#Vicenza città militarizzata. Il ruolo della Caserma #Chinotto in un mondo di
#guerra
Antonio Mazzeo - 2026
Quello che preoccupa è la rete tessuta dalle istituzioni militari (Arma dei
#Carabinieri, #USArmy, #NATO, UE, ecc.) che operano alla “Chinotto” con
innumerevoli soggetti internazionali e le relazioni costruite con la società
civile
vicentina.https://www.academia.edu/170396052/Vicenza_citt%C3%A0_militarizzata_Il_ruolo_della_Caserma_Chinotto_in_un_mondo_di_guerra?auto=download&email_work_card=download-paper
Tag - nato
Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia
Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa.
Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e #NATO di
rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in
prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio
Oriente. #sigonella #muos
https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
Guerra o diplomazia? La scelta che l’Occidente non ha voluto fare
Quando discutiamo della crisi russo‑occidentale, c’è una domanda che nei nostri
ambienti politici e mediatici non viene quasi mai posta. Una domanda semplice,
ma decisiva: “Che cosa vede la Russia quando guarda verso Occidente?“ Perché
noi, in Europa, siamo abituati a raccontare la storia da un solo punto di vista.
[…]
L'articolo Guerra o diplomazia? La scelta che l’Occidente non ha voluto fare su
Contropiano.
Sullo spirito dei tempi
Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte è un olandese, membro del partito
liberale, che negli ultimi tempi si è distinto per uno stile politico e
comunicativo peculiare. È un europeo che si congratula con sé stesso quando
proclama che “Gli ordini bellici degli alleati Nato danno lavoro a 200mila […]
L'articolo Sullo spirito dei tempi su Contropiano.
L’agenda atlantica si può strappare
Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron
reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa
resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito
l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5
percento del Pil entro il […]
L'articolo L’agenda atlantica si può strappare su Contropiano.
Fenomenologia di Marco Rizzo
Marco Rizzo è uno politico storico membro della sinistra radicale affermatosi
tra la fine della Prima Repubblica e gli inizi della Seconda Repubblica. Nel
1982 entrò in contatto con Armando Cossutta, allora dirigente del partito, e
conobbe anche gli ex comandanti partigiani Giovanni Pesce e Alessandro Vaia.
Aderì all’area cossuttiana […]
L'articolo Fenomenologia di Marco Rizzo su Contropiano.
Task Force X, il #Salento laboratorio della #NATO #lecce #drone
Tra fine giugno e inizio luglio la NATO ha sperimentato nel Salento nuove
tecnologie militari senza pilota. Crosetto punta a rendere il sud Italia un
laboratorio di sperimentazione permanente per la difesa armata.
https://kritica.it/politica/task-force-x-il-salento-laboratorio-della-nato/
Un’arma non è un regalo
Dal revolver donato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ai leader della
NATO nasce la lettera aperta del cardinale Domenico Battaglia, un invito ai
“potenti della terra” a riflettere sul significato delle armi, dei simboli e
della pace
La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici
internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e
di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità
culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che,
attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi,
racconta la storia e la cultura di una nazione.
Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella
consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep
Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver
personalizzato con il nome del destinatario.
Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo
diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un
simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi
al mondo.
Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico
Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della
terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a
riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da
chi esercita responsabilità di governo.
L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva
Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si
presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto
senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé.
Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il
dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia,
facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di
rappresentanza tra i governanti.
Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società.
Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di
essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi
fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato
della sua lettera.
Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a
quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un
altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere
puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle
conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite
umane, famiglie e destini.
La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il
gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai
discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere
che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio.
Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità.
Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai
responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa
diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente:
lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale.
Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome
che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non
compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le
macerie quando la diplomazia fallisce.
La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della
cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di
rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni
internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È
anche un messaggio.
È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico:
quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma
diventa il simbolo di un incontro tra nazioni?
Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La
pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che
interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire
relazioni tra i popoli.
Fonti
* Avvenire – “Mai una pistola in dono! È la morte trasformata in souvenir”, di
Domenico Battaglia
* Reuters – Turkey’s Erdogan gives NATO leaders revolver conundrum after summit
* Associated Press – NATO leaders came to Turkey to discuss security. Erdogan
gave them each an engraved revolver
* RaiNews – Erdogan regala pistole con munizioni ai leader dopo il vertice NATO
Lucia Montanaro
Summit NATO ad Ankara: affari per le imprese e aumento della spesa pubblica
L’ultimo aggiornamento relativo alle spese militari conferma che Canada e Paesi
UE hanno accresciuto oltre ogni previsione i propri investimenti, portando
alcune nazioni ad attestarsi, nell’anno corrente, sul 3,5% del PIL.[1]
Nei due giorni di summit ad Ankara non sono state superate le divisioni interne
all’Alleanza Atlantica e conseguentemente il compromesso raggiunto si limita in
sostanza all’aumento delle spese militari, dando vita a un insieme di
commissioni per le imprese della guerra che farà lievitare gli investimenti in
armi. In altri termini potremmo asserire che tale compromesso si materializzerà
in un’ondata di appalti, «che aumenteranno la produzione e l’innovazione nella
difesa in tutta l’Alleanza e forniranno nuove capacità per rafforzare la
deterrenza e la difesa della NATO»[2].
Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, annuncia l’acquisto congiunto
di aerei con e senza pilota e la modernizzazione degli apparecchi oggi in
dotazione, per un giro di affari considerevole. E infatti ad Ankara non erano
presenti solo alti funzionari della NATO, ministri e membri dei Governi
aderenti: erano circa 100 le aziende partecipanti, a conferma che dietro ogni
Riarmo si celano interessi materiali. Non per caso «governi e industria hanno
annunciato nuovi importanti impegni, tra cui nuovi contratti di acquisizione per
un valore superiore a 50 miliardi di euro»[3].
Il summit appena terminato pare destinato a fare storia per il carattere
pragmatico che l’ha caratterizzato, se pensiamo che i colloqui si sono
indirizzati prevalentemente verso la capacità produttiva dell’industria della
guerra e la capacità di attrarre nuovi investimenti. A tal proposito sono
significativi i 27 miliardi di € previsti per il rafforzamento delle filiere, in
particolar modo quelle dell’approvvigionamento energetico. Questa scelta
rappresenta l’ulteriore conferma di come sia ormai difficile, nei Paesi NATO e
altrove, discernere tra civile e militare, e questo per via del collegamento
sempre più stretto tra le filiere produttive e logistiche dell’industria civile
e quelle del complesso militare. Del resto, anche quando parliamo di spazio,
sorveglianza, automotive, aeronautica, di cantieristica navale o perfino delle
banchine portuali e via dicendo, non facciamo più riferimento soltanto alle
tecnologie a uso civile che sono loro proprie, bensì anche a sistemi d’arma di
difesa e offesa oppure alla logistica militare.
Passando oltre, la guerra in Ucraina fortemente voluta dagli USA per consumare
l’economia russa in un conflitto lungo e dispendioso (e gli ultimi dati del FMI
confermano il peggioramento dello stato di salute dell’economia moscovita) è
comunque servita a testare le capacità di risposta della NATO e a permettere di
individuare le criticità del sistema produttivo e, in particolar modo, quelle
del sistema di approvvigionamento. L’UE, del resto, negli ultimi due anni ha
adottato politiche atte a stimolare la produzione militare e a semplificare le
procedure per il rifornimento delle scorte. Il tema russo-ucraino è stato
affrontato anche nel summit e a proposito segnaliamo sia il rinnovato sostegno
di Erdogan al Paese aggredito, sia l’impegno «a fornire almeno 70 miliardi di
euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina
quest’anno e di nuovo il prossimo»[4].
Non vi sono novità rispetto agli impegni presi al summit precedente, quello de
L’Aja, nel quale l’Italia aveva dichiarato di voler aumentare le proprie spese
militari fino a «raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035»[5].
Rispetto invece al Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, in cui
il Governo programmava «un incremento della spesa per la difesa in rapporto al
PIL fino a 0,5 punti percentuali su base cumulata entro il 2028»[6], va
(relativamente) meglio: nel summit Meloni ha pattuito un + 0,4%, a fronte di una
crescita economica assai contenuta e al di sotto delle meno rosee previsioni.
Una nuova conferma, questa, di come gli investimenti nel settore della Difesa in
Italia siano difficili e rendano poco. Meglio così, ma nel frattempo l’economia
di guerra indirizza sempre più risorse agli investimenti indispensabili per il
salto tecnologico dei prodotti e delle infrastrutture militari: enormi capitali
destinati alla “sicurezza”, che non viene declinata sotto forma di spese sociali
e welfare ma attraverso sistemi di controllo e repressivi.
F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università
[1] Comunicato stampa, NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026),
https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf.
[2] Cfr.
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/tens-of-billions-in-new-procurements-revealed-at-the-nato-summit-defence-industry-forum-in-ankara.
[3] Cfr.
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.
[4] Cfr.
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.[5]
Documento di Finanza Pubblica 2026, 27 Aprile 2026, p. 108.
[6] Ibidem.
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