Tag - migranti

Porto Vecchio, ICS: «Stop ai trasferimenti e procedure irregolari hanno riportato le persone in strada»
Il piccolo sgombero effettuato nell’area del Porto Vecchio il 3 settembre 2026 è conseguenza della decisione irrazionale di sospendere, dalla fine di giugno, tutti i trasferimenti periodici da Trieste verso il resto del territorio nazionale che avevano caratterizzato l’ultimo biennio: circa 60 persone a settimana, in media, nel corso dell’ultima annualità. Parallelamente, sono state lasciate in strada le persone in attesa della registrazione della domanda di asilo presso la Questura, con tempi di attesa che hanno superato anche i due mesi, mentre quasi tutti i richiedenti asilo sono stati sottoposti alla procedura accelerata di frontiera. Questa strategia era probabilmente fondata sull’idea che, applicando procedure sommarie e velocissime di esame delle domande di asilo e confidando nell’impossibilità per le persone ricorrenti di impugnare i provvedimenti di rigetto entro i brevissimi termini previsti dalle nuove normative (5 giorni), si sarebbe prodotto una sorta di eliminazione dell’utenza. Dopo essere passate rapidamente attraverso un sistema di confinamento presso l’ex caserma di Fernetti, le persone la cui domanda veniva respinta sarebbero tornate in strada, ma senza più alcun diritto di soggiornare in Italia, finendo così per disperdersi. Eppure, l’applicazione della procedura accelerata di frontiera è possibile, secondo il diritto dell’Ue, solo in caso di domande di asilo presentate alla frontiera esterna, tra cui gli sbarchi, e non a una frontiera interna come quella italo-slovena. Si è così prodotto, alla vigilia della stagione autunnale e delle problematiche che essa inevitabilmente porrà, l’ennesimo corto circuito derivante dal mancato rispetto delle normative e dalla caparbia volontà di non strutturare un sistema di protezione capace di riconoscere l’esistenza della realtà degli arrivi di persone rifugiate lungo la rotta balcanica. Il (non) sistema istituzionale di gestione delle domande di asilo e della prima accoglienza rimane dunque sempre a zero: genera enormi disagi sociali, aumenta l’insicurezza sul territorio e dissipa risorse pubbliche. È inderogabile riprendere un regolare sistema di trasferimenti da Trieste verso tutto il territorio italiano e attuare con rigore, senza forzature e nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone, le normative vigenti. Redazione Friuli Venezia Giulia
September 5, 2026
Pressenza
3 settembre 2026: da Scoccimarro propositi inaccettabili sulle persone migranti
Le dichiarazioni di Scoccimarro, assessore regionale alla Difesa dell’ambiente, a proposito delle persone migranti che avevano trovato un tetto precario in Porto vecchio, sono inaccettabili e testimoniano di una cultura politica che pensavamo fosse stata sepolta per sempre. Secondo l’esponente di FdI, Porto vecchio “era diventato un mini club vacanze con i clandestini che facevano tuffi in quella improvvisata piscina, griglie, prendevano il sole e praticavano arti marziali…” Ci interessa poco come continui l’esponente politico, ma la sua indifferenza al dolore e a vite costrette ai margini sarebbe aberrante per qualsiasi ideologia, se non per quelle ispirate al razzismo e alla sopraffazione come mezzi per regolare le faccende umane. Nelle sue parole leggiamo irrisione e parodia, che squalificano l’importante carica rivestita da Scoccimarro. Rifondazione Comunista continua a sostenere che il tema delle persone migranti e transitanti dovrebbe essere affrontato con ben altra umanità e visione politica: un dormitorio adeguato con servizi igienici funzionanti e assistenza non sarebbe niente di utopistico ma di facilmente, doverosamente realizzabile. Ma con questa classe politica per ora al governo di città e regione c’è proprio poco da fare. Se non avesse ancora fatto le vacanze, potrebbe andare l’assessore a far tuffi e grigliate in riva a quella “piscina”, a dormire e poi a fare i bisogni nelle aree attorno, rovine a cinque stelle. C’è tutta una classe politica da “riqualificare”, non solo Porto vecchio…   Gianluca Paciucci PRC-Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Il governo più longevo di sempre ha diecimila morti sulla coscienza: mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sul rispetto delle normative internazionali, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni): in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura. È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno. Melting Pot Europa
September 5, 2026
Pressenza
Sottocosto
di   Mauro Armanino Dai poveri e migranti al lavoro precario, dai sogni al futuro: nella società del mercato tutto può essere svalutato. Persino le parole, quando smettono di raccontare …
September 4, 2026
Osservatorio Repressione
Italia, laboratorio della guerra ai migranti
Foto YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo un estratto di uno dei capitoli aggiornati del libro Nel laboratorio della guerra. Archeologia del presente, racconti antropologici, strategie planetarie, di prossima pubblicazione. . Nel 1998 la legge 40 “Turco-Napolitano” istituisce i Centri di Permanenza Temporanea che assumono la realtà di centri di detenzione per chiunque giunga in Italia da “irregolare” e diventano il modello di reclusione adottato da molti paesi europei. Nel 2002 la legge “Bossi-Fini” istituisce i Centri di Identificazione, legalizza la detenzione di migranti e richiedenti asilo violando la Convenzione ONU sui rifugiati e sancisce l’espulsione con accompagnamento alla frontiera, l’ottenimento del permesso di soggiorno legato ad un lavoro effettivo, l’uso delle impronte digitali e l’uso delle navi della marina militare per contrastare “l’immigrazione clandestina”. L’edificazione dei CIE e la definitiva criminalizzazione degli stranieri opera la separazione tra migranti “buoni” e “cattivi”, regolari e irregolari, possibili cittadini e criminali, – separazione che si riproduce all’interno dello stato tra cittadini con pieni diritti e marginali, pericolosi, anormali. Dopo il 2005, vengono adottati i Common Basic Principles redatti dal Consiglio Europeo, nella forma del Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione, con cui si statuisce il principio della cosiddetta Civicintegration… In Italia il testo prodotto dal governo parla di adeguamento alle regole e riconoscimento dei valori della comunità di arrivo e la civicintegration conosce una più intensa torsione culturalista e autoritaria. Nel 2007 la Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione è il provvedimento del Ministro degli interni Amato per fronteggiare il rischio del “terrorismo islamico” attraverso la “soglia di tolleranza e sicurezza”. Prevede di assimilare ad un sistema di valori le diversità percepite come conflittive. L’adesione ai valori è misurata attraverso un vero e proprio muslimtest. Nel 2009 il “pacchetto sicurezza” (Legge 94) del ministro dell’interno Maroni attua la trasformazione dello straniero da soggetto di diritto a individuo condizionato e garantito dal permesso di lavoro. La prima selezione di “indesiderabili” avviene nei paesi di partenza e non di sbarco, mentre la selezione dei residenti potenzialmente pericolosi comprenderà in maniera informale attivisti, reti di movimento, studenti e giovani nelle strade e fuori dai locali della movida. Nel 2010 il Patto per l’integrazione nella sicurezza introduce misure obbliganti sulle condotte e sulla correzione degli stili di vita “stranieri”, giustificate dalla “salvaguardia dell’italianità” e dalla “rinnovata capacità di governo del fenomeno migratorio” attraverso il controllo rafforzato dei confini e la creazione selettiva e meritevole di cittadini docili e produttivi. Queste misure sono: educazione e apprendimento della lingua e dei valori, ottenimento di un lavoro sul mercato interno ed esterno, alloggio e accesso ai servizi essenziali e attenzione ai minori… … Nel 2015, l’Agenda europea sulle migrazioni prevedeva il rimpatrio e la cooperazione nella “gestione dei flussi” con i paesi terzi strategici, di transito e origine dei flussi (Grecia, Turchia e Niger, Nigeria, Mali, Etiopia, Sudan, Libia); il rafforzamento di Frontex e la “gestione condivisa” della guardia costiera con i paesi di transito; l’istituzione di hotspot «per controllare gli abusi dovuti ai processi di asylumshopping», in realtà per attuare l’espulsione nei paesi d’origine e transito; il “rafforzamento dei canali per la migrazione legale qualificata”. Seguendo il rifiuto di accoglienza dei del “gruppo di Vysegrad”, il governo italiano proponeva il Migration compact che prevedeva il rafforzamento dell’accordo UE-Turchia, l’esternalizzazione della frontiera mediterranea in base allo slogan “aiutiamoli a casa loro” in Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Etiopia e un piano di investimenti pubblico-privati che subordina i finanziamenti alla cooperazione alle “politiche di impedimento” delle partenze e di riammissione per coloro che tentano di entrare nel territorio europeo… Il Memorandum di intesa dello Stato italiano con la Libia del 2017 siglato con Al Sarraj e l’accordo Italia-Niger per bloccare la rotta transhariana a cui si aggiunge la chiusura delle frontiere a Ventimiglia e al Brennero hanno sancito le politiche di respingimento. La legge Minniti-Orlando del 2017 combinava le regole di ingresso dei migranti “forzati” con il “decoro urbano”, che ha introdotto severe limitazioni alla libertà di movimento e ha rafforzato il potere di ordinanza dei sindaci tramite cui sono stati sgomberati edifici e spazi considerati abusivi. Il provvedimento ha introdotto un DASPO urbano, per il quale vengono allontanate dal territorio persone che mettono in atto “condotte che impediscono la fruizione di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico”… … Nel 2018 diventa legge il “Decreto Salvini” su sicurezza e immigrazione che sotto la rubrica “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica” limita lo status di protezione internazionale in conseguenza dell’accertamento di gravi reati con norme idonee a scongiurare il ricorso strumentale alla domanda di protezione; limita il rilascio dei permessi di soggiorno a casi speciali rendendoli temporanei e consente il rifiuto del permesso laddove esistono convenzioni con altri paesi quando lo straniero non soddisfa le condizioni di soggiorno applicabili in uno degli stati contraenti; istituisce presso i tribunali la sezione specializzata in materia di immigrazione per la trattazione della controversie in materia di rifiuto di rilascio, diniego di rinnovo e di revoca del permesso di soggiorno; prolunga la durata del trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio da 90 a180 giorni; adotta misure per la tempestiva esecuzione dei lavori per la costruzione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione dei CPT, con spese a carico delle amministrazioni locali; sostituisce il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) con il sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati, perché i richiedenti asilo non saranno più ammessi alle pratiche di formazione e inserimento socio-lavorativo; estende il DASPO urbano ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive e in specifiche aree urbane e prevede sanzioni per chi blocca una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada. I comuni possono inoltre deliberare di assegnare in dotazione l’arma comune ad impulsi elettrici (taser). Il decreto dispone la pena della reclusione fino a quattro anni congiuntamente alla multa da 206 euro a 2.064 euro, nei confronti dei promotori e organizzatori dell’“invasione” di immobili. Dal 2020 i “decreti sicurezza” si susseguono, trasferendo nella penalità la sicurezza collettiva con l’introduzione di reati per la “sicurezza urbana”, la “gestione dell’immigrazione” e nuovi reati: occupazione arbitraria di immobili, detenzione di materiale con finalità di terrorismo, impedimento alla libera circolazione su strade e ferrovie (contro i blocchi stradali nelle manifestazioni di protesta non violenta), aggravante per il danneggiamento di beni, deturpamento e imbrattamento di beni pubblici, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, “rivolta” nei penitenziari e nei centri di detenzione per migranti, tutele rafforzate per le forze dell’ordine; estensione del potere di arresto in flagranza differita, reati commessi nelle stazioni, bus e metropolitane, divieto di accattonaggio, DASPO urbano, divieto di vendita di “cannabis light”, nuove restrizioni per l’acquisto di Simcard, detenzione di donne incinte e con figli piccoli nei penitenziari invece che in strutture a custodia attenuata. Il provvedimento rende permanenti le tutele per gli agenti dei servizi segreti che possono compiere determinati reati se autorizzati dal capo di governo, come partecipazione ad associazioni sovversive e direzione di organizzazioni eversive… …Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 il caicco ‘Summer Love’ partito dalla Turchia con 150-200 persone all’alba, naufragava davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, nel Crotonese. Durante la notte un aereo di Frontex aveva segnalato l’imbarcazione alle ore 4 ma solo alle 6,50 la guardia costiera aveva salvato due naufraghi. Un’annotazione sul giornale delle operazioni del 25 febbraio dell’ufficiale di turno della Guardia di Finanza «…smentiva clamorosamente la versione dei fatti sostenuta con forza da tutti gli esponenti di governo: da tale documento – contrariamente a quanto sostenuto sin dalle prime ore dal ministro Piantedosi – si evinceva che il velivolo Frontex aveva segnalato subito la presenza di numerose persone a bordo, tanto che l’ufficiale – compresa la situazione, aveva annotato immediatamente che il natante portava migranti. Tale situazione, benché conosciuta anche dalla Guardia Costiera, rimase senza conseguenze: nessuno avviò il soccorso e si decise di aspettare che l’imbarcazione arrivasse nelle acque territoriali senza avviare né alcuna ricerca né alcun soccorso…».1 Secondo l’ammiraglio Vittorio Alessandro il soccorso immediato venne impedito da un “filtro interposto” all’azione di salvataggio da «…una direttiva emessa dal ministro Salvini che intimava a rispettare vecchie norme, introdotte nel 2005 ma rimaste inattuate fino al 2018 perché in contrasto con le normative internazionali: tali regole davano priorità alle operazioni di polizia rispetto alle esigenze di salvataggio.».2 A Novembre 2023 viene firmato dai governi italiano e albanese il protocollo che istituisce due Centri di detenzione per le persone migranti a a Shengjin e Gjader, diventati operativi ad ottobre 2024. Nel 2024 ci sono state due operazioni di trasferimento di richiedenti asilo e una nel 2025, senza che i provvedimenti siano stati convalidati dall’autorità giudiziaria che ha rinviato la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Ad aprile 2025 c’è stato il primo trasferimento di stranieri detenuti presso Cpr italiani. Il 26 giugno altre 15 persone sono state trasferite nonostante i dubbi relativi alla legittimità della procedura sollevati dalla Corte di cassazione. Nella struttura ci sono stati numerosi “eventi critici”: atti di autolesionismo e tentativi di suicidio nelle due settimane successive al trasferimento. Il 12 giugno scorso è entrato in vigore il Patto UE su migrazione e asilo che prevede lo screening obbligatorio alle frontiere esterne, procedure di frontiera accelerate e con minore permanenza sul territorio, un meccanismo permanente di “solidarietà” tra stati che possono scegliere tra ricollocamento, contributo finanziario o supporto operativo e l’istituzione di una banca dati biometrica integrata: oltre alle impronte, sono inclusi immagini del volto, dati anagrafici e segnalazioni di sicurezza, con un’età minima di registrazione abbassata. Il decreto introduce un fermo amministrativo fino a 72 ore. Rimane intatto il principio cardine di Dublino III, la competenza in via primaria allo stato di primo ingresso.3 In pratica viene introdotta la detenzione di fatto, anche per i minori; la possibilità per gli stati di assolvere l’obbligo di solidarietà con un contributo economico; l’uso della lista dei paesi di origine sicuri e il nuovo regolamento per i rimpatri con detenzione prolungata nei return hub in paesi terzi.4 Il 30 luglio 2026 migliaia di persone migranti a nuoto e a piedi attraversano la frontiera marocchina dell’exclave spagnola di Ceuta. Probabilmente con una serie di post sulle piattaforme social annunciavano che il confine con la Spagna era aperto. Probabilmente lo stesso governo marocchino ha spinto la notizia per ritorsione contro gli accordi energetici tra Spagna e Algeria, principale rivale regionale del Marocco. Inoltre il Marocco da decenni rivendica il territorio non autonomo dei sahrawi, appoggiati dall’Algeria che sostiene il Fronte Polisario. «Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat.».5 Nelle prime ore della “crisi di Ceuta”, «…l’esecutivo europeo aveva sostenuto che non vi fossero elementi per parlare di un’emergenza migratoria a livello dell’Unione, aveva ribadito il sostegno alla Spagna nella gestione della pressione migratoria e ricordato che il ripristino dei controlli alle frontiere interne resta disciplinato dal Codice frontiere Schengen, che per Ceuta prevede un regime specifico in quanto frontiera esterna dell’Ue…».6 Il 31 luglio l’Italia reintroduce i controlli alle frontiere aerea e marittima con la Spagna, sospendendo Schengen. Dopo aver chiesto al governo italiano il ripristino del normale regime, la Spagna ripristina i controlli alle frontiere per gli italiani con controlli a campione. Dal 17 agosto 2026 Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia si preparano a rimandare in Italia i “dublinanti”, sbarcati in Italia e poi passati negli altri Paesi europei, in base alle nuove regole del Patto per immigrazione e asilo in vigore dal 12 giugno. La guerra alle persone migranti, considerate merce umana da spedire prima della scadenza, continua. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Naufragio di Cutro, “Wikipedia”, https://it.wikipedia.org/wiki/Naufragio_di_Cutro, link attivo al 21/08/2026 2 Cit. id. 3 Cfr. “Legal Blog”, Il Patto UE su migrazione e asilo in vigore dal 12 giugno: cosa cambia davvero, https://legal-blog/patto-ue-migrazione-asilo-2026, link attivo al 21/08/2026 4 Cfr. id. 5 Alberto Negri, Una storia di disperazione e di spie, “Il manifesto” 4/08/2026 6 Andrea Valdambrini, Meloni detta la linea: in guerra anche se il nemico non c’è più, “Il manifesto”, 2/08/2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Italia, laboratorio della guerra ai migranti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump. L’incessante lotta del capitale contro la libertà – di Marco Antonio Pirrone
Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli [...]
September 4, 2026
Effimera
In mare aperto con Tom
«Direzione mare aperto», è la comunicazione alla capitaneria di porto di Lampedusa quando ci accingiamo a salpare dall’ormeggio concesso da un pescatore dell’isola per la tredicesima missione di Tom.  Si fa rotta verso il cuore di tenebra del Mediterraneo centrale, in quella che viene chiamata la «banana route», un’area di 170 miglia fra la parte ovest della Libia, a sud lungo le coste tunisine e ancora a nord verso la Porta d’Europa, da dove transitano molte imbarcazioni di migranti. L’equipaggio è composto da dieci membri, coordinati dal capo missione Francesco Delli Santi, attivista bolognese e partecipante alla Global Sumud Flotilla. Il più giovane eppure fra i più esperti è Diego, già alla sua quarta missione. Poi ci sono: Claudia, ingegnere nautico; Mauro, operatore sociale e responsabile cultura di Arci Lecce Solidarietà; Valerio e Matteo sanitari del Laboratorio di Salute Popolare bolognese, coadiuvati da Maurizio di Resq People e Giacomo, fondatore dell’organizzazione milanese e attivista per i diritti umani di lungo corso.  Poco prima di salpare, al nostro arrivo sull’isola assistiamo al salvataggio di una trentina di naufraghi da parte di Nadir, il ketch di ResqShip. Operative insieme a noi in una delle tre zone Sar – fra quella maltese, tunisina e libica – ci sono infatti anche Sos Humanity, la Louise Michel, nave donata da Banksy, oltre ad Aurora di Sea Watch. Intanto ci si prepara a ogni evenienza con la suddivisione dei compiti ed esercitazioni su vari scenari, mantenendo un approccio di de-escalation in casi critici. Ogni distress case di imbarcazioni in difficoltà è contrassegnato con codici diversi a seconda di chi dà l’allarme e seguito da coordinate, che nell’area d’intervento variano solitamente dai 33 ai 35° di latitudine. A bordo ci si organizza in turni di monitoraggio, a scrutare l’orizzonte con i binocoli; e si corre alla radio appena si sente dal canale 16 delle emergenze parlare di distress o mayday relay.  Tutti gli Occhi sul Mediterraneo (Tom) nasce nel novembre 2024 come progetto promosso da Sailing for Blue Lab – unico circolo navigante in Italia – in collaborazione con Arci nazionale e Sheep Italia, per partecipare alla flotta civile di organizzazioni non governative dedite alla ricerca e soccorso di persone in movimento nel Mediterraneo centrale, con una peculiarità diversa dalle altre missioni Sar. Tom opera infatti con una barca a vela chiamata Nihayet Garganey VI del tipo Grand Soleil 56, che può raggiungere 8 nodi di velocità ed è rivolta principalmente «al monitoraggio del Mediterraneo centrale, alla documentazione delle violazioni dei diritti e alla costruzione di una narrazione diversa sulle migrazioni», una modalità definita appunto di Search and Relay per la stabilizzazione della situazione, con l’intento di attivare le autorità per i soccorsi, a meno che l’urgenza dei casi non costringa a interventi diretti.  L’impegno di Arci nel Mediterraneo punta a garantire «osservazione e solidarietà, nonostante i tentativi di criminalizzazione e ostacolo delle attività civili in mare».  Da questa attitudine umanitaria ad ampio raggio deriva anche la partecipazione di Tom alla Global Sumud Flotilla nella spedizione dello scorso ottobre per rompere il blocco illegale intorno a Gaza, in cui è stata sequestrata Karma, una delle imbarcazioni assaltate dall’esercito israeliano in acque internazionali.  Con quasi 400 persone soccorse durante la sua attività, la missione appena trascorsa rappresenta anche una svolta del progetto per la partecipazione dell’organizzazione ResQ People, attualmente in fase di riorganizzazione dopo che a gennaio scorso il ciclone Harry ha distrutto la sua imbarcazione. Lo stesso comandante di Tom, Tiziano Rossetti, accoglie con soddisfazione questa nuova collaborazione perché «unire le forze, coinvolgendo realtà così strutturate e specializzate nel salvataggio, è la cosa migliore a fronte di scenari sempre più critici». LEGGI ANCHE… GUERRA IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE Tatiana Montella - Enrica Rigo UNA DERIVA DISUMANA Mentre il mare calmo incoraggia le partenze anche in autonomia dalle coste magrebine, grazie a un avvicendamento ai vertici della Guardia Costiera di Lampedusa gli sbarchi nel periodo estivo sembrano diventati più fluidi secondo gli osservatori sul posto, forse per nascondere le operazioni allo sguardo dei numerosi turisti. «Dagli scogli vicini allo scalo commerciale sono stati rimossi i relitti dei fuoribordo» – spiega Tiziano, aggiungendo che «non si tratta solo di cosmesi per il turismo ma di effetti dei cambiamenti anche nei rapporti con Libia e Tunisia, con tentativi di ‘ripulire’ il mare per una maggiore appetibilità commerciale». Al di là della propaganda costruita sui dati dell’ultimo rapporto del Viminale, la cronaca dei giorni immediatamente precedenti la missione rendeva già abbastanza la gravità della situazione, con diciotto corpi senza vita rinvenuti in mare e l’osservazione di almeno quattro respingimenti violenti operati nelle ultime settimane dalla guardia costiera libica con motovedette fornite dal programma europeo Sibmmil per il controllo dei confini e delle migrazioni. Il Mediterraneo centrale resta una delle frontiere più pericolose e letali con oltre 870 persone morte o disperse in quell’area solo nei primi sei mesi del 2026 (+24% rispetto all’anno precedente), secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom). Oltre trentacinquemila sono le persone naufragate o disperse nel bacino mediterraneo dal 2014, di cui quasi quattromila solo quest’anno; e mentre il bilancio preliminare dell’agenzia europea Frontex rivendica un calo di attraversamenti irregolari di quella frontiere marittima (-52%) rispetto all’anno precedente, dietro questo apparente risultato c’è l’aumento della mortalità lungo la rotta. Alla base stanno i respingimenti operati dalle milizie libiche, oltre all’assegnazione di porti di sbarco distanti diversi giorni di navigazione, con l’intento di distrarre la flotta civile dalle operazioni di soccorso. La questione del Place of Safety (Pos) è infatti cruciale nella gestione delle frontiere da parte dei governi europei, che costringono i naufraghi a ulteriori giorni di traversata, finendo per trasformare il Mediterraneo in un abisso dell’umanità, un muro di mare sotto le cui acque nascondere il cinismo dei calcoli politici. «Decreti come quello firmato da Piantedosi stravolgono l’articolo 98 della convenzione di Montego Bay sul Diritto marittimo per l’obbligo di soccorso – afferma Tiziano, il comandante di Tom – e il tribunale di Agrigento ha già sancito l’illegittimità di sbarchi in porti lontani. Si cerca di mettere in discussione una consuetudine morale e umanitaria anche allontanando con appositi divieti i pescatori da quella zona, facendo pesare la discrezionalità delle licenze».  «Oltre alle aggressioni armate poi è in forte aumento il fenomeno dello shadowing – aggiunge il capo missione Delli Santi – una pratica di intimidazione delle vedette libiche armate, che seguono le nostre imbarcazioni. Si cerca così di rendere illegalmente inaccessibile un’ampia zona di mare, senza alcuna giurisdizione da parte di Tripoli con la stessa modalità con cui l’Idf israeliano blocca in modo violento l’accesso della Flotilla a Gaza in acque internazionali, in aperta violazione del diritto vigente, ma con la complicità e il sostegno politico-economico di Unione europea e Italia».  Da qui la decisione di molte Ong di costituirsi in forma di «Justice Fleet» per il rifiuto di ogni collaborazione con milizie colpevoli di crimini contro l’umanità, come nel caso contestato a Sea Watch 5 e costato sanzioni pecuniarie e un fermo amministrativo, per non essersi coordinata con le autorità tripoline, a cui la stessa Ong ha replicato con l’intento di citare in giudizio il governo italiano per le eventuali responsabilità «di colpa o dolo» derivate dai decreti a firma Piantedosi. L’impressione è che simili ritorsioni siano sempre più diffuse verso chi fa maggiormente advocacy pubblica, come Sos Mediterranee o SoS Humanity, con frequenti episodi di aggressioni violente proprio nei confronti di realtà originarie di altri paesi europei.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI INTERNAZIONALISMO E NUOVI TERRENI DI CONFLITTO Federico Alagna - Luca Casarini LE PERVERSIONI DEL PATTO SU IMMIGRAZIONE E ASILO EUROPEO Su questo fronte di mare apparentemente sconfinato si gioca sulla pelle delle persone la partita europea sull’immigrazione, che ha riacceso l’estate politica sul piano diplomatico. Le recenti schermaglie sembrano dovute al combinato disposto fra l’accordo per un nuovo Patto su asilo e immigrazione a giugno scorso, le imminenti elezioni in molti Stati membri – come ad esempio in Italia, Francia, Polonia e molti altri nel 2027 – e le crescenti contraddizioni di politiche maldestre, in cui maggioranze conservatrici o apertamente sovraniste stanno facendo piombare l’Europa. Un esempio viene da una sorta d’istituzionalizzazione del traffico di esseri umani, spostandone di fatto il core business dalle partenze ai respingimenti. Il Regolamento successivo all’accordo di Dublino III ha infatti introdotto procedure accelerate di respingimento, estensione dei trattenimenti, potenziamento del sistema Eurodac sui dati biometrici, un elenco comune di cosiddetti «paesi sicuri», rimarcando le responsabilità del paese di primo ingresso per il recepimento delle domande di asilo, tanto da estendere i tempi di permanenza a 20 mesi. In cambio si punta su un sistema di compensazioni dei paesi di primo arrivo come l’Italia, per limitare di fatto i movimenti secondari verso il Nord Europa.  Lo stesso meccanismo di compensazioni (responsibility offsets) permette a un altro Stato l’assunzione di responsabilità al posto di quello di arrivo, trasformando persone «dublinanti» in pedine di scambio, valutate 20 mila euro per ogni ricollocamento non effettuato. Nonostante la «soddisfazione» inizialmente espressa da Meloni per il Patto europeo, la prevalenza di responsabilità degli Stati confinanti del nuovo protocollo non sembra proprio ricalcare gli interessi italiani, complicando il meccanismo di redistribuzione, per cui Roma è risultata l’unica inadempiente fra le capitali «sotto pressione» nell’ultimo monitoraggio europeo, per il rifiuto delle richieste di ricollocamento. Inoltre la sospensione della convenzione di Schengen con la Spagna, un attacco politico al governo socialista di Madrid presto trasformato in autogol sovranista, ha innescato l’irrigidimento delle cancellerie europee proprio sul sistema europeo d’Asilo comune, con l’avvio di procedure di rimpatrio verso l’Italia, annunciato prima da Germania, Svizzera e Austria, subito seguite da Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, nell’imbarazzo dell’esecutivo di Roma.  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! UNA GOCCIA IN UN MARE DI SOLIDARIETÀ Un simile deterioramento del diritto internazionale e dei diritti delle persone più vulnerabili dalla prua di Garganey sembra profilarsi come la netta e costante linea di orizzonte che decide chi sta a galla, facendo pesare il proprio retaggio colonialista e i privilegi occidentali sulle spalle di chi invece affonda. Durante la navigazione abbiamo appreso dell’ennesimo respingimento violento di naufraghi – alcuni dei quali finiti in mare per tentare di scampare all’arrembaggio – con spari provenienti dal pattugliatore classe Bigliani, una delle circa quaranta unità navali donate dal governo italiano alle milizie tripoline, per dissuadere dal soccorso la Louise Michel.  Il buongiorno arriva dai delfini che nuotano intorno alla barca, un segno di buon auspicio viene detto, mentre si prosegue verso sud in acque Sar tunisine. Di lì a poco arriva una segnalazione da Alarm Phone e si decide di fare rotta verso l’area indicata, sebbene non confermata con coordinate precise, ma proprio nella zona in cui ci troviamo. Lungo la navigazione dal binocolo si notano spuntare all’orizzonte due speed boat, imbarcazioni veloci non identificate dai radar. Il silenzio fa presagire che possa trattarsi di motovedette in pattugliamento e la virata rapida che fanno verso di noi non lascia più dubbi sull’obiettivo della loro ricognizione. Sulle prime non si vede la bandiera dei due assetti e una lieve angoscia attraversa l’equipaggio. Veniamo così intercettati dalla guardia costiera di Tunisi, che dopo alcuni accertamenti sul nostro monitoraggio, non avendo niente da segnalare, ci lascia proseguire. Appena in tempo per notare un natante al quale ci stiamo avvicinando. Si tratta di un gommone sovraffollato, tanto che alcuni hanno i piedi in acqua, oltre i tubolari. Lanciamo il mayday relay e ci approcciamo per chiedere le condizioni delle ventotto persone a bordo. Nel frattempo il capo missione comunica l’accaduto al back-office di Arci a terra e inizia a chiedere istruzioni per il coordinamento con le guardie costiere di Tunisia, Malta e Italia. Apparentemente ci sono tre donne di cui una in stato di svenimento dopo aver vomitato varie volte. Inoltre, ci viene riportato che il carburante sta sversando nella sentina e l’acqua potabile è stata esaurita. Il team di soccorso si adopera per consegnare prontamente i giubbotti salvagente, al posto di alcune camere d’aria nere con cui viaggiavano. Dopo aver atteso ancora riscontri dalle autorità competenti, iniziamo le operazioni di soccorso e portiamo a bordo le persone per ristorarle, provvedere alle prime cure e segnalarne le vulnerabilità. La gioia dei ragazzi, molti dei quali minori non accompagnati è incontenibile e ci ringraziano per il supporto, dato che sarebbero partiti circa dodici ore prima da una spiaggia libica, forse dalla zona di Zuwara senza dotazioni sufficienti per il viaggio. Molti portano i segni di percosse e torture, con i piedi tumefatti dalle bastonature, le dita incise da coltelli e altri segni di sevizie in varie parti del corpo. Una ragazza ha la febbre oltre i 40° e il nostro team medico a bordo non esita a ipotizzare che difficilmente sarebbe arrivata viva senza il nostro intervento. Alcuni ragazzi vengono dal Sud-Sudan, Eritrea e la maggior parte dalla Somalia con almeno un anno di detenzione in Libia, altri addirittura anche quattro. Ci ringraziano, chiedono informazioni su di noi, scambiamo foto e sorrisi, chiedono di avvisare le proprie famiglie e condividiamo ansie e aspettative dei rispettivi viaggi, che ci hanno fatto incontrare. «È il momento migliore della missione» afferma Francesco con la soddisfazione di essere arrivati in tempo, quando la felicità dell’equipaggio per il salvataggio riuscito si mischia all’euforia dei naufraghi per essere scampati a peggior sorte, sebbene in Italia e in Europa la situazione non sia certo delle più accoglienti. Lo si capisce dal lungo silenzio delle autorità competenti prima di confermare il Pos di Lampedusa. Ci aspettano comunque venti ore di navigazione anche in notturna, in cui è importante monitorare lo stato psico-fisico delle persone a bordo. Solo grazie all’affiatamento dell’equipaggio e al supporto reciproco, la missione si conclude positivamente la mattina successiva con lo sbarco dei naufraghi.  «È un’esperienza che ogni sanitario dovrebbe fare dal punto di vista umano, davvero toccante per conoscere certe condizioni di maltrattamento» sostiene Valerio. Per Maurizio «il teatrino dei rimpalli di responsabilità è drammatico e richiederebbe alle Ong di essere sempre qui». Mauro è altrettanto persuaso di come «l’assenza di vie legali alla libertà di movimento per extracomunitari sia una discriminante pericolosa, che espone al traffico di esseri umani, mentre a fronte di strumentalizzazioni politiche occorre restare umani e tutelare prima le persone». Dal canto suo Claudia sostiene di essere «rinfrancata rispetto al senso di impotenza e sfiducia quotidiani in un contesto di crisi politica e climatica, sapendo che c’ è una flotta civile che soccorre in mare; e che anche in poche persone e con mezzi limitati, può fare la differenza».  VERSO IL MEETING INTERNAZIONALE ANTIRAZZISTA La gestione dei flussi migratori prevalentemente in modo emergenziale per scopi prettamente elettorali resta un ingranaggio essenziale del ritorno occidentale alla politica delle cannoniere, fra riarmo e conquiste predatorie di nuovi mercati o di giacimenti di materie prime. Il fenomeno diviene così strumento di propaganda reazionaria, spesso associato a questioni di sicurezza, senza una visione di accoglienza strutturale in un contesto demograficamente ed economicamente decadente come quello europeo. Così anche l’obbligo di soccorso in mare è scaduto in espediente per lo scontro politico, con l’accantonamento di diritti fondamentali, tale da doversi affidare alla solidarietà popolare per sopperire all’assenza delle istituzioni nella tutela umanitaria. Tutto questo è peraltro al centro dell’imminente appuntamento annuale di Arci.  Appena il tempo di darsi una sistemata, riabbracciare i propri cari e l’equipaggio di Tom fa infatti già rotta verso il Meeting internazionale antirazzista, in programma dal 2 al 5 settembre a Marina di Cecina, dove si terranno incontri per parlare di diritti, accoglienza, cittadinanza e antirazzismo. *Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In mare aperto con Tom proviene da Jacobin Italia.
September 4, 2026
Jacobin Italia
La triste favola degli scafisti
-------------------------------------------------------------------------------- Festival delle Migrazioni 2026: una giornata alla memoria, alla verità e alla resistenza civile, a oltre tre anni dal naufragio di Steccato di Cutro, costato la vita ad almeno 94 persone. Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- A Cutro sono morte 94 persone, di cui tantissimi bambini. E chi dice che la condanna a vent’anni di reclusione del giovane per Abdessalem Mohamed, per avere avuto un ruolo a bordo di quella sciagurata barca, porti verità e giustizia su questa strage, si sbaglia o è in mala fede. Quella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2023 le autorità italiane hanno deciso per un’operazione di polizia invece che per una di soccorso. La presunta “difesa dei confini” è stata fatta prevalere sul dovere di salvare vite umane. Questa scelta politica ha determinato il corso degli eventi. Gli inaffondabili della guardia costiera avrebbero invece potuto affrontare le condizioni del mare e portare ogni bambino, ogni mamma, ogni fratello e sorella in salvo. Ma sono rimaste ferme al porto in assenza di ordini e le onde hanno restituito cadaveri per giorni. Le responsabilità, però, arrivano anche più lontano, ad altri decisori, che seduti sugli scranni, da decenni, usano il pretesto migrazioni per distruggere la nostra civiltà giuridica e renderci cattivi e feroci, e per le loro strategie geopolitiche. Nel 2016, l’Unione europea ha stretto un accordo con la Turchia di Erdogan, pagato miliardi e miliardi (di soldi dei cittadini), per chiudere ogni via di fuga via di fuga dalle guerre e dai regimi (in Afghanistan, in Siria, in Iran…) da cui quei profughi cercavano rifugio. La pericolosissima rotta via mare, dritta dalla Turchia alla Calabria, ne è stata una diretta conseguenza. Così come è sempre una diretta conseguenza delle scelte politiche occidentali il traffico di esseri umani gestito, si badi bene, da chi resta sulle coste e agisce in contiguità con chi comanda nei paesi di transito. Quale corte giudicherà politici e (veri) trafficanti alla base di questo sistema? Al di là delle condotte di chi ha ruoli più o meno improvvisati a bordo delle barche, e che la legge italiana, scritta e inasprita con l’inchiostro della propaganda, condanna a pene altissime, gli “scafisti”, in queste storie, sono un po’ come gli unicorni. Favole da raccontare per distogliere dalla realtà. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandra Sciurba, professoressa associata di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Palermo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La triste favola degli scafisti proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Ricordando Alan Kurdi: mai più!
Nel Mar Mediterraneo, il soccorso in mare è  stato trasformato in terreno indecente di scontro costituzionale, tecnico e morale. Da un lato, la forza  del potere politico, spesso cieca e brutale  che si esprime attraverso decreti e sanzioni; dall’altro il senso naturale di umanità che resiste ricorrendo al diritto nazionale e internazionale ed è  incarnato sia dalle navi della società civile impegnate nel soccorso in mare, sia dalle aule dei tribunali. Una situazione di continua crisi umanitaria che ciclicamente si scontra con la memoria delle nostre più grandi tragedie collettive, riproponendo la ricorrenza di strazianti simbologie. Come oggi, 2 settembre, ci riporta al piccolo Alan Kurdi, il bimbo siriano il cui corpo con la Sua maglietta rossa fu trovato senza vita, ma come  “addormentato”, su una spiaggia di Budrum 11 anni fa. È Alan l’immagine inconsapevole di una coscienza globale che aveva promesso “mai più”. La tragedia della morte è  nel tradimento degli Stati e dell’Italia in primo luogo che gli volgono le spalle denunciando di fatto i patti internazionali solennemente sottoscritti e rinnegando i principi etici che fondano la stessa legittimità civile dello Stato. La criminale strategia ministeriale di assegnare porti di sbarco distanti centinaia di miglia dall’area delle operazioni, applicando poi sistematici fermi amministrativi, dimostra quanto sia forte la tensione che muove il decisore politico verso una bestialità senza natura. Una deriva quella dei porti distanti che interferisce con la naturale esigenza di rapidità delle operazioni di soccorso e di emergenza in genere, in ambiente ostile, producendo una gravissima aberrazione sul piano della sicurezza della navigazione: l’allontanamento coatto integra infatti una metodica violazione, istituzionalizzata del dovere di protezione dei soggetti vulnerabili, configurando una palese violazione della legalità internazionale compiuta per ordine diretto delle istituzioni. Assegnando porti remoti e costringendo le navi samaritane a giorni di inutile navigazione, l’amministrazione compie una forzatura indebita, poiché con quegli atti trasforma d’imperio un’imbarcazione che ha effettuato un soccorso urgente — e che si trova quindi sovraccarica rispetto a strutture e dotazioni d’emergenza — in una nave da trasporto passeggeri. Questi ordini calpestano deliberatamente la Convenzione SOLAS (Safety of Life at Sea), il pilastro mondiale della salvaguardia della vita in mare, che impone requisiti strutturali e logistici severissimi per il trasporto di passeggeri. Obbligare una nave, quale che sia, che ha operato un soccorso a decine di persone bisognose di accertamenti e cure, a viaggiare per centinaia di miglia in condizioni di sovraffollamento forzato significa violare i diritti umani ma anche la SOLAS.  Lo Stato si rende responsabile di un illecito e, potenzialmente, di un attentato alla sicurezza dei trasporti se si tiene conto della sistematicità di queste violazioni, poiché crea situazioni indebite di rischio marittimo e sanitario concreto, esponendo naufraghi ed equipaggio a pericoli che avrebbe il dovere primario di prevenire. La politica è tale solo se agisce in generale e in astratto, definendo la cornice delle regole di una comunità. Quando invece interviene o si accanisce sul singolo caso specifico, abdica alla sua natura e degrada in amministrazione. Questo abuso tradisce la funzione più alta delle istituzioni, piegando l’apparato pubblico a fini di mera propaganda contingente. Ecco perché è necessario che la magistratura sia sempre autonoma ed indipendente. Il dovere di salvare la vita umana in mare non è un’astrazione malleabile, né un’imposizione esclusivamente esterna, ma un pilastro del diritto che trova il suo vertice assoluto nella Costituzione italiana. L’articolo 10 della nostra Carta fondamentale impone il rispetto del diritto internazionale generale, conferendo alle convenzioni sul soccorso e sulla sicurezza (come Amburgo, UNCLOS e SOLAS) un rango nettamente superiore rispetto a qualsiasi decreto ministeriale o legge ordinaria. Questo principio costituzionale si traduce, nel diritto interno, nelle norme tassative del Codice della Navigazione: gli articoli 489 e 490 impongono al comandante il dovere giuridico di prestare assistenza. Lo Stato esige questo comportamento sotto minaccia di severe sanzioni penali: l’articolo 1158 dello stesso codice punisce l’omissione di soccorso con la reclusione fino a otto anni se la condotta provoca la morte delle persone in pericolo. Il paradosso del tradimento istituzionale giunge al culmine quando le circolari burocratiche pretendono di capovolgere la gerarchia delle fonti. Ed allora bisogna arrivare alle aule di giustizia dove questo corto circuito viene puntualmente risolto. Di fronte al fatto specifico, in base alla semplice  gerarchia delle fonti i provvedimenti del governo sfumano nel nulla di cui sono fatti. Ma intanto hanno prodotto morte e sofferenza. La giurisprudenza annulla i fermi amministrativi alle ONG, riconoscendo lo stato di necessità che consiste nel dovere di salvare chi rischia di morire e condurlo rapidamente nel porto sicuro più vicino. Finché il potere ordinerà violazioni flagranti dei trattati di sicurezza come la SOLAS, ostacolando la necessaria celerità dei soccorsi in ambienti per natura ostili e tradendo la parola data nei consessi mondiali, i tribunali rimarranno l’ultimo presidio per ricordare che la forza dell’autorità non può sovrascrivere le leggi dello Stato e il valore supremo della vita umana. L’auspicio più profondo è che quel grido d’allarme, quel “Mai più” pronunciato di fronte alla spiaggia della tragedia, smetta di essere una emozione e si radichi finalmente e profondamente nella coscienza collettiva, trasformandosi in una difesa inflessibile e quotidiana della dignità umana. Gregorio De Falco
September 3, 2026
Pressenza
Mobilità interna in ripresa, fuga verso l’estero attenuata, ma entro il 2050 popolazione in calo di 4 milioni
Dopo il picco del 2024, pari a 141mila, nel 2025 gli espatri si sono attestati a 109mila unità (-22,7%), con un saldo migratorio negativo di italiani che da -83mila si riduce a -53mila. Nonostante una lieve flessione, le immigrazioni dei cittadini stranieri (383mila; -2,5%) continuano a sostenere il saldo migratorio con l’estero, che passa da +263mila nel 2024 a +296mila nel 2025. I trasferimenti di residenza tra Comuni italiani tornano, invece, a crescere: nel 2025 sono stati un milione 455mila, oltre 70mila in più rispetto al 2024. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila giovani laureati italiani di 25-34 anni. La perdita deriva soprattutto dai trasferimenti verso il Centro-Nord (-122mila unità), a cui si accompagna un saldo negativo anche con l’estero (-28mila). “Il biennio appena trascorso, si sottolinea nel Report dell’ISTAT,  è caratterizzato da una ripresa della mobilità interna e da un contenimento delle emigrazioni per l’estero, mentre le immigrazioni dall’estero rimangono sostenute, particolarmente quelle di cittadini stranieri. Il saldo con l’estero resta positivo e si rafforza, ma continua a essere sostenuto quasi esclusivamente dalla componente straniera, mentre per gli italiani permane una perdita netta, seppur ridotta”. Sul versante delle immigrazioni dall’estero, il 2025 ha segnato, invece, una lieve flessione: gli ingressi complessivi sono scesi da 452mila a 440mila unità, con una riduzione di 12mila immigrazioni (-2,6%), con un calo che interessa sia gli italiani di rientro (rimpatri), che scendono da 58mila a 56mila (-3,4%), sia gli stranieri, che passano da 393mila a 383mila (-2,5%). Di conseguenza, nel 2025 il saldo migratorio con l’estero aumenta a +296mila (dati provvisori), dopo che nel 2024 era risultato pari a +263mila unità. L’incremento è dovuto quasi interamente alla riduzione delle emigrazioni dei cittadini italiani, il cui saldo resta negativo, ma passa da -83mila nel 2024 a -53mila nel 2025. Per gli stranieri, invece, il saldo rimane ampiamente positivo e in lieve crescita, passando da +345mila a +348mila. Nel dettaglio dei singoli Paesi di provenienza dell’immigrazione straniera è da evidenziare la forte crescita degli ingressi dal Marocco, passati da 24mila nel 2024 a 36mila nel 2025 (+48,4%), diventando così il secondo Paese di provenienza, dietro al Bangladesh con 37mila ingressi (+22,0%). Cresciuti anche gli arrivi di cittadini stranieri dal Pakistan (+20,0%), dall’India (+22,7%) e dal Perù. +15,7%). All’opposto, ci sono state riduzioni rilevanti degli arrivi da Paesi che nel 2024 avevano avuto un peso significativo. Il calo più marcato si è registrato con gli ingressi dall’Ucraina, che sono passati da 26mila a 17mila (-33,9). In forte calo anche gli arrivi dalla Romania (-18,8%), mentre più contenuta è stata la diminuzione di quelli provenienti dall’Albania (-2,9%) e dalla Tunisia (-6,8%). Per quanto riguarda i rimpatri, la Germania si è confermate come  il primo Paese di provenienza degli italiani, con 9mila rientri nel 2025 (+3,6%). A seguire, il Regno Unito, con poco meno di 7mila rientri (-2,6%), e la Svizzera, con circa 5mila rimpatri (-1,3%).  Per quanto riguarda la mobilità interna, è Il Nord a confermarsi come l’area del Paese più attrattiva e dinamica, registrando un volume di ingressi dalle altre ripartizioni geografiche superiore a quello delle uscite. All’opposto, il Mezzogiorno continua a mostrare una dinamica migratoria interna sfavorevole, con le partenze verso il resto del Paese che non sono compensate da un equivalente volume di arrivi. Le perdite più accentuate si sono registrate in Basilicata (-5,5 per mille) e in Calabria (-3,8 per mille); a livello provinciale, il valore più sfavorevole è stato rilevato a Matera (-6,3 per mille). Nel 2025, in continuità con gli anni precedenti, la mobilità interna si è concentrata prevalentemente su distanze brevi: quasi il 60% dei trasferimenti è avvenuto tra Comuni della stessa provincia, oltre il 16% tra province diverse della stessa regione, mentre circa un quarto dei movimenti sono stati trasferimenti interregionali. All’interno di questi ultimi, è rimasto stabile il peso dei flussi dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, che rappresentano oltre un terzo dei movimenti interregionali. Tra i movimenti in uscita dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, quasi tre su 10 hanno avuto come destinazione la Lombardia, che si conferma la principale meta dei flussi provenienti da gran parte delle regioni meridionali. Fanno eccezione Abruzzo e Molise, per le quali circa un quarto delle emigrazioni interne è diretto verso il Lazio. Quanto alle aree di origine dei movimenti verso il Centro-Nord, il 29% dei trasferimenti proviene dalla Campania, il 23,6% dalla Sicilia e il 17,7% dalla Puglia.  L’ISTAT nei giorni scorsi ha presentato anche un altro dossier, sottolineando la diminuzione della popolazione residente fino al 2080, anche negli scenari più favorevoli. “L’invecchiamento della popolazione rappresenta la prospettiva più certa, ha certificato l’ISTAT, trainato dall’ingresso nelle età anziane delle generazioni del baby boom. Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo ma non sarà sufficiente a compensare il persistente deficit tra nascite e decessi. Le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, continueranno a perdere popolazione più rapidamente dei centri urbani, ampliando i divari territoriali. Le famiglie saranno più numerose ma di dimensioni sempre più ridotte, riflettendo l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle persone sole. La diminuzione della popolazione in età lavorativa ridurrà la disponibilità di forza lavoro, ponendo nuove sfide al sistema economico e al welfare”. Stando alle nuove previsioni demografiche dell’ISTAT  la popolazione dovrebbe passare da 58,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Quindi, la diminuzione della popolazione rappresenta un risultato praticamente certo: già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati dall’ISTAT prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche. Le dinamiche territoriali risultano differenziate, con il solo Nord che avrà una crescita della popolazione nel breve periodo, passando da 27,5 milioni nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030, con un incremento medio annuo dello 0,1%. Dal 2030 la tendenza si inverte: la popolazione scende a 27,2 milioni nel 2050 (-0,1% medio annuo) e a 24,2 milioni nel 2080 (-0,4% medio annuo). Pur in un contesto di diminuzione, il Nord mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese. Nel Centro, invece, il calo è già presente nel breve periodo, anche se molto contenuto. La popolazione perde appena 40mila residenti tra il 2025 e il 2030, con un tasso medio annuo di -0,1%. Tra il 2030 e il 2050 il decremento si intensifica (-0,3% medio annuo), portando la popolazione a 11,0 milioni, mentre nel lungo periodo si scende a 9,3 milioni (-0,6% medio annuo). Il Mezzogiorno, infine, presenta una dinamica meno favorevole. La popolazione diminuisce da 19,7 milioni nel 2025 a 19,4 milioni nel 2030, con un tasso medio annuo di -0,4%. Nel periodo 2030-2050 il ritmo del calo aumenta (-0,7% medio annuo), facendo scendere la popolazione a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiunge l’1,0% medio annuo, andando a definire una popolazione di 12,3 milioni, ovvero oltre un terzo inferiore rispetto ai livelli iniziali.  Qui i due Report presentati dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/08/Statistica-report_Migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente_ANNI-2024-2025.pdf; https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/08/Previsioni-popolazione-residente-famiglie-forze-lavoro.pdf;  Giovanni Caprio
September 2, 2026
Pressenza