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“Se questa è Europa: Ceuta mette alla prova il Patto UE su migrazione e asilo”
Dal 30 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro del dibattito europeo. L’attraversamento non autorizzato di decine di migliaia di persone in pochi giorni ha messo nuovamente in crisi il dispositivo di frontiera tra Spagna e Marocco. L’ennesima crisi che si somma, tra le altre, alla strage di Beliounech del 2005, a quella del Tarajal del 2015 e quella di Barrio Chino del 2022.  Secondo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e Caminando Fronteras, questa estate hanno perso la vita almeno 141 persone. Un numero che si aggiunge al macabro conto di vittime di una frontiera che da vent’anni continua a uccidere. L’ennesima strage, ma la prima dall’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Che cosa succede quando le garanzie previste dal diritto europeo incontrano le pratiche quotidiane di una frontiera? E cosa resta di quelle garanzie per chi non riesce nemmeno ad accedere alle procedure di asilo? È a partire da queste domande che nasce “Se questa è Europa. Ceuta: il Patto UE su migrazione e asilo alla prova della prima crisi del dispositivo di frontiera” 1, il rapporto di monitoraggio giuridico curato da Nicola Datena, Luna Selimovic’ e Clara Tacconi per l’associazione di promozione sociale Le Carbet. Il rapporto ricostruisce le procedure applicate dalla Spagna tra il 12 giugno e il 13 ottobre 2026, dai giorni precedenti agli attraversamenti di massa fino allo sgombero del campo del Guano di fine settembre. L’analisi si basa sulla normativa, sui documenti ufficiali e sulle verifiche condotte direttamente sul territorio tra l’8 e il 13 ottobre ed evidenzia serie contraddizioni tra le garanzie previste dalla normativa e le pratiche adottate sul campo. FUORI DALLE PROCEDURE: ESPULSIONI SOMMARIE E RITORNI FORZATI Un primo aspetto problematico sollevato dal rapporto è che la Spagna ha iniziato ad applicare i regolamenti del Patto attraverso una semplice istruzione amministrativa, in assenza della legge nazionale di attuazione e del meccanismo indipendente di monitoraggio previsto dalla normativa europea. Ma il problema non si esaurisce nelle modalità con cui le nuove norme sono state recepite.  “Le regole del Patto valgono solo per chi arriva al CATE (Centro di Accoglienza Temporanea per Stranieri – ndr) e chiede asilo. Prima e dopo prevalgono regole esterne alla procedura, informali e non prevedibili.” Le persone che non accedono al CATE del Tarajal per formalizzare la domanda di asilo affrontano destini differenti: respingimenti a caldo, permanenze prolungate senza identificazione ed espulsioni sommarie verso il Marocco attraverso un varco nella recinzione. Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È STATO UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → All’interno del rapporto, anche alcune testimonianze dirette di queste pratiche di espulsioni informali: “La polizia oggi è arrivata e ha detto ai giovani “alzatevi e venite con noi, vi porteremo al valico di frontiera, vi prenderemo le impronte digitali e scopriremo la vostra identità, chi siete. e poi vi riporteremo nei campi temporanei”. Quindi i ragazzi si sono fidati di loro, ma quando sono arrivati alla frontiera li hanno costretti ad uscire in Marocco. – R., Ceuta, 11 ottobre 2026 Oltre alle violazioni dei diritti fondamentali che comportano queste pratiche, il rapporto sottolinea anche che queste modalità di consegna non permettono nemmeno di distinguere tra rientri volontari ed espulsioni vere e proprie, sollevando serie perplessità anche sulla trasparenza dei dati ufficiali forniti dal Governo spagnolo. Foto tratte dal rapporto SGOMBERI DEI CAMPI INFORMALI E PRECARIETÀ COME STRUMENTI DI GESTIONE Un altro aspetto analizzato dal rapporto è la gestione delle persone rimaste escluse da strutture di accoglienza e di riparo dopo gli attraversamenti di questa estate.  Come denunciato da No Name Kitchen, molte persone si erano riversate nelle spiagge di Ceuta perché nelle zone boscose, dove si erano inizialmente riparate, hanno subito aggressioni notturne e rastrellamenti. Gli sgomberi dei ripari di fortuna sulle spiagge della città hanno ridotto la presenza visibile delle persone sfollate, che tuttavia non hanno ricevuto soluzioni abitative alternative: numerose persone si sono disperse nei quartieri della città e nuovamente nelle zone montuose circostanti, spesso senza accesso all’assistenza e alle tutele necessarie. Lo sgombero del campo del Guano, che conclude il periodo preso in esame dal rapporto, rappresenta una delle tappe di questo processo. > Le persone sono spaventate dall’incontro con le autorità e spesso decidono di > vivere nascoste. Accoglienza insufficiente, sgomberi, violenze e informazioni contraddittorie contribuiscono a rendere sempre più insostenibile la permanenza sul territorio. È proprio su questo punto che il rapporto solleva una delle questioni più rilevanti: la precarietà è soltanto una conseguenza dell’emergenza oppure è diventata, nei fatti, una modalità di gestione della stessa? Quando mancano un alloggio, un’assistenza adeguata e prospettive credibili, restare può diventare sempre più difficile. Il ritorno in Marocco rischia allora di apparire come l’unica alternativa possibile, anche in assenza di un provvedimento formale di espulsione. Il rapporto invita così a interrogarsi sulle forme indirette attraverso cui il controllo delle frontiere può condizionare le scelte e i movimenti delle persone migranti. “UN HOTSPOT SU SCALA TERRITORIALE”  Il report prende in considerazione anche gli effetti della gestione dell’emergenza sul territorio di Ceuta, che arriva a definire “un hotspot su scala territoriale”.  > Le persone sulla base di procedure informali di polizia sono state confinate > nell’intera città di Ceuta, senza provvedimenti individuali e senza alcun tipo > di procedura formale. La gestione dell’emergenza finisce così per coinvolgere l’intero spazio urbano, mentre l’insufficienza dell’accoglienza e la mancanza di prospettive alimentano l’isolamento di chi è rimasto bloccato a Ceuta. Il risultato è una situazione in cui le persone rimangono intrappolate in uno spazio ristretto, esposte all’incertezza delle procedure e alla difficoltà di costruire alternative alla propria permanenza. A questa situazione si aggiunge l’assenza di solidarietà da parte degli altri Stati europei, che lascia alla Spagna il peso della gestione degli arrivi senza una risposta condivisa a livello dell’Unione. Una contraddizione che interroga direttamente il principio di solidarietà sul quale dovrebbe fondarsi il sistema europeo comune di asilo. “Il Patto prometteva la condivisione della responsabilità tra Stati membri. La risposta degli altri Stati è stata la chiusura. (…) Non risulta che il meccanismo di solidarietà del Reg. 2024/1351 sia stato attivato o discusso per la Spagna. La Spagna, dal canto suo, non ha distribuito le persone nemmeno sul proprio territorio. La solidarietà si è rovesciata in contenimento.” Foto tratte dal rapporto LE QUESTIONI SOLLEVATE DAL RAPPORTO RIGUARDANO ANCHE L’ITALIA Per quanto riguarda l’Italia, le autrici del rapporto avvertono: “Il decreto del 21 luglio 2026 estende la frontiera a intere province, con il rischio di creare spazi di trattenimento come quello di Ceuta”. A partire dal caso di Ceuta, Se questa è Europa chiede quindi di concentrare la nostra attenzione oltre la gestione contingente di una crisi. Il Patto europeo su migrazione e asilo va valutato non soltanto attraverso le disposizioni che introduce, ma anche osservando cosa accade alle persone quando quelle disposizioni vengono applicate, quando le procedure non sono accessibili a tuttə e quando l’emergenza giustifica interventi che incidono sulla libertà di movimento e sulle possibilità di chiedere protezione. La questione è capire quale spazio rimanga per le garanzie fondamentali quando le procedure di frontiera diventano il principale strumento di governo della mobilità e quando l’emergenza rischia di trasformarsi in una condizione permanente. Su questo gli autori e le autrici del rapporto giungono a una conclusione netta, che non lascia spazio a dubbi: ”Alla prima prova reale, il Patto non ha mantenuto le sue promesse. Con la sua entrata in vigore i problemi sono rimasti invariati, le violazioni dei diritti fondamentali si sono aggravate e i problemi di gestione delle richieste di protezione internazionale sono diventati più complessi e macchinosi”. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio
Ceuta e Melilla sono tornate al centro delle attenzioni europee e internazionali la scorsa estate, dopo che migliaia di persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco a fine luglio. È l’ennesima “crisi” di questo confine, che rappresenta l’unico di terra tra Marocco e Unione Europea. La prima, però, dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. La risposta dell’Europa a queste “crisi” continua a essere la stessa: inviare militari e polizia,  spostare i confini sempre più lontano, pagare altri Stati per bloccare le persone e chiamarlo “controllo”. Ma queste politiche non fermano le migrazioni: aumentano i rischi e moltiplicano la violenza. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Con le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, le migrazioni sono gestite come questioni di sicurezza nella negoziazione tra gli Stati e le persone vengono strumentalizzate e sacrificate come una leva diplomatica nel loro braccio di ferro. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa rendersi ancora più vulnerabili a quegli stessi movimenti. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea porta ancora più risorse e centralità al controllo rigido e violento delle frontiere esterne, per impedire alle persone di entrare e respingere i sopravvissuti. Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dei fatti quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione. Attraverso l’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa, cerchiamo di rispondere ad alcune domande centrali: come si sono create le condizioni che hanno portato agli attraversamenti di massa di questa estate? Che cosa spinge davvero così tante persone a partire? E soprattutto, che cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando i media hanno già distolto lo sguardo? Nel secondo episodio, vi portiamo in Marocco, a Tétouan e Martil, due città vicine al confine con Ceuta e fortemente interessate dai movimenti migratori verso l’enclave spagnola.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco, un’associazione nata nel 2005 nella foreste di Belyounech, dopo un tentativo di attraversamento collettivo della frontiera da parte delle diverse comunità migranti che l’abitavano, represso con estrema violenza dalle autorità marocchine e spagnole. * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni. che ci ha parlato delle campagne di regolarizzazione delle persone straniere in Marocco avvenuta nel 2014 e nel 2017. La strategia nazionale che inquadrava queste regolarizzazioni oggi mostra limiti evidenti di fronte al fatto che molte persone hanno sempre più problemi a rinnovare i loro documenti. * Achraf Maimoun e Jamila El Abboudi, dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, sezione di Tétouane, che ci hanno parlato del momento storico e politico che vive il Regno del Marocco oggi; di come motivazioni economiche e politiche coesistono nella scelta di tante persone a partire; soprattutto, dell’impatto negativo della cooperazione europea in materia di sorveglianza ai confini e controllo della mobilità rispetto ai processi di politica interna e sui movimenti che vogliono maggiore partecipazione democratica, diritti civili, politici e il rispetto dei diritti umani in Marocco. * Ahmed e Mehdi (nomi di fantasia), due giovani studenti sudanesi arrivati con grande fatica a Ceuta nei primi mesi del 2026, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera, ma anche quello che hanno vissuto durante tutto l’arco del loro viaggio dal Sudan. * Mariam (nome di fantasia), una giovane lavoratrice originaria della Costa d’Avorio, che vive in Marocco e ci ha raccontato delle grandi difficoltà che vivono le persone nero-africane in Marocco e in particolare le donne impiegate nel lavoro domestico. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:40:42 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:40:42 | Registrato il 22 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). Reportage e inchieste/Confini e frontiere VOICES FROM THE BORDER: CEUTA E MELILLA – 1° EPISODIO Un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Voices from the border: anti-racist and solidarity network” 15 Ottobre 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Bilancio generale del “governo progressista” spagnolo, un’analisi critica /2
La prima parte è stata pubblicata qui. Politica in materia di immigrazione In materia di immigrazione, il legislatore ha combinato un discorso propagandistico sulla “migrazione sicura, ordinata e regolare” con la più ampia regolarizzazione straordinaria selettiva degli ultimi due decenni e, al contempo, il rafforzamento dei meccanismi di controllo, l’esternalizzazione […] L'articolo Bilancio generale del “governo progressista” spagnolo, un’analisi critica /2 su Contropiano.
October 17, 2026
Contropiano
Della rivolta studentesca
-------------------------------------------------------------------------------- Parigi -------------------------------------------------------------------------------- Nel sito di Effimera, un articolo di Cristina Morini illumina le ragioni profonde della rivolta studentesca in Francia: la restaurazione della selezione classista codificata dall’algoritmo Parcoursup: > L’inverno dello scontento dei giovani, tra la rabbia di Parigi e lo strano > silenzio italiano – di Cristina Morini Intanto i dati dicono che negli ultimi cinque anni i paesi NATO hanno aumentato la spesa militare a un ritmo più alto che negli anni precedenti la prima guerra mondiale. Se raggiungeranno il 5% di spesa, avranno superato la spesa della Gran Bretagna negli anni precedenti la Grande Guerra. Ci sono nel mondo più conflitti armati di quanti ce ne siano mai stati dal 1946. Tutti, con l’eccezione dell’Ucraina, sono nel Sud Globale, ma i paesi NATO sono coinvolti in quasi tutti questi conflitti. Il futuro strategico della rivolta studentesca sta nell’autorganizzazione del lavoro cognitivo. La domanda allora è: quale futuro tattico, quale futuro politico immediato possono avere le rivolte studentesche? Cosa sta accadendo nel mondo? L’inflazione riduce i salari, il riarmo ruba risorse alla scuola e alla società, il costo degli affitti cresce. A Madrid, gli affitti sono quasi raddoppiati nell’arco di un decennio (passando da 12,8 a 23,3 euro al metro quadro tra il 2016 e il 2026), i salari sono cresciuti di quasi un terzo in un periodo analogo e l’edilizia residenziale pubblica rappresenta meno del 2% del patrimonio abitativo, a fronte di una media europea dell’8%. A quindici anni dal movimento del 15-M, la piazza è tornata a essere luogo di assemblea. Non si torna indietro. Come novanta anni fa la Spagna è il luogo in cui si svolge l’ultima battaglia. Per quanto sembri improbabile, dalle elezioni del 29 novembre può venire l’imprevisto: un governo socialista che realizzi un programma di esproprio per ridurre gli affitti, e che mantenga l’impegno già preso da Sanchez di non aumentare le spese militari. In questo scenario, i fascisti ovunque attizzano la discriminazione e il razzismo, ma nelle scuole italiane si espongono cartelli con su scritto: “Qui nessuno è straniero”. Di certo i governi di Francia, Italia e Germania stanno sottraendo risorse alla società per destinarle alla guerra. Per questo c’è bisogno di scioperare, occupare le strade, manifestare la solidarietà, l’amicizia e l’allegria, organizzare la diserzione dalla guerra che si prepara in ogni nicchia. C’è anche altro: la costruzione dei data center per alimentare la macchina da guerra intelligente succhia via le risorse della società. La rivolta contro i data center dilaga in molti paesi del mondo. Spagna, Francia, Italia, Albania: come il Cile qualche anno fa? In tutto questo merita attenzione un articolo del collettivo La Cafebreria (edito in forma collettiva da un gruppo che fa capo all’omonimo centro culturale/libreria indipendente di Ñuñoa, comune della provincia di Santiago del Cile, ¿Revueltas de octubre?) analizza il rapporto tra quel che succede in Europa dove studenti e studentesse hanno iniziato una rivolta che coinvolge la Francia, la Spagna, l’Albania, e quel che succede in America Latina, dove il trumpismo ha trionfato dovunque (si attende con ansia il ballottaggio in Brasile). La Cafebreria – qui la traduzione completa dell’articolo – avverte che c’è il pericolo che il Cile (dove la rivolta del 2019 anticipò temi e forme della rivolta francese di oggi) rappresenti il futuro della Francia e dell’Europa in generale. Insomma, le elezioni che avranno luogo nei prossimi mesi in Spagna, in Francia, in Italia, si annunciano difficili per la sinistra. Potranno le rivolte influenzare la sinistra politica? In Cile questo non è stato possibile, in Spagna invece gli occupati di Puerta del Sol hanno influenzato in maniera diretta la sfera politica. Solo a partire dalla rivolta sociale si può pensare di fermare la destra. Ma il vero problema è questo: la rivolta sociale non si traduce nella sfera politica perché la sinistra politica è un corpo morto. Lo è da tanto tempo, forse era già un corpo morto nella seconda parte del secolo ventesimo. Oggi la sinistra non è più in alcun modo capace di esprimere il rifiuto sociale del neoliberismo e il rifiuto maggioritario della guerra. Allora la nuova domanda é: si può sostituire il mosaico di stanche formazioni politiche di una sinistra che ha perduto ogni vitalità con un fronte unito contro la guerra e contro la ferocia dell’economia liberista? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Della rivolta studentesca proviene da Comune-info.
October 15, 2026
Comune-info
Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Spesso certe notizie scompaiono dai nostri radar, ma la gente implicata, no. A Ceuta ci sono tanti ragazzi che aspettano ancora tra cartoni e coperte improvvisate delle soluzioni. Arrivano dal Marocco e, come tutti i ragazzi del mondo, hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che vorrebbero diventare. Youssuf sogna di fare il barbiere, Mohamed il calciatore, Omar di aprire un bar. Non hanno smesso di immaginare un futuro diverso da quello che è capitato loro in sorte, continueranno comunque a sognare quei ragazzi. A pochi passi da dove si trovano c’è l’Europa. Da una parte una promessa di opportunità, libertà e benessere; dall’altra una frontiera che li respinge. Ma a Ceuta i loro destini si risolvono nello spazio di una notte. Racconta Claudio Fava su Domani: “Duemila baracche tirate su nella spiaggia di Benitez, poi, all’alba, non c’è più nulla: sono venuti a prenderli di notte, hanno fatto un rapido triage, asilo umanitario per nessuno, tutti espulsi. Se vanno via con le buone, potranno riprovarci. Altrimenti resteranno fuori dall’Europa per i prossimi cinque anni”. Siamo in Spagna, oltretutto una Spagna con un governo di sinistra, ma è così in tutta Europa dove le destre stanno prendendo il sopravvento e dettano le regole. Nelle piazze di tutta Europa aumentano i consensi grazie al loro programma, forte, sintetico, efficace: remigrazione. E lo sanno molto bene, con quel semplice slogan guadagnano voti. Negli ultimi anni abbiamo imparato a ripetere che non possiamo accogliere tutti. È una constatazione che, in alcuni casi, contiene una parte di verità. Ma troppo spesso è diventata anche il modo per interrompere ogni altra domanda. Come se le disuguaglianze globali, il colonialismo, le guerre, lo sfruttamento economico, le frontiere e la sorte di chi nasce dalla parte sbagliata del mare fossero fenomeni naturali, sottratti alla responsabilità umana. È qui che si è consumato uno slittamento più profondo. Abbiamo progressivamente smesso di chiederci come trasformare ciò che appare ingiusto e abbiamo iniziato a chiederci soltanto come difendere ciò che possediamo. Il valore delle cose sembra misurarsi sempre più in termini di sicurezza, proprietà, protezione del proprio benessere. Ciò che non rientra in questo perimetro perde consistenza morale. La cura, la giustizia, l’attenzione verso chi resta indietro vengono percepite come esigenze secondarie, quasi un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è garantito. Se la derisione del più debole diventa linguaggio comune L’indifferenza, del resto, raramente nasce da una scelta deliberata. Cresce poco alla volta. Si insinua nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nel modo in cui impariamo a convivere con la sofferenza senza più lasciarcene toccare. Accade quando il dolore degli altri diventa parte del paesaggio. Oggi, però, sembra emergere qualcosa di ancora più inquietante. Per molto tempo l’indifferenza ha assunto soprattutto la forma del voltarsi dall’altra parte. Ora, sempre più spesso, non basta più ignorare. Assistiamo a una trasformazione culturale che premia l’ostentazione della durezza. Il rifiuto diventa spettacolo. La derisione del più debole diventa linguaggio comune. L’empatia viene liquidata come ingenuità o debolezza, mentre il disprezzo si presenta come realismo, lucidità, buon senso. Non siamo soltanto di fronte a una società stanca. Siamo di fronte a una società che rischia di fare dell’incattivimento un’identità. Questo cambiamento non resta confinato ai comportamenti individuali. Entra nel discorso pubblico, diventa linguaggio politico e cerca consenso. In Italia lo vediamo chi governa trasforma l’espulsione e il respingimento in una promessa di risanamento, ma anche nella retorica che presenta la difesa dei confini e dell’identità nazionale come risposta privilegiata alle inquietudini sociali. Lo vediamo nelle parole di Vannacci, Salvini e Meloni, pur con ruoli, posizioni e responsabilità politiche differenti. E lo ritroviamo, in forme proprie di ciascun Paese, nella crescita e nella legittimazione delle destre nazionaliste in Francia e in Germania. Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di liquidare come irrazionale ogni preoccupazione legata alle migrazioni. La questione è un’altra: che cosa accade quando la paura viene alimentata, quando lo straniero viene rappresentato prima di tutto come una minaccia e quando il rifiuto viene presentato come una prova di coraggio? Che cosa accade quando la durezza non è più qualcosa di cui vergognarsi, ma diventa un segno di appartenenza, una qualità da esibire, persino una ragione per sentirsi migliori? I leader politici non si limitano a raccogliere le paure che attraversano una società. Con le parole che scelgono contribuiscono anche a orientarle, a dare loro una direzione, a stabilire chi merita protezione e chi può essere lasciato fuori. Per questo il linguaggio non è mai irrilevante: ciò che viene ripetuto, legittimato e trasformato in senso comune finisce per modificare anche il confine di ciò che siamo disposti ad accettare. Ed è questo il passaggio più pericoloso. Non quando smettiamo di vedere il dolore, ma quando iniziamo a rivendicare come un valore la nostra capacità di restarne immuni. Non quando la sofferenza altrui ci lascia indifferenti, ma quando la utilizziamo per rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo, a una comunità, a una visione del mondo. Quando il benessere dei nostri viene contrapposto a quello degli altri, come se la dignità fosse una risorsa limitata e riconoscerla a qualcuno significasse sottrarla a qualcun altro. Abbiamo smesso di immaginare Vale allora la pena fermarsi e domandarsi: è davvero questo il futuro che desideriamo? Una società nella quale il benessere di alcuni richiede l’impoverimento morale di tutti? Una società che considera la durezza una virtù e la compassione una colpa? Una società nella quale si può ottenere consenso non mostrando la capacità di affrontare i problemi, ma indicando qualcuno da respingere e convincendoci che la sua esclusione ci renderà più sicuri? Abbiamo smesso di immaginare, di visualizzare un mondo in cui sia non accettabile il sacrificio di alcuni a beneficio di altri. Ricominciare a immaginare non significa inseguire un’utopia o negare i limiti della realtà. Significa rifiutare l’idea che il presente coincida con il destino. Significa ricordare che ciò che oggi appare inevitabile è quasi sempre il risultato di scelte, rapporti di forza, decisioni politiche e culture condivise. E che, proprio per questo, può essere messo in discussione. Immaginare un futuro diverso significa anche non accettare che le nostre paure diventino l’unico criterio con cui guardare il mondo. Significa provare a distinguere la necessità di affrontare problemi concreti dalla tentazione di trovare qualcuno su cui scaricarli. Significa non rinunciare alla domanda su quale società vogliamo costruire, anche quando le risposte sono difficili e nessuna soluzione è semplice. I ragazzi di Ceuta continuano ad aspettare tra i cartoni, aggrappati ai loro progetti e alle loro speranze. Forse la domanda che ci pongono non riguarda soltanto il loro futuro. Riguarda il nostro. Perché una società smette davvero di immaginare quando non riesce più a vedere alternative all’ingiustizia. E diventa più povera ancora quando, per sentirsi al sicuro, non si limita a respingere l’altro, ma sente il bisogno di disprezzarlo, fino a fare di quel disprezzo una ragione di orgoglio. Intorno a loro si consuma una discussione che conosciamo bene: c’è chi li considera un problema da contenere e chi vede prima di tutto delle persone da aiutare. Di fronte alla stessa realtà si aprono letture opposte. Da una parte la paura, dall’altra il riconoscimento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no proviene da Comune-info.
October 15, 2026
Comune-info
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio
Il 26 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro delle attenzioni mediatiche spagnole ed europee per l’arrivo non autorizzato di circa 60 mila persone in sole 24 ore. La maggior parte sono giunte via mare, dopo aver nuotato per molte ore consecutive. In centinaia hanno provato anche la via di terra, accampandosi nella foresta, scavalcando le recinzioni e il filo spinato.  Anche a Beni Nsar, nella provincia di Nador al confine con Melilla, sono migliaia le persone accorse alla frontiera nella speranza di riuscire a passare. Già nella notte del 31 luglio Border Resistance ha pubblicato sui social video di agenti marocchini che sparavano ad altezza uomo nelle strade della città per cacciare via le persone dai pressi della frontiera. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Come si sono create le condizioni favorevoli all’esodo di questa estate? E cosa spinge davvero così tanti a partire? E, soprattutto, cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando nessuno guarda? Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dell’attraversamento di massa di quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione.  Racconteremo il nostro viaggio in due episodi: un viaggio all’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa. Quello di attiviste, giornaliste, operatrici sociali, ma soprattutto persone migranti e candidate alla migrazione.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Antonio Sampere, fotoreporter e residente di Ceuta, che ci ha descritto come funziona il pattugliamento congiunto di guardia civile spagnola e forze ausiliare marocchine alla frontiera terrestre di Ceuta. * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta, un’associazione impegnata nel supporto umanitario e nell’accompagnamento sociale e giuridico delle persone migranti nella cittadella. * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel, che si occupa del sostegno socio-giuridico delle persone in arrivo nell’enclave spagnole di Melilla. * Abdullah e Nazim (nomi di fantasia), due giovani lavoratori marocchini della città di Tétouane, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera nel 2021 e soprattutto le pratiche di respingimento che hanno subito da parte della Guardia Civile Spagnola e degli agenti marocchini. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio  Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:33:22 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:33:22 | Registrato il 15 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Bilancio generale del “governo progressista” spagnolo, un’analisi critica /1
Diario socialista è il quotidiano online del Movimento Socialista (Mugimendu Socialista) sorto nei Paesi Baschi sul finire del 2010, ed attualmente presente in tutti i territori e le comunità nazionali dello Stato Spagnolo. Questo movimento raggruppa diverse organizzazioni con una prospettiva comunista comune, e si è espanso – dal 2022 […] L'articolo Bilancio generale del “governo progressista” spagnolo, un’analisi critica /1 su Contropiano.
October 14, 2026
Contropiano
Maricarmen: Continuate a lottare!
Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto!  > Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, > non si è suicidata, ma anche per  lei  la causa della morte è la stessa: > sfratto! Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare. In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna. L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali. Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza. > Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive > del suo salario.. Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite. > Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma > che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la > soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio > pubblico. Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato. In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea. Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici. > Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver > convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei > Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi > avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti. In Italia al contrario il Governo ha pensato  di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni. In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita. Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città. Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare! la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Maricarmen: Continuate a lottare! proviene da DINAMOpress.
October 13, 2026
DINAMOpress
#1 2026/27 (Desokupa, gli sfratti violenti in Spagna; la resistenza de Los Corralones a Siviglia)
IN QUESTA PUNTATA: ► 09:14: “Raccontami una canzone” con Ale di Note, cose, città (Radio Onda Rossa) sulla storia di “Pony” di Annette Peacock, una delle pioniere nell’uso del sintetizzatore Moog (partendo da Wendy Carlos) ► 25:08: “Curiosità a caso” con Radiospalla Sol che ci racconta di quella volta che in Islanda i Teletubbies hanno avuto per errore i sottotitoli dei Soprano ► 33:52: omaggio a Casi Nadie, rapper colombiano scomparso poche settimane fa ► 39:02: approfondimento su Desokupa e il business delle aziende di sgomberi e sfratti violenti in Spagna, legate all’estrema destra, con la giornalista Laura Galaup ► 56:23: collegamento con Marina del Comitato “Defiende Los Corralones” di Siviglia, a difesa del palazzo che resiste alla gentrificazione nonostante le intimidazioni e le aggressioni ► 1:07:32: saluto di Rosana di Salvar Doñana per presentare il loro nuovo singolo “Ska Fever”, dedicato proprio a Los Corralones ► 1:11:28: “Retrobottega” con lo scrittore e libraio Giancarlo Piacci, che ci consiglia il libro “La città dei ladri” di David Benioff abbinato a “Alcohol” dei Gogol Bordello ► 1:23:46: “L’inglese in tre mesi senza maestro”, la nostra attesissima rubrica per imparare l’inglese E POI QUESTE CANZONI: – Yerai Cortés “Comare” – Annette Peacock “Pony” – Casi Nadie feat. Selene “Morir peleando en la calle” – Ear “Coil” – Salvar Doñana “Ska Fever” – Gogol Bordello “Alcohol” Più info su: www.putage.org
October 12, 2026
Radio Blackout - Info