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Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
Come le governance degli Atenei si pongono rispetto alla ricerca bellica nel delicato equilibrio fra libertà accademica, etica e compliance Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. Nel periodo fra il 2024 e il 2025 sembrava quasi che in maniera più o meno diffusa, negli Atenei statali del nostro Paese, si fosse disposti a mettere una croce sopra agli accordi dual use, almeno in linea di principio. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. Prima però di affrontare lo stato dell’arte del dual use negli Atenei italiani, è importante e opportuno sottolineare come esistano diversi piani sui quali questo tema può essere affrontato e quindi risulta fondamentale comprendere su quale di questi piani avviene l’interazione di volta in volta, per evitare di cadere in trappole interpretative. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. Per comprendere quale sia l’orientamento attuale è possibile osservare cosa succede in uno degli Atenei nei quali il dibattito interno sul tema è stato più vivace negli ultimi anni: l’Università di Bologna, che fra l’altro ha di recente dichiarato, in occasione di un intervento formativo interno sul dual use, che diversi altri grandi Atenei coi quali si sono confrontati, sono allineati sulla stessa posizione. Ma quale sarebbe questa posizione? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). […] Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici.       Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 25, 2026
Pressenza
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
COME LE GOVERNANCE DEGLI ATENEI SI PONGONO RISPETTO ALLA RICERCA BELLICA NEL DELICATO EQUILIBRIO FRA LIBERTÀ ACCADEMICA, ETICA E COMPLIANCE Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. NEL PERIODO FRA IL 2024 E IL 2025 SEMBRAVA QUASI CHE IN MANIERA PIÙ O MENO DIFFUSA, NEGLI ATENEI STATALI DEL NOSTRO PAESE, SI FOSSE DISPOSTI A METTERE UNA CROCE SOPRA AGLI ACCORDI DUAL USE, ALMENO IN LINEA DI PRINCIPIO. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. PRIMA PERÒ DI AFFRONTARE LO STATO DELL’ARTE DEL DUAL USE NEGLI ATENEI ITALIANI, È IMPORTANTE E OPPORTUNO SOTTOLINEARE COME ESISTANO DIVERSI PIANI SUI QUALI QUESTO TEMA PUÒ ESSERE AFFRONTATO E QUINDI RISULTA FONDAMENTALE COMPRENDERE SU QUALE DI QUESTI PIANI AVVIENE L’INTERAZIONE DI VOLTA IN VOLTA, PER EVITARE DI CADERE IN TRAPPOLE INTERPRETATIVE. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. PER COMPRENDERE QUALE SIA L’ORIENTAMENTO ATTUALE È POSSIBILE OSSERVARE COSA SUCCEDE IN UNO DEGLI ATENEI NEI QUALI IL DIBATTITO INTERNO SUL TEMA È STATO PIÙ VIVACE NEGLI ULTIMI ANNI: L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CHE FRA L’ALTRO HA DI RECENTE DICHIARATO, IN OCCASIONE DI UN INTERVENTO FORMATIVO INTERNO SUL DUAL USE, CHE DIVERSI ALTRI GRANDI ATENEI COI QUALI SI SONO CONFRONTATI, SONO ALLINEATI SULLA STESSA POSIZIONE. MA QUALE SAREBBE QUESTA POSIZIONE? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). Di recente, seguendo le indicazioni contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE del 2024, che sollecita gli organismi di ricerca a strutturare presidi interni per prevenire violazioni, UNIBO ha istituito un gruppo denominato DUSE per il monitoraggio interno sul dual use e ha predisposto delle Linee guida interne per la sicurezza della ricerca, che rappresentano i due strumenti di due diligence d’Ateneo, cioè per l’istruttoria accurata e il self-assessment da condurre rispetto alle collaborazioni con i partner internazionali sulla ricerca. Esiste poi un altro terminale per l’autovalutazione dei rischi e per la due diligence, che è invece individuale ed è rappresentato dalla figura del ricercatore, una figura cruciale nell’individuazione dei rischi potenziali legati all’uso duale e su cui quindi grava una forte responsabilità, spesso anche a fronte di contratti precari di ricerca, che agiscono come strumento di ricatto che limita ulteriormente l’imparzialità nel giudizio e la libertà di decisione. Un compito gravoso quello dei ricercatori nel dover seguire tutte le previsioni di legge, il Regolamento europeo, le linee guida interne, quelle nazionali e il Regolamento d’Ateneo per l’integrità della ricerca. Ma l’Ateneo di Bologna li ha di recente rassicurati in occasione della formazione interna, garantendo supporto attraverso il personale degli uffici preposti e tramite appunto il gruppo DUSE, individuato appositamente dalla governance fra componenti del personale docente e del personale tecnico amministrativo. Le raccomandazioni si sono indirizzate ripetutamente nel restringere il più possibile le fattispecie ed il campo di applicazione. E sui casi in cui risulterà essere presente un reale vincolo sull’uso duale, si invierà richiesta di licenza o autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento), l’unità preposta presso il MAECI per vigilare su tale ambito. Insomma, alla fine l’ultima parola in funzione di garanzia del sistema spetterà – ahinoi – addirittura a chi opera sotto quello stesso Ministro [ndr: Tajani] che dichiarava che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto». Pertanto, dopo anni di proteste, di inviti accorati alla riflessione sulle conseguenze dell’attività accademica e sulla necessità di investire nell’integrità della ricerca, l’elefante accademico ha partorito il topolino: l’unico impegno dei grandi Atenei è quello di limitarsi a rispettare alla lettera i vincoli della normativa dual use, senza ampliare il campo di applicazione ad ambiti sensibili che qualsiasi riflessione etica potrebbe suggerire, se non altro per autotutelarsi nei confronti di eventuali complicità e difendere l’immagine dell’Ateneo dall’essere associato a certe realtà. Uno dei grandi equivoci nel voler controbilanciare le minacce del dual use è spesso quello di appellarsi al principio della libertà accademica, che però è un diritto individuale del singolo docente o ricercatore e non può essere accampato come pretesto e rivendicato dalla governance di un Ateneo, perché non è esigibile in quella veste. Il singolo invece può esercitarlo individualmente, quindi senza coinvolgere le responsabilità, le risorse e gli impegni dell’Ateneo, pur nella consapevolezza dei limiti normativi del dual use. INSOMMA, IL SUCCO È CHE L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E GLI ALTRI ATENEI MAGGIORI PIÙ IMPLICATI NELLA RICERCA BELLICA NON FARANNO NULLA DI PIÙ DI CIÒ CHE È STRETTAMENTE PREVISTO DALLA LEGGE E, ANZI, LADDOVE POSSIBILE CERCHERANNO L’INTERPRETAZIONE PIÙ RISTRETTA POSSIBILE PER AMPLIARE IL PIÙ POSSIBILE IL LORO MARGINE DI MANOVRA. Ci chiediamo quindi quale sia il merito in termini di slancio etico nel fare ciò che è previsto dalla legge, visto che rispettare la lettera delle norme in materia è obbligatorio. Da qui deriva la pratica inutilità di basare la lotta sugli accordi sensibili soltanto sul tema del dual use, in quanto sarebbe come chiedere alle governance degli Atenei di impegnarsi a rispettare la legge e su questo non potranno che dire sì. Ci aspettavamo dal mondo accademico una riflessione più profonda sul tema ed uno slancio etico più esteso che considerasse maggiormente le implicazioni e le esigenze espresse dalle proteste studentesche, dai ricercatori precari e da quelle componenti nelle comunità accademiche che hanno in questi anni contribuito a portare nell’arena universitaria la complessità degli aspetti sensibili nelle collaborazioni degli Atenei con il complesso militare-industriale. Emblematico un episodio verificatosi in occasione di un recente intervento di formazione interna sul dual use a docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo di UNIBO: nello spazio delle domande che seguiva la presentazione nella sessione dedicata alla prospettiva etica sull’uso duale, a fronte di un’interpretazione piuttosto estensiva del dual use da parte della Prof.ssa Mattoni contro la violazione di diritti umani di popoli e collettività, un discente ha chiesto alla docente se tali violazioni sono da considerare tali anche in caso di rischio ambientale. A quel punto la docente, dopo aver ribadito che in linea teorica ricadrebbero in quella sfera etica da tutelare, ha però preferito lasciare la parola per l’interpretazione pratica al collega giurista Prof. Casolari che, nell’ottica restrittiva adottata da UNIBO, ha escluso che tale esempio possa ricadere nella casistica del dual use, a meno che non si utilizzino espressamente le specifiche e i prodotti contenuti negli allegati al Regolamento europeo. In definitiva, l’etica abdica al suo ruolo davanti alle esigenze e ai tecnicismi della compliance normativa finalizzata agli interessi della governance. Una scenetta alla quale si è in fondo già assistito in Ateneo, quando, dopo la delibera del Senato Accademico del 23 settembre 2025 che aveva introdotto dei paletti sulle collaborazioni con Israele, a gennaio 2026 il CdA di Unibo ha rimesso tutto in gioco facendo rientrare dalla finestra quegli accordi per evitare diffide dai partner israeliani e l’apertura di un eventuale contenzioso con risarcimento danni per aver interrotto gli accordi. Il continuo rimandare al solo Regolamento europeo contraddice fra l’altro il punto specifico che la stessa Alma Mater Studiorum Università di Bologna ha inserito nel preambolo del suo Codice etico e di comportamento, nel quale ci si impegna anche a: > «una cultura della consapevolezza e della responsabilità rispetto al tema del > duplice uso dei risultati della ricerca, al fine di individuare i relativi > rischi e minimizzare gli eventuali danni [ndr orribile formulazione], nel > rispetto della normativa nazionale, europea e internazionale». Ma della normativa nazionale non vi è traccia nelle raccomandazioni di chi rappresenta la governance, eppure l’elenco dei prodotti a uso duale presenti nell’elenco vigente in Italia risulta più ricco, dettagliato e aggiornato di quello previsto in Europa. Cosa si potrebbe fare allora nelle università per affrontare seriamente dal basso la questione delle collaborazioni sensibili? * estendere le considerazioni alla sfera etica più generale e non limitarsi solo alla ricerca né guardare il problema solo con la lente del dual use, perchè fa disperdere energie nell’inseguire ogni rivolo dell’oggetto della ricerca in ogni singolo progetto perdendo di vista il problema di fondo; * spostare lo sguardo dall’oggetto della ricerca al soggetto con cui si decide di collaborare e su cosa fa in generale quel soggetto, non solo in relazione al progetto o all’accordo con l’Ateneo; * attivare negli Atenei strumenti di monitoraggio dal basso, quali comitati, ma non lasciare che vengano nominati dalla governance, in base al principio che a controllare non sia chi deve essere controllato, come invece accade nei gruppi di monitoraggio che stanno nascendo in alcune università, e renderli efficaci nella loro azione garantendo l’accesso agli atti necessari da visionare e valutare; * pubblicare ed aggiornare periodicamente l’elenco delle collaborazioni considerate sensibili per “sanzionare” le amministrazioni degli Atenei inadempienti e “mettere all’indice” chi collabora o è complice delle guerre; * garantire a tutti i componenti delle comunità accademiche l’opzione dell’obiezione di coscienza di fronte a tutte le attività che direttamente o indirettamente implicano un contributo al sistema bellico o al complesso militare industriale; * adottare soluzioni sistemiche che siano valide in tutti gli Atenei tentando di raggiungere obiettivi di carattere normativo che regolino la questione delle collaborazioni sensibili nelle università e nella ricerca. APPURATO CHE NON ESISTE LA VOLONTÀ POLITICA DI PORRE UN FRENO ALLA RICERCA BELLICA E CHE UE E GOVERNO PROCEDONO AL RIARMO, TRASCINANDOSI DIETRO IL MONDO ACCADEMICO, E NON INTENDONO NEANCHE SOSPENDERE AD ESEMPIO GLI ACCORDI DI COOPERAZIONE CON ISRAELE, VORRÀ DIRE CHE NE PRENDEREMO ATTO E RIPARTIREMO DA QUI PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA, NON CONSIDERANDO PIÙ INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI ED AFFIDABILI QUEI CANALI ISTITUZIONALI COME LA UE, IL GOVERNO, LE GOVERNANCE DI ALCUNI ATENEI, LA CRUI… … (che ha siglato un patto con Confindustria sul trasferimento tecnologico della ricerca, presumibilmente anche bellica), che hanno scelto scientemente di restare sordi e miopi davanti alla realtà, ma cercando altre strade dal basso e dal cuore pulsante di chi studia, lavora e vive nella realtà accademica per affermare le nostre ragioni, che urlano soltanto un forte e chiaro: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!“ Inutile esprimere quanto sia sconfortante il vedere luoghi del sapere indipendenti, come dovrebbero essere le università, appiattiti sulle esigenze belliche e ridursi a zerbino al servizio di quello che Michele Lancione ha ribattezzato come “Complesso militare – industriale – accademico”. Gli Atenei in ginocchio davanti ai diktat della Ministra Bernini per assecondare le esigenze della Difesa, come lei stessa di recente ha ribadito durante una visita a Space Industries a Settimo Torinese davanti ai rettori degli Atenei di Torino (vedi qui). Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici. Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Complici del genocidio: fondi europei per le ricerche sui droni israeliani
Ogni giorno che passa, la lotta per il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane si mostra sempre più come una questione che ha colpito nel senso della complicità europea col genocidio dei palestinesi. Il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) è finito al centro di un caso politico dopo che un’inchiesta ha […] L'articolo Complici del genocidio: fondi europei per le ricerche sui droni israeliani su Contropiano.
June 27, 2026
Contropiano
Rimini: La Romagna che lavora per la guerra a nostra insaputa
Ieri l’incontro alla Grotta Rossa: sotto i piedi dei cittadini passa il mega-oleodotto NATO NIPS, mentre università e fabbriche civili vengono agganciate alla logistica bellica tramite l’inganno del “dual use”. Presentati i dossier del Coordinamento No Nato. Tra i laboratori delle università e le fabbriche che l’opinione pubblica ritiene esclusivamente civili, passano invisibili condotte e contratti che collegano direttamente il territorio romagnolo ai fronti di guerra internazionali. A Rimini, durante un’assemblea pubblica svoltasi ieri, martedì 9 giugno, presso lo spazio sociale Grotta Rossa, è emersa una realtà quasi totalmente sconosciuta: la Romagna non è soltanto una terra a vocazione turistica, ma rappresenta un ingranaggio di rilievo nella logistica militare della NATO. Per un approfondimento dettagliato sui nodi di questa rete e per consultare la mappatura completa dei siti strategici regionali, è possibile leggere il testo completo dell’inchiesta presentata, qui “Inchiesta sul sistema della guerra in Emilia Romagna, seconda edizione“ L’incontro, moderato da Andrea Caputo, ha visto come relatori Gabriele Abrotini e Marco Pappalardo del Coordinamento No Nato Emilia Romagna, i quali hanno presentato per la prima volta a Rimini la prima edizione del dossier italiano e la seconda edizione del dossier No Nato in Emilia Romagna. Il Coordinamento Nazionale No Nato è un’organizzazione di base nata formalmente a Bologna l’8 dicembre 2024 e che aggrega oltre 30 comitati locali, collettivi territoriali e organizzazioni nazionali. Il CNNN ha come obiettivo strategico l’applicazione dell’Articolo 11 della Costituzione attraverso l’uscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica, il contrasto alla militarizzazione dei territori, il blocco del traffico d’armi e la fine degli accordi di ricerca dual use nelle università. La presentazione di questi documenti a Rimini dimostra che l’economia di guerra non è un concetto astratto, né qualcosa che non ci riguarda, ma una scelta precisa che penetra nei territori, modificando radicalmente il ruolo delle fabbriche e delle scuole. Un discorso cruciale in una fase storica in cui si registra il record assoluto di guerre a livello internazionale: come evidenziato dal quotidiano Avvenire in un report basato sui dati del Peace Research Institute di Oslo, nel mondo oggi si contano ben 65 conflitti attivi, il numero più alto dal 1946. L’appuntamento del 9 giugno si è sviluppato come una tavola rotonda orizzontale e partecipata, eliminando la barriera tra relatori e pubblico per dare vita a un momento di autoformazione collettiva. Il segreto sotto terra: l’oleodotto NIPS e l’inganno del “dual use” La maggior parte dei residenti ignora che il sottosuolo locale ospiti il NIPS (North Italy Pipeline System), un imponente oleodotto militare della NATO. L’infrastruttura parte da La Spezia e trasporta carburante avio ad altissima pressione per rifornire i caccia militari dislocati nelle basi del Nord Italia, intersecando anche l’area di Rimini. La rete è gestita dal Comando Rete POL di Parma in sinergia con la società privata IG O&M. Per verificare i dettagli storici sulla costruzione, i tracciati e la totale mancanza di trasparenza istituzionale su queste condotte, si veda l’inchiesta giornalistica dedicata pubblicata da Altreconomia. Sul tracciato vige il segreto militare, privando la cittadinanza di informazioni sulla manutenzione e sui reali rischi di inquinamento o esplosione a ridosso dei centri abitati. Questa opacità non è nuova per la città: fino al 1993, l’aeroporto militare di Miramare ha ospitato segretamente circa trenta bombe nucleari statunitensi pronte all’uso a pochissimi chilometri dagli stabilimenti balneari. Sebbene quegli ordigni siano stati rimossi, l’infrastruttura logistica sotterranea resta pienamente operativa. L’inchiesta evidenzia come i conflitti moderni sfruttino il meccanismo del dual use (doppio uso): tecnologie nate in ambito civile riconvertite a scopi bellici. Tra gli esempi emersi sul territorio, spiccano i casi di Faenza, con le attività del CNR documentate dalle inchieste della giornalista Linda Maggiori, e di Forlì, dove è attivo il progetto pubblico ERiS dedicato alla ricerca aerospaziale. Presentato come centro di innovazione per satelliti civili, vede il coinvolgimento di colossi industriali che producono software e sensori impiegati nella guida dei droni sui teatri di guerra. Tale dinamica genera una distorsione profonda: molti operai delle fabbriche romagnole e ricercatori degli atenei di Bologna (UniBo) e Modena-Reggio Emilia (UniMore) lavorano a componenti protetti da codici industriali, scoprendo solo a distanza di anni che i frutti del proprio operato finiscono direttamente nei sistemi d’arma. Meno giovani nell’esercito, più denunce per chi protesta Durante il dibattito è stata rimarcata la necessità di contrastare la crescente penetrazione dell’indottrinamento e della cultura militare nelle scuole e università, in un contesto europeo in cui torna a riaffacciarsi l’ipotesi della leva obbligatoria. Le nuove generazioni esprimono tuttavia un netto e diffuso rifiuto verso l’arruolamento. A smentire la narrativa bellicista sono i risultati ufficiali della consultazione pubblica “Guerra e Conflitti” promossa dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’Adolescenza (AGIA): tre quarti degli adolescenti italiani – circa il 68% degli intervistati – hanno dichiarato apertamente che non si arruolerebbero se l’Italia entrasse in guerra. La risposta istituzionale al mancato consenso giovanile si traduce in una repressione legale del dissenso, evidenziata dalle denunce per blocchi stradali e turbative dell’ordine pubblico. All’incontro sono stati ricordati gli oltre trenta attivisti colpiti da procedimenti giudiziari legati alle mobilitazioni nei porti, contro le fabbriche d’armi, con dettagli sulla repressione e le risposte dei comitati di base. Il monitoraggio dei procedimenti scaturiti dalle mobilitazioni studentesche contro la ricerca bellica è consultabile sul portale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Per i relatori presenti, la criminalizzazione in aumento nel Belpaese conferma l’efficacia del lavoro svolto di mobilitazione e di inchiesta e mappatura dal basso, capace di svelare interessi che si vorrebbero occultare alla cittadinanza. Tre tappe dal basso per cambiare la politica Oltre ai due dossier presentati, per comprendere l’estensione geografica delle installazioni sul suolo nazionale, è possibile consultare la mappa interattiva dei siti militari NATO curata dalla piattaforma PeaceLink. Inoltre, per un focus giuridico e politico sui diritti di utilizzo e sugli accordi bilaterali Italia-USA che regolano queste strutture, si rimanda all’analisi geopolitica pubblicata dalla rivista Mosaico di Pace. Un elemento emerso nel dibattito riguarda la natura degli accordi che regolano la presenza militare straniera in Italia, spesso descritti come “patti di reciprocità”. La provocazione emersa durante l’incontro (“ci immaginiamo basi italiane negli USA?”) mette in luce una discrepanza concreta: più che di reciprocità, si tratta infatti di un assetto asimmetrico interno all’alleanza, in cui l’Italia mette a disposizione infrastrutture strategiche senza un equivalente sul territorio statunitense. Di fronte a un quadro che vede il territorio nazionale utilizzato come piattaforma logistica per interessi altrui e conflitti decisi all’estero, i relatori dell’assemblea di Rimini hanno indicato tre passaggi politici obbligati per scardinare il sistema: * Disobbedire alla NATO: interrompere la filiera bellica rifiutando l’uso di basi e reti infrastrutturali per operazioni in contrasto con la Costituzione, applicando rigidamente i principi della Legge 185/1990 (norma sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), lo stesso strumento giuridico invocato dai lavoratori portuali per bloccare nei porti italiani i container di armi destinati ai conflitti. Ricordiamo che l’obiezione di coscienza è un diritto inalienabile di tutti, inclusi i lavoratori e i ricercatori universitari. * Uscire dai patti militari: avviare l’iter per il recesso dall’Alleanza Atlantica, la rimozione delle basi straniere dal territorio e la restituzione dei beni demaniali alle città per scopi esclusivamente civili. * Riorganizzazione di base: superare la logica delle promesse elettorali e dei cartelli politici degli ultimi quarant’anni, centralizzando l’azione in un controllo permanente, popolare e diffuso del territorio. Informare la collettività su ciò che accade nel nostro territorio non è solo un diritto, ma un atto di consapevolezza e autodifesa collettiva. Mantenere alta l’attenzione e rafforzare il coordinamento dal basso viene indicato come un passaggio essenziale per restituire alle comunità locali capacità decisionale, esigendo il rispetto delle norme italiane in materia di guerra: dall’Articolo 11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa , alla Legge 185/1990 che disciplina e limita esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Al termine dell’incontro è inoltre emersa la volontà di promuovere un nuovo appuntamento pubblico, allargando il coinvolgimento ad altri soggetti attivi sul territorio, come il gruppo Rimini con Gaza impegnato da anni nel monitoraggio della Fiera di Rimini, e a tutte le realtà e persone del territorio interessate a partecipare. Maggiori informazioni: Fb CNN Emilia Romagna: Coordinamento No NATO Emilia Romagna e-mail: coordinamentononatoer@protonmail.com Dossier CNN Emilia Romagna “Inchiesta sul sistema della guerra in Emilia Romagna, seconda edizione“ Dossier CNNN sull’Oleodotto NIPS   Redazione Romagna
June 10, 2026
Pressenza
Sulla guerra: che fare?
La lettera sottoscritta da 34 docenti del Politecnico di Torino apre una discussione critica sul ruolo dell’Ateneo nella ricerca a fini militari. Prendendo spunto da una recente scelta del Senato Accademico e dall’escalation bellica in Europa e Medio Oriente, la lettera propone un cambio di paradigma: vietare esplicitamente ogni ricerca di natura militare nelle strutture del Politecnico, in nome del “ripudio della guerra” e dell’ethos universitario. Un intervento che arriva a valle di altri e interroga tutta la comunità accademica sul confine tra difesa, industria e principio costituzionale. A sostegno della proposta, i firmatari ricordano che l’Università di Pisa ha già modificato il proprio Statuto (notizia qui) aggiungendo il comma 8 all’articolo 4: “Non sostiene e non partecipa ad alcuna attività finalizzata alla produzione, allo sviluppo e al perfezionamento di armi e sistemi d’arma da guerra.” Pubblichiamo il testo della lettera dei docenti del Politecnico di Torino. Care colleghe e cari colleghi, problematizzare una scelta del Senato Accademico non è certamente facile, tanto più se approvata all’unanimità o a larga maggioranza, come è successo per la scelta relativa ai contratti di ricerca su attività militari. Non è facile per tanti motivi, a partire dal grande rispetto per le sensibilità e le competenze presenti nel nostro organo più rappresentativo arrivando alla gratitudine per il tempo e le energie che i nostri colleghi e le nostre colleghe senatori e senatrici dedicano al bene comune. Tuttavia dal passaggio istituzionale a cui facciamo riferimento in questa lettera è passato più di un anno (più un recentissimo aggiornamento) e, da una parte, tutti noi abbiamo continuato a ragionare su questo importante argomento, e dall’altra parte il mondo ci ha dato, e ci continua a dare, sempre più motivi di preoccupazione, di indignazione e di rabbia. Quindi, come membri della comunità accademica, vorremmo tornare su quella scelta per condividere con tutte e tutti voi una domanda: non vi sembra che sia arrivato il momento di prendere in considerazione un cambio di paradigma rispetto al percorso seguito finora? Relativamente agli usi militari di ricerche svolte in Ateneo, infatti, la scelta del Senato, poi inclusa nel Regolamento convenzioni e contratti per attività in collaborazione o per conto terzi (in vigore dal 1° aprile 2025), era stata quella di modificare il modello di contratto di ricerca in questo modo: > MODELLO DI CONTRATTO DI RICERCA > Articolo 19 > […] > 3. Le Parti si impegnano per tutta la durata del presente contratto e per un > periodo ulteriore di anni 2 (due) a: > – utilizzare i risultati della ricerca per soli fini civili, escludendo > qualsiasi potenziale utilizzo militare > (in subordine, qualora la Società non accetti la clausola, proporre in > alternativa la seguente) > – utilizzare i risultati della ricerca per fini civili o per fini militari, > limitando gli usi militari a quelli riguardanti la difesa dello Stato, in > conformità alle norme del diritto nazionale e sovranazionale e in ottemperanza > agli accordi internazionali dei quali l’Italia è parte. Il Regolamento, inoltre, recita (art. 8): “qualora le parti non convenissero sulla opportunità di sottoscrivere una tra le clausole sull’uso civile/militare dei risultati riportate nei facsimili di contratto l’accordo verrà inviato al Comitato Etico per la Ricerca per l’opportuna preistruttoria. Il parere sulla possibilità di sottoscrivere il contratto spetterà infine al Senato Accademico.” Quindi, in sintesi (correggeteci se sbagliamo, la materia non è delle più semplici): * durante la durata del contratto e i successivi due anni sì a usi militari dei risultati della ricerca purché “riguardanti la Difesa dello Stato”; * trascorsi due anni dopo la chiusura del contratto sì a qualsiasi uso dei risultati della ricerca, anche militare, senza distinzioni di alcun tipo; * altrimenti preistruttoria del Comitato etico e decisione del Senato, che potrebbe – in linea di principio – autorizzare qualsiasi tipo di utilizzo dei risultati della ricerca. Il paradigma finora seguito, insomma, è stato quello di normare l’uso dei risultati delle ricerche commissionate al Politecnico da terzi, con la tendenza, emersa in queste ultime settimane e confermata durante la seduta del Senato Accademico del 29 aprile 2026, ad ampliare ulteriormente lo spettro degli usi autorizzati già durante la durata del contratto e successivi due anni. Quindi, se non ci è sfuggito qualcosa, oggi al Politecnico è possibile fare ricerche conto terzi di natura militare purché gli usi dei risultati rispettino alcuni vincoli (che in ogni caso poi cessano di valere dopo due anni). È vero che c’è anche il Regolamento per l’integrità nella ricerca, che all’articolo 2.2.k recita: “i membri della comunità universitaria del Politecnico di Torino ripudiano la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e orientano l’evoluzione tecnologica verso uno sviluppo sostenibile e pacifico”. Affermazione assolutamente condivisibile, ma si tratta di un principio generale (l’articolo 2 è dedicato proprio ai “principi fondamentali”), non una norma cogente di Ateneo che proibisca tout court ricerche (oltre che tesi di laurea e di dottorato, ecc.) con contenuti militari. E, infatti, notiamo, senza nessuna pretesa di esaustività, che tra i contratti commerciali che sono riportati sul sito del Politecnico è facile trovare ricerche il cui titolo è di esplicita natura militare. È, inoltre, noto che il Politecnico porta avanti vari progetti nel contesto del Fondo Europeo per la Difesa (EDF). Lato didattica, infine, a una recente assemblea pubblica alcuni studenti hanno riferito di proposte di tesi di laurea che già dal titolo si connotano come chiaramente di carattere militare. Come si conciliano tutte queste attività col principio 2.2.k del Regolamento per l’integrità della ricerca?  Non crediamo, infatti, che fare ricerca militare (per quanto rubricata sotto la categoria della “difesa”) sia linearmente compatibile con l’articolo 2.2.k del Regolamento per l’integrità nella ricerca. Ci pare, invece, che emerga una discrasia tra il principio generale enunciato in quel Regolamento e l’assetto dei vari regolamenti che disciplinano contratti, programmi finanziati e valutazioni del Comitato Etico. Tanto è vero che a quest’ultimo viene richiesta una valutazione soltanto nel caso di “ricerche con finalità o utilizzazione a carattere militare non specificatamente destinate alla Difesa dello Stato” (art. 2.e del Regolamento del Comitato Etico per la Ricerca). Quello che proponiamo, quindi, dopo averci molto riflettuto, è di formulare una norma esplicita e chiara basata proprio sul principio espresso dal Regolamento per l’integrità nella ricerca, ovvero, al Politecnico non si fanno ricerche di natura esplicitamente militare, includendo tutte le possibili tipologie di attività progettuali: contratti con imprese, iniziative con ministeri, organizzazioni internazionali, progetti EU o nazionali (PRIN, FIS, PRNM, ecc.). Senza fare alcuna distinzione tra difesa e offesa (a nostro parere una distinzione molto fragile, che qualcuno fa derivare, a nostro avviso infondatamente, dall’articolo 52 della Costituzione) e senza dibattere di “uso duale” o meno: se una ricerca per il suo titolo o per la sua descrizione tecnica (allegato tecnica, Description of Work, ecc.) ha natura chiaramente militare (non possibili usi: natura) al Politecnico non si fa. I singoli professori e ricercatori potranno continuare a fare, a titolo individuale, ricerca militare, se così desiderano: oltre alla ricerca libera individuale, infatti, i nostri Regolamenti offrono molte possibilità in tal senso (consulenze, tempo definito, ecc.), a patto però che tale ricerca sia fatta a titolo individuale, ovvero, senza usare le strutture e le risorse dell’Ateneo, come sancito dal Regolamento disciplinante gli incarichi esterni all’ateneo e il regime delle incompatibilità per i professori e i ricercatori. Perché proponiamo questo nuovo paradigma? Innanzitutto, vogliamo dare maggior forza al principio fondamentale 2.2.k di cui sopra, che – lo ricordiamo – il Politecnico ha fatto ufficialmente proprio. Come ottenere questo risultato? Sappiamo bene che per il Politecnico (come per tutti i politecnici) il rapporto col mondo produttivo, oltre che con le istituzioni, è fondativo, ovvero, essenziale, da tanti punti di vista. Ma questo non vuol dire che tutte le tipologie di rapporti vadano bene, senza distinzioni, basta che portino soldi o altri benefici. Il Politecnico dovrebbe intrattenere solo rapporti in linea sia con i propri obiettivi istituzionali, sia con la propria natura di università pubblica, ovvero, un’istituzione autonoma, luogo del pensiero non condizionato e non condizionabile, creatrice cioè di un pensiero che deve ancora nascere, ente strumentale di nessuno, neanche della stessa Repubblica, come è sancito con chiarezza dalla Costituzione. Si tratta, in altre parole di preservare l’ethos universitario, ovvero, un ethos fondato sull’amore per lo studio, sul libero confronto, sulla condivisione della conoscenza, sui principi (tutti, non solo alcuni) della Costituzione. Preservare l’università come istituzione certamente in dialogo col mondo esterno, ma attenta a rimanere uno spazio di libertà dalle pressioni e dai condizionamenti dell’economia e della politica.  Il Politecnico che vi proponiamo è, quindi, un Ateneo dove non si fanno progetti di ricerca militare: la ricerca militare, infatti, oltre a portare con sé – quasi per definizione – la necessità del segreto (con tutto ciò che ne consegue, soprattutto a livello di rapporti interpersonali tra colleghi/e e con studenti), fa entrare dentro gli spazi dell’Ateneo le esigenze e il modo di pensare propri dell’ambito militare, che non stigmatizziamo in quanto tali, ma che sono radicalmente diversi, se non antitetici a quelli propri del mondo universitario. Assicuriamoci che il Politecnico sia una comunità che non porta avanti, con le strutture e le risorse di tutti e di tutte, ricerche militari: si tratta, a nostro avviso, di un obiettivo importante in qualsiasi momento, ma particolarmente oggi, ovvero, in un periodo caratterizzato, contro la volontà della grande maggioranza dei cittadini, da una crescente militarizzazione delle società e delle economie europee con esplicite, terrificanti prospettive di guerra, in particolare con la Russia, ma potenzialmente anche altrove, per esempio in Asia Occidentale. Si vogliono (c’è bisogno di) fare ricerche militari? Che le si facciano altrove, eventualmente col contributo a titolo individuale di colleghe/colleghi: come già scritto sopra, le modalità per farlo sono tante. Il Politecnico in quanto istituzione, però, prenda la posizione dello scrivano di Melville e affermi: “I would prefer not to”, assicurando allo stesso tempo la trasparenza di tutte le sue attività, a partire dai contratti e dalle collaborazioni e, più in generale, facendosi promotore di dialogo, sviluppo umano, collaborazione e, soprattutto, pace. Ci sembra l’unica posizione in linea con i nostri principi e i nostri obiettivi in quanto università pubblica, l’unico modo per, da una parte, evitare che l’Università venga militarizzata con conseguente drastico soggiogamento culturale e politico, e dall’altra affinché ci siano le condizioni per poter seriamente promuovere la convivenza pacifica tra i popoli in linea con la Carta delle Nazioni Unite del 1945. Per questo, lo ripetiamo, vi proponiamo un Politecnico smilitarizzato. Grazie fin d’ora per chi vorrà mettere in evidenza eventuali limiti della nostra analisi e della nostra proposta, e più in generale a chi vorrà dar seguito a questo appello che vuole essere un inizio di confronto. Un saluto cordiale, (in ordine alfabetico) 1.     Valentina Agostini 2.     Alessandro Armando 3.     Caterina Barioglio 4.     Alfredo Benso 5.     Gabriella Bosco 6.     Carla Bosia 7.     Alfredo Braunstein 8.     Daniele Campobenedetto 9.     Claudio Casetti 10.  Renzo Curtabbi 11.  Juan Carlos De Martin 12.  Emiliano Descrovi 13.  Sophie Fosson 14.  Giovanni Vincenzo Fracastoro 15.  Walter Franco 16.  Andrea Gamba 17.  Francesca Governa 18.  Antonio Grassedonio 19.  Michele Lancione 20.  Alvise Mattozzi 21.  Angelo Raffaele Meo 22.  Anna Paola Muntoni 23.  Viola Negro 24.  Carlo Olmo 25.  Gabriella Olmo 26.  Sergio Pace 27.  Vittorio Penna 28.  Maurizio Rebaudengo 29.  Diego Regruto 30.  Marco Rondina 31.  Raffaella Sesana 32.  Angelo Tartaglia 33.  Marco Torchiano 34.  Antonio Vetrò Gli appartenenti alla comunità del Politecnico che volessero aderire alla lettera aperta possono farlo inviando un email a mozione @ proton . me (rimuovere gli spazi).
May 14, 2026
ROARS
[Le Dita nella Presa] Dual use, sorveglianza e repressione: dal copyright al nucleare (1/3: Puntata completa)
Iniziamo la puntata con un paio di notizie riguardo al copyright: in Spagna un meccanismo simile al Piracy Shield - ma ancora meno accurato - sembra produrre così tanti effetti collaterali che si parla di intervenire legalmente per limitare la sua applicazione. In Francia, una sentenza del Consiglio di Stato si esprime contro Hadopi, il sistema "anti-pirateria" che dal 2009 ingiunge multe a chi scarica file illegalmente, chiedendo l'annullamento di questo sistema di sorveglianza. Proseguiamo con delle notizie di lotte contro le aziende che producono sistemi dual-use, a cominciare da Metravib: da una parte produce innovativi sistemi di analisi del rumore, dall'altra sistemi militari di supporto ai veicoli blindati detti Centauro; passando per Soframe che nel 2022 ha rinnovato il "parco blindati" della polizia francese, utilizzato di recente per la repressione a Bure (nella regione della Meuse): qui si combatte da decenni contro un immenso progetto di seppellimento delle scorie nucleari, mentre questo tipo di energia si continua a proporre come "pulita" per i datacenter.  C'è chi resiste anche con sabotaggi (qui un rarissimo esemplare contemporaneo di articolo da Indymedia, Lille) e manifestazioni di solidarietà allo sgombero di una stazione occupata a Bure, dal sud-ovest della Francia (a Malvési uno dei principali centri di trattamento dell'uranio), ricordando l'appello del 2025: accogli la primavera, brucia una Tesla (da Indymedia, Nantes) !
May 3, 2026
Radio Onda Rossa
AGILE: il nuovo programma europeo per il finanziamento militare
Attraverso un comunicato stampa del 25 marzo scorso la Commissione Europea ha annunciato, con toni piuttosto trionfalistici, la nascita del nuovo programma di investimenti nel settore militare. Denominato AGILE (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defence in Europe), lo strumento mira ad accelerare i cicli di innovazione dei prodotti e delle tecnologie emergenti per la difesa sviluppati dalle piccole e medie imprese nell’Unione Europea, nonché a facilitarne l’adozione da parte delle Forze Armate dei vari paesi membri. Con una durata che va dall’inizio alla fine del 2027, AGILE comporta l’immissione di ulteriori 115 milioni di euro nel settore militare, che vanno ad aggiungersi ai molti altri finanziamenti comunitari stanziati tramite il programma EUDIS (EU Defense Innovation Scheme) – rivolti sempre principalmente alle PMI –, facente parte del più vasto Fondo Europeo per la Difesa (FED). Quest’ultimo, per il periodo 2021-2027, mobilita complessivamente ben 7,3 miliardi. Oltre ai paesi facenti parte dell’UE e a quelli membri dell’Associazione europea di libero scambio, AGILE sarà aperto all’Ucraina1. Nell’ambito delle operazioni di aggiudicazione di fondi AGILE per un progetto di ricerca e sviluppo militare, inoltre, saranno ammissibili proposte gestite «direttamente o indirettamente» da organizzazioni internazionali2 – tra le quali va annoverata d’ufficio la NATO. Per quanto AGILE vieti l’assegnazione di fondi per «lo sviluppo di prodotti e tecnologie il cui utilizzo, sviluppo o produzione sono vietati dal diritto internazionale applicabile»3 (ad esempio specifici tipi di bombe), l’ambito di applicazione del programma è piuttosto onnicomprensivo e, oltre ad ammettere tutte le tecnologie dual-use (ossia a possibile uso sia civile che militare), riguarda sicuramente i settori de «l’intelligenza artificiale, la computazione quantistica, la robotica, la sicurezza informatica e lo spazio»4. I molteplici riferimenti al Regolamento europeo per l’energia atomica (Euratom) contenuti nel testo di legge, infine, lasciano supporre che siano ammissibili al finanziamento da parte di AGILE anche progetti di ricerca e sviluppo aventi per oggetto la sicurezza del sistema nucleare di approvvigionamento energetico. È fortemente preoccupante che il programma preveda di facilitare l’adozione delle nuove tecnologie militari da parte degli eserciti anche per mezzo di «test e dimostrazioni sul campo»5 di battaglia, oltre che nelle «strutture di prova e sperimentazione dell’UE».6 La precedente giurisprudenza europea, fra l’altro, consente la sospensione delle norme regolatorie per la sperimentazione delle nuove tecnologie a Intelligenza Artificiale dual-use7e non regola la sperimentazione di quelle prettamente a uso bellico.8 AGILE, infine, prevede la predisposizione di un «programma di lavoro» che corrisponde alla pianificazione annuale dei progetti bellici da finanziare con i 115 milioni di euro previsti. Tale programma è disciplinato dal Regolamento Euratom9, in base al quale normalmente i progetti a finalità esclusivamente militare non riescono ad accedere al finanziamento. Pertanto la relazione tra AGILE ed Euratom potrebbe rischiare di facilitare, dal punto di vista giurisprudenziale, un’interpretazione meno regolatoria e limitativa del Regolamento, con tutto ciò che ne potrà conseguire in futuro. In conclusione, la base economica di AGILE è costituita da: – la necessità di fronteggiare la riduzione temporale dei cicli d’innovazione delle nuove tecnologie e armamenti nel settore della difesa (ci vuole sempre meno tempo per sviluppare nuove armi o nuovi sistemi d’arma); – l’urgenza di trattenere in Europa le start-up che creano innovazione ma che poi tendono a fuggire all’estero (ad esempio negli USA) per le operazioni di sviluppo e, soprattutto, commercializzazione, per i maggiori costi economici che dovrebbero affrontare nel territorio europeo. 1 2026/0078 (COD), art. 7, c. 1, lett. “b”. 2 2026/0078 (COD), art. 9, c. 2, lett. “c”. 3 2026/0078 (COD), art. 9, c. 9, lett. “b”. 4 2026/0078 (COD), (3), p. 9. 5 2026/0078 (COD), art. 10, c. 1, lett. “b”. 6 2026/0078 (COD), art. 10, c. 3. 7 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9 (Artificial Intelligence Act). 8 2021/0106 (COD), art. 2, c. 3 (Artificial Intelligence Act). 9 UE 2024/2509, art. 110, c. 2. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
MSC da Fiumicino a Hormuz: i porti italiani nella filiera della guerra globale
I recenti controlli a Cagliari, con il blocco di materiali classificabili come dual use, riportano al centro una questione cruciale: il ruolo delle grandi compagnie di shipping nella movimentazione di beni che, pur formalmente civili, possono avere impieghi militari. Il termine “dual use” indica proprio questa ambiguità. Si tratta di materiali – come acciai speciali o componenti industriali – utilizzabili tanto in ambito civile quanto nella produzione bellica, secondo la normativa europea vigente. Una zona grigia che rende difficile distinguere tra commercio legittimo e inserimento, diretto o indiretto, nelle filiere dell’economia di guerra. In questo scenario, la Mediterranean Shipping Company (MSC) occupa una posizione centrale. Non è soltanto uno dei principali operatori container al mondo, ma un nodo strategico della logistica globale, capace di collegare porti, mercati e aree geopolitiche sensibili. > I casi emersi tra Gioia Tauro e Cagliari mostrano come le rotte gestite dalla > compagnia possano incrociare traffici diretti verso Israele, inclusi materiali > destinati a distretti industriali legati alla difesa. A rendere ancora più complesso il quadro è la struttura stessa della flotta. Molte delle navi operate da MSC non sono di proprietà diretta, ma registrate attraverso società offshore o noleggiate da grandi armatori internazionali, rendendo più difficile tracciare responsabilità e benefici economici. IL RUOLO DI EYAL M. OFER, ROYAL CARIBBEAN A ZODIAC MARITIME Tra gli attori centrali di questo sistema figura Zodiac Maritime, gruppo riconducibile all’imprenditore israeliano Eyal M. Ofer, che gestisce una flotta globale di circa 200 navi tra portacontainer, petroliere e bulk carrier. Una quota rilevante di questa flotta – stimabile tra 15 e 25 navi – opera o ha operato sotto il marchio MSC attraverso contratti di charter: un sistema che consente di controllare intere rotte senza una proprietà diretta delle navi, separando formalmente gestione e proprietà ma mantenendo una forte integrazione operativa. Tra le navi più frequentemente associate a questo intreccio figurano MSC Josseline, MSC Joanna, MSC Orion, MSC Oliver e MSC Susanna, insieme a unità appartenenti a diverse classi della flotta MSC – tra cui la MSC Josseline-class, la MSC Orion-class e la London-class – esempi concreti di come una nave possa operare sotto un marchio pur avendo una proprietà diversa, spesso difficilmente ricostruibile. Alcune unità possono essere consultate anche tramite database pubblici come VesselFinder. IL SEQUESTRO DI MSC ARIES COME CASO EMBLEMATICO Questo modello emerge con particolare evidenza nel caso della MSC Aries. Il 13 aprile 2024 la nave è stata sequestrata dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane nello Stretto di Hormuz, in un’operazione militare condotta con elicotteri, nel pieno delle tensioni tra Iran e Israele. A determinare il sequestro non è stata tanto l’attività commerciale della nave, quanto il suo assetto proprietario: pur operata da MSC, la Aries risultava noleggiata da una società collegata a Zodiac Maritime. È su questa base che l’Iran ha considerato l’unità “affiliata” a interessi israeliani, trasformando una nave commerciale in un obiettivo geopolitico. L’equipaggio è stato trattenuto e la nave sequestrata per settimane, mostrando come i legami societari possano avere conseguenze dirette sulle rotte globali. Anche le navi recentemente citate nel dibattito – come MSC Vega, MSC Danit, MSC Lucy e MSC Siena – si inseriscono nello stesso modello. Le loro strutture proprietarie risultano schermate attraverso società veicolo e registrazioni offshore e non sono facilmente riconducibili a un proprietario effettivo chiaramente identificabile. Database pubblici come Equasis e IMO permettono solo una tracciabilità parziale. A questo si aggiunge un ulteriore livello di opacità: molte delle navi impiegate in queste rotte navigano sotto cosiddette “bandiere di comodo”, registrate in paesi come Panama, Liberia o Malta. Un sistema che consente di ridurre costi e vincoli normativi, ma che allo stesso tempo frammenta le responsabilità giuridiche e rende ancora più difficile tracciare proprietà, controlli e destinazioni dei carichi. > Lo stesso Eyal M. Ofer è membro del board di Royal Caribbean Group, > multinazionale tra i principali operatori mondiali del settore crocieristico e > già oggetto di attenzione giornalistica per i legami di alcuni suoi vertici > con il caso Epstein. Un elemento che assume particolare rilievo alla luce del progetto di sviluppo del porto di Fiumicino: in un sistema in cui proprietà e gestione delle navi risultano frammentate e opache, quale garanzia esiste che reti operative come quelle riconducibili a Zodiac Maritime – attive oggi sulle rotte MSC – non possano estendersi anche alle nuove infrastrutture portuali? Un interrogativo che appare ancora più rilevante considerando che il porto di Fiumicino sarà il primo porto italiano interamente privato. Dai terminal container di Cagliari e Gioia Tauro fino ai nuovi progetti come il porto di Fiumicino, prende forma un sistema in cui i porti smettono di essere semplici infrastrutture civili e diventano snodi strategici dentro una filiera globale sempre più intrecciata con la guerra. In questo contesto, MSC, Zodiac Maritime e Royal Caribbean non appaiono come attori isolati, ma come parte di un modello economico che concentra potere, frammenta le responsabilità e si espande scaricando i costi su territori, lavoratori e popolazioni coinvolte. Fermare loro significa sabotare la filiera della guerra.  Le copertina è di Nicolas Grevet (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo MSC da Fiumicino a Hormuz: i porti italiani nella filiera della guerra globale proviene da DINAMOpress.
April 16, 2026
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Contrabbando di armi verso Israele denunciato in Belgio
RTL Info, telegiornale quotidiano belga, ha riportato ieri una caso di vero e proprio contrabbando di armi che ha interessato un carico proveniente dal Regno Unito e diretto verso Israele, attraverso una compagnia civile che ha sede a Malta e opera con un suo ramo direttamente nel paese europeo. Il […] L'articolo Contrabbando di armi verso Israele denunciato in Belgio su Contropiano.
April 11, 2026
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Inizia la visita in Cina della leader dell’opposizione di Taiwan
Comincia oggi la visita di cinque giorni di Cheng Li-wun, leader del Kuomintang (KMT), nella Repubblica Popolare Cinese. La guida dell’opposizione parlamentare a Taiwan è in missione diplomatica nella Cina continentale, dove visiterà il Jiangsu e Shanghai, e potrebbe incontrare faccia a faccia anche il presidente cinese Xi Jinping, anche […] L'articolo Inizia la visita in Cina della leader dell’opposizione di Taiwan su Contropiano.
April 7, 2026
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