No “woke”, ma Get up, Stand up!RAFFAELE BIONDO E AVV. GENNARO SANTORO
Il dibattito sul cd. “woke”, tornato di moda anche in Italia per questa tendenza
di legittimare e spiegare le proprie posizioni politiche attingendo
indiscriminatamente ad esempi e culture estere neanche minimamente analoghe a
quelle interne, rischia di far perdere di vista i problemi reali, quelli oltre
gli slogan. Pensiamo, ad esempio, al tema del lavoro delle persone (non solo)
migranti e dello sfruttamento.
Una sinistra che fatica a trasformare i propri valori politici e morali – la
multiculturalità, l’uguaglianza, la tutela dei più fragili e delle minoranze, la
rivendicazione dei diritti fondamentali – in proposte concrete, in spiegazioni
esaustive del perché – anche a livello pratico – conviene uno Stato, un’Europa e
un mondo che tali valori li concretizzano nelle politiche pubbliche e, quindi,
nei propri programmi di governo su tutti i livelli.
Occorre, dunque, partire dai dati concreti ed avere contezza del modello
italiano attuale. Ogni anno lo Stato decide quante persone straniere possono
entrare nel nostro Paese per motivi di lavoro attraverso il “decreto flussi”.
Questo decreto stabilisce annualmente un numero massimo di ingressi (le cd.
“quote”), assegnato con un sistema informatico che si apre a un’ora precisa di
un giorno stabilito (il cd. “click day”) e si chiude quando le quote finiscono,
spesso in pochi minuti. Chi non fa in tempo resta fuori, anche se ha tutti i
requisiti e anche se la domanda di lavoro non è soddisfatta con le quote
stabilite dal decreto stesso. Da questo meccanismo dipende se centinaia di
migliaia di persone potranno lavorare regolarmente. Ed è un meccanismo, questo –
è importante che lo si inizi a dire – che riguarda tutti, non solo chi migra.
Nel 2025 quasi un neoassunto su quattro in Italia (in termini assoluti, più di
un milione di persone) è straniero: un dato più che raddoppiato rispetto al 2019
e cresciuto del 139% dal 2017 1. Non è un’anomalia, ma la fotografia di un
mercato del lavoro che in alcuni settori non trova più lavoratori italiani
disponibili – anche, ma non solo, per il crollo demografico: tra il 1982 e il
2024 la fascia d’età 15-39 anni si è ridotta di 4,8 milioni di persone 2.
Secondo i dati Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, cinque comparti
– e precisamente turismo, agricoltura, edilizia, servizi operativi (come le
pulizie) e logistica – assorbono da soli il 65% delle assunzioni di personale
straniero previste nel 2025, con richieste molto concrete: personale di
ristorazione (231mila posizioni), addetti alle pulizie (137mila), lavoratori
agricoli (106mila), addetti alla consegna merci (86mila).
Due esempi mostrano cosa succede quando questa manodopera manca. Il primo è
l’assistenza agli anziani: entro fine 2026 il 14,6% degli over 65 – tradotto in
termini assoluti per avere un’idea chiara di cosa parliamo, 2,2 milioni di
persone – avrà bisogno di aiuto quotidiano 3. Ma le colf e badanti regolarmente
occupate sono scese a 804mila nel 2025 (da quasi un milione nel 2021), senza
contare che anche in questi 804mila ci sono persone che invecchiano: gli over 60
tra le badanti sono passati dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Entro il 2029 ne
serviranno oltre 2,2 milioni: in assenza di ulteriori ingressi saranno le
italiane e gli italiani a dover lasciare il lavoro per accudire i propri
familiari, con un costo diretto per l’economia del Paese. Il secondo esempio è
l’agricoltura, dove un prodotto su quattro è raccolto da lavoratori stranieri:
Coldiretti stima un deficit strutturale di circa 100mila stagionali. Non è un
dettaglio: significa raccolti persi, prezzi più alti, necessità di importazioni,
aziende in difficoltà.
Eppure, il meccanismo che dovrebbe governare tutto questo è rimasto quasi
identico da sessant’anni. Nasce nel 1963, con una circolare del Ministero del
Lavoro pensata per poche migliaia di persone l’anno, e da allora l’idea di fondo
– un datore di lavoro “chiama” dall’estero uno straniero mai incontrato – è
sopravvissuta tra legge Foschi (1986), legge Martelli (1990, che sottrae
oltretutto la competenza al Ministero del Lavoro inquadrando l’immigrazione
nella materia della sicurezza), Turco-Napolitano (1998) e Bossi-Fini (2002).
Già nel 1997-1998, spaventato dalla campagna mediatica sui flussi albanesi, il
governo di centrosinistra ritirò le parti più avanzate della legge in materia –
incluso il voto agli stranieri residenti – pur di non esporsi agli attacchi
della destra 4. E i numeri, da allora, raccontano un fallimento continuo: nel
2001 il governo propone 63mila ingressi, quando le imprese ne chiedevano 100mila
5; il 4 dicembre 2023, per 9.500 posti nell’assistenza familiare, in soli 4
minuti arrivano 11.363 domande, quasi 77mila in un giorno; nel 2025, sono andate
perse 117mila quote a causa di lungaggini burocratiche, il doppio del 2024.
I dati più recenti confermano, dunque, anno dopo anno, l’inefficacia strutturale
del sistema del c.d. “decreto flussi”: secondo il monitoraggio della campagna
Ero Straniero aggiornato a dicembre 2025, su circa 120.000 quote assegnate nel
2024 solo una domanda su dieci ha ottenuto il nulla osta, mentre i permessi di
soggiorno effettivamente rilasciati si sono fermati a poco più del 20% delle
quote disponibili. I dati relativi al 2025 mostrano un ulteriore peggioramento,
con un tasso di successo prossimo a un lavoratore regolarmente inserito ogni
dodici programmati. Si tratta di una filiera che si interrompe ben prima della
conclusione della procedura, alimentando quel bacino di incertezza e di lavoro
sommerso che la normativa dovrebbe invece contrastare. Il problema non è avere
“troppi” o “troppo pochi” ingressi: è un sistema che non fa incontrare la
domanda di lavoro reale con chi è pronto a farlo.
Di fronte a un fallimento così evidente, le scorciatoie di pancia sono le stesse
da sempre, da una parte e dall’altra. Da destra, la ricetta è più respingimenti,
più controlli, meno ingressi – come se il problema fosse un eccesso di
generosità, e non – purtroppo – la necessità per la nostra economia di gestire
un fabbisogno reale. Da sinistra, da ciò che si percepisce dagli slogan – unica
forma di comunicazione politica da anni – la risposta è “aprire le frontiere”,
omettendo sistematicamente di proporre soluzioni al “dopo”: come le persone
arrivano, dove lavorano, quanto e come vengono pagate, dove vivono, se e come
possono esercitare i loro diritti. Posizione, anche questa, che lascia intatta
la situazione di sfruttamento. I suddetti problemi rischiano di non essere
risolti in tempi brevi se non si risolve il problema della politica moderna: il
gioco delle parti che si ripete su ogni singolo tema, su ogni questione, e la
cui regola fondamentale è delegittimare e criticare l’altrui posizione, senza
occuparsi di costruire una proposta propria – necessariamente complessa, quindi
di non immediata comprensione e quindi di non immediato consenso elettorale.
Così la destra detta l’agenda con la propria narrazione securitaria e la
sinistra si trova sempre a rincorrere – o adottando anch’essa misure che non la
facciano trasparire come troppo “permissiva” (come già successo in modo netto
con Marco Minniti al Viminale), oppure rifugiandosi in un principio astratto che
non intacca il senso comune.
Non è però solo una questione di pianificazione dei fabbisogni – che pure, come
si è visto, lo Stato individua con precisione attraverso i dati citati e poi non
riesce a soddisfare. Il problema è più profondo, e lo hanno messo a fuoco alcuni
tra i più autorevoli giuristi italiani di diritto dell’immigrazione: quando lo
Stato non prevede percorsi adeguati di ingresso regolare, si delegittima da sé,
abdicando al proprio ruolo di vigilanza sul mercato del lavoro e di repressione
dello sfruttamento, ma soprattutto alla propria funzione di regolatore naturale
dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro straniero – lasciando campo libero
a chi, in tempi di proibizionismo, è pronto a una remunerativa supplenza: i
trafficanti 6. Non è un’osservazione astratta. Lo stesso Ministero del Lavoro
riconosce, sul proprio sito, che i settori con maggiore incidenza di manodopera
straniera sono anche quelli più esposti a irregolarità e sfruttamento: secondo
dati Istat, il tasso di irregolarità è del 12,7% sull’intera economia, ma sale
al 17,6% in agricoltura, al 24,4% nei servizi di alloggio e ristorazione e
arriva al 55,4% nel lavoro domestico e di cura.
È in queste stesse zone d’ombra – create non da chi migra, ma da un sistema che
rende quasi impossibile arrivare per le vie legali – che si muovono i caporali:
le ricostruzioni giornalistiche sulla strage di Amendolara, in Calabria, dove
quattro braccianti sono stati bruciati vivi nel furgone che li portava nei
campi, hanno documentato reti criminali che gestiscono documenti falsi e ingaggi
legali solo sulla carta, un sistema di intermediazione che prospera esattamente
dove lo Stato ha smesso di esserci 7. Ecco perché non basta che lo Stato sappia,
sulla carta, di quanti lavoratori ci sia bisogno: deve tornare a gestire in
prima persona anche la prassi quotidiana dell’incontro tra domanda e offerta –
la verifica dei contratti, degli alloggi, delle condizioni di lavoro. Ogni
spazio che lo Stato lascia vuoto, in questa materia, non resta realmente vuoto:
viene occupato.
A ben vedere, la sinistra potrebbe rinascere se riuscisse a riscoprire le radici
dei propri slogan attuali. In materia di immigrazione, ad esempio, prima di
parlare di totale accoglienza, di multiculturalità, scambio, mescolanza,
dovrebbe chiedersi perché in un sistema neoliberale l’immigrazione svolge un
ruolo centrale: non è un’esternalità “negativa” che l’ideologia egemone fatica a
gestire. La gestisce, in realtà, esattamente in coerenza con i propri princìpi.
Un sistema che rende quasi impossibile entrare regolarmente, ma lascia comunque
entrare – o restare – centinaia di migliaia di persone senza documenti, produce
esattamente ciò che Marx, ne Il Capitale, chiamava “esercito industriale di
riserva” 8: lavoratori ricattabili, disposti a tutto pur di lavorare, che tirano
giù i salari e i diritti anche di chi un contratto già ce l’ha, italiano o
straniero.
Il Dossier IDOS 2025 parla del 2024 come “l’anno degli inganni”: solo nel
secondo semestre, l’80% delle prese in carico del Numero Verde Antitratta legate
a sfruttamento lavorativo. Ecco perché i diritti non sono un optional: sono la
condizione affinché il lavoro non diventi un’arma contro tutta la classe
lavoratrice. Questa paradossale scelta si spiega, secondo autorevole dottrina,
con il fatto che i migranti irregolari sono necessari per fornire una manodopera
a basso costo indispensabile non solo ad alcuni settori produttivi ma anche per
il lavoro di cura e l’assistenza domiciliare. Al posto di politiche di governo
della popolazione inclusive si sono quindi sviluppate politiche escludenti in
cui il benessere degli inclusi si fonda sullo sfruttamento neoschiavistico degli
esclusi 9.
Che un’alternativa esista – in un contesto estero sì, ma non lontano
culturalmente e storicamente come quello statunitense – lo dimostra la Spagna:
tra aprile e giugno 2026 la regolarizzazione voluta da Sánchez ha raccolto circa
1,3 milioni di domande, ben oltre le 500mila stimate inizialmente dal governo
10. Secondo Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega quasi la metà
(47%) della crescita del Pil spagnolo dal 2022 (+24% cumulato nel quinquennio,
contro il 16,5% italiano). E non è solo un tema di quote più larghe:
l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha
calcolato che, a fronte di 151mila posti previsti dal decreto flussi 2024, le
imprese italiane hanno presentato quasi 680mila domande, ma i nulla osta
rilasciati sono stati appena 84mila – e siccome il nulla osta ha validità di
soli sei mesi, mentre l’emissione del visto consolare richiede spesso più tempo,
molte pratiche decadono e vanno ricominciate da capo: nel 2024 gli ingressi
effettivi per lavoro sono stati appena 40mila 11.
È lo stesso problema di fondo: non basta annunciare quote più alte, se poi la
macchina amministrativa che dovrebbe gestirle giorno per giorno resta la stessa
che fallisce da ben oltre vent’anni. Con misure strutturali che ampliano i
canali di ingresso regolare per ragioni di lavoro e riconoscono il radicamento
territoriale delle persone come titolo sufficiente a ottenere un permesso di
soggiorno, il governo spagnolo ha dunque dimostrato che è possibile – e
conveniente – considerare la migrazione non come una crisi da contenere, ma come
una risorsa.
Notizie
LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE
Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia
continua ad essere solo fabbrica di marginalità
Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma)
29 Giugno 2026
Anche la Germania, con un sistema di ingresso per la ricerca di lavoro basato su
un punteggio di qualifiche, esperienza e conoscenza linguistica (la
Chancenkarte, in vigore dal 2024), e il Portogallo, che dal 2022 garantisce il
diritto al lavoro già dal momento della domanda d’asilo, confermano lo stesso
principio generale illustrato anche dalla letteratura giuridica comparata
italiana: la migrazione per lavoro va governata come una funzione pubblica
continuativa, non affrontata come un’emergenza da liquidare una volta l’anno con
un click day12.
Non serve necessariamente tornare a una piena competenza in materia migratoria
del Ministero del Lavoro. Serve una sinistra che smetta di giocare in difesa e
riprenda prima lo studio della realtà e poi l’iniziativa, mostrando non solo con
gli slogan perché la cura degli anziani, l’agricoltura, la ristorazione e i
cantieri italiani dipendono già da questo lavoro, e perché pianificarlo bene,
con un centro pubblico e non con un mercato di intermediari – a volte fittizi –
conviene a tutti: costa meno, si controlla meglio, e toglie terreno allo
sfruttamento e alle organizzazioni criminali, aumentando – così sì – il senso di
sicurezza. Superare il click day non vuol dire eliminare le regole: vuol dire
smettere di fabbricare, con le nostre stesse leggi, manodopera a basso costo e
ricattabile – a danno di chi migra, ma anche di chi in Italia lavora già. Avere
dunque il coraggio di superare i decreti flussi, erigere a sistema gli
sperimentali corridoi lavorativi, come sta avvenendo a Torino, avere il coraggio
di costruire inedite alleanze tra associazioni datoriali e dei lavoratori, sotto
la regia degli enti locali e con la partecipazione del terzo settore sono
soluzioni che partono dal dato concreto e prospettano e garantiscono la
sicurezza dei diritti.
Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara
Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed
Elena Morelli.
1. CGIA di Mestre, Ufficio Studi, elaborazione su Sistema Informativo
Excelsior (Unioncamere–Ministero del Lavoro), ripresa in “Cgia, un
neoassunto su quattro è straniero“, ANSA, 21 febbraio 2026 (1,36 milioni di
assunzioni straniere previste nel 2025, pari al 23,4% del totale, +139% dal
2017) ↩︎
2. Confcommercio, “Carenza personale qualificato, cresce l’emergenza nel
commercio e nel turismo“ ↩︎
3. Centro Studi Idos per Assindatcolf, Rapporto 2026 “Family (Net) Work” —
“Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici
stranieri nell’Italia che invecchia” ↩︎
4. S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei
«decreti flussi»”, in P. Consorti (a cura di), Tutela dei diritti dei
migranti, Pisa, Plus, 2009, pp. 115-136 ↩︎
5. C. Chianura, “L’appello delle imprese «Dateci 100 mila immigrati»”, La
Repubblica, 12 gennaio 2001 (citato in S. Bontempelli, “Il governo
dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, cit.) ↩︎
6. Paolo Bonetti, Madia D’Onghia, Paolo Morozzo della Rocca, Mario Savino (a
cura di), Immigrazione e lavoro: quali regole? Modelli, problemi e
tendenze, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, Introduzione, pp. 12-13 ↩︎
7. “Non solo caporalato. Chi lucra sui nuovi schiavi”, L’Espresso, 29 giugno
2026 (reti criminali per documenti e ingaggi legali solo sulla carta dopo
la strage di Amendolara) ↩︎
8. K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, cap. 25 (“La
legge generale dell’accumulazione capitalistica”) ↩︎
9. “La regolamentazione dell’immigrazione come questione sociale: dalla
cittadinanza inclusiva al neoschiavismo”, E. Santoro, 2010 ↩︎
10. “Più di un milione di immigrati hanno fatto domanda di regolarizzazione in
Spagna” – Il Post, 1° luglio 2026 ↩︎
11. E. Franzetti, “Immigrazione regolare: perché in Spagna funziona meglio che
in Italia”, Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica
del Sacro Cuore, 19 dicembre 2025 ↩︎
12. Sul sistema tedesco: Bundesministerium des Innern, “Launch of opportunity
card to encourage immigration of skilled workers”, 31 maggio 2024 – (per
l’inquadramento giuridico generale del sistema tedesco, cfr. anche il
capitolo di Andrea De Petris in Bonetti, D’Onghia, Morozzo della Rocca,
Savino, cit., pp. 17-83). Sul sistema portoghese: Asylum Information
Database (AIDA) – progetto di ECRE (European Council on Refugees and
Exiles) – “Access to the labour market: Portugal”, aggiornato al 22
settembre 2025 ↩︎