“In Regola”. Migrazione e lavoro: una riforma necessaria
Nel dibattito pubblico italiano la migrazione viene raccontata quasi
esclusivamente attraverso le categorie della sicurezza, del controllo delle
frontiere e del sistema di accoglienza e asilo. Questo tipo di narrazione
finisce per lasciare ai margini un’altra dimensione fondamentale del fenomeno
migratorio: quella delle persone che vivono e lavorano stabilmente nel Paese e
che cercano di regolarizzare il proprio soggiorno attraverso il lavoro. In
questo modo, la figura del lavoratore con background migratorio rischia di
essere percepita come residuale o non “meritevole” di tutela .
Eppure, nella realtà quotidiana del Paese, e secondo l’art. 1 della
Costituzione, il lavoro rappresenta uno dei principali strumenti di integrazione
sociale, economica e giuridica. Migliaia di persone vivono, lavorano e
contribuiscono da anni all’economia italiana senza poter accedere a un titolo di
soggiorno regolare e ai diritti ad esso connessi. Si crea così una distanza
sempre più evidente tra la norma e la realtà: i canali di ingresso e di
soggiorno legati al lavoro sono pochi, rigidi e spesso inadatti a intercettare
situazioni di integrazione già consolidate. Le criticità normative, sommate alle
difficoltà procedurali e amministrative, finiscono per rendere questi strumenti
difficilmente accessibili, contribuendo paradossalmente a produrre quelle
condizioni di irregolarità che il sistema dovrebbe, invece, prevenire.
Da un lato emerge la necessità di colmare i vuoti lasciati dall’attuale quadro
normativo attraverso strumenti giuridici mirati: analisi delle decisioni
giurisprudenziali, promozione di azioni legali strategiche e valorizzazione di
quelle pronunce che aprono a interpretazioni sempre più attente alla tutela dei
diritti e alla dimensione umana delle vicende migratorie. Dall’altro lato si
avverte l’urgenza di rendere questi processi comprensibili e accessibili,
contribuendo a ridurre il divario comunicativo in cui spesso si alimentano
narrazioni distorte e rappresentazioni lontane dalla realtà. Questo significa,
da una parte, analizzare in modo rigoroso il funzionamento concreto dei canali
di regolarizzazione legati al lavoro; dall’altra, rendere visibili le esperienze
di lavoratori e datori di lavoro che quotidianamente si confrontano con queste
procedure e con le loro difficoltà.
Da queste necessità nasce la rubrica periodica che state per leggere. “In
Regola” si rivolge a chi vive questi processi in prima persona: lavoratori con
background migratorio, datori di lavoro, avvocati, operatori sociali,
ricercatori e amministratori pubblici. Ma si rivolge anche a chiunque desideri
comprendere meglio come le politiche migratorie incidano concretamente sul
funzionamento del mercato del lavoro e dell’economia italiana e come la tutela
della dignità dei lavoratori con background migratorio non solo sia pienamente
compatibile con tali dinamiche, ma costituisca altresì un fattore propulsivo per
una società più coesa e per una crescita economica più solida e sostenibile.
Tra gli strumenti oggi esistenti, il principale canale di ingresso e
regolarizzazione tramite il lavoro è rappresentato dal sistema delle quote
previsto dal c.d Decreto Flussi. Eppure, questo meccanismo continua a rivelarsi
fragile e farraginoso, esponendo i lavoratori al rischio di pratiche fraudolente
e lasciando al contempo molti datori di lavoro privi del personale che
intendevano assumere attraverso canali regolari. Il sistema dei click day, le
lungaggini amministrative, i dinieghi spesso motivati da superabili integrazioni
documentali, danno (e hanno già dato) adito a Class action con conseguente danno
all’erario, e un’enorme mole di contenzioso individuale spesso a spese dei
singoli lavoratori, datori di lavoro o dello Stato stesso.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico che merita attenzione. Le
difficoltà strutturali di accesso alla regolarizzazione del soggiorno attraverso
il canale lavorativo previsto dal Decreto Flussi finiscono per produrre effetti
distorsivi sul sistema della protezione internazionale. In assenza di strumenti
realmente accessibili per stabilizzare la propria posizione attraverso il
lavoro, molte persone entrate regolarmente nel territorio italiano e che da anni
vivono e lavorano in Italia si trovano, a causa di disfunzioni amministrative,
in situazione di irregolarità. In questo contesto, la domanda di protezione
internazionale diventa spesso l’unico percorso giuridico concretamente
percorribile, non tanto nella prospettiva del riconoscimento dello status di
rifugiato o della protezione sussidiaria, quanto piuttosto in vista di una
valutazione delle condizioni di integrazione sociale e lavorativa ai fini della
protezione speciale. Tale dinamica è favorita anche dai tempi spesso prolungati
delle procedure dinanzi alle Commissioni territoriali, nel corso dei quali il
richiedente è titolare di un permesso provvisorio che gli consente di svolgere
regolarmente attività lavorativa. Questa dinamica altro non è che una
distorsione conseguente alla rigidità e alle carenze dell’attuale sistema di
ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. Il risultato è un sovraccarico
delle procedure di protezione internazionale, con ricadute negative
sull’efficienza complessiva del sistema e sulla capacità di fornire risposte
tempestive a tutte le persone coinvolte.
Questa situazione produce effetti che vanno ben oltre la dimensione migratoria.
Le difficoltà di accesso alla regolarità incidono direttamente sul mercato del
lavoro, sull’organizzazione delle imprese e sulla capacità dello Stato di
gestire in modo efficiente i fenomeni migratori. In altre parole, il
malfunzionamento dei canali di regolarizzazione non è solo una questione di
diritti individuali: è anche un problema economico, produttivo e istituzionale
che si riverbera sul sistema economico del Paese.
Eppure esistono esempi che mostrano come un approccio diverso sia possibile.
Negli ultimi anni la Spagna ha intrapreso un percorso diverso rispetto alla
tendenza prevalente nel continente, introducendo politiche di regolarizzazione e
integrazione che riconoscono il radicamento sociale e lavorativo delle persone
migranti. Come evidenziato anche in due recenti interventi pubblicati su Melting
Pot 1, nel 2026 il governo spagnolo ha avviato un processo di regolarizzazione
destinato a centinaia di migliaia di persone già presenti nel Paese, stimato
intorno alle 500.000 persone, con l’obiettivo di favorire l’emersione del lavoro
regolare e rafforzare l’integrazione sociale. La scelta spagnola si fonda su una
premessa chiara: la presenza di lavoratori migranti rappresenta una componente
strutturale dell’economia e può contribuire in modo significativo alla crescita
economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Per questo intendiamo sin da
subito approfondire le dinamiche che hanno portato a questo inedito processo di
regolarizzazione, monitorandone gli effetti anche nel lungo termine: qui il
primo approfondimento.
In questo senso, la regolarizzazione non viene concepita come una misura
emergenziale, ma come uno strumento che mira a riconoscere e valorizzare
percorsi di integrazione già esistenti, attraverso criteri legati alla presenza
nel territorio, all’inserimento sociale e alla partecipazione al mercato del
lavoro. Di contro, in Italia, le sanatorie adottate negli ultimi decenni si sono
configurate per lo più come interventi straordinari e limitati nel tempo,
pensati per affrontare situazioni di irregolarità ormai consolidate. Tuttavia,
l’attuazione concreta di molte di queste procedure ha evidenziato criticità
rilevanti: tempi amministrativi estremamente lunghi, pratiche rimaste inevase
per anni e risultati spesso disomogenei sul territorio. In diversi casi, tali
inefficienze hanno reso necessario il ricorso a strumenti di tutela collettiva,
come le azioni giudiziarie promosse per sbloccare procedimenti rimasti
paralizzati o per sollecitare l’amministrazione a concludere le procedure di
emersione. Queste vicende hanno messo in luce non solo le difficoltà strutturali
del sistema, ma anche i costi istituzionali ed economici derivanti da politiche
di regolarizzazione concepite come interventi emergenziali e non come strumenti
strutturali di governo delle migrazioni.
Nonostante queste criticità, anche in Italia qualcosa si sta muovendo. Negli
ultimi anni il mondo associativo, accademico e del terzo settore ha iniziato a
produrre analisi sempre più puntuali e proposte concrete di riforma del sistema
di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. L’esempio più significativo e
strutturato è rappresentato dalla campagna Ero Straniero, che attraverso
attività di ricerca, monitoraggio e proposta normativa ha messo in luce i limiti
strutturali dell’attuale sistema dei decreti flussi e ha avanzato soluzioni
alternative per rendere i canali di ingresso più accessibili ed efficaci. I dati
raccolti, da ultimo, nel suo Report 2026 mostrano chiaramente come il meccanismo
attuale non riesca a tradurre la maggior parte delle quote programmate in reali
permessi di soggiorno e occupazioni stabili, segnalando un sistema che produce
precarietà e irregolarità invece di prevenirle.
“In Regola” nasce anche con l’ambizione di inserirsi in questo processo di
elaborazione collettiva, offrendo uno spazio di analisi, confronto e proposta
che possa contribuire a promuovere pratiche più rispettose dei diritti
fondamentali e politiche migratorie più razionali. L’obiettivo non è limitarsi a
denunciare le criticità del sistema attuale, ma favorire una riflessione
informata e condivisa capace di sostenere cambiamenti strutturali e duraturi,
superando la logica degli interventi sporadici ed emergenziali che hanno spesso
caratterizzato le politiche migratorie italiane.
In questo numero sei approfondimenti di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara
Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed
Elena Morelli.
1. Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna, di Juan Torregrosa –
2 marzo 2026
Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna, di Nando
Sigona – 20 febbraio 2026 ↩︎