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Forza Italia vuole premiare solo gli studenti di elitè
Il 7 luglio scorso i senatori di Forza Italia hanno presentato un disegno di legge intitolato “disposizioni in materia di reddito di merito e di incentivo per l’eccellenza per studenti meritevoli”: un “reddito di merito” mensile fra le 500 e le 1000 euro agli studenti considerando – con criteri molto selettivi – il voto del diploma e della triennale, la media ponderata dei voti, il conseguimento dei crediti, la regolarità del percorso degli studi e l’obbligo di partecipare a percorsi formativi e professionalizzanti. Tale reddito, che  non terrebbe conto della condizione economica dello studente, è una sorta di premio per il privilegio. È più meritevole lo studente che studia la notte, si cucina e si lava i panni da fuori sede e non ha nessun laureato in famiglia, conseguendo la media del 26, oppure il figlio di papà titolato che ha tutti trenta e potrà assommare alla paghetta mensile quella del governo? L’articolo 34 della Costituzione parla della necessità di garantire ai “capaci e meritevoli” i gradi più alti dell’istruzione, ma specificando: “anche se privi di mezzi”. L’articolo 34 va infatti incrociato con l’articolo 3 (“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”). Ma le forze di governo, come si sa, non amano la Costituzione. Il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione italiana recita che  “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Contro questo principio cardine del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, il 7 luglio scorso i senatori di Forza Italia hanno presentato un disegno di legge intitolato “disposizioni in materia di reddito di merito e di incentivo per l’eccellenza per studenti meritevoli”. La richiesta è di predisporre un “reddito di merito” mensile fra le 500 e le 1000 euro agli studenti considerando – con criteri molto selettivi – il voto del diploma e della triennale, la media ponderata dei voti, il conseguimento dei crediti, la regolarità del percorso degli studi e l’obbligo di partecipare a percorsi formativi e professionalizzanti. Tale reddito si aggiungerebbe alle borse di studio erogate  sulla base della condizione economica dello studente e dunque non terrebbe conto di quest’ultima. Il fine – dichiara la premessa al disegno di legge –  sarebbe quello di “rafforzare il sistema accademico”, “valorizzare il capitale umano” e rimuovere gli ostacoli che determinano la “fuga dei cervelli”. Il contributo sarebbe destinato a coprire i costi della vita universitaria come affitto, trasporti, libri, materiali di studio. Questa proposta si ispira ad analoghi provvedimenti già in via di attuazione nella regione Calabria (Presidente Occhiuto di Forza Italia) e in discussione al Consiglio regionale siciliano, sempre su iniziativa di Forza Italia. É improbabile che se ne veda l’attuazione, almeno in questa legislatura. Tuttavia è eclatante come i senatori post-berlusconiani non si siano posti il problema dei punti di partenza dei soggetti, così come avevano fatto i costituenti. Questa misura, lungi dal rimuovere gli ostacoli che impediscono agli studenti di rimanere sul territorio a spendere i propri titoli, prefigura una sorta di premio per il privilegio. Innumerevoli studi e statistiche mostrano l’incidenza sui risultati scolastici ed universitari del livello economico e culturale della famiglia di origine. Predisporre un reddito sulla base dei risultati scolastici e universitari, in un quadro sociale così segnato dalla diseguaglianza, significa rinforzare non il diritto allo studio, bensì l’élite: incrementare, cioè, i vantaggi della maggior parte dei beneficiati che in genere dispongono già del sostegno dei familiari. Nessun premio andrebbe invece, ad esempio, agli studenti (e sto pensando a persone in carne ed ossa) che dovendo lavorare regolarmente per mantenersi agli studi non possono raggiungere le medie del 28-30. È più meritevole lo studente che studia la notte, si cucina e si lava i panni da fuori sede e non ha nessun laureato in famiglia, conseguendo la media del 26, oppure il figlio di papà titolato che ha tutti trenta e potrà assommare alla paghetta mensile quella del governo? E se uno studente con media alta si ammala o contrae la depressione e perde il passo, che succede? Perde il reddito? Non si minaccerebbe la solidarietà fra i colleghi, dividendoli fra bravi-ricchi e scarsi-poveri? Pierre Bourdieu ha spiegato a tutti come i risultati scolastici e universitari per la maggior parte non dipendano dal merito di chi li consegue, ma siano la conferma di una pregressa situazione di privilegio, mentre i cattivi voti vadano viceversa a legittimare l’inferiorità degli altri, senza bisogno (quando va bene) di fare appello all’ereditarietà dell’intelligenza. Con altri strumenti, in Italia, idee affini le aveva rese familiari Don Milani. È vero che l’articolo 34 della Costituzione parla della necessità di garantire ai “capaci e meritevoli” i gradi più alti dell’istruzione, ma specificando: “anche se privi di mezzi”. I padri della Repubblica attingevano alle critiche dei socialisti e di Gramsci al classismo di Gentile: il fine era consentire ai “meritevoli” dei ceti sociali meno abbienti di accedere all’istruzione superiore. L’articolo 34 va infatti incrociato con l’articolo 3. Ma le forze di governo, come si sa, non amano la Costituzione. (Pubblicato su Il Manifesto)
September 4, 2026
ROARS
Il tecnocrate e il cittadino. Contro INVALSI
INVALSI presenta ogni anno i suoi numeri come scienza. Non lo sono. Dietro la patina di neutralità c’è un modello statistico che finge che classe, scuola e territorio non contino nulla. Comodo, perché così colpe e meriti ricadono tutte sui singoli studenti che non raggiungono “i traguardi” (quali??) e sugli insegnanti che insegnano male. E poi c’è un potere che risponde solo al Ministro, senza controlli parlamentari, non pubblica i dati grezzi (come fanno Istat e Banca d’Italia),  nasconde prove, metodi e rapporti. Non è un istituto scientifico. È potere che si finge sapere. -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione della filosofia contemporanea, riconducibile tra gli altri a Foucault, quello della valutazione è in verità un potere che finge di essere un sapere. Questo punto di vista è sostenuto anche dal secondo Heidegger, per il quale l’atto di “porre valori” equivale a instaurare un dominio. Quindi sarebbe importante, in ogni esercizio di valutazione, precisare quali sono gli outcome del processo da valutare, e soprattutto perché si scelgono quegli outcome e non altri. Ogni oggetto del pensiero ha una sua genealogia. Tecnicamente, sotto il profilo metodologico, i risultati elaborati e diffusi dall’INVALSI sembrano essere affetti da numerose distorsioni. Come nell’indagine dell’OCSE PISA, a cui l’INVALSI si ispira, viene utilizzato un modello a un livello secondo l’Item Response Theory. Tuttavia, successivamente alla stima delle abilità individuali tramite modelli IRT, l’elaborazione dei punteggi dovrebbe sempre tener conto della struttura gerarchica dei dati mediante modelli multilivello, ampiamente noti ed utilizzati in tutti gli ambiti di indagine in cui le unità di base possono essere aggregate secondo uno schema gerarchico. Per intenderci, lo schema nel nostro caso sarebbe: studente, classe, plesso, istituzione scolastica. Poi i punteggi dell’istituzione scolastica (ad esempio, il Liceo Classico di Praia a Mare) possono essere ulteriormente aggregati per ambito geografico o per tipologia di scuola. La letteratura dimostra che esistono l’effetto classe, l’effetto plesso, l’effetto scuola e i derivanti effetti di interazione (anche lo stesso INVALSI, nella sua collana di approfondimenti, lo ammette). L’effetto scuola a cui ci riferiamo è un oggetto concettuale diverso da quello che l’INVALSI chiama “effetto scuola”. Per noi l’effetto scuola non si esaurisce nell’incremento (auspicabile) delle competenze individuali, ma è qualcosa di più ampio e più sfumato (per fare un esempio letterario, quello descritto da Edoardo Albinati ne “La scuola cattolica”, Premio Strega 2016). In effetti è facile comprendere che l’apprendimento disciplinare, la maturazione delle personalità e, nei gradi più alti dell’istruzione scolastica, quella dei cittadini, sono processi collettivi, non esclusivamente individuali (alla faccia dell’individualismo metodologico, dell’utilitarismo e di tutte le altre scuole di pensiero che Marx liquidò a suo tempo come “materialismo volgare”). E non possono essere colti dall’aggregazione per somma algebrica dei punteggi individuali. D’altra parte, l’INVALSI non è un istituto scientifico vero e proprio, ma un ente pubblico con funzioni scientifiche sottoposto al controllo del potere esecutivo. Il Presidente e il Consiglio di Amministrazione sono nominati direttamente dal Ministro, e non devono essere “approvati” dal Parlamento come nel caso dell’Istat. Ciò può essere alla base di alcune distorsioni nell’elaborazione dei dati, oltre che di scelte curiose nella costruzione del sistema di valutazione. Ad esempio, l’INVALSI misura i risultati in italiano, matematica e inglese, e non quelli in materie come storia ed educazione civica. La scelta di concentrare la valutazione standardizzata su alcune competenze e non su altre riflette inevitabilmente una precisa concezione della scuola. Ora, ciò non stupisce, essendo l’INVALSI stato istituito da Luigi Berlinguer e poi potenziato e reso operativo dalla triade Berlusconi-Gelmini-Tremonti in concomitanza con la riforma delle scuole del 2009. Quanto maggiore è l’autonomia scientifica dell’ente produttore, tanto maggiore è la credibilità che le sue scelte metodologiche siano motivate esclusivamente da criteri metodologici, soprattutto quando gli indicatori prodotti orientano direttamente le politiche pubbliche. Più in generale, il tecnocrate “attacca il somaro dove vuole il padrone”, oppure è egli stesso il padrone (come fu per Corrado Gini all’Istat, Pasquale Saraceno e Alberto Beneduce all’IRI, Enrico Mattei all’ENI, etc.). Sarebbe poi interessante che l’INVALSI mettesse a disposizione del pubblico i dati di base, opportunamente anonimizzati. Già lo fa, ci si dirà, ma occorre fare domanda ed ottenere l’autorizzazione dell’ente stesso. Poiché le prove INVALSI incidono in misura crescente sul dibattito pubblico e sulle politiche scolastiche, sarebbe auspicabile una politica di open science più avanzata. La disponibilità di microdati completamente anonimizzati, liberamente scaricabili, consentirebbe analisi indipendenti, repliche degli studi dell’istituto e un più ampio scrutinio pubblico delle metodologie adottate. Addirittura la Banca d’Italia mette a disposizione i dati riferiti alle singole unità statistiche rilevate nell’Indagine sul risparmio, il patrimonio e il reddito delle famiglie italiane, resi opportunamente anonimi, sul proprio portale, dal quale chiunque li può scaricare liberamente, senza registrarsi e fornire motivazioni. Questa politica ha favorito un enorme numero di lavori scientifici, anche internazionali (ad esempio, questi microdati sono usati in moltissimiarticoli scientifici sulla distribuzione del reddito italiano). Anche l’Istat è oggi più aperto dell’INVALSI, dato che prevede forme di diffusione diretta di microdati anonimizzati. Questa della pubblicità dei microdati è, ad ogni modo, una questione politica da approfondire. Inoltre, il rapporto INVALSI indica che la rilevazione è totale, ma alcune elaborazioni sono effettuate su un campione probabilistico a due stadi, con stratificazione delle unità di primo stadio. Questo è positivo ma, trattandosi di campioni, si dovrebbero anche mostrare gli intervalli di confidenza, che sono un indicatore dell’incertezza della stima. Da quanto sommariamente scritto nell’ultimo rapporto, e precisato nei parafernalia di corredo all’indagine, si tratterebbe di cross- section ripetute. È ben noto che la varianza della stima di una differenza richiede una numerosità campionaria assai più elevata che nel caso della stima di una media, quindi le variazioni anno su anno richiedono una numerosità campionaria più ampia di quella che riguarda la stima di una media. Ogni studente universitario che abbia seguito un corso di statistica avanzato sa che inquesti casi sarebbe preferibile usare campioni longitudinali, meglio se ruotati. Inoltre, poiché il campione è complesso, la media campionaria semplice non coincide con la media della popolazione e occorre utilizzare stimatori pesati che incorporino il disegno campionario per ottenere stime rappresentative della popolazione. Ma l’aspetto più importante riguarda il calcolo dei punteggi individuali degli studenti. I Rapporti annuali sono sostanzialmente scevri di dettagli metodologici. Sembrerebbe che questi siano esposti principalmente in un Rapporto tecnico del 2018, oltre che dispersi tra i 71 working paper pubblicati sul sito dell’istituto, non risultando quindi facilmente scovabili. Il cittadino standard (ma anche quello colto, pure laureato in discipline scientifiche) deve investire un bel po’ di tempo per capire bene. Quindi, in linea di principio, si fida, oppure rigetta in toto i risultati. Occorre anche intendersi su cosa si indichi con il termine metodologia. Sarebbe importante riuscire ad avere immediata contezza dell’affidabilità delle stime ottenute, oltre che del metodo statistico concretamente utilizzato. Tra i modelli IRT vi è un’ampia gamma di scelte possibili. La nostra impressione è che l’INVALSI non utilizzi più di tanto il principio di giustificazione sotto il profilo statistico metodologico; assai ampia è invece la spiegazione/giustificazione degli aspetti legati alla costruzione dei singoli item (e questo è assai commendevole, va da sé). In sintesi, l’INVALSI rappresenta un esempio significativo di come una tecnica di misurazione possa essere utilizzata come strumento di governo e di esercizio del potere, analogamente a quanto avviene per molte scienze sociali nella loro versione mainstream. Le valutazioni, come anche le statistiche economiche e sociali, costituiscono inevitabilmente una rappresentazione selettiva dei fenomeni osservati, in quanto ogni indicatore richiede scelte precise sugli aspetti da misurare e si fonda su specifici riferimenti teorici. Per questo motivo, è importante che tali presupposti siano dichiarati in modo esplicito, così da rendere trasparenti i criteri che orientano la costruzione e l’interpretazione degli indicatori. Un esempio è la stima del PIL, il cui ancoraggio teorico principale è dato dalla teoria keynesiana, come illustrato nell’opera pionieristica di Benedetto Barberi. Nelle Nozze di Figaro il protagonista dice “l’arte schermendo/l’arte adoprando/di qua schermendo/di là scherzando/tutte le macchine rovescerò”. Mozart si riferisce alla forza del pensiero illuminista-borghese che travolge l’ancien régime. Duecentocinquanta anni dopo dovremmo avere la forza per rovesciare le macchine del dominio neocapitalista.
September 2, 2026
ROARS
Tecnologie, ora l’Europa è segnata dal tramonto
Il rinnovato bellicismo europeo è l’altra faccia della medaglia del declino tecnologico. L’Europa è rimasta sostanzialmente assente in quasi tutti i settori tecnologici strategici del XXI secolo. Non produce semiconduttori avanzati in misura significativa. Non ha creato smartphone capaci di competere su scala globale. Non controlla le grandi piattaforme digitali che organizzano l’economia contemporanea. È marginale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture cloud, nei grandi modelli linguistici, nella produzione di batterie e nelle tecnologie della transizione energetica. Mentre Stati Uniti e Cina si contendono la leadership tecnologica mondiale, l’Europa osserva dalla periferia. Nel settore dei microchip più avanzati il primato appartiene a Taiwan, Corea del Sud e Stati Uniti. Nel mercato degli smartphone dominano aziende asiatiche e americane. Le principali piattaforme digitali globali sono statunitensi o cinesi. Nell’intelligenza artificiale la competizione è ormai un duopolio tra Washington e Pechino, mentre la Cina è diventata il principale depositario di brevetti e il maggiore investitore nelle tecnologie strategiche del futuro. Anche nei settori che dovrebbero essere il cuore della transizione ecologica il quadro non cambia. La Cina domina la produzione di pannelli solari, turbine eoliche, batterie al litio e veicoli elettrici. Controlla quote decisive delle catene globali del valore e investe più di Stati Uniti ed Europa messi insieme nelle tecnologie energetiche del futuro ed è leader negli articoli scientifici e nei brevetti. Il futuro che attende l’Europa è fosco: dal 1980 a oggi la quota europea del PIL mondiale si è quasi dimezzata, passando da circa il 30% al 17% e le prospettive indicano un ulteriore arretramento. Un continente che perde terreno nelle tecnologie strategiche, che dipende da altri per i microchip, i dati, l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali, è un continente destinato a contare sempre meno anche sul piano economico e geopolitico. La marginalizzazione tecnologica è il sintomo di un declino più profondo. Oggi una delle principali fonti di potere economico, politico e militare è il controllo dei dati. I big data alimentano l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, le infrastrutture critiche, la pianificazione industriale, la difesa e perfino la capacità degli Stati di comprendere e governare le proprie società. Tuttavia, le grandi piattaforme che raccolgono, elaborano e monetizzano questi dati sono quasi tutte americane o cinesi. L’Europa ha scelto soprattutto il ruolo di regolatore, senza riuscire a costruire attori industriali di dimensione comparabile. Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica che si traduce inevitabilmente in dipendenza economica e geopolitica. Eppure, per oltre vent’anni l’Unione Europea ha proclamato l’obiettivo di diventare la più avanzata “società della conoscenza” del mondo. La Strategia di Lisbona prometteva di trasformare l’Europa nell’economia più competitiva e dinamica del pianeta attraverso investimenti in ricerca, innovazione e alta formazione. Oggi possiamo constatare che quell’obiettivo è fallito. Mentre l’Europa è ben lontana dal traguardo del 3% di spesa in ricerca e sviluppo rispetto al PIL vagheggiato agli inizi degli anni 2000, la Cina arriverà a questo traguardo nel 2030 con un incremento della spesa previsto dal XV piano quinquennale del 7% annuo nei prossimi 5 anni. Nonostante l’enorme produzione di documenti strategici, programmi quadro, agenzie, direttive e regolamenti, l’Europa non è riuscita a creare campioni tecnologici comparabili a quelli statunitensi o cinesi. Ha costruito un apparato normativo sempre più sofisticato, ma non un ecosistema industriale e tecnologico capace di competere nei settori decisivi del XXI secolo. La questione, dunque, non è soltanto economica. È politica, istituzionale e culturale. Come è stato possibile che un continente dotato di alcune delle migliori università del mondo, di una straordinaria tradizione scientifica e di ingenti risorse pubbliche sia rimasto ai margini delle principali rivoluzioni tecnologiche degli ultimi decenni? La risposta non può essere ricercata nella mancanza di conoscenze, di capitale umano o di finanziamenti. Occorre invece interrogarsi sulle scelte politiche, sugli assetti istituzionali e sulla visione economica che hanno guidato l’Europa negli ultimi quarant’anni. Comprendere le ragioni di questo declino relativo non è soltanto un esercizio di analisi storica: è una condizione necessaria per immaginare una strategia diversa e restituire all’Europa un ruolo da protagonista nell’innovazione tecnologica globale. Pubblicato su Il Fatto Quotidiano 
August 31, 2026
ROARS
Riformiamo (ancora) i concorsi universitari
Qualche settimana fa, il parlamento ha approvato una riforma del reclutamento universitario che abolisce, ma solo un po’, il meccanismo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.  Le opposizioni hanno risposto con una proposta di “concorso nazionale”.  Sia la maggioranza, che l’opposizione sembrano individuare alcuni problemi del sistema, ma non si sono prese le necessarie responsabilità dello stato di cose presente, e le loro proposte non cambiano i fondamentali dell’Università e della Ricerca in Italia. A parte le solite, necessarie, ripetute, e mai ascoltate richieste di finanziamenti (“no strings attached”) per il sistema dell’Università e della Ricerca, qui si propone la netta separazione tra reclutamento e progressioni di carriera come (una) riforma del sistema; una riforma già implementabile, anche se, ovviamente, non a costo zero, che rappresenta una soluzione parziale ai problemi più evidenti dell’Accademia.  Non una panacea, ma sicuramente utile e, sia concesso, una cosa non provinciale. UNA RIFORMA DA RIFORMARE Ancora una volta, la politica si sta occupando di “riformare” i concorsi universitari.  Qualche giorno fa, il Parlamento ha approvato una proposta del governo, nota come “DdL Bernini”. Quali sono le ragioni di questa nuova attività “riformatrice”?  A parte discorsi più generali sulla struttura attuale dell’Accademia e della Ricerca, del suo finanziamento e sugli impatti delle nuove tecnologie di Intelligenza Artificiale, di cui si può discutere altrove, ci sono almeno due questioni che hanno imposto una rivisitazione del tema dei “concorsi”. La prima questione riguarda la macchinosità e la burocratizzazione dei meccanismi di valutazione e di selezione dei singoli.  Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) in primis.  La seconda riguarda il continuo stillicidio di notizie sui “concorsi truccati” dove “i baroni” fanno vincere “gli interni”. A parte il fatto che, secondo la vulgata dei promotori della Legge Gelmini, inclusi molti commentatori sui vari media italiani, i “baroni” sarebbero stati eliminati dalla suddetta legge, il dibattito attuale è un déja vu. Sintetizzando e semplificando, il DdL Bernini ha abolito parzialmente l’ASN, sostituendola con norme e regolamenti stabiliti centralmente, anche con un sostanziale rafforzamento e controllo politico da parte dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); ciò non garantirebbe comunque l’assenza dei temutissimi e dispendiosissimi “ricorsi”, sia per i ricorrenti che per le istituzioni.  Al contrario le forze di opposizione, tutte, stanno convergendo sul ripristino del “concorso nazionale”, ovvero quello che era in vigore fino al 1998, giustificato da dichiarazioni riguardo la “qualità diffusa” del sistema complessivo dell’Università e della Ricerca. Io ritengo che nessuna delle proposte affronti i problemi veri o percepiti dei concorsi universitari.  Problemi che invece andrebbero affrontati separando nettamente il “reclutamento” dalle “progressioni di carriera”. Prima di procedere nell’esposizione dell’opinione personale su come dovrebbero essere riformati i concorsi, in ogni caso, ed indipendentemente dai particolari di questa o quella proposta, va citata, sempre e comunque, la scena dal film “Jerry McGuire”: “Show Me The Money!”.  Ovvero, il finanziamento complessivo al sistema dell’Università e della Ricerca è tuttora infimo. IL CLIMA NEI DIPARTIMENTI Sgomberato il campo dalle questioni venali, vediamo un po’ cosa succede oggi nelle Università (e, pare, negli ERP) riguardo le carriere, e dove le proposte sul tappeto convergono di fatto: la compressione dell’autonomia universitaria e della libertà accademica centrata sui Dipartimenti (full disclosure: ne dirigo uno, di Informatica). Il clima nei Dipartimenti e negli ERP non è dei migliori.  Le giuste aspettative di molte persone che hanno contribuito alle attività di ricerca e didattica (le missioni principali dell’Università) si trovano frustrate dai meccanismi di promozione, che, inevitabilmente rallentano le carriere, esigono quantità enormi di “lavoro inoperoso” e fanno produrre, alla fine della fiera, grandi quantità di “lavori” (pardon, “prodotti della ricerca”), spesso solo minimamente incrementali.  Queste frustrazioni, combinate alla necessità di pubblicare o perire, non agevolano una buona convivenza e soprattutto non agevolano delle cooperazioni virtuose tra colleghi.  La mancanza di finanziamenti adeguati al sistema (i dati sono macigni, nonostante le dichiarazioni dei ministeri, a partire da quello per l’Economia e la Finanza), l’ASN e le procedure imposte da ANVUR, aggravate dall’organizzazione amministrativa “separata in casa” degli Atenei imposta dalla Legge Gelmini, sono la causa prima di questi problemi.  E no, il numero di pubblicazioni (pardon: dei “prodotti per la ricerca”) non è una misura valida: chi lo sostiene dovrebbe spiegare come mai l’Italia sia più produttiva, tout court, della Cina, secondo uno studio pubblicato su PLoS One[1]. Sia le forze ora al governo che quelle di opposizione riconoscono alcuni dei problemi della situazione attuale e propongono ora due soluzioni riguardanti i concorsi universitari, citando, tra l’altro, il “localismo” come problema principale. Un’anticipazione: non lo è, e se lo è, c’è una soluzione Oltre alle considerazioni fatte precedentemente, si nota però che né le forze di governo, né quelle ora di opposizione riconoscano le rispettive, e simili, responsabilità per la situazione attuale.  Le forze di governo non riconoscono che la Legge Gelmini è fonte primaria dei problemi attuali, sebbene votata da loro (inclusi i predecessori di Fratelli d’Italia), mentre l’opposizione, il PD in primis, non riconosce ancora, neppure nei documenti interni, che ANVUR e l’ASN furono proposte e votate dai suoi esponenti. LA LEGGE “BERNINI” E LA PROPOSTA DELLE OPPOSIZIONI La maggioranza ha fatto propria una proposta essenzialmente “ministeriale” dove i concorsi rimarrebbero locali ma con regole stabilite altrove e probabilmente per legge su chi e come può accedervi. Il problema è che sulle suddette regole ancora non si sa molto e, in ogni caso, una struttura come ANVUR potrebbe avere – si presume troppa – voce in capitolo.  L’effetto sarebbe di non risolvere il problema principale accentrando comunque potere in questa o quella struttura e comunque comprimendo, anche mediante il sorteggio delle commissioni, l’autonomia dei dipartimenti. L’opposizione si è dichiarata per il ritorno alla situazione pre-1998 con il “concorso nazionale” a scadenza annuale o addirittura biennale.  I dipartimenti dichiarerebbero le loro necessità prima della scadenza e la commissione nazionale stilerebbe una graduatoria nazionale da cui, presumibilmente, i dipartimenti sceglierebbero.  Le forze di opposizione glissano sull’enorme potere che si consegnerebbe ai ministeri per la gestione di queste elefantiache e vogoniane procedure e l’esperienza ci dice che “bloccare i concorsi” sarebbe una facile manovra governativa per fare cassa.  È già successo, e la soluzione furono i giustamente vituperati, per gli addetti ai lavori, “ope legis”. Le due proposte attaccano quindi i problemi principali della situazione attuale e favoriscono l’autonomia universitaria e la libertà accademica?  In generale no. Al mondo esiste una varietà di sistemi di reclutamento accademico, più o meno distribuiti sugli assi “centralismo” e “distribuzione”.  La proposta del governo sembra promuovere la “distribuzione”, ma introduce forme di “centralismo” o di “controllo centralizzato”, specialmente attraverso ANVUR.   La proposta delle opposizioni è decisamente “centralista”, con la giustificazione che “bisogna mantenere una caratterizzazione nazionale dell’Accademia”. Ora, è mia opinione che la proposta delle opposizioni sia puramente “reattiva” e mal pensata, anche se piena di buone intenzioni.  Ma qui stiamo parlando di strade; lastricate.  Il “concorso nazionale” pre-1998 era un retaggio napoleonico (o cinese) e, se implementato, si presenterebbe oggi come un “unicum” (assieme alla Turchia) nel panorama OCSE.  Con un ulteriore problema: la “provincializzazione” del sistema, nonostante i proclami provenienti da ANVUR e dai ministeri sull’ “internazionalizzazione”. UNA PROPOSTA OPERATIVA Il problema principale che tutti additano è il cosiddetto “localismo” dei concorsi attuali e di quelli “distribuiti” in vigore tra il 1998 ed il 2011.  Ogni discussione sui concorsi parte da lì e lì si arena.  Eppure, il decreto 30 e legge 79 del 2022, nelle parti riguardanti il reclutamento universitario, già mette a disposizione dei dipartimenti un mezzo per limitare questo problema: le posizioni, in particolare quelle di Ricercatore Tenure Track (RTT), possono essere riservate a persone che abbiano avuto contratti di almeno 36 mesi (cumulativi) al di fuori dell’Ateneo, dottorato incluso. In ogni caso, anche tenendo ferme le progressioni da ricercatore “tenure-track”, a professore associato, fino a professore ordinario (ovvero, tralasciando, al momento, le discussioni sul “ruolo unico”) i punti di intervento fondamentali sono due: la limitazione del fenomeno dell’“inbreeding” e la netta separazione tra reclutamento e progressioni di carriera. Il fenomeno dell’“inbreeding” (ovvero dei reclutamenti degli “interni”, che, ricordiamo, sono una delle cause principali dei malumori nei dipartimenti e delle tirate giornalistiche a latere) è già risolvibile imponendo la “regola dei 36 mesi” per le posizioni RTT.  Nota bene: nei paesi anglosassoni ed in Germania il problema praticamente non esiste; nel primo caso per consuetudine culturale, nel secondo per ferree (troppo) norme legislative. Al tempo stesso, il sottoporre le promozioni a “concorso”, crea iniqui rallentamenti di carriera e dissapori tra colleghi.  La soluzione in questo caso è di avere concorsi per posizioni da associato o ordinario esclusivamente per candidati esterni.  Il passaggio ad associato (“tenure”) dovrebbe essere condizionato a requisiti che un dipartimento elenca al momento della entrata in servizio nel ruolo di RTT.  Lo stesso dicasi per il passaggio dal ruolo di associato a quello di ordinario: al momento dell’entrata in servizio come associato un dipartimento elencherà i requisiti per il passaggio al ruolo di ordinario.  La differenza è che la non concessione della “tenure” causa il decadimento dal ruolo. Si noti che i requisiti non dovranno includere vincoli finanziari complessivi; in particolare, l’oscena clausola che accompagna dal 2010 ogni norma riguardante l’università e la ricerca (“senza aggravi per il bilancio”) va semplicemente espunta dal lessico.  I requisiti per l’acquisizione della tenure e per la promozione a ordinario dovranno essere decisi dai dipartimenti, in autonomia, al massimo, ma non obbligatoriamente, tramite coordinamento a livello delle società scientifiche e del CUN.  Lo stesso dicasi per le procedure di selezione, da cui eleminare inutili, e costosi, aggravi amministrativi. Il fatto che i concorsi RTT e tutti quelli di reclutamento saranno riservati ad esterni garantirà una migliore autoregolamentazione complessiva del sistema.  Dopotutto, buona parte dei sistemi esteri di riferimento adottano queste forme di organizzazione. QUALI SONO LE CRITICHE A QUESTA PROPOSTA? Una critica seria riguarda la vita delle persone.  Vista l’età media attuale per l’entrata in “tenure track” (RTT) è chiaro che l’imposizione di spostarsi fisicamente può creare dei problemi ad alcuni.  Si consideri però che questo passaggio avviene comunque ad un’età in cui le persone e le famiglie possono ancora essere flessibili e ci si aspetta che siano messe in atto politiche per abbassare l’età per l’entrata in “tenure track” (RTT), ad esempio, aumentando … i finanziamenti.  Si noti che la proposta delle opposizioni assume che un periodo post-doc diventi “obbligatorio”, aumentando in questo modo il periodo di precariato. Esiste però un’ulteriore ragione per procedere con gradualità. Molti giovani ricercatori hanno costruito il proprio percorso professionale sulla base delle regole attualmente vigenti. Cambiarle improvvisamente mentre stanno cercando di accedere alla tenure track sarebbe ingiusto e rischierebbe di compromettere aspettative maturate in buona fede. Per questo motivo, un eventuale requisito di mobilità all’ingresso nella tenure track dovrebbe entrare in vigore solo dopo un congruo periodo transitorio — ad esempio tre anni dall’approvazione della riforma — così da consentire a chi è già nel sistema di programmare il proprio percorso senza vedersi cambiare le regole durante la corsa. Una seconda critica molto seria si riassume con “il sistema anglosassone ha serissimi problemi di distribuzione di risorse e di sperequazione”.  UC Berkeley in California non è il “community college” di Libby, Montana e viceversa.  Ma ciò dimentica che comunque già ora abbiamo enormi problemi di finanziamento e che questi si risolvono garantendo una base ragionevole (e molto generosa) per tutti: l’uguaglianza ha dei vantaggi.  E la discussione sui “finanziamenti del sistema” e dei “finanziamenti competitivi per la ricerca” è un capitolo a sé stante, anche alla luce delle tendenze dei governi conservatori ad usare queste leve per sminuire l’autonomia delle istituzioni accademiche e la libertà di ricerca. Ritengo le altre critiche meno convincenti e si raggruppano sotto due etichette.  La prima ha come etichetta il “eh ma qui siamo in Italia”.  La seconda è “eh ma loro sono in P” (con P che assume il valore “Slovenia”, “Corea del Sud”, “Svizzera”, “USA”, “Germania”, “Botswana”, etc., etc.).  Questo tipo di argomentazioni arriva sempre nelle discussioni in cui si propone ciò che è appena stato descritto.  Chi scrive, ovviamente anche per storia personale, trova queste argomentazioni … provinciali e, in fondo, piuttosto superbe nella loro pretesa di riuscire a creare in Italia un sistema “più migliore”.  Specie quando poi regolarmente accompagnate da esortazioni all’“internazionalizzazione” del sistema. CONCLUSIONI Concludo con una nota di cautela.  Il sistema proposto è una panacea? No.  Ma risolve alcuni dei problemi che a questo punto tutti ritengono pervasivi.  Il sistema proposto è troppo “anglosassone”? Probabile.  Ma si noti come, tra tutti i sistemi provati in Italia, quello “anglosassone” non c’è mai stato: neanche quello della stagione 1998-2010 era tale, grazie alla grande tradizione manzoniana dei nostri legislatori: l’azzeccagarbuglio; aggravato dal vogonismo.  In particolare, non eliminava l’inbreeding, ma tendeva piuttosto a distribuirlo attraverso accordi tra dipartimenti. Proviamo allora qualcosa di diverso. Facciamolo evitando sia le rigidità di alcuni modelli europei, sia le disuguaglianze che caratterizzano molti dei sistemi “anglosassoni”.  L’obiettivo non è imitare un paese o un altro, ma costruire un sistema più aperto, più internazionale, meno burocratico e capace di imparare dalla propria esperienza. In altre parole, un’università e una ricerca che respirino, siano migliori, più partecipate e collaborative. [1] https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212.  Lo studio citato è utile, ma non è il solo recuperabile su questa falsariga; vedasi, ad esempio questo articolo apparso su “Studies in Higher Education”, https://doi.org/10.1080/03075079.2019.1693989 e, come commento generale, che comunque è a sostegno della tesi, questo recente articolo su Nature, https://www.nature.com/articles/d41586-025-03636-x all’interno di una raccolta dal titolo “The Future of Universities”, https://www.nature.com/immersive/d41586-025-03086-5/index.html .
August 5, 2026
ROARS
Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione
Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica? La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono possibile la pubblicazione stessa. Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche commerciali. Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere, quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del singolo autore. Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint. Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono richiedere mesi o persino anni. Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori. Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e delle informazioni sulla ricerca. La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset, codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo, DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende. È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software Heritage offrono maggiori garanzie. Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish, il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride. La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia economicamente del lavoro della comunità scientifica. È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro. In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario, non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide la ricerca.  
July 29, 2026
ROARS
Università pubblica: la politica del soffocamento e la resa dei rettori
Non si ferma il soffocamento dell’università pubblica. E’ confermato che nel 2026 il finanziamento complessivo non registrerà alcun aumento reale. Ora è in arrivo il decreto con cui il fondo verrà ripartito tra gli atenei: non solo poche risorse, ma regole di distribuzione che condannano al declino la maggior parte delle università italiane. Lo scorso 26 giugno, al Tecnopolo Dama di Bologna, la ministra Anna Maria Bernini aveva annunciato con toni trionfali (nel pieno stile autocelebrativo di questo governo) 50 milioni di euro aggiuntivi per l’FFO, il fondo di finanziamento ordinario. Una cifra irrisoria rispetto a un fondo che vale circa 9,4 miliardi. Ma comunque quell’aumento, nella sostanza, non c’è. Il fondo complessivo rimane praticamente fermo in termini nominali e risulta persino ridotto se si considera che nella sua composizione entrano partite spostate da altri capitoli, come il piano straordinario per i ricercatori del Pnrr (circa 11 milioni di euro), che, per altro, stabilizzerà solo una minima parte degli oltre ottomila precari con contratto in scadenza (perché sottodimensionato rispetto a quanto sarebbe necessario, e perché sarà solo in parte utilizzato da diversi atenei per ragioni che sarebbe interessante approfondire). Sancito il sottofinanziamento, è in arrivo ora il decreto di riparto. La bozza è pronta e ha appena ricevuto (il 23 luglio) parere favorevole dal Consiglio universitario, proprio mentre lo stesso Cun è sotto attacco, per essere ridotto a spettatore passivo da un progetto di riforma già al Senato. I numeridella bozza raccontano una spartizione impietosa: 53 atenei su 66 avranno nominalmente un incremento dello 0%, che in realtà, considerando inflazione e spostamento di partite di bilancio, significa un arretramento. E poteva venire fuori qualcosa di perfino peggiore, se si considera che è solo attraverso un patto solidaristico tra atenei che la clausola di salvaguardia ha fermato le variazioni minime allo 0% (per molti atenei altrimenti si sarebbe avuta una variazione negativa rispetto al 2025, anche in termini nominali). Questo è il risultato dell’imposizione, da parte del ministero, di un meccanismo di riparto fondato su criteri dimensionali (non è un percorso iniziato da questo governo, ma questo governo persevera sulla stessa disastrosa strada). Due terzi dell’FFO (il rimanente è prevalentemente attribuito via quota storica) vengono distribuiti attraverso due algoritmi. Il primo è il famigerato costo standard, basato sul numero di studenti. È il dispositivo che spinge gli atenei a inseguire iscritti in ogni modo possibile, alimentando derive da “laureificio” sempre più vicine al modello delle telematiche: corsi online senza adeguate infrastrutture, abbassamento della qualità, corsi acchiappa-iscritti al posto dei saperi che non fanno massa ma restano strategici per il paese. Un meccanismo suicida se si guarda alla demografia: l’Istat certifica che le nascite in Italia sono crollate di oltre un terzo dal 2010 a oggi, e questo significa che nei prossimi quindici anni la platea potenziale di studenti si ridurrà nella stessa proporzione. Ancorare il finanziamento a un numero di iscritti che strutturalmente si assottiglia condanna gli atenei medi e piccoli a una asfissia lenta e programmata. La quota riferibile al costo standard, per di più, nel 2026 aumenta, passando dal 36% al 38% dell’FFO. Il secondo algoritmo è la cosiddetta quota premiale. Ma di premiale ha pochissimo. Per come è calcolata, la quota premiale si rivela quasi perfettamente proporzionale alla dimensione degli organici. Il sistema di valutazione della ricerca, infatti, oltre a essere contestato da larga parte della comunità scientifica, incide molto meno di quanto la retorica ministeriale lasci intendere e finisce per pesare pochissimo sull’FFO: conta chi ha più docenti, non chi fa ricerca di qualità. Messi insieme, i due meccanismi innescano una spirale, che fa arrivare le briciole ai pochi atenei già forti, mentre il resto del sistema arretra. La ragione è semplice da comprendere: i criteri di riparto definiscono come distribuire una torta che non cresce (cioè l’FFO complessivo), e se alcuni (pochissimi) atenei prendono più risorse, gli altri (molti) inevitabilmente ne prendono sempre di meno. Anno dopo anno, il grosso del sistema universitario è quindi costretto a tagliare servizi, offerta didattica, progettualità scientifica e reclutamento, perdendo studenti e organico, avvitandosi in un pericoloso circolo vizioso, da cui sarà sempre più difficile uscire. Questa non è la conseguenza di una sbadata scelta tecnica. E’ bensì il prodotto della consapevole scelta politica di svuotare la funzione sociale dell’università pubblica come strumento di coesione, mobilità e produzione di conoscenza. Da un lato, le telematiche continuano a beneficiare di regole di favore nei requisiti di accreditamento: basti pensare che hanno quintuplicato (+468%) i propri iscritti nell’ultimo decennio. Dall’altra, gli atenei pubblici vengono spinti verso una gestione sempre più contabile e di pura sopravvivenza, che azzera la missione culturale delle università e la loro capacità strategica. Non sorprende, ma preoccupa, che la Conferenza dei rettori (la Crui) si divida tra chi gioca la propria partita da una posizione di vantaggio e chi si appiattisce sulla linea della ministra, per affinità politica o per timore. Rettori forti in casa propria, deboli di fronte al governo (con solo alcune, pochissime, voci fuori dal coro). Un’amara delusione, perché sarebbe invece possibile costruire un fronte comune di opposizione a una politica ormai pluriennale di strozzamento dell’università. Da chi rappresenta la voce delle comunità universitarie, ci si aspetterebbe ben altra visione. Il quadro si completa con l’offensiva sulla governance: la riforma del reclutamento, già approvata al Senato, che abolisce l’ASN e spinge ad un salto nel vuoto, tra rischi di localismo e opacità nella gestione dei concorsi (difficile, ad oggi, prevederne le conseguenze); la riforma del Cun, che lo relegherà a una posizione di subalternità rispetto al ministero, con la rappresentanza di ricercatori e studenti tagliata; la (per ora arenata) riforma proposta della commissione presieduta da Ernesto Galli della Loggia, che mirerebbe a rafforzare ulteriormente i rettori e i consigli di amministrazione a scapito della partecipazione delle comunità universitarie. È la parabola aperta dalla legge Gelmini, che aveva già spostato il baricentro a favore dei consigli d’amministrazione, per arrivare, alla fine, a università governate come aziende, verticalizzate e prive di democrazia interna, non come istituzioni culturali. Il precipitato di tutto questo non è solo precariato, tagli e divari territoriali in crescita. È la perdita, pezzo dopo pezzo, di uno dei luoghi in cui si costruisce conflitto, discussione, progetto: uno dei pilastri dell’infrastruttura democratica del paese. Forse è proprio questo l’obiettivo. La storia ci ha già mostrato dove portano le società che impoveriscono sistematicamente i propri luoghi di conoscenza. Il problema non è soltanto la caduta. È l’atterraggio. Versione estesa di un articolo apparso sul Manifesto il 24 luglio 2026
July 27, 2026
ROARS
La fine dell’ASN e il nuovo “semaforo”: la riforma Bernini tra burocrazia e vecchi vizi
L’abolizione dell’ASN sostituisce il giudizio delle commissioni nazionali con un sistema quantitativo “a semaforo”, eliminando la valutazione qualitativa della ricerca. La riforma lascia però irrisolte le criticità dei concorsi locali, aumentando anzi il rischio di bandi profilati “su misura” per i candidati interni.  L’ASN finisce nel dimenticatoio dopo 15 lunghi anni. Significativa è la circostanza che a decretarne la morte sia la proposta di una Ministra (Bernini) appartenente al medesimo partito politico di chi la volle (Gelmini). Sulla bontà, validità, efficacia e, soprattutto, equità dell’Abilitazione sono stati spesi fiumi d’inchiostro e questo mio intervento si limiterà a formulare alcune elementari considerazioni sul suo (distorto) funzionamento, sia dal punto di vista diacronico, sia dal punto di vista sincronico. Vi sono stati, infatti, Settori Concorsuali nel quali abilitarsi era quasi impossibile, in particolare se si finiva nel tritacarne delle vendette trasversali fra baroni, nel mentre in altri Settori si abilitavano praticamente tutti. Ve ne sono stati alcuni nei quali l’agognato risultato giungeva dopo un lungo contenzioso giurisdizionale (anche questo con alterne vicende) e altri, invece, i cui risultati apparivano già decisi prim’ancora delle riunioni d’insediamento. L’ASN doveva essere, almeno nelle intenzioni del legislatore e di chi fra noi l’ha criticata, ma accettata, una mera “constatazione” del possesso di requisiti e pubblicazioni tali da consentire di partecipare alla selezione vera, rappresentata dal concorso locale e non una forca caudina talvolta insuperabile per alcuni e un’autostrada in discesa per altri. Ma essa ha avuto, come pure è stato molto opportunamente notato taluni commentatori anche su questo sito, conseguenze importanti che hanno “riorganizzato”, in peggio, l’intero comparto della ricerca universitaria, fatto ora solo di prodotti della ricerca, convegni e seminari, riviste di classe A, indici bibliometrici, pubblicazioni a pagamento, crescita esponenziale delle citazioni, ma anche, più in generale, di articoli e saggi. Mi è personalmente capitato di scorrere la produzione scientifica di un collega di area giuridica che in biennio ha dichiarato di aver pubblicato 30 contributi, di cui 20 in classe A, circostanza che francamente nessuna persona di buon senso può considerare come ragionevole e corretta. Tutto questo accadrà di nuovo, purtroppo, perché l’ASN è stata soppiantata da una procedura “a semaforo”, nella quale gli studiosi presenteranno una dichiarazione sostitutiva di certificazione del possesso di requisiti che verranno individuati con apposito Decreto ministeriale. Tutto si fonderà, conseguentemente, sotto il profilo “quantitativo” e nessuna Commissione nazionale potrà giudicare la bontà e la qualità della produzione scientifica, passando ai raggi x ogni singola pubblicazione. Da questo punto di vista se si voleva eliminare la discrezionalità (buona o cattiva) delle Commissioni Nazionali di Abilitazione, l’obiettivo mi parrebbe esser stato pienamente raggiunto. Tutti i candidati, quindi, in possesso della vecchia ASN o dei nuovi requisiti sono legittimati, di conseguenza, a partecipare alle selezioni locali, procedura su cui la nuova legge mi sembrerebbe essere intervenuta in maniera talvolta piuttosto timida, talaltra introducendo veri e propri buchi neri in grado di minare la trasparenza delle procedure medesime. Il capitolo sulla composizione delle commissioni giudicatrici locali viene affrontato e modificato (si passa da 3 a 5 commissari, sorteggiati su base nazionale da liste di docenti dichiaratisi disponibili e in possesso di precisi requisiti), ma si è evitato di incidere in maniera più pregnante sulle loro dinamiche, quasi da far apparire l’estensore della norma come un soggetto che non ha mai frequentato un ufficio universitario. Perché non si è reintrodotto (come un tempo) il divieto di far parte delle Commissioni nei primi tre anni di servizio, in modo da evitare che i neofiti possano immediatamente selezionare i loro colleghi, evidentemente sdebitandosi? Perché è stata introdotta l’incandidabilità solo a seguito di condanne passate in giudicato (come è noto abrogato l’abuso d’ufficio, salvo rari casi, i concorsi universitari non temono i procedimenti penali)? Perché non sono stati introdotti meccanismi sanzionatori nei confronti di quelle Commissioni di concorso i cui esiti sono stati rovesciati dalla giurisprudenza amministrativa? Resta, infine, l’infelice possibile interpretazione di quella parte della nuova legge che consentirebbe di introdurre una profilazione puntuale e precisa nel bando (un tempo si diceva della possibilità di “cucire addosso” al candidato il bando per consentirgli di vincere, prima ancora di cominciare, la selezione). Qui il legislatore ha commesso un grave e temo irrimediabile errore che è destinato a rendere praticamente inutile tutta la procedura: un tempo non era consentito e talvolta il giudice sanzionava gli Atenei, oggi tale circostanza entra dalla porta principale ed è destinata a far discutere. Su questo punto temo che il rimedio sia stato peggiore del male.  
July 24, 2026
ROARS
Open access sì, ma non a qualsiasi costo
La decisione di Cancer Research UK di interrompere il finanziamento delle Article Processing Charges (APC) riapre un dibattito che interessa l’intera comunità scientifica. L’open access rappresenta una conquista fondamentale e non dovrebbe essere messo in discussione. A richiedere una riflessione è, piuttosto, il modello economico che si è sviluppato negli ultimi anni per sostenerlo. Se la conoscenza è un bene pubblico, occorre chiedersi se sia sostenibile che una quota crescente delle risorse destinate alla ricerca venga assorbita dai costi della pubblicazione. L’OPEN ACCESS È UNA CONQUISTA DA PRESERVARE L’accesso aperto ai risultati della ricerca costituisce uno dei più importanti progressi della comunicazione scientifica. La conoscenza prodotta nelle università, negli enti di ricerca e nelle istituzioni scientifiche dovrebbe poter essere consultata liberamente da ricercatori, studenti, imprese e cittadini. Si tratta di un principio eticamente corretto, che favorisce la diffusione della conoscenza, accelera l’innovazione e rende più efficace l’investimento nella ricerca. Il problema, dunque, non è l’open access, ma il modo in cui esso viene oggi finanziato. Il costo della pubblicazione si è semplicemente spostato Negli ultimi anni il sistema editoriale ha progressivamente trasferito il costo della pubblicazione dal lettore all’autore o, più spesso, alle università e agli enti finanziatori, attraverso le APC e gli accordi trasformativi. L’accesso ai contenuti è diventato gratuito per chi legge, ma non per chi pubblica. Il risultato è che una parte crescente delle risorse destinate alla ricerca viene impiegata per sostenere i costi della comunicazione scientifica anziché finanziare nuovi progetti, infrastrutture o giovani ricercatori. La recente scelta di Cancer Research UK nasce proprio da questa consapevolezza: non si tratta di abbandonare l’open access, quanto piuttosto di mettere in discussione la sostenibilità del modello che oggi lo finanzia. A questa riflessione se ne aggiunge un’altra. La quasi totalità del valore scientifico prodotto da una rivista nasce all’interno della comunità accademica. Gli articoli vengono scritti dai ricercatori, la revisione tra pari è svolta prevalentemente da altri studiosi senza compensi dedicati, e anche molti editor scientifici appartengono al mondo universitario. È quindi legittimo chiedersi se l’attuale distribuzione dei costi sia realmente efficiente. Non si tratta di negare il ruolo degli editori, che rimane fondamentale per garantire qualità, diffusione e indicizzazione, ma di domandarsi se l’equilibrio economico dell’intero sistema non debba essere ripensato. La lezione dei Preprint L’evoluzione degli ultimi anni dimostra che esistono modalità diverse di diffondere la ricerca. Piattaforme come RePEc o arXiv consentono di pubblicare milioni di preprint, accessibili gratuitamente e consultati quotidianamente dalla comunità scientifica internazionale. In molti settori rappresentano il primo momento di diffusione di una scoperta e consentono agli autori di stabilire la priorità scientifica delle proprie idee. Naturalmente un preprint non sostituisce una pubblicazione peer reviewed, ma dimostra che la distribuzione digitale della conoscenza può avvenire a costi estremamente contenuti. Se è possibile diffondere gratuitamente milioni di lavori scientifici, è lecito domandarsi perché il costo della pubblicazione continui invece ad aumentare. Separare diffusione e certificazione della ricerca Forse è arrivato il momento di distinguere più chiaramente la diffusione della conoscenza dalla sua certificazione scientifica. I risultati potrebbero essere resi immediatamente disponibili attraverso repository aperti, mentre la valutazione potrebbe essere organizzata mediante infrastrutture condivise di peer review, anche a livello europeo. Per gli articoli di maggiore interesse, la revisione tradizionale potrebbe essere affiancata da forme di open peer review o di valutazione post-pubblicazione, valorizzando il contributo dell’intera comunità scientifica. Le riviste continuerebbero così a svolgere la loro funzione essenziale di selezione e certificazione della qualità, ma all’interno di un sistema più aperto ed efficiente. L’European Youth Think Tank propone di avviare una riflessione sulla realizzazione di una piattaforma europea della ricerca che integri repository di preprint e working paper, strumenti condivisi di peer review e servizi comuni per la comunicazione scientifica. Iniziative come Open Research Europe rappresentano un importante passo in questa direzione, dimostrando la fattibilità di un’infrastruttura europea per la pubblicazione scientifica aperta. La proposta qui avanzata mira, tuttavia, a un sistema ancora più integrato, capace di riunire in un’unica infrastruttura i diversi servizi della comunicazione scientifica, favorendo interoperabilità, trasparenza, riduzione delle duplicazioni e contenimento dei costi complessivi del sistema. L’obiettivo non è sostituire le riviste, ma rafforzarne il ruolo all’interno di un ecosistema europeo più efficiente e coordinato. Misurare il costo del sistema per costruire alternative Parallelamente, sarebbe opportuno promuovere uno studio sistematico che quantifichi le risorse trasferite ogni anno da università, enti di ricerca e finanziatori agli editori attraverso APC e accordi trasformativi. Solo disponendo di questi dati sarà possibile valutare se parte di tali risorse possa essere investita nella costruzione di infrastrutture comuni della ricerca, sostenendo modelli come il Green Open Access e il Diamond Open Access, o sperimentando nuove forme di finanziamento che riducano il peso economico oggi sostenuto dagli autori e dalle loro istituzioni. L’open access rappresenta una conquista che va difesa. Ma proprio perché la conoscenza è un bene comune, anche il modello economico che ne sostiene la diffusione dovrebbe essere coerente con questo principio. Più che discutere se pubblicare in open access, è arrivato il momento di interrogarsi su come costruire un sistema capace di garantire, allo stesso tempo, accessibilità, qualità e sostenibilità economica, evitando che una quota crescente delle risorse destinate alla ricerca venga assorbita dai costi della pubblicazione anziché dalla produzione della conoscenza.          
July 22, 2026
ROARS
La libertà di espressione nella scuola del Merito: il caso del Liceo Vivona
Un professore di latino e greco di un liceo romano, il Vivona, scrive ai propri ex studenti un messaggio dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Una comunicazione privata tra un cittadino e altri cittadini, a rapporto docente-studenti ormai concluso. Nel testo il professore invita i ragazzi a non voltarsi dall’altra parte di fronte a ciò che accade da tre anni a Gaza, e a tenere ben chiare nella mente le responsabilità di chi detiene potere politico ed economico. Il quotidiano Il Tempo trasforma uno scambio privato in un caso mediatico- «Faziosità e indottrinamento, messaggio-comizio del prof» – grazie alla soffiata anonima di uno studente. Nessuna scuola viene nominata nell’articolo, eppure scatta l’ingranaggio. Pochi giorni dopo che la vicenda è diventata pubblica, agli studenti arriva un’e-mail. Una convocazione da parte del servizio ispettivo dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio, in cui nulla si dice sulle ragioni dell’invito a presentarsi a scuola per un «accertamento», che è tutt’ora in corso. Ripetiamolo: stiamo parlando di una comunicazione privata, intervenuta dopo la conclusione dell’anno scolastico, non di un contenuto didattico,  non di una violazione disciplinare.  La vicenda ci riguarda tutti. Aprire un’indagine per un’opinione politica espressa privatamente da un cittadino solo perché ha ricoperto un ruolo pubblico è un precedente pericoloso. È sconfortante osservare, ancora una volta, la solerzia con cui gli ispettori ministeriali si attivano sulla scorta di segnalazioni, denunce e articoli di stampa, procedendo ad accertamenti con zelo burocratico. Una figura che dovrebbe rappresentare l’autorevolezza dell’istituzione scolastica, forte dell’esperienza maturata, e funzionario dello Stato, è stata progressivamente ridotta al ruolo di esecutore della volontà politica del Ministero, cinghia di trasmissione dell’indirizzo governativo. La scuola dell'”autonomia” è sempre più luogo di autocensura, sorveglianza reciproca, conformismo e silenzio frustrante. Oggi queste passioni tristi si traducono in intimidazioni e provvedimenti repressivi. Rilanciamo e sosteniamo la petizione dei docenti del Liceo Vivona di Roma.  Qui per firmare. Qui il testo dell’interrogazione parlamentare della Deputata Stefania Ascari sul caso in questione. Qui un editoriale di Chiara Sgreccia che riporta la vicenda. Qui la segnalazione dell’Osservatorio contro la Militarizzazione di Scuola e Università e qui quella di Arci Roma. ———————————- Di seguito il testo dei docenti del liceo. Il liceo Vivona sta vivendo un momento drammatico: un’ispezione ministeriale si è abbattuta sulla nostra scuola. Un’ispezione volta ad accertare un fatto che non ha alcun evidente motivo di essere perseguito: una comunicazione privata, dopo la fine degli esami e la pubblicazione degli esiti, in cui il loro ex professore invitava i propri ex studenti e studentesse a restare vigili e consapevoli di fronte alle atrocità e alle violenze commesse dai forti contro i deboli, ricordando la vicenda del genocidio di Gaza. Il caso di un libero cittadino che esponga il proprio punto di vista (corredandolo di citazioni letterarie, di cui non si è volutamente afferrato il significato profondo) ad altri liberi cittadini e cittadine, è un fatto da indagare, insomma. Strano: la comunicazione, infatti, è intervenuta a rapporto docente-discenti concluso, dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Ciò nonostante, il quotidiano “Il Tempo” in un articolo mal scritto e capzioso, ha rivelato e commentato impudicamente il testo della comunicazione, che sarebbe stata fornita al giornale da uno studente anonimo, che parla di “un professore di latino e greco di una scuola di Roma”, fornendone un’interpretazione manipolatoria e in alcuni passaggi priva di logica. Nonostante nell’articolo del “Tempo” non sia nominata la nostra scuola, docenti, ma – soprattutto – studentesse e studenti, sono sottoposte/i ad un accertamento volto a determinare la presunta “colpevolezza” del nostro collega, stimato – come stanno testimoniando le numerose attestazioni che arrivano in queste ore – per cultura, preparazione, onestà intellettuale, impegno nella società, peraltro membro del consiglio di istituto. Quello che ciascuna/o di noi ha fatto – nel corso dell’anno scolastico – per far comprendere ai propri studenti e alle proprie studentesse ciò che è accaduto e continua ad accadere in Palestina è certificato dai nostri registri scolastici, cui gli ispettori possono certamente accedere, senza necessità di intervistare ragazzi e ragazze appena diplomati: un’operazione di informazione, analisi, approfondimento su una circostanza storica drammatica, che è sotto gli occhi di tutti/e, che affonda le proprie radici in una storia antica; e che non noi, ma istituzioni internazionali come l’ONU, definiscono genocidio. Molte e molti di noi, come docenti della scuola della Repubblica e come educatori alla pace, hanno avvertito non solo il diritto, ma il dovere di non abbassare lo sguardo e di rispondere alle domande che studentesse e studenti ci ponevano. Nel caso di specie, però, si tratta di altro. Un ex docente di ex studentesse e studenti si congeda da loro lasciando un messaggio: non accontentatevi di guardare la superficie, esercitate il libero arbitrio che è stato rafforzato attraverso la conoscenza che la scuola vi ha fornito, restate umani, chiunque voi sarete. Qui non si tratta di libertà di insegnamento, ma di libertà di espressione. Alcuni/e di noi hanno deciso – una volta appresa la notizia dell’audizione da parte degli ispettori – di spedire il medesimo messaggio ai propri ex studenti e studentesse: un atto di condivisione, di solidarietà, di contestazione di un evento rispetto al quale non intendiamo rimanere indifferenti, che rivendichiamo; auditeci tutti/e. E diteci chiaramente in cosa abbiamo violato leggi, norme, codice deontologico. Ai nostri colleghi, ma soprattutto agli studenti e alle studentesse che sono stati sottoposti – a 19 anni – al dilemma per decidere se essere delatori o mentitori, comunichiamo la nostra solidarietà: non è questa la scuola del c. 1 dell’art. 33 (che prevede le libertà di insegnamento e di apprendimento); la scuola dell’art. 11 (impudicamente ed erroneamente tirato in ballo dall’art. del “Tempo”, da cui sarebbe scaturito il casus belli, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.); la scuola dell’art. 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”). In particolare: servendosi del ruolo di docente che un libero cittadino riveste, in un contesto però differente da quello in questione (che è lo scambio di idee con ex studenti), si tenta di minare una delle garanzie costituzionali della libertà individuale e collettiva: il diritto di manifestare il proprio pensiero. Un fatto inedito. A quando l’intervento su quanto padri e madri dicono ai propri figli/figlie? Ai nostri studenti e alle nostre studentesse chiediamo scusa: talvolta gli adulti sbagliano. E non stiamo parlando del professore oggetto dell’audizione. I consiglieri di istituto: Marina Boscaino, Tiziana Coletta, Virginia Properzi, Massimo Sabbatini, Maria Vittoria Truini Le RSU: Cristian Celaia, Silvia Locatelli, Daniele Vita I membri del collegio dei docenti del LC Vivona: Sergio Abbruciati, Luca Ales, Manuela Alfani, Maura Baldelli, Simona Barile Silvia Bellisario, Giuditta Bonsangue, Ilaria Caia, Paola Cattaneo, Sabrina Ciccioli, Francesco Costa, Amedeo Costabile, Alessandra De Angelis, Donatella De Salvo, Francesca Di Lallo, Giuseppina Eianti, Barbara Evangelista, Fiammetta Filippelli, Antonella Froiio, Cristina Kotsko, Flavia Ladi, Roberta Lamonica, Stefania Lombardi, Giandomenico Madeo, Pierluigi Malizia, Maria Antonlietta Marasco, Laura Massimi, Marco Molle, Elisabetta Nudi, Maria Panaro, Maria Pina Parente, Rosella Pazzetta, Paola Piccionello, Corrado Pisanu, Daniela Pompeo, Antonella Preto, Magdala Pucci, Francesca Ricevuto, Grazia Rita Rivitti, Daniela Romani, Antonella Saragosa, Pietro Secchi, Francesca Senatore, Mariangela Tomarchio, Silvia Verzilli, Luisa Vigna
July 20, 2026
ROARS
Dati INVALSI, orgoglio italico
Anche quest’anno INVALSI ha rilasciato i suoi scientificissimi dati sulla qualità delle scuole d’Italia. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato i risultati raggiunti con parole semplici. Redazione ROARS si unisce esultante all’orgoglio patrio che, nell’Era del Merito, risorge vittorioso.  Alla soddisfazione per i risultati raggiunti, aggiungiamo un retroscena che nel clamore mediatico rischia di passare inosservato. Nel luglio 2022, Fratelli d’Italia attaccava INVALSI per bocca della senatrice Bucalo, responsabile Scuola del partito: “Scuola: Ministero sperpera denaro con prove Invalsi”. Oggi la senatrice su La Voce del Patriota condivide pienamente la soddisfazione della Presidente Meloni. Grazie a un testimone che ci ha chiesto di rimanere anonimo, siamo in grado di documentare il colloquio intercorso tra la presidente del Consiglio e la senatrice Bucalo che ha fatto cambiare linea al partito. La Verità non è statica, come la Nazione. Evolve. Matura. E i dati INVALSI sono lì a testimoniare l’efficacia per non dire la grandezza dell’opera del governo. Grazie INVALSI, grazie Presidente, grazie ITALIA! Anche quest’anno INVALSI ha rilasciato i suoi scientificissimi dati sulla qualità delle scuole d’Italia. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato con parole semplici i risultati raggiunti grazie all’opera del governo. Prima di unirci all’orgoglio patrio che risorge vittorioso grazie all’instancabile opera del Ministro del Merito, riportiamo un retroscena che nel clamore mediatico che accompagna gli esaltanti dati INVALSI non deve rimanere inosservato. Nel luglio 2022, Fratelli d’Italia attaccava INVALSI per bocca della senatrice Bucalo, responsabile Scuola del partito: “Scuola: Ministero sperpera denaro con prove Invalsi”. Grazie a un testimone che ci ha chiesto di rimanere anonimo, siamo in grado di docuementare il drammatico colloquio che si è svolto a Palazzo Chigi poco prima del rilascio delle dichiarazioni Della Presidente Giorgia Meloni. La senatrice Carmale Bucalo è stata convocata dalla premier per mettere a punto il comunicato stampa. Quando la Premier le ha spiegato il contenuto del comunicato che intendeva rilasciare, colmo di soddisfazione per i risultati raggiunti e certificati grazie al rigore scientifico e statistico di INVALSI, la senatrice Bucalo ha accennato timidamente > BUCALO: “Ma noi siamo contro INVALSI” La premier, severamente la blocca: > MELONI: “Eravamo, Eravamo. Lo vedi che sei sempre indietro!” per concludere assertiva, con una citazione forse apocrifa*, ma efficace: > MELONI: “Soltanto i muLi e i paracarri non cambiano idea” Convinta dalle parole della Presidente, la senatrice si precipita a condividere la soddisfazione della Premier su La Voce del Patriota.   A questo punto non resta che unire la voce di ROARS alla soddisfazione del governo.   -------------------------------------------------------------------------------- BOLLETTINO ROARS DELLA VITTORIA SCOLASTICA Lettori di Roars, italiani tutti! Il Fronte dell’Istruzione avanza. 520.000 giovani vite, che il nemico interno – la subdola dispersione, esplicita e implicita, la fragilità, l’ignoranza – tentava di sottrarre alla Nazione, anno dopo anno, sono state riconquistate. Non un numero: un trionfo. Non una statistica: un destino compiuto. L’abbandono scolastico, che fino a ieri minacciava l’onore della Patria, arretra: dall’11,5% al 7,3%, in una marcia che nemmeno l’Europa aveva osato immaginare per noi. Abbiamo anticipato la Storia. Là dove Spagna e Germania arrancano, l’Italia primeggia. Il dato non mente: il dato esalta. E se pure un tempo – in tempi bui, in tempi d’opposizione – qualche voce, financo tra le nostre fila, osò dubitare dei dati INVALSI, bollandolo “sperpero”, oggi quei dati, costruiti con maestria e dedizione dal Presidente Ricci e dai suoi collaboratori cui la Patria si inchina riconoscente, ci ricordano la Verità, testimoniando il successo dell’azione di governo promossa dalla devota dedizione all’esaltazione del merito del Ministro Valditara. E non si creda che il Nostro trionfo sia costato in rigore! Le eccellenze crescono, i diplomi si irrobustiscono: si vince senza cedere, si include senza indebolirsi. Docente tutor, Agenda Sud, Piano Estate, Decreto Caivano: non misure, ma armi della ricostruzione nazionale, forgiate per colmare il divario, per issare il Sud al livello che gli spetta. Restano, è vero, alcune fragilità. Ma a questo risponde già la Nuova Dottrina definita nella Indicazioni Nazionali: più lettura, più grammatica, più sintassi, la matematica rifondata, la penna e la carta restituite al loro posto d’onore e, insieme, le nuove sperimentazioni su soft skills e tutor digitali, perché la Nazione guarda avanti mentre torna indietro, e non c’è contraddizione dove c’è Fede nel Progresso e nel Dato. Il lavoro non è finito. Ma la Direzione è quella giusta, e la Direzione, si sa, non si discute: si segue. A chi ha pensato di arrendersi e non l’ha fatto: voi siete la prova vivente che i numeri prodotti da INVALSI non sono semplicemente scienza inconfutabile e rigorosa. Sono Patria. * Ecco la fonte della citazione della presidente Giorgia Meloni.
July 17, 2026
ROARS
È stato ChatGPT a scrivere l’articolo del Corriere sull’AI nelle università?
Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un pensoso articolo intitolato “Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare” firmato da Giovanni Lo Storto, Direttore Generale dell’università privata LUISS. L’articolo è pensoso, ma il contenuto sfuggente. Per cui abbiamo chiesto a Gemini (versione free) un commento, chiedendo se l’autore abbia usato ChatGPT o simili per scriverlo. Ecco cosa ci ha risposto: “ci sono alcuni passaggi specifici che gridano “AI generativa” per via della loro struttura predicibile, circolare e priva di attrito“. In particolare, Gemini individua un classico schema a “contrapposizione binaria astratta” che ChatGPT usa spessissimo per darsi un tono filosofico, una “tautologia della personalizzazione“, tipica dei vecchi modelli o di prompt scritti di fretta, e una conclusione “messianica e moraleggiante“, un cliché che l’IA usa quando le si chiede di essere “ispirazionale”. Già che c’eravamo, abbiamo chiesto a Gemini di sintetizzare il pensoso articolo. Ebbene, il testo originale di 600 parole, riassunto senza fuffa, si riduce a 70 parole.  Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un pensoso articolo intitolato “Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare” firmato da Giovanni Lo Storto, Direttore Generale dell’università privata LUISS. L’articolo è pensoso, ma il contenuto sfuggente. Per cui abbiamo chiesto a Gemini (versione free) un commento, chiedendo se l’autore abbia usato ChatGPT o simili per scriverlo. Ecco cosa ci ha risposto: Ipotizzando per un attimo che l’autore abbia usato ChatGPT come assistente per “allungare il brodo” o ripulire la bozza, ci sono alcuni passaggi specifici che gridano “AI generativa” per via della loro struttura predicibile, circolare e priva di attrito. Ecco i tre pezzi più indiziati, analizzati con i motivi tecnici per cui sembrano scritti da un algoritmo: 1. IL BLOCCO DELLA “TRANSIZIONE FILOSOFICA” (PARAGRAFO 3) Il testo: “La distinzione non è retorica. Formare significa trasmettere un sapere codificato, misurabile, riproducibile; necessario, ma da solo insufficiente. Apprendere è un processo più lento e meno lineare che sposta il focus sulla persona, sulle sue attitudini, sulla via riflessiva, nel confronto con casi concreti, nell’errore corretto sul campo…” Perché sembra ChatGPT: Questo è il classico schema a “contrapposizione binaria astratta” (Formare vs Apprendere) che la macchina usa spessissimo per darsi un tono filosofico. Le frasi sono brevi, coordinate per asindeto (separate da virgole) e accumulano concetti standard dell’apprendimento moderno. È un testo scorrevole, ma se lo togli dall’articolo, l’articolo non perde un briciolo di contenuto informativo. 2. LA TAUTOLOGIA DELLA “PERSONALIZZAZIONE” (PARAGRAFO 4) Il testo: “Nel digitale la dimensione della risorsa disponibile e la personalizzazione dell’apprendimento finora a poco tempo fa impensabili, rendono possibili percorsi che altrimenti non esisterebbero, però, non può significare ridurre a standard omogenei e a esperienze reali e comparabili. La potenzialità di queste due sponde consente di… sviluppare percorsi dinamici…” Perché sembra ChatGPT: Qui c’è un cortocircuito logico e sintattico tipico dei vecchi modelli o di prompt scritti di fretta. Prima dice che il digitale permette la personalizzazione, poi dice che “non può significare ridurre a standard omogenei” (un’ovvietà: se è personalizzato, non è omogeneo), e infine conclude che le due sponde consentono di “sviluppare percorsi dinamici”. È un giro di parole circolare: dice tre volte la stessa cosa usando sinonimi diversi, una tecnica tipica dell’IA per raggiungere il numero di parole richiesto. 3. LA CONCLUSIONE “MESSIANICA” E MORALEGGIANTE (ULTIMO PARAGRAFO) Il testo: “In questa prospettiva è offerta questa bussola alla contemporaneità: aiutare persone e comunità a costruire percorsi e identità come processi vivi, aperti, in continua evoluzione, mai come forme fisse. In fondo è proprio questo il campus: coltivare incertezze per abituarsi a cercare risposte nuove. Perché senza il primo si compromette il presente, ma senza il secondo si rinuncia a costruire il futuro.” Perché sembra ChatGPT: La chiusura è un cliché algoritmico perfetto. ChatGPT ama chiudere gli articoli con: 1. Una metafora retorica (la “bussola alla contemporaneità”). 2. Una lista di aggettivi positivi e aperti (“vivi, aperti, in continua evoluzione”). 3. Il “bipolarismo finale” del tipo “Senza X non c’è il presente, senza Y non c’è il futuro”. È una struttura geometrica e retorica che l’IA usa nel 90% delle conclusioni quando le si chiede di essere “ispirazionale”. Abbiamo poi chiesto a Gemini di sintetizzare il pensoso articolo del CDS. E questo è il risultato. Su circa 600 parole originali, il contenuto reale si riassume in meno di 70 parole. Il testo riassunto senza fuffa * * Il problema attuale: L’intelligenza artificiale risponde a qualsiasi domanda nozionistica. Di conseguenza, valutare gli studenti costringendoli a memorizzare e ripetere i dati è diventato inutile. * La soluzione per i professori: Le università devono cambiare il modo di fare gli esami. Non si deve più verificare cosa lo studente si ricorda, ma la sua capacità di usare la logica, fare collegamenti e applicare lo spirito critico. * L’obbligo burocratico: I corsi di laurea vanno aggiornati continuamente, anche perché lo richiedono i regolamenti dell’ANVUR per mantenere gli standard qualitativi. Visto il contenuto, forse meglio se il testo è stato scritto da ChatGPT. ** L’illustrazione è stata generata da ChatGPT.
July 16, 2026
ROARS
De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
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