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Abusi sistematici sui migranti in Libia: un rapporto delle Nazioni Unite
Il rapporto  “Business as Usual: Human Rights Violations and Abuses against Migrants, Asylum-Seekers, and Refugees in Libya“, pubblicato congiuntamente dall’UNSMIL e dall’OHCHR, mette in luce le modalità con cui sono state perpetrati – in condizioni di impunità – violazioni dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia nel corso del 2024 e del
Referendum, Giustizia, processo a Mediterranea
Riflessioni post referendum di Casarini sul processo a Mediterranea Saving Humans Il prossimo 12 maggio ci sarà, a Ragusa, la seconda udienza del processo a Mediterranea Saving Humans per i fatti dell’11 settembre 2020, quando l’equipaggio della ONG intervenne in soccorso di 27 persone, precariamente salvate dall’equipaggio della petroliera danese Maersk Etienne, ma ovviamente sistemate in condizioni invivibili da oltre
L’impegno dell’UNICEF per i minori stranieri non accompagnati
Nel 2025 sono state oltre 66 mila le persone migranti e rifugiate arrivate in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, 2 su 10 erano bambine, bambini e adolescenti, tra cui circa 12.000 persone minorenni non accompagnate (MSNA), un numero in aumento rispetto la quota di minorenni arrivati l’anno precedente. La rotta migratoria del Mediterraneo Centrale si attesta ancora tra le più pericolose: nel 2025 sono state circa 1.300 le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale tra cui molte persone di minore età. E’ quanto certifica il recente Rapporto Annuale 2025 dell’UNICEF. Altri ingressi hanno interessato le frontiere terrestri del Nord del Paese con gli arrivi dalla rotta balcanica, per i quali però non sono disponibili dati aggiornati. Al 31 dicembre 2025 il sistema di accoglienza italiano ha accolto 17.000 minorenni stranieri non accompagnati (MSNA). La popolazione di MSNA accolta nelle strutture di prima e seconda accoglienza in Italia è composta principalmente da ragazzi (89%). Con riferimento all’età, il 56% di MSNA ha 17 anni, il 22% ha 16 anni, l’8% ha 15 anni, mentre il 14% ha meno di 15 anni. La maggioranza dei ragazzi e delle ragazze giunti in Italia senza una persona adulta di riferimento proviene da Paesi pesantemente colpiti da crisi prolungate, che ne hanno danneggiato i sistemi socioeconomici e educativi e i servizi sanitari. Tra i Paesi di provenienza maggiormente rappresentati nelle strutture di accoglienza vi sono: Egitto (oltre 5 mila <18, pari al 30% del totale); Ucraina (2,9 mila <18, pari al 17% dei nuovi ingressi); Bangladesh (1,7 mila <18, pari al’10% del totale degli ingressi censiti); Gambia (1,1 mila <18, pari al 6% del totale dei nuovi ingressi); e Tunisia con oltre 900 persone <18 (5%). E in favore dei MSNA l’UNICEF ha messo in piedi  interventi articolati lungo l’intero percorso di accoglienza e inclusione, a partire dal supportato con informative e orientamento sul territorio e sui servizi presenti sin dalle prime fasi dell’arrivo in Italia e poi attraverso informative via via più specifiche. L’organizzazione ha potenziato anche il servizio di supporto psicosociale, legale e di orientamento al lavoro, attraverso il servizio di Here4U della piattaforma U-Report On The Move e il lavoro sul campo nelle strutture di prima e seconda accoglienza per offrire programmi di supporto alla salute mentale di minori non accompagnati, giovani migranti e rifugiati/e e famiglie. L’UNICEF si è inoltre attivato a supporto delle istituzioni sul territorio per garantire l’accesso a percorsi educativi, formativi e di orientamento professionale per la transizione scuola-lavoro e l’inclusione sociale di bambini/e e adolescenti in situazioni di svantaggio. L’investimento in educazione e sviluppo delle competenze rappresenta uno strumento chiave di prevenzione dell’esclusione e di costruzione di autonomia nel passaggio all’età adulta. Fattori quali le barriere linguistiche, la precaria condizione giuridica, la dispersione scolastica dovuta anche ai repentini trasferimenti, continuano a incidere in maniera significativa sui percorsi di molti minorenni e giovani rifugiati e migranti. L’Organizzazione ha quindi promosso azioni in ambito educativo volte a supportare l’apprendimento della lingua italiana da parte di alunni neoarrivati nelle scuole primarie e secondarie di I grado, lo sviluppo di competenze del 21° secolo e l’educazione all’imprenditorialità di studentesse e studenti nelle scuole secondarie più svantaggiate, inclusi quelli con background migratorio, nonché l’orientamento ai percorsi educativo-formativi e professionali per MSNA e giovani migranti e rifugiati/e. “Nel 2025, si legge nel Rapporto, UNICEF ha rafforzato le attività di monitoraggio e supporto ai minorenni migranti e rifugiati nelle principali aree di primo arrivo e transito, tra cui Lampedusa, Agrigento e Trapani, adottando un approccio integrato che collega le équipe operative in frontiera con i case managers delle Prefetture. Le équipe hanno svolto un ruolo cruciale nell’identificazione tempestiva dei minorenni più vulnerabili, prevenendo esclusione dai servizi, sfruttamento e interruzione della presa in carico, mentre il team di case managers ha coordinato l’accesso a misure di tutela legale, assistenza sanitaria, supporto psicologico e soluzioni di accoglienza adeguate. L’intervento ha inoltre garantito continuità della presa in carico durante i trasferimenti, migliorando la raccolta e trasmissione di informazioni sui profili di vulnerabilità e rafforzando l’integrazione tra autorità, enti gestori, servizi territoriali e organizzazioni specializzate. Le due case managers presenti presso le Prefetture di Trapani e Agrigento hanno assicurato supporto personalizzato a MSNA, adolescenti, giovani migranti, nuclei familiari e donne a rischio di violenza di genere, collegando i casi ai servizi territoriali e costruendo percorsi di inclusione adeguati. L’UNICEF ha monitorato i casi, prevenendo abbandoni e discontinuità, e ha supportato operatori e istituzioni tramite coordinamento e strumenti condivisi, consolidando un modello di governance territoriale efficace e uniforme, in linea con i Vademecum ministeriali per la presa in carico delle persone vulnerabili”. Qui il Rapporto: https://www.datocms-assets.com/30196/1773130941-report-annuale-2025.pdf.  Giovanni Caprio
March 12, 2026
Pressenza
BUON COMPLEANNO a Yusra Mardini
Una storia di esilio, sport e solidarietà. di Bruno Lai. Yursa Mardini è una giovane siriana che vive a Damasco e si dedica al nuoto con passione ed ambizione. Nell’estate del 2015, insieme alla sorella Sarah, decide di fuggire dalla Siria, infiammata dalla devastante guerra civile. Siccome già allora la fortezza Europa rende difficile la vita di chi desidera vivere
Asilo, un diritto sotto pressione
-------------------------------------------------------------------------------- Parma, 14 febbraio: presentazione del Report Migrantes 2025 “Il diritto d’asilo”, presso la sede dei Missionari Saveriani. Foto di Nicola Masnadi (che ringraziamo), pubblicata anche sulla pag. fb di una delle più importanti esperienze di accoglienza in Italia, quella del Ciac -------------------------------------------------------------------------------- Un abitante del pianeta su 67. Questo secondo le stime dell’UNHCR è il dato che fotografa la gravità dello sradicamento forzato a livello globale alla fine del 2024, quando è stato toccata la cifra record di 123,2 milioni di persone in fuga. E se le cause della migrazione forzata continuano a peggiorare, la crisi dell’asilo – soprattutto nel cosiddetto Nord globale – sembra ormai diventata una condizione permanente. È il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes, intitolato significativamente Richiedenti asilo: le speranze recluse. Anche se a metà 2025 il dato globale è leggermente sceso (117,3 milioni), soprattutto per alcuni rientri in Paesi come Afghanistan, Siria e Sudan, non si può non notare come si tratti di ritorni in condizioni precarie, che non garantiscono una reale reintegrazione. Le cause restano le stesse, ma sempre più intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche, crisi economiche, disuguaglianze e cambiamenti climatici. Nel solo 2024 quasi 46 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di eventi ambientali. E, contrariamente alla percezione diffusa in Europa, tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito. A fronte di un incremento esponenziale delle spese militari, la cooperazione allo sviluppo, che potrebbe potenzialmente migliorare le condizioni di vita in certi contesti e prevenire la necessità di fuga da parte di alcune componenti della popolazione locali, è ai minimi storici. Il confronto è inquietante e smaschera qualsiasi retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: il 2,5 del PIL globale è dedicato alla spesa militare globale, mentre la spesa complessiva per gli aiuti allo sviluppo umano e alla cooperazione si va addirittura contraendo e corrisponde a solo lo 0,33% del PIL globale. L’Italia è ferma allo 0,28%, con la beffa di conteggiare in questa cifra le spese per l’esternalizzazione e il primo anno di accoglienza delle persone che fanno domanda d’asilo. Il rapporto evidenzia quindi una tendenza preoccupante: la gestione delle migrazioni forzate viene sempre più trattata come una questione di sicurezza e controllo, più che di protezione. Politiche un tempo considerate eccezionali – respingimenti, accordi con Paesi terzi, procedure accelerate o extraterritoriali – stanno diventando la norma. L’Unica norma che sembra attrarre fondi e consenso. Anche l’Europa si muove in questa direzione. Nel 2024 le domande di asilo per la prima volta nell’Unione sono diminuite a circa 913 mila (-13% rispetto al 2023), ma la percezione politica resta quella di una pressione crescente. Intanto i tassi di riconoscimento mostrano segnali di contrazione e, nei primi mesi del 2025, le decisioni positive risultano in forte calo. Sul fronte degli arrivi irregolari, i dati indicano una diminuzione complessiva, ma il prezzo umano resta altissimo. Nei primi nove mesi del 2025 si contano quasi 1.300 morti o dispersi nel Mediterraneo, con il rischio di morte sulla rotta centrale pari a un caso ogni 58 arrivi. Tra i nodi più controversi emerge la crescente esternalizzazione delle politiche migratorie. Il cosiddetto “modello Albania”, analizzato nella parte dedicata all’Italia, viene interpretato come un laboratorio per spostare fuori dai confini nazionali la gestione dell’asilo, sollevando interrogativi sul rispetto delle garanzie giuridiche e sul futuro stesso del diritto di protezione. Tutte preoccupazioni che diventano ancora più concrete nel 2026, anno della concreta implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che renderà il diritto d’asilo e la libertà di movimento ancora più difficile da rivendicare ed esigere. Il quadro che ne emerge è quello di una trasformazione profonda: l’emergenza diventa normalità e il diritto d’asilo rischia di essere progressivamente svuotato. Ma il rapporto invita anche a una lettura diversa. Le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La solidarietà, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare. Invertire la marcia rispetto a un orizzonte di sgretolamento dei meccanismi di tutela dei diritti umani e di messa in discussione del diritto d’asilo non solo è possibile, ma necessario. L’orrore e la sofferenza inflitti alle persone nei luoghi d’origine e lungo i percorsi di fuga non possono essere ridotti a errori collaterali o al segno di un tempo in declino. Così come non possiamo accettare che la reclusione o i rimpatri, sempre più privi di garanzie legali, vengano presentati come un’alternativa al diritto d’asilo e all’accoglienza di chi cerca protezione. -------------------------------------------------------------------------------- Una sintesi del volume può essere consultata a questo link, dove si trovano anche indicazioni sulle modalità di acquisto e sull’organizzazione di presentazioni a livello locale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FULVIO VASSALLO PALEOLOGO: > L’Europa demolisce il diritto di asilo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Asilo, un diritto sotto pressione proviene da Comune-info.
February 23, 2026
Comune-info
L’Europa demolisce il diritto di asilo
-------------------------------------------------------------------------------- Una giornata all’aperto per la Scuola di italiano promossa da Ciac (Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione Internazionale) di Parma, punto di riferimento storico per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo -------------------------------------------------------------------------------- Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le modifiche ai regolamenti sulle procedure dell’Ue per consentire un esame accelerato delle domande di asilo, ma si tratta di domande che dovranno essere processate in territorio europeo. In base al Considerando 65 del Regolamento procedure (UE) 2024/1348 quando applica la procedura di esame alla frontiera della domanda di protezione internazionale,“lo Stato membro dovrebbe provvedere alla predisposizione delle condizioni necessarie per accogliere il richiedente alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito, come regola generale, conformemente alla direttiva (UE) 2024/1346. Lo Stato membro può esaminare la domanda in un punto della frontiera esterna diverso da quello in cui è fatta domanda d’asilo, trasferendo il richiedente in uno specifico luogo sito alla frontiera esterna ovvero in prossimità della frontiera dello Stato membro interessato, o in altri luoghi designati sul proprio territorio nei quali vi sono strutture adeguate”. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni, il Parlamento UE ha modificato il precedente Regolamento procedure (UE) 2024/1348 con l’istituzione di un elenco UE dei paesi di origine sicuri. Saranno quindi imposte procedure accelerate, non solo in frontiera, per i richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Anche i paesi candidati all’adesione all’Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia) sono designati come paesi di origine sicuri a livello dell’Unione, a meno che nel paese non vi sia una situazione di conflitto armato internazionale o interno, siano state adottate misure restrittive che incidono sui diritti e sulle libertà fondamentali o la percentuale di decisioni positive prese dalle autorità degli Stati membri nei confronti dei richiedenti provenienti dal paese sia superiore al 20%. I paesi UE, come già ha fatto l’Italia, potranno designare ulteriori paesi di origine sicuri a livello nazionale, ad eccezione di quelli rimossi dall’elenco UE. E poco importa se questi paesi saranno caratterizzati da luoghi di totale violazione dei diritti umani, come l’inferno di Sfax o leprigioni egiziane nelle quali è stato torturato e ucciso Giulio Regeni. Per il governo italiano e per l’Ue, in nome del contrasto dell’immigrazione, anche paesi simili potranno essere definiti come “paesi di origine sicuri”. Gli eurodeputati hanno inoltre approvato il Regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo sicuro, che modifica il Regolamento (UE) sulle procedure di asilo 2024/1348, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni. I due Regolamenti costituiscono una modifica regressiva di Regolamenti sulle procedure di asilo non ancora entrati in vigore, varati nel 2024 in attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che venivano ritenuti troppo “garantisti” dalla maggioranza che si è formata nel Parlamento europeo, con la saldatura tra i popolari e le destre populiste. Si svuota di fatto non solo la portata effettiva del diritto di asilo, ma si cancellano i diritti fondamentali delle persone che in caso di rimpatrio forzato nel paese di origine, dopo procedure sommarie e senza un esercizio effettivo dei diritti di difesa, perché i ricorsi contro i dinieghi non saranno sospensivi delle espulsioni verso paesi ritenuti sicuri, potranno subire la privazione di tutti i diritti di libertà e persino del diritto alla vita. Lontano dai confini UE, le operazioni di riconsegna operate dalle polizie europee lasceranno prive di qualsiasi tutela persone che, sottratte alla giurisdizione europea, scompariranno nel nulla, non solo in Egitto ed in Tunisia, ma anche negli altri paesi extra UE designati come “sicuri”. Il vigente diritto dell’Ue, nella interpretazione della Corte di giustizia UE “osta a che uno Stato membro designi come Paese di origine sicuro un Paese terzo che non soddisfi, per talune categorie di persone, le condizioni sostanziali di siffatta designazione”. La Corte di giustizia ha altresì confermato la possibilità che uno Stato membro dell’Ue stabilisca una lista di Paesi di origine sicuri mediante un atto avente forza di legge, precisando però che va garantito un “accesso sufficiente e adeguato alle fonti di informazione (…) sulle quali si fonda tale designazione” e che il giudice ha il potere di valutare se questa rispetti i criteri giuridici previsti dal diritto europeo; nell’effettuare tale valutazione può avvalersi di fonti plurime e diverse da quelle seguite dall’Amministrazione “a condizione, da un lato, di accertarsi dell’affidabilità di tali informazioni e, dall’altro, di garantire alle parti in causa il rispetto del principio del contraddittorio”. Per questa ragione occorre garantire l’esercizio effettivo dei diritti di difesa e fare emergere la condizione individuale non solo dei richiedenti asilo, ma di tutte le persone che, anche in base alla legislazione nazionale (in Italia ex art. 5.6 del T.U. immigrazione 286/98), dopo l’esecuzione dell’allontanamento forzato, saranno comunque vulnerabili a seguito del rimpatrio. Paesi sicuri Secondo l’art.61 del Regolamento procedure (UE) 2024/1348 un paese terzo può essere designato paese di origine sicuro “soltanto se, sulla base della situazione giuridica, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono persecuzioni quali definite all’articolo 9 del regolamento (UE) 2024/1347, né alcun rischio reale di danno grave quale definito all’articolo 15 di tale regolamento”. La designazione dei paesi di origine sicuri a livello dell’Unione, ricorre quando questo paese garantisca una protezione effettiva e abbia ratificato e rispetti la convenzione di Ginevra nei limiti delle deroghe o limitazioni previste da tale paese, autorizzate a norma della convenzione. Dunque tale designazione, secondo quanto espressamente previsto, “non pregiudica la disposizione del regolamento (UE) 2024/1348 secondo la quale gli Stati membri possono applicare il concetto di paese di origine sicuro solo a condizione che i richiedenti non possano fornire elementi che giustifichino il motivo per cui il concetto di paese di origine sicuro non è applicabile nei loro confronti, nel quadro di una valutazione individuale. In tale contesto è opportuno prestare particolare attenzione ai richiedenti che si trovano in una situazione specifica in tali paesi, come le persone LGBTIQ, le vittime di violenza di genere, i difensori dei diritti umani, le minoranze religiose e i giornalisti”. In ogni casosi deve tenere conto della misura in cui, nel Paese designato come sicuro, è garantita protezione contro le persecuzioni ed i maltrattamenti con disposizioni legislative e regolamentari, il rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti negli strumenti internazionali a tutela dei diritti umani, il rispetto del principio di non-refoulement (art. 33 della Convenzione di Ginevra), e un sistema di ricorsi effettivi contro le violazioni di tali diritti e libertà. Rimane comunque all’autorità giudiziaria nazionale il potere di controllo sul corretto inserimento di un Paese nella lista di Paesi sicuri, quando i criteri di tale valutazione non sono attendibili o esplicitati, o su base meramente personale, come è confermato anche dalla più recente giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea. La Corte ha infatti affermato che il diritto dell’Unione non osta a che uno Stato membro proceda alla designazione di un paese terzo quale paese di origine sicuro mediante un atto legislativo, a condizione che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo. Sarà quindi importante garantire sempre una effettiva difesa legale e monitorare con team legali qualificati, operatori umanitari, medici e gruppi di rappresentanti parlamentari tutti i luoghi di arrivo e trattenimento dei richiedenti asilo bloccati alle frontiere europee e/o deportati verso paesi terzi. Centri rimpatrio in paesi terzi In base al Regolamento UE 2024/1349 “il cittadino di paese terzo o l’apolide la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di asilo alla frontiera non è autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro interessato”, e gli Stati membri possono imporre al richiedente asilo denegato il trattenimento per un periodo non superiore a 12 settimane “in un luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito. Qualora non sia in grado di accogliere la persona in uno di tali luoghi, lo Stato membro può ricorrere ad altri luoghi sul proprio territorio”. Se una decisione di rimpatrio non può essere eseguita entro questo termine massimo, “gli Stati membri continuano le procedure di rimpatrio a norma della direttiva 2008/115/CE”. In base a quanto previsto dal Consiglio Affari Interni dell’Unione Europea nel dicembre scorso, gli Stati membri avrebbero approvato un accordo politico che introduce la possibilità di creare “return hub” (o centri di rimpatrio) in Paesi terzi ritenuti sicuri. La creazione di centri di rimpatrio (hub) al di fuori dell’UE non è dunque ancora contenuta in un atto legislativo immediatamente applicabile, ma dovrà essere oggetto di ulteriori decisioni che dovranno portare all’adozione del nuovo Regolamento sui rimpatri, presumibilmente entro il 2027. Solo allora l’Ue introdurrà un nuovo sistema comune per i rimpatri, abrogando la vigente Direttiva Rimpatri (dir. 2008/115/CE), e sostituendola con il nuovo Regolamento proposto dalla Commissione Europea all’inizio del 2025 (COM/2025/101 final). Dopo l’entrata in vigore di questo nuovo Regolamento sui rimpatri, con l’abrogazione della precedente Direttiva 2008/115/CE, si potranno inviare i richiedenti asilo denegati che hanno ricevuto una decisione definitiva di espulsione, anche contestuale al diniego, in un Paese terzo, sulla base di un accordo bilaterale o concluso a livello di Ue. Ma rimarranno ancora garanzie giurisdizionali e diritti di difesa che non possono essere cancellati e la stessa Unione europea dovrà esprimersi sui singoli accordi bilaterali, nel tentativo di raggiungere criteri uniformi di negoziazione con i paesi terzi, criteri concordati che oggi appaiono assai lontani, anche per ragioni meramente economiche. A breve termine non sembrano dunque previsti a livello europeo centri di detenzione ubicati all’esterno dell’Unione per il trattenimento di persone che hanno fatto richiesta di asilo ad uno Stato membro, alle frontiere esterne o nei luoghi assimilati, ma pur sempre sul territorio di questo Stato, dunque rientrante sotto la giurisdizione dell’Ue. Il modello Albania, dunque, non ha ancora “vinto” e rimane privo di copertura legale a livello europeo e lo stesso vale per i progetti di legge sul “blocco navale” che il governo Meloni cerca di legittimare con il richiamo alle norme europee. Non si deve confondere la categoria dei Paesi terzi sicuri con il modello dei centri di rimpatrio (return hubs), che l’Italia ha cercato di esternalizzare con il Protocollo Italia-Albania. Il “modello Albania”, oltre che ai pochissimi naufraghi richiedenti asilo soccorsi in acque internazionali da navi militari italiane, che costituiva la previsione originaria, dopo il Decreto Legge 37/2025, poi convertito in Legge 75/2025, si dovrebbe applicare anche ai migranti irregolari le cui domande sono già state respinte e ha come obiettivo il loro rimpatrio, verso un Paese diverso da quello in cui si trova il centro, che di fatto dovrebbe funzionare come una sorta di stazione di transito. Tanto che i pochi rimpatri di persone detenute nel centro di Gjader, lo scorso anno, si sono effettuati dall’Italia e non dall’Albania. La normativa europea sui Paesi terzi sicuri, invece, si applica ai richiedenti asilo e punta alla loro riammissione nel Paese terzo da cui sono transitati, o sulla base di specifici accordi bilaterali o a livello dell’Ue. Perché i centri in Albania restano al di fuori dello Stato di diritto Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione inammissibile nel corso di una procedura in frontiera. Per poterlo fare, deve ricorrere una delle tre seguenti condizioni: l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili; il fatto che il richiedente sia transitato da un paese terzo prima di arrivare nell’UE dove avrebbe potuto richiedere una protezione effettiva; l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale, multilaterale o dell’UE, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati. Gli accordi conclusi dall’UE o dai suoi Stati membri con un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate. Questo non si verifica ancora nei rapporti tra Italia e Albania, che sotto questo profilo andrebbero rinegoziati. Fino ad allora i centri di detenzione in Albania resteranno al di fuori dello Stato di diritto, e la loro residua attività potrebbe anche essere fonte di ulteriore responsabilità contabile per tutte le autorità politiche e amministrative che ne imporranno il funzionamento. Gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di applicare il concetto di paese terzo sicuro come motivo di inammissibilità della domanda di protezione qualora esista la possibilità che il richiedente abbia accesso alla procedura di asilo e, se le condizioni sono soddisfatte, riceva una protezione effettiva in un paese terzo in cui non sussistono minacce alla sua vita o alla sua libertà per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale, in cui non è oggetto di persecuzione né esposto a un rischio effettivo di danno grave ai sensi del regolamento (UE) 2024/1347 a ed è protetto dal respingimento e dall’allontanamento in violazione del diritto alla protezione da torture e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti sancito dal diritto internazionale. Eccezioni La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a livello Ue che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone. Questa disposizione, e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera potranno applicarsi prima dell’entrata in applicazione della legislazione UE sull’asilo, prevista per giugno 2026. In questo modo si ritiene di superare la giurisprudenza della Corte di Lussemburgo che nel 2024 aveva fornito una nozione di paese di origine sicuro senza la possibilità di eccezioni territoriali. Ma ancora oggi non si possono escludere le eccezioni personali, basate sulle condizioni dei singoli richiedenti asilo, come non si può escludere l’esercizio effettivo dei diritti di difesa, come stabilito dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 1 agosto 2025, che non si può certo ritenere superata dai nuovi Regolamenti approvati adesso dal Parlamento europeo. In questa sentenza è stabilito a chiare lettere che fino a quando non entrerà in vigore un nuovo regolamento europeo sui rimpatri che disciplini gli “hub/return-hub”, non è legittimo considerare automaticamente “sicuro” un paese terzo. Secondo il Considerando 5 del nuovo Regolamento sui paesi terzi sicuri, “Data la necessità di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi nella lotta alla migrazione irregolare verso l’Unione, gli Stati membri dovrebbero poter anche applicare il concetto di paese terzo sicuro sulla base di un accordo o di un’intesa, indipendentemente dalla sua designazione formale, conclusi dall’Unione o dagli Stati membri con il paese terzo interessato in modo da favorire la certezza del diritto e la trasparenza, a condizione che l’accordo o l’intesa in questione contenga disposizioni che richiedano di esaminare nel merito tutte le richieste di protezione effettiva presentate in tale paese terzo da richiedenti interessati dall’accordo o dall’intesa”. Nei nuovi Regolamenti Ue si prevede formalmente il pieno rispetto dei parametri fissati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue, anche se l’affermazione è ridimensionata dalla possibilità che “l’esame da parte delle autorità competenti del paese terzo con cui l’Unione o gli Stati membri hanno concluso un accordo o un’intesa potrebbe includere, esclusivamente al fine di concedere protezione effettiva, diversi tipi di procedure per il trattamento dei casi, quali procedure semplificate, di gruppo o prima facie”. Si tratta di procedure sommarie già ampiamente sperimentate, e negativamente, in territorio europeo, da Lesvos in Grecia, ai centri hotspot di detenzione in Sicilia, con una serie di sentenze di condanna da parte delle Corti internazionali, sentenze a seguito di ricorsi che non mancheranno certo dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, in tutti i casi di detenzione informale o contraria alle norme europee ed internazionali. Secondo il nuovo Regolamento sui paesi terzi sicuri, “Al fine di garantire un più stretto coordinamento a livello dell’Unione e di accrescere le leve e la cooperazione nei dialoghi con i paesi terzi, gli Stati membri dovrebbero poter applicare il concetto di paese terzo sicuro ai richiedenti nell’ambito di accordi o intese in cui l’Unione, uno o più dei suoi Stati membri o uno o più Stati membri e paesi terzi, da un lato, e un paese terzo sicuro, dall’altro, costituiscono le parti. Per ragioni di efficacia e per evitare incompatibilità, dal momento che l’oggetto degli accordi che rientrano nell’ambito di applicazione del presente regolamento può rientrare nella competenza concorrente dell’Unione e degli Stati membri, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero cooperare strettamente nel concludere simili accordi, allo scopo di garantire la rappresentanza internazionale unitaria dell’Unione e dei suoi Stati membri“. Se qualcuno ritiene che oggi il modello Albania esca rafforzato dai nuovi Regolamenti approvati dal Parlamento europeo, potrebbe scoprire presto una ulteriore difficoltà per il suo effettivo rilancio, a fronte dei poteri di controllo, e di iniziativa, che si riservano gli organi dell’Ue, in vista di un quadro omogeneo di accordi con i paesi terzi ritenuti “sicuri”. Nessun modello Albania I due nuovi Regolamenti dovranno essere adesso approvati dal Consiglio dell’Unione europea. Va chiarito subito che, a una considerazione dei loro testi integrali, non costituiscono una ratifica del cosiddetto modello Albania, non prevedono lo sbarco in paesi terzi sicuri di persone soccorse in acque internazionali dalle Ong e neppure il loro eventuale trasferimento da paesi membri verso paesi terzi. I due Regolamenti non abrogano ancora la Direttiva 2008/115/CE che vieta di eseguire espulsioni e respingimenti al di fuori del territorio dell’Ue, con accompagnamento forzato da paesi terzi verso i paesi di origine, e vieta anche di eseguire espulsioni o respingimenti di richiedenti asilo denegati dal territorio di un paese membro come l’Italia verso un paese terzo, come nel caso dell’Albania. Rimangono dunque inammissibili le prassi di deportazione di immigrati irregolari dall’Italia in Albania, vietate dalla Direttiva rimpatri 2008/115 che rimane in vigore fino a quando Parlamento Ue e Consiglio non troveranno un accordo per la sua abrogazione, con la introduzione di una nuova normativa sui return hubs. Ma anche dopo, non verranno meno le garanzie stabilite dalla Costituzione italiana che all’art.10 prevede il diritto di asilo con una portata più ampia di quanto non si verifichi nella normativa europea. Qualunque trasferimento forzato, qualunque ipotesi di limitazione della libertà personale, in base all’art.13 della Costituzione, non potrà sottrarsi a un effettivo controllo degli organi giurisdizionali. Come afferma la Corte costituzionale, “Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia della immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani (Corte cost., sentenza n. 105 del 2001). E i blocchi navali? Si tratta di prospettive legislative ancora tutte da verificare a livello europeo, e di valutazioni politiche che non potranno sfuggire ai controlli giurisdizionali, al punto da svuotare del tutto i diritti di difesa riconosciuti dalla Carta Ue dei diritti fondamentali e dalle Costituzioni nazionali. In questa prospettiva non si può affermare, come sostiene il ministro dell’interno Piantedosi, che i centri di detenzione in Albania costituiscano “il primo esempio di quegli hub per il rimpatrio che sono citati da uno dei regolamenti”, almeno fino a quando, come previsto dal vigente Protocollo tra Italia e Albania, resteranno sotto la giurisdizione concorrente italiana e albanese. Un “modello” di esternalizzazione che non è sostenibile, non solo sotto il profilo amministrativo ed economico, ma anche dal punto di vista della compatibilità con il diritto eurounitario e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Che nei centri di detenzione albanesi non possono godere delle stesse tutele che spettano loro in territorio italiano, ed europeo, soprattutto nei casi in cui si richieda la protezione internazionale o sia necessario accertare l’effettiva età o le condizioni fisiche di chi si vorrebbe respingere, o espellere, da un paese all’altro. In nessun caso le proposte del governo italiano per un blocco navale in acque internazionali trovano copertura nei Regolamenti approvati dal Parlamento europeo. Né appare possibile a livello europeo modificare regole che sono imposte dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare approvate a livello delle Nazioni Unite. Chi fa oggi propaganda in questa direzione, vantando la vittoria del “modello Albania” o la possibilità di un “blocco navale”, è smentito dalla lettura dei testi effettivamente votati e dal complessivo sistema normativo che darà attuazione al Patto sulla migrazione e l’asilo approvato nel 2024. In base alla Direttiva rimpatri (2008/115/CE) ancora vigente, che resterà in vigore fino all’approvazione definitiva nel 2027 del nuovo Regolamento sui rimpatri, i rimpatri possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri, si prevede infatti inequivocabilmente come “esecuzione dell’obbligo di rimpatrio”, ,,,, “il trasporto fisico fuori dallo Stato membro” (art 3 par. 5). Inoltre, “al fine di agevolare la procedura di rimpatrio si sottolinea la necessità di accordi comunitari e bilaterali di riammissione con i paesi terzi. La cooperazione internazionale con i paesi d’origine in tutte le fasi della procedura di rimpatrio è una condizione preliminare per un rimpatrio sostenibile”. I nuovi Regolamenti approvati dal Parlamento europeo non legittimano ancora nuove forme di detenzione amministrativa, né automatismi nei trasferimenti forzati dal territorio di un paese membro verso paesi terzi “sicuri”, o verso paesi di origine ritenuti tali. Il controllo giurisdizionale rimane un passaggio ineliminabile, come impongono l’art. 5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, e in Italia, gli articoli 3,13 e 24 della Costituzione italiana. Senza nuovi accordi di riammissione con i paesi terzi e con i paesi di origine, e senza la loro effettiva attuazione, che non è certo all’orizzonte, al di fuori dei rapporti bilaterali già esistenti, il numero delle persone in condizioni di irregolarità effettivamente allontanate dal territorio italiano, ed europeo, non sembra destinato ad aumentare.Magari il ministero dell’interno potrebbe anche smettere di diffondere dati non veritieri sui “successi” conseguiti nell’aumento del numero delle persone destinatarie di un provvedimento di respingimento o di espulsione ed effettivamente rimpatriate. Se si vorranno “anticipare” singoli aspetti normativi dei nuovi Regolamenti, prima che questi entrino in vigore, se si moltiplicheranno i casi di detenzione informale ed arbitraria in frontiera, e nei luoghi che, con una finzione giuridica, si assimilano alla frontiera (con la finzione di non ingresso nel nuovo Regolamento sullo screening), per i quali l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, saranno altri ricorsi e verranno altre condanne da parte dei Tribunali e delle Corti internazionali. Almeno fino a quando i governi non eserciteranno un totale controllo sulla magistratura, come alcuni oggi vorrebbero imporre in Italia, magari sul modello di quei paesi come la Tunisia o l’Egitto, con i quali si concludono tanto facilmente accordi di riammissione, ma potremmo anche richiamare l’Ungheria, in ambito europeo, in cui il “governo delle migrazioni” e la “difesa dei confini” hanno portato alla cancellazione del diritto di asilo ma anche all’abbattimento dei controlli giurisdizionali, con la negazione delle garanzie dello Stato democratico di diritto non solo per i migranti ma per tutti i cittadini. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su a-dif.org con il titolo L’Unione europea cancella i diritti umani, ma non è una vittoria del “modello Albania” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Europa demolisce il diritto di asilo proviene da Comune-info.
February 11, 2026
Comune-info
Appello delle Ong al Parlamento Europeo: la Tunisia non è un Paese sicuro
Nella loro dichiarazione pubblicata oggi, 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani esortano con forza i membri del Parlamento Europeo a respingere la proposta di un elenco a livello europeo dei cosiddetti Paesi di origine sicuri. L’appello delle ONG, incentrato in particolare sulla Tunisia, è stato lanciato in relazione al voto odierno del Parlamento Europeo. Le organizzazioni sottolineano che designare la Tunisia come Paese di origine sicuro è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo. Insieme ad altre organizzazioni, SOS Humanity – operativa nella ricerca e nel soccorso nel Mediterraneo centrale – chiede ai parlamentari europei di tenere conto della trasformazione antidemocratica dello Stato nordafricano partner dell’UE: la repressione della società civile, che comporta violenze contro migranti e rifugiati. “Siamo profondamente preoccupati dal fatto che l’UE stia tentando di estendere la sua politica di prevenzione dell’asilo in Europa al confine dell’UE nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. “Da anni assistiamo alla spietata strategia deterrente dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere con respingimenti violenti dei rifugiati in fuga dalle coste nordafricane. Classificando Stati come la Tunisia come Paesi di origine sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se hanno avuto la fortuna di raggiungere le coste dell’Europa, apparentemente un luogo sicuro. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo”. Le organizzazioni per i diritti civili e umani in Tunisia sono altrettanto preoccupate per il deterioramento della situazione nel Paese, compresa la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la limitazione dell’indipendenza giudiziaria e dei media e le gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei cittadini tunisini. “Riclassificare la Tunisia come ‘Paese sicuro’ equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva”, afferma Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES). “Questo non solo prende di mira migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo più stretto dello spazio pubblico attraverso la continua criminalizzazione e stigmatizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale. Con la polizia e la magistratura sotto stretto controllo, coloro che riescono a fuggire continuano a essere minacciati di espulsione e deportazione”. Il direttore generale dell’organizzazione tedesca per i diritti umani Pro Asyl, Karl Kopp, sottolinea che il concetto di “Paesi di origine sicuri” legittima la violenza e la persecuzione in questi Paesi: “Classificandoli come “Paesi di origine sicuri”, il Parlamento europeo, in qualità di colegislatore, sta assegnando una sorta di marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che violano i diritti umani. La situazione in Paesi come la Tunisia, l’Egitto e la Turchia viene ignorata e l’UE sta completamente screditando sé stessa sulle questioni relative ai diritti umani. Sta abbandonando le persone perseguitate in questi Paesi”. Richieste delle ONG all’UE  Nella loro dichiarazione, le organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani sottolineano di aver assistito negli ultimi anni al costo umano degli accordi migratori tra l’UE e la Tunisia: più violazioni dei diritti umani dei rifugiati e dei migranti e più morti in mare. Di conseguenza, invitano il Parlamento Europeo a rispettare il diritto dell’UE e gli obblighi internazionali e ad agire in solidarietà con le persone che devono cercare protezione, respingendo quindi la proposta di un elenco UE dei “Paesi di origine sicuri”.   Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
Sudan, la guerra dimenticata
Come viene spiegato nel suo sito, SSAW – Support Survivors of African War è un’organizzazione dedicata al supporto dei sopravvissuti alle guerre africane, con il Progetto Sudan come obiettivo primario e punto di partenza. “Dall’aprile 2023 infatti il Sudan è alle prese con una guerra devastante tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Quella che era iniziata come una disputa politica si è trasformata in un brutale conflitto che ha travolto le città da Khartoum al Darfur. Il bilancio umanitario è catastrofico: oltre 150.000 vite perdute, 12,4 milioni di sfollati e oltre 26 milioni di persone che affrontano un’estrema insicurezza alimentare. Gli ospedali sono al collasso, i diritti umani sono sistematicamente violati, eppure il mondo continua a guardare dall’altra parte.” In questo contesto drammatico, di cui si parla troppo poco, l’associazione di volontari si impegna ad aiutare le famiglie rimaste in Sudan fornendo soccorsi essenziali e i migranti arrivati in Italia con corsi di italiano, inglese e computer con il Progetto LDTC – Linguistics and Digital Training Courses 2024, con UNHCR e INTERSOS Programma PartecipAzione, fornisce supporto legale ai rifugiati e organizza incontri, seminari e conferenze per far conoscere la situazione del Paese; negli ultimi tempi questa è precipitata con la conquista di Al Fasher da parte delle Forze di Supporto Rapido, che hanno commesso terribili atrocità ai danni della popolazione soprattutto. L’associazione ha lanciato il progetto SSSW (Support Survivors of Sudan War), una campagna di aiuti umanitari radicata nei principi decoloniali e agroecologici. Il primo obiettivo: riempire e spedire in Sudan un container umanitario con forniture salvavita. Grazie a volontari, donatori e organizzazioni alleate, SSAW ha raccolto e imballato beni essenziali per un valore di oltre 65.000 €, ma purtroppo il container di aiuti è rimasto bloccato a Port Sudan per problemi burocratici. Come annunciato nella sua Pagina Facebook, l’associazione sta organizzando diverse iniziative: Il 13 dicembre a Milano incontro “Insieme per il Sudan” Casa di Quartiere Pecetta (Municipio 8) in via della Pecetta 29 Il 15 dicembre una serata per conoscere il Sudan a Erba in Via Cesare Battisti 5 Il 15 dicembre Milano “Apericena di Natale”  e un dibattito sul Sudan con Mediterranea Saving Humans – Milano Piazza Villapizzone 3 Il 18, 19 e 20 dicembre a Milano, insieme a La Mya Parte – Associazione Migranti, Associazione Shukran Somalia – Onlus e  Cambio Passo  un evento intitolato “Vivere la speranza”: in occasione della Giornata Internazionale del Migrante viene inaugurata quest’anno In Diaspora, la prima edizione del Festival Metropolitano delle Diaspore. 18 e 19 dicembre presso la Casa delle associazioni, Via Miramare 9 (fermata MM1 Sesto Marelli) 20 dicembre nella sede del Municipio 8 (Casa di Quartiere Pecetta in via della Pecetta 29) “Attraversiamo una fase storica in cui l’ostilità nei confronti delle persone che migrano, soprattutto dal cosiddetto Sud Globale, si esprime con particolare violenza” spiegano gli attivisti. “Per questo vogliamo aprire uno spazio di confronto pensato e organizzato da e per le diaspore che vivono tra Milano e provincia, grazie a più appuntamenti di scambio e approfondimento di esperienze e temi di attualità”. Il 21 dicembre a Cuneo C.so Giuletti 31 riflessioni e dibattito sull’attuale situazione sudanese, seguiti da una cena tipica sudanese. Riferimenti: Info@ssaworg.com https://ssaworg.com/ https://www.instagram.com/ssaworg/ https://www.facebook.com/SupportingSudan                             Anna Polo
December 12, 2025
Pressenza
Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea
A fine ottobre la Commissione Europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul. L’Unione Europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi. Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi. L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa. Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ma ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro. E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto. La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie, perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan è stata ceduta nelle loro mani. Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani. Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan. Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan. Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del Ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei. Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario Europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’UE”. A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’UE, è un Paese Schengen. Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche dai Paesi occidentali, in quanto giustificata da esigenze pragmatiche. Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei. A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan. Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa UE continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’UE con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante UE per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’UE di portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani – offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli. È quanto del resto ha ribadito il Parlamento Europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee. In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba. L’articolo è stato pubblicato su Altreconomia, 18 novembre 2025   Anna Polo
November 26, 2025
Pressenza