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Muore RAI Scuola, nasce RAI Italiana. Una storia ridicola
Confesso che con mia moglie abbiamo abolito da sempre la TV dall’arredamento di casa, però, quando ci capita di essere fuori con una TV a disposizione, vediamo pochi canali: RAI Scuola, RAI Storia, RAI 5, almeno non c’è quasi pubblicità, … Leggi tutto L'articolo Muore RAI Scuola, nasce RAI Italiana. Una storia ridicola sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva su base volontaria (dunque non obbligatoria) aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale […] L'articolo La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Militari al potere, con la collaborazione dei media
C’è qualcosa di molto marcio nel modo in cui governo, “opposizione” e ovviamente il sistema mediatico “ufficiale” stanno trattando il “pericolo russo”. L’obiettivo appare scontato: utilizzare l’allarmismo per ottenere un consenso sociale – al momento inesistente, anzi… – al riarmo e, a seguire, le prospettive di una guerra. Se ci […] L'articolo Militari al potere, con la collaborazione dei media su Contropiano.
September 3, 2026
Contropiano
La scuola e la cultura del riarmo
GUERRE, CRISI ECOLOGICHE E IL RUOLO DELL’EDUCAZIONE DI FRONTE ALLA NORMALIZZAZIONE BELLICA Quando pensiamo alla guerra, tendiamo quasi sempre a guardare al momento esatto in cui essa esplode visivamente: i bombardamenti, le macerie, le immagini dei profughi e i conteggi drammatici delle vittime che scorrono quotidianamente sui nostri schermi. Con un meccanismo di auto-difesa psicologica, la definiamo quasi d’istinto come qualcosa che accade «altrove». Osserviamo Gaza, le sue città devastate e l’enorme, eppure taciuto, impatto ambientale e sistemico di quella distruzione. Tuttavia, la guerra non comincia mai con il lancio delle prime bombe. La guerra comincia molto prima, come ricordava l’arcivescovo metropolita di Napoli Domenico Battaglia nella sua Lettera ai mercanti della morte. Comincia quando una società si assuefà all’idea che il riarmo sia una necessità ineluttabile; quando il paradigma della «sicurezza» soppianta e sostituisce il linguaggio dei diritti fondamentali; quando il concetto di «nemico» diventa l’unica lente attraverso cui interpretiamo la complessità del mondo. È proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di riflettere su Gaza partendo anche da ciò che accade all’interno delle nostre istituzioni educative. Parlare di Gaza significa infatti parlare della scuola e dell’università italiana ed europea: la corsa alle armi, infatti, non riguarda unicamente gli apparati militari, ma penetra capillarmente nei tessuti della cultura, dell’informazione e dell’educazione. Negli ultimi anni si è assistito a una presenza sempre più strutturata e istituzionalizzata dell’industria della difesa all’interno del sistema scolastico nazionale. Tra i protagonisti di questo processo spicca Leonardo S.p.A., il principale colosso italiano dell’aerospazio e della difesa, che da tempo partecipa attivamente ai percorsi di Formazione Scuola-Lavoro (FSL, ex PCTO), promuovendo iniziative di orientamento, laboratori e moduli didattici incentrati sulle discipline STEM. Per cogliere la reale portata di questa dinamica è indispensabile analizzare il ruolo svolto dalla Fondazione Leonardo ETS. Piuttosto che due entità distinte, ci si trova davanti a un continuum strategico e istituzionale: la Fondazione è stata istituita da Leonardo S.p.A. in veste di Socio Fondatore, ne trae la quasi totalità dei finanziamenti [ndr: il 99% nel 2024, ultimo bilancio disponibile] e vede nei propri organi direttivi alcune medesime figure apicali dell’azienda. La Fondazione Leonardo ETS opera, nei fatti, come un vero e proprio braccio culturale e pedagogico no-profit del colosso bellico, consentendo all’azienda di fare il proprio ingresso nelle classi e di superare le fisiologiche resistenze etiche di docenti e famiglie. La capillarità di questo fenomeno è stata documentata nel dettaglio dal recente dossier “La scuola di Leonardo. Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”, curato da BDS Roma e firmato dal ricercatore Gianluca Coeli. Il report, che mappa la presenza aziendale nelle scuole romane e nazionali, rileva che ben 19 istituti superiori su 125 analizzati vantano collaborazioni formalizzate con Leonardo S.p.A. o con la sua Fondazione. Un caso emblematico è quello del Liceo Digitale dell’IIS Carlo Matteucci di Roma — nato proprio su impulso della Fondazione — dove gli studenti affrontano temi come intelligenza artificiale, robotica e cybersicurezza svolgendo moduli di FSL con tutor dell’azienda e visitando i relativi siti produttivi. A questo quadro si aggiungono percorsi su scala nazionale come “In volo con Leonardo”, integrato nella piattaforma STEMLab (sviluppata in partnership con Educazione Digitale / CivicaMente), che eroga pacchetti di circa 25 ore certificate su droni, sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale. Parallelamente, attraverso la collaborazione tra la Fondazione e HUB Scuola (Gruppo Mondadori), è nata la piattaforma “A Scuola di STEM”, promossa anche da Uffici Scolastici Regionali come quello della Calabria, portando le video-lezioni di ingegneri e tecnici di un colosso dell’industria militare direttamente all’interno della didattica curricolare. Il nodo centrale della questione non risiede soltanto nei soggetti che varcano le soglie degli istituti scolastici, ma nella cornice discorsiva con cui vi entrano. Le tecnologie promosse dall’industria della difesa nelle scuole rientrano per la quasi totalità nella categoria del dual use, ovvero tecnologie a duplice uso, civile e militare. L’intelligenza artificiale può affinare la diagnostica medica ma anche guidare droni d’attacco autonomi; i sistemi satellitari possono monitorare gli incendi boschivi o coordinare attacchi tattici sul campo; la cybersicurezza protegge la rete di un ospedale così come costituisce il pilastro della guerra cibernetica contemporanea. Il problema etico e pedagogico sorge quando agli studenti vengono presentate esclusivamente le ricadute civili di queste tecnologie, mentre viene completamente omesso il fatto che a svilupparle sono aziende la cui principale attività economica rimane la produzione e la vendita di armamenti. Ci troviamo di fronte a quello che si potrebbe definire un “dual-use washing”: un’operazione di legittimazione e valorizzazione sociale che rende del tutto accettabile e persino auspicabile il ruolo dell’industria bellica nell’immaginario dei giovani. Il quadro si articola ulteriormente considerando che Leonardo partecipa, assieme a grandi gruppi bancari e industriali come UniCredit, Banco BPM, Enel e Autostrade per l’Italia, alla Fondazione per la Scuola Italiana ETS. L’intento dichiarato è quello di intervenire direttamente sui programmi FSL, sull’orientamento e sulla formazione dei docenti. Non si tratta dunque di semplici progetti extracurricolari, ma della partecipazione attiva di attori dell’industria della difesa alla definizione delle linee di indirizzo educativo dell’intero Paese. Di fronte a queste trasformazioni, la domanda da porsi non è di natura luddistica, né si tratta di demonizzare la tecnologia in sé. La vera questione riguarda la visione di scuola che stiamo costruendo. Se nei contesti di guerra aperta, come a Gaza, le scuole e le università vengono fisicamente annientate in quanto simboli e presidi del futuro di un popolo, nei contesti europei il rischio è sottile ma altrettanto profondo: che la scuola venga gradualmente cooptata fino a trasformarsi in uno strumento di normalizzazione e assuefazione culturale alla guerra. In questa prospettiva si inserisce anche il rinnovato dibattito europeo attorno alla leva militare. Superata la forma classica della coscrizione obbligatoria del Novecento, il linguaggio istituzionale odierno fa ricorso a categorie quali «servizio volontario», «riserva operativa», «resilienza civile» e «cittadinanza attiva». Si va definendo quello che si configura come un apparente ossimoro: un modello di leva volontaria/obbligatoria. Un esempio è quanto avviene in Germania, dove l’introduzione di un questionario informativo obbligatorio per i diciottenni maschi permette allo Stato di tracciare competenze e disponibilità per la costruzione di una banca dati utile alla riserva. Anche in Italia l’ipotesi di rafforzare la riserva militare e di introdurre forme di preparazione e addestramento per la popolazione civile è entrata stabilmente nell’agenda politica bipartisan e nei recenti provvedimenti legislativi (come il cosiddetto DDL Crosetto). Questo insieme di dispositivi traduce sul piano pratico la dottrina della “Difesa Totale“ (Total Defence): un modello elaborato nei Paesi scandinavi durante la Guerra Fredda e oggi riproposto a livello comunitario. Secondo tale approccio, in caso di crisi o conflitto non sono unicamente le Forze Armate a doversi mobilitare, ma l’intera compagine sociale — inclusi i settori dell’istruzione, della ricerca e dell’informazione. Non si attende l’evento bellico per organizzare la società; si pre-organizza la società in funzione dell’eventualità della guerra. Sul piano pedagogico, ciò si traduce in ciò che la stessa NATO definisce guerra cognitiva: un terreno di scontro in cui il consenso della popolazione viene orientato ad accettare la militarizzazione come un passaggio ineludibile e la “sicurezza” come un valore supremo, prioritario rispetto all’esercizio dei diritti civili e sociali. Qual è allora il ruolo della scuola di fronte a questa progressiva assuefazione culturale? La scuola ha il compito etico e istituzionale fondativo di sviluppare il pensiero critico, la capacità d’analisi autonomo e la complessità, non certo quello di favorire l’adeguamento passivo a processi di militarizzazione. Per tali ragioni, assume un significato preciso l’adesione al Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra, promosso dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il manifesto rilancia la scelta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva: la determinazione, da parte della comunità educante, di non farsi ingranaggio della cultura del riarmo. Fare obiezione di coscienza oggi significa rifiutare la normalizzazione della logica bellica negli spazi pubblici e difendere con fermezza l’autonomia della ricerca e dell’insegnamento. Significa sottrarre la formazione dei giovani alle esigenze dell’industria bellica e riaffermare che educare non vuol dire addestrare o preparare al conflitto, ma fornire agli individui gli strumenti culturali necessari per prevenirlo e decostruirlo. Riflettere su questi temi significa, infine, accogliere l’invito alla responsabilità giunto dalla società civile palestinese. Nel suo appello rivolto alla comunità internazionale, il Popular Art Centre di Ramallah ha sintetizzato così la natura della solidarietà contemporanea: «Vi scriviamo oggi dalla Palestina non per chiedere compassione, ma per chiedere che si agisca». Si tratta di un cambio di prospettiva fondamentale: non viene chiesta commiserazione o pietà, ma l’assunzione di una precisa responsabilità politica ed etica. La questione palestinese — così come la difesa di uno spazio educativo libero da logiche belliche — non è una semplice emergenza umanitaria, ma una grande questione di libertà, giustizia e autodeterminazione. Le parole conclusive che giungono da Ramallah tracciano la rotta anche per chi, all’interno delle scuole e delle università, lavora quotidianamente per custodire il senso profondo dell’educazione: «La vostra solidarietà non è simbolica. Dà speranza alle persone. Rafforza coloro che continuano a credere nella giustizia. La giustizia può essere ritardata, ma non deve mai essere abbandonata». Fonti citate * BDS Roma / Gianluca Coeli, “LA SCUOLA DI LEONARDO. Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”. * Domenico Battaglia (Arcivescovo Metropolita di Napoli), “Lettera ai mercanti della morte”. * Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, “Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra”. * Popular Art Centre di Ramallah, “Un appello dalla Palestina ai popoli liberi del mondo”. Alessandra Mancuso, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Contro il riarmo, per un’Europa di pace”: il 5 settembre Jeremy Corbyn alla festa di Rifondazione Comunista Milano
Dal 2 al 6 settembre torna la tradizionale festa popolare di Rifondazione Comunista al Parco delle Cascine di Chiesa Rossa. Sabato 5 settembre, alle ore 18.30, presso il Parco delle Cascine di Chiesa  Rossa (via San Domenico Savio 3), si terrà l’incontro pubblico “Contro il riarmo, per un’Europa di pace”, all’interno della festa popolare di Rifondazione Comunista Milano. L’iniziativa riunirà esponenti del mondo politico, sindacale e della cultura per un confronto sulle politiche di riarmo in Europa, sul futuro del welfare, sul diritto internazionale e sulle prospettive di un movimento europeo per la pace. Interverranno Jeremy Corbyn, membro del Parlamento del Regno Unito; Walter Baier, presidente del Partito della Sinistra Europea; Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia; Vincenzo Greco, Referente nazionale di Lavoro Società – aggregazione programmatica della Sinistra Sindacale in Cgil ; Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. A coordinare il dibattito sarà Anna Camposampiero, responsabile Esteri del Partito della Rifondazione Comunista. “L’incontro si inserisce nel percorso di mobilitazione che negli ultimi mesi ha coinvolto numerose realtà europee impegnate a promuovere iniziative contro l’aumento delle spese militari e a favore di politiche orientate alla pace, alla cooperazione internazionale e alla tutela dei diritti sociali. Tra gli appuntamenti richiamati dagli organizzatori figurano la manifestazione del 14 giugno a Bruxelles, promossa insieme al Partito della Sinistra Europea e alla rete Stop Rearm Europe, il confronto tra i sindacati europei svoltosi il 18 giugno a Madrid e la conferenza “Stop the War” del 21 giugno a Londra. Il fine settimana del 21-22 novembre saremo in piazza in tutto il continente, preceduti dal movimento studentesco che si sta organizzando contro la leva militare e il rischio di andare in guerra, che si fa ogni giorno più concreto” dichiara in una nota Anna Camposampiero, responsabile nazionale esteri di Rifondazione Comunista “L’appuntamento del 5 settembre sarà l’occasione per discutere delle conseguenze economiche e sociali delle politiche di riarmo, delle prospettive del movimento pacifista europeo e delle possibili convergenze tra forze politiche, sindacali, associative e movimenti sociali impegnati nella costruzione di un’Europa fondata sulla pace, sulla giustizia sociale e sulla cooperazione tra i popoli” dichiara Nadia Rosa, segretaria provinciale di Rifondazione Comunista di Milano. Qui tutto il programma della festa https://www.rifondazionemilano.it/post/11esima-festa-popolare-di-rifondazione-comunista-milano-e-provincia Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
August 31, 2026
Pressenza
La trasparenza non basta
di Federico Giusti Cosa si cela dietro all’avvento dell’economia di guerra e alla militarizzazione del corpo sociale Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che ai cittadini venga …
Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana
Il ministro italiano Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov – ex ministro ucraino considerato l’artefice della digitalizzazione bellica e della flotta di droni di Kiev – come consigliere per l’innovazione della Difesa. Fedorov è stato nominato advisor esterno a titolo gratuito per il Ministero, ma oltre ai benefici per i […] L'articolo Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana su Contropiano.
August 29, 2026
Contropiano
Riarmo tedesco: fra il passato della Rdt e l’integrazione europea
Comprendere l’attualità e lo sviluppo della Germania di oggi, che si accinge in fretta e furia a voler essere l’esercito più potente d’Europa, significa fare i conti con una storia complessa. Ciò che infatti occorre ricordare è che gli ultimi anni del Novecento videro lo sviluppo concreto di un’integrazione europea, all’interno della quale la Germania tentò di avere, ed ebbe un ruolo da protagonista, provenendo però da decenni di sostanziale disunione politica e territoriale. Appare centrale infatti la questione secondo la quale ad essere uno dei traini di un processo di integrazione europea, sia politico che economico, vi fu un paese che fino al 9 novembre del 1989 fu sostanzialmente diviso, e spartito fra le due superpotenze negli anni della Guerra Fredda. Seguendo tale ragionamento risulta impensabile, per comprendere l’attualità tedesca, lasciare sotto il tappeto la storia di quella Germania che per decenni fu dalla parte est del muro. La storia della Rdt, non appartiene al tempo delle favole, ma bensì ad una realtà storica non così distante dal nostro tempo del presente: la Sed, il socialismo reale, lo stato-partito sono ancora oggi ricordo vivo in numerosi tedeschi. Nel nuovo scenario geopolitico globale ed europeo la Germania si avvia verso un cospicuo riarmo, e per una corretta analisi della natura militarista tedesca non possiamo non indagare nel passato della Rdt, che condivideva buona parte del suo territorio con la vecchia Prussia, che Honoré Gabriel Riqueti, conte di Mirabeau, definì non “un État qui possède une armée, c’est une armée qui possède un État”. La militarizzazione della società tedesca della Rdt era infatti evidente sotto vari e numerosi aspetti, con la diffusione di una propaganda volta a giustificare alcune decisioni della Sozialistiche Einheitspartei Deutschlands (SED) in politica interna ed estera. La narrazione maggiormente diffusa era quella che vedeva l’occidente capitalistico come un aggressore, che aveva dimostrato di non essere in grado di rispettare gli accordi presi a Potsdam, portando le zone della Germania occidentale occupate sotto un’unica amministrazione, fondando nel 1949 la Repubblica Federale di Germania. La pace raggiunta dopo la seconda guerra mondiale era vista dalla SED fortemente in pericolo ed andava dunque difesa con le armi. La prospettiva disegnata era quella della necessità di combattere una guerra giusta, quella contro il capitalismo che minacciava la pace, alla quale bisognava prepararsi. All’interno della società tedesca della Rdt non c’era dunque spazio per i “pacifisti”, i quali, opponendosi a qualsiasi tipo di guerra, si rivelavano nemici del socialismo e oppositori di un progresso politico e sociale. Se la guerra doveva essere combattuta, andava dunque preparata. La lungimirante strategia della Sed non fu però quella di preparare solo un solido apparato tecnologico militare, ma anche di creare una società compatta e militarizzata, in grado di essere mobilitata interamente nel breve periodo. A tale scopo si giunse ad una fusione pressoché totale fra organizzazioni civili e militari, attraverso un processo che vedeva la militarizzazione passare per tutte le organizzazioni civli, a partire dal sistema educativo della Rdt. In questo processo di militarizzazione che vedeva lo stato e l’esercito di fatto uniti sotto lo stretto controllo della Sed, non stupisce che non fossero ammessi gli obiettori di coscienza e che l’unica alternativa fornita dallo stato, a chi per motivi religiosi o di coscienza si rifiutava di servire nelle fila dell’esercito, fosse la Baueinheiten, ovvero le unità edili, che erano soldati a tutti gli effetti, che si occupavano però della costruzione di infrastrutture militari. Il processo di militarizzazione della società tedesco-orientale non passava però solo dal sevizio militare, ma iniziava ben prima attraverso il sistema educativo, partendo dalla scuola materna, con l’utilizzo dei “giocattoli patriottici” (ossia armi giocattolo), fino all’università, tramite corsi di difesa civile. Non solo l’istruzione era ingabbiata da questo processo di militarizzazione, ma anche il lavoro, che era organizzato sul modello militare e dove i dirigenti erano di norma ufficiali della riserva. Ciò che occorre tenere a mente dopo questa disamina è la necessità di condurre un’analisi di quello che fu il processo di unificazione tedesca, non solo sotto un punto di vista economico, monetario e politico, ma anche da un punto di vista culturale e sociale. L’unificazione delle due Germanie ha dovuto tener conto di tutto ciò, ovvero della necessità di inglobare all’interno del mondo liberale-occidentale una società di chiaro stampo militarista e nazionalista, che in salsa socialista ripropose il valore delle cosiddette “preußische Tugent” , ossia le virtù prussiane. Sul finire degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta questo quadro va inserito all’interno dell’avvio di un più ampio processo di integrazione europea, che doveva fare i conti con la storia di un paese privo di una tradizione democratica, che nei fatti aveva visto una totale soluzione di continuità dal nazismo al comunismo reale. La mancata elaborazione di questo processo storico promosse inevitabilmente i suoi riflessi sulla realtà di oggi. Allo stesso modo non possiamo ignorare le lampanti difficoltà che la Germania occidentale trovò nel rapportarsi con la ritrovata sua controparte orientale dopo la caduta del muro. A fare le spese delle difficoltà legate alla riunificazione delle due Germanie, nel contesto di un neoliberismo sempre più dilagante ed incontrollato, fu sicuramente la sua parte est, che non solo fu chiamata a sperimentare uno stile di vita completamente nuovo e si trovò profondamente impoverita, ma si sentì anche abbandonata da uno stato che invece fino a quel momento non aveva fatto altro che occuparsi, nel bene e nel male, di ogni singolo aspetto dei suoi cittadini. Secondo molti storici ed osservatori, più che un’unificazione, quella guidata dal cancelliere Kohl fu una sorta di colonizzazione economica, che invece di eliminare le differenze fra due volti dello stesso paese non fece altro che aumentarli. Da anni infatti ci si chiede perché i numeri di partiti nazionalisti ed estremisti come AFD continuino a salire nelle regioni della ex Germania dell’Est, a questa domanda non possiamo nascondere il passato di una società tedesco-orientale che aveva fondato il suo stile di vita su un patriottismo militare, ma che si ritrovò però abbandonata ed impoverita dai ritrovati fratelli occidentali. Nel nuovo scenario globale in cui Berlino ha annunciato di voler in breve tempo diventare, o meglio tornare ad essere, l’esercito più preparato del vecchio continente, con un’imponente aumento della spesa militare e la reintroduzione di una leva volontaria, che se non dovesse bastare a raggiungere gli obiettivi preposti, potrebbe diventare obbligatoria, ed in cui partiti come l’Afd rischiano di salire sempre di più nei sondaggi elettorali, comprendere la tradizione militarista tedesca, che ha trovato nel secondo dopo guerra grande forza nelle strutture della Rdt e la difficile riunificazione fra le due Germanie, può risultare essenziale per costruire delle solide chiavi di lettura di un divenire non solo tedesco ma europeo. L’Europa della pace e del sua futura integrazione è nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale, da una Germania sconfitta, ma non umiliata, che vide il suo esercito smantellato e la sua industria militare riconvertita nella grande locomotiva economica dell’automotive tedesca. A distanza di ottanta anni il processo pare essere l’inverso. In un’Europa che dovrebbe essere maestra di pace, la dirigenza dell’UE non può chiudere i libri di storia, ignorare lo spettro del militarismo prussiano, i calcinacci di due guerre mondiali volute dalla Germania, e quella mentalità bellica che permeava l’area tedesca-orientale fino a meno di quaranta anni fa. Un tuffo nel secolo breve è sempre possibile. Bibliografia di riferimento F. Conti, Repubblica democratica tedesca. Dissenso e opposizione negli anni Ottanta, Periferie editore, 2001, Cosenza. R. Grimm, The rise of the German Eurosceptic party Alternative für Deutschland, between ordoliberal critique and popular anxiety, International Political Science Review, Vol. 36, No. 3, June 2015. T. Klikauer, German Neo-Nazis and New Party, Jewish Political Studies Review, Vol. 30, No. 1\2, 2019. M. Sabrow, Memorie della Germania est, Contemporanea, Vol. 12, No. 2, aprile 2009. G. D’Ottavio, La Repubblica federale tedesca e l’integrazione europea: le conseguenze della caduta del Muro di Berlino sul processo di riunificazione europea, Ventunesimo Secolo, Vol. 3, No. 6, Ottobre 2004. Redazione Italia
August 24, 2026
Pressenza
La Germania destina 700 miliardi alle spese militari e 40 milioni al Programma alimentare mondiale!
> Milioni di persone in tutto il mondo sono afflitte dalla guerra e dalla fame, > mentre il governo federale tedesco prevede tagli drastici ai fondi destinati > agli aiuti. Ciò avrà delle conseguenze. In un periodo segnato da gravi > catastrofi umanitarie, il governo federale tedesco pianifica massicci tagli ai > finanziamenti destinati alla cooperazione allo sviluppo e all’assistenza > umanitaria. A prova della necessità di potenziare e aumentare i finanziamenti > destinati ai soccorsi ci sono le immagini provenienti da Gaza, dal Congo > orientale, dall’Etiopia o dal Sudan. Solo in Sudan, le Nazioni Unite stimano > oltre 12 milioni di profughi e decine di migliaia di morti. Quasi un bambino > su due con meno di cinque anni è denutrito. Il contributo tedesco al Programma alimentare mondiale nel 2023 ammontava ancora a 78 milioni di euro, per scendere nel 2025 a 50 milioni e attestarsi a 40 milioni di euro nel bilancio statale dell 2026. 1 Allo stesso tempo, la voce di spesa per la difesa dovrebbe arrivare al 5% del PIL entro il 2035, circa 225 miliardi di euro. Tra l’altro è previsto l’acquisto di oltre 1.000 carri armati Leopard, per un prezzo di circa 25-30 milioni di euro l’uno. Ne deriva che i fondi stanziati dal governo federale per il Programma alimentare mondiale equivalgono al valore di poco meno di due carri armati Leopard. IL GOVERNO FEDERALE STA PERCORRENDO UNA STRADA DECISAMENTE SBAGLIATA! Il 18 marzo 2025 il Bundestag (la camera del parlamento tedesco con potere legislativo n.d.t) uscente ha approvato, con due terzi della maggioranza, l’abolizione del freno all’indebitamento. 513 deputati contro 207 hanno votato a favore di un allentamento del freno al debito previsto dalla Costituzione. È stato deciso un notevole aumento delle spese per la difesa e la creazione di un fondo speciale di 100 miliardi di euro, destinato tra l’altro a interventi infrastrutturali. Grazie alla decisione del marzo 2025, in futuro sarà facile per il Bundestag aggirare il freno alla spesa pubblica con una delibera a maggioranza, ad esempio per ulteriori investimenti militari. In altre parole, in Germania non esiste più alcun tetto di spesa per i programmi di riarmo. La decisione è stata presa in fretta e furia al Bundestag senza la necessaria discussione pubblica a livello nazionale. Il cancelliere Friedrich Merz vuole che la Germania abbia l’esercito convenzionale più forte d’Europa. Mentre si arriva a tanto, il governo federale sostiene l’obiettivo di riarmo pari al 5% del prodotto interno lordo stabilito dalla NATO e la Germania si colloca attualmente al quarto posto nel mondo per risorse destinate agli armamenti. 2 LA GERMANIA IN ASSETTO DA GUERRA Al ritorno dal vertice NATO di Ankara (il 7 e 8 luglio 2026 n.d.T.), il Cancelliere tedesco ha inoltre comunicato di aver concordato con Donald Trump che la Germania acquisterà dagli Stati Uniti missili da crociera Tomahawk americani da stazionare sul suo territorio. «In questo modo colmiamo un’importante lacuna strategica nella nostra difesa», ha spiegato Merz nella sua dichiarazione di governo. I missili da crociera possono trasportare testate del peso di 450 chilogrammi e colpire obiettivi altamente fortificati come sistemi di difesa aerea, centri di comando e basi aeree militari. Volando a un’altitudine inferiore ai 200 metri, non si lasciano individuare facilmente dai radar nemici e sarebbero in grado raggiungere in pochi minuti obiettivi in Russia, distruggendo missili nucleari russi così come altre infrastrutture nucleari.3 Il progetto di riarmo è stato concordato senza aver fatto alla Russia alcuna offerta di negoziato – come invece era avvenuto con la “doppia decisione” della NATO sotto Helmut Schmidt. E oltre tutto, anche questa misura di riarmo – proprio come lo schieramento dei missili statunitensi, ormai fallito, previsto per la fine del 2026 – è stata attuata in Germania senza un dibattito pubblico. Il Paese deve diventare pronto per la guerra, entrare nell’ottica della guerra. La società deve prepararsi, in tutti gli ambiti della vita, a una possibile guerra di difesa. Questo vale, tra l’altro, per la sanità, l’economia e l’industria, nonché per i settori della comunicazione e della logistica. Sono in programma ampi interventi edilizi per la realizzazione di bunker e il potenziamento delle linee ferroviarie e dei ponti. La difesa aerea militare dovrà essere rafforzata per garantire la protezione della società civile e delle importanti reti di approvvigionamento energetico e idrico. Le ragioni di tutto ciò sono da trovarsi nell’aggressione russa in Ucraina e nel pericolo che la Russia possa attaccare uno Stato della NATO nel prossimo futuro. Ma quest’ultimo è improbabile, se si pensa che dopo oltre quattro anni la Russia non è ancora riuscita ad occupare l’Ucraina. Un attacco ad uno Stato membro della NATO farebbe scattare il patto di alleanza e la Russia si troverebbe ad affrontare una netta superiorità militare. Anche rispetto alla sola componente europea della NATO – cioè senza gli Stati Uniti – la Russia sarebbe nettamente inferiore in termini di armi convenzionali e numero di truppe. 4 IL RISCHIO DI UNA GUERRA NUCLEARE È ALTO In tutto il mondo ci sono oltre 12.000 testate nucleari. Anziché venire smantellati, gli arsenali continuano ad essere modernizzati. Gli esperti avvertono: il rischio di una guerra nucleare non è mai stato così alto. L’Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI) documenta nel suo rapporto del 2026 che le potenze nucleari – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – stanno modernizzando i propri arsenali. Delle testate, attualmente oltre 9.000 sono operative. Di queste, ben 2.100 sono mantenute in stato di allerta. «I pericoli legati alle armi nucleari stanno aumentando a causa dei progressi nella tecnologia bellica, del crollo del controllo degli armamenti nucleari e dell’acuirsi delle tensioni geopolitiche, oltre ad una serie di altri fattori. Allo stesso tempo gli eventi mondiali – non da ultimo lo scoppio del conflitto tra India e Pakistan, entrambi dotati di armi nucleari – mettono in discussione la logica della deterrenza nucleare», ha affermato Karim Haggag, direttore del SIPRI. 5 La strategia della deterrenza nucleare è instabile sia dal punto di vista politico che tecnico. Essa comporta continui aumenti degli armamenti per poterne mantenere l’efficacia e la credibilità. Le conseguenze di questa strategia sono vulnerabilità alle crisi, conflitto e spreco di risorse. La deterrenza nucleare presuppone che una controparte sia disposta a utilizzare armi nucleari e ad uccidere milioni di persone innocenti. L’uso di armi nucleari è un crimine di guerra. Viola il diritto internazionale umanitario. L’impegno per il controllo degli armamenti e il disarmo sarebbe più urgente che mai. Allo scopo si dovrebbero utilizzare tutti i canali possibili di dialogo a livello diplomatico così come tra i comandi militari di gestione delle emergenze, al fine di aprire una porta ai negoziati. Se si guarda all’attuale situazione mondiale di crisi sembrerebbe una cosa difficile, ma non è impossibile. Le offerte di dialogo dovrebbero mirare ad ottenere una riduzione del rischio attraverso l’abbassamento del livello massimo di allerta. IL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI: UN PRIMO PASSO VERSO UN MONDO LIBERO DALLE ARMI NUCLEARI? Il Trattato è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Ad oggi, è stato firmato da 100 Stati in tutto il mondo. Esso vieta a tutti gli Stati firmatari di sviluppare, produrre, stoccare e testare armi nucleari. È vietata anche la diffusione della tecnologia nucleare (per scopi bellici n.d.t.). Nei prossimi anni, il trattato di proibizione acquisirà sempre più importanza e spingerà altri Stati in tutto il mondo a firmarlo. Neanche l’influenza delle potenze nucleari riuscirà a fermare un tale sviluppo. Anzi, crescerà la pressione su questi Stati affinché finalmente si facciano onere degli impegni assunti nel Trattato di non proliferazione nucleare. Il pericolo, che alla fine degli anni Ottanta era stato scongiurato con un insieme di fortuna e determinazione, oggi si ripresenta. Chi lo terrà a bada questa volta? CONCLUSIONI Da questa analisi complessiva emergono le seguenti misure, che potrebbero contribuire alla distensione e alla prevenzione della guerra: * firmare e ratificare il Trattato delle Nazioni Unite sul divieto delle armi nucleari; * porre fine alla partecipazione nucleare della Germania e avviare il ritiro delle armi nucleari statunitensi da Büchel; * proporre alla Russia negoziati su un ritiro reciproco dei sistemi d’arma nucleari, in particolare da Kaliningrad; * limitare in modo permanente la spesa per la difesa a un massimo del 2 % del prodotto interno lordo; * impegnarsi nella NATO a favore di una rinuncia reciproca al ricorrere per primi all’uso delle armi nucleari. Inoltre, il governo tedesco dovrebbe rispettare senza riserve gli impegni derivanti dal Trattato «Due più Quattro» (del 1990, in cui la Germania ribadiva la sua rinuncia alla fabbricazione, alla detenzione e ai controlli sulle armi nucleari, biologiche e chimiche  n.d.T.) e dal Trattato di non proliferazione nucleare e rifiutare categoricamente qualsiasi forma di armamento nucleare tedesco. La politica di pace richiede diplomazia, prevenzione delle crisi, controllo degli armamenti e disarmo, al posto di continue nuove escalation militari. -------------------------------------------------------------------------------- Sull’autore: Rolf Bader, laureato in Scienze dell’educazione, ex ufficiale della Bundeswehr, ricercatore e membro del consiglio direttivo dell’ex Istituto di Psicologia e Ricerca sulla Pace e.V. (IPF) di Monaco di Baviera, membro della Sezione tedesca dell’IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War n.d.T.). -------------------------------------------------------------------------------- Fonti: 1. www.bundestag.de/presse/hib/kurzmeldungen-1127150 2. www.deutschlandfunk.de/wieder-rekord-beiweltweiten-ruestungsausgaben-deutschland-auf-platz-100.html 3. https://zeitpunkt.ch/sich-mit-aller-kraft-fuer-den-frieden-einsetzen-das-friedensgebot-des-deutschen-grundgesetzes/ 4. www.youtube.com/watch/v=WtxXT4_jXYk 5. SIPRI Report 2026 on Nuclear Weapons https://www.sipri.org/media/press-release/2026/increasing-focus-nuclear-weapons-amid-heightened-escalation-risks-new-sipri-yearbook-out-now TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE Pressenza Berlin
August 21, 2026
Pressenza