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(Perù) Attivisti della Generazione Z: dall’indignazione all’organizzazione
Determinati a «prendere il toro per le corna», lunedì 20 presso il Congresso della Repubblica, diversi attivisti della Generazione Z (GZ) hanno inaugurato l’organizzazione «Legado Nacional Unido», con l’obiettivo di responsabilizzare i giovani nella vita politica e nelle questioni pubbliche del Paese. Questa iniziativa si aggiunge alle organizzazioni, agli accordi e alle piattaforme che costituiscono il tessuto sociale attuale del Paese e che si sono unite nell’impegno per il bene comune. La cerimonia e la firma dell’Atto Costitutivo dell’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» si sono svolte nell’Auditorium Alberto Andrade del Congresso della Repubblica e sono state condotte dai membri del Consiglio istituzionale: Yackov Solano, attivista sociale della Generazione Z e del Parlamento dei Giovani; l’attivista politica Flavia Nestares; Josué Ramos, attivista nel settore audiovisivo e membro del Parlamento dei Giovani; nonché Caroline Buitrón, comunicatrice e attivista. PARTECIPAZIONE POLITICA ATTIVA DEI GIOVANI Nel dare il via all’evento, Yackov Solano ha sottolineato che l’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» nasce in risposta al profondo deterioramento della vita democratica che il Paese sta vivendo negli ultimi anni. «Siamo stati testimoni di una crisi politica caratterizzata dall’erosione delle istituzioni democratiche, dalla promozione di norme che favoriscono l’impunità, dall’indebolimento dello Stato di diritto e dalla crescente polarizzazione e allontanamento dei cittadini dalla politica, in particolare dei giovani. La nostra generazione è cresciuta in un contesto di mobilitazioni sociali, incertezze e ripetute promesse non mantenute. Di fronte a questa realtà, ci impegniamo a trasformare l’indignazione in organizzazione, in una partecipazione politica attiva, responsabile e democratica. Con questa convinzione abbiamo costituito l’Organizzazione Giovanile “Legado Nacional Unido” come piattaforma per formare una nuova generazione di leader impegnati al servizio del Paese e alla costruzione di una democrazia più solida, inclusiva e partecipativa. L’Organizzazione è un movimento sociale e politico composto da giovani provenienti da tutte le regioni del Perù, che credono nella capacità della nostra generazione di promuovere lo sviluppo del Paese attraverso il dialogo, il rispetto per la democrazia e la partecipazione civica, nonché il riconoscimento delle diversità che caratterizzano la nostra nazione». Da parte sua, Josué Ramos ha dichiarato: «Noi giovani spesso diciamo “siamo delusi dalla politica”, ma dobbiamo renderci conto che sono i politici stessi a farci deludere da loro. Dobbiamo migliorare il Paese, e dobbiamo farlo fin da ora, perché noi siamo il futuro, ma anche il presente che plasmeremo non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli e le generazioni future». SOSTEGNO DEI MEMBRI DEL CONGRESSO E DEL CNDDHH I giovani membri dell’organizzazione e i partecipanti all’evento hanno ricevuto il sostegno dell’ex candidato alla presidenza della Repubblica, Mesías Guevara; di Ruth Luque, deputata e senatrice designata; di Ana Aguilar, rappresentante delle popolazioni indigene di Juliaca, Puno; di Diego Pomareda, avvocato costituzionalista; di Germán Vargas, segretario esecutivo della Coordinatrice Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH); e di altri ancora. L’evento si è concluso con la firma di un Atto Costitutivo, sottoscritto sia dai membri del Consiglio sia dagli ex membri del Congresso e dai rappresentanti delle istituzioni che difendono i diritti umani, sociali e politici. «Questo atto costitutivo, questo atto di fondazione, rappresenta un primo passo verso l’istituzionalizzazione dell’organizzazione dei giovani che vogliono lavorare per il Paese, e questo è molto prezioso. Credo che sia innanzitutto la via verso l’istituzionalizzazione. In secondo luogo, non abbiamo paura, impegniamoci nelle questioni pubbliche, nella politica, e costruiamo quel Paese che tanto sogniamo. E un’altra cosa molto importante che avete detto: non possiamo essere neutrali in un Paese in cui viene violata la dignità della persona. Non c’è spazio per la neutralità. Noi prendiamo posizione a favore della vita, a favore della dignità di tutte, di tutte le persone», hanno sottolineato i membri del Congresso a sostegno dell’organizzazione. Redacción Perú
July 21, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: un mondo migliore è più che mai necessario
Erano le 19 di ieri sera, domenica 19 luglio, quando il corteo nazionale in ricordo dei fatti di Genova di venticinque anni fa ha raggiunto finalmente la meta in Piazza De Farraris. In un tripudio di botti e fuochi d’artificio e slogan gridati al ritmo di Sia-mo-tut-ti-Car-lo-Giu-lia-ni, Sia-mo-tut-ti-Car-lo-Giu-lia-ni, lo striscione con la scritta Nessun Rimorso a caratteri cubitali guadagnava il pieno centro-città e mentre alcuni cercavano un po’ di refrigerio intorno alla fontana, risultava più che mai evidente la copresenza di almeno tre generazioni: quella dei nonni, quella dei padri&madri, e quella dei figli&nipoti. Quelli che in quei giorni del 2001 c’erano o magati no, ma oggi erano comunque qui e ben più numerosi di loro, quelli che allora erano proprio piccoli o neppure nati. Quanti saremo stati? Dicono non più di 10 mila, meno delle aspettative. Sicuramente avrà pesato il caldo e anche i controlli a tappeto su tutti i punti di accesso alla città di Genova: stazioni ferroviarie, caselli autostradali, io stessa insieme a una mia amica arrivate a Genova Principe abbiamo dovuto esibire i documenti, attendere per tot minuti il via libera da chissà quale ‘centrale operativa’… e insomma sì, Genova ieri di nuovo blindatissima, sicuramente in modo meno invasivo e repressivo di venticinque anni fa, ma comunque blindatissima. In compenso c’erano tutte le possibili bandiere: manifestazione colorata, variegata, anche giustamente arrabbiata, organizzata da una vasta rete di movimenti, collettivi, associazioni, spazi sociali, anche grazie alla concomitanza con l’Assemblea No Kings che si è tenuta sabato. E non potevano mancare le testimonianze di Lena Zuhlke e Mark Covell, gli attivisti “internazionali” che subirono il massacro della Diaz 25 anni fa. Il povero Mark anche questa volta non potrà ripartire da Genova con un buon ricordo: causa-caldo è stato colto da un malore ed è stato subito soccorso dal servizio sanitario. I nostri migliori auguri. La manifestazione avrebbe dovuto prendere il via alle 15.30 da Piazza Alimonda, ribattezzata dai collettivi Piazza Carlo Giuliani e invece è stata parecchio ritardata dall’attesa dello “spezzone giovani”, che già dalle 14.30 si era data appuntamento davanti alla scuola Diaz per un’assemblea dal titolo Prima, durante, dopo il G8: quarant’anni di disobbedienza civile nonviolenta promossa da Extintion Rebellion. Lungi dal limitarsi al confronto assembleare, l’appuntamento ha offerto l’occasione per erigere dinnanzi alla scuola una specie di Colonna Infame “a vergogna dei viventi e a monito dei venturi, com’è usanza della città di Genova (…) perché non si possano dimenticare i fatti accaduti nella notte del 21 luglio quando 346 poliziotti in tenuta antisommossa hanno fatto qui una macelleria messicana…” E solo dopo aver completato e debitamente omaggiato l’installazione, solo dopo aver appeso alla cancellata della Diaz un lungo striscione con la scritta Don’t clean up the blood, eccolo in marcia lo “spezzone giovani”, in direzione di Piazza Alimonda: tra i rulli dei tamburi, scandendo lo slogan Noi La Guer Ra Non La Vo Glia Mo! Noi La Guer Ra Non La Vo Glia Mo! qualcuno di loro si è avvicinato al ceppo in ricordo di Carlo Giuliani al centro della Piazza e accanto ai fiori ha deposto anche un estintore. Come quello che lui aveva tra le mani quando è morto. E solo in quel momento, poco dopo le 17, la manifestazione nazionale si è messa in marcia. C’è stato qualche attimo di tensione quando è passata davanti alla sede di Casa Pound e un gruppetto ha eretto un “muro di cartone” proprio davanti all’ingresso della sede dei militanti di estrema destra, con sopra la scritta in pennarello: “Zona denazificata”. Ma non è successo niente e il fiume umano è tranquillamente proseguito per Via Odessa, e poi Via Tolemaide, Piazza delle Americhe, le zone che furono teatro degli scontri venticinque anni fa, prima che tutto precipitasse in tragedia. Non è stato solo una commemorazione, no. Questo era stato già chiaramente detto durante l’Assemblea No Kings di sabato ed è stato ancor più evidente ieri dagli slogan, dagli striscioni, dalla composizione stessa del corteo, dagli interventi durante il percorso e a corteo concluso. Chiarissima la volontà di inaugurare una nuova fase di mobilitazione sui temi dell’opposizione alla guerra, della critica al neoliberismo, del contrasto alla militarizzazione, della solidarietà con la Palestina e della più decisa opposizione al fascismo. “Hanno provato in tutti i modi a screditare e criminalizzare chi nel luglio 2001 scese nelle piazze per rivendicare un nuovo mondo necessario, diverso da quello che allora si stava delineando e che oggi ci sta portando ad una nuova guerra mondiale” leggiamo nel sito del Comitato Promotore di queste giornate.  “La finanza come strumento di coercizione e destabilizzazione. La guerra come strumento per riaffermare il comando e il controllo. (…) Per questi motivi desideriamo che questo giorno sia l’invito ad aderire ad un nuovo percorso di lotta che non ci veda più solo come antagonisti a un sistema ingiusto e sbagliato, ma come protagonisti della costruzione del futuro che vogliamo.” Oggi a partire dalle 14.30 saremo di nuovo tutti e tutte a Piazza Alimonda per l’annuale commemorazione del Comitato Piazza Carlo Giuliani: “Per non dimentiCarlo”. Tra i tanti ospiti ci saranno Maria Elena Delia della Global Sumud Flotilla, Claudia e Silvia Pinelli, l’attivista Lince di Bologna che lo scorso autunno ha perso la vista a causa della violenza delle FFOO, le “Mamme in piazza per la libertà di dissenso” di Torino e i portavoce di tante associazioni genovesi. E ci sarà anche il Sudario di Carnia per la Pace per denunciare il genocidio del popolo palestinese e la strage di bambine e bambini in tanti Paesi del mondo. E tra un intervento e l’altro ci saranno i suoni di vari gruppi musicali che come ogni anno saranno qui: Assalti Frontali, Contratto Sociale Gnu-Folk, Alessio Lega con Guido Baldoni e Rocco Marchi, Marco Rovelli con Paolo Monti, solo per citarne alcuni. La giornata si concluderà alle 20.30 nel Cortile Maggiore di Palazzo Ducale con la proiezione del film Diaz di Daniela Vicari: organizza l’Ordine dei Giornalisti della Liguria e interverrà anche Enrico Zucca, ex pubblico ministero responsabile delle sentenze sui fatti di Bolzaneto e della Diaz. E con domani, martedì, si concluderà un po’ tutto questo ricco programma di iniziative “andando verso il venticinquennale”: * di nuovo alla scuola Diaz Pertini, dalle 17, per il Reading teatrale e presentazione del romanzo Raccontami ogni cosa di Roberto Bertoni; * di nuovo a Palazzo Ducale, Salone del Maggior Consiglio, dalle 20.30 per la presentazione del podcast Il Caso Diaz di Stefano, Nazzi prodotto dalla stessa Fondazione Palazzo Ducale; * per concludere con la fiaccolata che partirà verso le 22 da Piazza Tommaseo, per raggiungere una volta di più la Scuola Diaz, in ricordo di quella notte che ancora oggi Genova non può non ricordare come una ferita aperta, così difficile da rimarginare. Foto di Andrea Mancuso, Marioluca Bariona e Roberto Borri       Daniela Bezzi
July 20, 2026
Pressenza
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – prima parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari IL MOVIMENTO E LA PIAZZA Il dibattito comincia con Ezio Bertok e Max Gavagna che tracciano per sommi capi la storia dei Social Forum con una particolare attenzione a quello di Torino e di Genova ed ai legami reciproci senza perdere di vista, nella timeline, quello che succedeva nel resto del mondo: il racconto non parte da quell’estate del 2001, ma torna giustamente indietro per cercare di definire un movimento che trova le sue radici nel vento di cambiamento nato dalla fine della guerra fredda e dal successivo processo di globalizzazione finanziaria. Siccome nel racconto bisogna, ad ogni modo, partire da qualche evento, si parte dal movimento zapatista, nato nel Ciapas in Messico nel 1994 come reazione all’accordo di libero scambio NAFTA e diventato prototipo del cambiamento sociale dal basso. Nel 1997 nel vertice di Denver il gruppo dei paesi più industrializzati (G7) diviene G8 con l’ingresso della Russia. In quegli anni si avvia il processo di globalizzazione dei mercati delle merci e finanziario con una serie di passi normativi per eliminare, con le buone o con le cattive, qualsiasi ostacolo a questo processo; questo processo incontra una certa resistenza in settori trasversali delle società mondiali che si manifesta per la prima volta in tutta la sua potenza alla riunione di Seattle del WTO nel 1999 con manifestazioni di massa a cui partecipano più di 40.000 persone. Grazie al successo di Seattle il movimento no global si rafforza e comincia a definirsi per slogan e tematiche proponendo la globalizzazione dei diritti in luogo della globalizzazione dei mercati. Nel 2000 ritorna in auge la vecchia idea di tassare all’1% le transizioni finanziarie, la Tobin Tax che prende il nome dall’economista che la propose per primo: con lo scopo principale di attivare questa forma di tassazione vista come un granello che può bloccare il perverso meccanismo della speculazione finanziaria internazionale nasce in Francia ATTAC che conia anche lo slogan che diventerà fondamentale nei Forum Sociali “Un altro mondo è possibile”. Nello stesso anno nascono ATTAC Italia e la Rete Lilliput. A gennaio 2001 si riunisce a Porto Allegre per la prima volta il Forum Sociale Mondiale[1]. A marzo 2001 le manifestazioni di protesta contro il Terzo Global Forum sulla governance di Napoli, prima apparizione nelle piazze nel movimento no global in Italia, vengono violentemente represse dalle forze dell’ordine. Nel febbraio 2001 nasce il Genova Social Forum con l’obiettivo di coordinare le iniziative di contrasto al 27º vertice del G8 pianificato a Genova dal 19 al 22 luglio 2001. A giugno 2001 nasce il Torino Social Forum come rete di organizzazioni per coordinare la partecipazione da Torino alle attività per il G8 di Genova: il TSF organizzerà 32 pullman per Genova nei giorni del vertice. Nei giorni dal 18 al 22 luglio 2001 Genova è stata invasa da una marea di persone (nel corteo sabato 21 luglio si parla di 300.000 persone) e da un’infinità di attività di tutti i tipi accomunate dalla necessità di pensare ad un altro mondo, dalla richiesta di rappresentanza (voi G8 noi sei miliardi), dall’intuizione che il processo di globalizzazione avrebbe portato al disastro; l’unica risposta istituzionale a queste richieste è stata una repressione, ancora una volta, senza precedenti. Estremamente emozionante il finale dell’intervento: > L’utopia è stata dentro ogni folata di vento. Un’utopia con la u minuscola. > L’utopia del distintivo ed insopprimibile bisogno di ribellarsi. > > L’utopia come negazione del presente più che come definizione del futuro. Un > altro mondo possibile è un’aspirazione utopica che comprende più mondi > possibili, ma mai un mondo senza alternativa. Sui manifesti e sui siti dei > social forum spesso compare Edoardo Galeano. > > L’utopia è come l’orizzonte. Cammino due passi e si allontana di due passi. > Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. > > L’orizzonte è irraggiungibile. Serve per continuare a camminare. Ma è rimasto > forte il trauma. > > Abbiamo riflettuto tanto sulla violenza subita, sulla libertà violata, sulla > sospensione dello stato di diritto nei giorni del G8. Per qualcuno, ancora > oggi, un elicottero sopra la testa crea ansia immediata. Genova aveva ucciso > la speranza. > > In una tesi triennale, una studentessa che nel 2001 non era ancora nata, > scrisse come il G8 di Genova sia stata una grossa frattura, una delle tante > nella storia d’Italia. Scrisse che l’uso sregolato e violento della forza > aveva schiacciato e occultato i grandi temi posti dal movimento, giustizia > sociale, questione ambientale, diritto al futuro, temi affrontati all’epoca in > modo innovativo, con un patto trasversale nato insieme alla società. A Genova > era presente l’intera società, con le sue contraddizioni e difficoltà. > > E fu un momento unico di coesione e condivisione mai visto prima. La risposta > delle istituzioni è stata la violenza, e la violenza è per sempre. I traumi > lasciano un segno, una cicatrice, una ferita da cui non puoi prescindere. > > Così gli psicologi sono arrivati a elaborare la nozione di trauma > psicopolitico. E ora siamo diventati noi, i nonni partigiani che hanno > combattuto. Però l’abbiamo solo preso, e non abbiamo vinto, pur avendo > ragione. > > Perché avevamo ragione su tutto. E vorremmo sentirla di nuovo, quella brezza > primaverile, con l’utopia di trasformarla in un tornado. Seconda parte >>> Max Gavagna Ezio Bertok Buffet di solidarietà [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Forum_sociale_mondiale Giorgio Mancuso
July 18, 2026
Pressenza
47 giorni di protesta a Tirana: la voce degli studenti
Ieri sera la Rivoluzione dei Fenicotteri è arrivata al suo quantasettesimo giorno. Il presidio si è via via ingrandito e il corteo che ogni sera segue un diverso itinerario per le vie di Tirana era formato da migliaia e migliaia di persone. Oggi però alcuni giovani hanno inscenato una performance vestiti da neo laureati con il tradizionale copricapo e un mantello nero. Diamo quindi a loro la parola traducendo i loro cartelli. Mi sono laureato: all’Accademia di Polizia, ma la decisione della commissione mi ha bloccato; in Giurisprudenza, ma un raccomandato ha preso il mio posto; in Ingegneria, ma l’amico del ministro ha ottenuto l’incarico al posto mio; come ingegnere forestale, ma le foreste sono diventate resort; in Scienze Politiche, ma la burocrazia mi dava davvero sui nervi; in Finanza, ma devi accettare che 5×4=25 in Sicurezza Informatica, ma le spie del Partito mi sono passate avanti; in Urbanistica, ma le società straniere si sono aggiudicate i progetti; come attore, ma non posso permettermi il costo della vita; in Architettura, ma il figlio del sindaco ha ottenuto l’incarico al mio posto; in Marketing, ma il Primo Ministro ha nominato un altro al mio posto; come insegnante, ma una bustarella ha deciso per me; in Belle Arti, ma il nepotismo mi è stato di ostacolo; come Giornalista, ma la stampa non è libera; in Legge, ma il figlio di un criminale ha ottenuto il posto che sarebbe dovuto spettare a me; in Relazioni Internazionali, ma la posizione è stata presa dalla figlia di un oligarca; in Storia e stiamo scrivendo la Storia proprio ora. Mauro Carlo Zanella
July 17, 2026
Pressenza
Tirana: 46 giorni di Resistenza
L’occupazione dei cantieri navali di Danzica, nel 1980, durò 18 giorni e sempre nel 1980 i metalmeccanici presidiarono i cancelli di Mirafiori per 35 giorni. Lo sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 ed il 1985 durò esattamente un anno. Il presidio giornaliero in piazza Duomo a Milano entra oggi nel suo quattordicesimo mese. Mani Rosse Antirazziste presidia il Viminale ogni giovedì da otto anni. Il movimento No TAV è in mobilitazione permanente da oltre trent’anni. A volte queste mobilitazioni sono state sconfitte e per anni se ne sono pagate le conseguenze, altre volte hanno segnato dei punti in proprio favore, ma non esistono alternative. Se si vuole contrastare la politica di riarmo dell’Unione Europea, se si vuole impedire una guerra globale in Europa, se si vuole avere uno stato sociale decente e pensioni e salari dignitosi, non esistono scorciatoie ad una mobilitazione permanente. Non siamo numeri! Siamo voci! Il governo deve ascoltarci, non restare in silenzio! Si può vincere, si può perdere, ma se non si prova ad organizzare le speranze in una lotta di lunga durata, la sconfitta è già segnata e le conseguenze saranno devastanti. Diceva Ernesto Che Guevara, la cui immagine ho visto apparire anche qui a Tirana: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.” I manifestanti che animano le proteste in Albania sanno di avere a che fare con un muro di gomma, con un potere arrogante e sordo. Sanno che la loro lotta potrebbe essere lunga, che anche la vittoria al referendum, per cui sono state raccolte oltre venticinquemila firme in un solo banchetto a Tirana (la metà di quante ne servirebbero entro la metà di novembre) potrebbe essere poi annullata, aggirando il risultato con nuove leggi emanate da un Parlamento saldamente in mano ai due compari Edi Rama e Sali Berisha, come è accaduto in Italia rispetto all’acqua pubblica così come oggi si vorrebbe aggirare le vittorie ai referendum contro le centrali nucleari. La corrente va in direzione opposta alla nostra e basta fermarsi per tornare indietro, anche rispetto a diritti che riteniamo erroneamente acquisiti. Non esistono alternative al nuotare in direzione “ostinata e contraria”. Questa è la lezione che ci viene oggi dall’Albania: una minoranza, se ha valide ragioni e se sa essere coerente credibile e tenace, può innescare un movimento di massa potenzialmente in grado di cambiare il corso della Storia. Come dicono i Notav della Valsusa “Sarà dura” e chi ci governa non ci farà sconti. Mauro Carlo Zanella
July 16, 2026
Pressenza
Quarantacinquesimo giorno di protesta: costruiscono torri ma manca l’acqua potabile
In Albania ci sono gruppi nella società civile che da anni operano per la difesa dell’ambiente, contro gli oligarchi e la svendita del Paese. Sono gli stessi gruppi che si sono mobilitati contro gli accordi con il governo italiano che hanno consentito la creazione in Albania di un Cpr e quindi la carcerazione di coloro che si salvano dai frequenti naufragio e che, Costituzione Italiana alla mano, avrebbero il diritto di sbarcare e di chiedere asilo nel nostro Paese. Anche in questa occasione Edi Rama ha dimostrato di essere al tempo stesso arrogante verso il proprio popolo e servo di chi ha un po’ di potere più di lui, servo dei servi insomma. Tirana è un cantiere, in cui in continuazione appaiono nuove torri dalle forme più bizzarre e fantasiose. Per consentire la speculazione edilizia, si cacciano le famiglie più povere, che vivono da sempre in alcuni quartieri, via via rasi al suolo, poiché spesso non hanno documenti che attestino il possesso delle abitazioni in cui abitano. Molte famiglie invece sono diventate proprietarie delle case popolari che un tempo erano di proprietà dello stato e che in seguito vennero cedute a chi già le abitava. Per i figli di questa fortunata generazione gli affitti nel centro di Tirana sono assolutamente proibitivi e le fantasiose torri già costruite o in costruzione restano in gran parte vuote. Perfino abitare nella periferia di Tirana è praticamente impossibile per chi vive con uno stipendio medio-basso. In questa città, dove interi quartieri vengono via via demoliti e ricostruiti in forme futuriste, l’acqua è un bene prezioso, cosa che non era al tempo del regime stalinista. In gran parte delle abitazioni l’acqua non è potabile e deve essere acquistata in taniche da cinque o da dieci litri. Mi torna in mente l’intervista ad un boss della camorra, che era stato denunciato per aver sepolto fusti di rifiuti tossici. All’intervistatore, che gli chiedeva come avesse potuto inquinare le falde acquifere del suo stesso Paese, rispondeva alzando le spalle: “Che me ne fotte: io bevo l’acqua minerale”. Questo accade in Albania grazie ad oligarchi che uniscono ad un capitalismo rapace un sistema mafioso, coperto da una classe politica quasi completamente inerte e complice poiché collusa e corrotta. Per questo i cittadini albanesi non smettono di protestare contro la corruzione e per una “Shqiperia e re”, ossia per una nuova Albania. Mauro Carlo Zanella
July 15, 2026
Pressenza
Nessuno tocchi Rosalia
71 sagome, quest’anno. Le donne ammazzate dal partner o presunto tale nel 2025. “Nessuno tocchi Rosalia” è l’iniziativa de Le Onde – Centro antiviolenza di Palermo – giunta alla XIV edizione. Come sempre si svolge il 13 luglio, a ridosso del Festino di Santa Rosalia, amatissima fanciulla normanna patrona della città. Si possono sciorinare i numeri dei femminicidi, in lieve calo rispetto all’anno precedente ma sempre insopportabilmente troppi! Anche perchè sono la punta atroce dell’iceberg delle violenze da parte di ‘uomini’ verso quelle che considerano le ‘loro’ donne. E l’età dei responsabili si va sempre più abbassando: la violenza fisica, verbale, psicologica anche via social si rileva oggi anche nelle coppie di ragazzini/ragazzine! I centri antiviolenza – pochi e scarsamente finanziati – fanno un enorme lavoro, ma un lavoro più grande e capillare dovrebbero farlo le istituzioni educative per dare alle bambine, poi donne, la coscienza del proprio valore e ai bambini, poi uomini, il senso del limite ad un ego smisurato coltivato nei millenni. Mi auguro che dal prossimo anno siano degli uomini sensibili e consapevoli – ce ne sono – ad assumersi la responsabilità del proprio genere e prendere l’iniziativa di organizzare loro l’evento commemorativo/educativo “Nessuno tocchi Rosalia”. Sarebbe forse un esempio efficace per i/le passanti e non solo. E speriamo che ci siano sempre meno sagome da disegnare…. Redazione Palermo
July 15, 2026
Pressenza
Per un’Albania giusta: quarantaquattresimo giorno di protesta a Tirana
Come ogni giorno al presidio, prima di dare la parola a chi vuole parlare, si canta l’inno nazionale. È interessante osservare che è lo stesso che si cantava durante la dittatura di Enver Oxha ed anche prima. A differenza di altri Paesi del cosiddetto Socialismo Reale, anche la bandiera è rimasta la stessa e a nessuno passerebbe per l’anticamera del cervello l’idea di abbattere i monumenti eretti per ricordare la lotta partigiana contro i nazifascisti o i bassorilievo sugli edifici del governo che esaltano la classe operaia. Si ripudia la dittatura ma non i valori, in cui molti credevano, che questa professava e che ha in larga misura tradito con un sistema poliziesco che condannava ogni dissenso, pur garantendo alcuni diritti sociali di base. Come immaginate questa “Nuova Albania”? chiedo ad una coppia di giovani manifestanti. Cercano le parole nelle lingue che un po’ parlano in modo che io possa capire esattamente: Francese, Spagnolo, Inglese e anche un po’ di Italiano… Vogliono essere sicuri che io comprenda esattamente ciò per cui lottano. “Prima di tutto immaginiamo un futuro senza Edi Rama e Sali Berisha, un Paese senza corruzione e dove i corrotti vengano individuati e puniti. Chiediamo giustizia sociale. Investimenti adeguati per l’istruzione, la sanità pubblica e la difesa dell’ambiente. Non vogliamo vivere sotto un’oligarchia di speculatori e non vogliamo la svendita del nostro Paese. Insomma per dirla semplicemente vogliamo un Albania giusta sotto tutti gli aspetti.” Mauro Carlo Zanella
July 14, 2026
Pressenza
Re-Imagine Peace ultimo giorno: tra cibo, spiritualità, contestazione e musica
In una Firenze torrida si è chiuso domenica 12 Luglio il festival Re-Imagine Peace con una giornata meno intensa e ricca di eventi come quella di sabato. Si è iniziato nel pomeriggio dove si sono incrociate due attività molto diverse: al teatro del Sale Chef Shady e  Chef Tze’ela , hanno dato luogo a “Il gusto dell’altro“, il loro cooking show dove, attraverso il cibo, cercano le cose e i valori che uniscono invece di quelli che dividono; a San Salvatore al Monte il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa ha invece svolto una conversazione spirituale accolto dai locali padri francescani. Pizzaballa ha auspicato che “l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione… Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro.” Concetto poi ribadito nel discorso che ha effettuato durante il concerto finale. Nei dintorni dell’anfiteatro delle Cascine si è svolto il presidio di Firenze per la Palestina che contestava l’evento chiedendo sia all’Amministrazione Comunale che agli organizzatori un impegno urgente per far cessare la violenza dell’esercito israeliano e dei coloni sia a Gaza che in tutta la Cisgiordania, che termini il genocidio strisciante, ignorato dai media, e che si prendano misure serie contro l’attuale governo israeliano in coerenza con il Diritto Internazionale e le risoluzioni delle varie Corti di Giustizia, completamente disattese quando si parla di Israele; è nato dunque un confronto nonviolento e civile con gli attivisti che invece andavano al concerto e che  sottolineavano che a Re-Imagine hanno partecipato associazioni, cineasti, artisti ed attivisti che da anni lavorano insieme, palestinesi e israeliani per difendere i diritti dei palestinesi denunciando il genocidio, la militarizzazione, la violenza. Infine il concerto ha riunito sul palco musicisti palestinesi e israeliani di varie origini, alternando messaggi di solidarietà e di saluto di attivisti oltre il discorso già citato del Cardinale Pizzaballa e il saluto della sindaca Funaro che ha ribadito la condanna netta di Firenze alla prosecuzione delle uccisioni e la necessità di un’azione urgente per fermarle; all’ingresso del concerto varie associazioni fiorentine ed internazionali hanno distribuito materiali, particolarmente significativa la presenza di Gaza Support Network che si occupa di aiutare le famiglie in difficoltà a Gaza. Il concerto si è ovviamente chiuso con la versione di Imagine di John Lennon cantata in inglese arabo ed ebraico dai musicisti presenti e dal pubblico. foto della Redazione Toscana e del Gruppo di Supporto ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 13, 2026
Pressenza
Quarantatreesimo giorno di mobilitazione a Tirana: 4 milioni di motivi per protestare
Questi sono giorni di grande indignazione. Una profonda indignazione che alimenta ulteriormente la protesta. Come spesso accade anche da noi, quando si parla di diritti, di diritto alla casa, alla salute, all’istruzione… , i soldi non ci sono mai, ma quando, da noi si tratta di spese militari e qui in Albania del concerto di un rapper milionario, che peraltro si definisce razzista, ecco che milioni di euro appaiono miracolosamente. In Italia queste spese si trovano forzando quel pareggio di bilancio che lorsignori hanno preteso di inserire nella Costituzione, ma che, a quanto pare, non vale soltanto per le spese militari, per il riarmo, per preparare la guerra contro un ipotetico nemico, che dopo quattro anni ancora non ha conquistato l’intero Donbass malgrado costi umani spaventosi. Da noi l’aumento delle spese militari ricadrà, oltre che sugli inevitabili tagli allo stato sociale, su un debito che comprometterà la vita delle generazioni future e sulle classi lavoratrici, giacché questo governo si guarda bene dal pretendere un congruo contributo all’élite di milionari sempre più ricchi ed arroganti. Ovviamente, per quanto mi riguarda, la spesa militare andrebbe progressivamente ridotta, ma è una beffa che queste spese che ci portano alla guerra vengano scaricate sulle classi popolari del presente e del futuro. Con la stessa cieca arroganza, Rama sperpera 4 milioni di euro del fondo di riserva, che dovrebbe servire in caso di calamità naturali, quando, ora come ora, la sola calamità che deve sopportare questo martoriato Paese è proprio il suo governo. Così ciascuno ha un’idea su come utilizzare quel fondo di riserva: chi dice per le cure dei malati oncologici, chi pensa a realizzare una vera raccolta differenziata dei rifiuti, chi pensa che si dovrebbero aumentare le pensioni sociali… Ovviamente quattro milioni di euro non basterebbero e quindi sarebbe necessaria una vera patrimoniale che inizi a toccare i profitti degli oligarchi. Una donna mi dice che i femminicidi stanno aumentando, ma che nulla si fa per proteggere le donne da un marito o da un ex fidanzato violento poiché la polizia minimizza i fatti che si vogliono denunciare e soprattutto non esistono centri antiviolenza o case rifugio. Insomma le emergenze sono tante, ma Rama pensa che le elezioni consegnino a chi vince un governo dal potere assoluto, che ha su tutto carta bianca, scordandosi che la sovranità appartiene sempre al popolo e non una volta ogni 4 anni. Gli slogan più gridati sono: “No alla dittatura!”, “In Albania serve una rivoluzione!” e l’ironico “O Rama ciao Rama ciao, Rama ciao, ciao, ciao” cantato sulle note di “O bella ciao”. Il popolo non ne può più di questa falsa, clientelare e corrotta democrazia del governo di Edi Rama e della finta opposizione di Sali Berisha e si sta riprendendo, giorno dopo giorno la sovranità che gli appartiene. Mauro Carlo Zanella
July 13, 2026
Pressenza