La sanatoria spagnola del 2026: un modello che interroga l’Italia

Progetto Melting Pot Europa - Friday, May 1, 2026

CHIARA CONCETTA STARITA

La Spagna lo ha già fatto. E con le grandi regolarizzazioni dei primi anni Duemila ha dimostrato che integrazione e crescita economica possono andare nella stessa direzione. L’emersione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri non ha solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo.

Oggi il governo guidato da Pedro Sánchez torna su quella strada. Nel 2026 ha avviato una nuova regolarizzazione straordinaria che punta a coinvolgere circa 500.000 migranti già presenti nel Paese. Una scelta che arriva in un contesto segnato anche dall’aumento dei flussi, in particolare dall’America Latina, e che assume un significato politico preciso: riconoscere una realtà già esistente e trasformarla in risorsa.

Non si tratta soltanto di una misura amministrativa, ma di una scelta politica precisa che si inserisce in una visione più ampia: i migranti, in questa prospettiva, non sono un problema da respingere, ma una componente della società da riconoscere, accogliere e integrare, valorizzandone anche il contributo economico

Per comprendere la portata di questa decisione è necessario guardare alla traiettoria seguita dalla Spagna negli ultimi decenni. In poco più di trent’anni il Paese è passato da terra di emigrazione a una delle principali destinazioni migratorie europee, sostenuto da una crescita economica che, a partire dagli anni Novanta, ha attratto manodopera straniera nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dei servizi. Questo cambiamento rapido ha imposto risposte altrettanto rapide, spesso sotto forma di regolarizzazioni straordinarie.

Già prima degli anni Duemila, i governi guidati da José María Aznar avevano promosso due sanatorie che coinvolsero centinaia di migliaia di persone, segnando una prima presa d’atto della presenza strutturale di lavoratori stranieri.

Il passaggio più significativo arrivò però nel 2005, quando l’esecutivo di José Luis Rodríguez Zapatero regolarizzò circa 600.000 migranti, con l’obiettivo esplicito di far emergere il lavoro sommerso e integrare queste persone nel sistema fiscale e contributivo. Tale legge, sebbene avesse scatenato forti critiche in tutta Europa, riuscì a far emergere una fetta enorme di economia invisibile, generando benefici tangibili per le casse dello Stato.

I dati analizzati ex post confermano infatti che l’impatto fiscale di quell’operazione fu nettamente positivo. Una volta regolarizzati, i lavoratori hanno iniziato a contribuire attivamente al sistema pubblico: si stima che ogni immigrato abbia generato mediamente 4.000 euro all’anno in contributi previdenziali, a cui si è aggiunto il gettito derivante dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPF).

Questo massiccio afflusso di risorse non è stato controbilanciato da un aumento della spesa pubblica; al contrario, i costi per servizi essenziali come sanità e istruzione non hanno subito variazioni significative, poiché la maggior parte di queste persone, vivendo già stabilmente sul territorio, aveva già accesso a tali prestazioni.

La regolarizzazione, dunque, non ha fatto altro che rendere formale e produttivo un legame sociale già esistente.

A partire da quel momento, la Spagna ha progressivamente affinato i propri strumenti, costruendo un sistema meno emergenziale e più strutturato che ha trovato il suo perno nel meccanismo dell’“arraigo”(che letteralmente significa “radicamento”). Introdotto tra il 2004 e il 2005, questo istituto ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma nelle politiche migratorie: la regolarizzazione ha smesso di essere una concessione straordinaria legata a una sanatoria generale decisa dal governo di turno, trasformandosi in un diritto del singolo individuo.

In questo modo, il passaggio alla legalità è diventato un percorso che il cittadino straniero matura soggettivamente grazie al tempo e al proprio percorso di integrazione, rendendo il sistema indipendente dalla volontà politica contingente di varare leggi speciali. Le riforme più recenti hanno ulteriormente semplificato questa procedura, riducendo i tempi di permanenza richiesti e rendendo più accessibile il passaggio dall’irregolarità alla regolarità, consolidando un modello in cui l’integrazione sociale e lavorativa funge da pilastro per il riconoscimento giuridico.

È su questo terreno già preparato che si innesta la regolarizzazione del 2026, che presenta però un elemento di novità decisivo: nasce da una proposta di legge di iniziativa popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700.000 firme. Il cuore pulsante di questa mobilitazione è stato il movimento Regularización Ya, una rete trasversale guidata in prima persona da persone migranti e sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile e realtà religiose.

Come sottolineato dalle portavoce del movimento, non si è trattato di una concessione governativa, ma di una vittoria contro il “razzismo istituzionale”. In questo senso, risulta emblematica la denuncia dell’antropologa Zereli Gamarra, parte attiva del movimento sin dalla sua nascita nel 2020, secondo cui «l’irregolarità non è affatto un’anomalia, ma una categoria che lo Stato alimenta per sostenere ampi settori economici che dipendono dalla manodopera migrante precaria e sfruttata». Regularización Ya ha preteso che i migranti non fossero più trattati come meri oggetti di politiche assistenziali o ingranaggi invisibili dell’economia, ma come soggetti politici con pieni diritti, trasformando una battaglia per i documenti in una sfida alla dignità umana e alla fine dello sfruttamento.

Non si tratta dunque soltanto di una misura calata dall’alto per esigenze di mercato, ma del risultato di una pressione sociale dal basso senza precedenti, che ha costretto il Parlamento spagnolo a confrontarsi con una richiesta di giustizia sociale diffusa, orientando l’agenda politica verso un modello di inclusione più partecipato e umano.

Il provvedimento si distingue anche per alcune scelte operative che ne rafforzano l’impianto inclusivo. Non sono previste quote rigide, né meccanismi competitivi di accesso: viene invece stabilito un periodo ampio entro cui presentare domanda (dall’inizio di aprile fino alla fine di giugno 2026), evitando le dinamiche selettive che caratterizzano altri sistemi europei.

Possono accedere alla procedura le persone già presenti in Spagna da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025, prive di precedenti penali, alle quali viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo che autorizza al lavoro (autonomo o dipendente) in qualsiasi settore e su tutto il territorio nazionale, successivamente convertibile in titoli ordinari. Particolarmente significativa è l’attenzione alla dimensione familiare, con l’inclusione dei figli minori nei percorsi di ricongiungimento: in questi casi, la validità iniziale del titolo viene estesa fino a cinque anni, confermando la volontà di favorire un radicamento stabile nel lungo periodo.

Un elemento fondamentale è la possibilità di regolarizzazione per i richiedenti protezione internazionale (purché la loro domanda sia antecedente al 31 dicembre 2025). La Spagna riconosce esplicitamente che moltissime persone scivolano nell’irregolarità a causa dei ritardi burocratici nel trattamento delle pratiche, una posizione che si pone in netto conflitto con l’inasprimento delle politiche migratorie imposte dal Patto di Asilo e Migrazione 2026 dell’UE.

Tuttavia, la portata di questa misura resta confinata ai confini nazionali: la regolarizzazione non concede automaticamente il diritto di risiedere o lavorare in altri Stati membri, né garantisce una libertà di circolazione nell’area Schengen superiore a quella di un comune visto turistico, ribadendo la natura specifica di questo percorso spagnolo rispetto al quadro europeo.

La scelta spagnola non è solo un atto di civiltà giuridica, ma una mossa strategica che sta già dando frutti economici straordinari. Mentre il resto del continente fatica a crescere, l’economia spagnola riceve un impulso decisivo proprio dall’immigrazione: le stime indicano un PIL in aumento del 2,8% nel 2025, con proiezioni che lo vedono mantenersi stabilmente sopra il 2% anche negli anni successivi. Questo cambiamento operativo permette ai neo-regolarizzati di contribuire immediatamente alle casse dello Stato, compensando l’invecchiamento demografico e risolvendo la carenza di manodopera in settori chiave. In sintesi, far emergere il lavoro sommerso e ampliare la base contributiva non solo rafforza il welfare, ma garantisce alla Spagna una competitività che la distingue nettamente nel panorama europeo.

Quindi, dietro questa scelta si intravede una logica che non è soltanto umanitaria, ma anche economica. La Spagna, come gran parte dell’Europa, si confronta con un progressivo invecchiamento della popolazione e con una crescente carenza di lavoratori in diversi settori. Regolarizzare significa, in questo senso, trasformare una presenza già esistente in una risorsa visibile e produttiva: far emergere lavoro sommerso, ampliare la base contributiva, rafforzare la sostenibilità del sistema di welfare.

Il confronto con l’Italia rende ancora più evidente la specificità del modello spagnolo. Nel sistema italiano, l’ingresso per lavoro è affidato principalmente al sistema dei “Decreti flussi”, regolati dal meccanismo del click day. Qui la distanza tra domanda e offerta è strutturale: le richieste superano di gran lunga le quote disponibili. A ciò si aggiungono ritardi cronici nella gestione amministrativa, che riguardano non solo il rilascio dei nulla osta, ma anche dei visti e dei permessi di soggiorno. In molti casi, persino la fissazione degli appuntamenti successivi all’invio del kit postale richiede tempi così lunghi da aver portato all’avvio di azioni legali collettive. Non mancano ulteriori criticità, come i frequenti decreti di revoca dei nulla osta, emessi a distanza di anni dall’ingresso del lavoratore straniero, o l’applicazione limitata del permesso di soggiorno per attesa occupazione, formalmente previsto ma raramente utilizzato nella pratica.

Mentre la Spagna istituzionalizza la regolarizzazione come un diritto fluido e accessibile, l’Italia continua a procedere per “sanatorie” sporadiche che finiscono per ingolfare la macchina amministrativa, privando i lavoratori di ogni certezza giuridica. Emblematico è il fallimento gestionale della sanatoria 2020, che ha costretto la società civile a ricorrere allo strumento della class action per ottenere risposte elementari.

Le criticità del sistema italiano sono state sancite dalle sentenze del TAR Lombardia n. 2949/2023, poi confermata dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 7704/2024, che ha accolto l’azione collettiva intimando alla Prefettura di Milano di chiudere le pratiche pendenti entro 90 giorni, e dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 1596/2025 che ha accertato, in via definitiva, l’inefficienza del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Roma nella gestione delle pratiche di regolarizzazione degli stranieri del 2020, conclusesi dopo oltre 4 anni dal loro avvio. Questi pronunciamenti non solo denunciano l’incapacità dello Stato di rispettare i propri termini procedimentali, ma confermano come, in Italia, la regolarizzazione resti un percorso a ostacoli burocratici, ben lontano dal modello di integrazione strutturale e tempestiva adottato con lungimiranza dalla Spagna.

Analoghe problematiche emergono nel campo della protezione internazionale, dove le lunghe attese davanti alle Questure e l’incertezza dei tempi procedurali mantengono migliaia di persone in un limbo giuridico e sociale. In Italia, il sistema dell’asilo è ormai al collasso, travolto anche dal fallimento strutturale dei Decreti flussi e dei click day: l’incapacità di gestire gli ingressi legali finisce per riversare sulla protezione internazionale l’ultima speranza di regolarità, intasando uffici già stremati. Mentre la Spagna ha reagito a questo stallo con pragmatismo politico, trasformando i ritardi burocratici in un’occasione di regolarizzazione per i richiedenti asilo, l’Italia resta sostanzialmente immobile, incapace di produrre riforme che vadano oltre la gestione emergenziale o l’irrigidimento procedurale

Il confronto tra i due Paesi non restituisce soltanto differenze tecniche, ma mette in luce due approcci profondamente distanti. Da un lato quello spagnolo, che sceglie di riconoscere la realtà sociale esistente per integrarla pienamente attraverso la garanzia dei diritti umani fondamentali. In questa prospettiva, la regolarizzazione smette di essere un mero adempimento burocratico e diventa un motore di civiltà: il riconoscimento dei diritti del singolo non solo ne restituisce la dignità, ma innesca un circolo virtuoso che permette al Paese di crescere socialmente e di rafforzarsi economicamente.

Al polo opposto si colloca l’approccio italiano, caratterizzato da una visione miope e da una gestione ancora profondamente vincolata a rigidità procedurali e inefficienze amministrative le quali finiscono per negare, piuttosto che valorizzare, il potenziale di chi già vive e lavora sul territorio. Tale visione, non attenta alla tutela dei diritti fondamentali di queste persone, ma neanche alle reali esigenze economiche del Paese, predilige il rigore burocratico rispetto alla valorizzazione del capitale umano. Il sistema italiano si preclude così un’opportunità di sviluppo collettivo, subordinando la dignità individuale a una gestione normativa che appare incapace di tradurre la realtà sociale in risorsa strutturale.

In un’Europa attraversata da profondi cambiamenti demografici ed economici, la sanatoria spagnola del 2026 rappresenta dunque più di un caso nazionale. È un segnale politico e culturale: l’idea che l’immigrazione possa essere affrontata non come emergenza permanente, ma come fenomeno strutturale da integrare in modo razionale. Per Paesi come l’Italia, questa esperienza non offre soluzioni immediate, ma pone una domanda inevitabile: se i migranti sono già parte integrante del sistema economico e sociale, ha ancora senso continuare a percepirli come un problema anziché riconoscerli come una risorsa?