Se quella famosa “maestra di vita” avesse allievi semplicemente diligenti e
appena un po’ intelligenti, non tanto, solo quel poco che basta per capire
quanto appreso, non ci sarebbe più nessun umano onesto, ripeto onesto, pronto a
sostenere, e nemmeno a giustificare, l’entità sionista autoproclamatasi Stato
il 14 maggio del 1948 e colpevole da sempre di eccidi, stragi, furti,
illegittime espulsioni e pulizia etnica contro la popolazione autoctona in
Palestina (e non solo).
Azioni delittuose, in parte precedenti e “propiziatorie” alla dichiarazione di
quel 14 maggio e da allora mai interrottesi, se non per brevissimi periodi e,
comunque, sempre restando nell’illegalità internazionale, mai sanzionata per
una sorta di “principio d’eccezione” che ha consentito a Israele di far
avanzare l’originario progetto coloniale sionista stritolando vite e diritti
umani con la complicità, a volte tacita, altre esplicita, della maggior parte
degli Stati sedicenti democratici.
Ma la Storia è impegno e fatica e così, molto spesso, viene sostituita dalla
cronaca dell’ultim’ora somministrata dal sistema mediatico, più o meno fedele
portavoce della narrazione dominante. Le poche eccezioni che forniscono
spiccioli di conoscenza storica autentica riescono a malapena a sollecitare una
riflessione sulle cause originarie dalle quali sono scaturiti gli effetti. Ma si
tratta di gocce nel mare.
È quindi indispensabile ricorrere alla Storia, sebbene nelle limitazioni imposte
dalle norme editoriali di una rivista come Valori, partendo dalla menzogna
originaria che vuole Israele nato per disposizione dell’ONU.
Visto che proprio l’articolo 1 della Carta Onu, al comma 2 afferma il rispetto
e la tutela del principio dell’auto-determinazione dei popoli, sarebbe ben
strano che la stessa Organizzazione sovranazionale che, tra l’altro, pone tra i
suoi fini il riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, si fosse
assunta il compito di negare sia l’auto-determinazione dei popoli che il
rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
Infatti l’ONU, nella faticosa approvazione a maggioranza dell’Assemblea
Generale della controversa Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, non dispone
nulla – e neanche potrebbe farlo, non solo per non violare il suo stesso
statuto, ma perché l’Assemblea generale non ha potere vincolante – ma
semplicemente “propone” di risolvere il problema creatosi durante il Mandato
britannico sulla Palestina. Problema generatosi dapprima favorendo
l’immigrazione massiccia degli occidentali di religione ebraica, ma poi
frenandola per i conflitti violenti creatisi con la popolazione autoctona.
I britannici, pur essendo stati i facilitatori del progetto sionista in
Palestina con la dichiarazione Balfour del 1917, pagarono con pesanti atti di
terrorismo ebraico la loro tardiva moderazione. Infatti i gruppi terroristi,
come l’Haganah, l’Irgun e la banda Stern , quest’ultima di dichiarata
ispirazione fascista, non si accanirono più soltanto contro i civili arabi con
sanguinosi attentati nei mercati e nei centri abitati, ma contro gli stessi
inglesi che li avevano inizialmente favoriti.
Solo per testimonianza storica di queste affermazioni, generalmente occultate
alla memoria dell’opinione pubblica, ricordiamo l’attentato dell’Haganah alla
nave britannica SS Patria nel novembre 1940 che comportò circa 270 morti e quasi
200 feriti compresi gli stessi ebrei imbarcati sulla nave; l’omicidio del
ministro inglese Lord Moyne nel novembre del 1944, colpevole di rallentare
l’immigrazione ebraica; la strage del King David Hotel, sede del comando
britannico a Gerusalemme nel luglio del 1946, con circa 100 morti e 200 feriti;
l’attentato all’ambasciata britannica a Roma nell’ottobre dello stesso anno e
così via. Interessante ricordare anche che molti leader di quei movimenti
terroristi, poi confluiti in gran parte dell’IDF, sono poi diventati importanti
statisti israeliani e alcuni hanno perfino ricevuto il premio Nobel. Non per la
letteratura o la fisica o l’economia, ma Nobel per la pace!
Non potendo ripercorrere, per ragioni di spazio, tutto il cammino storico che ha
portato Israele a impersonare il paradigma dell’illegalità legalizzata, grazie
anche all’indiscutibile intelligenza politica della Hasbara, artefice di una
narrativa filo-israeliana riprodotta e amplificata dai media mainstream, mi
limiterò a suggerire la lettura di saggi storici anche di autori israeliani di
religione ebraica, poiché importante fonte di conoscenza storica . Importante
perché documentata e non frutto di opinioni personali. Le opere di Ilan Pappé,
Shlomo Sand, Uri Avnery , Benny Morris, Avi Shlaim, solo per citare alcuni tra
gli storici ebrei israeliani, forniscono esaurienti elementi per comprendere
la nascita e l’evoluzione storica e politica della questione che stiamo provando
a esaminare. La produzione di storici ebrei e non ebrei è notevole, ma la
lettura dei loro saggi, purtroppo, resta confinata nella cerchia degli “addetti
ai lavori” e quindi non arriva all’opinione pubblica. Per questa c’è la
narrativa dominante veicolata dal mainstream.
Così sembra normale parlare di ebrei come fossero un popolo e non una comunità
religiosa sparsa nel mondo, peraltro con numerose sfaccettature al proprio
interno. In altri – infausti – periodi storici questa confusione portò a
discriminazioni razziste, la più orrenda delle quali fu quella che determinò
l’olocausto nazi-fascista. Oggi è importante evitare confusioni e ribadire con
decisione che fondere religione e popolo riservando la nazionalità ai soli
ebrei in quanto ebrei, come deciso da Israele, è una forma di razzismo, e
affermarlo non ha niente a che vedere con l’antisemitismo. Sappiamo però anche
bene che, grazie al sottile intelligente lavoro della Hasbara, schierarsi contro
il razzismo di natura sionista comporta il rischio di essere definiti
antisemiti, ma è un paradosso che rifiutiamo. Neanche Zenone di Elea,
l’inventore del paradosso di Achille e la tartaruga sarebbe arrivato a tanto, ma
le vie della Hasbara sono infinite. Esattamente come infiniti sono i suoi
tentacoli, quelli che permettono a uno Stato di meno di 10 milioni di abitanti (
il 20% dei quali neanche con pienezza di diritti in quanto, non essendo ebrei,
hanno la cittadinanza ma non la nazionalità) di bombardare ovunque voglia
violando ogni spazio aereo senza subire sanzioni, di uccidere senza processo,
neanche sommario, migliaia di cittadini ritenuti nemici o semplicemente
scomodi in ogni parte del mondo con omicidi che non vengono sanzionati in
quanto definiti “mirati”. Di occupare illegalmente e violentemente territori
non suoi senza che il mondo intervenga se non con qualche occasionale rimprovero
e senz’altre conseguenze che quelle lucidamente mostrate con delinquenziale
spavalderia dal criminale ministro Ben Gvir quando ebbe a dichiarare che se
nessuno aveva fermato il suo Paese nel corso degli anni mentre violava numerose
norme delle legalità internazionale, era chiaro che avrebbe potuto seguitare a
violarle portando avanti il progetto sionista senza ostacoli. I fatti gli hanno
dato ragione.
Perfino di fronte a crimini contro l’umanità come il far esplodere
contemporaneamente migliaia di cercapersone in Libano provocando una ventina di
morti, decine di accecati, centinaia di mutilati e circa 4.000 feriti di varia
gravità, compresi numerosi bambini, nemmeno quello ha prodotto il dovuto
ribrezzo morale e le dovute conseguenze politiche. Al contrario, è stata
magnificata la straordinaria tecnologia di cui dispone Israele! E il giorno
successivo, chi lo ricorda più? Il giorno successivo Israele ha fatto il bis con
la strage dei walkie talkie. Altre decine di morti e centinaia di feriti. Per
qualche ora i media sedicenti democratici e le organizzazioni antifasciste come
l’Anpi hanno fatto gli indignati, ma anteponendo sempre alla loro molto
discreta indignazione la strage di un anno prima commessa da Hamas. La
percezione creata nell’opinione pubblica, quindi, è che si sia trattato di
“comprensibile” rappresaglia. Poco importa che riguardasse il Libano e non la
Striscia di Gaza, dove il genocidio ormai era in pieno svolgimento. Poco importa
anche che la strage dei cercapersone è risultato essere stata pianificata anni
prima del fatidico 7 ottobre. Per le anime belle che di tanto in tanto si
dichiarano critiche trovando che Israele sta un pochino esagerando e, magari, si
chiedono come abbia fatto a diventare tanto feroce, c’è già l’anti-critica
pronta: Israele ha il diritto a difendersi e Hezbollah e Hamas sono movimenti
terroristi. Anzi, qualche genio della creatività mediatica aggiunge pure che
Hamas è un prodotto del Mossad ed è in stretta collaborazione con Netanyahu,
confondendo il divide et impera che Israele ha sempre praticato con successo con
la politica di Hamas!
Una lettura corretta sia di Hezbollah che di Hamas chiarirebbe che si tratta di
partiti che hanno un’ala armata e che combattono contro l’occupazione. Alcune
azioni, al pari di quelle di ogni combattente contro l’occupazione in ogni
periodo storico, possono classificarsi “terroriste”, come i nazisti
classificavano quelle della Resistenza italiana o i francesi quelle della
Resistenza algerina, tanto per capirci. Ma Hezbollah e Hamas restano partiti
nati da movimenti contro la repressione e l’occupazione israeliana. Quindi,
rovesciare causa ed effetti è un’operazione storicamente scorretta e
profondamente disonesta.
Ma il dogma “Israele ha diritto a difendersi” supera ogni ragione altrui. E nel
concetto di difesa rientra e si dissolve ogni aggressione israeliana, ogni
strage, comprese quelle precedenti il fatidico 7 ottobre. Solo per fermarci
all’ultimo ventennio sparisce “margine protettivo” con 560 bambini gazawi
massacrati in 50 giorni oltre a migliaia di adulti; sparisce “piombo fuso” con
circa 350 bambini massacrati in 21 giorni oltre a migliaia di adulti; spariscono
le stragi continue “a bassa intensità” in tutta la Palestina occupata con le
migliaia di morti e decine di migliaia di feriti con l’unica colpa di essere
palestinesi! e si riduce perfino l’entità della strage e della cacciata dei
palestinesi durante la “Nakba”, contemporanea alla cosiddetta Dichiarazione di
Indipendenza di Israele.
Si dissolvono anche le responsabilità criminali di Ben Gurion, il polacco ateo
di origine religiosa ebraica, “padre” dello Stato di Israele. Responsabilità
celate dietro il suo dichiararsi socialista e dietro il riconoscimento immediato
del neo Stato da parte dell’Unione Sovietica, la stessa che fornì, insieme agli
USA, le armi per sconfiggere le armate arabe che all’epoca si ribellarono al
piano sionista.
Un notevole errore storico è quello di credere che solo i governi Netanyahu
(anche lui di origine polacca e anche lui ateo, sebbene utilizzi le più feroci
pagine dell’Antico testamento per incitare al genocidio) siano portatori del
progetto sionista, mentre in realtà ne sono solo i più sanguinari e osceni
esecutori. Il buon socialista Ben Gurion, membro del MAPAI , rivolto ai suoi
alti ufficiali dichiarò, già nel lontano 1948 che “Dobbiamo usare il terrore,
l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni
servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”
Per sfatare narrazioni distorte, fermiamo anche l’attenzione sulla prima donna
premier di Israele, Golda Meir, già ambasciatrice israeliana presso l’URSS ,
anche lei di nascita russa, più precisamente ucraina, anche lei atea, sfuggita
da bambina ai pogrom russi che avrebbero colpito anche lei perché di origini
ebraiche. Una delle sue frasi celebri può essere indicativa del suo progetto
politico, anche sorvolando, per ragioni di spazio, sulla pratica degli “omicidi
mirati” in ogni nazione senza mai subire processi o almeno sanzioni.
Nel giugno del 1969, intervistata dal Sunday Times, dichiara : “Non esiste una
cosa come il popolo palestinese. Non è che noi siamo venuti e li abbiamo
cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono”. Pur essendo atea, nella
migliore tradizione sionista religiosa, nell’ottobre del 1971 in un’intervista a
Le Monde circa Israele dichiara: “Questo paese esiste come il compimento della
promessa fatta da Dio stesso. Sarebbe ridicolo chiedere conto della sua
legittimità”. Penso che per aver chiarezza di quanto l’essere socialisti
significasse poco, anzi niente rispetto ai diritti del popolo palestinese,
queste dichiarazioni possano bastare.
Un altro personaggio che ha favorito narrazioni totalmente menzognere come la
“generosa offerta” del luglio 2000, una vergogna alla quale Arafat rispose
dignitosamente “no grazie”, è l’ex laburista Ehud Barak, anche lui di origine
est europea (lituana per la precisione) e anche lui non credente, ma viste le
origini religiose della famiglia, anche lui israeliano doc. Proprio in merito
alla “generosa offerta” rifiutata da Arafat, nell’agosto del 2000 dichiarò al
Jerusalem Post che “I palestinesi sono come coccodrilli, più gli date carne, più
ne vogliono”.
Passando alla destra sionista e per evitare che le dichiarazioni del criminale
di guerra Yoav Gallant e dei mostruosi ministri Smotrich e Ben Gvir sembrino
originali, è opportuno ricordare che l’ex terrorista, poi Primo ministro e
infine Nobel per la pace(!) Menachem Begin, esponente del Likud , nato in
Bielorussia, in un discorso alla Knesset nel giugno del 1982 (già insignito del
Nobel da 4 anni) dichiarò che i palestinesi “sono bestie che camminano su due
gambe” mentre un suo predecessore, anche lui ex terrorista, nato in Bielorussia
ed esponente del Likud, cioè Yitzhak Shamir, nel 1988 prometteva al suo pubblico
di coloni, che i palestinesi “saranno schiacciati come cavallette… con le teste
sfracellate contro i massi e le mura”.
Concludo questa parte fatta di citazioni, ignobili ma utili alla memoria,
tornando alla votazione all’Assemblea generale dell’ONU del 1947 che proponeva
la partizione della Palestina tra i suoi abitanti autoctoni e gli immigrati
ebrei, con una dichiarazione del futuro Nobel per la pace che rappresenta la
sintesi del progetto sionista: “La divisione della Palestina è illegale. Non
sarà mai riconosciuta. Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz
Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutto quanto. E per sempre.”
Alla luce di quanto esposto, ed è il minimo possibile, dovrebbe esser chiaro che
Israele sta semplicemente portando avanti l’antico progetto sionista. Quello che
vede nell’austro-ungarico Theodor Herzl, altro ateo ma di origine familiare
ebraica, il padre del sionismo moderno. Aveva le idee chiare Herzl, tanto che –
come si può leggere nei suoi Diari – mostrò il suo apprezzamento per Cecil
Rhodes, feroce colonizzatore britannico dell’Africa del Sud, scrivendogli: “Lei
è il tipo d’uomo di cui abbiamo bisogno. Ho solo cambiato la destinazione della
colonizzazione”. Herzl aveva chiaro che per sviluppare il suo progetto (in
parte nato come rifugio dalla discriminazione antisemita) aveva bisogno
dell’alleanza strategica di un impero, e quello britannico arrivò al momento
giusto, nel 1917 con la dichiarazione di Balfour al banchiere sionista lord
Rothschild che però Herzl non poté conoscere in quanto morto prematuramente nel
1904. Ma aveva previsto giusto affermando la necessità di creare un sistema
bancario in grado di finanziare la colonizzazione
Come si legge nel suo manifesto del sionismo, “Lo Stato ebraico”, pubblicato a
Vienna nel 1896, “Il nostro Stato dovrà avere alle spalle un capitale di credito
solido, riconosciuto dalle cancellerie europee”.
Infatti fu grazie all’incontro tra i due diversi interessi che dopo la fine
della prima guerra mondiale la Palestina, da provincia dell’Impero Ottomano,
divenne l’obiettivo del colonialismo d’insediamento utile all’Impero Britannico
e giustificato con il sogno di una parte degli ebrei della diaspora di
realizzare un loro Stato.
A questo punto resta da chiedersi come sia possibile che un minuscolo Stato,
criminale da sempre, distruttore del Diritto internazionale e generatore di caos
e illegalità anche quando non bombarda ma “semplicemente” occupa illegalmente,
assedia illegalmente, arresta illegalmente, compie azioni di pirateria in acque
internazionali da oltre 15 anni, possiede un arsenale atomico di oltre 100
testate nucleari, tortura i prigionieri, emana leggi razziste, confisca
illegalmente terre altrui, promuove azioni violente da parte dei suoi cittadini
e dei coloni che usa per conquistare altre terre palestinesi e tanto altro
ancora, come sia possibile che questo atomo pari allo 0,12% della popolazione
mondiale possa essere protetto, finanziato, sostenuto da decine e decine di
Paesi che hanno nelle loro Costituzioni principi del tutto opposti al suo
operato.
La risposta è generalmente occultata, ma non è difficile da trovare. Uno dei
volumi più recenti di Ilan Pappé e un testo meno recente di Livia Rokash
sarebbero già sufficienti a dare una prima risposta, ma ci limitiamo a
sintetizzarla con un’espressione metaforica: l’uso di numerosi tentacoli.
I tentacoli con cui la piovra Israele, con una testa detta Hasbara,
estremamente intelligente e spregiudicata, è riuscita ad afferrare e avvolgere i
più importanti centri di potere, finanziario, economico, politico, comunicativo,
culturale, scientifico, creando in tal modo una rete sia di interessi che di
ricatti, di “premi di fedeltà” e di esclusioni verso i non fedeli, le consentono
di restare impunita e sostenuta in ogni campo utilizzando e facendo utilizzare,
in particolare al sistema mediatico e politico, a livello trasversale, la
narrazione basata su menzogne evidenti ma ripetute fino a sembrare verità. Per
questo Israele ha creato ovunque strutture di potere (v. l’AIPAC negli Usa, che
finanziano tanto congressisti repubblicani che democratici purché
filo-sionisti). Il diffondersi ovunque di queste strutture, fedeli alla
manipolazione e alla narrazione a termini invertiti tra oppressore e oppresso,
e lo scavalcare il Diritto internazionale e ogni principio morale mantenendo al
guinzaglio governi e governanti di Paesi servitori sedicenti sovrani è la sua
forza. Tutto questo ricorda un vecchio film di fantascienza: L’invasione degli
ultracorpi.
Che fare dunque? Lo Stato non nato per volontà dell’ONU ma riconosciuto dall’ONU
solo un anno dopo la sua autoproclamazione, oggi, ai sensi della stessa Carta
ONU dovrebbe essere espulso o almeno sospeso dall’Organizzazione, ma questo non
avverrà e il progetto sionista seguiterà ad avanzare fino a quando almeno alcuni
dei suoi tentacoli non verranno tagliati. Non solo per il bene dei palestinesi,
ma dell’intera umanità.
Redazione Palermo
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Tirana: 46 giorni di Resistenza
L’occupazione dei cantieri navali di Danzica, nel 1980, durò 18 giorni e sempre
nel 1980 i metalmeccanici presidiarono i cancelli di Mirafiori per 35 giorni.
Lo sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 ed il 1985 durò esattamente un
anno.
Il presidio giornaliero in piazza Duomo a Milano entra oggi nel suo
quattordicesimo mese.
Mani Rosse Antirazziste presidia il Viminale ogni giovedì da otto anni.
Il movimento No TAV è in mobilitazione permanente da oltre trent’anni.
A volte queste mobilitazioni sono state sconfitte e per anni se ne sono pagate
le conseguenze, altre volte hanno segnato dei punti in proprio favore, ma non
esistono alternative.
Se si vuole contrastare la politica di riarmo dell’Unione Europea, se si vuole
impedire una guerra globale in Europa, se si vuole avere uno stato sociale
decente e pensioni e salari dignitosi, non esistono scorciatoie ad una
mobilitazione permanente.
Non siamo numeri!
Siamo voci!
Il governo deve ascoltarci, non restare in silenzio!
Si può vincere, si può perdere, ma se non si prova ad organizzare le speranze in
una lotta di lunga durata, la sconfitta è già segnata e le conseguenze saranno
devastanti.
Diceva Ernesto Che Guevara, la cui immagine ho visto apparire anche qui a
Tirana: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.”
I manifestanti che animano le proteste in Albania sanno di avere a che fare con
un muro di gomma, con un potere arrogante e sordo.
Sanno che la loro lotta potrebbe essere lunga, che anche la vittoria al
referendum, per cui sono state raccolte oltre venticinquemila firme in un solo
banchetto a Tirana (la metà di quante ne servirebbero entro la metà di novembre)
potrebbe essere poi annullata, aggirando il risultato con nuove leggi emanate da
un Parlamento saldamente in mano ai due compari Edi Rama e Sali Berisha, come è
accaduto in Italia rispetto all’acqua pubblica così come oggi si vorrebbe
aggirare le vittorie ai referendum contro le centrali nucleari.
La corrente va in direzione opposta alla nostra e basta fermarsi per tornare
indietro, anche rispetto a diritti che riteniamo erroneamente acquisiti.
Non esistono alternative al nuotare in direzione “ostinata e contraria”.
Questa è la lezione che ci viene oggi dall’Albania: una minoranza, se ha valide
ragioni e se sa essere coerente credibile e tenace, può innescare un movimento
di massa potenzialmente in grado di cambiare il corso della Storia.
Come dicono i Notav della Valsusa “Sarà dura” e chi ci governa non ci farà
sconti.
Mauro Carlo Zanella
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: i contributi di Carlo Bachschmidt e Haidi Giuliani
“Quello che sta accadendo in questi momenti a Genova supera ogni immaginazione.
Poco prima delle 18 dobbiamo registrare la prima vittima”: con queste le parole
il 20 luglio 2001 su Telegenova il giornalista Fabio Tiraboschi dava per primo
la notizia della morte di un ragazzo. Sarebbero passate alcune ore prima di
poter dare un nome a quel corpo in una pozza di sangue a Piazza Alimonda: Carlo
Giuliani.
Riprese video che insieme a una quantità impressionante di altre riprese
amatoriali, foto, registrazioni audio, avrebbero poi contribuito al lavoro
del Genoa Legal Forum e poi del sito processig8.net.
Colui che fin da subito si auto-incaricò di questo lavoro di raccolta fu Carlo
A. Bachschmidt, architetto che si era formato alla scuola di Renzo Piano e
consulente per varie iniziative collaterali alle mostre di Palazzo Ducale e nel
Terzo Settore. In occasione del G8 del 2001 fu responsabile della segreteria
organizzativa del Genoa Social Forum, con ben 1.187 organizzazioni, nazionali e
internazionali, determinate ad esprimere il proprio dissenso al vertice. Nel
2002 viene nominato consulente tecnico di parte (CPT) dagli avvocati
impegnati nella difesa dei manifestanti indagati, oltre che nei vari gradi di
giudizio sull’omicidio di Carlo Giuliani, fino alla definiva archiviazione.
Film-maker, autore di numerosi film, tra cui Black Block (menzione speciale alla
68a Mostra del Cinema di Venezia) e La Scelta (insieme a Stefano Barabino e
Michele Ruvioli, su vari protagonisti del Movimento NoTav), Carlo A. Bachschmidt
si è trovato naturalmente coinvolto anche nell’organizzazione di questo
venticinquennale, sia come curatore di alcune sezioni (in particolare la mostra
Punti di Vista, fino al 30 luglio al MAIIIM) che come autore di questo
importante libro Alimonda, chi ha ucciso Carlo Giuliani? che verrà presentato
stasera, martedì 14 luglio, alle 18:15 nei Giardini Luzzati di Genova.
Per gentile concessione dell’autore, ecco le pagine iniziali della bella
prefazione a firma di Haidi Gaggio Giuliani:
> Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e
> le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo
> giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire
> un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora
> potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima
> volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in
> Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita
> dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare
> negozio”, come dicevano loro.
>
> Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa»,
> sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi
> vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente
> piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata
> a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu
> Chao”.
>
> È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in
> sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da
> troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo
> gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare.
> “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi
> telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la
> terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo
> acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.
>
> “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da
> quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica,
> la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più
> niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio.
> Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati,
> giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione
> avuta in questura.
>
> Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non
> è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo
> veder qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in
> quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In
> particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla
> sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la
> segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.
>
> Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza
> Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si
> fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi
> un’altra di quello che avevano vissuto.
>
> Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io
> guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire
> dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le
> foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi
> tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano
> due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me:
> curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della
> chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una
> brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano.
>
> Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei
> scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato
> lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo
> carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita
> lacerando il palmo.
>
> Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in
> quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la
> quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale
> il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a
> sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum.
>
> In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al
> Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la
> situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso
> stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e
> consigli.
>
> Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro
> (Carlo A. Bachschmidt ndr), quando ho saputo che era consulente tecnico
> responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il
> materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e
> per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato,
> a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze.
>
> Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e
> cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella
> vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente
> smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza.
> Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee
> oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho
> lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi
> mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni
> audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al
> setaccio delle polizie.
>
> Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la
> Segreteria Legale che con noi familiari. Un paio non aveva fissato il momento
> dello sparo. Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente:
> il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre
> cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva
> sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il
> secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini
> della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da
> dare”.
>
> Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti
> violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il
> 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa
> chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e
> saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato
> Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti.
>
> Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World
> Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra
> al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in
> Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media
> italiani.
>
> Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito carlogiuliani.it.
>
> Haidi ed Elena nel 2003. Foto di Carlo Gubitosa da peacelink.it
>
> Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
> tanti anni (fino al 2016, ndr). Scrive Elena, che da sempre lo cura:
>
> “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha
> aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a
> diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue
> straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i
> programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il
> nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica,
> ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e
> la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno
> messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci
> ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia
> del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una
> sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo,
> caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2
> gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al
> secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una
> manifestazione.
>
> Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a
> viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni.
> Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno
> economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di
> solidarietà. Viaggio per imparare.
Centro Sereno Regis
Muravera (CA), inaugurazione di “Domu Mia Spiaggia Inclusiva” alla Marina di San Giovanni
Muravera, 9 luglio 2026, inaugurazione della “Spiaggia inclusiva”, a cura della
Associazione “Domu Mia”. Nella spiaggia della Marina di San Giovanni sono
convenute tante persone del paese e dei paesi del Sarrabus, anche dal Gerrei,
per l’inaugurazione della struttura che permetterà a persone disabili e anziane
di poter godere del mare. Il servizio giornaliero, assicurato dai volontari e
dalle volontarie dell’associazione, renderà effettiva l’accessibilità alla
spiaggia e alla balneazione.
(foto di Pierpaolo Loi)
“Domu Mia Spiaggia inclusiva” si ripropone per il quarto anno consecutivo; un
progetto che si realizza grazie alla tenacia dell’associazione e alla ricerca di
sinergie, come nel suo breve discoro ha spiegato il presidente, Ninni Santus.
Alle festa di inaugurazione non sono mancate le amministrazioni locali, le
associazioni del territorio e don Vittorio Quaranta, responsabile dell’ufficio
della Diocesi di Cagliari per l’inclusione delle persone con disabilità. Non
sono tante le “spiaggie inclusive” o, talvolta, si tende a relegarle in angoli
non visibili, ha affermato don Quaranta, mentre l’inclusione esige la
visibilità. Su questo c’è ancora tanto da fare. Dovrebbe essere compito delle
amministrazioni dei paesi costieri, della stessa Regione Sardegna, garantire a
tutti il diritto di godere del bene comune, che è il mare, con uno sguardo
speciale rivolto alle persone più fragili e bisognose.
In un post sulla pagina Facebook, “Domu Mia” ha scritto: con questa
inaugurazione “… abbiamo celebrato un percorso fatto di accoglienza, solidarietà
e diritti. Un grande grazie va a chi continua a credere nella nostra missione:
ai volontari, cuore pulsante della spiaggia inclusiva, alle istituzioni, alle
associazioni partner e a tutte le persone che con la loro presenza hanno reso
questa giornata ancora più bella”.
(foto di Pierpaolo Loi)
La serata è stata allietata dalla musica dal vivo dei Glees con le loro melodie
sarde e irlandesi, offrendo l’occasione di danzare a giovani e anziani in
un’atmosfera gioiosa, mentre si gustava il cibo prelibato, preparato con amore
dalle volontarie dell’associazione.
Pierpaolo Loi
Privilegi e guasti della razza padrona
L’espressione “razza padrona”, utilizzata come titolo per un fortunato libro di
Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani edito da Feltrinelli nell’ormai lontano 1974,
era stata coniata per indicare l’insieme dei manager e dirigenti delle grandi
aziende pubbliche nominati dalla politica e attenti, in genere, più ad interessi
di parte che alle esigenze delle imprese amministrate. Nel tempo, poi, essa si è
estesa, come per gemmazione, sino a comprendere settori influenti della politica
e imprenditori privati, accomunati da due caratteristiche peculiari: il
perseguimento di guadagni sempre più elevati e l’insofferenza nei confronti di
regole e controlli. Non tutto il mondo imprenditoriale è così ma figure come
Adriano Olivetti sono da tempo scomparse, sul versante pubblico come su quello
provato.
Quanto ai guadagni, non è necessario evocare il divario tra gli immensamente
ricchi e gli altrettanto immensamente poveri. Basta ricordare che, nel
2017, l’ex amministratore delegato di Fiat e poi Fca, Sergio Marchionne,
percepiva un un compenso complessivo annuo (stipendio base e bonus) di 9,7
milioni di euro, integrato con premi e conversioni in azioni, che lo
portavano fino a 46,3 milioni di euro (cioè a oltre 2000 volte quello di un suo
operaio). O che l’amministratore delegato di Tim, Flavio Cattaneo, lasciò
l’azienda, guidata per un anno e quattro mesi, percependo una buonuscita di 25
milioni di euro. O ancora che quando, nel 2014, il Governo propose, per i
manager pubblici, un compenso correlato agli emolumenti del presidente della
Repubblica e determinato in 240mila euro l’anno, l’allora amministratore
delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, ingaggiò una vera e propria
battaglia (alla fine vinta) per conservare le sue prebende annue di 873mila
euro.
Retribuzioni così elevate vengono giustificate – si fa per dire – con
l’assunzione di responsabilità elevatissime per la gestione aziendale,
incomparabili con quelle dei comuni mortali. Ma, come si è detto, la realtà è
assai diversa e la prassi, per la razza padrona, è quella di considerare i
controlli e l’eventuale sottoposizione a procedimenti penali o amministrativi
come prevaricazioni intollerabili o, addirittura, attentati all’economia
nazionale (sic!).
Partiamo dal caso più recente. Il 25 giugno scorso si è concluso, dopo 17 anni,
il processo per il disastro ferroviario avvenuto la sera del 29 giugno 2009 a
Viareggio, quando, a causa del deragliamento di un treno merci e della
conseguente fuoriuscita di gas da una cisterna contenente GPL perforatasi
nell’urto, scoppiò un incendio che provocò la morte di 32 persone, lesioni gravi
e gravissime ai danni di numerose altre e ingenti danni a veicoli ed edifici
adiacenti la locale stazione. All’esito di un processo durato tre lustri e
comprensivo di due passaggi in Cassazione, 11 dirigenti delle Ferrovie dello
Stato e di ditte collegate sono stati definitivamente condannati per il delitto
di disastro ferroviario colposo (essendo prescritti tutti gli altri reati, a
cominciare dagli omicidi colposi).
Tra i dirigenti condannati l’allora amministratore delegato di Ferrovie dello
Stato, il sunnominato Mauro Moretti, ritenuto responsabile – come precisato
dalla Corte di Cassazione già nella sentenza 8 gennaio 2021 – perché, per scelte
economiche, aveva «omesso di adottare misure di controllo nonostante i più volte
menzionati segnali di allarme in merito all’inefficacia dei sistemi di
manutenzione» dei vagoni destinati al trasporto di merci pericolose, affidati a
ditte estranee all’amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Moretti è stato
condannato alla pena di cinque anni di reclusione e, il giorno successivo, si è
costituito nel carcere di Orvieto dove si trova tuttora.
La notorietà del condannato eccellente, il suo ruolo nel mondo imprenditoriale
italiano e la sua stessa età (72 anni) hanno provocato una notevole risonanza
mediatica a cui ha fatto seguito un documento-appello di sostegno nei suoi
confronti, sottoscritto da esponenti del mondo delle imprese e da alcune
personalità politiche (come l’ex presidente della Camera Luciano Violante) e
pubblicato dal Sole24 Ore e da Repubblica su una pagina acquistata dal Gruppo
Webuild (ex Salini Impregilo, capofila del Consorzio cui è stata affidata la
costruzione del ponte di Messina).
Nel documento, dal titolo La responsabilità penale è personale, si afferma tra
l’altro: «La responsabilità penale è personale. Così stabilisce la Costituzione.
Essa non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente
dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse. Nelle grandi
imprese, pubbliche e private, le decisioni sono affidate a strutture articolate,
competenze specialistiche, procedure, controlli e responsabilità distribuite.
Per questo l’accertamento della responsabilità individuale deve fondarsi sempre
sui fatti, sulle condotte concretamente poste in essere, sui poteri
effettivamente esercitati, e sul nesso causale, mai sulla sola funzione
ricoperta». Affermazioni apodittiche che non si misurano minimamente con la
motivazione della condanna, fondata – come si è detto – sulla esistenza di
specifiche azioni ed omissioni.
Non è la prima iniziativa di questo tipo. Al contrario, iniziative analoghe si
sono sviluppate assai spesso quando i processi hanno lambito esponenti della
imprenditoria nazionale, fin dal lontano 1908, allorché il senatore Giovanni
Agnelli, fondatore della Fiat, venne indagato per falso in bilancio e
aggiotaggio e il ministro della Giustizia Vittorio Emanuele Orlando (che un anno
dopo ne avrebbe assunto la difesa tecnica) si premurò di scrivere al Procuratore
generale di Torino per segnalargli che «l’importanza degli enti e la gravità
delle accuse formulate contro i loro amministratori, non può che influire in
modo sinistro sulle sorti di industrie locali, che sono pure elementi notevoli
dell’industria nazionale».
Basti ricordare, per tutte, la lettera del 17 aprile 1997, pubblicata sempre su
Il Sole24ore, con cui – dieci giorni dopo la sentenza di condanna in primo grado
di Cesare Romiti (ex amministratore delegato della Fiat) per falso in bilancio,
finanziamento illecito a partiti e frode fiscale – 45 imprenditori e banchieri
non si limitarono ad esprimergli solidarietà (sottolineandone «l’impegno
personale, la dirittura morale e l’ortodossia di comportamento») ma ritennero di
dover denunciare che «la magistratura italiana ritiene opportuno di seguire
criteri rigoristici, anche se essi possono portare a riflessi negativi, essi sì
sproporzionati all’importanza dei fatti, sulla vita delle imprese e sulla
serenità della loro conduzione».
E ciò anche a tacere di comportamenti inqualificabili come l’ovazione riservata
il 7 maggio 2011, in un’assise di Confindustria, a Harald Espenhahn, il manager
ThyssenKrupp condannato il mese precedente dalla Corte d’assise di Torino alla
pena di 13 anni e 6 mesi di reclusione per il rogo dell’impianto torinese della
società che, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, aveva provocato la morte
di 7 operai, ovazione accompagnata dall’affermazione dell’allora presidente
dell’organizzazione imprenditoriale, Emma Marcegaglia, secondo cui «la condanna
dei dirigenti (Thyssen) è un unicum in Europa».
Eppure tutto si può dire meno che ci siano, nel nostro Paese, atteggiamenti
giudiziari persecutori nei confronti del mondo imprenditoriale. È vero piuttosto
il contrario, come si evince dal fatto che i detenuti per reati economici,
fiscali e contro la pubblica amministrazione non hanno mai superato, negli
ultimi anni, le 300 unità su un totale di circa 60.000. Illuminante poi – a
titolo di esempio – è una rilevazione empirica effettuata negli anni scorsi in
Toscana dalla quale risulta che solo nel 15-20% dei casi di infortunio mortale
sul lavoro il processo penale arriva alla fase del dibattimento e solo nel 2-3%
dei casi si conclude con l’accertamento della responsabilità e la condanna dei
responsabili…
Evidente, dunque, la pretesa della razza padrona: la previsione, ancor più di
quanto già oggi accade, di due distinti codici: uno per i “briganti” e uno per i
“galantuomini” (cioè le persone giudicate, in base al censo e comunque per
bene…), destinati, il primo, a segnare la vita e i corpi delle persone e, il
secondo, a garantire l’impunità o, nella peggiore delle ipotesi, a misurare
l’attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per
prescrizione.
Ai guasti diretti da ciò introdotti nel nostro sistema se ne affiancano altri:
indiretti, ma egualmente gravi. Nel sostenere questa posizione, infatti, vengono
richiamati – dagli interessati e dalla schiera di giuristi che li sostengono –
istituti giuridici fondamentali, che, a seguito di tale strumentalizzazione,
perdono di credibilità e di efficacia evocativa. Mi riferisco al garantismo e
alle alternative al carcere.
Il primo è la regola prima del processo penale, senza la quale lo stesso si
trasforma in esercizio di pura forza e di vendetta sociale: proporne una
versione selettiva che ne gradua l’applicazione in base allo status sociale
dell’imputato (galantuomo, brigante, o anche solo immigrato…) significa negarne
la stessa essenza, ché le garanzie o sono veicolo di uguaglianza o si degradano
a strumento di sopraffazione e privilegio.
Lo stesso vale per le alternative alla detenzione. Il carcere non serve per
Moretti come non serve per almeno la metà degli attuali ospiti di istituti
penitenziari; ma segnalarlo solo per lui, mentre aumentano invivibilità
carceraria e suicidi e 1.300 detenuti sono over 70 anni e con patologie
croniche, anziché promuovere un indulto generalizzato e diverse politiche
penitenziarie, significa solo confermare l’esistente, nella certezza che per lo
sfortunato potente si troverà presto una soluzione individuale (favorita anche
dal battage pubblicitario).
Redazione Italia
Diniego dell’accoglienza per “territorio di primo ingresso”: il TAR Lazio sospende i provvedimenti della Prefettura di Viterbo
Due cittadini afghani, giunti in Italia nel marzo 2026, manifestano la volontà
di chiedere protezione internazionale presso la Questura di Viterbo. Al momento
della manifestazione della volontà, entrambi, privi di alloggio e di mezzi di
sussistenza, richiedono l’accesso alle misure di accoglienza.
La Prefettura di Viterbo nega, però, l’accesso alle misure con due distinti
provvedimenti, sostenendo che i richiedenti sarebbero “entrati in Italia presso
altro territorio provinciale” e rinviando quindi l’accoglienza al “territorio di
primo ingresso“.
Con due ordinanze gemelle, il TAR Lazio accoglie le istanze cautelari e sospende
i dinieghi, ordinando alla Prefettura di adottare ogni idonea misura di
accoglienza.
L’elemento più interessante delle pronunce sta nel modo in cui il Collegio
ricostruisce la competenza territoriale. Richiamando il combinato disposto
dell’art. 6 d.lgs. n. 25/2008 e degli artt. 1, comma 2, e 14, comma 3, d.lgs. n.
142/2015, il TAR afferma che il richiedente può, alternativamente, rivolgersi,
per la presentazione della domanda di protezione internazionale, all’ufficio di
polizia di frontiera al momento dell’ingresso oppure alla Questura del luogo di
dimora. Da ciò discende il conseguente obbligo, in capo alla Prefettura di
quest’ultimo territorio, di disporre l’immediata accoglienza. Avendo i
ricorrenti legittimamente scelto di presentare la domanda a Viterbo, luogo di
dichiarata dimora, è, pertanto, la Prefettura di Viterbo a dover garantire
l’accoglienza; il luogo di primo ingresso resta, di per sé, irrilevante.
Per tale motivo, quindi, il Tar sospende entrambi i provvedimenti obbligando
l’Amministrazione ad adottare con immediatezza tutti i provvedimenti
conseguenti.
T.A.R. per il Lazio, Sezione Quarta, ordinanze n. 3567 e 3568 del 25 giugno 2026
Si ringraziano le Avv.te Loredana Leo e Giulia Fornasa dello Studio Legale
Antartide per la segnalazione il commento.
Mauritania, diario di viaggio – Parte 3
Dopo il primo impatto con il Paese e aver preso contatto più da vicino con
questa realtà, nella terza parte daremo uno sguardo più preciso alla economia
legata alla miniera che è la grande ricchezza ma anche il cuore dello
sfruttamento della popolazione mauritana. Parliamo di conseguenza di un governo
che ha il controllo della popolazione, di schiavitù e di mancanza di assistenza
sanitaria.
Il complesso della Miniera
La miniera di Zouerat
Arrivando a Zouerat con l’autobus, si passa -per chilometri- tra centinaia di
geometrici cumuli piramidali di ferro neri-rossicci, tutti perfettamente uguali,
alti 4-6 metri. Una visione surreale, quasi metafisica, difficile da fotografare
da un mezzo in movimento. Il risultato di un lavoro svolto da macchinari
ciclopici che scaricano e ricaricano cumuli calcolati con precisione nel peso e
nella dimensione (non possono superare un certo peso perché sprofonderebbero
nella sabbia).
Lungo questo percorso non si vedono esseri umani, ma alla gestione del processo
lavorano dai 7 ai 10mila dipendenti della SNIM – Società Nazionale Industrie e
Miniere -, sulla base dei progetti di espansione (per il 2026 è previsto un
raddoppio della produzione). Si arriva a 20mila se si considerano i lavoratori
stagionali e la logistica (manutenzione dei binari e dei macchinari, trasporti,
sicurezza). Questi lavoratori arrivano spesso da paesi confinanti come il
Senegal o il Mali, ma ci sono anche cinesi che vivono in comunità ermetiche con
ritmi di lavoro estenuanti. Tutti ruotano intorno ai turni di estrazione e sono
minatori e operatori delle macchine che guidano enormi dumper (camion grandi
quanto una casa di 3-4 piani) ed escavatori nelle miniere a cielo aperto. Le
squadre di tecnici ferroviari mantengono funzionante la ferrovia e il treno
lungo 3 chilometri.
Il treno della miniera
Le squadre di carico gestiscono i terminali dove i cumuli geometrici vengono
caricati sui vagoni con precisione millimetrica. Il treno viene caricato con un
sistema ad altissima tecnologia, in poche ore. Turni massacranti di uomini che
sono costretti d’estate a sfidare il Sahara a 45 gradi con una polvere finissima
che entra ovunque. Sono presenti infine ingegneri e geologi, spesso formati
all’estero o nelle scuole d’élite della stessa SNIM, che studiano i giacimenti e
le esplosioni per sbriciolare la montagna. Questi ultimi arrivano da
Francia-Europa, Turchia, Marocco, Cina.
Le Miniere di ferro vengono gestite dalla SNIM dal 1960, dopo che la Francia ha
“concesso” l’indipendenza in cambio-sembra-del 40% della proprietà della miniera
stessa. La Società quindi è governativa, ma ha una gestione privata; controlla
non solo la miniera, ma gestisce un ospedale privato, a cui hanno accesso i
minatori e le loro famiglie, una scuola privata, in cui vi è una “formazione di
eccellenza”, ed altri servizi in funzione della gestione di questa enorme
ricchezza.
Il Governo e il Parlamento
La Mauritania si definisce una Repubblica Islamica ed è presieduta dal
Presidente che viene eletto dai cittadini (Repubblica presidenziale). Questi
nomina il Governatore (Primo ministro). Il Presidente al momento è un militare,
eletto nel 2019 e poi rieletto nel 2024 “con elezioni popolari”. La Mauritania è
divisa in 15 regioni, tra cui quella di Zouerat-Miniera, e il Governatore nomina
direttamente i Governatori regionali, mentre i deputati che costituiscono il
Parlamento a Camera unica, l’Assemblea Nazionale, vengono eletti direttamente
dai cittadini.
In pratica il Parlamento ha il compito di votare le leggi ma il Governatore
regionale (sotto il controllo diretto del Primo ministro) ha il compito di
metterle in atto e il suo potere supera di gran lunga quello dei deputati, anche
a livello regionale. Insomma tutto è in mano al Governatore regionale che
dipende direttamente da quello nazionale, guidato dal Primo ministro.
La schiavitù
In Mauritania le dichiarazioni, anche ufficiali, testimoniano la presenza di un
sistema di schiavitù per ascendenza e una pesante repressione degli attivisti
che denunciano la situazione, soprattutto dell’IRA (Iniziative for the
Resurgence of the Abolitionist movement) che lotta per l’abolizione della
schiavitù. La Mauritania è il 3° paese al mondo, per numero di schiavi, dopo
paesi come Corea del Nord ed Eritrea, dove persiste la schiavitù per status
ereditario: se una donna è schiava, i figli sono schiavi, di proprietà totale
del padrone e le donne sono costrette a matrimoni forzati per partorire figli al
padrone.
Ufficialmente la schiavitù è stata abolita nel 1981 ed è punita dal 2007, ma ad
oggi si stima che siano circa 150mila le persone ancora in condizioni di
schiavitù su una popolazione di 5 milioni. Altre stime, che includono le persone
in totale dipendenza economica, arrivano a parlare di 500mila schiavi. Si tratta
soprattutto di “mori neri”, il 40% della popolazione, sottomessi dai “mori
bianchi” (arabo-berberi, pari al 30% della popolazione.
La salute e l’assistenza sanitaria
Il pronto soccorso dell’ospedale pubblico
Nell’unico colloquio avuto con uno dei medici responsabili dell’ospedale della
miniera, qualche accenno alla salute degli abitanti è emerso: tanti problemi
respiratori come conseguenza dell’impatto che la miniera a cielo aperto ha sulla
cittadina “sottostante”, diffusione di Hiv per mancanza di cultura della”
prevenzione sessuale” e presenza di manodopera migrante anche da zone/paesi
vicini, che solo saltuariamente torna alle proprie famiglie. Gli ho chiesto un
incontro successivo per avere dati più dettagliati sulla situazione sanitaria e
in particolare sugli infortuni in miniera, ma in quell’occasione non mi ha detto
più nulla: occorreva che avesse l’autorizzazione dalla Direzione…
Inoltre è complesso capire come le persone possano curarsi: sul territorio non
esistono medici gratuiti e accessibili. Certo, all’ospedale governativo si
accede, ma qualsiasi terapia o presidio è a carico del malato: medicazioni,
pannoloni, farmaci. Praticamente viene offerta la visita a volte il ricovero, la
diagnostica è quasi inesistente, e non c’è nient’altro… In pochi casi vengono
offerte alcune cure, ma è necessario prima verificare che il paziente sia
davvero molto povero!!! Qualche recente articolo di propaganda governativa, che
parlava di inaugurazioni e fondi destinati all’implementazione dell’assistenza
sanitaria, riportava come importante obiettivo che circa la metà dei cittadini
di Zouerat arriverà ad avere un’assicurazione privata… mentre il programma di
forfait ostetrico prevederebbe il pagamento di una di somma di 4000 oubie (circa
100 euro) per coprire le necessità di una gravidanza e del parto: una cifra
inarrivabile per la maggior parte della popolazione povera locale.
L’ospedale vecchio: difficile immaginarlo
La guardiola d’ingresso dell’ospedale vecchio
Nell’unica struttura pubblica ospedaliera esistente, dove sono entrata, in
teoria dovrebbero lavorare almeno 5 specialisti e una decina di medici generici,
oltre che personale infermieristico. Quando siamo entrati, io accompagnata da
Rossana, un governativo e un ospite Saharawi non abbiamo incontrato nessuno, ma
forse erano i giorni del Ramadan! Abbiamo vistolocali in uno stato di totale
rovina, poche attrezzature danneggiate o arrugginite, stanze senza lettini nè
sedie ma solo qualche muretto-panca su cui le persone possono sdraiarsi. Non oso
immaginare come potrebbero essere i reparti, a cui non abbiamo potuto accedere.
Il solo ospedale abbastanza “attrezzato” è quello privato della miniera, ma è
riservato.
L’ospedale” nuovo”: una vera cattedrale nel deserto
Si tratta di un edificio in costruzione, una costruzione fantasma al limitare
della città, in mezzo al deserto. Tempi di ultimazione? Buco nero (anche sul
cartello). Personale previsto? Non si sa. Costi? Degni di una struttura europea:
6 milioni di euro. In Italia, con la stessa cifra, si riesce ad edificare una
RSA di 60-70 posti letto su più piani (…nonostante tutto). Pare che che vi sia
stata anche una grande inaugurazione dell’ospedale nuovo da parte delle
“autorità”: una struttura che dovrebbe essere il polo di riferimento per tutta
la provincia desertica delle miniere. In arrivo tanti soldi…ma non si sa a chi
vadano.
Questo racconto, insieme ai precedenti, mostrano chiaramente come la povertà in
Mauritania e nella maggior parte dell’Africa non sia un caso. L’Africa è ricca
di tutto ciò che serve al capitalismo internazionale. La povertà in cui vive la
maggior parte della popolazione mauritana si spiega col grande sistema di
sfruttamento – fino alla schiavitù – delle immense ricchezze (materie prime
minerarie ma anche il pescato della costa) del Paese: un sistema che porta
vantaggi a pochi (tra cui sistema politico e governatori) e che obbliga la
popolazione a vivere in condizioni minime di sussistenza, di mancanza di
diritti, di cure, di possibilità di emancipazione.
Nella quarta e ultima parte racconterò alcuni momenti della mia esperienza
diretta nella casa di Rossana con i bambini e gli operatori, e del lavoro presso
le Centre de Santé.
Fine terza parte
Testo e foto di Franca Laviola
Redazione Italia
Levizja Bashke, Movimento Insieme, il partito di opposizione di sinistra al governo corrotto e al servizio degli oligarchi
Nel pieno rispetto delle decisioni assunte dal movimento, che infiamma da oltre
un mese la società civile albanese, hanno fatto un passo indietro accettando di
non essere visibili come partito, ma di mettersi in gioco e al servizio di
questa lotta.
Incontro uno dei militanti di Levizja Bashke in un bar adiacente all’Istituto
Italiano di Cultura che si affaccia su Piazza Scanderbeg. I giovani militanti di
questo partito lo chiamano con rispetto “il professore” e infatti merita
pienamente questo titolo.
> Nuova Albania
A noi non interessa fare propaganda di partito, che tra l’altro sarebbe
malvista, ma fare in modo che le nostre idee si affermino all’interno di un
movimento composito che vuole un’Albania senza Rama e senza corruzione, ma ha
diverse idee sulla “Nuova Albania”(“Shqipëria e Re” è uno degli slogan che
caratterizzano le manifestazioni insieme a “Revolution!”).
Gli slogan più gridati del resto sono le nostre parole d’ordine: innanzitutto no
alla corrotta classe politica sia del sedicente “Partito Socialista” del premier
Edi Rama che del cosiddetto Partito Democratico di Sali Berisha, che, pur
essendo all’opposizione, è l’altra faccia della stessa medaglia.
Edi Rama dimettiti
Uno degli slogan più gridati, dopo “Edi Rama: dimissioni”, è infatti “Rama in
galera, Berisha in galera”.
Siamo stati tra i primi a mobilitarsi insieme a vari gruppi ambientalisti contro
il progetto di resort per milionari nell’isola di Suzan portato avanti dal
genero di Trump. Allora eravamo qualche decina di persone, ma il filmato del
violento intervento dei vigilantes privati, che arrivarono a catturare e a
malmenare un nostro compagno, è diventato subito virale e l’indignazione che ne
è seguita è stata determinante per far partire la protesta.
Ugualmente siamo stati noi a sottolineare il ruolo nefasto degli oligarchi
albanesi, pronti a tutto pur di cumulare ingenti fortune mentre milioni di
lavoratrici e di lavoratori sono stati costretti ad emigrare, mentre nei
cantieri aperti ovunque, anche per riciclare denaro di dubbia provenienza, sono
al lavoro immigrati privi di diritti e super-sfruttati.
Non sempre siamo d’accordo con quanto propongono gli esponenti della società
civile che in qualche modo coordinano questo movimento. Ad esempio non
condividiamo la proposta di governo tecnico, poiché alla base delle scelte
economiche vi sono sempre scelte di carattere politico.
Noi ci identifichiamo con il pensiero di un socialismo realmente dalla parte
delle lavoratrici e dei lavoratori e al tempo stesso autenticamente democratico,
che favorisca cioè la sovranità popolare.
Difesa del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, che consentano una
vita dignitosa, investimenti dello Stato per rilanciare uno sviluppo sano,
ecologicamente sostenibile e diversificato del Paese, perché un Paese non può
vivere di sola speculazione edilizia finalizzata a un instabile turismo di
massa. Chiediamo investimenti significativi nella scuola, nell’università e
nella sanità, anche per aumentare i salari di chi lavora ed assumere nuovo
personale.
Chiediamo pertanto elezioni politiche anticipate. Non temiamo un confronto
politico che affronti i nodi dello sviluppo della “Nuova Albania” che vogliamo
costruire Insieme. Non esiste una scorciatoia e siamo consapevoli del potere
clientelare dei due maggiori partiti che vogliamo sfidare sul piano elettorale,
ma solo le elezioni politiche possono dare legittimità ad un governo che deve
essere chiamato a fare scelte che devono essere innanzitutto politiche.
Ilaria Salis applauditissima porta la solidarietà al movimento e si incontra con
Levizja Bashke
Malgrado queste divergenze non vogliamo creare fratture in questo movimento,
lavoriamo perché queste posizioni attraverso il confronto diventino egemoniche.
I manifestanti rispondono per le rime al primo ministro che li aveva mandati a
quel paese.
Il nostro partito non è nato ieri, affonda le sue radici nelle lotte degli
studenti universitari. Forse in Italia pochi conoscono o ricordano le proteste
degli studenti universitari contro la cosiddetta riforma proposta dal Partito
Democratico di Sali Berisha, culminate nel 2011 con l’assassinio da parte della
polizia di 4 studenti colpiti da armi da fuoco.
Nacque allora l’organizzazione politica e promuovemmo il movimento “Università
in pericolo” per salvare un sistema di istruzione universitaria pubblico e di
qualità. Il nostro slogan era “Menti unite, cuori uniti, il futuro appartiene a
tutti.
Il Partito Democratico ed il Partito Socialista avevano lo stesso approccio di
privatizzazione del sapere.
Il nome che ci demmo derivava dalla necessità di recuperare il valore della
politica come impegno sociale condiviso, in aperta polemica con la politica
ridotta a pura lotta per il potere.
Del resto decenni di regime stalinista avevano annullato ogni forma di
partecipazione alle decisioni attraverso un libero dibattito, imponendo
dall’alto le verità dogmatiche elaborate dal leader supremo.
Pur essendo garantiti diritti sociali essenziali alla casa, al lavoro, alla
sanità e all’istruzione, la società era organizzata in modo piramidale con al
vertice il segretario del partito Enver Hoxha e a seguire la burocrazia di
partito e i tecnici specializzati, poi la classe operaia e infine il
proletariato agricolo, privo di ogni proprietà e il cui lavoro e sfruttamento
producevano il plusvalore su cui si reggeva lo Stato.
Nel 2022 abbiamo quindi fondato il nostro partito, che è radicato soprattutto a
Tirana, dove abbiamo eletto nel 2023 una consigliera comunale e quindi un
deputato nelle elezioni politiche del 2025 .
Gli attivisti di Levizja Bashke con alcuni dei loro striscioni.
Mentre per la maggior parte degli albanesi la parola comunista dopo decenni di
propaganda stalinista è diventata impronunciabile o utilizzata in maniera
dispregiativo per indicare politici autoritari e corrotti “il Professore”
conosce bene l’originalità del pensiero di Antonio Gramsci, sta curando la
traduzione in albanese dei Quaderni dal Carcere e conosce ciò che fu
l’eurocomunismo promosso da Enrico Berlinguer, pensiero ovviamente scomunicato
da Enver Hoxha.
Dovremmo imparare dalle compagne e dai compagni albanesi la lezione di Gramsci
su cosa significhi prendere l’egemonia di un movimento attraverso il dibattito
politico basato su un progetto politico realmente alternativo allo “Stato di
cose presente” per costruire insieme “la città futura”.
L’incontro di Levizja Bashke con alcuni eurodeputati tedeschi, greci e croati
venuti a portare la loro solidarietà
Mauro Carlo Zanella
I femminicidi esistono! Voci che Resistono – Parole che attraversano il silenzio
Nella serata di ieri, mercoledì 1° luglio alle ore 19:00, gli spazi del Centro
Pace di Forlì (Via Andrelini, 59) hanno ospitato un caloroso ed emozionante
momento di riflessione collettiva con l’evento “I femminicidi esistono! Voci che
Resistono – Parole che attraversano il silenzio”. L’iniziativa, che ha
registrato la presenza di un pubblico estremamente interessato, attento e
profondamente coinvolto, è stata interamente dedicata alla sensibilizzazione e
al contrasto della violenza contro le donne attraverso il potere civile della
parola.
Il cuore pulsante della serata è stato il reading di poesie, aperto dalle
intense interpretazioni dei due poeti e delle due poete ufficiali: Filippo
Amadei, Matteo Zattoni, Mirella Paoletti e Giorgia Monti. Le loro letture,
mirate, precise e cariche di pathos, hanno saputo toccare corde profonde,
offrendo una panoramica toccante su una piaga sociale drammaticamente attuale.
Successivamente, la formula dell’open mic (microfono aperto) ha dato spazio alla
cittadinanza, registrando altri tre interventi spontanei e significativi da
parte di alcune persone presenti, che hanno condiviso versi e brevi testi per
arricchire la riflessione comune.
L’evento si inserisce all’interno della campagna europea “EUnited for Equality”
ed è stato realizzato nell’ambito del progetto “InclusiVoice”, co-finanziato
dall’Unione Europea e dall’Agenzia Italiana per la Gioventù.
Nel corso dell’incontro sono state illustrate le ragioni profonde di questa
iniziativa, nata proprio per promuovere gli obiettivi di inclusione e
uguaglianza del progetto. A questo proposito, gli organizzatori hanno annunciato
il prossimo lancio di una raccolta firme per una petizione formale rivolta
all’Unione Europea. L’obiettivo è di fondamentale importanza: richiedere
l’adozione di criteri statistici omogenei in tutti gli Stati membri per
monitorare i femminicidi e garantire tutele uniformi a livello europeo.
Il Centro Pace esprime un sentito ringraziamento per la partecipazione attiva
del Centro Donna di Forlì. Nel loro intervento hanno ribadito il valore della
sinergia tra le realtà del territorio.
A coronare la splendida riuscita dell’evento, le partecipanti e i partecipanti
hanno potuto godere di un gustoso aperitivo offerto dal negozio “Altromercato”
(con sede in Via delle Torri n. 8), che ha deliziato le persone presenti con una
selezione di prodotti biologici provenienti interamente dal circuito del
commercio equo e solidale, confermando l’impegno della serata verso la
sostenibilità, la giustizia sociale e la solidarietà in ogni sua forma.
Contatti e Informazioni: Centro Pace di Forlì Via Andrelini, 59 – Forlì
Per il Centro Pace, Angela Caruso (tirocinante)
Redazione Romagna
L’appello della XXV Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico: Tessiamo dialoghi per sradicare l’odio e costruire la pace
XXV Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico
È stato emanato l’appello della XXV Giornata ecumenica del dialogo
cristiano-islamico del 27 ottobre 2026 dal titolo “Tessiamo dialoghi per
sradicare l’odio e costruire la pace”. La Giornata, ideata dopo l’11 settembre
2001 per contrastare il rischio di islamofobia sorto in seguito all’attentato
alle Torri Gemelle, ha raggiuto il quarto di secolo.
L’appello è rivolto «a tutte le comunità credenti, alle istituzioni e a tutte le
donne e gli uomini di buona volontà, credenti, non credenti e diversamente
credenti». Rievoca il cammino percorso, «ricco di dialogo e di frutti», che ha
favorito un confronto intenso e sincero, ha generato cultura e relazioni, ha
custodito la memoria e ha tracciato percorsi di scambio capaci di produrre
conoscenza reciproca e collaborazione attiva». Anche sulla scia di questo
percorso, continua l’appello, è nato, nel 2019, lo storico Documento sulla
Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune.
In un’epoca segnato da una violenza sistemica che si articola in diverse
direzioni, credenti cristiani/e e musulmane/i, ispirati dalle rispettive
Scritture, sottolineano i valori della cura e della misericordia, si impegnano a
tessere relazioni, a rifiutare la logica della guerra e a costruire insieme
ponti di pace, di giustizia e di un’autentica fratellanza universale.
È possibile esprimere adesioni e segnalare l’organizzazione di eventi a:
redazione@ildialogo.org
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Il testo dell’appello
XXV Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico
27 ottobre 2026
Tessiamo dialoghi per sradicare l’odio e costruire la pace
A quarant’anni dallo storico incontro di Assisi del 27 ottobre 1986, voluto da
papa Giovanni Paolo II, e a venticinque anni dalla nascita della Giornata
ecumenica nazionale del dialogo cristiano-islamico, noi, cristiane e cristiani,
musulmani e musulmane in Italia, rivolgiamo questo appello accorato a tutte le
comunità credenti, alle istituzioni e a tutte le donne e gli uomini di buona
volontà, credenti, non credenti e diversamente credenti.
Il cammino percorso in questi decenni è stato ricco di dialogo e di frutti. Ha
favorito un confronto intenso e sincero, ha generato cultura e relazioni, ha
custodito la memoria e ha tracciato percorsi di scambio capaci di produrre
conoscenza reciproca e collaborazione attiva. Tutto questo è ormai diventato
patrimonio educativo della nostra società pluralista, interculturale e
interreligiosa, all’interno della quale l’Italia si è affermata come una vera e
propria “casa del dialogo”.
Da quella prima intuizione del 2001 hanno preso le mosse centinaia di viaggi,
incontri, patti e alleanze che ci hanno lasciato in dote un’importante eredità
spirituale e sociale. Anche sulla scia di questo lungo cammino è nato, nel 2019,
lo storico Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la
convivenza comune, con l’obiettivo di aprire e incentivare ulteriori percorsi di
vicinanza.
Oggi siamo chiamati, chiamate a percorrere questi sentieri con fede e fiducia,
immersi nella drammatica urgenza del XXI secolo. In un mondo ferito da caos,
oppressione, esclusione e massacri, la violenza ha superato i confini della
brutalità fisica. Viviamo in un’epoca segnata da:
• Violenza tecnologica, economica e finanziaria, che frammenta le comunità e
rende il vissuto quotidiano fragile e alienante.
• Violenza ecologica, che sfrutta e depreda il creato, schiacciando
sistematicamente le persone povere e le più vulnerabili.
Si tratta di una violenza collettiva e sistemica di fronte alla quale nessuno
può ritenersi innocente: i nostri stessi piccoli gesti, le scelte quotidiane di
consumo e i nostri silenzi rischiano di renderci complici indiretti di questo
meccanismo.
Di fronte a simili derive, noi credenti sentiamo il dovere di ripartire dai
nostri valori religiosi più profondi. In questa prospettiva, la cura e la
misericordia non sono semplici concetti astratti, ma diventano l’essenza stessa
del nostro agire. Adorare il Creatore significa impegnarsi attivamente a tessere
relazioni, rifiutando la logica della guerra e collaborando per sanare le ferite
delle nostre società. In questa giornata speciale, rinnoviamo il nostro impegno
a costruire insieme ponti di pace, di giustizia e di un’autentica fratellanza
universale.
Il nostro è un invito comune che valorizza le nostre unicità e differenze, come
dice il Sacro Corano: «A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e una strada
lineare. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha
voluto mettervi alla prova in quello che vi ha dato. Gareggiate ed eccellete
quindi nelle opere buone. A Dio tutti farete ritorno, ed Egli vi informerà di
ciò su cui eravate discordi» (Sura Al-Ma’idah, 5:48).
Queste parole fanno eco a due versetti del Nuovo Testamento, che recitano:
«Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e
nelle opere buone […] Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la
quale nessuno vedrà mai il Signore» (Lettera agli Ebrei, 10:24; 12:14).
Con questa volontà e certezza nei cuori e con la forza delle nostre rispettive
fedi, rinnoviamo oggi il nostro patto di amicizia e collaborazione. Le nostre
differenze non siano mai motivo di divisione, ma uno stimolo costante a
gareggiare nel bene; insieme, come figli e figlie dello stesso Creatore,
firmiamo questo impegno per il nostro Paese, per il mondo, per la pace.
Per comunicare adesioni e condividere eventi: redazione@ildialogo.org
Comitato promotore nazionale della Giornata ecumenica del dialogo
cristiano-islamico
Roma, 29 giugno 2026
Redazione Italia