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Il d.lgs. 115/2026 recepisce la direttiva antitratta: il coordinamento con le nuove procedure di frontiera del Patto UE Immigrazione e Asilo
FEDERICA REMIDDI, SALVATORE FACHILE E GIULIA CRESCINI Il contributo esamina il decreto legislativo 12 giugno 2026, n. 115, di attuazione della direttiva (UE) 2024/1712, che modifica la direttiva 2011/36/UE in materia di prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e di protezione delle vittime. Il punto centrale del commento è costituito dal nuovo periodo di recupero e riflessione, introdotto nei commi 3-ter e 3-quater dell’art. 18 del d.lgs. n. 286/1998, e dal suo rapporto con le procedure di screening, di frontiera e accelerate disciplinate dal Patto UE su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026: si tratta di verificare se, e in quale misura, il nuovo istituto sia in grado di sottrarre la potenziale vittima di tratta alla logica acceleratoria e contenitiva propria di tali procedure. Il commento ricostruisce inoltre le altre modifiche apportate dal decreto, distinguendo quelle che intersecano la posizione del richiedente protezione internazionale da quelle relative alle vittime di tratta a prescindere da tale condizione – tra cui le novelle al codice penale (artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1), la disciplina dell’indennizzo e il nuovo Coordinatore nazionale anti-tratta. Un approfondimento specifico è dedicato al diritto della vittima di tratta di svolgere attività lavorativa già in forza della semplice ricevuta attestante la presentazione della domanda di permesso di soggiorno ex art. 18, prima ancora del suo rilascio. SOMMARIO 1. Premessa 2. Il periodo di recupero e riflessione: un nuovo istituto per le vittime di tratta 2.1 I diversi contesti applicativi del periodo di riflessione 2.1.1 La preidentificazione in frontiera e il rapporto con lo screening 2.1.2 La procedura di frontiera e l’inconciliabilità con il periodo di riflessione 2.1.3 Le conseguenze al termine del periodo di riflessione 2.2 Il rintraccio sul territorio 2.3 Il periodo di riflessione fuori dai casi di screening 3. I minori stranieri non accompagnati 4. Le procedure operative standard, il Meccanismo Nazionale di Referral e il sostegno transfrontaliero Parte II. Le modifiche relative alle vittime di tratta, a prescindere dalla condizione di richiedente protezione internazionale 5. Le modifiche al codice penale: gli artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1 6. Il diritto di indennizzo delle vittime di tratta 7. Il coordinatore nazionale anti-tratta e il servizio nazionale di pronta assistenza 8. Il Piano nazionale d’azione contro la tratta 9. Il diritto al lavoro nelle more del rilascio del permesso di soggiorno: il nuovo comma 3-quinquies dell’art. 18 Scarica l’articolo completo
Coesione familiare, il reddito va valutato sull’intero nucleo: annullato il diniego della Questura
Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso ex art. 30 D.Lgs. 286/98 avverso il diniego del Questore di rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari (coesione familiare), fondato sull’insufficienza del requisito reddituale, annullando il provvedimento impugnato. La decisione evidenzia due aspetti: il primo riguarda l’obbligo di valutazione discrezionale imposto dall’art. 5, comma 5, secondo periodo, D.Lgs. 286/98, attuativo della direttiva 2003/86/CE. Nell’adottare un diniego che incida su chi ha legami familiari nel territorio, l’Amministrazione è tenuta a considerare la natura e l’effettività dei vincoli familiari, l’esistenza di legami con il Paese d’origine e la durata del soggiorno: una valutazione che, come rileva il Tribunale, trasforma il diniego da atto vincolato ad atto discrezionale, imponendo un bilanciamento motivato tra tutela della vita familiare e ordine pubblico, “rifuggendo da valutazioni automatiche e vincolate“. Il richiamo è alla sentenza n. 202/2013 della Corte costituzionale, che ha esteso tale tutela allo straniero titolare di legami familiari in Italia e non al solo familiare ricongiunto (v. anche Cons. Stato n. 326/2017).  Il secondo attiene al requisito reddituale, che il Tribunale associa al reddito complessivo del nucleo familiare e non alla sola posizione del richiedente. Richiamando consolidata giurisprudenza amministrativa, il giudice ribadisce che la capacità reddituale non deve sussistere “in modo assoluto ed ininterrotto“, potendo darsi periodi di carenza purché limitati e compensati dai redditi degli altri componenti del nucleo. Ne discende l’accertamento del diritto alla coesione familiare, in ossequio alla “tutela rafforzata” dei legami familiari radicati sul territorio (artt. 2, 3, 29 Cost. e art. 8 CEDU). Tribunale di Milano, sentenza del 27 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Emanuele De Mitri per la segnalazione.
SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione
Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione: AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18
SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione
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June 30, 2026
Radio Blackout
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio. Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.  Le interviste di Radio Melting Pot «Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:29:57 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026 T.S. – YAYA, QUESTA MANIFESTAZIONE NON È SOLO NECESSARIA, MA RAPPRESENTA IL PUNTO DI ARRIVO E INSIEME DI PARTENZA DI UN PERIODO DI LOTTE CONDIVISE. QUALI SONO LE RIVENDICAZIONI DELLA MANIFESTAZIONE E PERCHÉ C’ERANO 15.000 PERSONE IN CORTEO? Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità. Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa. Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR. Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate. Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire. 15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti. Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città. H.P.E. – IN ITALIA MOLTI MIGRANTI SONO SOTTO SFRUTTAMENTO PERCHÉ NON RIESCONO FACILMENTE AD OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO, SENZA IL QUALE NON POSSONO AVERE UN LAVORO DIGNITOSO, NÉ AFFITTARE UNA CASA, COME SI DICEVA PRIMA, NÉ ACCEDERE ALLA SALUTE. COSA DITE DI QUESTA SITUAZIONE? Allora, partiamo da due fasi. La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale. E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo. Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera. Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui. Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese. Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare. È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili. H.P.E. – VOLETE RACCONTARCI COME È NATO E CHE PERCORSO DI CRESCITA HA AVUTO IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI DI NAPOLI? Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così. A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti. Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?  La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato. Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno. Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti. Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza. Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni. Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero. T.S. – PUOI RACCONTARCI DI QUESTI ULTIMI SGOMBERI? Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada. Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto. Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa. T.S. – UNA COSA MOLTO POTENTE DELLA MANIFESTAZIONE ERA LA PARTECIPAZIONE DI BAMBINE E BAMBINI. COME SONO TUTELATE L’INFANZIA, L’ADOLESCENZA E LA GIOVINEZZA IN ASSENZA DI UN REDDITO STABILE, DEI SERVIZI E DI UNA CASA ADEGUATA? Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più. Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione? Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture. Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia. H.P.E. – IN ITALIA, QUANDO FACCIAMO RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO, DOBBIAMO DICHIARARE LA NOSTRA NAZIONALITÀ. INVECE, QUANDO CI SONO AGGRESSIONI, OMICIDI, VIOLENZA, VENIAMO GENERALIZZATI TUTTI. QUANDO UN MIGRANTE È VITTIMA DI VIOLENZA, I COLPEVOLI SONO DEFINITI PERCHÉ NON TUTTI GLI ITALIANI SONO COLPEVOLI. ALLORA, PERCHÉ NON SI APPLICA LA STESSA MISURA PER LE PERSONE MIGRANTI? NON È QUESTA UNA FORMA DI RAZZISMO E DI DISCRIMINAZIONE DI STATO? Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero. Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe. Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2. Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.  Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra. Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione. È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo. Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti. La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare. T.S. – A PROPOSITO DELLA TUTELA DELLA SALUTE E DELL’ASSENZA DI DIRITTI, UNA DELLE CHIAMATE DELLA MANIFESTAZIONE RIGUARDAVA PROPRIO L’APERTURA DEL CPR A CASTEL VOLTURNO. I CPR SONO DEFINITI DALLO STATO LUOGHI STRATEGICI E, PER QUESTO, SONO SECRETATI E MILITARIZZATI, E CONTINUANO A ESSERE ALLONTANATI DALLO SGUARDO DELLA SOCIETÀ CIVILE. SONO DEI BUCHI NERI IN CUI LA FORTEZZA EUROPA ESPRIME CON CHIAREZZA QUAL È IL SUO PIANO NEI CONFRONTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO. LE PERSONE RECLUSE ALL’INTERNO DEI CPR, PERÒ, CONTINUANO AD AGIRE LA PROPRIA RESISTENZA COME POSSONO E FINCHÉ POSSONO, PASSANDO ANCHE ATTRAVERSO IL PROPRIO CORPO. IN QUESTI MESI LA CAMPANIA, IL SUD DELL’ITALIA E LE RETI NAZIONALI E INTERNAZIONALI SONO IN MOBILITAZIONE PER OSTACOLARE IL PROGETTO DEL CPR A CASTEL VOLTURNO, CON 120 POSTI. VUOI PARLARCI DI QUESTO PROGETTO, DI QUESTO APPALTO, A CHE PUNTO SONO I LAVORI, CHE TIPO DI TERRITORIO LE ISTITUZIONI VOGLIONO CHE DIVENTI CASTEL VOLTURNO, COME SI STANNO MUOVENDO LE ISTITUZIONI LOCALI MA, SOPRATTUTTO, COME SI STA ORGANIZZANDO LA MOBILITAZIONE? Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi. È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani. Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa. Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.  Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità. T.S. – ABBIAMO VISTO IL LUOGO IN CUI C’È L’INTENZIONE DI COSTRUIRE QUESTO CPR. COME PER MOLTI ALTRI CPR IN ITALIA, E IN LINEA CON IL PATTO EUROPEO MIGRAZIONI E L’ASILO, SI TRATTA DI LUOGHI ISOLATI. CI CHIEDIAMO ALLORA QUAL È L’OBIETTIVO? SIGNIFICA PROBABILMENTE CHE C’È LA NECESSITÀ DI RENDERE INVISIBILE QUANTO STA ACCADENDO DA UNA PARTE, E DI LASCIARE SOLE LE PERSONE CHE SUBISCONO LA FORTEZZA EUROPA DALL’ALTRA – SOLE QUANDO ENTRANO, SOLE QUANDO ESCONO, SOLE QUANDO GRIDANO, SOLE QUANDO SI RIBELLANO. E IN PIÙ, PROBABILMENTE, L’ISTITUZIONE SENTE UNA SOLIDARIETÀ CHE STA CRESCENDO. Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.  Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.  Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire. H.P.E. COME SI DICEVA, I MIGRANTI SONO INTELLIGENTI, VOGLIONO FARE TANTE COSE, IMPARARE LA LINGUA, FARE FORMAZIONE, MOSTRARE IL LORO VOLTO MIGLIORE. E TU SEI UNO DI QUELLI CHE SONO ESEMPI. TU, MUSTAPHA A PALERMO… SIETE TANTI. ED È VERO CHE SENZA AIUTO I MIGRANTI NON POSSONO FARE TUTTO DA SOLI. MA COME DICE IL MOVIMENTO MIGRANTI: CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI. NON È POSSIBILE FARE DI TUTTE LE LOTTE UNA SOLA LOTTA?  Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza. Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci. Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.  E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano! 1.  Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎ 2. Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎ 3. Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎
La regolarizzazione in Spagna: novecentomila persone migranti stabilizzate
Novecentomila invisibili hanno appena aderito alla Regularización spagnola promossa con una proposta di legge di iniziativa popolare. Il nuovo quadro legislativo spagnolo riconosce così la presenza di una platea di persone già radicate nel tessuto sociale, ma costrette fino a oggi a vivere e lavorare ai margini della legalità. La ministra Elma Saiz ha invitato a guardare oltre i meri dati quantitativi, sottolineando come «oltre alle cifre, stiamo parlando di persone» e rimarcando che «uscire dall’irregolarità è vantaggioso per la società, per le imprese e soprattutto per chi smette di vivere ai margini».  Tra il 16 aprile e il 30 giugno 2026, la finestra temporale aperta per la stabilizzazione delle persone migranti in Spagna sta registrando un’affluenza record che ha già polverizzato ogni previsione statistica. Con circa 900.000 domande presentate a procedura ancora aperta, il volume delle istanze ha sorpreso persino le organizzazioni non governative, le cui stime sul territorio si fermavano a un massimo di 840.000 persone in condizione di irregolarità. Questo clamoroso scarto tra le previsioni e la realtà dei fatti evidenzia in modo inequivocabile quanto il fenomeno del lavoro sommerso e l’effettiva presenza di cittadini stranieri privati di uno status legale siano strutturalmente sottovalutati dalle autorità e sfuggono ai metodi di stima ordinari. L’elemento centrale di questa svolta normativa non risiede nell’apertura di nuovi canali d’ingresso, bensì nella scelta strategica di operare una profonda azione di stabilizzazione che ha non solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo.  Nel quinquennio 2021-2025, il PIL reale spagnolo ha registrato una crescita cumulativa di circa il 24%, surclassando il 16,5% registrato dall’Italia. Secondo gli studi della fondazione Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega da sola il 47% (pari a 4,2 punti percentuali) della crescita cumulativa del PIL a partire dal 2022. L’apporto della forza lavoro straniera non solo ha ampliato i confini del mercato occupazionale, ma ha coperto strutturalmente le carenze di manodopera in settori chiave che soffrivano di cronica scarsità di personale; contemporaneamente la forza lavoro autoctona si è spostata verso occupazioni a maggiore produttività e meglio retribuite. Negli ultimi anni, le persone migranti hanno rappresentato il 45% della crescita netta dell’occupazione in Spagna, benché permangano nodi critici, legati alla sovraqualificazione e alla necessità di migliorare l’accesso a una formazione mirata e al riconoscimento dei titoli di studio. Come accade in Italia, moltissimi lavoratori con qualifiche e competenze acquisite nel paese di origine svolgono mansioni non adeguatamente retribuite né qualificate. Sotto il profilo fiscale, far uscire i lavoratori dal mercato nero garantisce un guadagno immediato per le casse pubbliche. Secondo gli studi degli esperti dell’Università Carlos III de Madrid, il governo spagnolo calcola che ogni lavoratore regolarizzato porti allo Stato un beneficio netto compreso tra i 3.300 e i 4.000 euro all’anno: in questo modo si risana l’economia sommersa e i costi per i servizi di assistenza sociale si trasformano in tasse e contributi regolarmente versati. Certo, organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale ricordano che servono anche altre riforme per far funzionare meglio le imprese e per affrontare l’invecchiamento della popolazione, un problema che i flussi migratori da soli non possono risolvere del tutto. Ciononostante, i nuovi arrivi e la stabilizzazione di queste persone si stanno confermando la vera spinta per la crescita e il benessere della Spagna. Un pilastro fondamentale dell’efficienza amministrativa spagnola è il meccanismo di gestione delle domande: chi presenta l’istanza riceve immediatamente una conferma di ricezione che abilita da subito a risiedere e lavorare legalmente. Ad oggi, delle 900.000 domande presentate, ben 360.000 sono già state ammesse all’iter amministrativo. Questo passaggio ha permesso a più di un terzo dei richiedenti di ottenere un’autorizzazione provvisoria, sbloccando immediatamente la loro posizione sul mercato del lavoro e garantendo tutele immediate nelle more del verdetto definitivo. L’esatto contrario di quel che avviene in Italia, dove l’ostinazione nel non voler stabilizzare chi è già sul territorio produce sistematicamente tragedie disumane. L’ultimo agghiacciante caso arriva dalla Calabria, con la strage di Amendolara, dove quattro giovani braccianti sono stati barbaramente arsi vivi in un minivan usato per portarli a raccogliere la frutta. Dietro questa spietata uccisione non c’è solo la ferocia dei clan o dei caporali, ma la precisa strategia fallimentare di uno Stato italiano che continua a preferire l’invisibilità alla legalità. Garantire la stabilizzazione significa, prima di tutto, azzerare quel limbo di invisibilità che alimenta lo sfruttamento lavorativo più feroce. Sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto della clandestinità non è solo un imperativo morale per evitare che altri ragazzi muoiano bruciati vivi, ma risponde anche a una logica di buonsenso economico e gestionale: stabilizzare significa azzerare i costi cronici dell’accoglienza emergenziale, trasformando persone vulnerabili in cittadini contribuenti e con diritti.  Fino a quando l’Italia continuerà a ignorare la lezione spagnola, preferendo la farsa burocratica dei decreti flussi alla realtà dei fatti, lo Stato rimarrà il principale ingranaggio di quella fabbrica della marginalità che continua a mietere vittime nell’indifferenza generale. Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli.
Autorizzati alla permanenza per 5 anni: i nonni sono figura essenziale per lo sviluppo psico-fisico dei nipoti
Un decreto di autorizzazione in favore dei nonni emesso dal Tribunale per i Minorenni di Bari. I nonni paterni, rimasti soli in Albania avendo tutti i figli e nipoti in Italia, decisero di giungere in Italia nell’anno 2019, dimorando stabilmente presso il figlio unitamente alla nuora e ai due nipoti. Si rappresentava al Tribunale per i minorenni che i nonni costituiscono un valido aiuto al nucleo familiare poiché la figlia ed il genero lavorano stabilmente, mentre i nonni si prendono amorevolmente cura dei piccoli tutto il giorno. Nel caso de quo la presenza dei nonni contribuisce alla stabilità affettiva ed emotiva dei minori, ed il loro allontanamento produrrebbe, per loro, un grave danno che potrebbe incidere in maniera negativa sul loro sviluppo psicofisico. L’art. 31, comma 3 del D. Lgs. N. 286/98 attribuisce al Tribunale per i minorenni il potere di autorizzare il rilascio di un permesso di soggiorno ai familiari di un minore straniero, quando sussistano gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore. Questo, in deroga alle disposizioni in materia d’ingresso e soggiorno per gli stranieri. In nome del superiore interesse del minore, sancito a livello internazionale dalla Convenzione di New York del 1989, e in base ai principi contenuti nella nostra Costituzione che assicurano protezione alla famiglia intesa in senso ampio e ai minori, l’interpretazione del termine “familiare” contenuto nella norma non deve essere limitato al nucleo familiare composto da padre, madre, fratelli, sorelle ma deve essere esteso anche ai nonni. Il diritto del minore a mantenere i rapporti con la famiglia deve andare oltre i genitori ed estendersi al familiare con il quale egli ha stabilito una relazione primaria e significativa. L’orientamento della giurisprudenza di legittimità è comunque nel senso di massima apertura alle situazioni che possano costituire “i gravi motivi” previsti dalla norma, nel senso di non limitare l’applicazione della legge alle sole situazioni di emergenza o eccezionali, ma dando rilievo a tutte le situazioni di danno effettivo, concreto e grave che possano alterare le condizioni di salute e l’equilibrio psicofisico del bambino, per effetto della recisione del legame personale in atto o dall’allontanamento traumatico dall’ambiente nel quale il minore è cresciuto (Cass. Civ. S.U. n. 21799/2010 e Cass. Civ. I sez. n. 2647/2011). Il Tribunale in totale accoglimento delle deduzioni difensive motiva così: “ …. Premesso che il più recente e condivisibile orientamento della S.C., a partire dalla pronuncia a SS.UU. n. 21799/10, ha sostanzialmente abbandonato l’orientamento restrittivo per abbracciare un’interpretazione estensiva, secondo cui la temporanea autorizzazione di cui all’art.31 si presta a ricomprendere qualsiasi situazione in cui l’allontanamento dei familiari del minore, o in alternativa il suo sradicamento definitivo dall’ambiente in cui è nato, possa comportare per lo stesso – considerate l’età e le condizioni di salute ricollegabili al complessivo equilibrio psico-fisico – un danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave, escluse soltanto le situazioni di durata indeterminabile o tendenzialmente stabili; approccio questo che, nell’imporre al giudicante un bilanciamento tra la disciplina dell’immigrazione e la tutela – nel più alto grado possibile – dell’interesse del minore, apre la strada alla tutela del diritto dei minori, figli di immigrati irregolari, di permanere nel territorio e/o ultimare gli studi nel territorio dove li hanno iniziati e dove vivono con il nucleo familiare, salva ovviamente ogni diversa valutazione del singolo caso, trattandosi di materia che non si presta a standardizzazioni di sorta; richiamato altresì il recente pronunciamento di Cass. civ. Sez. II Ord., 06/09/2021, n. 24039 (rv. 662170-01), secondo cui “La speciale autorizzazione del Tribunale per i Minorenni all’ingresso o alla permanenza del familiare del minore ai sensi dell’art. 31, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, è subordinata alla puntuale allegazione e dimostrazione della sussistenza dei gravi motivi per lo sviluppo psico-fisico del minore richiesti dalla norma soltanto quando la famiglia non sia ancora presente nel territorio nazionale, mentre quando è già presente opera la presunzione di radicamento del minore nel suo ambiente nativo, salvo prova contraria; in quest’ultimo caso, i gravi motivi idonei a giustificare l’autorizzazione temporanea possono perciò essere collegati all’alterazione di tale ambiente conseguente alla perdita della vicinanza con la figura genitoriale ovvero al repentino trasferimento in un altro contesto territoriale e sociale; ritenuto che il complesso delle circostanze da considerare nella specie (capacità accuditiva dei nonni paterni e buon inserimento del nucleo nel contesto territoriale) rendano il diniego dell’autorizzazione e la conseguente espulsione degli istanti – alla stregua dei parametri e dei criteri elaborati nel tempo dalla corte EDU e richiamati dalla nostra S.C. – rimedio non rispondente a necessità e proporzionalità, in quanto un siffatto provvedimento costringerebbe il nucleo ad adottare scelte comunque fortemente pregiudizievoli: il ritorno in patria con i genitori esporrebbe il minore ad una serie di difficoltà derivanti dall’impossibilità di garantire un’adeguata crescita psico – fisica oltre che un’adeguata istruzione; ritenuto, alla luce di quanto sin qui esposto, di accogliere il ricorso dei ricorrenti e per l’effetto, di autorizzare i nonni paterni a permanere in Italia, nell’interesse del nipote minore, per un periodo che si stima di quantificare in anni cinque a partire dal deposito del presente provvedimento”. Tribunale per i Minorenni di Bari, decreto n. 6523 del 8 maggio 2026 Si ringrazia l’Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni relative all’art. 31 TUI
Svezia: l’obbligo di segnalare le persone senza documenti è legge
Lo scorso 15 giugno, il Parlamento svedese ha adottato una legge che obbliga alcuni dipendenti pubblici a segnalare automaticamente alle autorità le persone prive di documenti. Questo obbligo riguarderà il Servizio pubblico per l’impiego, l’Agenzia per la previdenza sociale, il Servizio penitenziario e di libertà vigilata, l’Agenzia per l’esecuzione delle sentenze, l’Agenzia per le pensioni e l’Agenzia delle entrate. Si estende inoltre all’Autorità svedese per la lotta alla criminalità economica e alla Procura, qualora venga richiesto dalle forze dell’ordine. Queste ultime potranno trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o al servizio di sicurezza. Lunedi, il Parlamento ha anche votato la cosidetta “legge di buona condotta”, che permette alle autorità di ritirare i permessi di soggiorno basandosi su un concetto poco definito di “cattiva condotta” 1. Con effetto anche retroattivo, la norma non specifica quali tipi di comportamento siano considerati inaccettabili, ma il governo ha citato, come esempi, debiti non saldati, evasione fiscale, attività criminali e legami con organizzazioni estremiste. Queste leggi si inseriscono nel “cambio di paradigma” 2 della politica migratoria svedese, volto a ridurre il numero di persone che arrivano irregolarmente nel paese. L’obbligo di segnalazione nasce da una proposta del governo svedese nell’ambito dell’accordo di Tidö, stretto tra i partiti di Destra dopo le elezioni del 2022. La proposta, tuttavia, è stata approvata con 174 voti favorevoli e 172 contrari, evidenziando una forte opposizione nella società svedese, come riportato da John Stauffer di Civil Rights Defenders ad AP 3. Notizie INSEGNANTI, DOTTORI E BIBLIOTECARI SARANNO OBBLIGATI A DENUNCIARE LE PERSONE PRIVE DI DOCUMENTI IN SVEZIA? Il nuovo obbligo proposto dai partiti di destra svedesi Gaia Facchini 27 Giugno 2024 AP riporta anche le parole di Jacob Lind, esperto di migrazioni all’Università di Malmö, che definisce questa misura simbolica come parte di una lunga lista di leggi problematiche sulla migrazione, in quanto consente a importanti agenzie statali di “spiare”. Infatti, sebbene la proposta preveda esenzioni per scuole, e servizi sociali e sanitari, non tutela in modo efficace le persone che usufruiscono di tali servizi 4. Una ricerca condotta a marzo illustra gli impatti reali della legge. Gli impiegati pubblici delle agenzie menzionate finirebbero per comportarsi a tutti gli effetti come guardie di frontiere, anziché concentrarsi sulla propria missione. Un aspetto particolarmente preoccupante è che la segnalazione avverrebbe quando una persona “ha ragione di credere” che un’altra non ha diritto di risiedere nel paese, lasciando un ampio margine di incertezza e un rischio altissimo di profilazione razziale. I ricercatori forniscono anche esempi concreti: un’ostetrica deve segnalare tempestivamente una nascita all’Agenzia delle Entrate svedese affinché il bambino possa essere registrato. Quindi, se anche questa agenzia è tenuta a condividere le informazioni, la presunta esenzione per gli operatori sanitari non offre una reale protezione. O allo stesso modo, sia il Servizio penitenziario e di libertà vigilata svedese che il Servizio pubblico per l’impiego basano i propri rapporti sulla riservatezza, ma sarebbero comunque obbligati a segnalare familiari senza documenti menzionati dagli utenti. Si tratta di scenari che, ora che la legge è stata approvata, rischiano concretamente di verificarsi. Questa legge incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone sia senza documenti che coloro che devono segnalarle e, nonostante le esenzioni, limita la possibilità per queste persone di esercitare i propri diritti umani. La proposta e la successiva indagine 5 condotta dal governo per analizzarne le implicazioni erano state già ampiamente criticate. Questo obbligo contribuisce a creare un sentimento e clima di paura tra le persone senza documenti, i lavoratori pubblici e chi frequenta queste agenzie, come sottolinea Louise Bonneau, Advocacy officer per PICUM, ricordando che questo voto rappresenta una sconfitta per i diritti umani in Svezia. Platform for Undocumented Migrants (PICUM) riporta inoltre le parole di Jacob Lind, secondo cui le persone senza documenti saranno ulteriormente spinte ai margini della società, con diritti sempre più limitati. Questa legge viola i diritti dei bambini, mina l’indipendenza dei funzionari pubblici e danneggia la reputazione dello Stato, favorendo un clima ostile e di stampo autoritario nei confronti delle persone migranti. Infine, Jan Willem Goudriaan, segretario generale dell’Unione dei servizi pubblici europea, evidenzia come una misura tale mini il diritto di asilo, il principio di non refoulement e alimenti paura, sospetto e discriminazione. Tuttavia, dalla società civile ci si può aspettare una resistenza simile a quella già dimostrata finora, come ricorda Hannah Laustiola, direttrice di Médecins du Monde Svezia, che ha contribuito a ridurre l’ambito della proposta iniziale. Una misura del genere è assolutamente inaccettabile: mette i funzionari pubblici in una posizione impropria, minando la fiducia sociale e producendo gravi conseguenze per le persone senza documenti, i loro diritti, la loro vita quotidiana e il loro benessere. Oltre a violare il diritto internazionale e europeo, l’obbligo di segnalazione di persone senza documenti può comportare e aumentare abusi, violenza, sfruttamento, profilazione razziale, paura e marginalizzazione. 1. Sweden votes to back laws reinforcing its immigration crackdown – The Guardian, 16.06.2026 ↩︎ 2. The Government of Sweden ↩︎ 3. Sweden requires public workers to report migrants not authorized to live there – The Associated Press, 15.06.2026 ↩︎ 4. PICUM ↩︎ 5. Un riassunto in inglese dei risultati dell’indagine si può trovare da pagina 45 a 66 a questo link ↩︎
Persone straniere invalide e SSN: la Corte Costituzionale sancisce il diritto all’iscrizione gratuita
Con la sentenza n. 97, depositata il 5 giugno 2026 in Gazzetta Ufficiale, la Corte Costituzionale ha stabilito che le persone straniere titolari di un permesso di soggiorno per residenza elettiva – ottenuto a seguito del riconoscimento di una prestazione di invalidità – hanno diritto all’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale. Nessun contributo minimo dovuto: i 2.000 euro annui richiesti fino ad oggi non erano e non sono dovuti. La questione riguarda uno specifico snodo del percorso migratorio: persone straniere che, divenute invalide, perdono il titolo di soggiorno per lavoro e ottengono in sua sostituzione un permesso per residenza elettiva, in quanto percettori di un trattamento di invalidità. Il problema è che questo permesso non figura nell’elenco di cui all’art. 34 del Testo Unico sull’Immigrazione, che determina l’accesso all’iscrizione obbligatoria e gratuita al SSN. Il paradosso è evidente: proprio nel momento in cui il bisogno di cure si fa più urgente, la persona perde la copertura sanitaria garantita. Per ottenere l’iscrizione, le veniva chiesto il pagamento di un contributo che con la Legge di Bilancio 2024 è salito a 2.000 euro annui, spesso un terzo del reddito di chi vive di sola invalidità. Davanti alla Corte, anche la Presidenza del Consiglio ha riconosciuto che un’interpretazione corretta dell’art. 34 TUI avrebbe dovuto condurre all’iscrizione gratuita. Ma per ventisette anni il ministero competente non ha mai trasmesso alle Regioni alcuna direttiva in tal senso. Le Regioni hanno quindi operato in ordine sparso, negando nella grande maggioranza dei casi l’iscrizione gratuita. LE CONSEGUENZE DELLA SENTENZA La pronuncia della Corte Costituzionale produce effetti immediati e retroattivi. Le amministrazioni regionali che hanno riscosso il contributo saranno tenute a restituire le somme illegittimamente percepite. ASGI, APN, Emergency e Naga – che hanno sostenuto il contenzioso in numerosi tribunali italiani – sottolineano «questo ennesimo episodio di inammissibile trascuratezza della condizione delle cittadine e dei cittadini stranieri regolarmente soggiornanti, che ora si ripercuote anche contro la pubblica amministrazione, che sarà tenuta a restituire le somme pagate dato che le persone interessate non avevano l’obbligo di versarle, come ora riconosciuto dalla Corte Costituzionale». Corte Costituzionale, sentenza n. 97 del 5 giugno 2026
La separazione non revoca automaticamente la Carta di soggiorno del familiare UE
La Corte di Appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale di Roma, riconosce il diritto alla Carta di soggiorno per familiare UE ad una cittadina cubana alla quale era stata revocata la Carta sulla base di mere dichiarazioni del marito, dal quale si era separata, che aveva detto alla polizia che la signora si era sposata solo per un permesso di soggiorno. Oltre ad eccepire che il marito comunque negli anni non si era mai attivato per il divorzio, sono stati ricostruiti gli indici di fittizietà del matrimonio individuati dalle linee guida della Commissione europea e sono stati tutti esclusi provando invece la continuità del vincolo matrimoniale e l’effettività. La Corte ribadisce che: 1. la separazione personale tra coniugi, promossa con ricorso giurisdizionale, non comporta l’automatica revoca della carta di soggiorno per il cittadino di un paese terzo coniugato con un cittadino di un Paese membro dell’Unione Europea, in quanto, pur interrompendo la convivenza, non scioglie il vincolo coniugale; 2. anche in caso di divorzio, il familiare non avente la cittadinanza in uno Stato membro può mantenere il diritto al soggiorno a determinate condizioni, previste dall’art. 12 del D.lgs 30/2007, il quale, in recepimento di quanto disposto dall’art. 13, paragrafo 2, della direttiva 2004/38, nel recare la disciplina sul “Mantenimento del diritto di soggiorno dei familiari in caso di divorzio e di annullamento del matrimonio”, 3. assumono rilievo le “linee guida” elaborate dalla Commissione europea, contenenti una serie di criteri valutativi che inducono ad escludere l’abuso del diritto, e il “manuale” redatto dalla stessa Commissione, recante, invece, l’indicazione degli elementi che fanno presumere tale abuso (cfr. Cass. Civ. ordinanza n. 13189/2024). Corte di Appello di Roma, sentenza n. 2973 del 24 febbraio 2026 Si ringrazia l’Avv. Giovanni Barbariol per la segnalazione e il commento.