In mare aperto con Tom«Direzione mare aperto», è la comunicazione alla capitaneria di porto di
Lampedusa quando ci accingiamo a salpare dall’ormeggio concesso da un pescatore
dell’isola per la tredicesima missione di Tom.
Si fa rotta verso il cuore di tenebra del Mediterraneo centrale, in quella che
viene chiamata la «banana route», un’area di 170 miglia fra la parte ovest della
Libia, a sud lungo le coste tunisine e ancora a nord verso la Porta d’Europa, da
dove transitano molte imbarcazioni di migranti.
L’equipaggio è composto da dieci membri, coordinati dal capo missione Francesco
Delli Santi, attivista bolognese e partecipante alla Global Sumud Flotilla. Il
più giovane eppure fra i più esperti è Diego, già alla sua quarta missione. Poi
ci sono: Claudia, ingegnere nautico; Mauro, operatore sociale e responsabile
cultura di Arci Lecce Solidarietà; Valerio e Matteo sanitari del Laboratorio di
Salute Popolare bolognese, coadiuvati da Maurizio di Resq People e Giacomo,
fondatore dell’organizzazione milanese e attivista per i diritti umani di lungo
corso.
Poco prima di salpare, al nostro arrivo sull’isola assistiamo al salvataggio di
una trentina di naufraghi da parte di Nadir, il ketch di ResqShip. Operative
insieme a noi in una delle tre zone Sar – fra quella maltese, tunisina e libica
– ci sono infatti anche Sos Humanity, la Louise Michel, nave donata da Banksy,
oltre ad Aurora di Sea Watch.
Intanto ci si prepara a ogni evenienza con la suddivisione dei compiti ed
esercitazioni su vari scenari, mantenendo un approccio di de-escalation in casi
critici. Ogni distress case di imbarcazioni in difficoltà è contrassegnato con
codici diversi a seconda di chi dà l’allarme e seguito da coordinate, che
nell’area d’intervento variano solitamente dai 33 ai 35° di latitudine. A bordo
ci si organizza in turni di monitoraggio, a scrutare l’orizzonte con i binocoli;
e si corre alla radio appena si sente dal canale 16 delle emergenze parlare di
distress o mayday relay.
Tutti gli Occhi sul Mediterraneo (Tom) nasce nel novembre 2024 come progetto
promosso da Sailing for Blue Lab – unico circolo navigante in Italia – in
collaborazione con Arci nazionale e Sheep Italia, per partecipare alla flotta
civile di organizzazioni non governative dedite alla ricerca e soccorso di
persone in movimento nel Mediterraneo centrale, con una peculiarità diversa
dalle altre missioni Sar. Tom opera infatti con una barca a vela chiamata
Nihayet Garganey VI del tipo Grand Soleil 56, che può raggiungere 8 nodi di
velocità ed è rivolta principalmente «al monitoraggio del Mediterraneo centrale,
alla documentazione delle violazioni dei diritti e alla costruzione di una
narrazione diversa sulle migrazioni», una modalità definita appunto di Search
and Relay per la stabilizzazione della situazione, con l’intento di attivare le
autorità per i soccorsi, a meno che l’urgenza dei casi non costringa a
interventi diretti.
L’impegno di Arci nel Mediterraneo punta a garantire «osservazione e
solidarietà, nonostante i tentativi di criminalizzazione e ostacolo delle
attività civili in mare».
Da questa attitudine umanitaria ad ampio raggio deriva anche la partecipazione
di Tom alla Global Sumud Flotilla nella spedizione dello scorso ottobre per
rompere il blocco illegale intorno a Gaza, in cui è stata sequestrata Karma, una
delle imbarcazioni assaltate dall’esercito israeliano in acque internazionali.
Con quasi 400 persone soccorse durante la sua attività, la missione appena
trascorsa rappresenta anche una svolta del progetto per la partecipazione
dell’organizzazione ResQ People, attualmente in fase di riorganizzazione dopo
che a gennaio scorso il ciclone Harry ha distrutto la sua imbarcazione. Lo
stesso comandante di Tom, Tiziano Rossetti, accoglie con soddisfazione questa
nuova collaborazione perché «unire le forze, coinvolgendo realtà così
strutturate e specializzate nel salvataggio, è la cosa migliore a fronte di
scenari sempre più critici».
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IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE
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UNA DERIVA DISUMANA
Mentre il mare calmo incoraggia le partenze anche in autonomia dalle coste
magrebine, grazie a un avvicendamento ai vertici della Guardia Costiera di
Lampedusa gli sbarchi nel periodo estivo sembrano diventati più fluidi secondo
gli osservatori sul posto, forse per nascondere le operazioni allo sguardo dei
numerosi turisti.
«Dagli scogli vicini allo scalo commerciale sono stati rimossi i relitti dei
fuoribordo» – spiega Tiziano, aggiungendo che «non si tratta solo di cosmesi per
il turismo ma di effetti dei cambiamenti anche nei rapporti con Libia e Tunisia,
con tentativi di ‘ripulire’ il mare per una maggiore appetibilità commerciale».
Al di là della propaganda costruita sui dati dell’ultimo rapporto del Viminale,
la cronaca dei giorni immediatamente precedenti la missione rendeva già
abbastanza la gravità della situazione, con diciotto corpi senza vita rinvenuti
in mare e l’osservazione di almeno quattro respingimenti violenti operati nelle
ultime settimane dalla guardia costiera libica con motovedette fornite dal
programma europeo Sibmmil per il controllo dei confini e delle migrazioni. Il
Mediterraneo centrale resta una delle frontiere più pericolose e letali con
oltre 870 persone morte o disperse in quell’area solo nei primi sei mesi del
2026 (+24% rispetto all’anno precedente), secondo i dati dell’Organizzazione
Internazionale per le Migrazioni (Iom).
Oltre trentacinquemila sono le persone naufragate o disperse nel bacino
mediterraneo dal 2014, di cui quasi quattromila solo quest’anno; e mentre il
bilancio preliminare dell’agenzia europea Frontex rivendica un calo di
attraversamenti irregolari di quella frontiere marittima (-52%) rispetto
all’anno precedente, dietro questo apparente risultato c’è l’aumento della
mortalità lungo la rotta. Alla base stanno i respingimenti operati dalle milizie
libiche, oltre all’assegnazione di porti di sbarco distanti diversi giorni di
navigazione, con l’intento di distrarre la flotta civile dalle operazioni di
soccorso. La questione del Place of Safety (Pos) è infatti cruciale nella
gestione delle frontiere da parte dei governi europei, che costringono i
naufraghi a ulteriori giorni di traversata, finendo per trasformare il
Mediterraneo in un abisso dell’umanità, un muro di mare sotto le cui acque
nascondere il cinismo dei calcoli politici.
«Decreti come quello firmato da Piantedosi stravolgono l’articolo 98 della
convenzione di Montego Bay sul Diritto marittimo per l’obbligo di soccorso –
afferma Tiziano, il comandante di Tom – e il tribunale di Agrigento ha già
sancito l’illegittimità di sbarchi in porti lontani. Si cerca di mettere in
discussione una consuetudine morale e umanitaria anche allontanando con appositi
divieti i pescatori da quella zona, facendo pesare la discrezionalità delle
licenze».
«Oltre alle aggressioni armate poi è in forte aumento il fenomeno dello
shadowing – aggiunge il capo missione Delli Santi – una pratica di intimidazione
delle vedette libiche armate, che seguono le nostre imbarcazioni. Si cerca così
di rendere illegalmente inaccessibile un’ampia zona di mare, senza alcuna
giurisdizione da parte di Tripoli con la stessa modalità con cui l’Idf
israeliano blocca in modo violento l’accesso della Flotilla a Gaza in acque
internazionali, in aperta violazione del diritto vigente, ma con la complicità e
il sostegno politico-economico di Unione europea e Italia».
Da qui la decisione di molte Ong di costituirsi in forma di «Justice Fleet» per
il rifiuto di ogni collaborazione con milizie colpevoli di crimini contro
l’umanità, come nel caso contestato a Sea Watch 5 e costato sanzioni pecuniarie
e un fermo amministrativo, per non essersi coordinata con le autorità tripoline,
a cui la stessa Ong ha replicato con l’intento di citare in giudizio il governo
italiano per le eventuali responsabilità «di colpa o dolo» derivate dai decreti
a firma Piantedosi.
L’impressione è che simili ritorsioni siano sempre più diffuse verso chi fa
maggiormente advocacy pubblica, come Sos Mediterranee o SoS Humanity, con
frequenti episodi di aggressioni violente proprio nei confronti di realtà
originarie di altri paesi europei.
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LE PERVERSIONI DEL PATTO SU IMMIGRAZIONE E ASILO EUROPEO
Su questo fronte di mare apparentemente sconfinato si gioca sulla pelle delle
persone la partita europea sull’immigrazione, che ha riacceso l’estate politica
sul piano diplomatico.
Le recenti schermaglie sembrano dovute al combinato disposto fra l’accordo per
un nuovo Patto su asilo e immigrazione a giugno scorso, le imminenti elezioni in
molti Stati membri – come ad esempio in Italia, Francia, Polonia e molti altri
nel 2027 – e le crescenti contraddizioni di politiche maldestre, in cui
maggioranze conservatrici o apertamente sovraniste stanno facendo piombare
l’Europa. Un esempio viene da una sorta d’istituzionalizzazione del traffico di
esseri umani, spostandone di fatto il core business dalle partenze ai
respingimenti.
Il Regolamento successivo all’accordo di Dublino III ha infatti introdotto
procedure accelerate di respingimento, estensione dei trattenimenti,
potenziamento del sistema Eurodac sui dati biometrici, un elenco comune di
cosiddetti «paesi sicuri», rimarcando le responsabilità del paese di primo
ingresso per il recepimento delle domande di asilo, tanto da estendere i tempi
di permanenza a 20 mesi. In cambio si punta su un sistema di compensazioni dei
paesi di primo arrivo come l’Italia, per limitare di fatto i movimenti secondari
verso il Nord Europa.
Lo stesso meccanismo di compensazioni (responsibility offsets) permette a un
altro Stato l’assunzione di responsabilità al posto di quello di arrivo,
trasformando persone «dublinanti» in pedine di scambio, valutate 20 mila euro
per ogni ricollocamento non effettuato.
Nonostante la «soddisfazione» inizialmente espressa da Meloni per il Patto
europeo, la prevalenza di responsabilità degli Stati confinanti del nuovo
protocollo non sembra proprio ricalcare gli interessi italiani, complicando il
meccanismo di redistribuzione, per cui Roma è risultata l’unica inadempiente fra
le capitali «sotto pressione» nell’ultimo monitoraggio europeo, per il rifiuto
delle richieste di ricollocamento.
Inoltre la sospensione della convenzione di Schengen con la Spagna, un attacco
politico al governo socialista di Madrid presto trasformato in autogol
sovranista, ha innescato l’irrigidimento delle cancellerie europee proprio sul
sistema europeo d’Asilo comune, con l’avvio di procedure di rimpatrio verso
l’Italia, annunciato prima da Germania, Svizzera e Austria, subito seguite da
Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, nell’imbarazzo dell’esecutivo di Roma.
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UNA GOCCIA IN UN MARE DI SOLIDARIETÀ
Un simile deterioramento del diritto internazionale e dei diritti delle persone
più vulnerabili dalla prua di Garganey sembra profilarsi come la netta e
costante linea di orizzonte che decide chi sta a galla, facendo pesare il
proprio retaggio colonialista e i privilegi occidentali sulle spalle di chi
invece affonda.
Durante la navigazione abbiamo appreso dell’ennesimo respingimento violento di
naufraghi – alcuni dei quali finiti in mare per tentare di scampare
all’arrembaggio – con spari provenienti dal pattugliatore classe Bigliani, una
delle circa quaranta unità navali donate dal governo italiano alle milizie
tripoline, per dissuadere dal soccorso la Louise Michel.
Il buongiorno arriva dai delfini che nuotano intorno alla barca, un segno di
buon auspicio viene detto, mentre si prosegue verso sud in acque Sar tunisine.
Di lì a poco arriva una segnalazione da Alarm Phone e si decide di fare rotta
verso l’area indicata, sebbene non confermata con coordinate precise, ma proprio
nella zona in cui ci troviamo.
Lungo la navigazione dal binocolo si notano spuntare all’orizzonte due speed
boat, imbarcazioni veloci non identificate dai radar. Il silenzio fa presagire
che possa trattarsi di motovedette in pattugliamento e la virata rapida che
fanno verso di noi non lascia più dubbi sull’obiettivo della loro ricognizione.
Sulle prime non si vede la bandiera dei due assetti e una lieve angoscia
attraversa l’equipaggio. Veniamo così intercettati dalla guardia costiera di
Tunisi, che dopo alcuni accertamenti sul nostro monitoraggio, non avendo niente
da segnalare, ci lascia proseguire.
Appena in tempo per notare un natante al quale ci stiamo avvicinando. Si tratta
di un gommone sovraffollato, tanto che alcuni hanno i piedi in acqua, oltre i
tubolari.
Lanciamo il mayday relay e ci approcciamo per chiedere le condizioni delle
ventotto persone a bordo. Nel frattempo il capo missione comunica l’accaduto al
back-office di Arci a terra e inizia a chiedere istruzioni per il coordinamento
con le guardie costiere di Tunisia, Malta e Italia. Apparentemente ci sono tre
donne di cui una in stato di svenimento dopo aver vomitato varie volte. Inoltre,
ci viene riportato che il carburante sta sversando nella sentina e l’acqua
potabile è stata esaurita. Il team di soccorso si adopera per consegnare
prontamente i giubbotti salvagente, al posto di alcune camere d’aria nere con
cui viaggiavano. Dopo aver atteso ancora riscontri dalle autorità competenti,
iniziamo le operazioni di soccorso e portiamo a bordo le persone per ristorarle,
provvedere alle prime cure e segnalarne le vulnerabilità. La gioia dei ragazzi,
molti dei quali minori non accompagnati è incontenibile e ci ringraziano per il
supporto, dato che sarebbero partiti circa dodici ore prima da una spiaggia
libica, forse dalla zona di Zuwara senza dotazioni sufficienti per il viaggio.
Molti portano i segni di percosse e torture, con i piedi tumefatti dalle
bastonature, le dita incise da coltelli e altri segni di sevizie in varie parti
del corpo. Una ragazza ha la febbre oltre i 40° e il nostro team medico a bordo
non esita a ipotizzare che difficilmente sarebbe arrivata viva senza il nostro
intervento. Alcuni ragazzi vengono dal Sud-Sudan, Eritrea e la maggior parte
dalla Somalia con almeno un anno di detenzione in Libia, altri addirittura anche
quattro.
Ci ringraziano, chiedono informazioni su di noi, scambiamo foto e sorrisi,
chiedono di avvisare le proprie famiglie e condividiamo ansie e aspettative dei
rispettivi viaggi, che ci hanno fatto incontrare.
«È il momento migliore della missione» afferma Francesco con la soddisfazione di
essere arrivati in tempo, quando la felicità dell’equipaggio per il salvataggio
riuscito si mischia all’euforia dei naufraghi per essere scampati a peggior
sorte, sebbene in Italia e in Europa la situazione non sia certo delle più
accoglienti. Lo si capisce dal lungo silenzio delle autorità competenti prima di
confermare il Pos di Lampedusa. Ci aspettano comunque venti ore di navigazione
anche in notturna, in cui è importante monitorare lo stato psico-fisico delle
persone a bordo. Solo grazie all’affiatamento dell’equipaggio e al supporto
reciproco, la missione si conclude positivamente la mattina successiva con lo
sbarco dei naufraghi.
«È un’esperienza che ogni sanitario dovrebbe fare dal punto di vista umano,
davvero toccante per conoscere certe condizioni di maltrattamento» sostiene
Valerio. Per Maurizio «il teatrino dei rimpalli di responsabilità è drammatico e
richiederebbe alle Ong di essere sempre qui». Mauro è altrettanto persuaso di
come «l’assenza di vie legali alla libertà di movimento per extracomunitari sia
una discriminante pericolosa, che espone al traffico di esseri umani, mentre a
fronte di strumentalizzazioni politiche occorre restare umani e tutelare prima
le persone». Dal canto suo Claudia sostiene di essere «rinfrancata rispetto al
senso di impotenza e sfiducia quotidiani in un contesto di crisi politica e
climatica, sapendo che c’ è una flotta civile che soccorre in mare; e che anche
in poche persone e con mezzi limitati, può fare la differenza».
VERSO IL MEETING INTERNAZIONALE ANTIRAZZISTA
La gestione dei flussi migratori prevalentemente in modo emergenziale per scopi
prettamente elettorali resta un ingranaggio essenziale del ritorno occidentale
alla politica delle cannoniere, fra riarmo e conquiste predatorie di nuovi
mercati o di giacimenti di materie prime. Il fenomeno diviene così strumento di
propaganda reazionaria, spesso associato a questioni di sicurezza, senza una
visione di accoglienza strutturale in un contesto demograficamente ed
economicamente decadente come quello europeo. Così anche l’obbligo di soccorso
in mare è scaduto in espediente per lo scontro politico, con l’accantonamento di
diritti fondamentali, tale da doversi affidare alla solidarietà popolare per
sopperire all’assenza delle istituzioni nella tutela umanitaria.
Tutto questo è peraltro al centro dell’imminente appuntamento annuale di Arci.
Appena il tempo di darsi una sistemata, riabbracciare i propri cari e
l’equipaggio di Tom fa infatti già rotta verso il Meeting internazionale
antirazzista, in programma dal 2 al 5 settembre a Marina di Cecina, dove si
terranno incontri per parlare di diritti, accoglienza, cittadinanza e
antirazzismo.
*Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana,
già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa
Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri
dell’università di Firenze.
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