La lezione albanese: un modello da seguire

Pressenza - Monday, June 15, 2026

Due settimane di protesta quotidiana  che non si ferma, anzi si allarga coinvolgendo un intero popolo non solo contro il governo ma anche contro il maggior partito di opposizione che è il rovescio della stessa medaglia.

Per far sì che il movimento duri nel tempo gli albanesi hanno capito che l’unico sistema possibile è far rientrare le proteste nella quotidianità della vita di tutti i giorni: si continua a lavorare, a studiare, ma ogni giorno a partire dalle 18 l’appuntamento è a piazza Scanderbeg per poi confluire sotto le finestre del palazzo del Primo Ministro.

Un accogliente spazio bimbi con lunghissimi fogli e tantissimi colori facilita la partecipazione dei genitori, anche se non pochi bambini si divertono un mondo a sventolare bandiere o cartelli sulle spalle dei genitori.

E’ una protesta radicale, che la folla chiama “revolucion”, non solo contro una classe politica corrotta e screditata, ma anche contro un modello di società che costringe centinaia di migliaia di cittadini ad emigrare in cerca di migliori condizioni di lavoro mentre una ristretta borghesia rapace, i famosi oligarchi e i clan a loro associati, si arricchisce oltre ogni misura, anche riciclando denaro di provenienza mafiosa, in speculazioni immobiliari tanto fantascientifiche quanto inutili alla popolazione.

Gli architetti si sono sicuramente sbizzarriti nel progettare queste torri fantasiose e bizzarre che si ergono verso il cielo, ma gli appartamenti sono vuoti perché gli affitti sono impossibili per una famiglia di lavoratori.

La caduta della dittatura stalinista di Enver Hohxa ha segnato la fine di un governo dispotico, ma le politiche neoliberiste hanno colpito lo stato sociale che garantiva una casa, un lavoro, sanità pubblica e una istruzione gratuita che, pur attraverso una selezione meritocratica, arrivava fino agli studi universitari.

Prima chi tentava di scappare dall’Albania finiva in carcere o rischiava la vita, ora si è spesso costretti a lasciare il proprio Paese, nella speranza di tornare un giorno poiché fortissimo è il legame di questo popolo con la propria terra.

Insomma l’arroganza della figlia e del genero di Trump sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la difesa di un piccolo paradiso ambientale è diventata orgogliosa difesa della propria terra e della propria patria.

Nelle piazze della protesta sale e si sprigiona una energia che insegna a tutti noi che un popolo che si unisce ed alza la testa può cambiare il corso della Storia e diventare esempio.

Non è quindi un caso che molti giovani turisti abbiano cambiato i programmi delle loro vacanze.

Questo movimento grazie all’inizio della stagione turistica sta diventando un movimento internazionale.

Questi ragazzi sono canadesi del Quebec.

Le due ragazze sono di origine iraniana e fanno parte di un gruppo ecopacifista di Sinistra. Trovandosi in vacanza in Albania hanno deciso di unirsi alla protesta. Sulla situazione in Iran non hanno dubbi nel solidarizzare con il movimento “Donna, vita, libertà” contro la teocrazia dispotica, patriarcale e feroce nella repressione del dissenso, ma al tempo stesso si sono mobilitate contro la guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti d’America contro l’intero popolo Iraniano. Una guerra che, lungi dal portare libertà e democrazia, con i bombardamenti ha fatto strage di civili innocenti.Ie

L’altro ieri in Piazza ho incontrato Julie, italoalbanese di Torino, attivista di un collettivo di solidarietà con il popolo palestinese, non ha dubbi che tramite il genero sionista di Trump Israele e gli Stati Uniti vogliano mettere le mani su un isola strategica che controlla il Canale di Otranto. L’isola di Suzan durante la dittatura di Enver Hoxha fu un’importantissima base militare con buncher antiatomici e chilometri di gallerie sotterranee. Accanto a Julie c’è una sua amica egiziana: hanno deciso di sfilare con una bandiera Albanese ed un airone con la Kefiah.

Mi spiegano che chi lavora nel settore pubblico rischia il posto di lavoro se viene identificato e anche per questo molti rifiutano di farsi fotografare o si coprono il viso con il loro cartello.

Altri invece si mettono in posa e mi ringraziano

Alle manifestazioni partecipano persone delle tre principali religioni: musulmani, ortodossi e cattolici

In Albania, diversamente dal resto dell’Europa non c’è alcun sentimento islamofobo.

Manifestano con reale preoccupazione per le sorti del loro Paese, ma anche con gioia e allegria.

E continueranno indomiti, fino alla vittoria.

Mauro Carlo Zanella