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Inaugurato il primo Scaffale dei libri della nonviolenza a Guidonia-Montecelio
A Guidonia,  mercoledì  27 maggio, è arrivato il primo scaffale dei libri della nonviolenza. Nell’aula magna dell’Istituto Comprensivo  Giovanni XXIII di Villanova di Guidonia, Il dirigente scolastico Professor Umberto Montemagno da il benvenuto ai partecipanti all’inaugurazione ricordando la volontà di tutta la scuola ad accogliere il progetto. Interviene poi la Professoressa Giovanna Fratini che ha accolto il progetto  e con dedizione è riuscita a portarlo nella propria scuola per dare un valore aggiuntivo all’educazione di tutti gli alunni e  fornire tanti input di formazione anche per i docenti. “Con lo scaffale dei libri della nonviolenza, in un mondo caratterizzato da numerose guerre e violenze di ogni tipo abbiamo deciso di creare un presidio culturale permanente nel nostro Istituto, al fine di promuovere la conoscenza della teoria della nonviolenza, che è cosa ben diversa e piuttosto distante, da un generico pacifismo. Essa è innanzitutto uno stile di vita, ma anche un efficace strumento di lotta sociale e politica, volto a migliorare la società modificando i rapporti di potere.”   Era presente all’incontro anche la vicepreside  professoressa Alessandra Bousquet insieme a molti insegnanti. C’era anche una folta rappresentanza degli alunni che hanno ascoltato con molto interesse e coinvolgimento. A rappresentanza del sindaco sono intervenuti il dirigente alla Pubblica Istruzione e Cultura Dott. Aldo Cerroni e l’Assessora alle Politiche Sociali e Sport  Dott.essa Cristina Rossi che nel suo intervento ha ribadito la funzionalità educativa della nonviolenza in ogni ambito da quello scolastico a quello sportivo. E’ poi intervenuto Claudio Roncella, ideatore del progetto “Lo Scaffale dei libri della nonviolenza” e coordinatore romano dell’organismo internazionale La Comunità per lo Sviluppo Umano promotrice dell’iniziativa.  Claudio ha  raccontato come gli è nata l’idea dello scaffale: “Sentendo forte in me stesso la necessità di fermare il più possibile le ingiustizie provocate dalla violenza ho scelto la cultura della nonviolenza come metodologia di intervento e mentre in una biblioteca cercavo un libro di Ghandi non sapevo in quale voce di classificazione fosse, per me doveva stare nello scaffale dei libri della nonviolenza, non essendoci mi sono detto – ora lo faccio io – ed eccoci qua! Ora in Italia ci sono più di trentacinque scaffali con il loro profondo messaggio di testimonianza quotidiana che nella storia e nella vita di tutti i giorni sono molto più presenti i momenti di nonviolenza, basta iniziare a riconoscerli!” Ha illustrato anche il significato del simbolo della nonviolenza che si basa soprattutto su principi di coerenza interna ed esterna e che non c’è benessere se non per tutti. Ha ricordato che il 2 ottobre è la giornata mondiale della nonviolenza. Poi ha calamitato gli studenti insieme agli insegnanti, facendo il gioco “Dell’armonia”, battendo a ritmo le mani si poteva sentire di come è bello stare insieme in armonia. Con allegria tutti si sono trasferiti nella biblioteca dove si è inaugurato lo scaffale con  il classico taglio del nastro . Alcuni studenti hanno letto i loro pensieri sulla vita dei personaggi della nonviolenza come Malala, Martin Luther King e Nelson Mandela. Anche in questa scuola con l’inaugurazione si è creato veramente un momento di inizio per una educazione alla nonviolenza. Foto dell’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII Redazione Roma
May 29, 2026
Pressenza
Veicolare messaggi nei tempi del turismo di massa
In Italia si contano 479 milioni di turisti l’anno; se in alcune località del Belpaese la stagione può ancora fare la differenza, nelle città d’arte il dato rimane stabile che splenda il sole, nevichi o piova a catinelle. E non servono i numeri ufficiali per rendersene conto… Questi i miei pensieri mentre passeggio a fatica tra la folla di “Spaccanapoli” sbirciando le vetrine e scattando foto a muri sbrecciati. Cerco graffiti, opere fatte a stensil, ma anche scritte e adesivi. La Street Art mi affascina dai tempi dell’università e sebbene non l’abbia mai praticata (non ne sarei capace), non perdo occasione per ammirarla. Mi piace per la sua immediatezza e per quel senso di complicità che trasmette, perché si attacca senza vergogna a pali, paracarri, cestini dell’immondizia, panchine, intonaci; si insinua ovunque le sia possibile trasmettere il suo messaggio irriverente e anti-sistema e farla franca. Con Napoli, con la sua tradizione popolare di bassi e bancarelle, l’arte da strada va a nozze, veicolando contenuti alle migliaia di persone che ogni giorno la attraversano rapite dall’allegro spirito partenopeo. La tradizione dei murales contempla un’intera via, ubicata nei Quartieri Spagnoli, dedicata all’immagine di Totó; Maradona in compagnia di Pulcinella e cornetti anti-malocchio di ogni dimensione impazzano per tutta la città. Ma tale “arte”, benché vanti un’origine popolare e susciti simpatia, lavora a creare la giusta atmosfera, quella che il turista riconosce come tipica del luogo e che gli garantirà di tornare al proprio dovere soddisfatto e possibilmente alleggerito, oltre che nel portafoglio, anche dei cupi pensieri quotidiani. Nelle viuzze dell’antico centro, nell’incessante turbinio di profumi e suoni, prende anima il ritornello della “canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici e dunque “chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Questa però non è la Street Art che cerco. Mi piace quell’altra, che compare e scompare continuamente perché viene strappata via, che è dichiarata, brutta, sporca e illegale, che si offre come strumento di lotta dal basso e denuncia ingiustizie e ipocrisie. Uno tra i connubi più potenti degli ultimi anni è sicuramente quello tra la lotta del popolo palestinese e l’arte da strada. Napoli ne è un prolifico centro. Tempo fa circolarono video di operazioni di subadvertising e camouflage di manifesti pubblicitari di grande impatto emotivo: per esempio ne ricordo uno in cui  l’immagine della “Flagellazione di Cristo” apposta sulla locandina della mostra di Caravaggio offriva l’occasione di ricordare che Gesù era palestinese, mentre su un altro cartellone Frida Kahlo si trasformava in un’indomita resistente palestinese. Oggi nelle mie peregrinazioni non trovo opere di tale rilievo creativo, ma osservo che la città è costellata da un’infinità di micro-interventi sovversivi: semplici scritte lasciate da un pantone colorato su una saracinesca o graffiate con una chiave su di un muro o su un cancelletto; segni lasciati in impeti di rabbia da chiunque, che testimoniano l’insofferenza verso l’ingiustizia e il cuore dei napoletani. Tuttavia, in questi tempi di pazzi e criminali veri, il micro “vandalismo” di denuncia non è l’unica forma di resistenza che si sta diffondendo tra la gente comune; un’altra, della quale mi considero una praticante, è quella del “gadget”. È infatti mia regola indossare sempre qualcosa che sia testimonianza della tragedia che affligge il popolo palestinese da oltre settant’anni. Una volta sono gli orecchini a fetta d’anguria, un’altra il ciondolino della mappa della Palestina, un’altra ancora la spilletta appuntata alla borsa e l’immancabile sciarpa a quadretti bianchi e neri. La loro presenza è stata fonte di sorrisi e approvazione, quando non di veri e propri scambi. E non sono l’unica ad aver adottato una simile policy. Mi capita sempre più spesso di notare gli stessi simboli portati in giro da altri. Solo nei giorni trascorsi a Napoli ho incontrato diverse donne con orecchini uguali ai miei, ho notato angurie su magliette e cappellini, mentre spillette “Palestina Libera” richiamavano l’occhio da zainetti e borsette. In coda per entrare in pizzeria ho condiviso il marciapiede con tre napoletane veraci avvolte nelle kefiah. Leggo il fenomeno come una forma di umanità che si allarga a macchia d’olio e di cui è importante sostenere lo sviluppo, alla ricerca di quel punto di non ritorno che viene definito “massa critica”. Quando avevo poco più di vent’anni con tre amici in vacanza a Istanbul ci permettemmo una cena pantagruelica con annesso spettacolo di danza orientale. La serata era animata dal classico presentatore tuttofare che sul finire chiese ai partecipanti di ogni tavolo quale fosse il loro Paese di provenienza. A ogni nazione augurava prosperità e tante belle cose e invitava tutti gli altri ad applaudire festosi. Quando toccò al Sudafrica sulla sala calò un silenzio di piombo. Di lì a qualche mese cadde l’apartheid e iniziò il processo di verità, giustizia e riconciliazione. Non so dire se siamo vicini o meno al cambiamento; indifferenza, ignoranza e individualismo sono sempre ben presenti in società, ma certamente si vedono anche segnali positivi, di chiara umanità e mai come oggi è importante comprendere che il fenomeno del turismo di massa può essere un potente volano nel veicolare messaggi di pace e scuotere coscienze. Passando da un vicoletto a un corso, ruminando tra me e me, sono arrivata alla Feltrinelli di via dei Greci dove fra poco si terrà la presentazione del romanzo “Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah. Sono molto curiosa: Ibrahim è uno scrittore di fama internazionale e la storia, apparsa nel 2009, ha riscosso parecchio successo proprio per l’originale intreccio. Ne parleranno Davide Gatto, traduttore del libro e Omar Suleiman, attivista e attore palestinese. Ah, dimenticavo di dirvi che sono arrivata qui grazie alla medaglietta della Palestina. Due giorni prima infatti ero alla cassa del negozio quando la signora addetta, mentre mi batteva lo scontrino, allargando un sorriso a trentadue denti, mi ha detto: “Oh, ma che bel ciondolo!” Così ho scoperto che a Napoli vive una libraia di nome Valentina che prova sempre a parlare di Palestina (lo ribadisce persino il suo stato WhatApp).  Ogni mese organizza un incontro per promuovere la cultura arabo-palestinese e il più delle volte il ricavato dell’iniziativa viene devoluto a progetti di solidarietà. Oggi andrà a Gazzella, una onlus storica di Gaza che deve il suo nome alle bambine rimaste orfane e che con grandissimo impegno e passione è riuscita a riaprire delle aule scolastiche sotto le tende. La chiacchierata in libreria è informale: si parla di letteratura, dell’autore e del suo maestro, Ghassan Ganafani, e della vita in Palestina; di come i grandi sanno parlare della miseria, della guerra e dell’occupazione senza quasi citarle e di come il loro messaggio arrivi chiaro e profondo. Intuisco dagli stralci letti che “Le nozze di Gaza” hanno come protagoniste delle donne – due sorelle gemelle e altre figure femminili. Ne sono ancora più curiosa e non vedo l’ora di leggerlo.       Marina Serina
May 27, 2026
Pressenza
Eirenefest Firenze: “Ritrovare il Senso”, laboratorio al Giardino Olistico
Un  anticipo di Eirenefest Firenze si è svolto sabato 23 maggio al Giardino Olistico al Giardino dell’Anconella. Quest’anno la terza edizione del Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza che si svolgerà in vari punti della città dal 20 Settembre al 4 Ottobre avrà alcune date di anticipazione nella convinzione della necessità di diffondere sempre più la cultura della nonviolenza. Nel primo anticipo del 2026, un gruppo di adulti e bambini ha partecipato al laboratorio “Ritrovare il senso – laboratorio sulle virtù per riumanizzare l’educazione”, facilitato da Jaqueline Mera e Stefano Colonna della Corrente Pedagogica Umanista Universalista e autori del libro Guida per la pace e la nonviolenza di prossima pubblicazione in Italia. Attraverso dinamiche esperienziali ispirate alla Pedagogia dell’Intenzionalità, momenti di relazione, gioco e attività artistiche, i partecipanti hanno lavorato con creatività e complementarietà sulle proprie virtù e sulle possibilità di un’educazione più umana e nonviolenta, in un clima di allegria, ascolto e distensione. Durante l’evento ha funzionato un banchino di esposizione dei libri della Multimage inerenti le tematiche della pedagogia umanista e nonviolenta. Il Comitato promotore ricorda che c’è tempo per fare proposte per Eirenefest Firenze fino al 30 luglio di quest’anno attraverso il seguente modulo https://docs.google.com/forms/d/1b6oFMlUzaTt7sQOx4pnXA7ofqhbLtelN87gAxrQprVg/edit Foto del Giardino Olistico Redazione Toscana
May 24, 2026
Pressenza
Manifestazione regionale a difesa della sanità pubblica
Ieri alle 14 un bel fiume di persone ha sfidato il caldo eccezionale di questi giorni e ha sfilato dal grattacielo della Regione Piemonte fino in piazza Carducci, un paio di chilometri che sotto quel sole del primo pomeriggio rendono ben evidente l’importanza della manifestazione. 5000 i partecipanti secondo quanto riportato dall’Ansa su indicazione delle forze dell’ordine, 8000 secondo gli organizzatori. Indetta dal Comitato piemontese per il Diritto alla Tutela e della Salute e alle Cure “dopo 3 anni esatti dalla prima mobilitazione a difesa della sanità pubblica regionale, che aveva coinvolto migliaia di persone dal mondo degli ordini professionali, dell’associazionismo, della cittadinanza attiva e della società civile”. Ieri alle proteste per una sanità in difficoltà si è unito anche il grido lanciato da Global Sumud Flotilla, Sanitari per Gaza e #digiunogaza a sostegno della spedizione. È stato ricordato il recente blocco della nave con a bordo medici e infermieri, unica colpa, voler esercitare la proprio professione, aiutare e salvare vite umane. Bloccato anche il convoglio di terra che continua a rimanere fermo in Libia. Imparagonabili le situazioni, ma al centro c’è il fondamentale ruolo dei sanitari, il loro vitale compito a servizio di chiunque si trovi in difficoltà e non in base alla possibilità di pagare. Secondo i dati forniti dagli organizzatori però in Piemonte 1 persona su 10 decide di non curarsi pari a 352.000 piemontesi con un aumento del 47% tra il 2023 e il 2024. Poiché aumentano le liste d’attesa e ricorrere al privato è costoso, non tutti possono permetterselo. Le liste aumentano perché si è sottorganico, non bastano più i turni supplementari. I dati parlano di una carenza superiore alle 10.000 unità tra medici, infermieri e OSS, numeri che richiedono investimenti, molti e una chiara direzione. Nel suo intervento dal palco, Massimo Esposto Segretario Generale della FP CIGL Torino indica nelle scelte politiche della Regione le responsabilità del disastro della sanità piemontese: > L’assessore Riboldi non ci venga a parlare di emergenze impreviste, di eredità > pesanti o di contesto nazionale, la verità è scomoda e impietosa. La sanità > piemontese è in crisi perché la Regione ha scelto di gestirla come un capitolo > di spesa da contenere e non come un patrimonio da custodire. > > Ha preferito il taglio lineare alla programmazione, la propaganda al > monitoraggio, la burocrazia alla cura. Ha fatto investimenti cronici al di > sotto dei fabbisogni reali e piani di assunzione del personale insufficiente. Esposto vede in questa politica la manifestazione di interessi precisi: > Invece di blindare il carattere universalistico e solidaristico del sistema, > (la Regione) vuota il pubblico di risorse umane e finanziarie, mentre il > privato accreditato si trasforma in un sistema parallelo, selettivo, orientato > al rendimento. Vogliono farci credere che il privato sia la valvola di sfogo, > la risposta rapida alle liste d’attesa, la modernizzazione necessaria. Noi > diciamo chiaro, senza ambiguità, il privato accreditato deve restare > integrativo e mai sostitutivo del servizio sanitario pubblico, mai. > > … Il vero rischio non è solo nelle prestazioni a pagamento, è nei dati. Perché > l’oro della sanità contemporanea sono le informazioni, la domanda di cura, i > percorsi clinici, i tempi di risposta, l’offerta pubblica, le cronicità, le > rinunce. E se questa regione continua a favorire un radicamento indiscriminato > del privato, chi metterà le mani su quel patrimonio? Le assicurazioni, i > grandi operatori finanziari della salute. E conclude il suo intervento indicando le linee guida dell’azione sindacale locale nel settore: > La regione ci dica chiaro una volta per tutta da quale parte vuole stare, se > dalla parte dei bilanci o da quella delle persone. Noi scegliamo le persone! E > non ci fermeremo finché ogni professionista non sarà retribuito con dignità, > finché ogni attesa non sarà accorciata, finché la rinuncia alle cure non > diventerà solo un ricordo amaro di un’epoca che a partire da oggi abbiamo il > dovere di far chiudere. Dal palco finale della manifestazione sono state indicate altre criticità, più specifiche, della sanità piemontese: dalla carenza di medici di base, soprattutto in provincia e nelle zone montane, alle difficoltà di accesso ai servizi sanitari per i cittadini stranieri che ne avrebbero pieno diritto. Si delinea quindi un conflitto sociale che travalica gli interessi sindacali e di categoria perché, come indica lo slogan della manifestazione “quando tutto sarà privato, saremo privatə di tutto” Sara Panarella, Giorgio Mancuso Redazione Torino
May 24, 2026
Pressenza
19° Urlo per Gaza, Firenze: le foto
Diciannovesimo “Urlo per Gaza” ieri sera,  animato dai consueti tamburi del  Collettivo di Fabbrica ex Gkn  nel quartiere di Rifredi a Firenze. Un affollatissimo presidio e poi un lungo corteo quello  composto dalla Firenze solidale con la Global Sumud Flotilla  e attiva come equipaggio di terra  che non rinuncia a denunciare le nefandezze dello stato ebraico.  Quello che con un nuovo atto di pirateria, contro ogni  diritto internazionale ha abbordato e sequestrato gli equipaggi  totalmente nonviolenti degli ultimi battelli in missione umanitaria in rotta per Gaza su cui navigavano Dario Salvetti e Antonella Bundu entrambi noti attivisti fiorentini. Un urlo indignato contro l’amministrazione cittadina che ancora non ha mosso un dito per condannare e reclamare la liberazione dei propri concittadini e che ben poco di concreto ha fatto per fermare il genocidio  e gli atti di pulizia etnica a Gaza e nella Palestina occupata. Ormai Israele è al di sopra di ogni legge di convivenza civile  e impunemente  e spudoratamente agisce sapendo che il silenzio del contesto europeo contro il suo operato  è diventato quasi un consenso, una complicità esplicita. Un ordine suprematista, razzista, colonialista che si va affermando sempre più in Occidente e di cui Israele è la punta più avanzata. Foto di Cesare Dagliana urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi     Redazione Toscana
May 21, 2026
Pressenza
Roma, il corteo della Nakba: 78 anni di resistenza palestinese
La Nakba non è una pagina chiusa della storia da ricordare distrattamente una volta all’anno. È una ferita aperta che continua a produrre sofferenza, violenza e ingiustizia. La Nakba viene ricordata il 15 maggio, data che segna l’inizio della tragedia vissuta dal popolo palestinese nel 1948. Quest’anno, tuttavia, molte mobilitazioni si sono svolte sabato 16 maggio per consentire una più ampia partecipazione e trasformare quella ricorrenza in un momento collettivo di lotta e solidarietà. Le manifestazioni tenute a Roma e in altre città italiane dimostrano che, nonostante i tentativi sempre più insistenti di delegittimare il dissenso, criminalizzare la solidarietà e imporre una narrazione univoca del conflitto, esiste ancora nel nostro Paese una coscienza civile e democratica che rifiuta il silenzio di fronte a quanto sta accadendo. A Roma, quella comunità umana, sociale e politica che non intende essere complice dell’orrore si è ritrovata in quella che i movimenti hanno simbolicamente ribattezzato “Piazza Gaza”, Piazza dei Cinquecento, dando vita a un corteo determinato a non voltarsi dall’altra parte. La manifestazione ha attraversato il centro della città, terminando il suo percorso a Piazza Vittorio Emanuele. Ciò che ebbe inizio nel 1948 con l’espulsione di oltre 700mila palestinesi dalle proprie terre e dalle proprie case non appartiene soltanto al passato. Siamo di fronte a un processo storico che, nel corso dei decenni, ha assunto forme diverse, ma ha mantenuto un tratto costante: l’occupazione, la negazione dei diritti fondamentali, l’espansione delle colonie e la progressiva compressione dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Oggi questa realtà assume una dimensione ancora più drammatica di fronte a ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Settantotto anni di espulsioni, occupazione e negazione dei diritti del popolo palestinese, ma anche settantotto anni di resistenza e di lotta per il diritto al ritorno e all’autodeterminazione. Una resistenza che continua a camminare sulle gambe delle nuove generazioni e che rifiuta di arrendersi alla cancellazione della propria memoria e della propria identità. Chi oggi scende in piazza, sostenendo la mobilitazione internazionale della Flotilla e la parola d’ordine “Blocchiamo tutto”, non lo fa soltanto per custodire una memoria storica o per esprimere una solidarietà astratta. Lo fa per denunciare il presente, per dare voce a chi viene ridotto al silenzio e per chiedere l’interruzione di ogni rapporto politico, economico e militare con Israele, insieme alla liberazione dei prigionieri politici palestinesi. Le piazze mostrano con forza tutta l’ipocrisia dei governi occidentali. L’esecutivo italiano, in sintonia con le istituzioni europee e con una logica di progressiva militarizzazione delle relazioni internazionali continua a destinare risorse sempre maggiori al riarmo e all’industria bellica. Nel 2026 la spesa italiana per la difesa si avvicina ai 45 miliardi di euro, secondo i criteri di calcolo adottati dalla NATO, mentre nel nostro Paese si riducono investimenti e servizi essenziali come sanità pubblica, scuola, trasporti, welfare e sostegno sociale. Esiste un filo che lega le politiche di guerra e il peggioramento delle condizioni materiali delle persone. Mentre si trovano risorse per le spese militari, si continua a sostenere che non esistano fondi sufficienti per garantire diritti sociali e condizioni di vita dignitose. Questa scelta politica tradisce i principi più profondi della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista e in particolare quel principio fondamentale che sancisce il ripudio della guerra. Assistere alla distruzione di interi quartieri, ospedali, scuole e università, alla privazione di acqua, cibo e cure per milioni di civili a Gaza senza assumere una posizione chiara, significa accettare una deriva che colpisce l’intera umanità. Non potrà esistere una pace giusta e duratura finché continueranno occupazione, colonizzazione e negazione dei diritti del popolo palestinese. La pace non si costruisce attraverso la superiorità militare, i bombardamenti o i doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale. La pace richiede giustizia, la fine delle violenze e il riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione. La risposta arrivata dalle piazze di Roma e delle altre città dimostra che la solidarietà internazionale e la fratellanza tra i popoli continuano a vivere nella società reale, nonostante i tentativi di anestetizzare le coscienze attraverso la propaganda. Gli studenti, i movimenti sociali, i lavoratori e i cittadini che si mobilitano rappresentano una parte importante di questo Paese. Questa mobilitazione non è un episodio isolato. Si inserisce dentro una battaglia più ampia contro un modello fondato sulla guerra, sullo sfruttamento e sulla subordinazione della vita umana agli interessi economici e militari. È la stessa battaglia che guarda alle lotte sociali, ai diritti del lavoro e alla difesa dello stato sociale. Anche per questo assume un significato importante l’appuntamento dello sciopero generale di lunedì 18 maggio: un momento di mobilitazione che intende ribadire un netto rifiuto delle politiche di guerra, del riarmo e dell’idea che le esigenze delle persone possano essere sacrificate per sostenere interessi economici e strategie militari. Non saranno le retoriche belliciste né i tentativi di restringere il dibattito pubblico a fermare questa voce. Finché esisterà un popolo privato della propria libertà, continueremo a schierarci al suo fianco, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e ovunque sia necessario difendere la dignità umana e costruire una prospettiva di pace e giustizia. Foto di Mauro Zanella e Giovanni Barbera Giovanni Barbera
May 17, 2026
Pressenza
Sumud: equipaggi di terra
“E poi la gente (perché è la gente che fa la storia) – quando si tratta di scegliere e di andare – te la ritrovi tutta con gli occhi aperti – che sanno benissimo cosa fare – quelli che hanno letto milioni di libri – e quelli che non sanno nemmeno parlare – ed è per questo che la storia dà i brividi – perché nessuno la può fermare” (La storia siamo noi, di F. De Gregori) Ieri mattina presto (già intorno alle otto) c’è stato in tutta Italia un tam tam di autoconvocazioni per il pomeriggio: presidi davanti a tutte le prefetture che si sono poi trasformati in cortei spontanei, in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, aggredita nella notte dalla marina militare israeliana in acque internazionali presso le coste greche. Il silenzio sarebbe stato complice, però studenti attivisti lavoratori pensionati si sono riuniti e non hanno taciuto, ma ribadito, insieme alla denuncia indignata, il proprio impegno e la rinfocolata passione per la giustizia. C’è un grande bisogno di speranza in questi tempi oscuri e le immagini che vi mostriamo, colte al volo dai nostri mediattivisti durante le manifestazioni, ci aiutano a rafforzarla. (d.m.) Bologna Cagliari Cagliari Palermo Palermo Palermo Rimini Rimini Rimini Roma Roma Roma Roma Roma Roma Roma Roma Torino Redazione Italia
May 1, 2026
Pressenza
Flottiglia di Terra a Firenze: le foto
Risposta immediata questo pomeriggio della Flottiglia di Terra fiorentina  con un presidio e un corteo dopo l’azione  di pirateria con il quale Israele è intervenuta abbordando la Global Sumud Flottiglia   diretta a Gaza. Un atto previsto e programmato  affianca come diretta lotta di terra  il movimento contro la guerra imperialista di Isrele e contro gli effetti sociali che questa produce. Un affollata piazza quella di Santa Maria Novella ha ascoltato i diversi interventi di condanna  e di solidarietà  al gruppo di barche  che tentano una ennesima volta  di forzare il blocco navale israeliano per portare aiuti umanitari a Gaza dove ancora va avanti  il genocidio e la  guerra  nonostante l’annuncio della tregua. Dopo il presidio ,  un corteo ha sfilato lungo le strade del centro  animato dai ritmi dei tamburi dell’immancabile  Collettivo di Fabbrica  della GKN. Un suo membro Dario Salvetti e Antonella Bundo esponente Fiorentina di Toscana Rossa  fanno parte degli equipaggi della Flottiglia. Foto Cesare Dagliana Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi Flottiglia di terra Fi   Redazione Toscana
April 30, 2026
Pressenza
Conferenza di Santa Marta, la marcia dei popoli chiude tre giorni di lotta: “Impegni per la vita, non per la morte”
Le strade di Santa Marta oggi si sono riempite di voci, colori e rivendicazioni. La marcia dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili ha attraversato la città colombiana, chiudendo tre giorni intensi di incontri, assemblee e confronti sulla riconversione ecologica e su come garantire giustizia ambientale, sociale ed economica. Non una semplice manifestazione, ma il punto di arrivo – e allo stesso tempo di ripartenza – di un processo costruito dal basso, “dai popoli e per i popoli”. A guidare il corteo lo striscione che ha fatto da sfondo all’assemblea plenaria del 26 aprile: “Uscita dai fossili rapida, giusta ed equa”. La musica scandisce il passo, non solo come accompagnamento ma come pratica politica. Al centro delle richieste c’è la dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai fossili, approvata al termine dell’assemblea. Tante le voci che si alternano, intrecciando esperienze locali provenienti da tutto il mondo. “Non saremmo potuti arrivare qui senza un lavoro territoriale”, raccontano Gamozo e Chucurí del movimento Ríos Vivos Colombia, che riunisce persone colpite dalle dighe e dalle crisi ambientali in America Latina. “Abbiamo costruito dialoghi, raccolto voci di bambini, giovani, donne, comunità. Questa marcia rappresenta tutto questo.” Il messaggio è netto: stop alla proliferazione dei combustibili fossili, “né qui, né altrove, né ora, né mai”. Al centro c’è anche la richiesta di autonomia dei territori, vista come condizione necessaria per superare la dipendenza da petrolio, gas e carbone. Un’autonomia che passa dall’educazione ambientale popolare e da una profonda trasformazione della matrice minerario-energetica, capace di ripensare non solo la produzione, ma l’intero modello di vita e consumo. Sharif Jamil, di Buriganga Riverkeeper e responsabile di Waterkeepers Bangladesh, racconta di villaggi che ogni giorno rischiano di scomparire, comunità che si addormentano senza sapere se avranno ancora una terra al risveglio. “Non riguarda solo il Bangladesh: succede anche in Pakistan, in Nepal, nelle Filippine. È la stessa lotta”. Conclude denunciando il fallimento delle promesse internazionali: “Ci incontriamo da anni alle COP, ma gli impegni non vengono rispettati e l’industria fossile continua ad espandersi e incassare sempre di più. Qui a Santa Marta stiamo costruendo una frontiera politica nuova!” Dalla prospettiva sindacale, Iván González, della Confederazione dei lavoratori delle Americhe, mette in fila tre punti: la crisi globale alimentata da guerre e sfruttamento, l’“architettura dell’impunità” che protegge multinazionali e potenze e l’impossibilità di una transizione che sacrifichi lavoratori, lavoratrici e comunità. “Senza diritti non c’è transizione giusta. La riconversione sarà femminista e popolare, oppure non sarà”. “Il percorso che ci ha portato fin qui nasce da anni di lotte contro un sistema basato su espropriazione, violenza e saccheggio”, spiega Juliana di Barranquilla +20. “Serve un cambio di paradigma che metta al centro la cura, a partire dalle economie femministe e dalle comunità e che costruisca una giustizia davvero riparativa. Non basta una transizione tecnologica: serve una trasformazione profonda, capace di superare le false soluzioni e rafforzare le alternative già esistenti”. “Abbasso la rimilitarizzazione dei Caraibi”, rilancia Federico Moscoso, dell’organizzazione El Puente di Porto Rico. “Abbasso gli interventi militari ed economici che promuovono la morte; abbasso l’estrattivismo; abbasso i sistemi di oppressione. Viva l’unità dei popoli che difendono la vita e la Madre Terra.” José Daniel, conosciuto come Caporalito, ha 9 anni ed è un bambino di Mocoa, Putumayo, nell’Amazzonia colombiana, leader, musicista e parte del vivaio “Radici Ancestrali” dell’Associazione di Donne Indigene Custodi della Medicina Tradizionale. “Porto un piccolo messaggio di cura,” dice. “Prima di arrivare qui, abbiamo parlato della cura del nostro territorio, definendo bisogni, impegni ed esigenze che qui oggi rappresentiamo tutti insieme. Abbiamo bisogno di acqua pulita per vivere, di un territorio sano, di un vento purificato affinché possiamo respirare e dobbiamo difenderli.” Dalle strade di Santa Marta, i movimenti rilanciano una richiesta chiara: un trattato globale per la non proliferazione dei combustibili fossili, regole vincolanti per le imprese e una riconversione costruita dal basso. Basta fossili, basta sfruttamento, basta rinvii. La realtà che vogliamo si costruisce dal basso, hanno cantato in corteo a gran voce. E oggi, in questa città affacciata sul Mar dei Caraibi, quella realtà ha preso voce e spazio. I popoli hanno già scelto da che parte stare. Ora tocca alla politica decidere. Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/a-santa-marta-le-donne-indicano-la-trasformazione-oltre-il-fossile/       Redazione Italia
April 28, 2026
Pressenza
25 aprile 2026: a Roma si spara alla Memoria
La primavera romana non era mai sembrata così luminosa come questa mattina. Da Piazzale Ostiense, sotto l’ombra austera della Piramide Cestia, una marea umana ha risposto all’appello della Memoria. Bandiere e striscioni dell’ANPI e di varie organizzazioni, fazzoletti tricolori, famiglie, giovani e anziani hanno trasformato il cuore della capitale in un fiume di speranza. Un corteo che è arrivato al Parco Schuster, accanto alla Basilica di San Paolo, in un clima di gioia civile, tra canti partigiani e slogan che parlavano di futuro, Costituzione e libertà. Ma l’idillio è stato spezzato. In un pomeriggio che avrebbe dovuto consegnare alla storia un’immagine di unità, è tornato il rumore sinistro di uno sparo. Per fortuna, non era un’arma da fuoco, ma solo una pistola ad aria compressa. Ma il simbolo, quello sì, è di piombo. Colpire due iscritti all’ANPI — uno al viso e al collo, l’altra alla spalla — nel giorno della Festa della Liberazione, non è solo un gravissimo atto di violenza, ma è anche un segnale politico chiaro. È il ritorno della violenza fascista che alza il tiro, forte di un clima che non nasce nel vuoto. Questi colpi non sono stati esplosi da dita isolate. Esiste un “grilletto morale” che viene premuto ogni volta che un esponente delle istituzioni, magari seduto sulle poltrone più alte dello Stato, decide di sporcare il valore universale del 25 aprile. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indegno: alte cariche che hanno definito questa data “divisiva”, che hanno cercato di equiparare vittime e carnefici o che hanno scelto un silenzio ostinato pur di non pronunciarsi sulla parola “antifascismo”. Quando chi dovrebbe rappresentare la democrazia sceglie di strizzare l’occhio a nostalgismi o di declassare la Resistenza a “festa di parte”, sta di fatto dando il permesso ai violenti di uscire allo scoperto. La delegittimazione istituzionale è il concime su cui cresce l’aggressione fisica. Se lo Stato non riconosce i propri padri fondatori, chi si sente orfano della democrazia si sente autorizzato a colpire. Mentre al Parco Schuster si concludevano i comizi e l’eco di “Bella Ciao” risuonava ancora tra gli alberi, l’agguato ha riportato Roma indietro di tanti decenni. La gravità del fatto è inaudita proprio per la sua apparente “leggerezza” tecnica: usare un’arma ad aria compressa significa voler umiliare oltre che ferire; significa trattare la Memoria come un bersaglio da luna park, trasformando il dissenso politico in un atto di caccia all’uomo. I militanti dell’ANPI feriti sono il simbolo di un’Italia che ancora oggi deve proteggersi per il solo fatto di esistere e di ricordare. Non si può derubricare l’accaduto al gesto di uno squilibrato. Lo squilibrio è nel sistema, in un discorso pubblico che ha smesso di erigere barriere invalicabili contro il fascismo, permettendo che esso rientri sotto mentite spoglie – o peggio, sotto forma di proiettili sparati da un’arma ad aria compressa che però pesano come macigni sulla nostra democrazia. La Roma che stamattina ha sfilato dalla Piramide è la risposta più forte che si possa dare. Migliaia di corpi, sorrisi e voci che non si faranno intimidire da vigliacchi che colpiscono nell’ombra delle strade laterali. Tuttavia, l’indignazione non basta. È necessario che la politica faccia un passo indietro dall’abisso. È necessario che chi ricopre ruoli istituzionali chieda scusa per le dichiarazioni vergognose di questi giorni e riconosca che, senza il sangue dei partigiani, non avrebbe il diritto di sedere in quei palazzi. Oggi a Roma non sono stati solo feriti vigliaccamente due militanti dell’ANPI, ma è stata presa di mira la Costituzione stessa. Se permettiamo che il 25 aprile diventi un giorno in cui aver paura di indossare un fazzoletto rosso, avremo già perso un pezzo di quella libertà che oggi celebravamo. Per fortuna, la marea di Piazzale Ostiense dice ben altro: dice che la Resistenza continua e che la memoria è un’arma molto più potente di qualsiasi pistola. Anche di quelle che, purtroppo, hanno ricominciato a ferire. Foto di Mauro Zanella Giovanni Barbera
April 25, 2026
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