“In Regola”. Migrazione e lavoro: una riforma necessaria

Progetto Melting Pot Europa - Friday, May 1, 2026

Nel dibattito pubblico italiano la migrazione viene raccontata quasi esclusivamente attraverso le categorie della sicurezza, del controllo delle frontiere e del sistema di accoglienza e asilo. Questo tipo di narrazione finisce per lasciare ai margini un’altra dimensione fondamentale del fenomeno migratorio: quella delle persone che vivono e lavorano stabilmente nel Paese e che cercano di regolarizzare il proprio soggiorno attraverso il lavoro. In questo modo, la figura del lavoratore con background migratorio rischia di essere percepita come residuale o non “meritevole” di tutela .

Eppure, nella realtà quotidiana del Paese, e secondo l’art. 1 della Costituzione, il lavoro rappresenta uno dei principali strumenti di integrazione sociale, economica e giuridica. Migliaia di persone vivono, lavorano e contribuiscono da anni all’economia italiana senza poter accedere a un titolo di soggiorno regolare e ai diritti ad esso connessi. Si crea così una distanza sempre più evidente tra la norma e la realtà: i canali di ingresso e di soggiorno legati al lavoro sono pochi, rigidi e spesso inadatti a intercettare situazioni di integrazione già consolidate. Le criticità normative, sommate alle difficoltà procedurali e amministrative, finiscono per rendere questi strumenti difficilmente accessibili, contribuendo paradossalmente a produrre quelle condizioni di irregolarità che il sistema dovrebbe, invece, prevenire.

Da un lato emerge la necessità di colmare i vuoti lasciati dall’attuale quadro normativo attraverso strumenti giuridici mirati: analisi delle decisioni giurisprudenziali, promozione di azioni legali strategiche e valorizzazione di quelle pronunce che aprono a interpretazioni sempre più attente alla tutela dei diritti e alla dimensione umana delle vicende migratorie. Dall’altro lato si avverte l’urgenza di rendere questi processi comprensibili e accessibili, contribuendo a ridurre il divario comunicativo in cui spesso si alimentano narrazioni distorte e rappresentazioni lontane dalla realtà. Questo significa, da una parte, analizzare in modo rigoroso il funzionamento concreto dei canali di regolarizzazione legati al lavoro; dall’altra, rendere visibili le esperienze di lavoratori e datori di lavoro che quotidianamente si confrontano con queste procedure e con le loro difficoltà.

Da queste necessità nasce la rubrica periodica che state per leggere. “In Regola” si rivolge a chi vive questi processi in prima persona: lavoratori con background migratorio, datori di lavoro, avvocati, operatori sociali, ricercatori e amministratori pubblici. Ma si rivolge anche a chiunque desideri comprendere meglio come le politiche migratorie incidano concretamente sul funzionamento del mercato del lavoro e dell’economia italiana e come la tutela della dignità dei lavoratori con background migratorio non solo sia pienamente compatibile con tali dinamiche, ma costituisca altresì un fattore propulsivo per una società più coesa e per una crescita economica più solida e sostenibile.

Tra gli strumenti oggi esistenti, il principale canale di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro è rappresentato dal sistema delle quote previsto dal c.d Decreto Flussi. Eppure, questo meccanismo continua a rivelarsi fragile e farraginoso, esponendo i lavoratori al rischio di pratiche fraudolente e lasciando al contempo molti datori di lavoro privi del personale che intendevano assumere attraverso canali regolari. Il sistema dei click day, le lungaggini amministrative, i dinieghi spesso motivati da superabili integrazioni documentali, danno (e hanno già dato) adito a Class action con conseguente danno all’erario, e un’enorme mole di contenzioso individuale spesso a spese dei singoli lavoratori, datori di lavoro o dello Stato stesso. 

A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico che merita attenzione. Le difficoltà strutturali di accesso alla regolarizzazione del soggiorno attraverso il canale lavorativo previsto dal Decreto Flussi finiscono per produrre effetti distorsivi sul sistema della protezione internazionale. In assenza di strumenti realmente accessibili per stabilizzare la propria posizione attraverso il lavoro, molte persone entrate regolarmente nel territorio italiano e che da anni vivono e lavorano in Italia si trovano, a causa di disfunzioni amministrative, in situazione di irregolarità. In questo contesto, la domanda di protezione internazionale diventa spesso l’unico percorso giuridico concretamente percorribile, non tanto nella prospettiva del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, quanto piuttosto in vista di una valutazione delle condizioni di integrazione sociale e lavorativa ai fini della protezione speciale. Tale dinamica è favorita anche dai tempi spesso prolungati delle procedure dinanzi alle Commissioni territoriali, nel corso dei quali il richiedente è titolare di un permesso provvisorio che gli consente di svolgere regolarmente attività lavorativa. Questa dinamica altro non è che una distorsione conseguente alla rigidità e alle carenze dell’attuale sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. Il risultato è un sovraccarico delle procedure di protezione internazionale, con ricadute negative sull’efficienza complessiva del sistema e sulla capacità di fornire risposte tempestive a tutte le persone coinvolte.

Questa situazione produce effetti che vanno ben oltre la dimensione migratoria. Le difficoltà di accesso alla regolarità incidono direttamente sul mercato del lavoro, sull’organizzazione delle imprese e sulla capacità dello Stato di gestire in modo efficiente i fenomeni migratori. In altre parole, il malfunzionamento dei canali di regolarizzazione non è solo una questione di diritti individuali: è anche un problema economico, produttivo e istituzionale che si riverbera sul sistema economico del Paese.

Eppure esistono esempi che mostrano come un approccio diverso sia possibile.

Negli ultimi anni la Spagna ha intrapreso un percorso diverso rispetto alla tendenza prevalente nel continente, introducendo politiche di regolarizzazione e integrazione che riconoscono il radicamento sociale e lavorativo delle persone migranti. Come evidenziato anche in due recenti interventi pubblicati su Melting Pot 1, nel 2026 il governo spagnolo ha avviato un processo di regolarizzazione destinato a centinaia di migliaia di persone già presenti nel Paese, stimato intorno alle 500.000 persone, con l’obiettivo di favorire l’emersione del lavoro regolare e rafforzare l’integrazione sociale. La scelta spagnola si fonda su una premessa chiara: la presenza di lavoratori migranti rappresenta una componente strutturale dell’economia e può contribuire in modo significativo alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Per questo intendiamo sin da subito approfondire le dinamiche che hanno portato a questo inedito processo di regolarizzazione, monitorandone gli effetti anche nel lungo termine: qui il primo approfondimento.

In questo senso, la regolarizzazione non viene concepita come una misura emergenziale, ma come uno strumento che mira a riconoscere e valorizzare percorsi di integrazione già esistenti, attraverso criteri legati alla presenza nel territorio, all’inserimento sociale e alla partecipazione al mercato del lavoro. Di contro, in Italia, le sanatorie adottate negli ultimi decenni si sono configurate per lo più come interventi straordinari e limitati nel tempo, pensati per affrontare situazioni di irregolarità ormai consolidate. Tuttavia, l’attuazione concreta di molte di queste procedure ha evidenziato criticità rilevanti: tempi amministrativi estremamente lunghi, pratiche rimaste inevase per anni e risultati spesso disomogenei sul territorio. In diversi casi, tali inefficienze hanno reso necessario il ricorso a strumenti di tutela collettiva, come le azioni giudiziarie promosse per sbloccare procedimenti rimasti paralizzati o per sollecitare l’amministrazione a concludere le procedure di emersione. Queste vicende hanno messo in luce non solo le difficoltà strutturali del sistema, ma anche i costi istituzionali ed economici derivanti da politiche di regolarizzazione concepite come interventi emergenziali e non come strumenti strutturali di governo delle migrazioni.

Nonostante queste criticità, anche in Italia qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi anni il mondo associativo, accademico e del terzo settore ha iniziato a produrre analisi sempre più puntuali e proposte concrete di riforma del sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. L’esempio più significativo e strutturato è rappresentato dalla campagna Ero Straniero, che attraverso attività di ricerca, monitoraggio e proposta normativa ha messo in luce i limiti strutturali dell’attuale sistema dei decreti flussi e ha avanzato soluzioni alternative per rendere i canali di ingresso più accessibili ed efficaci. I dati raccolti, da ultimo, nel suo Report 2026 mostrano chiaramente come il meccanismo attuale non riesca a tradurre la maggior parte delle quote programmate in reali permessi di soggiorno e occupazioni stabili, segnalando un sistema che produce precarietà e irregolarità invece di prevenirle. 

“In Regola” nasce anche con l’ambizione di inserirsi in questo processo di elaborazione collettiva, offrendo uno spazio di analisi, confronto e proposta che possa contribuire a promuovere pratiche più rispettose dei diritti fondamentali e politiche migratorie più razionali. L’obiettivo non è limitarsi a denunciare le criticità del sistema attuale, ma favorire una riflessione informata e condivisa capace di sostenere cambiamenti strutturali e duraturi, superando la logica degli interventi sporadici ed emergenziali che hanno spesso caratterizzato le politiche migratorie italiane.

  1. Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna, di Juan Torregrosa – 2 marzo 2026
    Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna, di Nando Sigona – 20 febbraio 2026 ↩︎