenti ovunque: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mezzi pubblici, nelle strade. L’esperienza delle pattuglie comunitarie create da Unión del Barrio a San Diego ci ha mostrato che era possibile organizzare forme di autodifesa collettiva contro gli abusi. Durante la pandemia la situazione è stata drammatica. Migliaia di lavoratori migranti sono morti perché non potevano permettersi di restare a casa. Chi non aveva documenti non riceveva alcun sostegno economico. Abbiamo lottato perché anche i lavoratori migranti fossero riconosciuti come lavoratori essenziali. Alla fine quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo partecipato anche alle mobilitazioni di Black Lives Matter dopo l’assassinio di George Floyd, così come abbiamo difeso i Dreamers e le altre comunità a cui Trump voleva revocare le protezioni legali. Molte battaglie le abbiamo vinte nei tribunali. Ma era evidente che Trump si considerasse al di sopra della legge. Per questo abbiamo continuato a rafforzare le nostre reti territoriali. UNA RESISTENZA SEMPRE PIÙ AMPIA COSA È CAMBIATO CON IL RITORNO DI TRUMP ALLA CASA BIANCA? La paura è cresciuta enormemente. Le persone senza documenti hanno paura perfino di uscire di casa. Ma, allo stesso tempo, abbiamo visto qualcosa di nuovo. Molti cittadini statunitensi bianchi hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza delle deportazioni e contro gli abusi della polizia. Abbiamo condiviso con loro un patrimonio di pratiche costruito in decenni di lotta. Oggi sanno come documentare un arresto, come proteggere un quartiere, come organizzare una rete di solidarietà, come raccogliere prove utili nei procedimenti giudiziari. Sono nati gruppi di autodifesa comunitaria composti da trenta, quaranta, a volte ottanta persone, collegati tra loro in una rete sempre più capillare: nei condomini, agli angoli delle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole e nei tribunali. Per la prima volta abbiamo visto partecipare alle manifestazioni persone che fino a poco tempo fa restavano completamente estranee a queste lotte. LE ALLEANZE CHE CAMBIANO IL MOVIMENTO Il secondo mandato di Trump ha favorito alleanze che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Oggi lavoriamo insieme a realtà come Indivisible e partecipiamo alle manifestazioni del movimento No Kings, nato per difendere la democrazia e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse dall’amministrazione Trump. Non chiediamo solidarietà fondata sulla pietà. Costruiamo alleanze tra persone che comprendono come la difesa dei diritti delle comunità migranti riguardi la qualità della democrazia di tutti. «SOLO IL POPOLO SALVA IL POPOLO» QUAL È L’ASPETTO PIÙ INNOVATIVO DI QUESTO PERCORSO? Luís Valentan: Abbiamo creato spazi comunitari che prima non esistevano. Per organizzare un semplice incontro sui diritti dei lavoratori ci ritroviamo nelle case, condividiamo un pranzo, una grigliata, discutiamo di come proteggerci e di come costruire solidarietà. Così molte persone statunitensi scoprono cosa significa vivere ogni giorno sotto la minaccia dell’ICE. Diventano nostre alleate non per carità, ma perché comprendono che la nostra è una battaglia comune. È questo che vogliamo: costruire un movimento capace di trasformare la società. Per questo diciamo che solo il popolo salva il popolo. Per noi la lotta non significa soltanto resistere. Significa anche cantare, fare musica, dipingere murales, celebrare la vita. Dentro NDLON l’arte e la cultura sono strumenti di organizzazione politica. Come dice Pablo Alvarado: «La lotta non è solo lottare, è anche cantare e celebrare.» Vogliamo costruire un movimento che non si esaurisca nella fatica della resistenza, ma che continui a generare forza, relazioni e speranza. DARE VOCE AI LAVORATORI: LA NASCITA DI RADIO JORNALERA IL TUO PERCORSO DI ATTIVISTA TI HA PORTATO ANCHE A DIVENTARE COMUNICATORE. COME NASCE RADIO JORNALERA? Luís Valentan: È stato un percorso naturale. Dopo l’esperienza in Arizona ho lavorato con diverse organizzazioni popolari e, nel 2017, sono entrato a far parte di NDLON. Nel frattempo avevo frequentato un laboratorio di conduzione radiofonica con Rubén Tapia, giornalista della radio comunitaria KPFK di Los Angeles. Lì ho capito che la comunicazione poteva diventare uno strumento fondamentale di organizzazione. Proposi a NDLON di creare una radio comunitaria, ma all’inizio nessuno era convinto. Così organizzai un corso di comunicazione per un piccolo gruppo di jornaleros. Alla fine del laboratorio realizzammo una trasmissione pilota. Quando i responsabili di NDLON la ascoltarono rimasero sorpresi: non immaginavano che quei programmi fossero stati prodotti da lavoratori migranti senza alcuna esperienza professionale. Fu allora che decisero di investire davvero nel progetto. Cominciammo in una piccola stanza, con pochissimi mezzi, ma con una convinzione molto forte: i lavoratori migranti dovevano poter raccontare la propria realtà senza intermediari. Per me il risultato più importante non è stato creare una radio. È stato vedere persone che non avevano mai preso la parola in pubblico scoprire di essere capaci di parlare, raccontare, condurre una trasmissione, informare altre persone. La radio ha restituito fiducia a molti lavoratori. Ci siamo appropriati di strumenti da cui eravamo sempre stati esclusi: internet, il linguaggio digitale, i microfoni. Soprattutto abbiamo conquistato qualcosa di essenziale: il diritto di rappresentarci da soli. QUINDI SEI STATO L’IDEATORE DI RADIO JORNALERA? L’idea iniziale è stata mia, ma Radio Jornalera è il risultato di uno sforzo collettivo. Senza i lavoratori e le lavoratrici che hanno creduto nel progetto non sarebbe mai esistita. Oggi la rete conta ripetitori in diversi Stati degli USA e anche in Guatemala, El Salvador e Costa Rica. È diventata uno spazio di informazione e formazione sui diritti delle persone migranti, costruito direttamente dalle comunità. IL RITORNO FORZATO IN MESSICO Dopo oltre trent’anni negli Stati Uniti, Luís si è trovato dall’altra parte della frontiera. Come migliaia di altre persone deportate o costrette a lasciare il paese, ha dovuto ricominciare da zero. CHE COSA ACCADE OGGI A CHI VIENE DEPORTATO? Le persone arrivano spesso senza documenti, senza soldi e senza telefono. Il governo messicano ha creato un programma di accoglienza che dovrebbe facilitare il rilascio dei documenti, l’accesso alla sanità e ad alcuni sostegni economici. Ma nella pratica le cose funzionano molto peggio. Molti uffici sono impreparati, prevalgono burocrazia, disorganizzazione e scarsa comprensione dei traumi vissuti da chi è stato deportato. Per questo NDLON ha costruito una rete di accompagnamento. Diffondiamo informazioni, aiutiamo le persone a orientarsi tra le pratiche amministrative e, quando necessario, mettiamo a disposizione volontari che le seguono nei rapporti con gli uffici pubblici. Molti deportati parlano ormai più inglese che spagnolo. Altri parlano solo lingue indigene. Molte procedure sono esclusivamente online, ma tante persone non possiedono né un computer né una connessione internet. Anche questo diventa un ostacolo. Il nostro obiettivo è creare in Messico Centri per il Lavoro simili a quelli costruiti negli Stati Uniti: luoghi di formazione, organizzazione e sostegno per chi è stato costretto a tornare. E saranno aperti non solo ai cittadini messicani, ma anche alle persone migranti che oggi rimangono bloccate in Messico. «SIAMO TUTTI DEPORTATI» TU HAI SCELTO DI LASCIARE GLI STATI UNITI PRIMA DI ESSERE ARRESTATO. TI RICONOSCI NELLA DEFINIZIONE DI “AUTO-DEPORTATO”? Luís Valentan: Io preferisco dire che siamo tutti deportati. Certo, sono partito con le mie gambe. Ma quando vivi sotto una minaccia permanente, quando sai che puoi essere arrestato in qualsiasi momento, rinchiuso per mesi, trasferito in catene da un centro di detenzione all’altro o mandato in un paese qualsiasi, quella non è una scelta libera. È una deportazione. Con questa amministrazione nessuno può sentirsi al sicuro. Io stesso temevo che il lavoro di controinformazione svolto con Radio Jornalera potesse trasformarmi in un bersaglio. Ho cinque figli. I tre più grandi sono cittadini statunitensi. Le due più piccole vivevano con me. Non volevo che la mia famiglia attraversasse il trauma di un arresto violento o di una lunga detenzione. Dopo trentatré anni di contributi sapevo comunque che non avrei mai avuto diritto alla pensione. A quel punto mi sono detto che non avrei regalato altro tempo della mia vita a quel sistema. Così ho deciso di tornare in Messico. LO SHOCK DEL RITORNO COM’È STATO RICOMINCIARE? È molto più difficile di quanto immaginassi. Dopo trentacinque anni il mio paese era quasi diventato uno sconosciuto. Certo, ho ritrovato la mia comunità, la mia famiglia, luoghi che non vedevo da decenni. Ma un ritorno è sempre anche uno shock culturale. Ci sono giorni in cui ti chiedi se hai fatto la scelta giusta. Poi guardi quello che continua ad accadere negli Stati Uniti e pensi che, nonostante tutto, qui stai meglio. La parte più dolorosa riguarda la mia famiglia. Mia moglie e le mie due figlie più piccole non sono riuscite ad adattarsi al Messico e sono tornate negli Stati Uniti. Quando ero emigrato ero partito da solo. Pensavo che almeno il ritorno lo avrei affrontato insieme alla mia famiglia. Invece oggi vivo qui da solo. Accompagno ogni giorno altre persone deportate, ascolto le loro storie e, nello stesso tempo, continuo a fare i conti con la mia. Non ho avuto nemmeno il tempo di reinserirmi davvero. «TRASFORMARE LA REALTÀ» IN QUESTO NUOVO CONTESTO PUÒ NASCERE UN’ALTRA STAGIONE DI ORGANIZZAZIONE? Luís Valentan: È quello che stiamo cercando di fare. L’esperienza accumulata negli Stati Uniti non deve andare perduta. Può diventare uno strumento per rafforzare le comunità che oggi vivono in Messico, siano esse persone deportate o migranti in transito. Dobbiamo continuare a organizzarci. Dobbiamo trasformare la realtà dei nostri quartieri, delle nostre comunità, dei nostri paesi. Non possiamo limitarci a sopravvivere. 1. Lavoratore edile messicano di 52 anni, residente da circa 35 anni a Houston. È stato ucciso il 7 luglio 2026 da un agente dell’ICE durante un’operazione di controllo. Le autorità sostengono che abbia tentato di investire un agente con il proprio veicolo; la famiglia, i testimoni e i legali contestano questa ricostruzione. La sua morte è oggetto di indagini federali ed è diventata uno dei simboli delle proteste contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump ↩︎ 2. Cittadino colombiano di 25 anni, residente nel Maine con la compagna e la figlia. È stato ucciso il 13 luglio 2026 durante un’operazione dell’ICE a Biddeford, pur non essendo il principale obiettivo del blitz. Anche in questo caso la dinamica è controversa e sono in corso indagini federali ↩︎ 3. Cittadino messicano di 28 anni, originario dello Stato di Guanajuato. È morto il 14 luglio 2026 a St. Augustine (Florida), investito da un camion mentre fuggiva da un’operazione dell’ICE. Secondo la famiglia si trovava negli Stati Uniti con un visto regolare e sarebbe dovuto rientrare in Messico pochi giorni dopo ↩︎
Messico arde
Ci arriva dal Messico il podcast Messico Arde che tenta di raccontare le guerre intestine che divorano il paese centramericano laddove non arrivano i riflettori del mondiale di calcio. Una società squarciata dalla violenza dei militari, delle milizie private, dai narcotrafficanti, dalle grandi industri minerarie e agro-alimentari, sulla pelle delle popolazioni urbane e indigene che continuano a resistere giorno dopo giorno per mantenere la propria autonomia e nel tentativo di chiedere giustizia per tutti i morti e gli scomparsi di questa guerra. Ne parliamo con Francesco del Nodo Solidale. Il podcast lo trovate su: MESSICO ARDE – podcast : Nodo Solidale : Free Download, Borrow, and Streaming : Internet Archive
Messico arde
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Messico arde
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July 23, 2026
Radio Blackout
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Seconda parte
Seconda parte del racconto di Veronica, una giovane volontaria italiana,  sull’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Link alla prima parte dell’articolo. Come arrivano le persone all’“albergue de seguridad”? Principalmente attraverso altre associazioni (Acnur, Jesuit Refugees Service, Oim, FrayMa). Quando qualcuno arriva spontaneamente alla porta, specialmente se centroamericano, viene valutata la situazione, verificato che abbia già iniziato un percorso di richiesta asilo e fatto un controllo dei documenti. Questa misura, che al primo impatto mi è sembrata troppo drastica, ha in realtà l’obiettivo di evitare che i persecutori possano entrare, mantenendo al primo posto la sicurezza degli ospiti. Qui le persone ricevono un posto sicuro per dormire, beni di prima necessità e prodotti basici di igiene, abbigliamento e tre pasti al giorno – purtroppo ad oggi, dati i tagli dei fondi, non sufficienti a un’alimentazione equilibrata. Recente il caso di una neonata portata d’emergenza in ospedale, il cui problema era proprio l’alimentazione non corretta della mamma. I dormitori sono suddivisi tra uomini, donne, famiglie (solo nel caso di padri con figlie e famiglie complete con bambini piccoli) e sezione dedicata alle diversità, di fatto l’unica in tutta la provincia. Oltre all’assistenza umanitaria, gestita da un’equipe composta da staff, volontari locali e volontari che come me vengono a passare qui un periodo (solitamente 6 mesi) e vivono all’interno del centro (a maggio eravamo in tutto oltre 15 persone tra staff e volontari nella sezione assistenza umanitaria), esiste un servizio di assistenza integrale. Supporto legale e aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se irregolare; visite mediche, dentistiche e supporto psicologico in rete con altre associazioni (MSF, MdM, Save the Children…). Una scuola con ore dedicate a tutte le età. Uno spazio per le donne e un circolo di ascolto, confronto e attività che ha luogo ogni settimana. Una piccola biblioteca, una sala computer, uno spazio di gioco per i bambini, un campo per partite di calcio, basket, o pallavolo. Grazie ai volontari e ad altre associazioni, vengono costantemente promosse attività per adulti e bambini. La notte del cinema, la serata dei talenti, il corso di ballo, quello di spagnolo per la popolazione haitiana. In questi mesi, un’ospite sordomuta ha organizzato con il supporto di un volontario un corso di lingua dei segni, affinché volontari e utenti potessero comunicare con lei e imparare un nuovo linguaggio. Poi, quando è possibile, qualche uscita con i bambini, attività specifiche legate a feste o ricorrenze, laboratori per i più piccoli. Tutti gli utenti maggiorenni e senza problemi di salute o impedimenti fisici vengono suddivisi in squadre e ogni mattina, così come dopo ogni pasto, si occupano della pulizia delle aree comuni. Noi volontari controlliamo che tutto venga svolto correttamente e non è il migliore dei lavori. Qualcuno non si presenta, qualcuno si infastidisce perché fa sempre più di altri. Qualcuno torna stanco da 10 ore di lavoro. Ma in realtà sento che questo sistema crea comunità, senso di appartenenza degli spazi, e cosa più importante, evita di cadere nella tentazione dell’assistenzialismo. J., che per la sua età non è coinvolto nelle pulizie, ogni mattina alle 7 si propone come volontario per pulire l’area della spazzatura: mi piace lavorare, dice e almeno sento che anche io posso fare qualcosa. Il lavoro dei volontari consiste principalmente nell’aiutare nella preparazione e distribuzione dei tre pasti al giorno, supervisionare le pulizie e presidiare lo sportello nel quale viene distribuito tutto ciò che può servire: sapone, carta igienica, spazzolini da denti, crema, deodorante, assorbenti, pannolini, rasoi, abbigliamento in caso di bisogno, ma anche giochi per bambini e adulti in prestito, ago e filo, un rasoio o una piastra per i capelli, tagliaunghie, forbici, ecc. Parte del lavoro, svolte le mansioni ordinarie, è poi proprio quello che chiamano “socializzazione”: una partita a domino o a scacchi, una a volley con i ragazzi più grandi, un gioco con i bimbi, o semplicemente sedersi su una panchina e ascoltare. Più di una volta, in queste settimane, mi sono sentita ripetere: “Grazie per avermi ascoltato”. C’è chi vuole raccontare la sua storia, chi vuole solo parlarti del cibo nel suo Paese, chi ha bisogno di sfogare lo stress e il malessere di questi mesi rinchiusi con una partita a carte. Una ragazza mi parla della relazione con il figlio di otto anni che ha dovuto lasciare nel suo Paese. Qualcuno racconta il suo viaggio, qualcun altro mi chiede se, in caso di bisogno, sarei capace di uccidere. A volte è sufficiente un complimento per il nuovo colore di capelli o per un vestito. Una delle frasi che più mi hanno colpito mi è stata detta da E., 63 anni, dopo uno scambio di battute sul pessimo pasto appena mangiato (l’ennesimo piatto di “spaghetti” ai würstel): “Sono grato per tutto ciò che mi date qui. Prima di arrivare qua dormivo per strada, mi lavavo nel fiume, mangiavo quello che trovavo. Qui posso dormire al sicuro, fare la doccia e mi ascoltate. Mi avete fatto sentire di nuovo umano.” È proprio da questo episodio che è nata l’idea di organizzare un’uscita al mare, che si trova appena a mezz’ora, ma che raramente gli utenti visitano: per molti anche solo il biglietto dell’autobus è un costo insostenibile, soprattutto per le famiglie. E poi là, una merenda, o anche solo un posto all’ombra, diventano un ostacolo insuperabile. Ci sono andata nel mio primo giorno libero e al ritorno un signore orgoglioso di essere nato “davanti alla spiaggia più bella del mondo”, mi ha confessato di non vedere il mare da 25 anni. Da lì la decisione di organizzare una piccola raccolta fondi in Italia, tra amici e famigliari, per regalare una giornata diversa a chi per settimane o mesi resta chiuso qua dentro. Hanno risposto tutti con grande generosità, permettendo non solo di portare i minori e gli anziani, ma tutte le persone che ne avevano la voglia e la possibilità. Le difficoltà logistiche, organizzative e il tema della sicurezza non sono state poche, ma la giornata, per quanto semplice, per molti è stata davvero speciale. Dimenticare per un attimo la pressione, l’isolamento, la solitudine. Restituire normalità e dignità. Poi quando si fanno queste cose è sempre bellissimo vedere ciò che si genera: qualcuno quel giorno ha trovato un lavoro dignitoso. Si sono generati nuovi contatti e opportunità per tutti gli utenti e per l’albergue (come una visita gratuita all’acquario) e si è rafforzata la rete territoriale. A volte, solo uscire dalla routine genera opportunità. Sarebbe bello che un luogo così avesse la possibilità economica e i finanziamenti per garantire questo tipo di esperienze con continuità. Sarebbe ingenuo dire che sono quelle che fanno la differenza, quando le persone rischiano la vita o non hanno un luogo in cui dormire, ma sappiamo che sono quelle che ci rendono umani, che ci emozionano e che ricordano la voglia di andare avanti. Con alcune persone si sono creati legami più personali e una delle difficoltà è stata senz’altro mantenere un trattamento egualitario con tutti. Il che non è sempre facile, soprattutto considerando la barriera linguistica con alcune persone e i bisogni e le situazioni profondamente diversi. Per me la difficoltà più grande è stata abituarmi alla rigidità del posto. Il regolamento vieta, ad esempio, di fumare all’interno del centro, stabilisce orari specifici di uscita e proibisce di rientrare dopo le 18 se non per motivi di lavoro (comunque da concordare). Sono proibite anche liti, discussioni, insulti, ma anche relazioni sesso-affettive. Anche per una videochiamata è necessario richiedere una stanza chiusa. Durante la mia permanenza, sono state “espulse” diverse persone per varie ragioni: dai casi di molestia, a una lite con insulti tra due donne, entrambe fatte uscire la mattina seguente. Un caso che mi ha colpito particolarmente è stato quello di una madre con un figlio adolescente, che durante la prima notte avrebbe fumato sulle scale e assunto delle droghe, oltre ad aver scattato foto agli altri ragazzi senza il loro consenso. La mattina seguente, tornando dall’Ufficio Immigrazione, hanno trovato le loro cose fuori dal cancello e si sono ritrovati di nuovo per strada. In quel momento ho avuto forti dubbi sul restare in un luogo che non è in grado di dare supporto anziché voltare le spalle in una situazione del genere. È difficile, soprattutto provenendo dal contesto milanese, ricordare che ci sono dinamiche di rischio e sicurezza diverse e che le problematiche che attraversano le persone sono profondamente differenti. È difficile ricordare che questo è un luogo che non si occupa di integrazione, ma di assistenza umanitaria e protezione. Però qui M., a cui hanno ucciso il primo figlio in Honduras, può andare tutti i giorni a lavorare lasciando l’unico figlio che gli rimane, adolescente, senza doversi preoccupare per la sua incolumità, o per il fatto che possa finire nei giri sbagliati. T., papà solo di 4 figlie, fuggito dal suo Paese quando le pandillas (organizzazioni criminali dette anche maras) hanno accerchiato casa sua per dargli fuoco, mi racconta che aveva insegnato alle ragazze, nel caso sentissero degli spari, a salire sul tetto e a scappare da li, anziché scendere a cercarlo o aspettarlo). Quasi non esce perché è sicuro di essere stato seguito fino in Messico e mi dice con le lacrime agli occhi: “Qui, almeno, capiscono subito se possono fare entrare qualcuno. Ti ricordi quel delinquente che è arrivato con la sua mamma? Lo hanno cacciato il giorno dopo e ora sono più tranquillo.” Non sappiamo se quel ragazzino fosse davvero un delinquente, ma è certo che qui a volte è sufficiente una foto pubblicata, una conoscenza di una conoscenza, una parola di troppo o un nome detto alla leggera sul trasporto pubblico per mettere a serio rischio la vita di una famiglia. È difficile stare in un luogo che non è in grado di accompagnare anche chi è più problematico, ma è certo che qui i bambini giocano sereni, i ragazzi socializzano e si divertono e le madri e i padri finalmente respirano tranquilli perché sanno che i figli strappati dalla violenza, dal pericolo e dalla paura sono al sicuro.   Anna Polo
July 20, 2026
Pressenza
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parte
Veronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi, un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone, nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho contattati e sono partita. Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui è J, e tu da dove vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.” Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova uno spazio sicuro e di ascolto. Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie, così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana. La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento; io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula. Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività extra organizzate internamente. Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze; i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over 60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno). Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone, in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima necessità e servizi. La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati (l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi). Foto di Ale Cárdenas Olguín I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%). La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per “scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador, Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico. Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime. Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari, narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni avvengono qui) Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si fermeranno dove non riusciranno a trovarli. Anna Polo
July 19, 2026
Pressenza
Mirando al otro lado: storie di donne alla Frontiera
ZONA LIMINALE L’aeroporto internazionale di Tijuana è un crocevia unico nel suo genere, perché collega gli Stati Uniti al Messico. Il terminal principale in territorio messicano è collegato con un ponte a un secondo edificio che supera il confine e arriva a San Diego. Questa caratteristica rende lo spazio frenetico: il suono delle valigie che scorrono sui pavimenti lucidi si mescola al brusio delle conversazioni in spagnolo, in inglese e in molte altre lingue. All’uscita di questa torre di Babele, due file raccontano storie diverse: una è diretta verso gli Stati Uniti ed è frequentata da turisti abbronzati di ritorno da mete tropicali, coi passaporti rossi stretti in mano; l’altra, quella che porta a Tijuana, accoglie un mosaico di nazionalità. E qui si vede di tutto, dai pensionati americani in cerca di medicine a basso costo ai migranti haitiani con infradito ai piedi e un borsone a tracolla. Superati i controlli sbrigativi, mi trovo all’esterno dell’aeroporto. Senza uno spiazzo o un parcheggio in cui fermarsi, si è costretti a sbucare sull’arteria frenetica che collega il terminal al resto della città. Sono solo le 17.00 ma è già buio e il freddo penetra le ossa in profondità perché il clima desertico, qui, non ha mezze misure. All’età di 78 anni, Madre Albertina ha dedicato oltre cinquant’anni alla vita religiosa, distinguendosi come una figura di spicco nell’accoglienza. Di statura bassa e corporatura robusta, il suo viso è incorniciato da una chioma bianca che racconta una vita di dedizione. Nonostante gli anni, traditi dal passo goffo, dietro le lenti spesse dei suoi occhiali si cela uno sguardo appassionato e risoluto, riflesso di una forza interiore inossidabile. Esperta nella gestione delle migrazioni, ha lavorato instancabilmente con la congregazione degli Scalabriniani, tracciando un percorso che va dal Brasile all’Honduras, passando per la Repubblica Dominicana. La sua carriera pluridecennale e l’esperienza internazionale la consacrano come una veterana nel campo dell’accoglienza e la portano a essere l’attuale direttrice di un rifugio per donne migranti: l’Instituto Madre Asunta di Tijuana. Le sorelle dell’Instituto mi vengono a prendere in macchina per portarmi verso la mia nuova casa. Durante il tragitto, Albertina, con il suo spagnolo dal marcato accento brasiliano rompe il silenzio imbarazzato e mi chiede: «Hai già notato il muro?» La domanda mi lascia interdetta, finché non collego le sue parole al Muro de la Vergüenza, quella barriera che ci separa dagli Stati Uniti e che ogni anno vede passare circa mezzo milione di persone. Il muro non impressiona solo per l’altezza di cinque metri, ma soprattutto per la sua lunghezza: circa un terzo del confine totale tra Messico e Stati Uniti, lungo 3.145 chilometri. Questa monumentale struttura militare, progettata per contenere la migrazione illegale, ha avuto un costo enorme. Secondo i dati del Government Accountability Office (GAO), tra il 1994 e il 2024 il governo ha speso tra i 30 e i 70 miliardi di dollari. Istintivamente volto lo sguardo. Lì, nel buio di un tramonto precoce, si erge il muro, altissimo e colorato di rosso cupo, un monolite che nella sua banale presenza sfida la realtà. «Lo vedi?», mi dice Albertina dal sedile di fronte, indicando con la mano lo spazio che si sviluppa oltre il muro. «Per noi, quello è el otro lado». Non gli Stati Uniti, non San Diego, ma ciò che si trova dall’altra parte del muro. Perché a Tijuana, tutto si riduce a un muro. A GLOBAL WAITING ROOM Per allontanarsi dall’aeroporto in direzione del centro di Tijuana, si costeggia Colonia Libertad, uno dei quartieri più densamente popolati e problematici dell’intero stato della Baja California. Come molte periferie latinoamericane, questo quartiere si sviluppa in verticale, con le case che si arrampicano lungo le ripide strade dei cerros [colline, ndr]. Da lontano appare come un insieme armonico di abitazioni colorate, ma attraversandolo ci si ritrova in un caos urbanistico: edifici in lamiera, campi abitati da galline, fogne a cielo aperto e strade non asfaltate. In questo labirinto di vie polverose non è raro incontrare cani randagi o vestiti in vendita appoggiati direttamente sul pavimento, elementi in netto contrasto con le lucenti macchine sportive che ogni tanto sfrecciano per le strade e sembrano quasi un miraggio. > Tijuana è stata fondata poco più di cento anni fa, ma oggi è la sesta area > metropolitana del paese, grazie alla prossimità agli Stati Uniti e la > crescente industrializzazione che hanno da sempre attratto un’enorme quantità > di persone. Infatti, è una città storicamente costruita dai migranti, nata > come luogo di passaggio verso il confine. Vissuta come spazio transitorio, > trasmette un costante senso di precarietà, con evidenti segni di > trascuratezza. Il centro è un paese dei balocchi fatto di bar, discoteche e bancarelle, mentre le periferie raccontano un’altra quotidianità. Qui, migranti e residenti vivono ai margini, in quartieri senza luce e acqua, con case instabili fatte di cartone e legno. È chiaro che chi resta lo fa più per necessità che per scelta, aspettando la possibilità di realizzare il proprio American Dream. Generazioni nate qui vivono sospese in un limbo. Punto nevralgico di interessi globali, la composizione demografica è in costante evoluzione. Così, traiettorie impensabili fino a pochi anni fa portano in città persone da ogni angolo del pianeta. Per questa ragione, molti ricercatori vedono in Tijuana una cartina di tornasole dei flussi migratori globali. Lavorando qui incontro Amanda, professoressa di Migration Studies negli Stati Uniti. Da quasi dieci anni vive tra Washington e Tijuana, dove ha trovato un affascinante campo di indagine. È originaria delle comunità afrodiscendenti del Brasile e lei stessa si definisce una migrante: ha lasciato il suo Paese per gli Stati Uniti, alla ricerca di sicurezza e opportunità. Con un passato nell’attivismo e nel giornalismo, e un pragmatismo che si riflette nella sua postura dignitosa e nei ricci compostamente raccolti, Amanda porta uno sguardo attento su Tijuana, una città che considera un esempio unico. «Il Messico è un caso molto interessante» dice, picchiettando una bic nera sul tavolo della cucina. «Per lungo tempo, è stato considerato un sending country, soprattutto nel contesto degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, però, il paese ha guadagnato forza e sta attirando un numero crescente di migranti in transito. In passato, molti migranti provenienti dall’America Centrale usavano il Messico come semplice paese di passaggio, e il transito era generalmente rapido. Negli ultimi dieci anni, invece, questo schema è cambiato: oggi osserviamo anche un crescente movimento migratorio dall’Asia, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Europa. I flussi non rispettano più i confini continentali, ma sono diventati a tutti gli effetti un fenomeno globale. Io chiamo spesso Tijuana una “sala d’attesa globale”, dove le persone si ritrovano e aspettano che il loro destino venga deciso». Foto di Sabrina Aidi DOMANDA FACILE, RISPOSTA DIFFICILE L’Instituto Madre Asunta AC è un rifugio di ispirazione religiosa per donne migranti e i loro figli, fondato a Tijuana nel 1994. Dall’esterno, l’edificio azzurro chiaro appare consumato dal tempo, con l’insegna che porta i segni di decenni di polvere e sole scottante. L’interno, invece, nascosto dall’alto cancello, rivela il suo vero volto solo oltrepassata la soglia: superata la reception, si apre una comoda sala d’attesa dove tantissimi orsacchiotti variopinti riempiono il grande divano di camoscio. Nel corridoio si susseguono l’ufficio della direttrice e dell’assistente sociale, poi le voci di decine di bambini che giocano e l’odore dell’incontro delle ricette messicane, cubane, venezuelane pervadono tutti i sensi. In fondo al corridoio ci sono, i dormitori, i luoghi più intimi, con una decina di letti a castello per stanza. Nell’altra direzione, invece, si va nel comedor [Mensa, ndr], dove ogni giorno alle 12.30 e alle 18.30 le famiglie si riuniscono per la preghiera e il pasto. La religiosità del luogo è rivelata dalle pareti, punteggiate da immagini sacre e testi di varie preghiere; una di queste, recitata spesso durante i pasti, esprime gratitudine per ciò che viene offerto. Le regole sono rigide: giornate scandite, preghiere quotidiane e due messe settimanali, divieti su abbigliamento e alcol, limitazioni nell’uso del cellulare. Inoltre, un filtro sull’accoglienza esclude uomini, donne omosessuali e persone transgender. Inizialmente, l’obiettivo di questo centro è stato offrire un rifugio d’emergenza a tutte le persone deportate dagli Stati Uniti, permettendo loro di fermarsi per qualche giorno in un luogo sicuro per riorganizzare i propri progetti di vita. Tuttavia, come molti altri rifugi a Tijuana e più in generale sul confine settentrionale del Messico, ha presto adattato la propria missione ai tempi. La stessa direttrice, Madre Albertina, mi racconta: «La vera sfida di questo lavoro è sapere che dovrai cambiare la tua natura, le tue regole, la tua stella polare. Se cambiano le politiche migratorie, cambi anche tu». Con l’introduzione di nuove misure da parte degli Stati Uniti, come il piano Remain in Mexico e il Title 42, la demografia della città ha subito una trasformazione significativa. Infatti, mentre Remain in Mexico ha portato migliaia di persone al confine ad attendere asilo umanitario, l’introduzione nell’epoca del Covid-19 del Title 42 ha reso la deportazione più semplice. > In questo modo, Tijuana è diventata un centro nevralgico dove chi vuole > migrare condivide la scena con chi è stato invece espulso dagli USA. Questo ha > spinto molti centri, come l’Instituto Madre Asunta, a trasformarsi da > strutture di emergenza a rifugi temporanei. Secondo l’ultimo regolamento del > centro, le donne con i loro figli possono rimanere non oltre i tre mesi. > Tuttavia, la realtà ha visto molte di loro prolungare la permanenza fino a > cinque mesi o più. Elizabeth è la psicologa infantile del centro, originaria dello Stato di Sinaloa. Con il viso rotondo e gli occhi a mandorla, ha una incredibile capacità di trasmettere affetto e calore in qualsiasi momento della giornata. Sempre circondata da bambini che le cingono le gambe, sceglie abiti colorati e brillanti, portando un tocco di allegria in ogni stanza che attraversa. Quasi cinquantenne e madre di tre figli, incarna un senso innato di maternità. Il suo ufficio, seppur piccolo e un po’ buio, è un rifugio di creatività: giocattoli, cartelle cliniche e una pila di disegni colorati riempiono lo spazio. Qui il personale trascorre molte ore pianificando attività per i bambini del rifugio. Un giorno, proprio lì, mentre condividiamo racconti sulla nostra terra d’origine, le chiedo cosa l’abbia spinta a lasciare Sinaloa. Esita per un secondo. Il silenzio è evidente. Le chiedo allora se sia una domanda difficile. Con un sorriso affettuoso, ma attraversato da nostalgia, risponde: «No, la domanda è semplice. Ma la risposta è difficile». La famiglia di Elizabeth ha vissuto il desplazamiento forzado interno, lo sfollamento forzato interno. In Messico, questo fenomeno riguarda persone e comunità costrette a lasciare le proprie case a causa di disastri climatici o, più spesso, di violenza strutturale e sistemica. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre(IDMC), tra il 2008 e il 2025 il numero di sfollati interni nel Paese ha raggiunto un totale di 390.000 persone. L’88% riguarda nuclei familiari, soprattutto nelle comunità indigene. Le donne rappresentano il 57% degli sfollati, gli uomini il 43%. Gli stati più colpiti sono Michoacán, Chiapas e Zacatecas, con Michoacán che da solo concentra quasi la metà dei casi. Nel caso degli sfollamenti legati alla violenza, le forme più frequenti includono l’uso di armi da fuoco, la presenza di gruppi armati, la distruzione di proprietà, minacce, saccheggi e omicidi. In un contesto in cui questo fenomeno è così diffuso, non sorprende che anche la famiglia di Elizabeth ne abbia fatto esperienza. Sinaloa, il suo stato d’origine, è l’epicentro di uno dei cartelli più potenti del Messico, con operazioni che si estendono oltre i confini nazionali. Elizabeth, con la voce rotta e le lacrime agli occhi, mi racconta: «Ricordo mia madre svegliarsi presto, come sempre, perché nelle campagne ci si alza all’alba. Quella mattina, aveva notato un via vai incessante di auto di fronte alla nostra casa. Non si era accorta degli spari, iniziati alle quattro. Ma quando si era resa conto del trambusto, è andata a trovare uno zio che le ha raccontato l’intera vicenda. Erano stati avvertiti che a mezzogiorno nessuno doveva trovarsi nel ranch. La minaccia era scritta con del sangue ed era già stata uccisa una donna, suo marito e suo figlio. La città cadde in una psicosi generale. In quel momento, le persone hanno cominciato a caricare le loro cose più preziose nelle auto. Quando mia madre si era resa conto della gravità della situazione, è tornata a casa. Mio padre non c’era; era in città. Chiedendosi cosa fare e con chi andare, mentre molte auto già partivano, alla fine, ha preso la sua borsa e vi ha infilato dentro le cose più importanti. È andata dallo zio e insieme sono fuggiti, seguendo il gruppo di auto in carovana. Alle 10:11 del mattino, il ranch era rimasto deserto. Le persone rimaste sole nel ranch non avevano un’auto per fuggire, così hanno iniziato a camminare. Hanno camminato per giorni, nascondendosi tra le colline, perché subito dopo la partenza della carovana sono arrivati i sicari del crimine organizzato. Chi è rimasto nel ranch si è trovato faccia a faccia con uomini armati. Non c’erano più vicini, solo auto che sfrecciavano e spari ovunque». Gli effetti di questo fenomeno sulle comunità sono devastanti perché, come continua Elizabeth con un filo di voce, sfregando nervosamente le mani: «Anche se le famiglie hanno trovato nuove forme di vita in altri luoghi, questo non significa che non siano private di tutto ciò che avevano. Oltraggiati è la parola giusta. Le cose materiali possono andare e venire, ma la loro stabilità emotiva è perduta per sempre. Quando ti tolgono ciò che ami di più — il tuo lavoro, la tua stabilità — inizi a decadere. I miei nonni sono morti aspettando di tornare al loro ranch, desiderando con tutto il cuore quel ritorno. Si sono ammalati, ma anche nonostante le cure, la loro salute fisica non contava più. Era la salute emotiva a mancare e questo è il danno più grande per uno sfollato o un migrante. Io questo non lo dico alle persone del centro, ma — purtroppo — nulla torna uguale a prima: anche il cibo non ha più lo stesso sapore». Manifestazione per l’8 Marzoi. LA GUERRA INVISIBILE Tutto questo accadeva nel 2012, ultimo anno del mandato del presidente Felipe Calderón Hinojosa, ricordato per l’Iniziativa Mérida sottoscritta nel 2007 con l’allora presidente statunitense George W. Bush. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti fornissero risorse economiche per combattere i cartelli in Messico e delineava quattro punti programmatici per i due paesi: incidere sulla capacità organizzativa del crimine organizzato, istituzionalizzare la capacità di mantenere lo stato di diritto, rafforzare i confini e costruire comunità forti e resilienti. Nonostante questa ampia progettualità, gran parte dei fondi è stata destinata alla lotta armata contro il narcotraffico, concentrandosi sulla cattura dei leader dei cartelli e sul sequestro della droga. Messico e Stati Uniti, tuttavia, hanno in larga parte trascurato il tema dell’impunità e della corruzione all’interno delle istituzioni, intervenendo soprattutto a livello federale e lasciando sullo sfondo le necessità dei contesti locali. Paradossalmente, questo approccio ha rafforzato i cartelli, aumentando il numero e la violenza, e alimentando sanguinosi scontri per il controllo del territorio. Una fonte anonima, che ha scelto di rimanere tale per ragioni di sicurezza, afferma: «Non esiste una cosa come la guerra contro il narcotraffico. Perché il narcotraffico sono tutti loro: in Messico il narco è un affare dell’esercito e lo è sempre stato. Non esiste una divisione netta tra governo da una parte e cartelli dall’altra: il Messico è un narco-stato. > Ai tempi di Calderón c’era solo El Chapo [Joaquín Guzmán, a capo del cartello > di Sinaloa, ndr]. Ma con la strategia di decapitare i leader dei cartelli, > ogni volta che se ne eliminava uno ne emergevano sette, perché altri volevano > prendere il controllo. Così sono nati più cartelli, sempre più violenti. Venti anni dopo, siamo arrivati a questo: spari e sirene fanno parte del paesaggio sonoro di Tijuana e di gran parte del Messico. Eppure pochi riconoscono che siamo in guerra civile». Nel 2006 c’erano sei cartelli di grande potenza distribuiti sul territorio, mentre, oggi, secondo il report di AC Consultores, il Messico ne conta oltre 175. Questa frammentazione, oltre a generare più violenza, crea maggiori problemi per il governo, perché le organizzazioni più piccole sono meno visibili e si diffondono molto più in fretta sul territorio. Secondo alcuni esperti, come il giornalista francese Frédéric Saliba, questo fenomeno è descrivibile come l’effetto scarafaggio: proprio come lo scarafaggio si sposta dalla cucina in cui si trova per non essere scoperto una volta accesa la luce, così le reti criminali si spostano in città, stati o regioni vicini alla ricerca di rifugi più sicuri con autorità statali più deboli. Sempre secondo il report, nel 2024 l’81% del territorio è stato teatro di guerre sanguinarie tra gruppi criminali e 108 milioni di abitanti sono oggi a rischio per il crimine organizzato. Casi come quello di Elizabeth, in cui intere comunità vengono sfollate, quindi, non sono rari. Anzi. Nel 2021, Tijuana ha accolto 15.000 persone in una settimana quando tre comunità vicine, provenienti dal Michoacán, sono state simultaneamente sfollate. Le cause dietro questi attacchi sono diverse. Nel caso del ranch della famiglia di Elizabeth, l’obiettivo era trasformare i campi in piantagioni di marijuana per alimentare il commercio su quel territorio, almeno fino a quando non fossero stati individuati dalle forze dell’ordine. Esaurito lo sfruttamento, i terreni vengono spesso abbandonati. Il Messico è oggi costellato di città fantasma: dopo lo sfollamento, infatti, nessuno ha il coraggio di tornare. Questi eventi, pur essendo degli evidenti segnali di una crisi umanitaria, non sono i più diffusi. Al contrario, la vera emergenza che sta attraversando il Paese è quella degli sfollamenti di natura privata. Spinti da motivazioni diverse — la protezione dei figli dal reclutamento forzato del narcotraffico, l’impossibilità di pagare il pizzo o la fuga dalla violenza domestica — questi movimenti sono frammentati, quasi invisibili nelle statistiche nazionali. «¡VIVAS NOS QUEREMOS!» L’8 marzo a Tijuana è un’esplosione di verde, viola e nero con striscioni e pañuelos che riempiono le strade. Il corteo è caotico e rumoroso: urla di dolore, musica vivace e giovani con passamontagna nero scrivono sui muri scritte come: aborto libero e sicuro subito! Ogni volto racconta storie uniche di dolore e di resistenza. C’è chi passeggia con un cartello, chi tinge il suo volto con due mani impresse dalla vernice rossa e chi sventola una bandiera messicana, sulla quale il rosso simboleggiante il sangue versato dagli eroi nazionali è sostituito dal viola, rivendicazione di un Messico femminista. L’atmosfera è carica di calore e solidarietà mentre le donne, unite, occupano le strade del centro rispondendo ai clacson impazienti con sorrisi e pugni alzati. La rabbia è tangibile e in quel momento tutte le presenti partecipano insieme all’esperienza di lotta e dolore delle loro compagne. Mentre cori come «Viva se la llevaron, viva la queremos» (Viva l’hanno portata via, viva la rivogliamo) riempiono l’aria, molte ragazze piangono e si stringono nel dolore. Quelle parole non sono solo rivendicazioni urlate al vento, ma testimonianze pulsanti di traumi e ingiustizie vissuti. Tra le manifestanti, alcune brandiscono martelli e mazze, spazzando via vetrine nelle vie centrali. E, mentre una folla riempie sempre più densamente la piazza del municipio, vedo un’adolescente accasciata per terra a singhiozzare. Sola, porta con sé un cartellone viola su cui c’è una foto in bianco e nero di una ragazza con lunghi capelli neri e occhi sorridenti. Sopra la foto una scritta: «Justicia Por Marìa». Su un lato del municipio si erge il monumento ai caduti, sobrio e semplice, con stemmi degli eroi di guerra sovrastati dalla scritta «Aquí empieza la patria,» (Qui inizia la patria). L’aria densa di fumogeni accesi rende l’atmosfera solenne. Un gruppo di manifestanti si avvicina al muro spingendo un cordone di poliziotte a schierarsi in difesa del monumento. Tra loro ci sono donne di tutte le età, impossibilitate a manifestare ma, che in segno di solidarietà, portano una rosa rossa infilata nel giubbotto antiproiettile. Un breve momento di tensione: le poliziotte respingono le ragazze, cercando di mantenere il perimetro del muro; le manifestanti restano salde, fisse nelle loro posizioni. Le voci si alzano, i cori diventano più insistenti, e i cartelloni vengono sollevati con orgoglio. In quel momento, qualcosa si spezza. > Alcune poliziotte cominciano ad asciugarsi le lacrime, stringendo più forte la > mano delle compagne. Un semplice sguardo basta a trasformare i due gruppi in > un’unica presenza, consapevoli di condividere la stessa storia e lo stesso > desiderio di cambiamento. Gli schieramenti si dissolvono in abbracci, parole sussurrate, sorrisi. Una giovane si avvicina e disegna il simbolo transfemminista sulle mani delle poliziotte: un gesto che sigilla una nuova forma di solidarietà. Tutte sono donne. E tutte si vogliono vive. D’altronde il Messico sta affrontando una grave crisi di violenza di genere: secondo i dati ufficiali del Governo Messicano, l’86% del territorio è sotto allerta per femminicidio e sparizione forzata di donne e bambine. La maggior parte delle donne dichiara di aver vissuto almeno un episodio di violenza nel corso della propria vita. Le forme più diffuse sono quella psicologica e quella sessuale, che insieme rappresentano la quota principale dei casi, seguite da violenza fisica ed economica. Si tratta spesso di episodi che avvengono in contesti relazionali e comunitari, segno di una violenza che si radica all’interno dei legami più intimi. I dati della Segreteria della Sicurezza Pubblica (SESNSP) restituiscono un quadro ancora più allarmante: nel Paese si registrano circa 11 femminicidi al giorno, per un totale di 4.817 donne uccise tra il 2018 e il 2023. A questi si aggiungono, tra il 2020 e il 2021, 416 vittime di sequestro e 957 casi di tratta, insieme a 21.188 denunce per stupro. Sarahi, 25 anni, è la psicologa generale presso l’Instituto Madre Asunta e si dedica al supporto della popolazione femminile migrante. Di corporatura esile, con lunghi capelli neri e un viso che mette in risalto occhi scuri e profondi, lavora nel campo da oltre due anni. Attraverso la sua esperienza personale, ha scoperto che mantenere una prospettiva di genere è essenziale per comprendere appieno il fenomeno migratorio in Messico. Infatti, le ragioni dietro alla migrazione si intersecano e, come mi racconta una mattina: «All’inizio pensi che arriveranno per via della migrazione forzata, ma quando ti addentri nella loro storia, la maggioranza ha vissuto casi di violenza domestica, sessuale, economica e quella delle autorità. L’abuso da parte delle autorità, mi spiega, si manifesta quando le donne denunciano violenze domestiche e si vedono negare giustizia, mentre viene loro consigliato soltanto di allontanarsi da casa. Abbandonate, si scoprono prive di sostegno, e sono costrette a migrare come unica via d’uscita. Nel suo racconto, Sarahi esplora come la rete di violenze sia profondamente radicata nei modelli familiari tradizionali. Mentre gli uomini non partecipano all’educazione dei figli, la comunità giudica duramente le donne che non incarnano l’ideale di brava madre, escludendole e discriminandole. Con un tono sempre più acceso, Sarahi interrompe spesso il suo discorso, soffocata dall’emozione: «Quando raccontano la loro storia, capisci a quanta violenza sono sopravvissute già dentro casa e come ciò impedisca loro di instaurare relazioni sane. Infatti, queste donne normalizzano la violenza, arrivando a credere di meritarla. Raccontano che, se picchiate, è perché non hanno preparato da mangiare o hanno rifiutato di assecondare il partner a letto. Indagando ancora, scopri che persino la loro infanzia è stata segnata dalla violenza. In casi di stupro o abuso, la madre spesso le invita a tacere. Così, si svela una storia familiare dove la violenza è un’eredità dolorosa, trasmessa di generazione in generazione.» Foto di Sabrina Aidi DONNE IN MOVIMENTO Negli ultimi anni, però, la struttura della famiglia in Messico è cambiata: secondo i dati del censimento della popolazione messicana (2020), in un decennio il numero delle famiglie senza una figura paterna è aumentato del 65%. Il padre, infatti, reclutato dal narcotraffico o spinto a migrare in cerca di opportunità lavorative, esce di scena. Con queste nuove responsabilità, non è raro che le donne, in quanto capofamiglia, scelgano di intraprendere il viaggio a loro volta. Però, ciò che distingue la migrazione femminile da quella maschile è la dimensione dei progetti: mentre storicamente gli uomini intraprendono progetti individuali, le donne, in quanto madri, restano fedeli ai loro ruoli sociali anche nel processo migratorio, assumendo con sé la responsabilità del nucleo familiare. Con questo fardello di aspettative e doveri, nel contesto di una violenza radicata nella società a tutti i suoi livelli, in viaggio queste donne devono fronteggiare diverse situazioni di vulnerabilità che le espongono ulteriormente. Attraverso il Paese, molte si trovano a vivere violenze sessuali, sequestri e abusi di potere. Fenomeni che impongono loro scelte difficili e dolorose. Tra le strategie di protezione più frequenti c’è l’uso di contraccettivi preventivi: la cosiddetta Vacuna Mexico [Vaccino Messico, ndr], un’iniezione anticoncezionale che molte donne iniziano a somministrarsi mesi prima del viaggio, anticipando possibili abusi sessuali per evitare gravidanze indesiderate. Allo stesso modo, alcune portano con sé grandi quantità di pillole del giorno dopo. Oltre alla protezione dalla violenza sessuale, alcune donne cercano sicurezza in un senso più ampio, trovando un marito per il viaggio: uno sconosciuto che, in cambio di favori sessuali, si finge loro compagno per l’intero tragitto, evitando spesso situazioni di rischio. Queste strategie evidenziano quanto sia più complesso e pericoloso per una donna affrontare la migrazione rispetto a un uomo. E purtroppo, le sofferenze non cessano nemmeno una volta arrivate al confine. Arrivare a Tijuana senza soldi, punti di riferimento e spesso senza documenti espone molte donne a una condizione di estrema precarietà, aprendo la strada a povertà e sfruttamento sessuale. M. e T., due ospiti del centro Madre Asunta, sono messicane fuggite dalla violenza nei loro stati d’origine, rispettivamente Zacatecas e Morelos. Le loro storie si somigliano a quelle di molte altre. M., per esempio, è arrivata in città con le sue tre figlie per sfuggire a un gruppo criminale locale, subendo furti lungo il tragitto e arrivando senza denaro. Dopo oltre cinque mesi all’Instituto Madre Asunta, in attesa di poter attraversare legalmente il confine, ha affittato una casa insieme all’amica T. per dare rifugio a sé stessa, alle cinque figlie e alla madre di T. Trovare un’abitazione è difficile, soprattutto per la popolazione migrante, e la casa ottenuta a caro prezzo in periferia è in condizioni pessime: priva di vetri nelle finestre, con la porta rotta e le pareti ammuffite, è divisa da una tenda in uno spazio unico dove le famiglie dormono su tre materassi accostati. M., donna corpulenta dai capelli liscissimi e biondi, si muove nello spazio della casa con difficoltà e, scaldando una dozzina di tortillas di mais, mi racconta che per lei è fondamentale poter arrivare negli Stati Uniti. Lei ha già vissuto a Chicago, dove ha dato alla luce altri due figli, ormai adulti che la aspettano lì. Dopo essere stata deportata, non li ha più rivisti e, visibilmente emozionata, mi rivela che loro non hanno mai conosciuto la più piccola della famiglia, nata otto anni prima a Zacatecas. Con l’idea di una famiglia riunita fissa nella mente, per lei Tijuana è diventata una prigione a cielo aperto. Case fatiscenti e sfruttamento della vulnerabilità delle donne sono all’ordine del giorno a Tijuana, dove in molti guadagnano sul business dei migranti. Il mercato del lavoro, coerentemente con questa idea, non offre scelte più sicure. È frequente che predatori sessuali e trafficanti ingannino le migranti con promesse di lavoro che si rivelano trappole per traffico di esseri umani o prostituzione. Le donne centroamericane sono più esposte ad abusi di potere e sequestri; quelle messicane, invece, pur non essendo riconosciute come migranti, non trovano protezione nemmeno nel proprio Paese, dove possono essere rintracciate da sicari e infiltrati. In Messico, nessuna donna è al sicuro. UN FORTINO IN CENTRO CITTÀ La Garita Internacional de San Ysidro è il punto di confine più trafficato al mondo: oltre 30 milioni di attraversamenti ogni anno. Qui, dove le strade caotiche di Tijuana sfociano nel limite con gli Stati Uniti, il confine non è solo una linea, ma un’esplosione di rumori, odori e colori che invadono i sensi. Il luogo è affollato e non lascia libero nemmeno un centimetro di asfalto: chi vende o affigge bandiere del Messico e degli Stati Uniti, chi ha un banchetto in cui vende bevande tipiche e patatine, chi cerca di guadagnare qualche moneta suonando chitarre e tromboni nei finestrini delle macchine in attesa. La vicinanza agli Stati Uniti rende l’aria densa e caotica, perché il confine è un magnete per interessi di tutti i tipi. Tijuana è la città dell’eccedenza e dei contrasti: qui ricchezza e povertà convivono mentre libertà e schiavitù si confondono. Esattamente a metà tra un Messico povero ma orgoglioso, e l’American Dream più sfacciato. Questo tipo di contrasti, negli anni, hanno portato alla nascita di diverse aree grigie in cui legalità e illegalità sono così tanto sfumate da creare un ecosistema unico nel suo genere. Un esempio è la Zona Norte, chiamata anche la “zona rossa” della città: qui la giurisdizione è sospesa e l’unica forza che conta è quella del narcotraffico. Come suggerisce il nome, questa è la zona di tolleranza per la prostituzione: un quartiere vicino al centro, dove, non appena cala il buio, le strade brillano di luci rosse, la musica si mescola in un unico rumore ovattato e gli angoli più bui sono occupati da chi fuma crack o giace sull’asfalto, sospeso tra la vita e la morte. > Il quartiere si anima di donne in tacchi a spillo e gonne corte, che con > sguardi ammiccanti cercano il prossimo cliente. Sebbene Tijuana non legalizzi > la prostituzione, rilascia permessi per esercitarla. Secondo l’ufficio > sanitario della città, negli ultimi quattro anni, il numero delle sex servers > registrate è quasi raddoppiato: da 5.500 permessi nel 2018, a 10.774 nel 2023. > Ma molte di queste donne sono costrette al lavoro sessuale dalle bande > criminali che controllano il territorio. Sempre l’ufficio sanitario stima che > circa 30.000 donne lavorino senza permesso e che una su quattro sia stata > costretta a farlo sin da bambina. La presenza del Cartello cristallizza alcune dinamiche. Per anni, Tijuana è stata considerata la città più pericolosa del mondo. Nel 2024, si colloca al sesto posto nella lista delle città con il più alto tasso di omicidi, con 1.844 crimini registrati in un solo anno. In risposta a questa realtà violenta e precaria, la società civile ha creato spazi di solidarietà, come cliniche, centri di prevenzione e oltre quaranta rifugi per migranti. Di questi, solo due sono specializzati nell’accoglienza di donne migranti con bambini e adolescenti: l’Istituto Madre Asunta e il Borderline Crisis Centre, un rifugio laico e femminista. Judith, la direttrice del Borderline, mi spiega che oggi le donne costituiscono una parte significativa della popolazione migrante e che senza una prospettiva di genere, non si riconosce come la violenza patriarcale sia alla radice della loro partenza e dei rischi affrontati durante il viaggio: «Le donne in mobilità affrontano le stesse violenze patriarcali e strutturali che tutte noi viviamo, ma con il peso dello sradicamento culturale e quindi con una vulnerabilità maggiore. Se non si adotta una prospettiva intersezionale, tutto questo passa inosservato.» Quando cammina tra le tende del rifugio, Judith è una figura rassicurante e rispettata: i bambini abbassano la voce al suo passaggio, mentre alcune mamme le sorridono, appoggiando una mano sulla spalla. Il suo stile, il tono di voce rauco e l’energia instancabile raccontano di una vita di sfide e di dubbi. Mi confida che si è avvicinata al femminismo tardi, perché non le piaceva pensare alle donne come vulnerabili, ma ha poi capito che essere femminista era qualcosa di più. I suoi capelli nerissimi, tagliati in modo irregolare e il rossetto rosso tradiscono un’anima punk, mentre la maglietta con il nome del rifugio la riconduce alla sua autorità. Solare e sicura, mi racconta di come il momento più buio della sua vita l’abbia portata proprio qui, a questo centro d’accoglienza. Il Borderline Crisis Centre è stato fondato nel 2015 come centro comunitario, offrendo informazioni, accesso al telefono e a Internet per le persone deportate, affinché potessero mettersi in contatto con le proprie famiglie. Tuttavia, con l’arrivo della prima amministrazione Trump e il piano Remain in Mexico, i flussi migratori sono cambiati. Anche questo centro è diventato rifugio temporaneo e nel 2020 Judith è entrata nella gestione. A quel punto, lo spazio è stato trasformato in un rifugio esclusivamente per donne e bambini. Era necessario creare un luogo sicuro, lontano dall’influenza di visioni religiose che, secondo Judith, perpetuano meccanismi di oppressione e discriminazione. Dopo tre anni di attività il centro è cresciuto, ma ha mantenuto una gestione comunitaria, con le stesse donne migranti che, con le loro famiglie, sono diventate le vere protagoniste dello spazio. Il rifugio si trova nella Zona Norte, tra la centralissima Avenida Revolución e il confine con gli Stati Uniti. Lavorare qui non è facile, ma ha i suoi vantaggi: «Abbiamo una posizione strategica, vicina al confine, a pochi passi. Molte donne vanno al confine, pensando di poter chiedere asilo ma, respinte, tornano indietro e, senza sapere dove andare, ci trovano. In realtà non è la prima sede: la prima è stata distrutta in un incendio provocato da un attacco del crimine organizzato. Questa è una zona ad alta tensione: narcotraffico, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale… e dipendenza da droghe. Le persone respinte al confine, spesso, si trovano in un vero e proprio campo quantico in cui diventa più facile comprare 50 pesos di metanfetamine che riuscire a mangiare tre pasti al giorno. In aggiunta, qui la polizia municipale approfitta della situazione perché per loro è come pescare pesci in un barile. Ci sono molte persone senza documenti, che la polizia deruba, aggredisce o a cui estorce denaro». Per la sua posizione e la sua struttura, il rifugio ricorda un fortino nel cuore della città. Un edificio abbandonato e decadente, protetto come un baluardo contro i pericoli esterni. Ma la realtà è che lavorare con la migrazione a Tijuana è pericoloso per tutti e le minacce sono sempre dietro l’angolo. Nessuna delle donne che ho incontrato ha scelto consapevolmente questo mondo; tutte ci si sono ritrovate dentro, come un uragano che travolge tutto e dal quale fuggire non ha senso. Foto di Sabrina Aidi LA PAURA È QUESTIONE DI PRIVILEGIO Maricruz, l’assistente sociale dell’Instituto Madre Asunta, mi racconta una storia molto simile. È bassa, con lunghi capelli neri che spesso si pettina mentre legge i documenti in ufficio. Ha un viso paffuto e parla in fretta, con accento meridionale e umorismo pungente. Molte volte dice, ridendo amaramente che, cresciuta in una famiglia di ingegneri, avrebbe forse preferito fare quel lavoro. Come dice lei: «Sicuramente è più facile riparare una macchina rotta che cercare di rimettere in sesto una persona che è stata distrutta dal giorno in cui è nata». Maricruz viene dallo Stato di Veracruz, e prima di arrivare a Tijuana lottava per la giustizia climatica. Nel 2015, è stata costretta a fuggire dalla sua terra, sfollata a causa del narcotraffico che chiedeva il pizzo alla sua famiglia, produttrice di canna da zucchero. Quando è arrivata a Tijuana, non voleva lavorare con i migranti: i casi delle donne in mobilità le ricordano troppo la sua storia. Con lo sguardo spento e un pallore che la rende quasi irriconoscibile, mi dice: «Essere sfollato è terribile. È una trasformazione radicale: perdi tutto — la tua casa, la tua cultura, la tua sicurezza. Quando te lo racconto come persona che l’ha vissuto, è doloroso; ma come professionista lo è ancora di più. Perché non hai alcun riferimento giuridico. Fino al 2019 il governo messicano non ha nemmeno riconosciuto questa condizione. E ancora oggi, il presidente [l’ex-presidente Andrés Manuel López Obrador, ndr] fatica a rendere pubblici i dati sulle violenze. Non sei nemmeno riconosciuto come migrante, perché non attraversi un confine internazionale. Guarda il caso delle donne di questo centro: vivono già in contesti violenti, ma quando si sommano la violenza del crimine organizzato e l’assenza di riconoscimento e protezione legale, il risultato può essere fatale.» Maricruz ricorda un evento che ha segnato la sua vita. Nel giugno del 2020, al rifugio era arrivata una donna che fuggiva con i suoi cinque figli da una condizione di violenza familiare. La famiglia aveva lasciato gli Stati Uniti — dove i bambini erano nati — per sottrarsi a un mandato di arresto a carico del marito, coinvolto con bande locali. Dopo essersi rifugiati nello stato di Michoacán, la situazione è peggiorata: l’uomo si era avvicinato alla criminalità organizzata, arrivando rapidamente a ricoprire un ruolo di comando. Quello che era già un matrimonio segnato dalla violenza si è trasformato rapidamente in uno scenario ancora più pericoloso, alimentato dal potere crescente del marito e dal suo abuso di droghe. Come sottolinea Maricruz: «Uno non diventa leader dall’oggi al domani. Non possiamo sapere cosa ha dovuto fare quest’uomo per guadagnarsi quel posto, quante persone ha dovuto ammazzare. Senza dubbio ha fatto qualcosa di orribile». La donna, infatti, temendo per la propria vita, ha deciso di fuggire con i suoi figli a Tijuana. Sono passate poche settimane dal suo arrivo al centro Madre Asunta quando, durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, la donna è stata rintracciata. Non era chiaro se si trattasse di un caso o se ci fossero donne infiltrate all’interno del rifugio. Ciò che era evidente, però, è che sono iniziati ad arrivare messaggi minacciosi dal marito, che sosteneva di averla localizzata a Tijuana. Nei messaggi comparivano dettagli precisi: la donna, infatti, ogni giorno alle 18 si occupava della distribuzione del pane ai senzatetto che si radunano intorno al rifugio. Maricruz racconta: «Poi arriva quel messaggio: “So che sei al Madre Asunta, so che alle sei dai il pane, e se non esci con le buone, entro con le cattive.” In quel momento ho avuto paura, una paura così forte che avrei voluto prendere le mie cose e andarmene. Credo che il mio volto sia cambiato. Lei mi ha guardata, chiedendo: “Sa già dove sono, vero?” A quel punto, mantenere la lucidità è diventato essenziale. Ovviamente, è una paura che ti paralizza. Una situazione orribile. In quel periodo avevamo il supporto di un ufficiale di sicurezza pubblica, incaricato di visitare i vari centri di accoglienza. Quando c’erano situazioni di rischio come questo, lui interveniva, portando le donne in un luogo più sicuro. Abbiamo parlato con lui e ha deciso di trasferirla al Centro Integrativo per Migranti Carmen Serdán, un luogo militarizzato custodito dalla polizia federale. Un rifugio ad alta sicurezza». L’operazione di trasferimento fu delicata: un furgone senza segnaletica, scortato da due auto della polizia, ha trasportato la donna e i suoi cinque bambini. Un mese dopo, hanno attraversato il confine, trovando finalmente un luogo sicuro dove il marito non avrebbe potuto raggiungerli. In questo caso, passare il confine in tempo ha salvato la vita a sei persone. La paura permea ogni istante della vita e del lavoro in un rifugio per migranti. Paura, perché non si ha a che fare solo con i migranti, ma con un intero sistema di violenza e corruzione. Dopo aver raccontato la vicenda di questa donna, Maricruz sorride: «Una volta sono venuti a intervistarmi dalla CNN per un servizio sulla situazione migratoria qui. A un certo punto, una delle giornaliste mi ha chiesto se nel mio lavoro ho mai avuto paura. Non potevano farmi una domanda più stupida: certo che ho paura! Ogni giorno, quando mi sveglio e vengo al lavoro, mi chiedo cosa ci faccio ancora qui. Con la mia istruzione e le mie esperienze, potrei trovare qualcosa di più sicuro, posizioni che non mi espongono a pericoli. Eppure, alla fine, mi ritrovo sempre qui. Forse perché non voglio lasciare queste donne da sole. O forse, perché in fondo, non ho mai smesso di essere una migrante». Mentre mi dice questo, il suo sguardo fiero è tradito dalle mani che si stringono nervosamente. La mente mi torna a quell’8 marzo, quando ho visto per la prima volta un cartello che non sono più riuscita a dimenticare: «Anche la paura è una questione di privilegio». foto di sabrina aidi MIRANDO AL OTRO LADO Anche se siamo alla fine di marzo e la temperatura non è calda, diverse famiglie si avventurano a bagnarsi i piedi nella gelida acqua dell’Oceano Pacifico. Le onde sono alte e frequenti e, sollevando la sabbia sul fondo, dipingono l’acqua di un verde opaco. Basterebbe percorrere 30 km lungo la costa per trovare acque cristalline, ma qui sotto al muro di Tijuana, l’acqua è torbida, sporca, inquieta. Come se riflettesse l’energia di questo spazio, eternamente diviso. Nonostante l’apparente normalità della giornata, è impossibile ignorare il muro che separa l’Otro Lado. La salsedine mi riempie le narici mentre osservo un pescatore fermo, che guarda l’orizzonte. Tra la foschia tipica di queste spiagge, si intravedono i grattacieli della downtown di San Diego. Il muro lascia delle fessure che permettono di sbirciare dall’altra parte, ma la sua altezza, progettata per impedire qualsiasi attraversamento, rende impossibile scavalcarlo. Ma non è sempre stato così. Fino al 1994, il confine è stato particolarmente poroso e non era raro vedere famiglie divise tra i due paesi incontrarsi sulla spiaggia per scambiarsi cibo, regali e, talvolta, fedi nuziali. Oggi, invece, il muro si è alzato e rinforzato, rendendo gli Stati Uniti non solo separati, ma quasi inaccessibili. Una fortificazione crescente, incarnata dal muro secondario che, come uno specchio, replica il primo a circa nove metri di distanza. Lo spazio tra le due barriere è una terra di nessuno. A rompere il silenzio c’è soltanto il rumore degli stivali dei soldati che pattugliano l’area. Negli anni, gli Stati Uniti hanno tentato in diversi modi di regolare gli ingressi irregolari nel Paese, cercando di dissuadere i migranti dall’attraversare il confine e dal presentare domanda di asilo. Negli ultimi anni, però, queste misure sono cambiate freneticamente e, dal 2016 in poi, nessuna amministrazione è riuscita a individuare una soluzione stabile per la gestione dei flussi migratori su questo confine. Nel gennaio 2019, durante la prima amministrazione Trump, è stato introdotto il Migrant Protection Protocols (MPP), noto anche come “Remain in Mexico”. Il programma stabiliva che i richiedenti asilo dovessero attendere in territorio messicano l’esito della propria domanda, anziché entrare negli Stati Uniti durante la procedura. Nel marzo 2020 è arrivato poi il Title 42, una misura giustificata dall’emergenza sanitaria legata al Covid-19. Basandosi su una legge di salute pubblica, il provvedimento consentiva alle autorità statunitensi di respingere migranti e richiedenti asilo senza esaminare le loro domande. Al di là delle motivazioni ufficiali, queste misure — unite a procedure spesso ambigue e alla mancanza di risorse e formazione adeguate — hanno avuto l’obiettivo di contenere i migranti nelle città di confine messicane e accelerare le deportazioni di chi si trovava irregolarmente negli Stati Uniti. Il fine era anche politico: mantenere più basso il numero di migranti presenti sul territorio nazionale, una statistica spesso utilizzata dalle amministrazioni per rivendicare l’efficacia delle proprie politiche migratorie. Con Biden, gli obiettivi delle politiche migratorie sono cambiati radicalmente. L’intento non era più soltanto di contenere gli arrivi, ma di ridurre la pressione ai confini attraverso un sistema che permettesse ai migranti di pianificare il proprio ingresso negli Stati Uniti. Per farlo, è stata introdotta la possibilità di fissare un appuntamento con le autorità di frontiera tramite un’applicazione, CBP One, avviando la procedura di richiesta d’asilo prima ancora di raggiungere il confine. Fin dall’inizio, però, il sistema mostrava diversi limiti. Molti migranti non disponevano di uno smartphone, di una connessione internet stabile o delle competenze necessarie per utilizzare l’applicazione. Inoltre, il servizio era disponibile soltanto in inglese e spagnolo, escludendo di fatto tutti coloro che parlano creolo haitiano o lingue indigene. Nonostante queste criticità, per un periodo il sistema ha funzionato e gli appuntamenti venivano assegnati con relativa facilità. Poi qualcosa è cambiato. I tempi di attesa si sono allungati progressivamente, fino a raggiungere cinque o sei mesi. A pagare il prezzo più alto sono state soprattutto le donne messicane. Operatrici, migranti e religiose con cui mi sono confrontata concordavano tutte su un punto: tra tutte le nazionalità presenti a Tijuana, le messicane sono quelle che hanno incontrato le maggiori difficoltà a ottenere un appuntamento. Secondo alcune testimonianze, in alcuni periodi solo una donna messicana su cento riusciva a ottenere un appuntamento. Come evidenziato dalla denuncia presentata contro CBPOne da parte di Access Now e della Cyberlaw Clinic della Harvard Law School, la mancanza di trasparenza sui dati relativi all’asilo rende difficile ottenere informazioni chiare sull’accesso legale delle migranti messicane negli Stati Uniti. Solo alla fine di settembre 2024, l’agenzia statunitense Customs and Border Protection (CBP) ha finalmente reso pubbliche 2.912 pagine di documentazione. Tra i dati rilasciati, due sono particolarmente rilevanti. > Innanzitutto, i messicani sono il gruppo più numeroso di migranti negli Stati > Uniti. Tuttavia, i dati contenuti nel report Asylum Decision Rates by > Nationality 2023 rivelano una realtà preoccupante: su un totale di 19.458 > richieste di asilo presentate da cittadini messicani, solo il 4% ha ricevuto > esito positivo. Al contrario, il 16% è stato respinto, e ben l’80% delle > richieste è stato archiviato sotto la voce “altro”, creando un gigantesco > punto interrogativo su questi casi. Nel frattempo, la violenza in Messico continua ad aumentare, costringendo sempre più persone a cercare asilo al confine. Secondo i dati di CBP One, tra il 2021 e il 2024 sono stati registrati oltre 2 milioni di encounters (incontri), ovvero persone che si consegnano volontariamente alle autorità di frontiera senza documenti, in attesa che la loro richiesta di asilo venga processata, mentre sono trattenuti in strutture di detenzione su territorio statunitense. Di questi, ben 680.700 sono migranti messicani, la categoria più numerosa tra gli indocumentati. Il muro non si estende molto nell’oceano, teoricamente si potrebbe attraversare a nuoto. Ma l’acqua è gelida e le onde, forti e incessanti, ne rendono l’attraversamento un’impresa difficile. A rendere tutto ancora più rischioso, c’è la sorveglianza militare: i soldati scrutano ogni movimento, ogni intenzione, ogni sguardo di chi si trova vicino al muro, zaino in spalla, fissando l’altro lato. È il caso di una signora che, mentre siamo sulla spiaggia, decide di entrare in acqua, completamente vestita e con lo zaino in spalla. I suoi pantaloni blu scuro si bagnano rapidamente appiccicandosi alle gambe mentre avanza tra le onde, sempre più in profondità. Ogni tanto si volta, come per controllare che nessuno la stia osservando. Quando vede quattro soldati, sguardi di ferro nascosti dagli occhiali da sole, rallenta il passo. Giunta in un punto dove l’acqua le arriva al bacino, si ferma, fissando la spiaggia. Le onde, come a voler rispecchiare la sua esitazione, si infrangono contro di lei, mentre rimane lì, per un lungo momento, aspettando che qualcosa o qualcuno distolga l’attenzione dei soldati. Ma il momento fortunato non arriva mai. L’acqua ora le batte più forte contro la schiena e un vento gelido inizia a soffiare insistente. Dopo una lunga attesa, la donna, con i vestiti fradici e lo zaino rosa stretto tra le mani, decide di tornare a riva. E mentre cammina all’indietro, non smette di voltarsi, fissando l’orizzonte, come se vedesse nell’oceano la sua occasione persa. Le foto sono gentilmente offerte dall’autrice Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo <em>Mirando al otro lado</em>: storie di donne alla Frontiera proviene da DINAMOpress.
June 30, 2026
DINAMOpress
America Latina: il paradosso del successo progressista
Le recenti elezioni presidenziali in Colombia hanno messo in luce un sorprendente paradosso politico. I nuovi dati forniti dall’agenzia nazionale di statistica del Paese mostrano che il tasso di povertà nazionale è sceso al 28% nel 2025, il livello più basso mai registrato. Quasi 1,8 milioni di colombiani sono usciti dalla povertà in un solo anno, mentre anche la povertà estrema e la disuguaglianza di reddito hanno subito una contrazione. Queste cifre rappresentano un significativo risultato sociale e confermano una tendenza pluriennale al miglioramento degli standard di vita. Eppure, nonostante questo progresso, i colombiani hanno eletto l’avvocato e imprenditore di destra Abelardo De La Espriella, la cui piattaforma nazionalista e incentrata sull’ordine pubblico segna un netto contrasto con le politiche del presidente uscente Gustavo Petro. Il risultato suggerisce che anche un progresso sociale ed economico significativo non si traduce necessariamente in un sostegno elettorale per il governo che ha contribuito a realizzarlo. E la Colombia non è un caso isolato. In tutta la regione, i cicli elettorali hanno ripetutamente dimostrato che il progresso sociale non produce necessariamente una fedeltà politica duratura. Modelli simili si osservano in Argentina, Cile, Ecuador e in altre parti del Sudamerica, dove periodi di governo progressista sono stati spesso seguiti dall’elezione di leader più conservatori o di governi con priorità nettamente diverse. L’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa ha offerto una spiegazione di questo fenomeno. Egli ha sostenuto che quando le persone escono dalla povertà ed entrano a far parte della classe media, molte di loro si preoccupano principalmente di preservare il proprio status appena acquisito. Di conseguenza, potrebbero diventare meno favorevoli alle politiche volte a estendere benefici simili ad altri. Che si accetti o meno questa interpretazione, essa mette in luce un’importante sfida politica: il successo stesso delle politiche sociali progressiste può alterare gli interessi, le aspettative e le priorità delle persone che ne beneficiano, rendendo più difficile da sostenere la continuità politica a lungo termine. Esiste, tuttavia, un’eccezione degna di nota: il Messico. Il Messico rappresenta un importante controesempio. Alla presidenza di Andrés Manuel López Obrador è seguita l’elezione di Claudia Sheinbaum, che appartiene allo stesso movimento politico e si è impegnata a portare avanti gran parte dello stesso programma. Anziché provocare una reazione negativa, il progetto di governo ha mantenuto un ampio sostegno popolare grazie a una transizione di leadership riuscita. PERCHÉ IL CASO DEL MESSICO È DIVERSO? Parte della risposta potrebbe risiedere non solo nei risultati delle politiche, ma anche nell’identità politica. Mentre molti governi progressisti del Sudamerica si sono definiti principalmente attraverso etichette ideologiche come il socialismo o la sinistra, il movimento al governo in Messico si descrive sempre più spesso attraverso il concetto di “umanesimo messicano”. Sebbene le sue politiche condividano molti obiettivi con i governi progressisti di altri paesi, il linguaggio utilizzato è notevolmente diverso. L’umanesimo messicano pone l’accento sulla dignità, la comunità, la solidarietà e la cultura nazionale piuttosto che sull’affiliazione ideologica. Questa distinzione potrebbe essere rilevante. I progetti politici inquadrati principalmente in termini ideologici possono rafforzare le divisioni tra sostenitori e oppositori. I progetti radicati in valori culturali ed etici condivisi potrebbero essere in una posizione migliore per creare un senso di identificazione al di là dei confini politici tradizionali. Da questa prospettiva, la continuità del Messico potrebbe riflettere non solo i risultati concreti raggiunti dal governo, ma anche la narrazione più ampia attraverso la quale tali risultati sono stati interpretati. Le elezioni colombiane sollevano quindi una questione più ampia per l’America Latina. Se la riduzione della povertà, la diminuzione delle disuguaglianze e il miglioramento degli indicatori sociali non sono sufficienti a garantire la continuità politica, cosa manca? Il fattore decisivo è la performance economica, la sicurezza, l’influenza dei media, l’organizzazione politica o qualcosa di più profondo all’interno della cultura di una nazione? Il Messico suggerisce che la stabilità politica possa dipendere da qualcosa di più di una semplice governance efficace. Potrebbe anche richiedere un senso condiviso di identità e di scopo che trascenda le categorie ideologiche convenzionali. La domanda più interessante potrebbe non essere perché alcuni paesi si spostino dalla sinistra alla destra, ma perché il Messico non lo abbia fatto. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. David Andersson
June 27, 2026
Pressenza