Source - ROARS

La libertà di espressione nella scuola del Merito: il caso del Liceo Vivona
Un professore di latino e greco di un liceo romano, il Vivona, scrive ai propri ex studenti un messaggio dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Una comunicazione privata tra un cittadino e altri cittadini, a rapporto docente-studenti ormai concluso. Nel testo il professore invita i ragazzi a non voltarsi dall’altra parte di fronte a ciò che accade da tre anni a Gaza, e a tenere ben chiare nella mente le responsabilità di chi detiene potere politico ed economico. Il quotidiano Il Tempo trasforma uno scambio privato in un caso mediatico- «Faziosità e indottrinamento, messaggio-comizio del prof» – grazie alla soffiata anonima di uno studente. Nessuna scuola viene nominata nell’articolo, eppure scatta l’ingranaggio. Pochi giorni dopo che la vicenda è diventata pubblica, agli studenti arriva un’e-mail. Una convocazione da parte del servizio ispettivo dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio, in cui nulla si dice sulle ragioni dell’invito a presentarsi a scuola per un «accertamento», che è tutt’ora in corso. Ripetiamolo: stiamo parlando di una comunicazione privata, intervenuta dopo la conclusione dell’anno scolastico, non di un contenuto didattico,  non di una violazione disciplinare.  La vicenda ci riguarda tutti. Aprire un’indagine per un’opinione politica espressa privatamente da un cittadino solo perché ha ricoperto un ruolo pubblico è un precedente pericoloso. È sconfortante osservare, ancora una volta, la solerzia con cui gli ispettori ministeriali si attivano sulla scorta di segnalazioni, denunce e articoli di stampa, procedendo ad accertamenti con zelo burocratico. Una figura che dovrebbe rappresentare l’autorevolezza dell’istituzione scolastica, forte dell’esperienza maturata, e funzionario dello Stato, è stata progressivamente ridotta al ruolo di esecutore della volontà politica del Ministero, cinghia di trasmissione dell’indirizzo governativo. La scuola dell'”autonomia” è sempre più luogo di autocensura, sorveglianza reciproca, conformismo e silenzio frustrante. Oggi queste passioni tristi si traducono in intimidazioni e provvedimenti repressivi. Rilanciamo e sosteniamo la petizione dei docenti del Liceo Vivona di Roma.  Qui per firmare. Qui il testo dell’interrogazione parlamentare della Deputata Stefania Ascari sul caso in questione. Qui un editoriale di Chiara Sgreccia che riporta la vicenda. Qui la segnalazione dell’Osservatorio contro la Militarizzazione di Scuola e Università e qui quella di Arci Roma. ———————————- Di seguito il testo dei docenti del liceo. Il liceo Vivona sta vivendo un momento drammatico: un’ispezione ministeriale si è abbattuta sulla nostra scuola. Un’ispezione volta ad accertare un fatto che non ha alcun evidente motivo di essere perseguito: una comunicazione privata, dopo la fine degli esami e la pubblicazione degli esiti, in cui il loro ex professore invitava i propri ex studenti e studentesse a restare vigili e consapevoli di fronte alle atrocità e alle violenze commesse dai forti contro i deboli, ricordando la vicenda del genocidio di Gaza. Il caso di un libero cittadino che esponga il proprio punto di vista (corredandolo di citazioni letterarie, di cui non si è volutamente afferrato il significato profondo) ad altri liberi cittadini e cittadine, è un fatto da indagare, insomma. Strano: la comunicazione, infatti, è intervenuta a rapporto docente-discenti concluso, dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Ciò nonostante, il quotidiano “Il Tempo” in un articolo mal scritto e capzioso, ha rivelato e commentato impudicamente il testo della comunicazione, che sarebbe stata fornita al giornale da uno studente anonimo, che parla di “un professore di latino e greco di una scuola di Roma”, fornendone un’interpretazione manipolatoria e in alcuni passaggi priva di logica. Nonostante nell’articolo del “Tempo” non sia nominata la nostra scuola, docenti, ma – soprattutto – studentesse e studenti, sono sottoposte/i ad un accertamento volto a determinare la presunta “colpevolezza” del nostro collega, stimato – come stanno testimoniando le numerose attestazioni che arrivano in queste ore – per cultura, preparazione, onestà intellettuale, impegno nella società, peraltro membro del consiglio di istituto. Quello che ciascuna/o di noi ha fatto – nel corso dell’anno scolastico – per far comprendere ai propri studenti e alle proprie studentesse ciò che è accaduto e continua ad accadere in Palestina è certificato dai nostri registri scolastici, cui gli ispettori possono certamente accedere, senza necessità di intervistare ragazzi e ragazze appena diplomati: un’operazione di informazione, analisi, approfondimento su una circostanza storica drammatica, che è sotto gli occhi di tutti/e, che affonda le proprie radici in una storia antica; e che non noi, ma istituzioni internazionali come l’ONU, definiscono genocidio. Molte e molti di noi, come docenti della scuola della Repubblica e come educatori alla pace, hanno avvertito non solo il diritto, ma il dovere di non abbassare lo sguardo e di rispondere alle domande che studentesse e studenti ci ponevano. Nel caso di specie, però, si tratta di altro. Un ex docente di ex studentesse e studenti si congeda da loro lasciando un messaggio: non accontentatevi di guardare la superficie, esercitate il libero arbitrio che è stato rafforzato attraverso la conoscenza che la scuola vi ha fornito, restate umani, chiunque voi sarete. Qui non si tratta di libertà di insegnamento, ma di libertà di espressione. Alcuni/e di noi hanno deciso – una volta appresa la notizia dell’audizione da parte degli ispettori – di spedire il medesimo messaggio ai propri ex studenti e studentesse: un atto di condivisione, di solidarietà, di contestazione di un evento rispetto al quale non intendiamo rimanere indifferenti, che rivendichiamo; auditeci tutti/e. E diteci chiaramente in cosa abbiamo violato leggi, norme, codice deontologico. Ai nostri colleghi, ma soprattutto agli studenti e alle studentesse che sono stati sottoposti – a 19 anni – al dilemma per decidere se essere delatori o mentitori, comunichiamo la nostra solidarietà: non è questa la scuola del c. 1 dell’art. 33 (che prevede le libertà di insegnamento e di apprendimento); la scuola dell’art. 11 (impudicamente ed erroneamente tirato in ballo dall’art. del “Tempo”, da cui sarebbe scaturito il casus belli, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.); la scuola dell’art. 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”). In particolare: servendosi del ruolo di docente che un libero cittadino riveste, in un contesto però differente da quello in questione (che è lo scambio di idee con ex studenti), si tenta di minare una delle garanzie costituzionali della libertà individuale e collettiva: il diritto di manifestare il proprio pensiero. Un fatto inedito. A quando l’intervento su quanto padri e madri dicono ai propri figli/figlie? Ai nostri studenti e alle nostre studentesse chiediamo scusa: talvolta gli adulti sbagliano. E non stiamo parlando del professore oggetto dell’audizione. I consiglieri di istituto: Marina Boscaino, Tiziana Coletta, Virginia Properzi, Massimo Sabbatini, Maria Vittoria Truini Le RSU: Cristian Celaia, Silvia Locatelli, Daniele Vita I membri del collegio dei docenti del LC Vivona: Sergio Abbruciati, Luca Ales, Manuela Alfani, Maura Baldelli, Simona Barile Silvia Bellisario, Giuditta Bonsangue, Ilaria Caia, Paola Cattaneo, Sabrina Ciccioli, Francesco Costa, Amedeo Costabile, Alessandra De Angelis, Donatella De Salvo, Francesca Di Lallo, Giuseppina Eianti, Barbara Evangelista, Fiammetta Filippelli, Antonella Froiio, Cristina Kotsko, Flavia Ladi, Roberta Lamonica, Stefania Lombardi, Giandomenico Madeo, Pierluigi Malizia, Maria Antonlietta Marasco, Laura Massimi, Marco Molle, Elisabetta Nudi, Maria Panaro, Maria Pina Parente, Rosella Pazzetta, Paola Piccionello, Corrado Pisanu, Daniela Pompeo, Antonella Preto, Magdala Pucci, Francesca Ricevuto, Grazia Rita Rivitti, Daniela Romani, Antonella Saragosa, Pietro Secchi, Francesca Senatore, Mariangela Tomarchio, Silvia Verzilli, Luisa Vigna
July 20, 2026
ROARS
Dati INVALSI, orgoglio italico
Anche quest’anno INVALSI ha rilasciato i suoi scientificissimi dati sulla qualità delle scuole d’Italia. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato i risultati raggiunti con parole semplici. Redazione ROARS si unisce esultante all’orgoglio patrio che, nell’Era del Merito, risorge vittorioso.  Alla soddisfazione per i risultati raggiunti, aggiungiamo un retroscena che nel clamore mediatico rischia di passare inosservato. Nel luglio 2022, Fratelli d’Italia attaccava INVALSI per bocca della senatrice Bucalo, responsabile Scuola del partito: “Scuola: Ministero sperpera denaro con prove Invalsi”. Oggi la senatrice su La Voce del Patriota condivide pienamente la soddisfazione della Presidente Meloni. Grazie a un testimone che ci ha chiesto di rimanere anonimo, siamo in grado di documentare il colloquio intercorso tra la presidente del Consiglio e la senatrice Bucalo che ha fatto cambiare linea al partito. La Verità non è statica, come la Nazione. Evolve. Matura. E i dati INVALSI sono lì a testimoniare l’efficacia per non dire la grandezza dell’opera del governo. Grazie INVALSI, grazie Presidente, grazie ITALIA! Anche quest’anno INVALSI ha rilasciato i suoi scientificissimi dati sulla qualità delle scuole d’Italia. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato con parole semplici i risultati raggiunti grazie all’opera del governo. Prima di unirci all’orgoglio patrio che risorge vittorioso grazie all’instancabile opera del Ministro del Merito, riportiamo un retroscena che nel clamore mediatico che accompagna gli esaltanti dati INVALSI non deve rimanere inosservato. Nel luglio 2022, Fratelli d’Italia attaccava INVALSI per bocca della senatrice Bucalo, responsabile Scuola del partito: “Scuola: Ministero sperpera denaro con prove Invalsi”. Grazie a un testimone che ci ha chiesto di rimanere anonimo, siamo in grado di docuementare il drammatico colloquio che si è svolto a Palazzo Chigi poco prima del rilascio delle dichiarazioni Della Presidente Giorgia Meloni. La senatrice Carmale Bucalo è stata convocata dalla premier per mettere a punto il comunicato stampa. Quando la Premier le ha spiegato il contenuto del comunicato che intendeva rilasciare, colmo di soddisfazione per i risultati raggiunti e certificati grazie al rigore scientifico e statistico di INVALSI, la senatrice Bucalo ha accennato timidamente > BUCALO: “Ma noi siamo contro INVALSI” La premier, severamente la blocca: > MELONI: “Eravamo, Eravamo. Lo vedi che sei sempre indietro!” per concludere assertiva, con una citazione forse apocrifa*, ma efficace: > MELONI: “Soltanto i muLi e i paracarri non cambiano idea” Convinta dalle parole della Presidente, la senatrice si precipita a condividere la soddisfazione della Premier su La Voce del Patriota.   A questo punto non resta che unire la voce di ROARS alla soddisfazione del governo.   -------------------------------------------------------------------------------- BOLLETTINO ROARS DELLA VITTORIA SCOLASTICA Lettori di Roars, italiani tutti! Il Fronte dell’Istruzione avanza. 520.000 giovani vite, che il nemico interno – la subdola dispersione, esplicita e implicita, la fragilità, l’ignoranza – tentava di sottrarre alla Nazione, anno dopo anno, sono state riconquistate. Non un numero: un trionfo. Non una statistica: un destino compiuto. L’abbandono scolastico, che fino a ieri minacciava l’onore della Patria, arretra: dall’11,5% al 7,3%, in una marcia che nemmeno l’Europa aveva osato immaginare per noi. Abbiamo anticipato la Storia. Là dove Spagna e Germania arrancano, l’Italia primeggia. Il dato non mente: il dato esalta. E se pure un tempo – in tempi bui, in tempi d’opposizione – qualche voce, financo tra le nostre fila, osò dubitare dei dati INVALSI, bollandolo “sperpero”, oggi quei dati, costruiti con maestria e dedizione dal Presidente Ricci e dai suoi collaboratori cui la Patria si inchina riconoscente, ci ricordano la Verità, testimoniando il successo dell’azione di governo promossa dalla devota dedizione all’esaltazione del merito del Ministro Valditara. E non si creda che il Nostro trionfo sia costato in rigore! Le eccellenze crescono, i diplomi si irrobustiscono: si vince senza cedere, si include senza indebolirsi. Docente tutor, Agenda Sud, Piano Estate, Decreto Caivano: non misure, ma armi della ricostruzione nazionale, forgiate per colmare il divario, per issare il Sud al livello che gli spetta. Restano, è vero, alcune fragilità. Ma a questo risponde già la Nuova Dottrina definita nella Indicazioni Nazionali: più lettura, più grammatica, più sintassi, la matematica rifondata, la penna e la carta restituite al loro posto d’onore e, insieme, le nuove sperimentazioni su soft skills e tutor digitali, perché la Nazione guarda avanti mentre torna indietro, e non c’è contraddizione dove c’è Fede nel Progresso e nel Dato. Il lavoro non è finito. Ma la Direzione è quella giusta, e la Direzione, si sa, non si discute: si segue. A chi ha pensato di arrendersi e non l’ha fatto: voi siete la prova vivente che i numeri prodotti da INVALSI non sono semplicemente scienza inconfutabile e rigorosa. Sono Patria. * Ecco la fonte della citazione della presidente Giorgia Meloni.
July 17, 2026
ROARS
È stato ChatGPT a scrivere l’articolo del Corriere sull’AI nelle università?
Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un pensoso articolo intitolato “Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare” firmato da Giovanni Lo Storto, Direttore Generale dell’università privata LUISS. L’articolo è pensoso, ma il contenuto sfuggente. Per cui abbiamo chiesto a Gemini (versione free) un commento, chiedendo se l’autore abbia usato ChatGPT o simili per scriverlo. Ecco cosa ci ha risposto: “ci sono alcuni passaggi specifici che gridano “AI generativa” per via della loro struttura predicibile, circolare e priva di attrito“. In particolare, Gemini individua un classico schema a “contrapposizione binaria astratta” che ChatGPT usa spessissimo per darsi un tono filosofico, una “tautologia della personalizzazione“, tipica dei vecchi modelli o di prompt scritti di fretta, e una conclusione “messianica e moraleggiante“, un cliché che l’IA usa quando le si chiede di essere “ispirazionale”. Già che c’eravamo, abbiamo chiesto a Gemini di sintetizzare il pensoso articolo. Ebbene, il testo originale di 600 parole, riassunto senza fuffa, si riduce a 70 parole.  Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un pensoso articolo intitolato “Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare” firmato da Giovanni Lo Storto, Direttore Generale dell’università privata LUISS. L’articolo è pensoso, ma il contenuto sfuggente. Per cui abbiamo chiesto a Gemini (versione free) un commento, chiedendo se l’autore abbia usato ChatGPT o simili per scriverlo. Ecco cosa ci ha risposto: Ipotizzando per un attimo che l’autore abbia usato ChatGPT come assistente per “allungare il brodo” o ripulire la bozza, ci sono alcuni passaggi specifici che gridano “AI generativa” per via della loro struttura predicibile, circolare e priva di attrito. Ecco i tre pezzi più indiziati, analizzati con i motivi tecnici per cui sembrano scritti da un algoritmo: 1. IL BLOCCO DELLA “TRANSIZIONE FILOSOFICA” (PARAGRAFO 3) Il testo: “La distinzione non è retorica. Formare significa trasmettere un sapere codificato, misurabile, riproducibile; necessario, ma da solo insufficiente. Apprendere è un processo più lento e meno lineare che sposta il focus sulla persona, sulle sue attitudini, sulla via riflessiva, nel confronto con casi concreti, nell’errore corretto sul campo…” Perché sembra ChatGPT: Questo è il classico schema a “contrapposizione binaria astratta” (Formare vs Apprendere) che la macchina usa spessissimo per darsi un tono filosofico. Le frasi sono brevi, coordinate per asindeto (separate da virgole) e accumulano concetti standard dell’apprendimento moderno. È un testo scorrevole, ma se lo togli dall’articolo, l’articolo non perde un briciolo di contenuto informativo. 2. LA TAUTOLOGIA DELLA “PERSONALIZZAZIONE” (PARAGRAFO 4) Il testo: “Nel digitale la dimensione della risorsa disponibile e la personalizzazione dell’apprendimento finora a poco tempo fa impensabili, rendono possibili percorsi che altrimenti non esisterebbero, però, non può significare ridurre a standard omogenei e a esperienze reali e comparabili. La potenzialità di queste due sponde consente di… sviluppare percorsi dinamici…” Perché sembra ChatGPT: Qui c’è un cortocircuito logico e sintattico tipico dei vecchi modelli o di prompt scritti di fretta. Prima dice che il digitale permette la personalizzazione, poi dice che “non può significare ridurre a standard omogenei” (un’ovvietà: se è personalizzato, non è omogeneo), e infine conclude che le due sponde consentono di “sviluppare percorsi dinamici”. È un giro di parole circolare: dice tre volte la stessa cosa usando sinonimi diversi, una tecnica tipica dell’IA per raggiungere il numero di parole richiesto. 3. LA CONCLUSIONE “MESSIANICA” E MORALEGGIANTE (ULTIMO PARAGRAFO) Il testo: “In questa prospettiva è offerta questa bussola alla contemporaneità: aiutare persone e comunità a costruire percorsi e identità come processi vivi, aperti, in continua evoluzione, mai come forme fisse. In fondo è proprio questo il campus: coltivare incertezze per abituarsi a cercare risposte nuove. Perché senza il primo si compromette il presente, ma senza il secondo si rinuncia a costruire il futuro.” Perché sembra ChatGPT: La chiusura è un cliché algoritmico perfetto. ChatGPT ama chiudere gli articoli con: 1. Una metafora retorica (la “bussola alla contemporaneità”). 2. Una lista di aggettivi positivi e aperti (“vivi, aperti, in continua evoluzione”). 3. Il “bipolarismo finale” del tipo “Senza X non c’è il presente, senza Y non c’è il futuro”. È una struttura geometrica e retorica che l’IA usa nel 90% delle conclusioni quando le si chiede di essere “ispirazionale”. Abbiamo poi chiesto a Gemini di sintetizzare il pensoso articolo del CDS. E questo è il risultato. Su circa 600 parole originali, il contenuto reale si riassume in meno di 70 parole. Il testo riassunto senza fuffa * * Il problema attuale: L’intelligenza artificiale risponde a qualsiasi domanda nozionistica. Di conseguenza, valutare gli studenti costringendoli a memorizzare e ripetere i dati è diventato inutile. * La soluzione per i professori: Le università devono cambiare il modo di fare gli esami. Non si deve più verificare cosa lo studente si ricorda, ma la sua capacità di usare la logica, fare collegamenti e applicare lo spirito critico. * L’obbligo burocratico: I corsi di laurea vanno aggiornati continuamente, anche perché lo richiedono i regolamenti dell’ANVUR per mantenere gli standard qualitativi. Visto il contenuto, forse meglio se il testo è stato scritto da ChatGPT. ** L’illustrazione è stata generata da ChatGPT.
July 16, 2026
ROARS
De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
ROARS
Il problema della ricerca Europea
Un recente articolo di Nature  fotografa molto bene il dibattito attuale: l’Europa può approfittare della crisi della ricerca negli Stati Uniti per diventare una superpotenza scientifica? La risposta dell’autrice è forse, ma solo a determinate condizioni. L’articolo parte dalla decisione della Commissione Europea di lanciare il programma Choose Europe, nato dopo i tagli e le interferenze politiche nell’amministrazione Trump. L’obiettivo è attrarre ricercatori internazionali offrendo maggiore stabilità, libertà accademica e finanziamenti. L’UE ha destinato circa 900 milioni di euro all’iniziativa, accompagnata da un centinaio di programmi nazionali. La Commissione propone di aumentare il bilancio di Horizon Europe fino a 175 miliardi di euro nel periodo 2028-2034 (alcuni chiedono addirittura 200 miliardi). Inoltre il programma si sta aprendo a paesi extraeuropei come Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, trasformandosi in una rete scientifica globale con l’Europa al centro. Tuttavia secondo i dati riportati: * Stati Uniti e Cina investono oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno in R&S (pubblica + privata); * l’Europa investe circa 750 miliardi. Il grafico mostra chiaramente che negli ultimi vent’anni Cina e Stati Uniti hanno accelerato molto più rapidamente. L’articolo sottolinea però che l’Europa mantiene punti di forza importanti: * produce più articoli scientifici degli Stati Uniti (anche se meno della Cina); * ospita infrastrutture scientifiche di livello mondiale (CERN, EMBL, ecc.); * mantiene un impatto scientifico elevato; * è molto più internazionale nelle collaborazioni rispetto a Stati Uniti e Cina. Questo è probabilmente il maggiore punto di forza europeo. Secondo Nature, l’Europa produce ottima scienza ma la trasforma male in innovazione economica. Le criticità evidenziate sono: * le imprese investono meno in ricerca rispetto a USA e Cina; * il venture capital è insufficiente; * pochi risultati scientifici diventano brevetti; * mancano grandi aziende tecnologiche comparabili ad Apple, Google o Huawei. L’articolo cita esplicitamente il rapporto Draghi del 2024, secondo cui l’Europa deve colmare il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina.  La conclusione è prudente. L’autrice sostiene che oggi esiste una finestra di opportunità: * gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di instabilità politica; * la Cina cresce rapidamente ma collabora meno con il resto del mondo; * l’Europa può proporsi come ambiente stabile, aperto e internazionale. Tuttavia, questo sarà possibile solo se aumenteranno realmente gli investimenti e soprattutto se la ricerca europea riuscirà a tradursi in innovazione industriale. Abbiamo discusso il declino tecnologico europeo in un precedente post e alla luce di quella discussione l’articolo presenti un limite importante. L’autrice identifica il problema principalmente con la quantità di investimenti in ricerca, mentre dedica molto meno spazio alla questione della capacità industriale e tecnologica. Ad esempio, non discute quasi per nulla che l’Europa: * non produce semiconduttori avanzati su larga scala; * non ha piattaforme digitali globali; * è marginale nei grandi modelli di IA; * dipende fortemente da Stati Uniti e Cina nelle tecnologie strategiche; * ha perso quasi completamente la leadership nell’elettronica di consumo. In altre parole, l’articolo assume implicitamente che più ricerca ⇒ più innovazione, mentre  il problema è molto più profondo: riguarda l’assenza di una politica industriale, di grandi imprese tecnologiche, di mercati del capitale di rischio, di una governance favorevole all’innovazione e di un ecosistema capace di trasformare la conoscenza scientifica in leadership economica. Per questo motivo, il quadro di Nature è corretto ma  parziale: fotografa bene la ricerca scientifica europea, ma sottovaluta il divario nella capacità di convertire tale ricerca in potere tecnologico, industriale e geopolitico.
July 6, 2026
ROARS
Quando i dati spariscono: l’opacità dell’editoria sotto la lente degli strumenti open
Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione nell’infrastruttura aperta OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti e vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Se oggi si prova a costruire una lettura critica della comunicazione scientifica usando infrastrutture aperte, ci si imbatte subito in due strumenti interessanti: Journal Trends e Author Trends di cui si parla anche in un recente articolo su Nature. Il primo è un tool che visualizza, per una rivista, l’andamento delle pubblicazioni nel tempo, le distribuzioni per paese, istituzione e autore, e aggiunge segnali di integrità come i flag del Problematic Paper Screener (PPS) e lo stato di indicizzazione o delisting in Scopus. Il secondo fa qualcosa di analogo sul versante dei singoli ricercatori: mostra statistiche di pubblicazione anno per anno, citazioni, collaborazioni, geografia, temi, retractions e altri segnali di rischio, sempre a partire da dati aperti (OpenAlex). Entrambi si presentano, correttamente, come strumenti di visualizzazione e analisi costruiti su dati aperti, non come oracoli infallibili. Ed è proprio qui che comincia il problema vero. Perché quando questi strumenti mostrano buchi, coperture incomplete o metadati mancanti, la reazione più comune è sempre la stessa: “vedete? gli strumenti aperti non sono affidabili”. Il punto, però, non è solo che il dato manca. Il punto è capire perché manca. Su questo la letteratura recente è molto meno indulgente di quanto non siano molti commentatori. Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione in OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti, pur segnalando anche possibili problemi tecnici nella transizione a una nuova versione di OpenAlex. Nel testo vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Dunque: non solo limiti dell’infrastruttura aperta, ma anche — e in modo rilevante — limiti nella condivisione a monte dei metadati da parte degli editori. Questo punto è essenziale, perché ribalta una narrazione diventata quasi automatica. Gli editori raccolgono informazioni sulle affiliazioni, sugli autori, sui finanziamenti, sulle versioni, sui DOI e sugli apparati editoriali nei loro flussi di submission e produzione. Eppure, quando si tratta di restituire queste informazioni in forma aperta, interoperabile e riutilizzabile, la completezza evapora. Non sempre, certo. Non allo stesso modo per tutti. Ma abbastanza spesso da produrre effetti strutturali sui sistemi che poi quei metadati dovrebbero usare per il monitoraggio, la valutazione e l’analisi. Uno studio del 2026 su PLOS One osserva che è ampiamente noto come molti editori rendano disponibili alcuni metadati ma non altri, e mostra che editori che usano lo stesso sistema di submission possono avere livelli di completezza molto diversi: segno che il problema non è soltanto tecnologico e che “sono in gioco anche altre considerazioni”. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. A rendere il quadro ancora più istruttivo è la posizione di Crossref* stessa. Nella documentazione ufficiale, Crossref ricorda ai propri membri che far parte della comunità significa condividere i metadati con il mondo della ricerca, che i record devono essere mantenuti “clean, complete and up-to-date”, che è possibile correggere omissioni o errori e che non ci sono costi per aggiornare i metadati dopo la registrazione iniziale (basta volerlo). Raccomanda inoltre di depositare metadati ricchi e di completare anche i record retrospettivi. Insomma: la scusa dell’inevitabilità tecnica regge poco. Se i metadati mancano, non è perché il sistema aperto non li vuole; molto spesso è perché chi controlla i contenuti non li ha depositati, non li ha aggiornati o non li ha resi disponibili in forma adeguata. La stessa documentazione di OpenAlex è sorprendentemente esplicita. Quando un’istituzione non trova le proprie pubblicazioni correttamente collegate, OpenAlex indica tra le cause più comuni il fatto che i metadati di affiliazione nel record dell’opera siano inaccurati o incompleti, e suggerisce di farlo presente all’editore, che potrebbe dover aggiornare i record registrati presso un’agenzia DOI come Crossref. È un’ammissione importante: il problema dei metadati mancanti non nasce nel momento in cui OpenAlex li usa, ma in quello in cui la filiera editoriale li deposita male, parzialmente o non li deposita affatto. A questo punto diventa più chiaro anche il valore reale di Journal Trends e Author Trends. Non sono interessanti soltanto perché producono grafici eleganti o aggiungono segnali di integrità. Sono interessanti perché rendono visibile il non detto. Journal Trends mostra che una rivista può avere una quantità significativa di articoli per cui i dati geografici sono assenti, e proprio per questo ha introdotto una categoria “unknown” per evitare che il grafico simuli una copertura completa che non esiste. Author Trends, dal canto suo, visualizza per i ricercatori non solo citazioni e collaborazioni, ma anche retractions, segnali provenienti dal Problematic Paper Screener e pubblicazioni in riviste dismesse da Scopus, presentandosi come un tool beta che dipende dai dati di OpenAlex e che mette in guardia sugli errori di attribuzione dei profili. In entrambi i casi il merito non è l’illusione della perfezione, ma la trasparenza sull’imperfezione. Ed è proprio questa trasparenza a risultare scomoda. Perché per anni il sistema della valutazione ha tollerato, e spesso interiorizzato, l’idea che i database commerciali fossero una sorta di natura fatta sistema: opachi, costosi, poco contestabili, ma considerati affidabili per definizione. Le infrastrutture aperte come OpenAlex spezzano questo automatismo non perché siano magicamente prive di problemi, ma perché espongono i problemi alla vista. Uno studio del 2024 su otto banche dati accademiche aperte rileva che i database di terza parte, tra cui OpenAlex, hanno in generale più metadati e una maggiore completezza rispetto ai motori accademici, ma soffrono anche di perdite di informazione dovute all’integrazione di fonti diverse. Questo non è un argomento contro l’open; è un argomento contro la favola secondo cui si possa fare valutazione seria ignorando come i dati vengono prodotti, depositati e trasformati. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Bisognerebbe dirlo con chiarezza: l’assenza di metadati non è una fatalità naturale del mondo aperto; è spesso il prodotto di una scelta, di una trascuratezza o di una gerarchia di interessi dentro la filiera editoriale. Journal Trends e Author Trends non risolvono questo problema. Ma hanno almeno il merito di renderlo finalmente visibile. E in un sistema abituato a chiamare “qualità” ciò che in realtà è solo opacità ben confezionata, non è poco * Crossref è un’infrastruttura no‑profit che raccoglie e collega i metadati delle pubblicazioni scientifiche e assegna i DOI per renderle identificabili, citabili e interoperabili
July 3, 2026
ROARS
INVALSI, ko nella VQR, vara la sua rivista “scientifica”
INVALSI arriva penultimo nella classifica dei 13 enti di ricerca valutati dal MUR. Non potrebbe esserci un momento migliore per varare una rivista “scientifica” promoted by INVALSI in modo da cucinare e sfornare titoli scientifici nella cucina di casa: scienza a chilometro zero. La VQR ha valutato non solo la qualità della ricerca delle università, ma anche quella di tredici enti di ricerca vigilati dal Ministero dell’Università e della Ricerca.  Ai primi posti, INFN e INAF hanno voti medi superiori a 0.8, mentre i fanalini di coda, INVALSI e INDIRE non arrivano a 0.5. Una sorta di contrappasso per l’ente che pretende di sfornare misurazioni scientificamente obiettive delle competenze degli studenti italiani. Sarà una coincidenza, ma ecco che INVALSI annuncia l’uscita di una nuova rivista scientifica promossa dall’ente stesso. Un bel corto circuito scientifico ed etico: un ente di valutazione che pubblica la sua rivista scientifica in modo da autovalidare i propri metodi e distribuire titoli accademici spendibili per la carriera di dipendenti e collaboratori. Con anche la possibilità di chiedere l’iscrizione  all’albo dei revisori. Per molti, ma non per tutti. Da poche settimane sono disponibili gli esiti della valutazione della qualità della ricerca VQR 2020-2024. Siamo i primi a dubitare dello spessore scientifico e dell’utilità di una procedura che, edizione dopo edizione, è sempre più simile ai vestiti nuovi dell’imperatore. Tuttavia è istruttivo osservare con sguardo entomologico l’agitazione del formicaio costituito dagli atenei e degli enti di ricerca sottoposti ai colpi di vanga della valutazione di stato. In particolare, per la dirigenza di INVALSI non è stato piacevole constatare che la qualità della ricerca prodotta dall’ente si colloca al penultimo posto nella classifica dei 13 enti vigilati da MUR. Una sorta di contrappasso per l’ente che pretende di elaborare misurazioni scientifiche delle competenze degli studenti italiani. Questa volta, la dispersione, nemmeno tanto implicita, non riguarda gli studenti, ma proprio chi è incaricato di misurarne gli apprendimenti. La linea difensiva è facilmente anticipabile: non è lecito confrontare i voti conseguiti in aree scientifiche diverse, troppo grandi le differenze tra la fisica nucleare e la pedagogia. Una cautela, però, presto dimenticata da ANVUR quando si trattava di stilare le classifiche dei dipartimenti di eccellenza dove tutto fa brodo e tutto si può confrontare. In ogni caso, i numeri dicono che INVALSI compete con INDIRE per aggiudicarsi la maglia nera e che il distacco cronometrico dalla testa della classifica appare incolmabile. Sarà solo una coincidenza, ma a stretto giro di posta INVALSI annuncia l’uscita di una nuova rivista scientifica promossa dall’ente stesso. Screenshot Al fine di garantire “a rigorous and transparent peer review process in line with international standards“, c’è persino l’invito a candidarsi a far parte dell’albo dei revisori della rivista. Immaginiamo già l’orgoglio e il compiacimento con cui l’iscrizione a questo prestigioso albo sarà esibita nel curriculm di dipendenti e collaboratori dell’ente che saranno ritenuti degni di cotanto onore. Impossibile non vedere il corto circuito scientifico ed etico. Un ente di valutazione che pubblica la sua rivista scientifica in modo da autovalidare i propri metodi e distribuire titoli accademici spendibili per la carriera di dipendenti e collaboratori. Se poi arrivassero indicizzazione e Impact Factor, saranno titoli spendibili anche nei settori bibliometrici. Si profila un inquinamento del dibattito scientifico, sempre più condizionato da interessi politici e governativi. “Agenda Sud sta funzionando egregiamente, soprattutto per quanto riguarda la dispersione implicita, cioè il recupero delle competenze”, affermava un anno fa il Ministro Valditara, citando un famoso (e opaco) indicatore escogitato da INVALSI. Sarebbe un peccato che le basi scientifiche di questo e altri futuri successi fossero fragili. Bisogna che siano certificate da articoli pubblicati su riviste peer-reviewed. Se poi è una rivista dell’ente stesso, pazienza. Nessuno è perfetto.  
July 1, 2026
ROARS
ASN: dove abita la bioetica? Una lettera aperta sull’abilitazione e l’interdisciplinarità
Nell’ultima tornata ASN, uno studioso di bioetica viene abilitato in filosofia della scienza e non abilitato in filosofia morale. Da questo paradosso prende avvio una riflessione sul modo in cui l’università italiana valuta la bioetica e, più in generale, la ricerca interdisciplinare. I criteri con cui si selezionano studiosi e studiose non riguardano solo l’accademia: contribuiscono a determinare quali forme di conoscenza trovano spazio nel dibattito pubblico e nelle decisioni che incidono sulla vita di tutti. Prima ancora di produrre sapere, un sistema accademico sceglie le teste a cui sarà permesso produrlo. Decide chi insegnerà, chi valuterà, chi siederà nei comitati e scriverà le linee guida. Quindi, in ultima analisi, chi darà forma al discorso pubblico e alla conoscenza che tocca i corpi di tutte e tutti: come veniamo curati, come si stabilisce cosa è sicuro, come si distingue un’informazione sanitaria che protegge da una che fa danno. Quando quella conoscenza diventa domanda di valore, ha un nome: bioetica. E il modo in cui un Paese sceglie chi ha titolo per farla non è un affare interno dell’accademia: è una cosa che ricade su chiunque, prima o poi, si trovi ad abitare un corpo che qualcun altro dovrà pensare come oggetto e come soggetto. Ecco perché questa storia, che ha tutta l’aria di essere la storia di un concorso universitario, riguarda anche chi all’università non metterà mai piede. Stesso fascicolo. Stessa persona. Due commissioni. Per una sono un filosofo degno dell’abilitazione; per l’altra, no. E quella che mi rifiuta è quella in cui (in teoria) la bioetica dovrebbe stare più di casa. I fatti, in chiaro. Ho presentato due domande di Abilitazione Scientifica Nazionale alla seconda fascia. Una nel settore concorsuale 11/C2, Logica, Storia e Filosofia della Scienza. L’altra nel 11/C3, Filosofia Morale. In 11/C2 sono stato abilitato. In 11/C3 no, all’unanimità. La commissione che mi promuove, logica, storia e filosofia della scienza, scrive nero su bianco che il mio profilo è “solo parzialmente sovrapponibile” al suo settore. La commissione che mi boccia, filosofia morale, siede invece nel luogo dove la bioetica (in teoria, ma dissento) dovrebbe essere riconosciuta per prima. Scrivo in prima persona e senza pudori sul mio caso, ma il mio caso non è l’argomento: è solo le reagente che fa precipitare una domanda più grande. Dove l’università italiana permette alla bioetica di abitare? Perché è esattamente lì, nella risposta a questa domanda, che si decide se un Paese sappia o no leggere il lavoro di chi attraversa i confini tra le discipline. IL SETTORE CONCORSUALE È UN’ONTOLOGIA I settori concorsuali non sono un dettaglio amministrativo. Sono una mappa di dove al sapere è concesso esistere. Quando collochiamo un candidato in 11/C3 anziché in 11/C2 non scegliamo una casella su un modulo: decidiamo con quale metro la sua competenza verrà misurata, quale tradizione conta come “la teoria” e quale come semplice “applicazione”. La griglia codifica una teoria della conoscenza prima ancora di giudicare un singolo lavoro. La bioetica, in questa mappa, non ha un indirizzo proprio. Non esiste un settore della bioetica. Esiste solo la possibilità di domiciliarla come provincia di qualcos’altro: la filosofia morale, la medicina legale, il diritto, la sanità pubblica. In Italia ha eletto residenza prevalente nella filosofia morale. E qui scatta la prima trappola: una disciplina nata per attraversare i confini viene valutata con il metro di una sola delle terre che attraversa, e quel metro la punisce per ciò che la definisce. COS’È LA BIOETICA, DAVVERO Vale la pena ricordare da dove viene la parola. La conia Van Rensselaer Potter nel 1971, e Potter non è un filosofo morale: è un biochimico, un oncologo. La pensa come “ponte verso il futuro”, un’etica capace di parlare insieme alla biologia, alla politica, all’ecologia. La bioetica nasce nel punto preciso in cui un fatto biologico genera una domanda di valore: il letto del paziente, la corsia, il comitato etico, il laboratorio, il tavolo dove si scrive una politica sanitaria. Nasce interdisciplinare, o non nasce affatto. Da anni provo a dare a questa intuizione una forma teorica rigorosa. In un lavoro che chiamo thick bioethics sostengo, dati alla mano, che la bioetica contemporanea si è assottigliata lungo più assi: concettuale, metodologico, istituzionale, di contenuto. Uno di questi assi è quello che mi riguarda ora: oltre l’ottanta per cento della bioetica accademica si è concentrata nelle scienze della salute, gravitando attorno all’etica clinica e trattando le questioni sistemiche — l’AI, la comunicazione del rischio, l’ecologia — come appendici. La conseguenza è che chi fa bioetica dentro questi territori viene letto come uno che fa qualcosa di meno “bioetico”, invece che qualcosa di “bioetico” in un modo diverso. Il mio lavoro vive lì. Nel corso di quasi un decennio di ricerca ho proposto una metodologia, la preference epidemiology, che tratta i valori dei pazienti come dati epidemiologici misurabili. Ho costruito framework etico-normativi per la comunicazione del rischio nelle emergenze sanitarie. Ho progettato e messo online sistemi reali per il rilevamento della disinformazione. Ho co-firmato una guidance dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. È bioetica che fa il suo mestiere potteriano: arriva dove di solito la riflessione etica non arriva. Per la commissione di filosofia morale, però, tutto ciò che tocca un ospedale o un algoritmo si riclassifica come “regolativo”, “operativo”, “applicativo”. Cioè come non-filosofia. L'(IM)PREPARAZIONE DELL’ACCADEMIA ALL’INTERDISCIPLINARITÀ I giudizi negativi del settore 11/C3 sono coerenti, e proprio per questo istruttivi. Convergono tutti sulla stessa formula: la mia produzione non sarebbe “pienamente inserita, in modo sistematico e approfondito, nel dibattito etico-teorico”; mancherebbe di “argomentazione filosofico-morale autonoma”; sarebbe troppo orientata a “casi applicativi, linee guida, principi operativi, framework di intervento”. E qui voglio essere preciso, perché non sto protestando contro una descrizione sbagliata. Quel ritratto – un lavoro orientato a casi applicativi, linee guida, principi operativi, framework di intervento – non lo contesto affatto. Lo trovo accurato. È esattamente ciò che faccio, ed è ciò che rivendico. Ciò che non sta in piedi non è la descrizione del mio lavoro, ma l’assunto silenzioso che le viene appiccicato: che roba del genere non abbia diritto di cittadinanza nella provincia di cui parlavamo, la filosofia morale. Che occuparsi di come una linea guida decide della vita concreta di qualcuno sia meno rilevante che discuterne in astratto. Quell’assunto, e non il ritratto, è la cosa che non regge. Ed eccoci alla seconda trappola. In questa ontologia del sapere, quella su cui poggia l’impalcatura dell’ASN e su cui a sua volta si regge il sistema accademico italiano, non esiste un criterio per valutare l’attraversamento dei confini, se non quello di ridurlo a una delle discipline attraversate e misurarne il difetto. E “si regge” va inteso in due sensi, perché qui il criterio non si limita a riflettere il valore: lo plasma. Primo: i criteri ASN orientano in anticipo il lavoro di chi all’abilitazione aspira. Si scelgono gli argomenti, i tagli argomentativi, le riviste in funzione di ciò che la griglia premia; ci si rende valutabili restando dentro i confini, perché attraversarli costa. Secondo: i profili che la griglia seleziona sono, per costruzione, quelli più allineati ai suoi criteri, e quei profili diventano a loro volta i commissari, i relatori, i maestri di domani, che applicheranno e tramanderanno gli stessi criteri. È un anello chiuso. Il sistema non si limita a non vedere l’oggetto interdisciplinare: si dispone, sessione dopo sessione, a non produrne più, e a non riconoscerlo quando arriva da fuori. Un test di competenza monodisciplinare applicato a un oggetto multidisciplinare, allora, non è una valutazione severa: è un errore di categoria che si autoalimenta. La domanda che la bioetica pone — può un caso clinico generare teoria, e non solo illustrarla? — nell’attuale architettura concorsuale non ha un luogo in cui essere giudicata.
June 29, 2026
ROARS
Riforma dell’ASN: avanti tutta!
Lo scorso 18 giugno la VII Commissione parlamentare ha concluso i suoi lavori e dato mandato al relatore Gerolamo Cangiano di riferire alla camera dei deputati l’esito favorevole dei lavori (che si possono leggere qua). In commissione gli emendamenti dell’opposizione sono stati tutti respinti. Arriva quindi alla Camera, nella sostanza blindato, il testo approvato dal Senato. La spartizione delle poltrone d’oro di ANVUR tra i partiti di maggioranza ha permesso il via libera al testo della riforma che stava provocando attriti tra Forza Italia e FDI. I lavori dell’assemblea sono iniziati il 19 giugno con una laconica presentazione da parte del Relatore.  Gli interventi delle forze di maggioranza e opposizione sono riportati nel documento che potete leggere in calce.  Nel suo intervento il deputato Antonio Caso (M5S) ha ricordato le parole della Ministra Bernini che di fronte alle proposte emendative unitarie della minoranza rispondeva: >  “Il dialogo è sempre utile quando serve a rafforzare qualità, trasparenza ed > efficacia del sistema universitario. Per questo accolgo con favore l’invito > delle opposizioni ad aprire un confronto > sulla riforma del reclutamento. Organizzeremo a breve un incontro strutturato > (…)”. A seguito di questa presa di posizione pubblica, si fermano i voti in Commissione e l’analisi del provvedimento. Si svolge un incontro tra governo e parte delle opposizioni che si conclude con un “vi faremo sapere”. Poi un mese di silenzio. E poi di nuovo le votazioni in commessione. > Cosa era accaduto, intanto, dietro le quinte? Era successa una cosa tanto > semplice, quanto becera: una spartizione vera e propria delle poltrone > all’interno dell’Anvur, all’interno dell’Agenzia – che dovrebbe essere > indipendente – che valuta la ricerca e l’università in Italia. E prima di > questo, infatti, la Ministra aveva anche cambiato i regolamenti dell’Agenzia, > aveva fatto in modo che il Governo potesse nominare, avesse più forza per > nominare direttamente imembri all’interno di questa Agenzia. Quindi, cambio il > regolamento e, poi, la spartizionebecera, classica: una poltrona a Fratelli > d’Italia,una poltrona alla Lega, una poltrona a Forza > Italia. stenografico_camera_19_giugno    
June 22, 2026
ROARS
La desertificazione tecnologica europea
  L’Europa è rimasta sostanzialmente assente in quasi tutti i settori tecnologici strategici del XXI secolo: * Semiconduttori avanzati: l’Europa non produce microchip di frontiera in misura significativa. La produzione mondiale è concentrata per circa il 60% a Taiwan, il 17% negli Stati Uniti, il 13% in Corea del Sud, il 6% in Cina e il 4% in Giappone Smartphone: l’Europa non ha dato vita ad alcun protagonista globale. Nel primo trimestre del 2026 il mercato è stato guidato da Samsung (Corea del Sud) e Apple (Stati Uniti), seguite dai produttori cinesi Oppo, Xiaomi, vivo e Transsion.   * Piattaforme digitali: l’Europa non ha creato piattaforme digitali globali comparabili ad Apple, Amazon, Microsoft, Meta o Google negli Stati Uniti, né ad Alibaba e Tencent in Asia. Gli Stati Uniti controllano circa il 67% del mercato globale delle principali piattaforme digitali, l’Asia circa il 29%, mentre all’Europa resta una quota marginale intorno al 3%. è marginale nell’intelligenza artificiale * Intelligenza artificiale: il settore è dominato da Stati Uniti e Cina, con il contributo crescente di Singapore, Corea del Sud, India, Giappone e Canada. La presenza europea è limitata a pochi poli di eccellenza, soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Sul fronte brevettuale, la Cina detiene circa il 70% dei nuovi brevetti, contro il 14% degli Stati Uniti e appena il 3% dell’Europa * Robotica avanzata: l’Europa occupa una posizione secondaria in un settore sempre più dominato dalla Cina, che rappresenta oltre la metà delle nuove installazioni industriali mondiali.   * Ricerca sui microchip: anche nella ricerca sulla progettazione e fabbricazione dei semiconduttori il baricentro si è spostato in Asia. La Cina produce oltre il doppio delle pubblicazioni scientifiche degli Stati Uniti in questo ambito.   * Tecnologie digitali di frontiera: dal cloud computing all’informatica quantistica, dai grandi modelli linguistici alle infrastrutture digitali avanzate, il ruolo europeo rimane marginale rispetto a Stati Uniti e Cina. * Alta tecnologia: nell’export di prodotti ad alta tecnologia domina la Cina, con circa 825 miliardi di dollari annui, seguita dagli Stati Uniti con 385 miliardi. La Germania, pur essendo il principale esportatore europeo, si colloca molto distanziata con circa 266 miliardi. * Tecnologie per la transizione energetica: nei settori strategici del solare e dell’eolico la leadership è saldamente nelle mani della Cina, che detiene circa 300.000 brevetti, un numero superiore a quello del resto del mondo combinato, e investe più di Stati Uniti ed Europa messi insieme. * Batterie al litio: la capacità produttiva cinese supera i 6.300 GWh, contro circa 1.260 GWh degli Stati Uniti e meno di 500 GWh complessivamente in Germania e Francia. * Veicoli elettrici: la Cina controlla circa la metà del mercato mondiale delle auto elettriche, mentre gli Stati Uniti si attestano intorno all’8% e la Germania al 10%. A questa lista va aggiunta la sostanziale assenza nel controllo e nella gestione dei big data, che rappresentano oggi una risorsa strategica essenziale non solo per il commercio digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma anche per la sicurezza nazionale, la difesa, la cybersicurezza, l’organizzazione delle infrastrutture critiche e la capacità degli Stati di esercitare una reale sovranità tecnologica. Le principali piattaforme che raccolgono, elaborano e monetizzano i dati globali sono infatti statunitensi o cinesi, mentre l’Europa si è limitata prevalentemente a un ruolo regolatorio, senza riuscire a sviluppare attori industriali di scala comparabile. Questa dipendenza tecnologica si traduce in una crescente vulnerabilità economica e geopolitica, poiché il controllo dei dati rappresenta oggi una delle principali fonti di potere nell’economia globale e nella competizione internazionale. Il progetto della “società della conoscenza” europea, coltivato per decenni, e la stessa ambiziosa Strategia di Lisbona, che mirava a portare gli investimenti in Ricerca e Sviluppo al 3% del PIL, possono essere considerati un fallimento strategico di portata storica. Concepite per garantire prosperità economica, leadership tecnologica e autonomia strategica, queste politiche hanno prodotto un esito opposto a quello dichiarato: una progressiva marginalizzazione dell’Europa nei settori chiave dell’innovazione e una crescente dipendenza da potenze esterne per tecnologie, dati, piattaforme digitali, semiconduttori e infrastrutture critiche. Nel corso degli anni l’Unione Europea ha investito notevoli risorse nella costruzione di un complesso apparato normativo e regolatorio, senza però riuscire a favorire la nascita e la crescita di grandi attori industriali e tecnologici in grado di competere a livello globale. Il divario accumulato nei confronti di Stati Uniti e Cina è ormai tale da mettere in discussione non soltanto la competitività economica del continente, ma anche la sua capacità di esercitare una reale sovranità politica e strategica nel XXI secolo. A questo punto sarebbe forse opportuno aprire una discussione seria sulle ragioni di questo declino. Come è stato possibile che un continente che ambiva a guidare la rivoluzione della conoscenza sia rimasto ai margini delle principali trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni? E soprattutto: Quanto dovrà ancora peggiorare la situazione prima che si ammetta che il progetto europeo della “società della conoscenza” si è rivelato un fallimento storico, con conseguenze che investono non solo l’economia ma la stessa autonomia politica del continente? Quando si inizierà a cambiare la rotta?    
June 19, 2026
ROARS
Quando la giustizia esclude e uccide
Due morti che non possono essere archiviate come semplici tragedie personali. Sullo sfondo delle mobilitazioni pro Palestina a Torino, le storie di F. e M. sollevano interrogativi sulle conseguenze concrete delle misure cautelari e sull’uso degli strumenti repressivi nei confronti del dissenso politico. Una riflessione sul rapporto tra giustizia, potere e responsabilità, quando l’esclusione diventa una ferita che può segnare irreversibilmente una vita. Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane. In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono. La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche. Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari. F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive. Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese. Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante. Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo (https://infoaut.org/bisogni/ciao-chimi-chi-lotta-non-e-mai-solo-chi-sogna-non-muore-mai). Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo. Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme. Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni. Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni. La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo. Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale. Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari. In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati. La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia. In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quella di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzate alla costruzione di migliori relazioni sociali. La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano. “L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali. Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti. Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza. La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali. Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle. Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni. Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni. Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”. Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi. L’articolo è apparso su Volerelaluna l’11 giugno 2026.
June 17, 2026
ROARS
Scienza aperta e valutazione di stato: una relazione problematica
Due parole chiave rendono bene il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. Ricordo incidentalmente che quest’anno ricorrono i 40 anni dal Research Assessment Exercise (oggi REF), il modello britannico a cui si è ispirata la VQR, varato in piena epoca thatcheriana, quando l’imperativo era economico e non scientifico: ed era essenzialmente quello di produrre di più con meno. La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma attenzione: è soft non perché comandi di meno. Lo è perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente dal calcolo oggettivo delle cose. L’incentivo premiale solo apparentemente è una forma di comando debole, in realtà è un modo di dominare più profondamente fino al punto di produrre l’interiorizzazione del comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò senza ipocrisie quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”. La seconda parola che racconta efficacemente l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro éthos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’effetto estrinseco e illusorio che esse producono sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità narcisistiche. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato ad autocomprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca. Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Ritorno al senso) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”. Oggi si chiede all’agenzia di valutazione di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo tutti riconoscere – almeno con il senno di poi – che le policies di Anvur sono state proprio loro il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione dell’open science. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuovere la scienza aperta dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici dipendenti da database commerciali? L’ipotesi che Anvur si faccia promotore della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiede quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato, altrimenti sembra solo maquillage istituzionale. Ad esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro un soggetto in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker) in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo Stato esternalizzasse a un soggetto con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. E si badi: non è stata delegata solo la valutazione. Di fatto, lo Stato ha appaltato a un privato la definizione stessa di visibilità scientifica, nonché la definizione di che cosa debba considerarsi scienza. Ed è qui che affonda le radici il problema di credibilità pubblica che oggi investe università e ricerca scientifica. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza agli algoritmi opachi di un monopolista privato? Verosimilmente la nostra crisi di credibilità nasce anche dal fatto che la scienza si è lasciata burocratizzare e privatizzare, smarrendo la sua natura di bene pubblico aperto. Poi, non meravigliamoci se la società ci guarda con sospetto e diffidenza! Certo, i cambiamenti in direzione del buon senso sono sempre possibili, perfino per una tecnostruttura come Anvur. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento all’esecutivo (come previsto dal recente DPR del 7 gennaio 2026). Ma soprattutto servirebbe una convinta e convincente elaborazione critica della responsabilità che i sistemi di valutazione hanno avuto nel consolidare ecosistemi proprietari della comunicazione scientifica. Il rischio è che si cerchi, gattopardescamente, una nuova funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo percambiare davvero le pratiche della ricerca. Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di diventare nient’altro che un nuovo dispositivo di governo delle condotte scientifiche. Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la produzione della conoscenza richiederebbe il più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono di orientarla. Un’autentica scienza aperta implica la possibilità di pratiche plurali e autodirette. Al contrario, una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (potremmo dire octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), e non a una libertà realmente esercitata. Per non parlare poi del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”. Bisogna intendersi su un punto preliminare: quando si parla di scienza aperta non dobbiamo riferirci semplicemente al compito di rendere accessibili pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio. Non intendo sostenere che la scienza aperta non possa essere promossa dalle istituzioni, tutt’altro. Sto dicendo invece che l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Insomma, se non abbiamo il coraggio morale e intellettuale di fare ammenda dei guasti provocati dalla valutazione di stato, sarà impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca sano e libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi. Il problema, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire una valutazione con un’altra che magari premi di più le pubblicazioni in accesso aperto. Il problema è semmai uscire una volta per tutte dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione da porre è radicale e ci interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a loro disposizione beni pubblici e infrastrutture comuni? Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali aperte che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica. La mia non vuole essere ovviamente una critica all’azione pubblica in quanto tale. Non ogni intervento dello Stato, infatti, produce eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che governano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, da una parte, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle, dall’altra. Questo significa che alle istituzioni pubbliche non dobbiamo chiedere di governare la ricerca (come si è fatto finora con Anvur) ma pretendere che forniscano servizi e beni pubblici per la ricerca. In altre parole, per ottenere una ricerca di qualità non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino, abbiamo bisogno semmai di istituzioni che abilitino. In definitiva, il tema non è scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene pubblico e una conoscenza organizzata come risorsa da amministrare o da valorizzare economicamente. Se davvero vogliamo realizzare la quinta libertà europea, il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa ma di garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare finalmente la loro piena e costituzionale libertà di ricerca.   Relazione tenuta al convegno “La Scienza Aperta nel prisma dello European Research AREA Act (ERA Act). Il lavoro ancora da fare”, Cnr Roma 10 giugno 2026  
June 15, 2026
ROARS