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Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Riparare il mondo e cedere il potere: l’incontro con la Portentosa Cura Intergalattica
C’è un modo molto comune per interrompere la comunicazione tra le generazioni: l’atteggiarsi a custodi della verità da parte dei più maturi. È un atteggiamento spesso saccente, tipico di sempre, ma che oggi acquisisce un peso particolarmente grave. Grazie all’inverno demografico, infatti, la gioventù attuale si trova in una condizione di minoranza assoluta, cosa mai avvenuta per i giovani del passato. Mi riferisco ovviamente all’Occidente (ma a ovest di cosa?), ai Paesi ricchi (ma ricchi per chi?), insomma agli USA, al Canada, al Giappone, all’Europa e – al suo interno – al caso estremo dell’Italia. Non sto a riportare i dati, li vediamo tutti. Calo delle nascite, allungamento della speranza di vita e dinamiche migratorie fanno dell’Italia, insieme al Giappone, un Paese per vecchi. Tutto questo in un contesto di policrisi, ovvero di fratture che si intersecano e si nutrono a vicenda: climatica, politica, migratoria, sociale, energetica, logistica. Mao Zedong avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Un po’ la stessa logica del «Tanto peggio, tanto meglio» dei massimalisti nostrani. Anche questo è un giudizio con parametri vecchi, senza senso, che cerca solo di scaricare sui più giovani le nostre responsabilità. Mi vengono in mente le parole di Marco Rossi-Doria ascoltate anni fa a Biella: noi adulti dobbiamo fare due cose essenziali, porci il problema di come riparare il mondo e trovare il modo per cedere il potere alle generazioni successive. Faccio questo preambolo perché sono stato a un incontro organizzato da persone molto più giovani di me a Subiaco, vicino a Roma. Hanno scelto un nome non canonico e provocatorio, specie come acronimo: PCI, Portentosa Cura Intergalattica. Naturalmente usano il femminile sovraesteso: invece di ricorrere al maschile plurale, retaggio della società patriarcale, scelgono il femminile. È una delle pratiche che mi hanno insegnato in questi anni le mie figlie, insieme al rifiuto del binarismo di genere e ad altri elementi propri delle culture alternative contemporanee. Vedo già le smorfie dei lettori più maturi. Bene, vi dico una cosa: se avete questa reazione verso il linguaggio sovraesteso è perché non volete cedere il potere e, soprattutto, non vi interessa riparare il mondo. Al contrario, ho trovato molta attenzione e una profonda disponibilità all’ascolto nelle giornate trascorse con la Portentosa Cura Intergalattica. Cosa possiamo fare noi adulti? Intanto porci in ascolto; dopodiché raccontare, senza sovrabbondare, le nostre esperienze e lasciare che siano loro a scegliere ciò che può servire per costruire un futuro diverso. Così ho fatto, portando l’autocostruzione: una proposta nata dal design radicale degli anni ’70 che arriva fino a noi attraversando i decenni del disimpegno prima e dell’emergenza climatica poi. Giudicate voi come è andata…   Ettore Macchieraldo
August 30, 2026
Pressenza
Non arrendersi
Domenica alla Trappa di Sordevolo si sono incontrate quattro testimonianze importanti, per una giornata che ci ha fatto commuovere, riflettere, condividere. Muin Masri, cantastorie palestinese accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale, ci ha raccontato cosa significa affrontare l’odio e l’ingiustizia per liberare l’amore. Per noi non solo è un amico, ma un grande esempio di vita che nutre la nostra volontà di non arrenderci alla banalizzazione del male. QUI trovate il video. Jack di Biellesi per la Palestina libera, appena rientrato dalla Cisgiordania dove è stato volontario per ISM (International Solidarity Movement) per un mese e mezzo, ci ha raccontato la vita quotidiana dell’occupazione e l’importanza della loro presenza per proteggere i contadini e le famiglie palestinesi dalle aggressioni dei coloni. Le Donne in Cammino per la Pace hanno esposto nei terrazzamenti della Trappa gli arazzi realizzati per l’iniziativa “10, 100 1000 Piazze per la Pace”. Lo zaatar di Doha, contadina palestinese, ci ha comunicato il sapore dell’amore per la propria terra, anche quando significa rischiare la vita per coltivarla. Lo zaatar è un misto di spezie. E’ diverso da luogo a luogo, ci ha spiegato anche Muin. Quello assaporato alla Trappa di Sordevolo è quello che conosce fin da bambino. Doha infatti è di Burin, villaggio nei pressi di Nablus. Nomi che suonano lontani e che stanno scomparendo anche dalle mappe di google. E così, come in un’operazione del Grande Fratello, si vuole fare sparire, pezzo per pezzo, la Palestina dalla coscienze. E’ la sconfitta di tutti, ci ha spiegato Muin, conducendoci con le sue parole in quella terra che è diventata il simbolo delle cause perse, come le ha chiamate. “Cause perse che sono la speranza di un mondo diverso”, gli è stato risposto. Per un uomo nato a Nablus, che ha vissuto l’occupazione e l’apartheid, lo sterminio quotidiano di bambini, di donne e di uomini nella sua terra è un dolore difficile da comunicare. Ha iniziato a recitare nominando il “contorno del niente”. Il contorno di niente è il niente, ci ha fatto capire. Esattamente quello che Israele anzi, dobbiamo dire, non solo quello Stato, ma tutti i governi che lo sostengono, stanno creando in quell’area martoriata del mondo. Prima di nominare la stanchezza Muin ha detto altre due cose che ci hanno colpito. La prima è che dove non c’è niente si impara a dividere tutto. Non è scontato. Dove non c’è niente si può anche scegliere la brutalità, abbiamo pensato noi che lo ascoltavamo. Il secondo passaggio importante è fortemente collegato con la frase di cui sopra: “Vivere e morire con dignità umana è rimasta l’ultima cosa in quel pezzo di mondo”. E allora diciamolo: proprio lì è la speranza, nella scelta della dignità che porta alla gentilezza e a rigettare la brutalità. Domenica questa gentilezza ha attraversato tutti i partecipanti agli incontri alla Trappa di Sordevolo. Ringraziamo tutti di cuore, specialmente coloro che sono venuti per ascoltare, partecipare, contribuire, non arrendersi insieme a noi. C’era anche Ivana e quello che segue è il suo racconto Trappa, 23 agosto 2026 Salgo a piedi con Daniela, camminiamo lentamente raccontandoci di noi, ma presto il discorso passa alla Palestina, a Gaza, al genocidio e alla deriva dell’umanità insensibile a tutto questo orrore. La domanda che ci assilla è cosa si può fare, anche iniziando dalle piccole cose, per fermare l’escalation di guerre e distruzioni che affligge il mondo. Non voglio credere che sia una “missione impossibile”, non voglio credere che si sia giunti ad un “punto di non ritorno”, mi fa male pensare che il popolo palestinese sia ormai condannato alla stessa fine dei nativi americani, chiusi in riserve e vittime di discriminazioni. Non voglio pensare che la gente preferisca chiudere gli occhi, negare l’evidenza e credere alle menzogne, ormai non più credibili, di una narrazione ipocrita che descrive un paese, Israele, come vittima costretta a difendersi. Come posso, pur piangendo gli Ebrei uccisi dalla pazzia di Hitler, credere che Israele sia una democrazia! Inoltre, come può della gente come me, a cui nessuno con la pelle scura ha mai fatto del male, pensare che dei disperati che dopo aver subito inimmaginabili violenze e soprusi, in cerca di salvezza su barconi fatiscenti, sbarchino sulle nostre coste per invaderci! No! Voglio ancora provare a credere all’antica leggenda cinese di Yugong, ripresa da Mao Tse Tung a conclusione del VII Congresso Nazionale del partito Comunista Cinese nel 1945, per definire la forza che scaturisce dalla tenacia e dall’unione. “Yugong era un vecchio “scimunito” che viveva in una casa con davanti due alte montagne, Taihang e WangWu, che ne ostruivano il passaggio verso l’esterno. Perciò decise con l’aiuto dei figli di abbatterle a colpi di zappa. Un vecchio “saggio”, vedendoli all’opera li derise: – Siete degli illusi, voi da soli non riuscirete mai a spostare le montagne! – Il vecchio rispose: – Quando io morirò ci saranno i miei figli e poi i miei nipoti e così via di generazione in generazione all’infinito. Le montagne invece non possono crescere più di così. Perché non dovremmo riuscire a spianarle? – Spaventato dal lavoro di Yugong, il dio della montagna, temendo che non si sarebbe mai fermato, andò a riferire la cosa al supremo dio del cielo il quale, commosso da tanta determinazione, ordinò a due divinità dotate di forza titanica di caricarsi quegli enormi massi sulle spalle e portarli via. Così il vecchio riuscì a spostare le montagne. Come Yugong, simbolo di quella perseveranza e forza di volontà che può far superare ostacoli apparentemente insormontabili, così le Donne in Nero che instancabili ribadiscono un “CESSATE IL FUOCO” stampato a grandi lettere sui loro petti, insieme a tutte le persone che non hanno paura di abbattere muri togliendo un sassolino dopo l’altro, riusciranno a risvegliare le coscienze, scuotere dal torpore i “saggi” che pensano che “tanto non cambia niente”, per diventare tutti insieme un gigante capace di smuovere le montagne. Alla Trappa stendiamo subito i nostri arazzi sul prato fiduciose che non pioverà nonostante l’aria fresca e qualche innocua nuvoletta, che più tardi si allontana lasciando spazio ad una bella giornata di sole. C’è già un bel gruppo di persone venute ad ascoltare il bravo Muin Masri che, con grande empatia, accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale, riesce a raccontare i drammi della sua terra parlando di amore, di dialogo, di pace. Confessa di sentirsi quasi in colpa a vivere nelle comodità e avere dei privilegi, come quello di aprire il rubinetto e veder sempre scorrere l’acqua, mentre nella sua casa in Palestina l’acqua veniva concessa solo un giorno la settimana: solo il giovedì. Ne segue un dibattito sulla necessità di dialogo tra Israeliani e Palestinesi, ma anche sull’impossibilità di un confronto tra chi considera gli altri dei “cani palestinesi”, delle “non persone” da eliminare e chi vorrebbe solo vivere in pace sulla sua terra, anche se la difficoltà di dimenticare gli orrori di un genocidio che si protrae da oltre settant’anni di colonialismo appare insormontabile. Anche condividere una polenta e altre squisitezze che la cucina della Trappa ci offre, seduti attorno ai grandi tavoli di legno sul prato di fronte all’antico convento aiuta ad avere una visione più ottimista e a provare ad immaginare un futuro di sostenibilità ecologica, giustizia sociale e libertà per tutti i popoli. Gli occhi catturano i colori della natura e dipingono nei nostri pensieri una grande bandiera della pace che avvolge il mondo, scacciando il grigio tenebroso delle armi. Nel pomeriggio il dibattito prosegue, preceduto dal racconto di Jack appena tornato dalla Palestina. La situazione purtroppo è quella che conosciamo, anche se ci dice che fortunatamente lui non si è trovato al centro di attacchi da parte di coloni o in situazioni di pericolo. Però sappiamo che gli attacchi continuano e vengono continuamente presi di mira giornalisti, operatori sanitari, Ong e soprattutto bambini. Quando saluto tutti (o quasi, perché qualcuno fra tanta gente mi è sfuggito) mi sento più ricca e, anche se la consapevolezza di una situazione disperata mi rattrista, so che oggi abbiamo spostato un altro granello di sabbia dalla montagna Ivana Foto di Giovanni Ozino Calligaris Redazione Piemonte Orientale
August 26, 2026
Pressenza
La Piazza che resiste: a Trieste la solidarietà sfida odio e intimidazioni
KHANDWALARM 1 Insulti verbali nei confronti di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, fondatori dell’associazione Linea d’Ombra, e dei volontari di Fornelli Resistenti; messaggi social diffamatori e violenti; ronde notturne in motorino e “passeggiate per la sicurezza” organizzate dalla frangia triestina di Forza Nuova. Aumenta esponenzialmente il clima intimidatorio e di odio razzista attorno a Piazza della Libertà, luogo in cui, da anni, a Trieste, persone in movimento e richiedenti asilo, spesso di passaggio in città, trovano una rete solidale e di supporto. Qui associazioni come Linea d’Ombra e Fornelli Resistenti forniscono pasti caldi e primo soccorso medico alle persone in arrivo dalla rotta balcanica o escluse dal sistema di accoglienza. Ed è proprio Fornelli Resistenti che, pochi giorni fa, ha scritto una lettera indirizzata al prefetto di Trieste per denunciare il clima d’odio che stringe in una morsa la piazza: «Nelle ultime settimane si sono verificati episodi di aggressione fisica ai nostri volontari, in Piazza della Libertà, anche alla presenza delle forze dell’ordine, oltre a un episodio di aggressione verbale e intimidatoria in centro città», si legge all’interno della lettera, cui è stata associata una raccolta firme. «A ciò si aggiunge una crescente campagna di odio sui social network. In gruppi Facebook quali Son Giusto Trieste vengono pubblicati con frequenza insulti razzisti, offese e minacce rivolte alle persone migranti, ai volontari e direttamente a Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir. Riteniamo che la quantità e la reiterazione di questi contenuti abbiano ormai superato i limiti del legittimo dissenso, contribuendo a creare un clima intimidatorio e potenzialmente pericoloso. In questo contesto ci preoccupa in particolare l’annuncio delle cosiddette ‘Passeggiate della Sicurezza’ organizzate da Forza Nuova, a partire da quella prevista per venerdì 21 agosto, con ritrovo alle ore 21 in Piazza Venezia e successivo percorso nel centro cittadino». La raccolta firme ha raggiunto in pochi giorni un totale di 6.333 firme e la PEC è stata inoltrata al Prefetto di Trieste. «Quello che preoccupa di più è la percezione di un clima di violenza che sta aumentando. La notte, dopo aver lasciato la piazza – dove da mesi alcune persone hanno iniziato a proteggersi e a ripararsi – insieme a N. e a chi, tra i ragazzi migranti, è rimasto in piazza, ogni sera raggiungiamo Porto Vecchio. Quello che abbiamo notato è un clima sempre più intimidatorio e minaccioso: giovani in motorino arrivano, si fermano e fanno andare le moto a tutto gas. È un brutto, brutto segnale. È un clima di violenza che sta aumentando e nel quale la destra e i razzisti si sentono sempre più legittimati». Questo è ciò che racconta Lorena Fornasir, vittima nelle ultime due settimane di diverse aggressioni. Mentre rientrava a casa col marito Gian Andrea Franchi, un uomo li ha avvicinati a bordo di un’auto ricoprendo di insulti loro e le persone che trovano supporto in piazza. Questo è avvenuto a poca distanza da un altro episodio, questa volta protagonista una donna che ha strappato le bandiere palestinesi sempre presenti al presidio di Piazza della Libertà, sputando in seguito addosso a Lorena e a un’altra volontaria intervenuta per allontanare la donna. Il tutto è accaduto alla presenza delle forze di polizia, che da mesi sono quotidianamente dispiegate in gran numero nella piazza e che non sono intervenute. LA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE DEGLI ULTIMI MESI È ormai noto come Piazza della Libertà venga ciclicamente messa sotto attacco, anche a livello nazionale, per il suo ruolo di supporto a persone in movimento e richiedenti asilo. Preoccupa però più di altre volte la situazione che si sta sviluppando nelle ultime settimane. Queste ondate d’odio, infatti, non nascono dal nulla. Negli ultimi mesi la piazza è stata soggetta a una crescente militarizzazione, con blindati della polizia e dei carabinieri che presidiano questo spazio h24, in nome di una sicurezza che assomiglia molto a repressione e deterrenza alla solidarietà. Nella città non ci sono strutture per l’accoglienza delle persone transitanti, mentre per quelle che vogliono chiedere asilo in Italia posti liberi ci sarebbero, ma i ritardi nella registrazione delle domande fa sì che debbano aspettare settimane, se non mesi, per l’accoglienza. Nel frattempo il 9 giugno il consiglio comunale ha approvato la variazione di bilancio, stanziando 1,2 milioni di euro per la costruzione di una recinzione attorno a Piazza della Libertà, che vorrebbero chiudere durante le ore serali e notturne: un chiaro attacco nei confronti del presidio solidale che da anni dà vita a questo luogo. Invisibilizzazione e militarizzazione sembrano ancora una volta le uniche soluzioni da perseguire per le istituzioni cittadine, mentre vengono blindati gli edifici in Porto Vecchio in cui le persone in movimento, sempre più isolate e precarizzate, trovavano rifugio. A tutto ciò si aggiunge la narrazione con cui le attività in piazza e la piazza stessa vengono raccontate sui giornali locali, dove questo luogo è spesso dipinto come uno spazio di degrado e violenza, tutti elementi che facilitano la diffusione di notizie false ma soprattutto che permettono la proliferazione di idee razziste e giustificano le intimidazioni che si sono moltiplicate nelle ultime settimane. Approfondimenti LA STRETTA SU PIAZZA DELLA LIBERTÀ: MILITARIZZAZIONE E RECINZIONE CONTRO UN PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ Il primo di una serie di articoli del gruppo KhandwAlarm su quanto accade a Trieste 18 Giugno 2026 LE PROPOSTE DI FORZA NUOVA In questo clima ostile, aumentato dall’accanimento propagandistico di questi mesi anche da parte delle istituzioni cittadine, trovano infatti terreno fertile gruppi neofascisti che fanno del loro razzismo un valore da rivendicare. In questo contesto si inserisce la proposta di Forza Nuova che negli scorsi giorni ha diffuso un volantino online che invitava la cittadinanza a partecipare la sera di venerdì 21 agosto a una “passeggiata per la sicurezza” per “riappropriarsi del controllo delle strade e dei quartieri più difficili” della città, inclusa Piazza della Libertà. La formazione neofascista presenta la propria iniziativa come un invito ai cittadini ad organizzarsi per sopperire alle carenze delle istituzioni. Se questo fosse realmente l’obiettivo, Forza Nuova si troverebbe però di fronte a chi, da anni, opera proprio in questa direzione, garantendo cura e supporto alle persone che, una volta arrivate in città, si trovano a fare i conti con l’emarginazione sociale e con le lacune del sistema di accoglienza e asilo. Ovviamente la realtà è ben diversa, come testimoniano iniziative simili già avvenute in altre città. Il raduno forzanovista si configura infatti come un’iniziativa di stampo squadrista, volta a individuare un capro espiatorio nelle persone in movimento e nelle associazioni solidali che quotidianamente cercano di colmare le falle di un sistema che continua a produrre esclusione e violazioni dei diritti fondamentali. In un momento storico in cui il tema migratorio è al centro del dibattito politico, in una città come Trieste, concedere che un raduno fascista possa transitare in un luogo che da anni è simbolo di accoglienza e inclusione, è vergognoso da parte delle istituzioni cittadine e dà prova della loro misura morale. La risposta della cittadinanza solidale non ha però tardato ad arrivare. La sera del 21 agosto, come raccontato da alcune delle persone presenti, numerosi cittadini e cittadine solidali si sono radunati in Piazza della Libertà con l’obiettivo di garantire il normale svolgimento della distribuzione dei pasti, delle attività di assistenza medica e della socialità della piazza e per “mandare un chiaro segnale alle persone razziste e intolleranti di questa città, così come alla giunta che la governa: la Trieste solidale e accogliente resiste”, sottolinea un cittadino presente in piazza il 21 agosto. I pochi militanti di Forza Nuova impegnati nella “passeggiata per la sicurezza” sono arrivati in piazza poco prima delle 22, scortati da un blindato delle forze di polizia, per poi svoltare rapidamente in una via laterale e allontanarsi dalla piazza. Celere e Digos hanno invece mantenuto a lungo sotto osservazione i solidali radunati in Piazza della Libertà in opposizione all’iniziativa di Forza Nuova, quasi il vero problema fosse proprio la Piazza e non gli estremisti di destra che hanno sfilato per la città. ANCORA UNA VOLTA I RICHIEDENTI ASILO VENGONO ABBANDONATI Intanto a Trieste le condizioni di persone in movimento e richiedenti asilo continuano a peggiorare. Anche a causa del caldo asfissiante, da qualche mese, decine di persone sono tornate a cercare riparo sotto i portici della stazione dei bus, appena al di fuori dell’area di Porto Vecchio, dove negli scorsi mesi sono stati sgomberati e sigillati numerosi edifici in cui le persone in movimento trovavano riparo. Tale soluzione è l’unica a disposizione delle persone che sono in attesa di accedere in Questura per presentare domanda d’asilo. Da qualche mese, infatti, la Questura di Trieste ha avviato in via sperimentale un sistema di prenotazioni, nato teoricamente per evitare a persone in movimento e richiedenti asilo lunghe ore di attesa di fronte alla Questura, per ora concretizzatosi in un’ulteriore forma di abbandono istituzionale nei confronti di quelle persone che da tali istituzioni dovrebbero essere tutelate. Questi appuntamenti per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale e per formalizzare poi tale richiesta sono infatti fissati a distanza anche di mesi, con gli appuntamenti spesso rimandati più volte. Ancora una volta, in mezzo, il limbo in cui una persona si trova ad essere completamente invisibile e per questo motivo, priva di alcun diritto. Come Khandwalarm vogliamo però ricordare ancora una volta due principi che vediamo sistematicamente violati nella nostra città ma che sono sanciti dalla legge. Come è infatti spiegato in un altro articolo, la manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, che può essere fatta in qualsiasi momento anche in maniera orale, dovrebbe essere seguita dalla registrazione della domanda entro cinque giorni lavorativi, termine che può estendersi a quindici in caso di un elevato numero di richieste. Approfondimenti TRIESTE NON UN’EMERGENZA, MA UNA VIOLAZIONE STRUTTURALE DEI DIRITTI Una rassegna di dieci anni di giurisprudenza: gli ostacoli al diritto d’asilo e all’accoglienza sono illegittimi 13 Luglio 2026 La tempestività della procedura è fondamentale per garantire ai richiedenti asilo l’effettivo accesso ai diritti previsti, tra cui l’accoglienza e l’assistenza sanitaria. La legislazione italiana, inoltre, illustra chiaramente come l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbe essere fatta in maniera dignitosa e tempestiva. All’articolo 1 comma 2 del decreto legislativo 142/2015 si legge infatti che le misure di accoglienza «si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere la protezione internazionale». Questo però non accade a Trieste, dove le persone, sia in attesa di manifestare che di formalizzare la richiesta di protezione internazionale, rimangono escluse dall’accoglienza. Ad oggi l’accoglienza diffusa in città ha posti letto vuoti mentre i centri di accoglienza Campo Sacro (a Prosecco) e Casa Malala (a Fernetti) si riempiono rapidamente. E allora ci chiediamo, dove dovrebbero stare le persone dal momento in cui in città sono assenti centri di accoglienza a bassa soglia anche per i transiti? Ma soprattutto, com’è possibile che le istituzioni cittadine non condannino questi episodi di violenza e intimidazione nei confronti delle persone di cui dovrebbero essere responsabili e che invece abbandonano e nei confronti di quelle persone che sopperiscono alle loro carenze? Com’è possibile che venga permesso il passaggio di una realtà neofascista da Piazza della Libertà? Mentre, in tutto ciò, sui media locali si parla di “antagonisti” e di “piazza in mano agli estremisti” in riferimento a chi quotidianamente dà vita a tale presidio solidale. Dal momento che le istituzioni non prendono posizione e i movimenti neofascisti trovano sempre più legittimità, Khandwalarm ritiene necessario denunciare il comportamento delle istituzioni cittadine, spesso in contraddizione con i decreti legislativi, e i movimenti neofascisti che sembra che trovino sempre più legittimazione a Trieste. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎
Accoglienza dei richiedenti asilo: accertata l’illegittimità del silenzio della Prefettura di Torino
Il TAR Piemonte, Sezione Prima (R.G. n. 354/2026) ha accertato l’illegittimità del silenzio serbato dalla Prefettura di Torino rispetto alla richiesta di inserimento in accoglienza. Il ricorrente, richiedente asilo di cittadinanza iraniana, aveva presentato l’11 luglio 2025 istanza di inserimento nel sistema di accoglienza, senza mai ricevere risposta. Nelle more del giudizio l’amministrazione lo ha collocato in una struttura di accoglienza prefettizia, ma il TAR ha riconosciuto il permanere dell’interesse all’accertamento dell’illegittimità del silenzio, anche a fini risarcitori. La sentenza chiarisce che alle domande di accesso alle misure di accoglienza si applica il termine generale di 30 giorni previsto dall’art. 2, co. 2, l. 241/1990, e non il termine di 180 giorni dei procedimenti “riguardanti l’immigrazione”: l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale è infatti disciplinata dalla direttiva 2013/33/UE e dal d.lgs. 142/2015, che esigono l’erogazione tempestiva delle misure sin dalla manifestazione di volontà di chiedere protezione (conformi Cons. Stato, sez. III, n. 5503/2024 e TAR Piemonte, sez. I, n. 1362/2025). Il TAR ha inoltre precisato che l’inserimento in lista d’attesa non esclude il silenzio: l’amministrazione ha comunque l’obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso e motivato. T.A.R. per il Piemonte, sentenza n. 1195 del 27 maggio 2026 Si ringrazia lo Studio legale Oltre per la segnalazione e il commento.
Vivere su linee di confine, un’intervista a Sergio Bologna
Rilanciamo l’anteprima dell’intervista a Sergio Fontegher Bologna – tradotta e pubblicata da “Officina Primo Maggio” – rilasciata dallo storico del movimento operaio al collega Némec, giornalista di un sito sloveno in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, ““Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste” (edito dalla casa editrice Agenzia X, assai “nota ai punk milanesi”). Scrive l’autore: «A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». Interessante è la presentazione editoriale del volume, allorquando si scrive che si tratta di un «memoir ricco di valore storico, i primi vent’anni dell’autore che scorrono sotto i nostri occhi come in un film ambientato sui tanti confini di Trieste. La morte sfiorata pochi giorni dopo la nascita, la casa situata tra il quartiere dei ricchi e quello dei lavoratori, poi la guerra, i bombardamenti, i rifugi trasformati in cimiteri, i nazifascisti che scappano, i partigiani, le truppe di Tito e gli americani…  I confini invisibili dell’adolescenza, le ansie e le passioni, i passaggi cruciali sul cammino verso l’età adulta, a partire dall’osservazione delle diverse fasi di costruzione delle grandi navi che hanno portato Sergio a diventare uno dei massimi esperti di logistica e spostamento merci dei porti. Le rigorose analisi sulle prime frontiere da varcare per dare spazio a un pensiero radicale che pochi anni dopo sarà condiviso con un gruppo di intellettuali durante la gestazione dell’operaismo italiano e nella fondazione di molte riviste teoriche di critica sociale, sulle quali ha scritto e continua a farlo. Un’intera vita a studiare e cercare di capire i significati delle separazioni e delle possibili convergenze tra le classi sociali, quei confini mobili, continuamente riguadagnati e riperduti, quasi un moto perpetuo di salite e discese. Ci vuole coraggio, un po’ di fantasia e un pizzico di beffarda stramberia per non finire vittime del conformismo e “per non restar inchiodati a difendere con le unghie e con i denti la trincea dello status, per non sacrificare tutta la vita al sogno di entrare nel mondo di chi gode il privilegio della narrazione”»[accì] _____________ Némec: Si è deciso a scrivere le Sue memorie, il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nella Sua adolescenza. S.F.B. Guardi che mi sono tenuto nel cassetto quel testo per più di vent’anni, semmai c’è da chiedersi perché mi sia deciso a pubblicarlo solo ora. Némec: Mi può rispondere solo Lei. S.F.B.: Oggi si parla continuamente di guerra. E se non si parla di guerra si rilancia continuamente il militarismo, in Italia l’esercito fa propaganda nelle scuole, la divisa militare sembra sostituire i modelli di Armani, di Dolce&Gabbana… e allora mi sono detto che forse è utile ricordare cos’è una guerra vera, soprattutto per la popolazione civile, per un ragazzo. Alcuni miei coetanei erano sfollati a quel tempo. Io invece la morte me la son vista in faccia, anzi, i traumi della guerra mi hanno dato la coscienza di me stesso, la mia memoria è nata allora. Némec: In effetti il Suo racconto è una testimonianza storica. Ma non ci sono anche degli intenti letterari nella sua scrittura? S.F.B.: Per tutta la vita ho scritto saggi, articoli, non ho mai scritto poesie o romanzi. Ma anche il saggio è una forma letteraria, anzi, un genere, come ci ricorda il Lukàcs de L’anima e le forme che tradussi in italiano quando avevo vent’anni. Scrivere in un buon italiano, chiaro ed elegante, ho sempre ritenuto mio dovere per rispetto del lettore ma è stato al tempo stesso un piacere enorme, quanto quello, credo, del musicista verso il suo strumento. Che ci sia riuscito non lo so, lo giudicherà il lettore. Némec: Dicevo che il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nel libro, per esempio l’operaismo. S.F.B.: Beh, qui tocchiamo l’essenza del libro. Chiariamo innanzitutto cosa s’intende per operaismo. È quella teoria, quella metodologia analitica, che consente di capire che cosa è la classe operaia, la forza lavoro in tutte le sue segmentazioni, dal sottoproletariato al lavoro intellettuale. Di capire quale è il ruolo sociale, la posizione che occupa nella società, di chi presta le sue energie materiali e immateriali a terzi, a coloro che se ne appropriano e in cambio gli danno una parte risibile del valore prodotto. Io ho avuto la fortuna di stare negli strati più alti, docente universitario per un certo tempo, ma mio padre era invece un tecnico, doveva timbrare il cartellino, e mio zio Giaci un manovale, un uomo di fatica che ha dovuto andare a guadagnarsi il pane a 11 anni. Noi abitavamo in una dignitosa dimora piccolo borghese, zio Giaci per molto tempo in una casa senza servizi e mia nonna lo stesso. Queste differenze hanno marcato la mia visione del mondo, differenze di comportamento, di linguaggio, di abitudini. È un tema ricorrente nel libro. Ma hanno inciso anche nella mia formazione. Io ho fatto un ottimo liceo, ho fatto l’università, ma mio padre non è mai riuscito a laurearsi, ad avere quel maledetto “pezzo di carta”, e mio zio è arrivato solo alla terza o alla quinta elementare. Perché? Perché non avevano voglia di studiare? Perché dovevano portare soldi a casa. E quando all’oratorio io, liceale, davo lezioni private a ragazzi degli istituti tecnici, il problema delle differenze di classe si ripresentava. Io potevo permettemi lezioni private di tedesco, di pianoforte, oltre a un ottimo liceo. Insomma, è diventato per me un istinto avvertire le differenze di classe. Sin da ragazzo. San Giacomo ha fatto il resto. Chi viveva a San Giacomo allora, quando c’era l’industria, i cantieri, capiva subito di trovarsi in un quartiere diverso dal centro città e che lì c’era la classe operaia. Una classe operaia multietnica, una parte della quale entrò nelle file della resistenza yugoslava, l’Osvobodilna Fronta. Némec: Il tema dei rapporti tra italiani e slavi è presente in maniera massiccia. S.F.B.: Lei è sloveno e ha colto al volo, ma a molti lettori questa centralità è sfuggita. Penso che la mia testimonianza mandi all’aria molti luoghi comuni che su quel tema si sono costruiti e sedimentati. Tutto nasce ancora una volta dalle condizioni di classe. Mio nonno, padre di mia madre, se l’era svignata lasciando la moglie con quattro figli. Mia madre, la maggiore, va a vivere con la nonna paterna nei sobborghi di Trieste a maggioranza slovena. Con la tubercolosi frequenta tanti sanatori, dove la percentuale di pazienti slovene è molto alta. E queste cose le restano dentro anche quando aderisce all’andazzo nazionalista. Ma un ruolo fondamentale nei miei rapporti con la comunità slovena lo gioca zio Giacinto, che è un ammiratore di Tito. Tuttavia al liceo mi lascio intruppare nei cortei antititini e per il ritorno di Trieste all’Italia, ma della patria non me ne frega niente, ci vado per far casino. Quanti miei amici erano figli di famiglie miste, all’oratorio per esempio! Qui però quello che scrivo è pesantemente influenzato dalla mia scelta di fare lo storico e in particolare lo storico della Germania nazista. Il mio maestro è stato Enzo Collotti, che ha insegnato a Trieste ed è quello che ha messo a nudo, assieme agli storici dell’Istituto della Resistenza, la vicenda del forno crematorio della Risiera di San Sabba. Una vergogna che Trieste si porterà dietro per sempre. Io comincio a scrivere queste memorie proprio nell’anno in cui viene istituita la sciagurata “giornata del ricordo”, che permette di cambiar le carte in tavola della storia di quelle terre e trasforma le vittime in carnefici. Quello che più m’indigna è che accusa gli storici italiani di aver occultato la storia dell’esodo degli istriani e di aver taciuto sulle foibe. Menzogna! Basta leggere i lavori degli anni ’80 dell’Istituto di storia dell’Università di Trieste diretto da Giovanni Miccoli. Sono tuttora membro del ristretto comitato scientifico di un’importante Fondazione tedesca per la storia del nazismo, nota in tutto il mondo. Trieste dal settembre del ‘43 all’aprile del ‘45 è stata un pezzo di Terzo Reich, non era più Italia, né repubblica di Salò. Era Terzo Reich. Come si spiega altrimenti il forno crematorio? Quindi chi conosce bene la storia degli orrori nazisti capisce meglio alcuni risvolti della storia di Trieste di quel periodo. E capisce quanti meriti abbia la giustizia partigiana ad aver eliminato personaggi come Christian Wirth. Némec: Però Suo padre era fascista e pare che abbia rischiato la pelle all’arrivo dei partigiani. S.F.B.: Sì, ma anche nel suo caso clichés e luoghi comuni saltano. Non ha mai avuto nei miei confronti atteggiamenti autoritari, mi ha lasciato libero sempre, mi ha insegnato la dignità del lavoro e il rispetto per la donna. Ha dedicato l’intera sua vita ad assistere mia madre. Lavorava ai cantieri ed ha preso la tessera del fascio quando sono stati nazionalizzati. Lo hanno messo fuori i comitati di epurazione un mese e mezzo dopo che le truppe di Tito si erano ritirate da Trieste e le autorità yugoslave non contavano più nulla. Ma meritava davvero restare fuori per 14 mesi, con un piccolo sussidio – non riesco a immaginare come abbia sopravissuto la mia famiglia – per aver dato dei ”disfattisti” ai colleghi? Gli hanno offerto il patteggiamento, non ha accettato. Ricordo quando, agli inizi degli anni Settanta, i miei genitori erano venuti a vivere a Montegrotto per stare vicino a me che insegnavo a Padova. Un giorno promisi loro di presentarli a Toni Negri. Erano emozionatissimi, mia madre si provò davanti allo specchio l’abito più adatto che avrebbe indossato. Toni, come al suo solito, dando la mano batté i tacchi e s’inchinò leggermente. Loro ne furono estasiati. Mi chiedo, se fossero vissuti qualche anno di più (morirono uno nel ‘76 e l’altra nel ’77) cosa avrebbero detto quando il nome di Toni Negri apparve sulle prime pagine dei quotidiani nell’aprile del ’79 come quello di un efferato criminale. Sono certo che avrebbero capito, così come zio Giaci capì subito che si trattava di una montatura e che il sistema aveva bisogno di un capro espiatorio. Némec: La figura di questo zio Giacinto sembra sia stata importante per Lei. S.F.B.: Moltissimo, la sua esperienza di vita mi ha insegnato cosa è stato veramente il fascismo, cosa è stata la guerra e l’infamia di Mussolini che ha portato alla distruzione del paese e alla morte di centinaia di migliaia di italiani. Per difendere la patria? No, per spalleggiare Hitler nell’aggressione a tanti paesi che non ci avevano fatto nulla. Oggi invece, con il successo del libro di Scurati, ci vogliono convincere che tutto sommato quella del delitto Matteotti è l’unica cattiva azione che Mussolini avrebbe commesso. Némec: L’altra figura importante è quella di Sua madre, le avete dedicato la copertina. S.F.B.: L’amore che mia madre ha avuto per me potrei definirlo sconfinato. Non ebbe mai un amore morboso, di quelli che opprimono, mi ha lasciato libero in tutto e per tutto, ha rispettato la mia indipendenza in maniera assoluta. Potevo andare e fare quello che volevo, senza chiedere il permesso ai genitori. Ma io ero un ragazzo disciplinato, con un forte “senso del dovere”. La vicenda dell’oratorio lo fa capire molto bene. Némec: Vorrei chiudere questa intervista sul tema del confine. Un tema con moltissime valenze, dal suo punto di vista. S.F.B.: È un tema centrale, forse “il” tema centrale. Perché porta al problema dell’identità. La mia identità è quella di non averne avuta nessuna e questo mi ha dato una libertà di pensiero straordinaria. Nemmeno l’operaismo mi ha dato un’identità. Quando fui espulso dall’Università e dovetti trovare il modo per sopravvivere, scelsi il lavoro autonomo del consulente a partita Iva. La mia nuova identità non era più quella del lavoratore subordinato, figura sulla quale l’operaismo e lo stesso marxismo avevano costruito le loro teorie. Ma a me non interessava portare la divisa dell’operaismo tutta la vita. L’importante era ribadire la necessità per il lavoro, qualunque esso sia, di organizzarsi collettivamente per farsi sfruttare di meno. E da qui è nata la mia adesione a ACTA, il sindacato dei freelance, che poi si è gemellata con l’analogo sindacato americano (che oggi fornisce assessori alla giunta Mamdani). Némec: Grazie per aver accettato questa intervista. Redazione Italia
August 15, 2026
Pressenza
Un bosco in fiamme incendia il Lago di Garda. Emergenza in tutta Europa
Il rogo è scoppiato venerdì 7 agosto, intorno alle 21, nella zona detta Forca, in località Olzano nel comune di Tignale, sulle colline che sovrastano la sponda bresciana del Lago di Garda tra Gardone e Campione. Non sono state ancora accertate le cause dell’incendio, che si è propagato in un’area colpita dalle fiamme già numerose volte, l’ultima più significativa cinque anni fa: una zona di bosco resinoso, in questo periodo particolarmente secco, dove ieri notte le fiamme sono state attizzate dal vento. Sono intervenuti subito Vigili del Fuoco, Protezione Civile e “circa 50 volontari delle squadre Aib appartenenti a cinque gruppi della Comunità Montana Parco Alto Garda Bresciano – riferisce oggi GardaPost – Le operazioni sono coordinate dai direttori delle operazioni di spegnimento (Dos) Marco Mozzi e Fabian Troletti; è inoltre previsto l’arrivo di un terzo Dos”. Circa 200 persone, abitanti e turisti, che nella notte erano stati evacuati oggi hanno già fatto rientro nelle dimore. Ma la gravità della situazione ha reso necessario il supporto di un elicottero, che ha prelevato acqua da alcune piscine, e tre Canadair, due arrivati da Genova e uno da Olbia, che hanno effettuato il primo lancio d’acqua attinta dal lago dalle 7:20 e, sempre rifornendosi dal bacino idrico, nel pomeriggio hanno continuato a irrorare i terreni, in questo momento ancora infiammati. Il quotidiano BresciaToday ha dato resoconto della vicenda nell’articolo intitolato “Tignale: sotto controllo dopo 13 ore di lavoro l’incendio a Olzano, ma sono bruciati 4.500 ettari di bosco“. Intanto l’emergenza arroventa tutta Europa, come riferiva ieri, 7 agosto, EuroNews: > L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente al mondo, con > temperature in aumento a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale… > > Incendi fuori controllo in Serbia… le fiamme hanno bruciato almeno 700 ettari > di terreno nella riserva naturale speciale delle Sabbie di Deliblato, situata > a circa 50 chilometri a est di Belgrado… nei pressi della città di Kraljevo > diversi focolai continuano a bruciare, costringendo gli abitanti dei villaggi > vicini a evacuare. > > In Francia un vasto incendio nella regione meridionale del Var iniziato il 20 > luglio ha bruciato oltre 60 km quadrati, il rogo più vasto registrato nella > regione negli ultimi decenni, e non si sta più espandendo, ma i vigili del > fuoco mantengono una forte presenza sul posto per il rischio di nuove > fiammate. > In Emilia-Romagna un incendio è divampato in una zona remota di Vedriano. Le > operazioni di spegnimento sono in corso da giovedì pomeriggio. > > Danubio e Reno ai minimi storici e risparmio energetico in diversi Paesi. > > La scorsa settimana la Serbia ha dovuto ridurre la produzione di energia delle > centrali idroelettriche: le due maggiori stanno funzionando a soli il 20 e il > 30% della loro capacità. > > In Ungheria i livelli eccezionalmente bassi del Danubio hanno innescato una > crisi energetica, costringendo il Paese a fermare l’unica centrale nucleare, > che utilizza l’acqua del fiume per il raffreddamento. > > Il Sud-est europeo continua a boccheggiare per il caldo estremo. L’Italia ha > posto tutte le principali città al massimo livello di allerta. > Incendi ancora fuori controllo, l’Europa boccheggia sotto il caldo estremo L’intervento di uno dei Canadair nel pomeriggio dell’8 agosto filmato da Matteo Vicenzi ad Assenza, sulla sponda veronese del Lago di Garda: Maddalena Brunasti
August 8, 2026
Pressenza
Da Monte Sole ai genocidi di oggi: la storia come bussola per la pace e il disarmo
Nel pomeriggio del primo giorno del cammino il gruppo “In cammino per la Pace e il disarmo” si è fermato tra i ruderi della Chiesa di San Martino a Monte Sole. Una tappa fondamentale per ascoltare una complessa riflessione dello storico e divulgatore Daniel Degli Esposti, accompagnato dalle letture dell’attore Federico Benuzzi. L’incontro ha guidato i presenti attraverso un’analisi profonda degli eccidi di Monte Sole, la ricostruzione storica e il legame inscindibile tra le opzioni etiche della Resistenza, la critica ai genocidi contemporanei e la lotta contro la deriva autoritaria del capitalismo finanziario 1. LA STORIA COME STRUMENTO OPERATIVO PER IL PRESENTE La tappa ai ruderi della chiesa di San Martino non è stata una semplice commemorazione rituale. Nelle intenzioni degli organizzatori e dei relatori, la memoria deve farsi strumento attivo, una vera e propria bussola per orientare le decisioni e le posizioni politiche da assumere nel presente. Come ha evidenziato Daniel Degli Esposti introducendo la riflessione, lo studio della storia ha l’impagabile vantaggio di metterci di fronte alle scelte compiute da esseri umani in contesti di crisi estrema. Analizzare quello che accadde nel 1944 a Monte Sole e comprendere quali conseguenze abbiano prodotto le decisioni di riarmo, di occupazione e di aggressione militare permette di decifrare con occhio critico le dinamiche di guerra dei nostri giorni. L’esperienza proposta ai camminatori intreccia la ricerca d’archivio con la forza narrativa del teatro. Attraverso la voce e la sensibilità dell’attore Federico Benuzzi, i documenti d’archivio, le deposizioni processuali e le memorie dei superstiti prendono di nuovo vita, restituendo la dimensione umana, traumatica o reticente dei protagonisti di allora. La storia esce così dalla freddezza dei manuali per farsi materia viva di discussione collettiva. 2. LA LOGICA DELL’«ECCIDIO ELIMINAZIONISTA»: DA MONTE SOLE ALLA STRISCIA DI GAZA Dal punto di vista storiografico, la strage di Monte Sole – nota nella memoria collettiva come “strage di Marzabotto” – viene classificata come un «eccidio eliminazionista». Degli Esposti ha spiegato come questa categoria concettuale presenti sovrapposizioni e analogie dirette con il concetto giuridico e politico di genocidio. L’operazione condotta tra il 29 e il 30 settembre 1944 dalle truppe tedesche della 16ª Divisione Reichsführer-SS (affiancate da reparti della Wehrmacht e da collaborazionisti fascisti) non fu un’azione di repressione o un mero rastrellamento antipartigiano. Si trattò di una strategia pianificata di tabula rasa. I comandi superiori, in particolare Max Simon e Walter Reder, individuarono nella fascia compresa tra i fiumi Reno e Setta una “zona rossa” all’interno della quale nulla e nessuno doveva sopravvivere. Per giustificare l’annientamento totale, l’ideologia nazifascista applicò alla popolazione civile la categoria biologica del “bacillo”. Le comunità contadine che abitavano le borgate montane non venivano considerate come esseri umani da sottomettere, ma come la fucina infetta della ribellione. In questa logica disumanizzante: * Gli anziani venivano massacrati in quanto custodi della memoria e colpevoli di aver trasmesso ai giovani i valori della libertà e del rifiuto del fascismo. * Le donne venivano uccise in quanto madri, mogli o sorelle dei partigiani, o perché esse stesse protagoniste di una resistenza quotidiana che rompeva gli schemi patriarcali imposti dal regime. * I bambini, compresi i neonati di poche settimane, dovevano essere eliminati preventivamente per evitare che, crescendo, potessero trasformarsi in nuovi combattenti. Questa medesima struttura concettuale – la disumanizzazione del nemico, la punizione collettiva e la politica della terra bruciata – è stata rintracciata dallo storico nelle tragedie del nostro presente. Esiste un filo conduttore drammaticamente evidente tra la logica eliminazionista della Seconda guerra mondiale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, la pulizia etnica attuata nei territori occupati della Cisgiordania e i vari fenomeni di colonialismo di insediamento che insanguinano il pianeta. In tutti questi contesti, la popolazione civile smette di essere protetta dai diritti internazionali e viene trasformata in un bersaglio legittimo ed eradicabile. 3. LA FRAGILITÀ DELLE FONTI: LE VOCI DEL PROCESSO E LA VERITÀ DEL TRAUMA Un passaggio centrale della lezione di San Martino ha riguardato il metodo storico e la gestione delle fonti. La storia non è un blocco di verità assolute, ma un lavoro di interpretazione critica delle testimonianze, ognuna delle quali porta con sé interessi, dimenticanze o traumi. Attraverso le letture di Benuzzi, sono emersi due sguardi radicalmente opposti sullo stesso evento: Il carnefice reticente: Julien Legault Julien Legault era uno dei soldati integrati nel 16° Battaglione SS che partecipò alle operazioni a San Martino. Originario dell’Alsazia – regione di confine contesa tra Francia e Germania – Legault rappresenta la figura del giovane arruolato nelle correnti filonaziste locali. Interrogato negli anni del dopoguerra come collaboratore di giustizia, la sua deposizione appare calcolata e parziale. Legault ammette che la sua unità sparò per dieci minuti contro il villaggio disarmato e che un suo camerata scagliò una bomba a mano dentro una casa uccidendo un’anziana donna. Sorvola però del tutto sul bilancio finale delle 65 vittime civili di San Martino e sul mandato distruttivo dell’operazione. Al contrario, si preoccupa di sottolineare tre volte la propria fede cattolica per aver rifiutato di distruggere l’altare della chiesa. È l’esempio tipico del documento d’archivio: ufficiale e conservato, ma intriso delle reticenze e delle autodifese di chi deve ripulire la propria posizione processuale. La testimonianza del trauma: Salvina Astrali ed Elide Ruggeri Dall’altro lato vi sono le memorie delle sopravvissute, raccolte a distanza di decenni. I ricordi di Salvina Astrali (scampata all’eccidio di Caprara) e di Elide Ruggeri (sopravvissuta alla carneficina nel cimitero di Casaglia) raccontano scene d’orrore puro: bambine che vagano insanguinate per i boschi, madri morte con i figli tra le braccia, mitragliamenti a bruciapelo e fiamme lanciate dentro i rifugi. Dal punto di vista storiografico, come puntualizzato da Degli Esposti citando il grande storico Marc Bloch, chi vive un trauma tende a ricostruire i fatti attraverso figure simboliche e metafore espressive (come l’immagine del sacerdote trucidato direttamente sull’altare o i racconti sui maltrattamenti dei neonati). Anche laddove il singolo dettaglio verbale non trovi un riscontro documentale esatto, la testimonianza della vittima conserva una verità etica e profonda inconfutabile: la rappresentazione dell’annientamento totale della dignità umana operato dalla guerra. 4. LA PLURALITÀ DELLE “RESISTENZE” E I NODI IRRISOLTI DI MONTE SOLE L’intervento ha poi guidato i camminatori verso il superamento di una visione edulcorata o monolitica della Resistenza, introducendo il concetto di “Resistenze” al plurale. A Monte Sole coesistettero diverse forme di opposizione al nazifascismo, spesso caratterizzate da visioni strategiche e valori etici differenti: 1. La Resistenza civile e comunitaria: Composta dai contadini e dalle famiglie del territorio che garantirono rifugio, sostentamento e copertura ai combattenti, condividevano le sofferenze e pagarono il prezzo più alto. 1. La Resistenza etica e spirituale: Incarnata da figure di religiosi come Don Giovanni Fornasini (ucciso nell’ottobre 1944) e Don Ubaldo Marchioni. Essi scelsero di rimanere accanto alle loro comunità fino all’ultimo, operando come scudi umani e mediatori di pace senza mai imbracciare le armi. 1. La Brigata Stella Rossa di Mario Musolesi (“Lupo”): Una formazione autonoma, legata visceralmente al territorio. Musolesi rifiutava la logica dei comandi militari centrali della Resistenza emiliana (CUMER). In quanto profondo conoscitore dei luoghi, sosteneva che il partigiano fosse forte solo rimanendo attaccato alla propria terra e alle proprie popolazioni. Una scelta radicata ma tragica: rimanere arroccati su un nodo strategico tra la Via Porretana e la Valle del Setta – area che i tedeschi dovevano bonificare a tutti i costi per proteggere le retrovie della Linea Gotica – espose tragicamente la popolazione civile alla furia della rappresaglia. 1. Le Brigate Garibaldi: Espressione di una strategia politica e militare strutturata sui comandi centrali, spesso in polemica con l’autonomismo e la rigidità tattica della Stella Rossa. La discussione ha affrontato apertamente anche i nodi più delicati della memoria post-bellica. Nel dopoguerra, ambienti reazionari e revisionisti di destra cercarono a lungo di colpevolizzare i partigiani, accusandoli di aver “provocato” l’eccidio con le loro azioni di disturbo. La ricerca storica ha ampiamente dimostrato la falsità di questa tesi: i comandi tedeschi avevano programmato l’eliminazione della “zona rossa” a prescindere dalla presenza o meno di formazioni armate. Tuttavia, il dolore dei superstiti rimasti sotto le bombe e il senso di abbandono provato da chi vide i combattenti ripiegare nei boschi per salvare la vita rimangono ferite aperte ed umane che la storiografia deve saper ascoltare ed elaborare senza censure ideologiche. 5. L’«ECCESSO DI MEMORIA» E LA RIMOZIONE DEL COLLABORAZIONISMO FASCISTA Un altro passaggio di grande rilevanza politica ha riguardato i meccanismi con cui l’Italia repubblicana ha costruito la propria memoria istituzionale. La scelta di trasformare Marzabotto e Monte Sole nel luogo-simbolo per eccellenza della barbarie nazista (assieme alle Fosse Ardeatine) ha generato una sorta di “eccesso di memoria” concentrato su un unico territorio. Questo processo ha finito paradossalmente per lasciare nell’ombra decine di altri massacri ugualmente sanguinosi avvenuti lungo l’Appennino e in Toscana (da Sant’Anna di Stazzema a Civitella in Valdichiana, da Monchio a Boves). Inoltre, la narrazione pubblica ha per decenni concentrato tutta la responsabilità delle stragi su capri espiatori ideali, primo tra tutti il comandante delle SS Walter Reder. Questa focalizzazione sul “mostro tedesco” ha steso un comodo velo di oblio sul ruolo massiccio e determinante del collaborazionismo fascista italiano. Molti dei soldati che indossavano la divisa delle SS e che condussero le esecuzioni parlavano perfettamente il dialetto bolognese. Erano vicini di casa, spie o giovani del posto incorporati nelle strutture repressive. La mancata resa dei conti con il fascismo locale e il loro reingresso nella società civile del dopoguerra rappresentano una delle rimozioni più profonde e problematiche della storia nazionale. CONCLUSIONI: DISARMARE IL PRESENTE PARTENDO DALLA DIGNITÀ UMANA Il pomeriggio di studio e ascolto a San Martino si è concluso riannodando i fili con gli obiettivi del Cammino per la pace e il disarmo. La riflessione storica si fa strumento di critica al presente: di fronte al riaffermarsi della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, alla deriva militarista e a un capitalismo finanziario sempre più aggressivo e deregolamentato che erode i diritti sociali e umani, la lezione di Monte Sole risuona con urgenza profonda. Sostenere il pacifismo e l’antimilitarismo non significa rifugiarsi in un’ingenua neutralità o in una facciata di comodo, ma assumere la sfida quotidiana della nonviolenza attiva. Come ha ribadito Daniel Degli Esposti, la trappola più pericolosa è quella di dividere l’umanità tra individui di “serie A” e individui di “serie B”, arrivando a giustificare l’annientamento del nemico o dei più deboli. Equiparare sul piano etico e politico le scelte di chi ha lottato per la liberazione e di chi ha collaborato con gli stermini significa smarrire la bussola morale. Ricordare i 770 morti di Monte Sole impone di difendere l’eguale dignità di ogni essere umano, opponendosi a qualsiasi forma di colonialismo, occupazione e riarmo, per continuare a cercare la pace anche nelle tempeste della storia contemporanea.   Paolo Mazzinghi
August 6, 2026
Pressenza
Per non dimenticare
Per non dimenticare la strage neofascista e piduista di sabato 2 agosto 1980 alla stazione Centrale di Bologna. Un ordigno, posto nella sala d’aspetto di seconda classe, esplose provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200. Fu l’attentato terroristico più grave nella storia della Repubblica italiana. Si inseriva nella strategia della tensione, assieme alla strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, a quella di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 e alla strage del treno Italicus del 4 agosto 1974. Oggi, come e più di allora, c’è bisogno di resistenza contro la pervasività sottile (ma poi non tanto…) del postfascismo dilagante. Redazione Italia
August 2, 2026
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Santarcangelo di Romagna, appalti e legalità: firmato il nuovo Protocollo d’intesa tra Comune, CGIL e CISL
Sottoscritto il 30 luglio 2026 presso la Residenza Municipale il nuovo “Protocollo d’intesa per la qualità, la legalità e la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici negli appalti dei lavori e dei servizi” tra il Comune di Santarcangelo di Romagna e le Confederazioni Sindacali CGIL Rimini e CISL Romagna. Alla firma erano presenti il Sindaco Filippo Sacchetti a rappresentanza dell’Amministrazione comunale, la Segretaria Generale Francesca Lilla Parco e il Segretario Renzo Crociati per la CGIL Rimini, e la Segretaria Elena Fiero per la CISL Romagna. I punti chiave del nuovo Protocollo * Qualità del lavoro contro il dumping contrattuale: Viene introdotto un principio cardine: in tutti gli appalti di lavoro e servizi del Comune di Santarcangelo non può vincere chi risparmia sulla pelle di chi lavora. Per bloccare l’uso di contratti “pirata”, le Parti hanno individuato preventivamente i Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) di riferimento per circa 150 tipologie di attività che gli operatori economici dovranno applicare ai propri dipendenti, con relativi codici CNEL e ATECO. Una scelta che valorizza la contrattazione collettiva rappresentativa quale strumento efficace per garantire le tutele, diritti e corrette condizioni di lavoro. Una declaratoria di contratti così ampia e dettagliata rappresenta la prima a livello nazionale a essere frutto di un protocollo sottoscritto tra un’amministrazione comunale e le Organizzazioni Sindacali. Le tutele sono estese rigorosamente anche al personale in subappalto. * Meno peso al prezzo, più valore alla qualità: Il tetto massimo attribuibile al prezzo nelle gare d’appalto scende ulteriormente, passando dal 25% del precedente accordo al 20% del punteggio complessivo. Una scelta netta che premia l’offerta economicamente più vantaggiosa rispetto al massimo ribasso, valorizzando la qualità tecnica, il lavoro e la sicurezza. * Possibilità di attribuire un punteggio premiale alle imprese che investono in sicurezza, formazione, sostenibilità e responsabilità sociale. * Stop al subappalto a cascata e rafforzamento del ruolo del sindacato: Per prevenire infiltrazioni criminali e rafforzare la sicurezza, viene escluso il ricorso al subappalto a cascata. Alle Organizzazioni Sindacali firmatarie viene riconosciuto un ruolo di partecipazione attiva, attraverso il confronto preventivo con l’Amministrazione e la facoltà di controllo nelle diverse fasi dell’appalto: dalla verifica preventiva dell’equivalenza contrattuale e dei controlli antimafia fino alla fase esecutiva. * Tutele contro lo stress termico: Tra le novità assolute spicca l’articolo interamente dedicato alla protezione delle lavoratrici e dei lavoratori esposti alle ondate di calore. L’Amministrazione si impegna ad adeguare regolamenti e atti amministrativi in linea con le ordinanze regionali e nazionali, favorendo la flessibilità degli orari per le attività all’aperto o esposte alle alte temperature attraverso il confronto con le Organizzazioni Sindacali di categoria. * Formazione obbligatoria, lingua e regolarità: Diventa obbligatoria la formazione d’ingresso sulla sicurezza prima dell’inizio delle attività. La stazione appaltante potrà effettuare verifiche a campione non solo sull’effettivo svolgimento dei corsi, ma anche sulla comprensione della lingua veicolare da parte dei lavoratori e delle lavoratrici oltre alla reale corrispondenza del CCNL applicato rispetto alle mansioni effettivamente svolte. * Controlli rafforzati, servizi e DURC di congruità: I controlli si estendono anche agli appalti di servizi e forniture. Il saldo finale dell’appalto sarà subordinato al rilascio del DURC di congruità della manodopera. Inoltre, i tempi per la comunicazione dei cambi d’appalto alle Organizzazioni Sindacali si riducono da 15 a 7 giorni, e l’Amministrazione trasmetterà annualmente anche la programmazione di servizi e forniture. Durata e monitoraggio Il Protocollo ha una durata triennale, rinnovabile per ulteriori tre anni, e prevede incontri periodici con cadenza semestrale tra le Parti per garantirne l’effettivo monitoraggio e la corretta applicazione sul campo. CGIL Rimini: Francesca Lilla Parco – Renzo Crociati; Cisl Romagna: Elena Fiero   Redazione Romagna
July 30, 2026
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