Rimini: La Romagna che lavora per la guerra a nostra insaputa
Ieri l’incontro alla Grotta Rossa: sotto i piedi dei cittadini passa il
mega-oleodotto NATO NIPS, mentre università e fabbriche civili vengono
agganciate alla logistica bellica tramite l’inganno del “dual use”. Presentati i
dossier del Coordinamento No Nato.
Tra i laboratori delle università e le fabbriche che l’opinione pubblica ritiene
esclusivamente civili, passano invisibili condotte e contratti che collegano
direttamente il territorio romagnolo ai fronti di guerra internazionali. A
Rimini, durante un’assemblea pubblica svoltasi ieri, martedì 9 giugno, presso lo
spazio sociale Grotta Rossa, è emersa una realtà quasi totalmente sconosciuta:
la Romagna non è soltanto una terra a vocazione turistica, ma rappresenta un
ingranaggio di rilievo nella logistica militare della NATO.
Per un approfondimento dettagliato sui nodi di questa rete e per consultare la
mappatura completa dei siti strategici regionali, è possibile leggere il testo
completo dell’inchiesta presentata, qui “Inchiesta sul sistema della guerra in
Emilia Romagna, seconda edizione“
L’incontro, moderato da Andrea Caputo, ha visto come relatori Gabriele Abrotini
e Marco Pappalardo del Coordinamento No Nato Emilia Romagna, i quali hanno
presentato per la prima volta a Rimini la prima edizione del dossier italiano e
la seconda edizione del dossier No Nato in Emilia Romagna. Il Coordinamento
Nazionale No Nato è un’organizzazione di base nata formalmente a Bologna l’8
dicembre 2024 e che aggrega oltre 30 comitati locali, collettivi territoriali e
organizzazioni nazionali. Il CNNN ha come obiettivo strategico l’applicazione
dell’Articolo 11 della Costituzione attraverso l’uscita dell’Italia
dall’Alleanza Atlantica, il contrasto alla militarizzazione dei territori, il
blocco del traffico d’armi e la fine degli accordi di ricerca dual use nelle
università.
La presentazione di questi documenti a Rimini dimostra che l’economia di guerra
non è un concetto astratto, né qualcosa che non ci riguarda, ma una scelta
precisa che penetra nei territori, modificando radicalmente il ruolo delle
fabbriche e delle scuole. Un discorso cruciale in una fase storica in cui si
registra il record assoluto di guerre a livello internazionale: come evidenziato
dal quotidiano Avvenire in un report basato sui dati del Peace Research
Institute di Oslo, nel mondo oggi si contano ben 65 conflitti attivi, il numero
più alto dal 1946. L’appuntamento del 9 giugno si è sviluppato come una tavola
rotonda orizzontale e partecipata, eliminando la barriera tra relatori e
pubblico per dare vita a un momento di autoformazione collettiva.
Il segreto sotto terra: l’oleodotto NIPS e l’inganno del “dual use”
La maggior parte dei residenti ignora che il sottosuolo locale ospiti il NIPS
(North Italy Pipeline System), un imponente oleodotto militare della NATO.
L’infrastruttura parte da La Spezia e trasporta carburante avio ad altissima
pressione per rifornire i caccia militari dislocati nelle basi del Nord Italia,
intersecando anche l’area di Rimini. La rete è gestita dal Comando Rete POL di
Parma in sinergia con la società privata IG O&M. Per verificare i dettagli
storici sulla costruzione, i tracciati e la totale mancanza di trasparenza
istituzionale su queste condotte, si veda l’inchiesta giornalistica dedicata
pubblicata da Altreconomia. Sul tracciato vige il segreto militare, privando la
cittadinanza di informazioni sulla manutenzione e sui reali rischi di
inquinamento o esplosione a ridosso dei centri abitati. Questa opacità non è
nuova per la città: fino al 1993, l’aeroporto militare di Miramare ha ospitato
segretamente circa trenta bombe nucleari statunitensi pronte all’uso a
pochissimi chilometri dagli stabilimenti balneari. Sebbene quegli ordigni siano
stati rimossi, l’infrastruttura logistica sotterranea resta pienamente
operativa.
L’inchiesta evidenzia come i conflitti moderni sfruttino il meccanismo del dual
use (doppio uso): tecnologie nate in ambito civile riconvertite a scopi bellici.
Tra gli esempi emersi sul territorio, spiccano i casi di Faenza, con le attività
del CNR documentate dalle inchieste della giornalista Linda Maggiori, e di
Forlì, dove è attivo il progetto pubblico ERiS dedicato alla ricerca
aerospaziale. Presentato come centro di innovazione per satelliti civili, vede
il coinvolgimento di colossi industriali che producono software e sensori
impiegati nella guida dei droni sui teatri di guerra. Tale dinamica genera una
distorsione profonda: molti operai delle fabbriche romagnole e ricercatori degli
atenei di Bologna (UniBo) e Modena-Reggio Emilia (UniMore) lavorano a componenti
protetti da codici industriali, scoprendo solo a distanza di anni che i frutti
del proprio operato finiscono direttamente nei sistemi d’arma.
Meno giovani nell’esercito, più denunce per chi protesta
Durante il dibattito è stata rimarcata la necessità di contrastare la crescente
penetrazione dell’indottrinamento e della cultura militare nelle scuole e
università, in un contesto europeo in cui torna a riaffacciarsi l’ipotesi della
leva obbligatoria. Le nuove generazioni esprimono tuttavia un netto e diffuso
rifiuto verso l’arruolamento. A smentire la narrativa bellicista sono i
risultati ufficiali della consultazione pubblica “Guerra e Conflitti” promossa
dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’Adolescenza (AGIA): tre quarti degli
adolescenti italiani – circa il 68% degli intervistati – hanno dichiarato
apertamente che non si arruolerebbero se l’Italia entrasse in guerra.
La risposta istituzionale al mancato consenso giovanile si traduce in una
repressione legale del dissenso, evidenziata dalle denunce per blocchi stradali
e turbative dell’ordine pubblico. All’incontro sono stati ricordati gli oltre
trenta attivisti colpiti da procedimenti giudiziari legati alle mobilitazioni
nei porti, contro le fabbriche d’armi, con dettagli sulla repressione e le
risposte dei comitati di base. Il monitoraggio dei procedimenti scaturiti dalle
mobilitazioni studentesche contro la ricerca bellica è consultabile sul portale
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Per i relatori presenti, la criminalizzazione in aumento nel Belpaese conferma
l’efficacia del lavoro svolto di mobilitazione e di inchiesta e mappatura dal
basso, capace di svelare interessi che si vorrebbero occultare alla
cittadinanza.
Tre tappe dal basso per cambiare la politica
Oltre ai due dossier presentati, per comprendere l’estensione geografica delle
installazioni sul suolo nazionale, è possibile consultare la mappa interattiva
dei siti militari NATO curata dalla piattaforma PeaceLink. Inoltre, per un focus
giuridico e politico sui diritti di utilizzo e sugli accordi bilaterali
Italia-USA che regolano queste strutture, si rimanda all’analisi geopolitica
pubblicata dalla rivista Mosaico di Pace. Un elemento emerso nel dibattito
riguarda la natura degli accordi che regolano la presenza militare straniera in
Italia, spesso descritti come “patti di reciprocità”. La provocazione emersa
durante l’incontro (“ci immaginiamo basi italiane negli USA?”) mette in luce una
discrepanza concreta: più che di reciprocità, si tratta infatti di un assetto
asimmetrico interno all’alleanza, in cui l’Italia mette a disposizione
infrastrutture strategiche senza un equivalente sul territorio statunitense.
Di fronte a un quadro che vede il territorio nazionale utilizzato come
piattaforma logistica per interessi altrui e conflitti decisi all’estero, i
relatori dell’assemblea di Rimini hanno indicato tre passaggi politici obbligati
per scardinare il sistema:
* Disobbedire alla NATO: interrompere la filiera bellica rifiutando l’uso di
basi e reti infrastrutturali per operazioni in contrasto con la Costituzione,
applicando rigidamente i principi della Legge 185/1990 (norma sul controllo
dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), lo
stesso strumento giuridico invocato dai lavoratori portuali per bloccare nei
porti italiani i container di armi destinati ai conflitti. Ricordiamo che
l’obiezione di coscienza è un diritto inalienabile di tutti, inclusi i
lavoratori e i ricercatori universitari.
* Uscire dai patti militari: avviare l’iter per il recesso dall’Alleanza
Atlantica, la rimozione delle basi straniere dal territorio e la restituzione
dei beni demaniali alle città per scopi esclusivamente civili.
* Riorganizzazione di base: superare la logica delle promesse elettorali e dei
cartelli politici degli ultimi quarant’anni, centralizzando l’azione in un
controllo permanente, popolare e diffuso del territorio.
Informare la collettività su ciò che accade nel nostro territorio non è solo un
diritto, ma un atto di consapevolezza e autodifesa collettiva. Mantenere alta
l’attenzione e rafforzare il coordinamento dal basso viene indicato come un
passaggio essenziale per restituire alle comunità locali capacità decisionale,
esigendo il rispetto delle norme italiane in materia di guerra: dall’Articolo 11
della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di
offesa , alla Legge 185/1990 che disciplina e limita esportazione, importazione
e transito dei materiali di armamento. Al termine dell’incontro è inoltre emersa
la volontà di promuovere un nuovo appuntamento pubblico, allargando il
coinvolgimento ad altri soggetti attivi sul territorio, come il gruppo Rimini
con Gaza impegnato da anni nel monitoraggio della Fiera di Rimini, e a tutte le
realtà e persone del territorio interessate a partecipare.
Maggiori informazioni:
Fb CNN Emilia Romagna: Coordinamento No NATO Emilia Romagna
e-mail: coordinamentononatoer@protonmail.com
Dossier CNN Emilia Romagna “Inchiesta sul sistema della guerra in Emilia
Romagna, seconda edizione“
Dossier CNNN sull’Oleodotto NIPS
Redazione Romagna