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Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista viene protetto dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subito diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa: le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consento il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
Milano, flash mob per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi – VIDEO
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove. Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare. Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai. Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale. Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero. Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio“, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva. E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi. Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza. E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele. Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche. Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità. Andrea De Lotto
October 24, 2026
Pressenza
No Kings! No alle guerre! No all’ICE! a Firenze: le foto
Come a Roma ed in altre città italiane anche a Firenze questo pomeriggio gli Statunitensi contro la guerra hanno animato un presidio davanti a Palazzo Vecchio, con cartelli, canti e lettura di poesie. Dopo la primavera dell’anno scorso e il marzo di questo anno il movimento No Kings ha  dato appuntamento negli USA e fuori dal Paese il 17 ottobre per una giornata di protesta e un invito ad andare a votare anche in anticipo per strappare  il Congresso degli Stati Uniti ai Repubblicani di Trump. Nel volantino distribuito sono molte le voci e le rivendicazioni del movimento: vanno dal no alle guerre illegali, all’espulsione dell’Ice, il corpo di polizia che ferma, arresta e deporta con la violenza  i presunti cittadini immigrati essenzialmente neri e ispanici, alla promozione di una giustizia economica, alla difesa dei diritti umani, alla protezione del pianeta. Richieste  radicali che sono rivolte anche al Partito Democratico, che se nelle sue componenti liberal si contrappone alle destre estreme che sostengono Trump non ha raccolto e non raccoglie ancora se non in alcuni personaggi le istanze sociali di massa. no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence   Cesare Dagliana
October 17, 2026
Pressenza
No Meloni day a Torino
Migliaia di studenti hanno partecipato al corteo studentesco di Torino a cui si è unito il corteo organizzato da Fridays for future; la manifestazione, a carattere nazionale, ha chiuso una settimana in cui diversi istituti superiori torinesi sono stati occupati. Gli istituti occupati erano presenti nel corteo con i loro striscioni. Durante il corteo ci sono stati due momenti di tensione tra manifestanti e forze dell’ordine: il primo davanti alla sede della città metropolitana di Torino, responsabile dell’edilizia scolastica e quindi del pessimo stato in cui versano molti istituti superiori, il secondo in piazza Castello. Entrambi i momenti sono stati mitigati dall’intervento di un cordone di professori e genitori che frapponendosi con i loro corpi fra studenti e polizia sull’esempio francese hanno ridotto sensibilmente i danni che un generoso utilizzo di idranti e manganelli avrebbe potuto provocare. Le richieste degli studenti di potenziare lo stato sociale (soprattutto la scuola, ma anche la sanità pubblica) piuttosto che bruciare risorse nel riarmo sono condivisibili, soprattutto perché vengono da una generazione che vede davanti a sé lo spettro di diventare carne da cannone, una prospettiva che mancava all’orizzonte da alcuni decenni. Interessante anche la forte critica del decreto scuola che individua negli studenti di origine straniera l’origine dei problemi della scuola italiana. Condivisibile anche l’attenzione per il genocidio palestinese da parte di una generazione cresciuta con il mito della giustizia internazionale ed una prospettiva mondialista che mal sopporta il doppio standard nelle relazioni tra popoli e nazioni. Solo qualche anno fa, i coetanei delle ragazze e dei ragazzi di oggi hanno riempito le piazze per promuovere la giustizia climatica, con forza e metodi nonviolenti, in movimenti poco ascoltati che hanno perso in parte la speranza di poter cambiare qualcosa; quando la speranza comincia a mancare cresce la rabbia e lo scontro diviene più duro. Quello che non è comprensibile è l’astio e l’odio nei confronti di questi ragazzi e ragazze da parte di alcuni media che puntano gli obiettivi sugli estintori e sui piccoli gruppi di incappucciati piuttosto che sulle altre migliaia che hanno messo in gioco la propria fantasia rischiando conseguenze civili e penali nelle occupazioni delle scuole, mossi da un elementare senso di giustizia sociale; ci vuole coraggio per intraprendere queste azioni considerando che gli ultimi decreti sicurezza sembrano fatti apposta per trasformare qualsiasi protesta in un problema di ordine pubblico. In questo coraggio rinasce quella speranza che rende possibile immaginare un altro mondo possibile e necessario. Foto Daniele Mancuso Idranti in piazza Castello Il cordone a difesa degli studenti Giorgio Mancuso
October 17, 2026
Pressenza
Studenti in piazza contro gli Stati Generali della Scuola Siciliana: i loro corpi, le loro voci
Mentre ai Cantieri Culturali alla Zisa iniziano i lavori delle due giornate destinate agli Stati generali della scuola  della Regione Sicilia, con la presenza delle istituzioni, centinaia di studenti si concentrano dietro la cattedrale di Palermo e a Piazza Politeama per partire in corteo ed esprimere il loro dissenso nei confronti di quella scuola che lì viene celebrata e delle istituzioni, Comune, Regione e Stato. Con i loro corpi le loro voci, tra slogan, interventi, striscioni e cartelli. > LOTTA SOCIALE RIVOLUZIONE > VALDITARA ATTENTO ANCORA FISCHIA IL VENTO > CI VOGLIONO PIÙ SCUOLE E NON PIÙ BOMBE > SI VEDE SI SENTE LA SCUOLA È QUI PRESENTE > EHI TU SCENDI GIÙ MANIFESTA ANCHE TU > CI CHIAMANO BANDITI CI CHIAMANO TEPPISTI IERI PARTIGIANI OGGI ANTIFASCISTI > GLI STUDENTI SCRIVONO LA STORIA SCIOPERO SCIOPERO FINO ALLA VITTORIA > CONTRO LA SCUOLA DELLA REPRESSIONE DIECI CENTO MILLE MANIFESTAZIONI > DA PALERMO AD AGRIGENTO ANCORA FISCHIA IL VENTO > FASCISMO SIONISMO NESSUNA DIFFERENZA ORA E SEMPRE RESISTENZA > GIÙ LE MANI DA CUBA SOCIALISTA “Gli stati generali della scuola che dovrebbero essere pubblici sono blindati perché il ministro ha paura delle contestazioni” dicono. “Ha paura di noi perché ci siamo ribellati e questo è solo l’inizio.” “Siamo qui a manifestare contro gli stati generali dell’istruzione che assomigliano sempre più a Palermo Comix.” “Il ministro dovrebbe occuparsi degli studenti e invece gli interessa solo privatizzare.” “Non siamo qui per chiedere il permesso di parlare, ma siamo qui per farci sentire.” “Basta con la scuola che rischia di dare più spazio alla repressione che all’ascolto.” “Rispetto non significa obbedienza cieca, la scuola deve educarci alla democrazia, non all’obbedienza.” “Vogliamo una scuola che consegni i nostri diritti e ci permetta di sbagliare.” “Scuola pubblica finanziata perché studiare è un diritto e deve essere garantito a tutti senza distinzione.” “Vogliamo una scuola pubblica, democratica, antifascista, inclusiva e libera.” Arrivati alla fine del percorso autorizzato il corteo si ferma, discute, esprime differenti posizioni, contratta per mandare una delegazione. E continua a parlare. “Siamo in piazza accanto ai nostri compagni francesi, accanto ai nostri compagni italiani che vengono arrestati.” “Vogliamo i fondi per la scuola e non per finanziate la guerra in Ucraina e in Russia, le guerre in tutto il mondo e il genocidio in Palestina.” “Contrastiamo la scuola che ci impedisce di sviluppare il pensiero critico per farci diventare lavoratori pronti a essere sfruttati.” “Nessun rappresentante delle consulte provinciali è entrato e questa è repressione.” “Siamo noi il futuro di questo Paese.” “Noi la guerra non la vogliamo.” “La lotta nelle scuole non ci fa paura.” “Ogni scuola sarà occupazione, ogni piazza sarà rivoluzione.” “Il presente si cambia con la lotta.” “In guerra non ci voglio andare, per questo continuo a lottare.” “Oggi il ministro è scappato, ma noi lo vogliamo incontrare e lo vogliamo guardare in faccia.” Poi, mentre l’assemblea permanente appena proclamata si disperde pacificamente per riconvocarsi da domani mattina in ogni scuola della città, ascoltiamo dalla voce e dagli appunti di uno studente che è riuscito ad intrufolarsi quello che pare si siano detti dentro, nello spazio riservato unicamente ai e alle docenti. Il presidente della Regione Schifani parla, poco, delle risorse economiche e dei finanziamenti destinati alla scuola durante il suo mandato, delle palestre e dei fuori sede. Dei 364 cantieri aperti parla l’Assessore regionale alla scuola e alla cultura. Ci tengono molto, tutti, a ripetere più volte come si registri una forte diminuzione della dispersione scolastica, a partire dal sindaco della città, l’ex rettore dell’Università Lagalla, UDC. Poi parla Valditara, quello che non vuole ascoltare la piazza, fuori, e che la piazza invita ad andarsene, tra un coro e l’altro. Cita l’assessore nel racconto della maestra eroina di Marsala (quella della scuola scoperchiata dalla tromba d’aria, ndR) e gli studi del PISA (Program for International Student Assessment), ricordando che l’Italia fa riferimento alla Finlandia che, secondo le ultime statistiche, abbiamo superato in qualità del sistema di istruzione. Oggi, dice, fascismo e comunismo stanno fuori dall’Occidente e fa riferimento a Gerusalemme, Roma e Atene legate alle origine della Sicilia. Siamo il Paese che ha conquistato il mondo, incalza. Pare, dentro i Cantieri, che la Sicilia stia superando la Germania per contenimento della dispersione e che la struttura scolastica italiana abbia superato ampiamente per qualità quella francese, americana e svedese. Fuori una ragazza alza un cartello invocando il tetto del 30% alle “minchiate” del governo, mentre la deputata regionale Valentina Chinnici, PD, uscendo dagli Stati Generali, li definisce una vomitevole propaganda elettorale del governo. Pare che alla fine una delegazione sia riuscita a consegnare un documento (forse per mano della Digos) al segretario di Valditara, che intanto se ne era andato, ma io non l’ho visto: mi è stato raccontato mentre tornavo per strada.     Maria La Bianca
October 14, 2026
Pressenza
R-Esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente
La penultima sessione dell’Eirenefest è stata dedicata all’ambiente, ospitata giovedì 8 ottobre nella Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis. R-esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente, questo il titolo dell’evento dedicato ad un argomento che sta diventando sempre più attuale. Inserire le guerre in un sistema-mondo, non circoscritto al campo di battaglia per quanto ampio possa essere, e in una scala temporale che non finisce con un trattato di pace, rende più chiaro ed evidente quanto sia veramente necessario evitare i conflitti armati. L’evento è stato dedicato ad Elena Camino, già “docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Ha intrecciato il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi Sereno Regis, impegnati a connettere i temi dell’ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta” per presentarla con le parole usate dal Sereno Regis sul loro sito. La docente, venuta recentemente a mancare, aveva però fatto in tempo a iniziare a organizzare lo stesso incontro che le è stato poi dedicato. Non una semplice dedica: quelli raccontati in quella sala sono stati ricordi vivi, ringraziamenti sentiti, riconoscenza per un’eredità spirituale che ha dato i suoi frutti.  Riconoscenza è senza dubbio quella provata da Alba L’Astorina, Alessandra Pugnetti e Laura Colucci Gray, le tre ricercatrici che hanno presentato il testo Natura e ricerca: pratiche, narrazioni e visioni, secondo volume della Collana Scienziatinaffanno? (CNR Edizioni). La presentazione è stata arricchita da racconti di vicende che hanno dato alla professoressa il ruolo di madre spirituale, una guida stimolante e propositiva, non solo in antefatti più lontani ma anche più evidenti per noi lettori visto che la stessa Camino è co-responsabile con Laura Colucci-Gray del capitolo Conversare in cammino: metodologie di ricerca in equilibrio tra stabilità e volo. Il volume riporta “diciassette tappe nel corso delle quali mari, laghi, montagne, foreste, caldere vulcaniche, cave d’argilla, campi agricoli e parchi cittadini diventano luoghi privilegiati da cui riflettere sulla complessità delle crisi ecologiche, sui loro intrecci con quelle sociali, culturali, etiche, economiche, politiche e sulla necessità di affrontarle generando forme di conoscenza aperte ad altri saperi e ispirate a valori di giustizia ambientale e sociale per tutti i viventi”. Sono conversazioni con ricercatori e ricercatrici che nel loro lavoro incontrano o hanno incontrato nodi e connessioni a partire da domande quali: “cosa studia la ricerca ecologica?”, “come viene declinato il vivente non umano nelle ricerche?” Il volume racconta le esperienze di stutiosi e studiose attivi in vari campi e che operano a partire da soggettive esperienze umane e professionali. Queste esperienze sono fondamentali. La Scienza, sostantivo femminile, è sempre stata declinata in bianco maschio ed eterosessuale. Allo scienziato, isolato nel suo laboratorio, sono state chieste risposte verificabili e sicure. La ricerca è però portata avanti da persone a partire dal presupposto che tutti noi siamo centri di relazione e possessori di storie individuali diverse, anche lo scienziato. Questo è un cambio di paradigma quasi epocale, nuovo ma liberante. Liberante per lo scienziato che sceso dal suo piedistallo può proseguire le proprie ricerche libero dall’obbligo di risposte e aperto alla collaborazione con altre discipline in precedenza private di autorevolezza. Questo è il riferimento all’affanno citato nel titolo della Collana Scienziatinaffanno. Titolo che prende spunto da un volume pubblicato nel 2018 Scienziati in Affanno? Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI) in teoria e nelle pratiche anche se la Collana vera e propria nacque nel 2022 con il primo volume Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. Un cambiamento a cui Elena Camino ha partecipato e collaborato. Più mirato alla questione guerra e natura è stato l’intervento di Giovanni Pagliero e Andrea Griseri rispettivamente segretario e membro del consiglio direttivo di Pro Natura Piemonte. L’intervento di Andrea Griseri ha avuto come traccia l’articolo intitolato La guerra è bella(?) ma inquina in Il mondo sull’orlo del baratro numero monografico di Natura e società del febbraio 2026 Perché questo titolo a prima lettura così ambiguo? Perché l’autore ha voluto parafrasare un libro scritto nel 1929 da due reduci della prima guerra mondiale: Novelli, geniale illustratore e Monelli che riuscirono in quel volume a raccontare con ironia le vicende belliche vissute. I dati riportati, alcuni dei quali presi dal sito del Ceobs, Confilct and Environment Observatory, forniscono un quadro desolante. Un esempio? Sono 280mila gli ettari di foresta perduti in Ucraina ogni anno di guerra, senza parlare di Gaza dove sono stati distrutti i sistemi di depurazione dell’acqua le macerie sono inimmaginabili, dell’Iraq, dove colpirono sistemi idrici e di depurazione acque e sempre di Iraq e Kuwait dove vennero incendiati i pozzi petroliferi causando un inquinamento dell’aria pesantissimo e non circoscritto visto che l’aria è velocissima a diffondere i veleni anche in luoghi lontani dal punto di emissione. Guerra che non fa danni solo nel momento attivo, durante le operazioni belliche ma anche in modo indiretto. Su 5 vittime solo una dipende dalle guerra attiva le altre derivano da un effetto indiretto. In altri termini negli eventi bellici dall’11 settembre in poi ci sono stati 930mila morti diretti ma sono 3milioni quelli indiretti. Cosa causa queste morti posteriori? Proprio l’inquinamento causato dalle operazioni militari: innanzitutto l’anidride carbonica: “Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2.” Tra gli inquinanti dei terreni toviamo poi metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e l’uranio impoverito “uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale”. I virgolettati sono citazioni dell’articolo già citato. Citiamo ancora il napalm in Vietnam e le armi al fluoro. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra stima che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra. Anche la bonifica inquina: smaltire le tonnellate di macerie da Gaza creerà un aggravio importante pur inevitabile. Oltre tutto questo un’altra questione rende tutto ancor più preoccupante. A distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sul nostro territorio ritroviamo ancora vecchi ordigni bellici. Per la bonifica e rimozione di questi residuati ancora oggi operano per Il Ministero per la Difesa alcune divisioni che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno. Ordigni che hanno continuato a sversare i loro veleni nei terreni, poi nelle falde acquifere avvelenando tutta la catena alimentare. I terreni hanno memoria e Verdun ne è un esempio. In una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale tra tedeschi e francesi, oltre all’impiego massiccio di cannoni e artiglieria varia, vennero usati lanciafiamme e fosgene. Al quasi milione di morti tra entrambi gli eserciti, va aggiunta la distruzione di una grandissima zona resa inabitabile dove, per esempio, il livello di arsenico è di 35 mila volte maggiore rispetto alla media dei terreni europei. Insomma, il quadro è preoccupante e porre rimedio non così semplice. Al proposito l’incontro si è concluso con la proiezione del video LLIURES DE CONTAMINACIO’ – Sfide ambientali in Siria a cura di Un Ponte Per, il racconto dell’organizzazione della raccolta rifiuti in una cittadina della Siria del nord. Sara Panarella
October 13, 2026
Pressenza
Catania con la Palestina
Il Nobel per la pace a Navi Pillay, la giurista e magistrata sudafricana che ha contribuito a definire genocidio quello che sta accadendo a Gaza, ricorda a tutti che l’occupazione israeliana continua, nel silenzio complice del cosiddetto ‘mondo occidentale’. Ancora una volta sono le manifestazioni dal basso a denunciare questa situazione e a ricordare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Sabato 10 si sono svolte manifestazioni in oltre 50 città italiane ed in diversi paesi auropei. Ecco alcune immagini del corteo catanese. Redazione Sicilia
October 12, 2026
Pressenza
Firenze per la Palestina : le foto
Imponente manifestazione ieri pomeriggio , la più numerosa degli ultimi tempi , a Firenze per la Palestina. Chiamati dai Giovani Palestinesi moltissimi giovani si sono raccolti i piazza SS.ma Annunziata  ed un corteo di molto di più di un migliaio di persone che si è andato ulteriormente  ingrossando lungo il percorso, ha attraversato il centro storico per raggiungere piazza S.M. Novella. Cartelli con foto che documentavano gli “effetti collaterali ” e quelli indiretti  per fame a Gaza provocati criminalmente  da Israele e  scriscioni eloquenti che denunciavano il sionismo e il suo processo di colonizzazione in Medio Oriente testimoniavano quando ormai è diffusa la consapevolezza che le azioni del governo Israeliano non possono giustificarsi con una semplice necessità di ” difesa  dall’antisemitismo”. propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 propal fi 1010026 Cesare Dagliana
October 11, 2026
Pressenza
Sarà un “Autunno Caldo”?
Ieri pomeriggio si è tenuta a Roma, così come in molte città italiane e del mondo, una grande manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese. Il concentramento era al Colosseo e da lì il corteo si è sempre più ingrandito con l’arrivo di cortei provenienti da alcune scuole e da diversi quartieri di Roma, superando così alla fine abbondantemente le diecimila persone. I manifestanti erano soprattutto giovani studenti universitari e giovanissimi e agguerriti studenti delle superiori con i loro collettivi e la loro determinazione a cambiare il mondo e una storia che sembra già irreversibilmente segnata da precarietà, disastri ambientali e dal terribile moloc della guerra. La manifestazione romana è stata indetta dagli Studenti Palestinesi e da altre sigle della diaspora palestinese con la parola d’ordine “La fine del genocidio è la fine del sionismo. Stop accordi. Embargo a Israele.” Hanno partecipato al corteo alcuni partiti politici “extraparlamentari” : Rifondazione Comunista, PCI, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori. Presente anche il Movimento 5 stelle. Oltre ai diversi collettivi studenteschi di varie scuole di Roma, c’erano i giovani di Osa, di Cambiare Rotta, del Fronte della Gioventù Comunista e dei 5 stelle. Il corteo è terminato pacificamente nel piazzale Aldo Moro, antistante l’Università la Sapienza. Mauro Carlo Zanella
October 11, 2026
Pressenza