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Inclusə ma non troppo – webinar sull’accesso al lavoro pubblico per le persone straniere
Il paradosso del pubblico impiego per lavoratori e lavoratrici straniere. Venerdì 29 maggio 2026, dalle 14:30 alle 16:30, un webinar di formazione strategica promosso da ASGI, Italian* senza cittadinanza e A Pieno Titolo.  Posso fare un concorso pubblico? Posso accedere alle offerte di lavoro della Pubblica Amministrazione italiana? Per le persone senza cittadinanza italiana la risposta a queste domande non si limita ad una valutazione delle competenze o dei requisiti accademici. Si deve infatti far fronte anche ad un muro invisibile che impedisce un equo accesso ai concorsi pubblici e alla Pubblica Amministrazione. Malgrado le competenze, l’accesso al lavoro si ferma alle porte dello Stato. LA SITUAZIONE ATTUALE Ad oggi, le persone con cittadinanza straniera che possono accedere ad un impiego pubblico devono essere titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, aver ottenuto lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria, oppure essere cittadini UE o loro familiari.  Restano penalizzati coloro che hanno diritto a lavorare in Italia ma possiedono permessi di soggiorno ordinari (es. per lavoro subordinato, famiglia o motivi di studio). Eppure spesso si tratta di persone nate in Italia, o che vi hanno vissuto e studiato, ma rimaste poi impigliate nelle maglie della burocrazia per l’ottenimento della cittadinanza. Burocrazia che blocca anche il riconoscimento dei titoli di studio di chi li ha ottenuti all’estero e fa fatica a farli riconoscere in Italia, così si trova senza possibilità di accedere a concorsi e bandi per i quali avrebbe le competenze, ma non le carte o i documenti appropriati secondo la legge. A ciò si aggiungono gli errori nella redazione dei bandi pubblici, che includono requisiti obsoleti e illegittimi. Tutto questo si traduce in una sistematica violazione della parità di trattamento e in un’enorme asimmetria informativa. IL WEBINAR INCLUSƏ MA NON TROPPO Il 29 maggio 2026, dalle 14:30 alle 16:30, un webinar di formazione strategica, insieme ad avvocatə, studiosə, sindacati e attivistə analizzerà la giurisprudenza più recente, le tutele sindacali e gli strumenti per conoscere i propri diritti e contrastare le discriminazioni. Gli interventi: * La disciplina legale e la recente giurisprudenza – Alberto Guariso (ASGI) * Problematiche sul riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero – Juri di Molfetta (A Pieno Titolo) * Persone straniere nella PA: ostacoli, impatto sociale e trasformazioni nell’opinione pubblica – Samuele Molli (Università degli Studi di Milano) e Fioralba Duma (Italiani senza cittadinanza) * Il ruolo del sindacato nel sostegno all’accesso al pubblico impiego – Valentina Cappelletti (CGIL Lombardia) Modera: Paola Fierro (ASGI) La partecipazione è gratuita, previa iscrizione. * Scarica il programma (pdf) Iscrizioni – clicca qui Questa iniziativa è promossa dal Servizio antidiscriminazione ASGI. Per informazioni scrivete a: antidiscriminazione@asgi.it.
Governare le migrazioni producendo irregolarità – di Antonio Ciniero
La notizia degli arresti eseguiti all’alba del 18 maggio - dodici persone accusate di tratta, caporalato e sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani - non rappresenta purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come effetti strutturali del modo in cui in Italia viene [...]
May 26, 2026
Effimera
Mobilitazione nazionale contro remigrazione, razzismo e sfruttamento lavorativo
Nella data di domenica 24 maggio, si sono riuniti a Roma al Cinema L’Aquila decine di lavoratori immigrati e di rappresentanti di diverse comunità straniere presenti in Italia. L’assemblea ha concordato sulla necessità di una lotta organizzata contro sfruttamento, discriminazioni e il razzismo che vorrebbero dilagare in Italia e in Europa. La consapevolezza dei lavoratori immigrati di essere protagonisti della vita sociale, politica ed economica di questo Paese ha caratterizzato l’assemblea, nella quale sono state discusse le criticità di questo sistema capitalista che rapina i territori di provenienza dei lavoratori immigrati e che al tempo stesso li sfrutta e ricatta quando questi emigrano in Italia e in Europa alla ricerca di una vita migliore. L’assemblea ha portato al lancio di alcune proposte concrete, a partire da una mobilitazione diffusa sul territorio nazionale il 13 giugno, data in cui alcune organizzazioni fasciste stanno organizzando un corteo nazionale a Roma per la remigrazione e a cui ci opporremmo per ribadire il no alla remigrazione e il sì alla regolarizzazione di tutti i lavoratori e lavoratrici presenti sul territorio nazionale. Di seguito il testo di proposta prodotto dall’assemblea: Nel ricordo di SAKO BAKARI, SOUMALIA SACKO, ABDEL SAALAM, MOUSSA DIARRA, SATMAN SINGH, DAOUDA DIANE, BALA SAGOR  uccisi sul lavoro, uccisi da criminali italiani, uccisi perché stranieri. Oggi 24 maggio si sono riuniti a Roma decine di lavoratori migranti e di rappresentanti delle diverse comunità straniere in Italia, l’assemblea ha concordato che di fronte alla pericolosa azione razzista e fascista portata avanti con la proposta di legge popolare sulla remigrazione presentata da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, e Brescia ai Bresciani tutti i lavoratori stranieri devono rivendicare con forza il riconoscimento in Italia di tutti i diritti previsti, dalla cittadinanza alla al riconoscimento rapido del permesso di soggiorno, dal diritto alla casa, al diritto alla salute che sempre più negli anni i governi italiani hanno reso complicato e difficile. Siamo lavoratori e lavoratrici, produciamo ricchezza per questo paese, raccogliamo il cibo che arriva sulle vostre tavole, assistiamo i vostri familiari, lavoriamo nei magazzini e nei cantieri per portare merci e costruire case, vi serviamo nei negozi, nei ristoranti, vi portiamo il pranzo a casa. Siamo veramente stufi. Vogliamo i nostri diritti, volgiamo essere regolarizzati! Basta discriminazioni, basta file per ottenere i documenti, basta attese e diritti negati. Abbiamo più volte denunciato le modalità con cui veniamo trattati dalle istituzioni, Comuni, Commissariati, Uffici Immigrazione, Prefetture: ovunque file e ritardi che incidono sulla vita quotidiana, espressione di un razzismo istituzionale che ci condanna all’invisibilità, dentro un sistema non solo inefficace ma profondamente iniquo, pensato per negare diritti anziché garantirli. Dobbiamo invertire la tendenza esistente in questo paese e in Europa, dobbiamo respingere le politiche della remigrazione, e ridare dignità e rispetto a tutti noi. Regolarizzazione rapida di tutti i lavoratori presenti. Permesso di soggiorno per ricerca di lavoro. Diritto alla casa, alla residenza e alla cittadinanza in 5 anni. Per questo invitiamo tutti i lavoratori stranieri, tutti i cittadini italiani, tutte le Comunità straniere, tutte le associazioni democratiche, antirazziste, antifasciste Ad unirsi alla giornata di lotta contro la REMIGRAZIONE E PER LA IMMEDIATA REGOLARIZZAZIONE DI TUTTI I LAVORATORI STRANIERI, a partecipare alla giornata nazionale di lotta contro la REMIGRAZIONE organizzando in ogni città manifestazioni di protesta contro ogni forma di razzismo istituzionale. IL 13 GIUGNO ORGANIZZIAMO INIZIATIVE DI PROTESTA IN OGNI CITTA’. L’Unione Sindacale di Base aderisce e promuove iniziative in ogni città per rispondere con la forza della solidarietà a questo ennesimo attacco fascista. Unione Sindacale di Base
May 26, 2026
Pressenza
Controfuoco. Per una critica all’ordine delle cose (N° 3, maggio 2026)
> con·tro·fuò·co/ > Incendio, appiccato volontariamente, > per eliminare il materiale > combustibile e quindi contrastare > l’avanzata di un incendio di grandi > proporzioni, spec. nei boschi. INTRODUZIONE Il 20 novembre 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, affermando che ogni minore è prima di tutto un soggetto di diritti, titolare di una tutela fondata sul suo superiore interesse. L’Italia ratificava la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176. A distanza di oltre trent’anni, quei diritti fondamentali appaiono sempre più compromessi. L’adozione della cd. legge Zampa (n. 47 del 2017), prima delle modifiche peggiorative del governo Meloni, sembrava avesse finalmente rafforzato la tutela nei confronti dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) arrivati in Italia, vietando il respingimento alla frontiera, garantendo il diritto all’accoglienza, alla salute e all’istruzione, e introducendo la figura del tutore volontario. Nonostante ciò, i diritti sanciti sulla carta hanno faticato a tradursi in protezione effettiva. Non tanto perché i principi della Convenzione di New York siano venuti meno sul piano formale, ma perché sono sistematicamente svuotati nelle pratiche, piegati a logiche di sicurezza, selezione e controllo. Il terzo numero di Controfuoco si inserisce in questo scarto tra diritto sancito e diritto negato proponendosi allo stesso tempo di fare luce sull’inedito attacco che esecutivi populisti e sovranisti stanno dispiegando al cuore stesso dell’impianto normativo italiano ed europeo, smantellando diritti e garanzie conquistate attraverso lotte e mobilitazioni. Gli articoli che leggerete mostrano come la figura del minore – includendo sia i minori stranieri non accompagnati che, più in generale, i giovani razzializzati cosiddetti di “seconda generazione” – sia oggi al centro di una profonda riconfigurazione simbolica e istituzionale. Da soggetto “vulnerabile” da proteggere, il minore viene di continuo rappresentato come problema di ordine pubblico, bersaglio di campagne mediatiche e risposte punitive sproporzionate. Si assiste ad un panico morale attorno alla “criminalità minorile” che non trova riscontro nelle statistiche, ma produce comunque un rafforzamento delle maglie penali e una sovra-rappresentazione dei giovani stranieri nei segmenti più punitivi del sistema. Questa torsione si inscrive in una più ampia involuzione della giustizia minorile: tra riforme processuali, decreti sicurezza e medicalizzazione del disagio, si erode il principio della differenziazione e si avvicina il trattamento riservato ai minori a quello degli adulti. Dietro alla retorica del “doverli salvare”, prende forma una giustizia che invece punisce, colpendo in modo sistematico chi è giovane e straniero o percepito come tale. La criminalizzazione, però, non passa solo da qui. Si costruisce prima di tutto nello spazio urbano e nelle narrazioni mediatiche e politiche, attraverso l’invenzione della figura stigmatizzante del “maranza”: non più minore, non necessariamente straniero, ma giovane non bianco, percepito come soggetto pericoloso da disciplinare. In questa narrazione manca qualsiasi riferimento ai vissuti individuali e collettivi dei giovani razzializzati, ai contesti territoriali e ai quartieri impoveriti in cui trascorrono le giornate. Come è assente qualsiasi riflessione sul razzismo sistemico e l’approccio delle istituzioni che considera questi giovani come un peso e non portatori di diritti.  E ancora una volta, la criminalizzazione si costruisce nel sistema di accoglienza che si rivela come un altro dispositivo di inclusione differenziale, strutturato per produrre manodopera ricattabile e obbediente, mentre chi devia dal percorso assegnato viene bollato come deviante e marginalizzato. Cosa sono oggi i Centri di accoglienza straordinaria, in particolare i nuovi CASP, se non luoghi di segregazione e invisibilizzazione in cui la tutela cede definitivamente il passo al contenimento? Il tempo dei minori soli è un tempo contraddittorio, fatto di urgenza e attesa, di accelerazioni forzate e immobilità amministrativa. La maggiore età incombe come una scadenza che velocizza i percorsi, mentre documenti, tutele e possibilità restano sospesi. È un tempo che costringe a crescere in fretta e ad essere pazienti, aspettando un parere che deciderà tra la regolarità di una vita precaria o l’irregolarità e tutto ciò che ne consegue.  Eppure, come emerge dai contributi, dentro questo dispositivo di criminalizzazione diffusa, qualcosa eccede. La voce dei giovani razzializzati – nella musica, nei linguaggi, nelle pratiche di auto-rappresentazione – rompe il silenzio imposto, ribalta lo stigma, rende visibile quel “noi” che è già presente. Non una richiesta di integrazione e assimilazione, ma un atto che impone alla società intera la loro esistenza, ossia un atto politico. È qui che Controfuoco prende posizione: non per difendere astrattamente dei diritti sempre più minori, ma per interrogare i rapporti di forza e i dispositivi che li rendono tali. CONTROFUOCO N° 3 MAGGIO 2026 SOMMARIO Se uniamo i puntini. La pista cifrata dell’involuzione della giustizia minorile Carolina Di Luciano I minori stranieri sono diventati più pericolosi? Riflessioni intorno alla delinquenza giovanile a partire dai dati Monia Giovannetti e Stefania Crocitti Il divenire maranza dei MSNA. Note sulla costruzione sociale della nuova teppa Nina Bacchini, Luca Daminelli, Tommaso Sarti Tra urgenza e attesa: le temporalità contraddittorie nelle traiettorie dei minori soli in Italia Alessandra Barzaghi Nominare, trattare: dall’oggetto del discorso al soggetto politico Angela Curina Accolti o segregati? Quando l’accoglienza nei CASP diventa invisibilizzazione sociale Omid Firouzi Tabar e Chiara Marchetti Pratiche amministrative di debordering. L’esempio del ricongiungimento familiare nel quadro del regolamento Dublino III Bastien Roland Clicca sull’immagine di copertina per scaricare gratuitamente la rivista o qui sotto Download in pdf Acquista una copia cartacea Fotografie: Nicoletta Alessio, Pietro Coppola, Omid Firouzi Tabar, Luca Greco, Alessia Mastroiacovo, Antonio Sempere, Alessandra Barzaghi, Save The Children La foto di copertina è di Chiara Pirra Progetto grafico: Giacomo Bertorelle Gruppo redazionale: Jacopo Anderlini, Francesco Della Puppa, Francesco Ferri, Enrico Gargiulo, Barbara Barbieri, Stefano Bleggi, Giovanni Marenda, Omid Firouzi Tabar, Martina Lo Cascio, Francesca Esposito, Luca Daminelli e Emilio Caja Cooperativa editrice Tele Radio City s.c.s., Vicolo Pontecorvo, 1/A – 35121 Padova, Italy, Iscr. Albo Soc. Coop. n. A121522 Melting Pot è una testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Padova in data 15/06/2015 n. 2359 del Registro Stampa. Controfuoco è un processo aperto e collettivo che vuole coinvolgere saperi e conoscenze composite e crescere a partire dalle diverse esperienze e biografie che intreccerà. Per contribuire scrivi a collaborazioni@meltingpot.org.
Assegno unico universale: eliminato il requisito di residenza biennale e inclusi i figli residenti in Paesi UE
L’art. 7-bis della legge di conversione (L. 50/2026) del D.L. 19/2026 (il decreto PNRR 2026) introduce importanti cambiamenti alla normativa che regolamenta l’erogazione dell’Assegno unico universale per i figli a carico. Qui di seguito ASGI illustra le modifiche e risponde ad alcune domande frequenti. L’AUU, introdotto dal DL 230/2021, è una misura di sostegno economico alle famiglie riconosciuto per ogni figlio/a a carico fino al compimento dei 18 anni, fino al compimento dei 21 anni per i figli studenti e lavoratori a basso reddito e senza limiti d’età per i figli con disabilità. L’importo riconosciuto varia a seconda del numero di figli e della condizione economica del nucleo familiare calcolata sulla base dell’ISEE valido al momento della domanda; l’importo minimo (58,30 per il 2026) è riconosciuto indipendentemente dal reddito. La prima modifica apportata dalla Legge 50/2026 consiste nell’abrogazione del requisito di residenza biennale, anche non continuativa, in Italia (che poteva essere sostituita dal requisito alternativo del “contratto di lavoro a tempo indeterminato o a tempo determinato di durata almeno semestrale“).  Dunque dal mese di aprile l’assegno spetta (a domanda) a decorrere dal primo mese di residenza in Italia.  La seconda modifica riguarda invece il luogo di residenza dei figli e delle figlie per i quali è possibile richiedere l’assegno: il nuovo comma 2-bis dell’art. 1 DL 230/2021 prevede che ai fini dell’attribuzione dell’AUU “si considerano anche i figli residenti in un altro Stato membro dell’Unione europea che siano fiscalmente a carico ai sensi della normativa italiana vigente“. Sinora, infatti, per l’assegno venivano computati esclusivamente i figli residenti in Italia e conviventi, e come tali inclusi nell’ISEE. Questi due requisiti erano stati oggetto di una procedura di infrazione avviata dalla Commissione UE contro l’Italia. La Commissione ne aveva rilevato il carattere discriminatorio perché entrambe le limitazioni risultavano contrastanti con il principio di libera circolazione (rappresentando un ostacolo indiretto alla mobilità tra uno stato membro e l’altro) e perché la seconda risultava contrastante con l’art. 67 Regolamento 883/04/CE a norma del quale “Una persona ha diritto alle prestazioni familiari ai sensi della legislazione dello Stato membro competente, anche per i familiari che risiedono in un altro Stato membro, come se questi ultimi risiedessero nel primo Stato membro”. Le modifiche sono dunque adottate con riferimento a una procedura di infrazione che riguardava i soli cittadini UE (e dunque, rispetto a questi, ha certamente effetto “retroattivo”): quanto alla modifica circa il luogo di residenza dei figli, resta tuttavia da chiedersi se, stante le clausole delle direttive che garantiscono parità di trattamento quantomeno ai cittadini di paesi terzi titolari di permesso di lungo periodo o di permesso unico lavoro, la stessa non possa essere estesa anche ai cittadini stranieri per i figli residenti in paesi terzi, tornando così alla medesima situazione che si era creata per gli assegni al nucleo familiare (ANF) dopo le due sentenze del 25.11.2021 della Corte di Giustizia UE e la sentenza n. 67/2022 della Corte Costituzionale. Il nuovo testo è vigente dal 21 aprile 2026. FAQ – DOMANDE FREQUENTI Cosa succede alle domande già presentate che difettavano del requisito di residenza biennale? Difficile che l’INPS interpreti la norma come retroattiva e dunque sarà probabilmente necessario andare in giudizio prospettando l’effetto indirettamente discriminatorio del requisito (effetto riconosciuto dalla Commissione nel momento in cui ha aperto la procedura) per le persone con cittadinanza extra UE che godono del diritto alla parità di trattamento nelle prestazioni di sicurezza sociale  (sicuramente i titolari di permesso di lungo periodo ex art. 11 direttiva 2003/109, i titolari di permesso unico lavoro ex art. 12 direttiva 2011/98, i titolari di permesso per protezione internazionale ex art. 29 direttiva 2011/95). Per le situazioni antecedenti la modifica di legge i due anni possono essere calcolati tenendo conto della residenza di fatto (e non “anagrafica”)? Sì, sul punto sono già intervenute alcune sentenze che hanno riconosciuto la rilevanza della residenza di fatto, anche in assenza di residenza anagrafica. La possibilità di includere nel computo i figli e le figlie a carico residenti all’estero vale anche per le persone con cittadinanza non UE? Come detto più sopra, è una posizione sostenibile alla luce degli obblighi di parità di trattamento per lungosoggiornanti, titolari di permesso unico lavoro, titolari di protezione. In senso contrario depone il fatto che la Commissione sia giunta alla conclusione sopra indicata per salvaguardare il diritto alla libera circolazione, del quale le persone straniere extra UE non sono titolari.
La sanatoria spagnola del 2026: un modello che interroga l’Italia
CHIARA CONCETTA STARITA La Spagna lo ha già fatto. E con le grandi regolarizzazioni dei primi anni Duemila ha dimostrato che integrazione e crescita economica possono andare nella stessa direzione. L’emersione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri non ha solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo. Oggi il governo guidato da Pedro Sánchez torna su quella strada. Nel 2026 ha avviato una nuova regolarizzazione straordinaria che punta a coinvolgere circa 500.000 migranti già presenti nel Paese. Una scelta che arriva in un contesto segnato anche dall’aumento dei flussi, in particolare dall’America Latina, e che assume un significato politico preciso: riconoscere una realtà già esistente e trasformarla in risorsa. Non si tratta soltanto di una misura amministrativa, ma di una scelta politica precisa che si inserisce in una visione più ampia: i migranti, in questa prospettiva, non sono un problema da respingere, ma una componente della società da riconoscere, accogliere e integrare, valorizzandone anche il contributo economico.  Per comprendere la portata di questa decisione è necessario guardare alla traiettoria seguita dalla Spagna negli ultimi decenni. In poco più di trent’anni il Paese è passato da terra di emigrazione a una delle principali destinazioni migratorie europee, sostenuto da una crescita economica che, a partire dagli anni Novanta, ha attratto manodopera straniera nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dei servizi. Questo cambiamento rapido ha imposto risposte altrettanto rapide, spesso sotto forma di regolarizzazioni straordinarie. Già prima degli anni Duemila, i governi guidati da José María Aznar avevano promosso due sanatorie che coinvolsero centinaia di migliaia di persone, segnando una prima presa d’atto della presenza strutturale di lavoratori stranieri. Il passaggio più significativo arrivò però nel 2005, quando l’esecutivo di José Luis Rodríguez Zapatero regolarizzò circa 600.000 migranti, con l’obiettivo esplicito di far emergere il lavoro sommerso e integrare queste persone nel sistema fiscale e contributivo. Tale legge, sebbene avesse scatenato forti critiche in tutta Europa, riuscì a far emergere una fetta enorme di economia invisibile, generando benefici tangibili per le casse dello Stato. I dati analizzati ex post confermano infatti che l’impatto fiscale di quell’operazione fu nettamente positivo. Una volta regolarizzati, i lavoratori hanno iniziato a contribuire attivamente al sistema pubblico: si stima che ogni immigrato abbia generato mediamente 4.000 euro all’anno in contributi previdenziali, a cui si è aggiunto il gettito derivante dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPF). Questo massiccio afflusso di risorse non è stato controbilanciato da un aumento della spesa pubblica; al contrario, i costi per servizi essenziali come sanità e istruzione non hanno subito variazioni significative, poiché la maggior parte di queste persone, vivendo già stabilmente sul territorio, aveva già accesso a tali prestazioni. La regolarizzazione, dunque, non ha fatto altro che rendere formale e produttivo un legame sociale già esistente. A partire da quel momento, la Spagna ha progressivamente affinato i propri strumenti, costruendo un sistema meno emergenziale e più strutturato che ha trovato il suo perno nel meccanismo dell’“arraigo”(che letteralmente significa “radicamento”). Introdotto tra il 2004 e il 2005, questo istituto ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma nelle politiche migratorie: la regolarizzazione ha smesso di essere una concessione straordinaria legata a una sanatoria generale decisa dal governo di turno, trasformandosi in un diritto del singolo individuo. In questo modo, il passaggio alla legalità è diventato un percorso che il cittadino straniero matura soggettivamente grazie al tempo e al proprio percorso di integrazione, rendendo il sistema indipendente dalla volontà politica contingente di varare leggi speciali. Le riforme più recenti hanno ulteriormente semplificato questa procedura, riducendo i tempi di permanenza richiesti e rendendo più accessibile il passaggio dall’irregolarità alla regolarità, consolidando un modello in cui l’integrazione sociale e lavorativa funge da pilastro per il riconoscimento giuridico. È su questo terreno già preparato che si innesta la regolarizzazione del 2026, che presenta però un elemento di novità decisivo: nasce da una proposta di legge di iniziativa popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700.000 firme. Il cuore pulsante di questa mobilitazione è stato il movimento Regularización Ya, una rete trasversale guidata in prima persona da persone migranti e sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile e realtà religiose. PH: Pedro Mata (Fotomovimiento) Come sottolineato dalle portavoce del movimento, non si è trattato di una concessione governativa, ma di una vittoria contro il “razzismo istituzionale”. In questo senso, risulta emblematica la denuncia dell’antropologa Zereli Gamarra, parte attiva del movimento sin dalla sua nascita nel 2020, secondo cui «l’irregolarità non è affatto un’anomalia, ma una categoria che lo Stato alimenta per sostenere ampi settori economici che dipendono dalla manodopera migrante precaria e sfruttata». Regularización Ya ha preteso che i migranti non fossero più trattati come meri oggetti di politiche assistenziali o ingranaggi invisibili dell’economia, ma come soggetti politici con pieni diritti, trasformando una battaglia per i documenti in una sfida alla dignità umana e alla fine dello sfruttamento. Non si tratta dunque soltanto di una misura calata dall’alto per esigenze di mercato, ma del risultato di una pressione sociale dal basso senza precedenti, che ha costretto il Parlamento spagnolo a confrontarsi con una richiesta di giustizia sociale diffusa, orientando l’agenda politica verso un modello di inclusione più partecipato e umano. Il provvedimento si distingue anche per alcune scelte operative che ne rafforzano l’impianto inclusivo. Non sono previste quote rigide, né meccanismi competitivi di accesso: viene invece stabilito un periodo ampio entro cui presentare domanda (dall’inizio di aprile fino alla fine di giugno 2026), evitando le dinamiche selettive che caratterizzano altri sistemi europei. Possono accedere alla procedura le persone già presenti in Spagna da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025, prive di precedenti penali, alle quali viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo che autorizza al lavoro (autonomo o dipendente) in qualsiasi settore e su tutto il territorio nazionale, successivamente convertibile in titoli ordinari. Particolarmente significativa è l’attenzione alla dimensione familiare, con l’inclusione dei figli minori nei percorsi di ricongiungimento: in questi casi, la validità iniziale del titolo viene estesa fino a cinque anni, confermando la volontà di favorire un radicamento stabile nel lungo periodo. Un elemento fondamentale è la possibilità di regolarizzazione per i richiedenti protezione internazionale (purché la loro domanda sia antecedente al 31 dicembre 2025). La Spagna riconosce esplicitamente che moltissime persone scivolano nell’irregolarità a causa dei ritardi burocratici nel trattamento delle pratiche, una posizione che si pone in netto conflitto con l’inasprimento delle politiche migratorie imposte dal Patto di Asilo e Migrazione 2026 dell’UE. Tuttavia, la portata di questa misura resta confinata ai confini nazionali: la regolarizzazione non concede automaticamente il diritto di risiedere o lavorare in altri Stati membri, né garantisce una libertà di circolazione nell’area Schengen superiore a quella di un comune visto turistico, ribadendo la natura specifica di questo percorso spagnolo rispetto al quadro europeo. La scelta spagnola non è solo un atto di civiltà giuridica, ma una mossa strategica che sta già dando frutti economici straordinari. Mentre il resto del continente fatica a crescere, l’economia spagnola riceve un impulso decisivo proprio dall’immigrazione: le stime indicano un PIL in aumento del 2,8% nel 2025, con proiezioni che lo vedono mantenersi stabilmente sopra il 2% anche negli anni successivi. Questo cambiamento operativo permette ai neo-regolarizzati di contribuire immediatamente alle casse dello Stato, compensando l’invecchiamento demografico e risolvendo la carenza di manodopera in settori chiave. In sintesi, far emergere il lavoro sommerso e ampliare la base contributiva non solo rafforza il welfare, ma garantisce alla Spagna una competitività che la distingue nettamente nel panorama europeo. Quindi, dietro questa scelta si intravede una logica che non è soltanto umanitaria, ma anche economica. La Spagna, come gran parte dell’Europa, si confronta con un progressivo invecchiamento della popolazione e con una crescente carenza di lavoratori in diversi settori. Regolarizzare significa, in questo senso, trasformare una presenza già esistente in una risorsa visibile e produttiva: far emergere lavoro sommerso, ampliare la base contributiva, rafforzare la sostenibilità del sistema di welfare. Il confronto con l’Italia rende ancora più evidente la specificità del modello spagnolo. Nel sistema italiano, l’ingresso per lavoro è affidato principalmente al sistema dei “Decreti flussi”, regolati dal meccanismo del click day. Qui la distanza tra domanda e offerta è strutturale: le richieste superano di gran lunga le quote disponibili. A ciò si aggiungono ritardi cronici nella gestione amministrativa, che riguardano non solo il rilascio dei nulla osta, ma anche dei visti e dei permessi di soggiorno. In molti casi, persino la fissazione degli appuntamenti successivi all’invio del kit postale richiede tempi così lunghi da aver portato all’avvio di azioni legali collettive. Non mancano ulteriori criticità, come i frequenti decreti di revoca dei nulla osta, emessi a distanza di anni dall’ingresso del lavoratore straniero, o l’applicazione limitata del permesso di soggiorno per attesa occupazione, formalmente previsto ma raramente utilizzato nella pratica. Mentre la Spagna istituzionalizza la regolarizzazione come un diritto fluido e accessibile, l’Italia continua a procedere per “sanatorie” sporadiche che finiscono per ingolfare la macchina amministrativa, privando i lavoratori di ogni certezza giuridica. Emblematico è il fallimento gestionale della sanatoria 2020, che ha costretto la società civile a ricorrere allo strumento della class action per ottenere risposte elementari. Le criticità del sistema italiano sono state sancite dalle sentenze del TAR Lombardia n. 2949/2023, poi confermata dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 7704/2024, che ha accolto l’azione collettiva intimando alla Prefettura di Milano di chiudere le pratiche pendenti entro 90 giorni, e dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 1596/2025 che ha accertato, in via definitiva, l’inefficienza del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Roma nella gestione delle pratiche di regolarizzazione degli stranieri del 2020, conclusesi dopo oltre 4 anni dal loro avvio. Questi pronunciamenti non solo denunciano l’incapacità dello Stato di rispettare i propri termini procedimentali, ma confermano come, in Italia, la regolarizzazione resti un percorso a ostacoli burocratici, ben lontano dal modello di integrazione strutturale e tempestiva adottato con lungimiranza dalla Spagna. Analoghe problematiche emergono nel campo della protezione internazionale, dove le lunghe attese davanti alle Questure e l’incertezza dei tempi procedurali mantengono migliaia di persone in un limbo giuridico e sociale. In Italia, il sistema dell’asilo è ormai al collasso, travolto anche dal fallimento strutturale dei Decreti flussi e dei click day: l’incapacità di gestire gli ingressi legali finisce per riversare sulla protezione internazionale l’ultima speranza di regolarità, intasando uffici già stremati. Mentre la Spagna ha reagito a questo stallo con pragmatismo politico, trasformando i ritardi burocratici in un’occasione di regolarizzazione per i richiedenti asilo, l’Italia resta sostanzialmente immobile, incapace di produrre riforme che vadano oltre la gestione emergenziale o l’irrigidimento procedurale Il confronto tra i due Paesi non restituisce soltanto differenze tecniche, ma mette in luce due approcci profondamente distanti. Da un lato quello spagnolo, che sceglie di riconoscere la realtà sociale esistente per integrarla pienamente attraverso la garanzia dei diritti umani fondamentali. In questa prospettiva, la regolarizzazione smette di essere un mero adempimento burocratico e diventa un motore di civiltà: il riconoscimento dei diritti del singolo non solo ne restituisce la dignità, ma innesca un circolo virtuoso che permette al Paese di crescere socialmente e di rafforzarsi economicamente. Al polo opposto si colloca l’approccio italiano, caratterizzato da una visione miope e da una gestione ancora profondamente vincolata a rigidità procedurali e inefficienze amministrative le quali finiscono per negare, piuttosto che valorizzare, il potenziale di chi già vive e lavora sul territorio. Tale visione, non attenta alla tutela dei diritti fondamentali di queste persone, ma neanche alle reali esigenze economiche del Paese, predilige il rigore burocratico rispetto alla valorizzazione del capitale umano. Il sistema italiano si preclude così un’opportunità di sviluppo collettivo, subordinando la dignità individuale a una gestione normativa che appare incapace di tradurre la realtà sociale in risorsa strutturale. In un’Europa attraversata da profondi cambiamenti demografici ed economici, la sanatoria spagnola del 2026 rappresenta dunque più di un caso nazionale. È un segnale politico e culturale: l’idea che l’immigrazione possa essere affrontata non come emergenza permanente, ma come fenomeno strutturale da integrare in modo razionale. Per Paesi come l’Italia, questa esperienza non offre soluzioni immediate, ma pone una domanda inevitabile: se i migranti sono già parte integrante del sistema economico e sociale, ha ancora senso continuare a percepirli come un problema anziché riconoscerli come una risorsa?
Decreto Flussi: un sistema al collasso
AICHA BLASIOLI E ELENA MORELLI La campagna “Ero Straniero” ha pubblicato un nuovo report territoriale sugli esiti del Decreto Flussi nelle province italiane, con dati aggiornati a fine 2025 dove viene offerta una lettura per provincia del fenomeno: il quadro che emerge – per Roma in particolare – è allarmante. A livello nazionale il sistema mostra già crepe profonde: su circa 120.000 quote assegnate nel 2024, solo una domanda su dieci ha ottenuto un nulla osta e, alla fine, i permessi di soggiorno effettivamente richiesti si sono fermati a poco più del 20% delle quote disponibili. Una filiera che si spezza ben prima della conclusione della procedura e che, come già documentato nel dossier annuale di Ero Straniero, alimenta paradossalmente quel bacino di incertezza e invisibilità che la norma dovrebbe invece contrastare. Roma però è un caso a parte, anche in questo contesto già critico. Nel 2024 la Prefettura della Capitale ha gestito oltre 33.000 domande, tuttavia il numero di permessi di soggiorno effettivamente rilasciati dalla Questura – sulla base dell’attività prodromica svolta dalla Prefettura –  è di appena 85 permessi: meno del 2% delle quote assegnate. Basta un solo confronto per capire la portata del problema romano: Milano, con un numero di domande simile, nello stesso anno ha prodotto 940 permessi. Stessa procedura, stesso sistema normativo, undici volte il risultato.  Nel 2025 la situazione non è migliorata – anzi, il tasso di efficacia è sceso ulteriormente, attestandosi intorno allo 0,8%. Roma, purtroppo, non rappresenta un’eccezione ma un caso emblematico di una disfunzionalità più ampia, che conferma come la procedura prevista dai decreti flussi generi un forte disallineamento tra ingressi programmati e contratti di lavoro effettivi, producendo irregolarità e insoddisfazione sia per le imprese sia per i lavoratori stranieri.  Ph: Lorenzo Boffa Nel 2024 le cinque prefetture laziali – Roma, Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo – hanno ricevuto complessivamente quasi 70.000 domande, un volume enorme che il sistema non è stato in grado di reggere. A Frosinone – dove il report colloca l’Ufficio tra i peggiori d’Italia per efficienza – su oltre 8.000 domande i permessi di soggiorno completati sono stati 86. A Latina, che invece figura tra le prefetture relativamente più efficienti della regione, il percorso si è chiuso con successo per meno di un richiedente su dieci. Nel 2025 le istanze rigettate nel Lazio sono quasi quadruplicate rispetto all’anno precedente: un segnale che non indica un miglioramento della selezione, ma un sistema sempre più congestionato che scarica il proprio malfunzionamento sui lavoratori richiedenti, anche quando le carenze sono esclusivamente della Pubblica Amministrazione e anche quando il radicamento del lavoratore è ormai consolidato da una stabile e lunga permanenza sul territorio.  In questo contesto, le vulnerabilità strutturali già evidenziate nel dossier nazionale – a partire dalla natura dei controlli sul datore di lavoro, che avvengono solo ex post, a distanza di anni dall’effettivo ‘ingresso del lavoratore in Italia – trovano terreno ancora più fertile. Casi come quello del Sig. M., in cui la promessa di un impiego inesistente è diventata merce di scambio per migliaia di euro, non sono episodi isolati ma il prodotto prevedibile di un sistema che non verifica in anticipo. In questo contesto, il funzionamento concreto della procedura finisce per produrre un effetto distorsivo: eventuali carenze imputabili al datore di lavoro – quali, ad esempio, la mancanza di asseverazione – così come i ritardi riconducibili esclusivamente alla Pubblica Amministrazione – dalla convocazione per la sottoscrizione del contratto di soggiorno, fino al rilascio stesso del permesso – ricadono interamente sul lavoratore. Ne deriva che anche soggetti presenti in Italia da anni, e che hanno sempre osservato le prescrizioni normative, svolgendo regolare attività lavorativa, si trovano improvvisamente esposti a una condizione di precarietà e vulnerabilità rispetto alla regolarità del soggiorno, senza che tale situazione sia riconducibile a una loro condotta. NON È SOLO UN PROBLEMA DI CARICO DI LAVORO Su questo punto il report è esplicito: la disomogeneità dei risultati non è riconducibile soltanto alla quantità di domande gestite. Analizzando gli uffici con carichi di lavoro comparabili, emergono divari che non trovano giustificazione nel volume delle pratiche. Prefetture come Lecce, Milano e Brescia dimostrano che è possibile gestire grandi numeri con esiti quantomeno più soddisfacenti. Roma e Frosinone, invece, restano agli ultimi posti indipendentemente da questa variabile. Siamo davanti a una forte disomogeneità amministrativa tra uffici della stessa pubblica amministrazione dove la riuscita di una procedura di ingresso dipende, in misura determinante, dalla provincia in cui viene presentata la domanda. Una vera e propria “lotteria amministrativa” che penalizza sistematicamente i lavoratori e i datori di lavoro romani e laziali. UNA CONFERMA GIUDIZIARIA GIÀ AGLI ATTI Non si tratta più solo di lamentele, ma di una verità giudiziaria: la gestione della Prefettura di Roma è ufficialmente fallimentare. Già con la sentenza n. 1596 del 24 febbraio 2025, il Consiglio di Stato ha accertato in via definitiva l’inerzia della Pubblica Amministrazione in merito alla gestione della regolarizzazione dei lavoratori stranieri 2020, trascinata per oltre quattro anni tra ritardi inaccettabili e inefficienze strutturali. Il paradosso emerge con forza analizzando le memorie difensive dell’amministrazione stessa in tutte le procedure dove si lamenta il silenzio-inadempimento dell’Amministrazione. La maggioranza dei casi infatti, incontra un, ormai ordinario, stallo procedimentale tra l’ingresso del lavoratore e la convocazione presso i locali della Prefettura per la sottoscrizione del contratto di soggiorno: attività assolutamente imprescindibile ai fini del rilascio del permesso di soggiorno finale da parte della Questura. In questi casi – in cui la Prefettura non procede alla convocazione né emette un provvedimento negativo –  la stessa Amministrazione ha tentato di giustificare tali abnormi ritardi citando numeri che, anziché scagionarla, confermano una paralisi operativa cronica.  In particolare rileva che: * nell’anno 2021 rispetto alle 1.704 domande scrutinate, sono stati confermati solo 709 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 39% delle 1.793 quote assegnate; * nell’anno 2022 rispetto alle 5.118 domande scrutinate, sono stati confermati solo 392 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 7,7 % delle 5.086 quote assegnate; * nell’anno 2023 rispetto alle 6.141 domande scrutinate, sono stati confermati solo 409 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 8.9 % delle 4.563 quote assegnate; Tutto questo non fa che confermare una situazione disastrosa, un’inefficienza sistematica ed un’assoluta inadeguatezza dell’ufficio che ricade interamente sui lavoratori. Le ricadute di questo fallimento non sono astratte. Chi, nonostante l’inaccessibilità intrinseca della procedura tramite “click day”, riesce a presentare domanda di ingresso per lavoro da Roma o da Frosinone, si trova statisticamente in una condizione di quasi-impossibilità di completare la procedura, a parità di requisiti rispetto a chi presenta la medesima domanda da Verona o Milano. Questa asimmetria produce irregolarità non per scelta dei lavoratori, ma per incapacità strutturale delle istituzioni. Ph: Lorenzo Boffa I dati impongono una risposta che sia all’altezza della gravità della situazione. Da un lato, una procedura di ingresso già segnata, sin dalla fase iniziale del “click day”, da evidenti profili di aleatorietà, richiede di per sé un intervento di riforma.  Ma a maggior ragione, a fronte di una conclamata inefficienza della procedura non può essere normalizzato un tempo di attesa  di tre anni, all’esito del quale, per altro, spesso interviene una revoca del nullaosta in luogo dell’auspicato – e prospettato – permesso di soggiorno. Appare evidente allora che non basti  aumentare le quote: occorre intervenire con urgenza sulle strutture che non riescono ad elaborarle. Questo significa dotare le Prefetture del Lazio – e in primo luogo Roma – di risorse umane e strumenti adeguati, introdurre sistemi di monitoraggio territoriale degli esiti, e semplificare un’architettura procedurale che oggi genera dispersione a ogni passaggio. VERSO UN SUPERAMENTO DELLE “ZONE GRIGIE” Per superare l’empasse determinato dagli anni di accumulato ritardo amministrativo, appare necessario un intervento straordinario, sul modello della Circolare del Ministero dell’Interno adottata nel 2007, che intervenga al fine di sbloccare le pratiche arretrate e fornire indicazioni operative più flessibili alle Prefetture. Guardando al futuro, però, emerge con chiarezza l’improcrastinabile esigenza di superare definitivamente la lunga e travagliata stagione dei decreti flussi. Di particolare interesse sono le soluzioni proposte nel dossier per riformare il sistema con l’obiettivo di renderlo più flessibile e capace di rispondere realmente alle esigenze del mercato e dei lavoratori stranieri, tutelando così tutte le parti coinvolte. In questa prospettiva, si immaginano nuovi canali che superino i limiti del decreto flussi: da un lato, la possibilità per i datori di lavoro di assumere direttamente dall’estero senza vincoli di quote o finestre temporali; dall’altro, l’introduzione di permessi per la ricerca di lavoro, sia con il supporto di uno sponsor sia su iniziativa diretta del lavoratore, con garanzie economiche e possibilità di conversione in permesso per lavoro. Nello specifico, l’introduzione dell’assunzione diretta “a chiamata” extra-quota e di un canale di regolarizzazione permanente tramite contratto di lavoro potrebbero rappresentare la svolta necessaria per illuminare il “territorio grigio” dei flussi: * L’assunzione a chiamata eliminerebbe alla radice le criticità legate alle quote e alle zone d’ombra procedurali, riducendo lo spazio di manovra per le manipolazioni al sistema. * Il canale di regolarizzazione fornirebbe uno strumento di emersione a posteriori in caso di anomalie, garantendo una via d’uscita legale e funzionale. In alternativa un ulteriore strumento utile, se potenziato, potrebbe essere quello contenuto nell’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/98), che ad oggi consente l’ingresso di lavoratori in qualsiasi momento dell’anno e senza vincoli di quote. Accanto a questi strumenti, viene sottolineata l’importanza di regolarizzare le persone già presenti in Italia ma senza documenti, attraverso meccanismi stabili come si sta facendo, e con successo, in Spagna, riconoscendo il radicamento sociale di chi vive e partecipa da tempo alla vita del Paese. Nel complesso, l’obiettivo è costruire un sistema più accessibile e realistico, capace di ridurre precarietà, irregolarità e sfruttamento, a vantaggio dei lavoratori e delle aziende. L’IMPATTO SUL SISTEMA DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE Infine, va considerato un effetto collaterale critico e di non poco conto sul piano complessivo: attualmente, in assenza di percorsi alternativi, chi vede fallire la propria procedura di ingresso per lavoro è spesso indotto a presentare domanda di Protezione Internazionale – la c.d. domanda di asilo – come unico strumento per evitare l’espulsione dal territorio italiano. Nonostante le restrizioni introdotte dal D. L. 20/2023 (c.d. Decreto “Piantedosi”) in materia di protezione speciale, la domanda di protezione internazionale rimane spesso l’unica via per tentare di riabilitare il proprio status giuridico. Ciò si traduce in uno svuotamento di senso dell’istituto della Protezione Internazionale e un carico di lavoro insostenibile per le Pubbliche Amministrazioni che si occupano della valutazione delle domande, anch’esse già sull’orlo del collasso. Proprio in assenza di strumenti alternativi adeguati, la domanda di asilo finisce per assumere, in modo improprio, la funzione di unico ammortizzatore sociale e giuridico per diverse categorie di persone. Tra queste rientrano anche i lavoratori entrati regolarmente tramite la procedura dei “flussi”, ma successivamente precipitati – per cause, come si è visto, a loro non imputabili – in una condizione di sostanziale irregolarità. Si tratta, dunque, nella maggior parte dei casi, di istanze fortemente connotate da esigenze di natura economica, che vengono a collocarsi all’interno di un sistema concepito, invece, per dare risposta a situazioni di bisogno di protezione internazionale. È necessario un radicale cambio di paradigma che sposti l’accento sulla trasparenza delle verifiche preventive e sulla flessibilità dei canali di accesso. Una riforma efficace non può prescindere dalla previsione di ulteriori e più agili strumenti di ingresso, nonché da meccanismi alternativi di regolarizzazione dei richiedenti.  Solo attraverso il potenziamento di questi canali legali e di stabilizzazione sarà possibile sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto dell’illegalità, garantendo al contempo efficienza a una Pubblica Amministrazione oggi congestionata. La gestione dei flussi deve smettere di essere un terreno di emergenza per diventare una politica economica e sociale di lungo respiro.
Gli ingressi fuori quota
IRENE PAVLIDI E GENNARO SANTORO In Italia, le aziende hanno un’alta necessità di manodopera da impiegare prevalentemente nei settori in cui è più difficile trovare lavoratori italiani, pertanto sono disponibili ad assumere personale di origine straniera anche avvalendosi di una forma di reclutamento basta su reti informali di conoscenze, magari rivolgendosi proprio al fidato lavoratore bengalese o marocchino che da anni lavora alle sue dipendenze. A sua volta, quel lavoratore o quella lavoratrice sarebbe entusiasta di poter dare un’opportunità ad un fratello o al cugino rimasto in Patria.  Tale fenomeno si chiama catena micro-migratoria ed è un metodo che ad oggi risulta efficace per le aziende in difficoltà. Come è ormai noto, e come più volte dimostrato dalla Campagna Ero Straniero per i lavoratori stranieri non esiste una semplice equazione lineare tra domanda e offerta di lavoro, bensì un sistema complesso segnato da discrepanze strutturali e barriere burocratiche che coinvolgono Ministeri, Amministrazione Pubblica, Agenzie, Professionisti, a volte Intermediari riconosciuti e no. Il mercato del lavoro per i cittadini extra-UE è fortemente influenzato, dunque, da decreti, necessità di permessi di soggiorno e altre difficoltà legate al solo fatto che il/la lavoratore/lavoratrice sono stranieri e non vivono già regolarmente in Italia. La gestione di una situazione lavorativa tanto complessa per i cittadini stranieri si rivela, nella maggior parte dei casi, estremamente ardua anche per avvocati esperti e operatori legali. Spesso, infatti, si trovano nell’impossibilità di garantire gli esiti auspicati, costretti ad ammettere che tutto può dipendere, di fatto, da un semplice “click”, da cui finisce per dipendere non solo una pratica, ma il destino stesso del lavoratore o della lavoratrice.  Ciò premesso, vogliamo rappresentare come, nel corso degli ultimi 3 anni, attraverso tentativi più o meno efficaci, il Governo e tutti gli Attori (pubblici e privati) coinvolti in questo complesso percorso, stiano tentando di superare il fallimentare sistema degli ingressi tramite il sistema delle quote e del click-day.  Con l’introduzione della Legge 50/2023 l’Italia ha dato nuovo slancio a uno strumento innovativo, previsto dall’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/98). Sono i c.d. i “corridoi lavorativi” e rappresentano una concreta svolta nelle politiche migratorie, poiché consentono l’ingresso regolare di lavoratori e lavoratrici stranieri “fuori quota” all’esito di un breve periodo di formazione nel paese di residenza. Questi ingressi al di fuori dei limiti numerici imposti annualmente dal tradizionale Decreto Flussi, possono essere attivati in qualsiasi momento dell’anno, consentendo al datore di lavoro di poter programmare l’assunzione e l’inserimento lavorativo delle risorse necessarie (per di più formate) e senza vincoli temporali e numerici. MA COME FUNZIONA IL MODELLO “FORMA E ASSUMI”?  Il cuore di questo sistema è il modello train-to-hire: attraverso percorsi strutturati di selezione e formazione che avvengono direttamente nei Paesi di origine (prima della partenza), i candidati acquisiscono le competenze necessarie per inserirsi immediatamente nel mercato del lavoro italiano. L’idoneità viene valutata attentamente in base alle qualifiche e all’esperienza professionale di ciascun individuo. Questo approccio offre una soluzione concreta a un duplice problema: da un lato le aziende italiane possono ridurre il divario tra domanda e offerta di lavoro, fornendo manodopera qualificata in quei settori produttivi chiave che oggi soffrono di una grave carenza di personale; dall’altro per i lavoratori e le lavoratrici stranieri è possibile garantire un arrivo in Italia sicuro e basato su un’offerta di lavoro reale e verificata. UN’ALTERNATIVA SICURA ALLE MIGRAZIONI IRREGOLARI A differenza delle rotte migratorie irregolari, i corridoi lavorativi creano percorsi legali e trasparenti. Questo sistema non solo azzera i rischi legati ai viaggi illegali, ma previene alla radice il fenomeno dello sfruttamento lavorativo, tutelando i diritti e la dignità delle persone. I corridoi lavorativi non si limitano alla sola migrazione economica standard.  Infatti questi programmi di mobilità possono essere adattati per facilitare l’ingresso di categorie vulnerabili, come i rifugiati politici che risiedono in un Paese terzo ospitante oppure persone sfollate che vogliono emigrare nel nostro Paese. In questo modo, il sistema risponde non solo alle esigenze economiche nazionali, ma anche a fondamentali necessità di protezione internazionale, permettendo ai rifugiati di ricostruirsi una vita grazie alle proprie competenze professionali. IL QUADRO NORMATIVO In linea generale l’ingresso di cittadini extra UE formati all’estero è disciplinato dall’art. 23 del D.Lgs 286/1998 (Testo Unico Immigrazione) che regola “Corsi di istruzione e formazione professionale nei Paesi di origine”. È stato modificato dal Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20 (“Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare”, poi convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50. Secondo questa norma, gli stranieri che hanno completato appositi programmi di istruzione e formazione professionale nei Paesi di origine possono fare ingresso in Italia, per motivi di lavoro subordinato, al di fuori delle quote stabilite dall’art.3, comma 4, del TUI. Questi ingressi così specificamente regolamentati, si possono attuare nell’ambito di programmi approvati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dal Ministero dell’istruzione e del Merito o dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso la realizzazione di attività di istruzione e formazione professionale e civico-linguistica nei Paesi di origine o residenza, anche in collaborazione con Regioni, Province Autonome e altri Enti Locali, Organizzazioni nazionali degli imprenditori e datori di lavoro e dei lavoratori, nonché organismi internazionali finalizzati al trasferimento dei lavoratori stranieri in Italia ed al loro inserimento nei settori produttivi del Paese, enti ed associazioni operanti nel settore dell’immigrazione da almeno tre anni. Le modalità di predisposizione e i criteri di valutazione di tali programmi sono state definite tramite l’adozione di apposite Linee guida da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 1. Le Linee Guida definiscono la platea di soggetti che possono promuovere i programmi di formazione, da soli o in partenariato, prevedendo premialità per il coinvolgimento delle Parti Sociali e dei Centri Provinciali di Istruzione degli Adulti. Indicano, inoltre, i contenuti essenziali della formazione, che non sarà solo settoriale, ma dovrà prevedere necessariamente anche l’insegnamento della lingua italiana, elementi di educazione civica, nozioni in materia di lavoro e diritti dei lavoratori ed elementi di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. I programmi vengono valutati in base ai requisiti dei proponenti, alla rilevanza dei percorsi rispetto alla domanda di lavoro e all’organizzazione delle attività, non ultimo in linea con le politiche di cooperazione e sviluppo del Paese (vedi Piano Mattei per l’Africa in primis). Le attività sono realizzate in raccordo con le autorità locali, il che è fondamentale per non “calare” dall’alto progetti formativi efficaci, prestando attenzione alla vocazione produttiva dei territori coinvolti. Questo aspetto è davvero rilevante anche in un’ottica circolare dell’utilizzo delle risorse. Infatti se quei candidati che hanno preso parte ai programmi di formazione, dopo un periodo di lavoro in Italia o all’esito del percorso formativo, decidono di restare nel paese di residenza, queste risorse saranno in ogni caso utili a creare sviluppo e nuove opportunità. COME SI ATTIVANO I CORRIDOI LAVORATIVI?  I soggetti proponenti 2 devono inviare al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (programmi.art23@pec.lavoro.gov.it) il programma di formazione professionale e civico-linguistica, che sarà esaminato da una Commissione interministeriale di valutazione convocata periodicamente dalla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione.  I programmi devono necessariamente prevedere: * la formazione linguistica per il raggiungimento almeno del livello A1  * la formazione professionale, che dovrà includere nozioni in materia di lavoro e diritti dei lavoratori, elementi di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, lessico di settore e sessioni di orientamento al lavoro per il potenziamento delle competenze trasversali e il supporto alla ricerca attiva del lavoro. La formazione può essere in parte erogata con l’utilizzo combinato di metodologie didattiche differenti, tra le quali la formazione a distanza – FAD, sebbene la modalità predominante debba essere quella in presenza. PROGRAMMAZIONE DEGLI INGRESSI I partecipanti che hanno completato con successo il percorso formativo (professionale e civico linguistico) possono finalmente entrare e lavorare in Italia.  L’azienda interessata all’assunzione del personale formato invia attraverso l’apposito Portale ministeriale 3 la richiesta di rilascio del nulla osta all’ingresso del candidato o candidata ai fini dell’assunzione.  I cittadini e le cittadine stranieri – residenti all’estero – ma anche apolidi o rifugiati riconosciuti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati o dalle Autorità competenti nei Paesi di primo asilo o di transito – potranno dunque fare ingresso e soggiornare in Italia per lavoro subordinato in maniera regolare e programmata, grazie alla richiesta nominativa presentata dall’impresa.  Come già evidenziato, per assumere un lavoratore o una lavoratrice che ha frequentato all’estero un programma di formazione professionale e civico-linguistica autorizzato dal MLPS, il datore di lavoro può inviare in qualunque momento dell’anno una richiesta nominativa allo Sportello Unico per l’Immigrazione, competente per il luogo in cui il candidato/a verrà a svolgere attività lavorativa.  Gli ingressi dei formati all’estero, pur avvenendo al di fuori delle quote, seguono in ogni caso le procedure previste dall’art. 22 del D.lg. n. 286/98 (T.U.I.), ma non è necessario procedere alla preventiva verifica di indisponibilità presso i Centri per l’Impiego di lavoratori presenti sul territorio nazionale. SEMPLIFICAZIONE DELLE PROCEDURE Inoltre, trascorsi 30 giorni dall’invio delle domande di nulla osta al lavoro senza che siano emerse le ragioni ostative, il nulla osta viene rilasciato automaticamente ed inviato – in via telematica – alle Rappresentanze diplomatiche italiane dei Paesi di residenza del lavoratore, che – a loro volta – dovranno rilasciare il visto di ingresso entro trenta giorni dalla relativa domanda presentata dal cittadino straniero. Per i lavoratori formati all’estero è necessario che la domanda di visto venga presentata entro 6 mesi dal termine del corso. Il decreto-legge n. 146/2025, convertito con la legge n. 179/2025, ha prolungato in via sperimentale fino al 31 dicembre 2027, a 12 mesi il tempo utile, dopo la fine del corso, per chiedere il visto d’ingresso. È stato, inoltre, escluso, per questi lavoratori, l’applicazione della procedura che richiede la conferma da parte del datore di lavoro della volontà di procedere all’assunzione prima che il visto venga rilasciato 4. Una volta ottenuto il visto, il lavoratore potrà entrare in Italia. Il datore di lavoro verrà avvisato dell’avvenuto rilascio del nulla osta mediante apposita comunicazione che riceverà all’indirizzo di posta elettronica indicato e potrà scaricare direttamente il nulla osta accedendo al Portale Servizi. L’eventuale accertamento successivo di elementi ostativi riscontrati dalla Questura e/o nell’ambito delle verifiche a campione condotte dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro comporterà la revoca del nulla osta e del visto, la risoluzione di diritto del contratto di soggiorno, nonché la revoca del permesso di soggiorno. Nelle more della sottoscrizione del contratto di soggiorno, il nulla osta consente lo svolgimento dell’attività lavorativa. In ogni caso per la regolare assunzione del lavoratore è sempre richiesto il rispetto degli obblighi di comunicazione obbligatoria di assunzione agli enti competenti (Mod. UNILAV) da parte del datore di lavoro. Al lavoratore sarà così rilasciato un permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato. CONCLUSIONI C’è grande fermento sul tema dei c.d. “corridoi lavorativi” e sono oltre 90 i progetti approvati dalla Commissione interministeriale per un totale di 3.567 persone che hanno aderito ai programmi di formazione nel paese di residenza e 2.578 persone che hanno fatto concluso il percorso formativo e che sono pronte ad essere impiegate in Italia. Nell’attesa di una riforma organica della materia, i “corridoi lavorativi” rappresentano una grande occasione per superare e sostituire il fallimentare sistema dei decreti flussi e la lotteria dei click-day. Perché ciò avvenga è necessario un coinvolgimento maggiore degli attori sociali: non solo delle associazioni datoriali, ma anche di quelle dei lavoratori e delle lavoratrici e del terzo settore; non solo delle istituzioni nazionali ma anche e soprattutto di quelle locali.  L’esperienza di Torino, dove è stato istituito un protocollo territoriale per l’attuazione dei Corridoi Lavorativi per i Rifugiati, rappresenta un modello che già ora si sta replicando a Milano. Attiva Diritti e questa rubrica intendono favorire questo processo perché convinti che il lavoro sia uno strumento di integrazione e di coesione sociale. Crediamo che il lavoro, come riconosciuto dalla Costituzione italiana, sia uno strumento fondamentale di integrazione e dignità. E crediamo che un sistema che produce irregolarità invece di prevenirla non sia solo ingiusto, ma anche inefficiente per l’economia e per le istituzioni. In questa prospettiva, il lavoro viene considerato non soltanto quale fattore economico, ma quale elemento centrale nei processi di integrazione sociale e giuridica, in coerenza con i principi costituzionali. Con misure strutturali che ampliano i canali di ingresso regolare per ragioni di lavoro e riconoscono il radicamento territoriale delle persone come titolo sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno, il governo spagnolo sta dimostrando che è possibile – e conveniente – considerare la migrazione non come una crisi da contenere, ma come una risorsa. Nel nostro piccolo, come Attiva Diritti, non vogliamo soltanto contribuire – con questa rubrica – ad un dibattito non propagandistico sulle migrazioni, ma intervenire in concreto per lo sviluppo e la diffusione di strumenti più coerenti, efficaci e rispettosi dei diritti fondamentali, superando la logica degli interventi emergenziali e favorendo l’emersione di soluzioni strutturali. Ci mettiamo quindi a disposizione delle associazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, delle associazioni datoriali, del terzo settore, degli enti locali e di tutti gli attori e le attrici che vogliono contribuire allo sviluppo di progetti ex art 23 TUI per dimostrare che il superamento dei fallimentari click-day è già possibile da subito.  * Per informazioni: attivadiritti@gmail.com  1. Linee guida sui programmi per i corridoi formativi. ↩︎ 2. Sotto il profilo istituzionale e territoriale, l’iniziativa può essere promossa da Regioni, Province autonome, enti locali (comprese le loro unioni, consorzi e articolazioni dotate di autonomia organizzativa e finanziaria), nonché da organizzazioni internazionali e intergovernative. Un ruolo centrale è altresì riconosciuto alle parti sociali, essendo ammesse le organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale. Per quanto concerne il comparto educativo e delle politiche attive del lavoro, la legittimazione si estende al mondo accademico e scolastico (Università, istituti di ricerca, ITS Academy e Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti – CPIA), agli operatori pubblici e privati accreditati per i servizi al lavoro (ex D.lgs. 276/2003 e 150/2015), e agli organismi accreditati a livello regionale per la formazione professionale. Infine, il legislatore ha inteso valorizzare il contributo del privato sociale: possono infatti farsi promotori dei progetti anche gli Enti del Terzo Settore regolarmente iscritti al RUNTS, le organizzazioni della società civile registrate presso l’Agenzia per la Cooperazione Italiana, e gli enti o associazioni specificamente iscritti al registro per le attività a favore degli immigrati. ↩︎ 3. Questo è il collegamento al Portale ministeriale attraverso cui vanno caricate le richieste dell’impresa: https://portaleservizi.dlci.interno.it/AliSportello/ali/home.htm. La richiesta di nulla osta va compilata utilizzando il modello  LFE  “Conversioni fuori quota e progetti speciali” (Qui una guida illustrata). All’invio del modulo, il Portale Servizi, collegandosi con il sistema SILEN del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, verifica se il nominativo del lavoratore è presente negli elenchi dei programmi di formazione approvati. ↩︎ 4. Questo ulteriore step è stato inserito per le ordinarie procedure del rilascio del Nulla osta nell’ambito del decreto flussi con D.L. 145/2024. ↩︎
Il labirinto dei flussi: due storie di un’irregolarità di stato
LORENZO BOFFA, PAPIA AKTAR Quando Mohamed atterra a Fiumicino nell’agosto del 2025, ha in tasca un visto regolare stampato dall’Ambasciata italiana a Dacca. Sul passaporto compare la qualifica di lavoratore specializzato, nel curriculum una laurea magistrale in sociologia. A Gazipur, in Bangladesh, Mohamed lavorava come area manager per un’azienda privata, guadagnando circa 30.000 Taka mensili. Una cifra dignitosa per il contesto locale, ma insufficiente a garantire le cure mediche per i genitori anziani e un futuro alla moglie e al figlio. L’occasione per un cambio di vita radicale arriva dal fratello di un intermediario residente in Italia, che gli prospetta un impiego nel settore navale a Massa Carrara con uno stipendio di 2.000 euro, oltre dieci volte superiore a quello percepito in patria. Il suo ingresso è l’esito di una procedura governativa ufficiale. Eppure, non appena il carrello del suo bagaglio varca la soglia degli arrivi, il sistema della migrazione legale italiana inizia a sgretolarsi. Mohamed prende il telefono e chiama l’uomo che, sulla carta, dovrebbe essere il suo datore di lavoro a Massa Carrara. La risposta che riceve è una sentenza pronunciata con cinismo burocratico: «Ti ho fatto arrivare e basta. Ho portato quindici, venti persone come te. Non posso farti il contratto, ora arrangiati». In quel preciso istante, Mohamed diventa parte di quel 92,1% di persone che il Decreto Flussi spinge forzatamente in una condizione di irregolarità giuridica. I dati raccolti dalla campagna Ero Straniero nel suo rapporto del febbraio 2026 offrono la trascrizione statistica di questo tradimento istituzionale: nel 2025, a fronte di 181.450 quote programmate dal governo, solo 14.349 persone sono riuscite a ottenere un permesso di soggiorno reale. È un tasso di successo del 7,9%. Lo Stato italiano ha programmato l’ingresso di dodici persone per vederne regolarizzata soltanto una, lasciando le altre undici in un limbo privo di tutele, in balia di un meccanismo che i monitoraggi indipendenti definiscono una lotteria burocratica. La vicenda di Mohamed svela il collasso dei controlli preventivi. Per accedere alle quote del governo, ha pagato 20.000 euro tramite bonifici bancari tracciabili sul conto della società in Italia. È un mercato dei visti alla luce del sole. A settembre 2023, la pratica aveva ottenuto il Nulla Osta, ma l’Ambasciata italiana a Dacca aveva bloccato l’emissione del visto. Invece di subire passivamente, Mohamed aveva scritto all’Ambasciata, scoprendo che il futuro datore di lavoro in Italia si trovava in una “lista nera” e che pertanto erano necessarie ulteriori rassicurazioni. Nonostante questa evidenza documentale, la Prefettura di Massa Carrara ha finito per confermare il parere favorevole, autorizzando la stampa del visto. Oggi Mohamed è bloccato in Italia in un vuoto normativo. Per lui, il rimpatrio è un’ipotesi impraticabile. «Se dovessi tornare indietro ora, tornerei solo da morto», spiega valutando il peso del debito contratto. «Da vivo, con i soldi che devo restituire in patria, non riuscirei a sopravvivere». Invece di inviare rimesse, deve chiedere ulteriori prestiti ai parenti per pagarsi un posto letto in subaffitto. Supportato da Arci Roma, il 10 marzo scorso si è presentato agli sportelli della Prefettura ponendo ai funzionari una questione ineludibile: «Che colpa ho io? Sono venuto con un sistema vagliato e garantito da voi. Sulla carta avevo un datore e uno stipendio, ma ad oggi non ho niente». A fronte di un ingresso gestito dallo Stato, l’unica risposta dell’amministrazione è stata suggerirgli di sporgere denuncia e attendere, lasciandolo senza alcun ammortizzatore sociale. Se la storia di Mohamed racconta il blocco all’ingresso, quella di Aziz, trentenne originario del distretto di Noakhali, mappa il percorso di precarizzazione forzata dei mesi successivi. Laureato in Business Administration, Aziz decide di partire perché nel suo paese non trova un lavoro che gli permetta di vivere dignitosamente e mantenere la famiglia, dato che il padre è diventato invalido in seguito a un grave incidente. Con l’età che gli chiude l’accesso ai concorsi pubblici in Bangladesh e i risparmi di famiglia prosciugati dalle cure mediche, imbocca la via legale italiana. Soffrendo di una patologia cronica alla vista che gli impedisce lavori di fatica al sole, l’intermediario gli promette un impiego nel settore alberghiero, ma per rientrare nelle quote del decreto falsifica la pratica inserendolo fittiziamente nel settore “edilizia”. Il prezzo del Nulla Osta è schiacciante: 15.000 euro (16 Lakh Taka), finanziati da prestatori informali al 2,5% di interessi mensili. «Ogni trenta giorni devo mandare 40.000 Taka solo per coprire gli interessi», racconta. Arrivato a Fiumicino nel febbraio 2023, Aziz scopre che nessuno lo aspetta. Nei giorni successivi riesce a rintracciare l’intermediario, che però prende tempo. Lo rassicura sostenendo di aver inviato una PEC alla Prefettura per fissare l’appuntamento della firma, ma contemporaneamente lo scoraggia: «Il lavoro nell’edilizia non è per te che hai studiato». Per tenerlo buono, l’uomo gli paga tre mesi di affitto in un posto letto e poi scompare nel nulla, abbandonandolo a se stesso. Schiacciato dall’orologio degli usurai, Aziz entra nel mercato delle procedure amministrative. Paga un consulente per spedire il “Kit Postale” per la richiesta di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Inizialmente, Aziz è convinto si tratti di una prassi legittima. La ricevuta della raccomandata con l’ologramma gli consente di aprire un conto bancario e di trovare un impiego regolare come cameriere. Solo in seguito, consultando un secondo legale, scopre che la pratica del Kit era del tutto strumentale: di lì a poco, infatti, la Prefettura gli notificherà la revoca ufficiale del Nulla Osta per irreperibilità del datore iniziale. La notizia attraversa l’oceano e colpisce la famiglia: la madre subisce un ictus. Aziz si sente responsabile: per lui, la malattia della madre è stata causata della pressione finanziaria e della paura di perdere le terre messe a garanzia del prestito. Per non perdere il lavoro in regola, i legali indicano ad Aziz l’unica strada che la normativa lascia aperta: la domanda d’asilo. Dopo diversi tentativi e notti passate in fila davanti alla Questura, riceve inizialmente un diniego: per poter presentare la domanda gli viene richiesto di rinunciare alla pratica relativa ai flussi. In seguito, davanti alla Commissione Territoriale, nel dicembre 2025, si presenta un lavoratore perfettamente integrato. I commissari mettono a verbale che la sua storia è del tutto credibile: riconoscono la truffa subita dall’intermediario, certificano l’estorsione del debito usuraio e prendono atto del suo inserimento, annotando che Aziz ha un impiego con contratto a tempo indeterminato, un alloggio stabile e frequenta il CPIA per imparare la lingua italiana. Il verdetto documenta l’equilibrismo del sistema: l’asilo viene negato perché il Bangladesh è classificato come “Paese sicuro”, ma ad Aziz viene concessa la Protezione Speciale. La motivazione è esclusivamente medica: un certificato medico attesta una grave “sintomatologia psico-fisica” e questo lo esporrebbe al rischio di trattamenti inumani nel suo paese, in cui non potrebbe curarsi come invece avviene in Italia. Lo Stato lo riconosce come un soggetto vulnerato dalla burocrazia, rifiutandosi di inquadrarlo come lavoratore attivo. Il paradosso si chiude con una condanna a lungo termine: per effetto del Decreto Cutro (L. 50/2023), quel titolo di soggiorno ottenuto per motivi di salute non potrà mai essere convertito in un permesso per motivi di lavoro. Aziz è così destinato a rimanere un “vulnerabile” di Stato, confinato in un limbo di subalternità perenne. Questa medicalizzazione del diritto coincide con la scarnificazione dell’asilo denunciata da organizzazioni come ASGI e la campagna Ero Straniero. Privo di salvagenti per chi subisce truffe, il sistema della protezione internazionale diventa l’unico riparo contro la marginalità giuridica. Nel 2024, a fronte di migliaia di procedure fallite, lo Stato ha rilasciato appena 179 permessi per “attesa occupazione”, come certificato dai dati del Centro Studi Idos. Una cifra irrisoria, che spiega perché lavoratori qualificati siano costretti a intasare tribunali e commissioni mediche pur di continuare a servire ai tavoli di un ristorante. Questa architettura poggia su un mercato illecito dettagliato dalle cronache giudiziarie. In provincia di Napoli, la Direzione Distrettuale Antimafia ha smantellato reti composte da intermediari, professionisti e funzionari dell’Ispettorato del Lavoro, dove i Nulla Osta venivano agevolati in cambio di utilità per società fittizie, vere e proprie scatole vuote che dichiaravano fallimento poche settimane dopo l’ingresso del migrante. A Imola, la Polizia di Stato ha sequestrato un centro di assistenza fiscale in grado di inserire oltre 500 domande sfruttando il “silenzio assenso”. Fino al 2023, trascorso un mese senza risposte dalle Prefetture, la domanda veniva validata automaticamente: fogli bianchi e passaporti scaduti generavano visti venduti a migliaia di euro. Di fronte a un assetto normativo che penalizza il lavoratore per le colpe del datore il contrasto con un altro paese europeo, la Spagna, è netto. Il governo Sanchez ha recentemente approvato una riforma storica, spinta dal basso dall’enorme raccolta firme della campagna Regularización Ya!. Il fulcro del modello iberico è l’istituto dell’Arraigo (il radicamento): un meccanismo strutturale inserito nella legge sull’immigrazione che garantisce il permesso di soggiorno riconoscendo la presenza reale e il legame lavorativo o sociale già costruito sul territorio. Se Aziz si fosse trovato in Spagna, non avrebbe dovuto affrontare il calvario della finta richiesta d’asilo che non voleva presentare: i suoi 19 mesi di contratto a tempo indeterminato e il suo percorso di assestamento nel paese sarebbero stati requisiti sufficienti per ottenere un permesso per lavoro alla luce del sole. Svincolando la regolarizzazione da una scommessa pre-partenza e basandola sull’inserimento effettivo, la Spagna prosciuga alla radice l’economia delle truffe che prospera in Italia. In assenza di un meccanismo simile, in Italia la risposta sta assumendo i contorni di una vera e propria vertenza politica animata dai diretti interessati. La mobilitazione del comitato bengalese “Tikase” (un’espressione che ironicamente significa “va tutto bene”) ha trasformato il senso di isolamento individuale in una presa di coscienza collettiva. Lo si è visto chiaramente nell’assemblea nazionale che ha preceduto le proteste di piazza: oltre ottocento lavoratori bengalesi hanno gremito in ogni ordine di posto gli spazi della sede centrale dell’Arci a Roma. Ph: Attiva Diritti – assemblea all’Arci Una sala stipata di persone che hanno preso la parola per condividere la stessa identica biografia di debiti usurai, datori di lavoro irreperibili e ingranaggi burocratici bloccati. Un percorso assembleare che è poi sfociato nella manifestazione del 18 dicembre, data scelta non a caso perché anniversario della morte dei lavoratori africani asfissiati nel tunnel del Monte Bianco nel 1972, a segnare la continuità tra le vecchie e le nuove frontiere dello sfruttamento. La proposta condivisa dalle ottocento persone dell’assemblea e dalle sigle della società civile sarebbe immediatamente applicabile: l’emanazione di una Circolare ministeriale (sul modello di quella già adottata nel 2007) che garantisca il rilascio del permesso per “attesa occupazione” a chiunque sia entrato con il Decreto Flussi e sia rimasto vittima di datori di lavoro irreperibili. Permettere l’emersione di chi è già sul territorio significherebbe stabilizzare un saldo fiscale che vede i cittadini stranieri garantire 4,6 miliardi di euro netti alle casse dello Stato. Ma, in primis, significherebbe riconoscere diritti reali a persone che già vivono, lavorano e partecipano al tessuto sociale del Paese, abbandonando un approccio che relega l’immigrazione a sole politiche di assistenza per i rifugiati o a tagliole amministrative. Mantenere le regole attuali significa continuare a investire risorse pubbliche per alimentare, per decreto, un’irregolarità programmata.
“In Regola”. Migrazione e lavoro: una riforma necessaria
Nel dibattito pubblico italiano la migrazione viene raccontata quasi esclusivamente attraverso le categorie della sicurezza, del controllo delle frontiere e del sistema di accoglienza e asilo. Questo tipo di narrazione finisce per lasciare ai margini un’altra dimensione fondamentale del fenomeno migratorio: quella delle persone che vivono e lavorano stabilmente nel Paese e che cercano di regolarizzare il proprio soggiorno attraverso il lavoro. In questo modo, la figura del lavoratore con background migratorio rischia di essere percepita come residuale o non “meritevole” di tutela . Eppure, nella realtà quotidiana del Paese, e secondo l’art. 1 della Costituzione, il lavoro rappresenta uno dei principali strumenti di integrazione sociale, economica e giuridica. Migliaia di persone vivono, lavorano e contribuiscono da anni all’economia italiana senza poter accedere a un titolo di soggiorno regolare e ai diritti ad esso connessi. Si crea così una distanza sempre più evidente tra la norma e la realtà: i canali di ingresso e di soggiorno legati al lavoro sono pochi, rigidi e spesso inadatti a intercettare situazioni di integrazione già consolidate. Le criticità normative, sommate alle difficoltà procedurali e amministrative, finiscono per rendere questi strumenti difficilmente accessibili, contribuendo paradossalmente a produrre quelle condizioni di irregolarità che il sistema dovrebbe, invece, prevenire. Da un lato emerge la necessità di colmare i vuoti lasciati dall’attuale quadro normativo attraverso strumenti giuridici mirati: analisi delle decisioni giurisprudenziali, promozione di azioni legali strategiche e valorizzazione di quelle pronunce che aprono a interpretazioni sempre più attente alla tutela dei diritti e alla dimensione umana delle vicende migratorie. Dall’altro lato si avverte l’urgenza di rendere questi processi comprensibili e accessibili, contribuendo a ridurre il divario comunicativo in cui spesso si alimentano narrazioni distorte e rappresentazioni lontane dalla realtà. Questo significa, da una parte, analizzare in modo rigoroso il funzionamento concreto dei canali di regolarizzazione legati al lavoro; dall’altra, rendere visibili le esperienze di lavoratori e datori di lavoro che quotidianamente si confrontano con queste procedure e con le loro difficoltà. Da queste necessità nasce la rubrica periodica che state per leggere. “In Regola” si rivolge a chi vive questi processi in prima persona: lavoratori con background migratorio, datori di lavoro, avvocati, operatori sociali, ricercatori e amministratori pubblici. Ma si rivolge anche a chiunque desideri comprendere meglio come le politiche migratorie incidano concretamente sul funzionamento del mercato del lavoro e dell’economia italiana e come la tutela della dignità dei lavoratori con background migratorio non solo sia pienamente compatibile con tali dinamiche, ma costituisca altresì un fattore propulsivo per una società più coesa e per una crescita economica più solida e sostenibile. Tra gli strumenti oggi esistenti, il principale canale di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro è rappresentato dal sistema delle quote previsto dal c.d Decreto Flussi. Eppure, questo meccanismo continua a rivelarsi fragile e farraginoso, esponendo i lavoratori al rischio di pratiche fraudolente e lasciando al contempo molti datori di lavoro privi del personale che intendevano assumere attraverso canali regolari. Il sistema dei click day, le lungaggini amministrative, i dinieghi spesso motivati da superabili integrazioni documentali, danno (e hanno già dato) adito a Class action con conseguente danno all’erario, e un’enorme mole di contenzioso individuale spesso a spese dei singoli lavoratori, datori di lavoro o dello Stato stesso.  A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico che merita attenzione. Le difficoltà strutturali di accesso alla regolarizzazione del soggiorno attraverso il canale lavorativo previsto dal Decreto Flussi finiscono per produrre effetti distorsivi sul sistema della protezione internazionale. In assenza di strumenti realmente accessibili per stabilizzare la propria posizione attraverso il lavoro, molte persone entrate regolarmente nel territorio italiano e che da anni vivono e lavorano in Italia si trovano, a causa di disfunzioni amministrative, in situazione di irregolarità. In questo contesto, la domanda di protezione internazionale diventa spesso l’unico percorso giuridico concretamente percorribile, non tanto nella prospettiva del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, quanto piuttosto in vista di una valutazione delle condizioni di integrazione sociale e lavorativa ai fini della protezione speciale. Tale dinamica è favorita anche dai tempi spesso prolungati delle procedure dinanzi alle Commissioni territoriali, nel corso dei quali il richiedente è titolare di un permesso provvisorio che gli consente di svolgere regolarmente attività lavorativa. Questa dinamica altro non è che una distorsione conseguente alla rigidità e alle carenze dell’attuale sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. Il risultato è un sovraccarico delle procedure di protezione internazionale, con ricadute negative sull’efficienza complessiva del sistema e sulla capacità di fornire risposte tempestive a tutte le persone coinvolte. Questa situazione produce effetti che vanno ben oltre la dimensione migratoria. Le difficoltà di accesso alla regolarità incidono direttamente sul mercato del lavoro, sull’organizzazione delle imprese e sulla capacità dello Stato di gestire in modo efficiente i fenomeni migratori. In altre parole, il malfunzionamento dei canali di regolarizzazione non è solo una questione di diritti individuali: è anche un problema economico, produttivo e istituzionale che si riverbera sul sistema economico del Paese. Eppure esistono esempi che mostrano come un approccio diverso sia possibile. Negli ultimi anni la Spagna ha intrapreso un percorso diverso rispetto alla tendenza prevalente nel continente, introducendo politiche di regolarizzazione e integrazione che riconoscono il radicamento sociale e lavorativo delle persone migranti. Come evidenziato anche in due recenti interventi pubblicati su Melting Pot 1, nel 2026 il governo spagnolo ha avviato un processo di regolarizzazione destinato a centinaia di migliaia di persone già presenti nel Paese, stimato intorno alle 500.000 persone, con l’obiettivo di favorire l’emersione del lavoro regolare e rafforzare l’integrazione sociale. La scelta spagnola si fonda su una premessa chiara: la presenza di lavoratori migranti rappresenta una componente strutturale dell’economia e può contribuire in modo significativo alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Per questo intendiamo sin da subito approfondire le dinamiche che hanno portato a questo inedito processo di regolarizzazione, monitorandone gli effetti anche nel lungo termine: qui il primo approfondimento. In questo senso, la regolarizzazione non viene concepita come una misura emergenziale, ma come uno strumento che mira a riconoscere e valorizzare percorsi di integrazione già esistenti, attraverso criteri legati alla presenza nel territorio, all’inserimento sociale e alla partecipazione al mercato del lavoro. Di contro, in Italia, le sanatorie adottate negli ultimi decenni si sono configurate per lo più come interventi straordinari e limitati nel tempo, pensati per affrontare situazioni di irregolarità ormai consolidate. Tuttavia, l’attuazione concreta di molte di queste procedure ha evidenziato criticità rilevanti: tempi amministrativi estremamente lunghi, pratiche rimaste inevase per anni e risultati spesso disomogenei sul territorio. In diversi casi, tali inefficienze hanno reso necessario il ricorso a strumenti di tutela collettiva, come le azioni giudiziarie promosse per sbloccare procedimenti rimasti paralizzati o per sollecitare l’amministrazione a concludere le procedure di emersione. Queste vicende hanno messo in luce non solo le difficoltà strutturali del sistema, ma anche i costi istituzionali ed economici derivanti da politiche di regolarizzazione concepite come interventi emergenziali e non come strumenti strutturali di governo delle migrazioni. Nonostante queste criticità, anche in Italia qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi anni il mondo associativo, accademico e del terzo settore ha iniziato a produrre analisi sempre più puntuali e proposte concrete di riforma del sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. L’esempio più significativo e strutturato è rappresentato dalla campagna Ero Straniero, che attraverso attività di ricerca, monitoraggio e proposta normativa ha messo in luce i limiti strutturali dell’attuale sistema dei decreti flussi e ha avanzato soluzioni alternative per rendere i canali di ingresso più accessibili ed efficaci. I dati raccolti, da ultimo, nel suo Report 2026 mostrano chiaramente come il meccanismo attuale non riesca a tradurre la maggior parte delle quote programmate in reali permessi di soggiorno e occupazioni stabili, segnalando un sistema che produce precarietà e irregolarità invece di prevenirle.  “In Regola” nasce anche con l’ambizione di inserirsi in questo processo di elaborazione collettiva, offrendo uno spazio di analisi, confronto e proposta che possa contribuire a promuovere pratiche più rispettose dei diritti fondamentali e politiche migratorie più razionali. L’obiettivo non è limitarsi a denunciare le criticità del sistema attuale, ma favorire una riflessione informata e condivisa capace di sostenere cambiamenti strutturali e duraturi, superando la logica degli interventi sporadici ed emergenziali che hanno spesso caratterizzato le politiche migratorie italiane. In questo numero sei approfondimenti di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna, di Juan Torregrosa – 2 marzo 2026 Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna, di Nando Sigona – 20 febbraio 2026 ↩︎