Rimini: La Romagna che lavora per la guerra a nostra insaputa

Pressenza - Wednesday, June 10, 2026
Ieri l’incontro alla Grotta Rossa: sotto i piedi dei cittadini passa il mega-oleodotto NATO NIPS, mentre università e fabbriche civili vengono agganciate alla logistica bellica tramite l’inganno del “dual use”. Presentati i dossier del Coordinamento No Nato. Tra i laboratori delle università e le fabbriche che l’opinione pubblica ritiene esclusivamente civili, passano invisibili condotte e contratti che collegano direttamente il territorio romagnolo ai fronti di guerra internazionali. A Rimini, durante un’assemblea pubblica svoltasi ieri, martedì 9 giugno, presso lo spazio sociale Grotta Rossa, è emersa una realtà quasi totalmente sconosciuta: la Romagna non è soltanto una terra a vocazione turistica, ma rappresenta un ingranaggio di rilievo nella logistica militare della NATO. Per un approfondimento dettagliato sui nodi di questa rete e per consultare la mappatura completa dei siti strategici regionali, è possibile leggere il testo completo dell’inchiesta presentata, qui “Inchiesta sul sistema della guerra in Emilia Romagna, seconda edizione“ L’incontro, moderato da Andrea Caputo, ha visto come relatori Gabriele Abrotini e Marco Pappalardo del Coordinamento No Nato Emilia Romagna, i quali hanno presentato per la prima volta a Rimini la prima edizione del dossier italiano e la seconda edizione del dossier No Nato in Emilia Romagna. Il Coordinamento Nazionale No Nato è un’organizzazione di base nata formalmente a Bologna l’8 dicembre 2024 e che aggrega oltre 30 comitati locali, collettivi territoriali e organizzazioni nazionali. Il CNNN ha come obiettivo strategico l’applicazione dell’Articolo 11 della Costituzione attraverso l’uscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica, il contrasto alla militarizzazione dei territori, il blocco del traffico d’armi e la fine degli accordi di ricerca dual use nelle università. La presentazione di questi documenti a Rimini dimostra che l’economia di guerra non è un concetto astratto, né qualcosa che non ci riguarda, ma una scelta precisa che penetra nei territori, modificando radicalmente il ruolo delle fabbriche e delle scuole. Un discorso cruciale in una fase storica in cui si registra il record assoluto di guerre a livello internazionale: come evidenziato dal quotidiano Avvenire in un report basato sui dati del Peace Research Institute di Oslo, nel mondo oggi si contano ben 65 conflitti attivi, il numero più alto dal 1946. L’appuntamento del 9 giugno si è sviluppato come una tavola rotonda orizzontale e partecipata, eliminando la barriera tra relatori e pubblico per dare vita a un momento di autoformazione collettiva. Il segreto sotto terra: l’oleodotto NIPS e l’inganno del “dual use” La maggior parte dei residenti ignora che il sottosuolo locale ospiti il NIPS (North Italy Pipeline System), un imponente oleodotto militare della NATO. L’infrastruttura parte da La Spezia e trasporta carburante avio ad altissima pressione per rifornire i caccia militari dislocati nelle basi del Nord Italia, intersecando anche l’area di Rimini. La rete è gestita dal Comando Rete POL di Parma in sinergia con la società privata IG O&M. Per verificare i dettagli storici sulla costruzione, i tracciati e la totale mancanza di trasparenza istituzionale su queste condotte, si veda l’inchiesta giornalistica dedicata pubblicata da Altreconomia. Sul tracciato vige il segreto militare, privando la cittadinanza di informazioni sulla manutenzione e sui reali rischi di inquinamento o esplosione a ridosso dei centri abitati. Questa opacità non è nuova per la città: fino al 1993, l’aeroporto militare di Miramare ha ospitato segretamente circa trenta bombe nucleari statunitensi pronte all’uso a pochissimi chilometri dagli stabilimenti balneari. Sebbene quegli ordigni siano stati rimossi, l’infrastruttura logistica sotterranea resta pienamente operativa. L’inchiesta evidenzia come i conflitti moderni sfruttino il meccanismo del dual use (doppio uso): tecnologie nate in ambito civile riconvertite a scopi bellici. Tra gli esempi emersi sul territorio, spiccano i casi di Faenza, con le attività del CNR documentate dalle inchieste della giornalista Linda Maggiori, e di Forlì, dove è attivo il progetto pubblico ERiS dedicato alla ricerca aerospaziale. Presentato come centro di innovazione per satelliti civili, vede il coinvolgimento di colossi industriali che producono software e sensori impiegati nella guida dei droni sui teatri di guerra. Tale dinamica genera una distorsione profonda: molti operai delle fabbriche romagnole e ricercatori degli atenei di Bologna (UniBo) e Modena-Reggio Emilia (UniMore) lavorano a componenti protetti da codici industriali, scoprendo solo a distanza di anni che i frutti del proprio operato finiscono direttamente nei sistemi d’arma. Meno giovani nell’esercito, più denunce per chi protesta Durante il dibattito è stata rimarcata la necessità di contrastare la crescente penetrazione dell’indottrinamento e della cultura militare nelle scuole e università, in un contesto europeo in cui torna a riaffacciarsi l’ipotesi della leva obbligatoria. Le nuove generazioni esprimono tuttavia un netto e diffuso rifiuto verso l’arruolamento. A smentire la narrativa bellicista sono i risultati ufficiali della consultazione pubblica “Guerra e Conflitti” promossa dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’Adolescenza (AGIA): tre quarti degli adolescenti italiani – circa il 68% degli intervistati – hanno dichiarato apertamente che non si arruolerebbero se l’Italia entrasse in guerra. La risposta istituzionale al mancato consenso giovanile si traduce in una repressione legale del dissenso, evidenziata dalle denunce per blocchi stradali e turbative dell’ordine pubblico. All’incontro sono stati ricordati gli oltre trenta attivisti colpiti da procedimenti giudiziari legati alle mobilitazioni nei porti, contro le fabbriche d’armi, con dettagli sulla repressione e le risposte dei comitati di base. Il monitoraggio dei procedimenti scaturiti dalle mobilitazioni studentesche contro la ricerca bellica è consultabile sul portale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Per i relatori presenti, la criminalizzazione in aumento nel Belpaese conferma l’efficacia del lavoro svolto di mobilitazione e di inchiesta e mappatura dal basso, capace di svelare interessi che si vorrebbero occultare alla cittadinanza. Tre tappe dal basso per cambiare la politica Oltre ai due dossier presentati, per comprendere l’estensione geografica delle installazioni sul suolo nazionale, è possibile consultare la mappa interattiva dei siti militari NATO curata dalla piattaforma PeaceLink. Inoltre, per un focus giuridico e politico sui diritti di utilizzo e sugli accordi bilaterali Italia-USA che regolano queste strutture, si rimanda all’analisi geopolitica pubblicata dalla rivista Mosaico di Pace. Di fronte a un quadro che vede il territorio nazionale utilizzato come piattaforma logistica per interessi altrui e conflitti decisi all’estero, i relatori dell’assemblea di Rimini hanno indicato tre passaggi politici obbligati per scardinare il sistema:
  • Disobbedire alla NATO: interrompere la filiera bellica rifiutando l’uso di basi e reti infrastrutturali per operazioni in contrasto con la Costituzione, applicando rigidamente i principi della Legge 185/1990 (norma sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), lo stesso strumento giuridico invocato dai lavoratori portuali per bloccare nei porti italiani i container di armi destinati ai conflitti. Ricordiamo che l’obiezione di coscienza è un diritto inalienabile di tutti, inclusi i lavoratori e i ricercatori universitari.
  • Uscire dai patti militari: avviare l’iter per il recesso dall’Alleanza Atlantica, la rimozione delle basi straniere dal territorio e la restituzione dei beni demaniali alle città per scopi esclusivamente civili.
  • Riorganizzazione di base: superare la logica delle promesse elettorali e dei cartelli politici degli ultimi quarant’anni, centralizzando l’azione in un controllo permanente, popolare e diffuso del territorio.
Informare la collettività su ciò che accade nel nostro territorio non è solo un diritto all’informazione, è un atto di consapevolezza e autodifesa collettiva. Mantenere l’attenzione alta, unire i comitati territoriali e proseguire la mappatura dal basso dei transiti di armi e carburante viene indicato come l’unico percorso per sottrarre l’Italia e la Romagna a un ruolo di subordinazione coloniale a diktat stranieri, restituendo alle comunità locali la piena capacità decisionale sui territori in cui vivono e pagano le tasse, esigendo il rispetto delle leggi italiane anche nei confronti dei soggetti internazionali. Maggiori informazioni: FB Coordinamento No NATO Emilia Romagna Mail: coordinamentononatoer@protonmail.com Dossier CNN Emilia Romagna “Inchiesta sul sistema della guerra in Emilia Romagna, seconda edizione“ Dossier CNNN sull’Oleodotto NIPS

 

Redazione Romagna