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La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎
Israele prova a rifarsi una immagine sugli abusi contro gli attivisti della Flotilla
In un paio di giorni, le autorità israeliane stanno giocando con estremo cinismo e ipocrisia una partita per rovesciare la narrazione sugli abusi commessi contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla durante il loro sequestro. La prima mossa è stata quella di convocare al ministero degli esteri israeliano l’incaricato di […] L'articolo Israele prova a rifarsi una immagine sugli abusi contro gli attivisti della Flotilla su Contropiano.
May 26, 2026
Contropiano
Lavorare per la macchina. Frammenti di vita e morte di un moderatore di contenuti
Un moderatore di Meta in Spagna rompe per la prima volta l'anonimato per raccontare la propria storia. Horacio Espinosa è un antropologo di 46 anni che è stato assunto nel 2019 per moderare i contenuti su Facebook. Sette anni dopo, non ha paura di violare il suo accordo di riservatezza. Distribuito su dieci piani dell'iconica Torre Glòries di Barcellona, Facebook ha inaugurato nel 2018 un centro di moderazione dei contenuti per combattere le fake news. Più di 2.000 persone di diverse nazionalità sono state assunte tramite la società di subappalto CCC Barcelona Digital Services, diventata anni dopo Telus Digital. Ma quello che sembrava un successo per il posizionamento globale della città ha finito per trasformarsi in un problema di salute pubblica In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano , traduzione di Stefano Portelli –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Leggi l'articolo di Stefano Portelli, Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona Leggi la fanzine originale in spagnolo. Trabajando para la maquina Leggi la traduzione in italiano. Lavorare per la macchina Alert: Il testo e le immagini della fanzine possono risultare violente o disturbare alcune persone.
L’Andalusia anticapitalista si racconta
Alle elezioni in Andalusia perde il Partito popolare al governo a beneficio della destra di Vox, si verifica un calo significativo del Partito socialista cui non corrisponde la tenuta della sinistra di Podemos e Sumar (in coalizione) ma l’exploit della lista anticapitalista di Adelante Andalusia. Quella che segue è un’intervista pubblicata da Jacobinlat pochi giorni prima del voto in cui l’organizzazione spiega cos’è e come lavora.  Rifondata nel 2021 sotto la guida di Teresa Rodríguez, Adelante si definisce nazionalista andalusa, anticapitalista, femminista ed ecosocialista. Riunisce organizzazioni come Anticapitalistas Andalucía, Defender e Izquierda Andalucista, insieme a un numero crescente di membri indipendenti organizzati in assemblee locali. La sua missione è tanto semplice da enunciare quanto difficile da sostenere: articolare la difesa della maggioranza lavoratrice, la sovranità andalusa e una strategia di rottura, senza diluire nessuno dei tre pilastri all’interno degli altri. A guidare la candidatura è José Ignacio García, consulente educativo, membro di Anticapitalistas Andalucía e cofondatore di Adelante. In questa intervista, discutiamo della situazione attuale in Andalusia, del rapporto tra nazione e classe, della valutazione del ciclo iniziato con il movimento 15M e delle sfide poste dall’ascesa dell’estrema destra. L’Andalusia appare spesso come una periferia interna dello Stato spagnolo: subordinata nella divisione territoriale del lavoro, afflitta da precarietà lavorativa, bassi salari e deterioramento dei servizi pubblici. Come descriveresti la situazione attuale in Andalusia e cosa esprime, in termini più profondi, questa posizione subordinata? L’Andalusia è una nazione subordinata all’interno dello Stato spagnolo. Si parla di «zona di sacrificio», in cui alcuni territori dello Stato svolgono il ruolo che alcuni accademici, come Delgado Cabeza, hanno definito il «cortile di casa» dello sviluppo capitalistico. Ma l’elemento fondamentale per comprendere la configurazione territoriale dello Stato spagnolo e il ruolo dell’Andalusia è che questa non ha favorito le classi popolari di altre parti dello Stato, bensì ha rappresentato un enorme vantaggio per i vincitori del capitalismo spagnolo. Lo Stato spagnolo è una macchina composta da due elementi complementari: la contraddizione di classe e la contraddizione territoriale-nazionale, insieme alle questioni di genere e razza. Questi due elementi hanno plasmato una serie di territori le cui economie sono fondamentalmente estrattive, fungendo ora da fonti di manodopera a basso costo, di estrazione di materie prime, di espansione di settori produttivi con enormi impatti sociali e ambientali negativi, ora da fonte di un vasto esercito di riserva di manodopera attraverso le migrazioni interne. In diversi momenti storici, questo estrattivismo ha spostato la maggior parte delle risorse verso l’uno o l’altro di questi settori, ma il processo di espropriazione della ricchezza dalle classi lavoratrici andaluse verso le oligarchie è rimasto simile. Queste oligarchie possono provenire dall’esterno o dall’interno dell’Andalusia, ma hanno sempre un enorme interesse a mantenere la configurazione territoriale dello Stato e, in Andalusia, a continuare a svolgere il ruolo di «cortile di casa».  Questo è ciò che il movimento operaio andaluso tradizionalmente denunciava nei confronti dei grandi latifondisti, come la Casa d’Alba o il Ducato di Infantado. Oggi, in Andalusia, la terra è in mani meno numerose rispetto a mezzo secolo fa. La situazione dei lavoratori agricoli rimane molto difficile e stiamo assistendo a quella che potremmo definire l’«uberizzazione» dell’agricoltura, con l’arrivo di nuovi proprietari terrieri sotto forma di fondi di investimento e capitali stranieri. Ma ci sono altri settori in cui questo processo è chiaramente visibile nella situazione attuale. Uno di questi è il turismo. Nella divisione internazionale del lavoro, l’Andalusia è relegata a un modello turistico profondamente iniquo. Questo modello si basa su condizioni di lavoro estremamente precarie, sulla crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di grandi catene alberghiere e su un settore dell’ospitalità sempre più concentrato e strettamente legato al mercato immobiliare. Ciò ha portato alla nascita di fenomeni come il settore degli appartamenti turistici: l’Andalusia vanta il maggior numero di questi appartamenti in Europa, e il mercato tende a essere monopolizzato da grandi proprietari terrieri e fondi di investimento. Un altro esempio interessante è il ruolo che ci è stato assegnato nella transizione ecologica guidata dal cosiddetto capitalismo verde. In questo momento, nell’Andalusia rurale, è in corso un gravissimo conflitto perché vengono installati impianti fotovoltaici e a biogas su larga scala con un impatto ambientale devastante, che distruggono i mezzi di sussistenza di molte regioni e ricattano la popolazione, costringendola spesso a scegliere tra lavoro e salute. Hanno deciso che l’Andalusia diventerà la «batteria» dell’Europa meridionale, producendo energia per le multinazionali mentre uliveti secolari vengono distrutti. Tutto ciò accade contemporaneamente alle proteste che si svolgono nei quartieri di Siviglia, Cordova e Granada a causa dei frequenti blackout durante la calda estate. Adelante Andalucía tenta di articolare anticapitalismo e nazionalismo andaluso all’interno di un unico progetto. In una sinistra che ha spesso oscillato tra la priorità data alle questioni sociali e a quelle nazionali, quale novità strategica introduce questa articolazione e come si immagina, in questo quadro, il rapporto tra nazione e classe? Più specificamente, come può la questione nazionale fungere da forza mediatrice per radicalizzare il conflitto sociale e promuovere una prospettiva socialista, anziché annacquarla? Se siamo consapevoli della costruzione dello Stato spagnolo con questi due ingranaggi ben oliati della macchina, ossia le contraddizioni di classe e nazionali, e del fatto che entrambe relegano l’Andalusia a una posizione subordinata e la trasformano in zona di sacrificio, la risposta deve necessariamente sovvertire entrambe le contraddizioni. In Adelante Andalucía parliamo del legame indissolubile tra emancipazione di classe ed emancipazione nazionale. In Andalusia, questo è particolarmente evidente; è profondamente radicato nel popolo andaluso e nelle sue lotte. La bandiera verde e bianca della lotta operaia è da sempre il simbolo dell’Andalusia. È simbolica, ma non insignificante. Rappresenta lo sviluppo storico del capitalismo, le istituzioni sociali che sono state costruite e le lotte che sono state condotte, elementi che hanno plasmato l’Andalusia come nazione. Vogliamo costruire un’organizzazione politica che rappresenti gli interessi della classe lavoratrice andalusa, della stragrande maggioranza della popolazione che soffre sotto questo sistema, riconoscendo che la contraddizione di classe attraversa l’Andalusia come nazione e che ciò implica ammettere che non tutti in Andalusia condividono gli stessi interessi. Un fondo di investimento che possiede migliaia di ettari, per quanto andalusi possano essere i suoi azionisti, non è la stessa cosa di un bracciante agricolo; così come il proprietario di una grande catena alberghiera non è la stessa cosa dei suoi dipendenti. Il nostro progetto è molto chiaro: rifiutiamo la politica interclassista. D’altro canto, Adelante incorpora intrinsecamente una prospettiva sovranista nella nostra proposta. La lotta di classe si svolge all’interno di un contesto specifico, di una struttura nazionale e di un luogo particolare nel mondo. Non esiste in astratto. Ciò implica che la classe lavoratrice andalusa ha i suoi problemi specifici e subisce oppressione territoriale e nazionale. Pertanto, è essenziale che la risposta miri anche a sovvertire il ruolo subordinato che l’Andalusia riveste nella configurazione dello Stato. La sinistra spagnola ha spesso fallito nel comprendere la necessità di articolare una risposta sovranista da e per l’Andalusia. A volte, a questo proposito, faccio un esempio che, pur potendo sembrare esagerato, chiarisce la visione che altre correnti di sinistra hanno sempre avuto dell’Andalusia. Immaginate che in futuro si instaurasse una repubblica socialista nello Stato spagnolo, se questo processo non fosse condotto in un’ottica di sovranità andalusa, ovvero dalla prospettiva della capacità dei lavoratori andalusi di pianificare e decidere la vita nella nostra terra: alla fine ci sarebbe una compagnia energetica statale che riempirebbe le campagne andaluse di pannelli fotovoltaici. L’identità politica che Adelante Andalucía sta forgiando deve essere definita come segue: l’andalunismo del XXI secolo deve essere anticapitalista, e l’anticapitalismo a sud di Despeñaperros deve essere andaluso. Tutto ciò senza dimenticare la sua intersezione con il femminismo e l’antirazzismo. È proprio all’interno del femminismo che si è sviluppata per la prima volta un’innovazione affascinante, che ha illuminato il cammino da percorrere. Intorno al «femminismo andaluso» si è sviluppata, attraverso la teoria e la pratica di autrici, educatrici, collettivi e altri attori, una simbiosi che unisce il pensiero femminista alle pratiche comunitarie delle donne andaluse, alle loro lotte storiche, alla reinterpretazione delle tradizioni e ad altri elementi. LEGGI ANCHE… POLITICA PODEMOS TORNI A FARE OPPOSIZIONE Manolo Monereo Una forza sovranista andalusa si trova immediatamente ad affrontare la questione dell’internazionalismo in un contesto di crisi della globalizzazione capitalista e di escalation di guerre e militarizzazione. Come si può coniugare una strategia sovranista con una internazionalista che vada oltre la solidarietà formale e articoli la lotta sulla scena internazionale? Questo è un punto importante. Siamo una forza sovranista in Andalusia, ma non siamo indifferenti a ciò che accade fuori dall’Andalusia, né lo consideriamo un problema secondario. Fin dalla sua nascita, Adelante Andalucía si è definita internazionalista e antimperialista. Sebbene all’interno di Adelante vi siano compagni che possono avere opinioni diverse su alcuni aspetti della politica internazionale o sull’interpretazione di certi conflitti attuali, condividiamo un forte accordo strategico. In questo senso, siamo convinti che il nostro primo compito, in linea con l’internazionalismo e l’antimperialismo, sia quello di contrastare la potenza imperialista di cui l’Andalusia fa parte, ovvero gli Stati uniti e la Nato. Ma attenzione, in Andalusia questo non può essere separato dalla prospettiva sociale. Affrontare la questione dal basso ignorando che essa rappresenta una forma di ricatto nei confronti delle classi lavoratrici nelle regioni colpite è solo metà della battaglia. Con la stessa forza con cui dobbiamo opporci alla Nato e all’esistenza delle basi aeree di Morón e Rota, dobbiamo esigere piani per l’occupazione, un’industrializzazione sostenibile e modelli di sviluppo alternativi per queste regioni. Naturalmente, l’internazionalismo e la costruzione di movimenti di solidarietà, soprattutto con la Palestina e il Sahara Occidentale, che ha stretti legami con l’Andalusia, sono priorità politiche in questo contesto. Vorrei aggiungere un altro aspetto che ritengo altrettanto importante. Dobbiamo integrare questa prospettiva internazionalista in tutti i nostri assi politici quando analizziamo la configurazione territoriale dello Stato spagnolo. Il nazionalismo spagnolo in Andalusia si è spesso mascherato da un presunto «andalusianesimo» che non è altro che anticatalanismo. Essi colgono un impulso reale che esiste nel popolo andaluso, un dolore che ha una base materiale nel modo in cui l’Andalusia è stata emarginata, e che viene incanalato contro un altro popolo anziché contro le élite politiche ed economiche. L’ascesa dell’estrema destra è un fenomeno globale e la Spagna non è immune a questa tendenza. Come la interpreti? Qual è, a tuo parere, la vera minaccia? E, data la possibilità di un governo con la partecipazione di Vox , questo costringe la sinistra a ripensare le proprie tattiche o la propria strategia? Esiste una minaccia reale, e qualsiasi forza politica di sinistra che tenti di ignorarla o minimizzarne la pericolosità si sbaglia. Il peggio non è mai il meglio. Inoltre, ho la sensazione che alcuni a sinistra prevedano che Vox, una volta al governo, subirà la stessa sorte delle forze a sinistra del Psoe quando occuparono i ministeri: rimanere elementi esterni al vero e proprio «stato profondo», senza la capacità di attuare trasformazioni sociali, oppure finire per essere cooptati dal progressismo più liberal-socialista. Purtroppo, credo che con Vox non sarebbe così. Perché Vox non è un elemento esterno allo stato capitalista o alla classe che ha sempre detenuto il potere. Al contrario, Vox è la progenie e l’erede di tutto ciò, e questo è radicato nel suo stesso DNA. Vox non è separato dai vertici delle forze di sicurezza statali, dalla gerarchia giudiziaria, dai settori dominanti dello stato o dalle principali potenze economiche. Ne fa parte, e il suo ingresso nel governo non sarebbe un elemento esterno in lotta contro tutto ciò, ma piuttosto il suo complemento perfetto. Pertanto, non sottovaluto in alcun modo il pericolo rappresentato da Vox. Ed è anche per questo che non ritengo utile la strategia di creare un cordone sanitario in alleanza con altri partiti di destra, che pone Vox come elemento esterno alla democrazia liberale, perché penso che dimostri una mancanza di comprensione della vera natura di tale pericolo. Qualcuno potrebbe quindi chiedersi perché, se siamo così preoccupati dalla minaccia dell’estrema destra, non perseguiamo una strategia di unità elettorale con altre forze di sinistra. È una domanda legittima che richiede una spiegazione. Dobbiamo valutare la situazione politica per formulare la nostra strategia. È proprio in questo contesto che crediamo che l’estrema destra in Spagna stia guadagnando terreno, tra l’altro, grazie all’enorme malcontento popolare e alla delusione nei confronti di una sinistra che, in generale, dopo quasi otto anni al governo, non è riuscita ad attuare riforme profonde che migliorerebbero la situazione delle classi lavoratrici di fronte ai problemi principali. All’interno della sinistra, intesa nel suo senso più ampio, si sta verificando un’enorme crisi di credibilità: sembra un gruppo che promette molto e mantiene ben poco. Questo sta alimentando lo spostamento a destra delle classi lavoratrici. Riteniamo che il modo più efficace per arginare l’emorragia di giovani e lavoratori che si avvicinano al discorso di estrema destra sia proprio quello di proporre un’alternativa che metta in discussione lo status quo , ma da sinistra. Il modo migliore per combattere l’estrema destra è attraverso l’emergere di forze come Adelante Andalucía, che propongono una sfida a uno status quo ingiusto e lo fanno partendo da un’identità come quella dell’Andalusia, che funge da rifugio in tempi di incertezza neoliberale e di scomparsa delle grandi comunità del XX secolo. LEGGI ANCHE… POLITICA DA DOVE VIENE LA ROTTURA DI PODEMOS Eoghan Gilmartin - Antonio Maestre Ripensando al ciclo iniziato con il movimento 15M , l’ascesa di Podemos, le alleanze municipaliste e la sinistra indipendentista, sembra chiaro che questa sequenza abbia fatto il suo corso. Quale valutazione strategica fai di questo ciclo? Quali sono stati i suoi principali successi, i suoi limiti e le sue speranze? Abbiamo imparato da quel ciclo. La prima cosa da capire è che quel ciclo è finito. Dal mio punto di vista, si è concluso con l’ingresso di Podemos nel governo del Psoe alla fine del 2019. Quel momento segna la fine del ciclo. Noi di Adelante Andalucía siamo convinti di non considerarci un epilogo di quel ciclo, ma qualcosa di nuovo. Abbiamo imparato da quell’esperienza, con successi e fallimenti, e dal 2021, con la rifondazione di Adelante, ci siamo costruiti un progetto politico completamente distinto dal passato. Credo che il ciclo abbia avuto l’enorme pregio di riuscire a coinvolgere molte persone nella politica in senso democratico, il che è stato molto positivo. Tuttavia, i meccanismi necessari per impedire che questo potenziale venisse assorbito dal liberalismo sociale, o reso impotente, non sono stati creati o non sono stati creati. Forse l’errore, tra gli altri, è stato quello di basare tutto sull’«illusione». Credo che i tempi siano stati interpretati male e che l’avversario sia stato sottovalutato. Si pensava addirittura che sarebbe stata una battaglia rapida, con una vittoria immediata, e che dipendesse dall’astuzia di individui molto intelligenti e abili (molto neoliberista, in effetti). E partiti e organizzazioni sono nati proprio per questa concezione della politica. E quando quel rapido successo non si è concretizzato, la frustrazione collettiva e personale ha portato a conseguenze come l’integrazione nel blocco dominato dal Psoe, o la disaffezione nei confronti della politica. C’è un altro elemento importante. Non credo che l’estrazione sociale dei leader nelle organizzazioni sia una questione di poco conto. È fondamentale che i rappresentanti politici vivano come coloro che rappresentano, un principio che la sinistra ha abbandonato, tra l’altro, e a cui Adelante si attiene rigorosamente.  Di fronte alla fine di questo ciclo e all’ascesa della destra, la questione fondamentale torna a essere come ricostruire una forza popolare con radici reali. Che tipo di sinistra è necessaria oggi per riconnettersi con la maggioranza dei lavoratori? Come immagina questa ricomposizione? Queste cose non si dichiarano, si costruiscono. In altre parole, non si dicono, si fanno. Detto questo, cercherò di spiegare alcune caratteristiche della sinistra che stiamo cercando di costruire in Adelante Andalucía. Per arginare la deriva dei lavoratori e lavoratrici verso l’estrema destra, abbiamo bisogno di una sinistra che sfidi il sistema e lo status quo attuale . A tal fine, è fondamentale l’indipendenza dal blocco dominato dal Psoe, così come il mantenimento di una posizione di netta distinzione qualitativa rispetto a tale blocco. Dobbiamo però evitare di cadere nel settarismo. Sappiamo che sono nostri avversari e che fanno parte del regime contro cui lottiamo. Siamo disposti a raggiungere accordi specifici che migliorino gli equilibri di potere a favore dei lavoratori, a promuovere politiche di fronte unito quando necessario e a colpire insieme la destra attraverso la mobilitazione sociale. Ma non abbandoneremo il nostro programma né la nostra strategia, che è chiaramente distinta. È proprio questa indipendenza e fermezza nei nostri obiettivi che ci dà molta più fiducia nel raggiungere accordi su certe questioni che non cedono terreno alla destra o all’estrema destra. Siamo disposti a governare, ma per attuare il nostro programma e trasformare l’Andalusia a favore della classe lavoratrice, non per entrare in governi dominati dal PSOE, trasformando la governance in uno strumento al servizio del capitale e generando così più frustrazione che altro. Esistono già diversi esempi storici di questo errore strategico. D’altro canto, abbiamo bisogno di una sinistra che recuperi le migliori tradizioni dei partiti militanti. Non si può ripetere l’errore di costruire organizzazioni che erano praticamente solo piccole macchine di comunicazione. Dobbiamo costruire partiti: qualcosa di molto più complesso e impegnativo, ma che promuova una cultura militante basata sulla partecipazione, la perseveranza, una visione a lungo termine, il pluralismo, il dibattito e la democrazia. Il nostro modello non è un grande gruppo Telegram. C’è un altro aspetto a cui pensiamo molto: se stiamo costruendo un’organizzazione per la classe lavoratrice andalusa, dobbiamo in qualche modo integrarci, farne parte e non apparire come degli estranei. Questo richiede anche una riflessione critica, complessa e non convenzionale su tradizioni, feste e pratiche comunitarie. Il partito non è la classe, non la sostituisce, ma è parte della classe, se ne nutre, con tutte le contraddizioni, le eterodossie e le complessità che caratterizzano il nostro popolo. *José Ignacio García è cofondatore di Adelante Andalucia. Brais Fernándezfa parte del comitato editoriale di Viento Sur. Martín Mosquera è direttore di JacobinLat. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Andalusia anticapitalista si racconta proviene da Jacobin Italia.
May 19, 2026
Jacobin Italia
Insegnanti in sciopero in Catalogna
Una giornata di sciopero importante quella che ha portato 80 mila persone in piazza martedì a Barcellona. E non solo. Tutto il mondo della scuola è mobilitato: sono in strada le insegnanti di ogni grado e ruolo. E il percorso non si arresta: sono state indette 17 giornate di sciopero, previste da qui a fine giugno, con l’obiettivo di creare più disagio possibile, come ricorda lo slogan “non porteremo a termine l’anno scolastico”. Al centro delle proteste vi è la richiesta del miglioramento del sistema educativo in toto, che al momento vede un rapporto tra il numero di alunni e docenti insostenibile. Oltre che la questione salariale. Con Victor Serri, giornalista che vive e lavora a Barcellona, analizziamo queste giornate, in particolare i temi e metodi di protesta.
Insegnanti in sciopero in Catalogna
Una giornata di sciopero importante quella che ha portato 80 mila persone in piazza martedì a Barcellona. E non solo. Tutto il mondo della scuola è mobilitato: sono in strada le insegnanti di ogni grado e ruolo. E il percorso non si arresta: sono state indette 17 giornate di sciopero, previste da qui a fine giugno, con l’obiettivo di creare più disagio possibile, come ricorda lo slogan “non porteremo a termine l’anno scolastico”. Al centro delle proteste vi è la richiesta del miglioramento del sistema educativo in toto, che al momento vede un rapporto tra il numero di alunni e docenti insostenibile. Oltre che la questione salariale. Con Victor Serri, giornalista che vive e lavora a Barcellona, analizziamo queste giornate, in particolare i temi e metodi di protesta.
May 16, 2026
Radio Blackout
Catalogna, insegnanti in sciopero contro la crisi del sistema educativo spagnolo
Nelle ultime settimane la dirigenza politica spagnola è diventata un punto di riferimento per la sinistra europea. Le dichiarazioni di Sánchez contro la guerra in Iran e il Genocidio israeliano sono state accolte da molti e molte come un grande esempio di dignità e integrità politica. Paradossalmente, sempre nel territorio spagnolo, proprio in questi anni, si sono svolti cicli di protesta che sono passati in sordina nella stampa internazionale. E una di queste è la protesta degli e delle insegnanti, principalmente in Catalogna. Da anni l’istruzione è diventata una vera e propria “patata bollente” per i governi regionali che si sono succeduti e, ultimamente, le turbolenze si sono installate direttamente nelle aule istituzionali. Tra il personale docente si è accumulato un malessere crescente nei confronti della gestione del Dipartimento dell’Istruzione e della carenza strutturale di risorse, a fronte della crescente complessità sociale ed educativa che le e gli insegnanti incontrano quotidianamente in classe. Se da una parte il dipartimento continua a introdurre nuovi progetti ampi e inclusivi per rispondere a una società catalana sempre più eterogenea e diversificata, cercando di trasformare la scuola in un elemento di integrazione sociale, dall’altra il finanziamento destinato alle e ai docenti e al personale educativo specializzato è andato progressivamente riducendosi. Questa dinamica ha portato a una serie di proteste iniziate già lo scorso anno, ma i primi mesi del 2026 sono stati segnati da scioperi di massa da parte di docenti e personale specializzato dell’educazione, con livelli di mobilitazione che non si vedevano da decenni. Il conflitto è ancora in corso e i sindacati hanno convocato per il prossimo mese di maggio e giugno più di 17 giornate di sciopero, accompagnate dallo slogan: «non finiremo l’anno». EDUCATRICI DELL’ASILO NIDO RIVENDICANO DIGNITÀ PER LA SCUOLA DA 0 A 3 ANNI La prima protesta è quella delle maestre degli asili nido, che hanno già indetto almeno un paio di giornate di sciopero. Dopo anni di lotta per uscire dalla precarietà, ora rivendicano stabilità lavorativa. La convocazione risponde alla necessità di migliorare le condizioni lavorative delle educatrici e di rafforzare le risorse del sistema educativo in questa fase iniziale degli alunni. Le professioniste denunciano infatti che il primo ciclo dell’educazione infantile continua a essere poco riconosciuto, nonostante la sua importanza fondamentale nello sviluppo. > Tra le principali rivendicazioni vi sono maggiori risorse umane e materiali > negli asili nido, miglioramenti delle condizioni lavorative anche a livello > salariale, l’equiparazione dei rapporti numerici alla media dell’Unione > Europea (in Catalogna il rapporto tra maestre e bambini è tra i più alti > d’Europa), un finanziamento sufficiente e stabile, e il riconoscimento reale > del valore educativo della fascia 0-3, considerata fondamentale per lo > sviluppo emotivo, sociale e cognitivo delle bambine e dei bambini. Dalla piattaforma sottolineano inoltre che la mobilitazione non risponde soltanto alle richieste del personale educativo, ma ha come obiettivo quello di garantire un’educazione pubblica, universale e di qualità fin dai primi anni di vita. In questo senso, sostengono che migliori condizioni per le professioniste si riflettono direttamente sull’attenzione e sul benessere delle bambine e dei bambini. Molte educatrici, però, sono consapevoli di quanto sia complesso portare avanti queste rivendicazioni da sole, soprattutto considerando la crescente complessità sociale. Per questo motivo, le organizzatrici hanno chiesto comprensione e sostegno alle famiglie di fronte alla convocazione dello sciopero, consapevoli che possa generare difficoltà organizzative nella vita quotidiana. Tuttavia, sottolineano che la mobilitazione mira a migliorare il sistema educativo nel suo complesso e ad assicurare maggiori opportunità per i bambini e le bambine. Oltre alle giornate del 7 maggio e del 20 maggio in Catalogna, sono previste anche mobilitazioni unitarie a Madrid verso la fine del mese, con l’obiettivo di continuare a rivendicare cambiamenti strutturali per la fascia 0-3. IL PERSONALE DOCENTE VUOLE MIGLIORI CONDIZIONI DI LAVORO Un altro gruppo centrale è quello del personale docente della scuola primaria e secondaria. Le richieste sono quelle storiche del settore, che si trascinano da tempo e che i sindacati avevano già avanzato ai governi precedenti: per quanto riguarda il salario, il recupero del potere d’acquisto perso con i tagli della crisi del 2008; un aumento dell’investimento nell’istruzione fino ad almeno il 6% del PIL — come previsto dalla legge catalana, anche se attualmente si attesta intorno al 4% —; riduzione del rapporto alunni.e/docente e garantire un’adeguata attenzione agli e alle studenti con bisogni educativi speciali; l’eliminazione del carico burocratico imposto dal Dipartimento; la riduzione del potere delle direzioni scolastiche a favore dei collegi docenti; e una revisione dei curricula e delle indicazioni didattiche con un maggiore coinvolgimento delle e degli insegnanti. > Tutti i sindacati del settore dell’istruzione in Catalogna — USTEC, Professors > de Secundària, CCOO, CGT e UGT — si sono mobilitati all’inizio dell’anno, > convocando scioperi a febbraio culminati in una manifestazione di massa a > Barcellona, con oltre 75.000 partecipanti secondo i sindacati e 25.000 secondo > la polizia municipale, oltre a numerose azioni di protesta come blocchi delle > principali arterie dell’area metropolitana. Una vera e propria “marea gialla”, > colore simbolo dell’istruzione pubblica già ai tempi del movimento degli > Indignados di oltre 15 anni fa, che i sindacati hanno definito “storica”. Il Dipartimento dell’Istruzione catalano, guidato dalla consigliera Esther Niubó, ha raccolto la sfida, incontrando i sindacati e presentando una prima proposta di miglioramento del sistema. Tuttavia, questa è stata respinta in blocco perché giudicata “insufficiente” e “irrisoria”, poiché comportava di fatto un aumento medio di poco più di 25 euro lordi mensili. L’unità sindacale, però, si è presto incrinata. Il governo ha infatti raggiunto un accordo separato con CCOO e UGT, sindacati minoritari nel settore, per migliorare le condizioni lavorative e salariali dei docenti. La decisione ha provocato una forte reazione degli altri sindacati, che hanno denunciato un’intesa siglata fuori dal quadro negoziale ufficiale e senza trasparenza. Inoltre, ne contestano il contenuto, considerandolo ancora una volta insufficiente. Qui si apre una questione più ampia. CCOO e UGT sono sindacati storicamente maggioritari, nati nel contesto delle lotte operaie degli anni Settanta e legati alla fase finale del franchismo. Nel tempo, però, il loro ruolo è cambiato: da circa 20 anni vengono criticati per una linea considerata meno conflittuale e più vicina alle istituzioni. Nonostante la loro forza numerica, una parte crescente del settore li accusa di non rappresentare più in modo efficace le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici. In questo contesto si sono rafforzate nuove realtà sindacali, mentre nel mondo dell’istruzione la CGT, storico sindacato anarco-sindacalista, ha progressivamente ampliato la propria influenza. > Ancora una volta, questo accordo separato diventa un segnale delle tensioni > interne. Pochi giorni prima dell’inizio delle proteste un altro settore > pubblico era stato premiato: gli agenti di polizia, che hanno visto un aumento > salariale di oltre 4.000 euro annui con una riduzione d’ore lavorative > incluse. Nel frattempo, le e i docenti restano attorno ai 2.000 euro mensili, > mentre gli agenti di polizia superano i 3.000 euro. Nonostante queste decisioni politiche, in cui la repressione sembra avere maggiore importanza rispetto all’istruzione, il governo catalano socialista di Salvador Illa difende un “accordo di paese” legato al “principio di realtà”. L’esecutivo ha presentato il patto come un’intesa strutturale per rispondere alle esigenze della scuola catalana, definendolo “storico” e auspicando che rappresenti un punto di svolta nel sistema educativo. Secondo il governo, la sua applicazione porterà i e le docenti catalane a diventare i terzi meglio pagati dello Stato, mentre attualmente si trovano tra i meno retribuiti. Ne beneficeranno 129.327 insegnanti, sia della scuola pubblica sia di quella convenzionata, cioè istituti che rappresentano una forma ibrida tra pubblico e privato, nati da scuole originariamente private che nel tempo sono state integrate nel sistema attraverso accordi con la Generalitat (l’ente equivalente alla Giunta regionale in Italia, ndr). Questa trasformazione ha radici storiche: durante il tardo franchismo, molti insegnanti progressisti crearono scuole cooperative per introdurre metodi alternativi e difendere la lingua catalana, e nel periodo democratico queste strutture sono state progressivamente riconosciute come parte del sistema convenzionato. Il Dipartimento sottolinea che questo aumento salariale rappresenta uno sforzo significativo per le finanze pubbliche, in un contesto in cui il governo, in minoranza parlamentare, non è riuscito ad approvare un bilancio e deve operare attraverso integrazioni di credito concordate con altri partiti. Di fronte ai paragoni con gli aumenti della polizia regionale, fonti del Dipartimento invitano a non “confrontare mele con pere”, sottolineando che gli agenti sono numericamente molti meno. UN ACCORDO RIFIUTATO DALLA BASE Tuttavia, USTEC — sindacato maggioritario a livello di rappresentanti dentro al personale docente insieme a Professors de Secundària, CGT e Intersindical — non ha firmato l’accordo, ritenendolo insufficiente in tutti gli aspetti: sia per gli aumenti salariali sia per le risorse destinate al miglioramento del sistema educativo. La portavoce di USTEC, Iolanda Segura, lo ha definito «un accordo assolutamente ideologico e politico che non risponde alle esigenze del collettivo». Negli ultimi due mesi questi sindacati hanno chiesto la riapertura dei negoziati e promosso una consultazione interna tra i docenti per misurare chi accettasse l’accordo già firmato: su 42.965 partecipanti, il 95% ha respinto la proposta. Il Dipartimento dell’Istruzione si è dichiarato disponibile al dialogo, ma ha escluso di rivedere l’accordo con CCOO e UGT. La posizione del governo è stata chiara: invita i sindacati critici ad aderire a quanto già firmato, richiamandosi a un “principio di realtà”. > I sindacati, tuttavia, hanno mantenuto la pressione, prolungando le > mobilitazioni. A marzo si è svolta un’altra settimana di proteste in tutta la > Catalogna, con blocchi stradali, e sono già state convocate nuove azioni tra > maggio e giugno. La loro posizione resta ferma: «Senza condizioni dignitose > non termineremo l’anno scolastico». Tutti gli incontri si sono conclusi senza > accordo. L’accordo firmato da CCOO e UGT prevede un aumento salariale attraverso un incremento progressivo del 30% del complemento autonomico fino al 2029. In pratica, ciò equivale a circa 200 euro mensili aggiuntivi a regime, mentre nei primi anni l’aumento sarà minimo, di circa una ventina di euro. Include anche una riduzione progressiva del numero di studenti per classe, con l’obiettivo di ridurre il sovraffollamento, soprattutto nella scuola secondaria. Sono previste inoltre misure per l’inclusione, con investimenti per personale di supporto e per l’accoglienza degli studenti stranieri, oltre a interventi per ridurre la burocrazia e migliorare la stabilità del personale docente. Tuttavia, mancano ancora infrastrutture sufficienti per raggiungere questi obiettivi. Anche le proiezioni demografiche non sono incoraggianti: si prevede un aumento della popolazione catalana da 7 a quasi 10 milioni nei prossimi vent’anni. Se per anni non sono state costruite nuove scuole, ospedali e servizi di base, la situazione rischia di diventare insostenibile non solo per i lavoratori, ma per l’intera popolazione. > I sindacati critici ritengono però che queste misure non abbiano un impatto > immediato e siano insufficienti rispetto ai bisogni reali. Denunciano che > l’aumento salariale non compensa la perdita di potere d’acquisto degli ultimi > anni, che la riduzione delle classi è troppo lenta e che gli investimenti > restano lontani dall’obiettivo del 6% del PIL. Criticano inoltre la mancanza > di garanzie concrete sulle promesse future. In sintesi, i sindacati critici considerano l’accordo un tentativo del governo di chiudere il conflitto senza risolverlo realmente. Per questo motivo hanno deciso di continuare con le mobilitazioni: il 6 maggio torneranno in piazza e le proteste proseguiranno fino al 5 giugno. SCIOPERO A TEMPO INDETERMINATO NELLA COMUNITÀ VALENCIANA DALL’11 MAGGIO Come in Catalogna, anche nel settore educativo valenciano si prevede un mese di maggio molto turbolento. Infatti, il 29 aprile il tavolo sindacale composto dai maggiori sindacati, oltre alle piattaforme di base Docents en Lluita e la Coordinadora d’Assemblees Docents, ha tenuto un’assemblea per valutare il risultato della votazione, che ha fissato l’inizio di uno sciopero a tempo indeterminato a partire dall’11 maggio. Nella consultazione, promossa dai sindacati STEPV, UGT, CCOO e CSIF – i quattro rappresentati al tavolo settoriale insieme ad ANPE – hanno partecipato 9.817 docenti, di cui il 61% ha votato a favore della protesta. Tra questi, il 38% ha optato per iniziarla l’11 maggio e il 23,2% il 25 del prossimo mese. Per quanto riguarda la durata, il 28% degli intervistati si è detto disposto a partecipare allo sciopero «per tutto il tempo necessario», mentre la grande maggioranza ha indicato un periodo compreso tra due giorni e tre settimane. In sintesi, fino al 60% ritiene che parteciperebbe per otto o più giorni. E quindi dall’11 maggio inizia uno sciopero a tempo indeterminato per migliori condizioni di lavoro e per il diritto all’istruzione. Tutte le foto dell’autore QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo Catalogna, insegnanti in sciopero contro la crisi del sistema educativo spagnolo proviene da DINAMOpress.
May 11, 2026
DINAMOpress
Thiago e Saif liberati ed espulsi da Israele
Questa mattina, 10 maggio 2026, gli avvocati di Adalah hanno confermato la notizia che attendevamo da ieri: Thiago Avila e Saif Abukeshek, rapiti e arrestati in acque internazionali nella notte tra il 29 e il 30 aprile e detenuti in condizioni durissime in un carcere israeliano per più di una settimana sono stati liberati ed espulsi dal Paese. Secondo fonti della Global Sumud Flotilla, Saif, palestinese con cittadinanza spagnola, è stato portato ad Atene, da dove proseguirà per Madrid, mentre Thiago passerà dall’Egitto e da lì prenderà un volo per il Brasile. La loro liberazione è senz’altro frutto della mobilitazione internazionale e delle pressioni dei governi spagnolo e brasiliano, mentre il governo italiano ha brillato come al solito per inerzia e complicità con Israele, nonostante i due attivisti viaggiassero a bordo di una barca battente bandiera italiana. Le barche della flotilla scampate all’assalto israeliano sono arrivate a Marmaris, in Turchia, dove si terrà un’assemblea per decidere come proseguire la missione per rompere l’assedio illegale di Gaza. Le hanno raggiunte cinque imbarcazioni greche e altre ancora provenienti dalla Turchia. Redazione Italia
May 10, 2026
Pressenza
La sanatoria spagnola del 2026: un modello che interroga l’Italia
CHIARA CONCETTA STARITA La Spagna lo ha già fatto. E con le grandi regolarizzazioni dei primi anni Duemila ha dimostrato che integrazione e crescita economica possono andare nella stessa direzione. L’emersione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri non ha solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo. Oggi il governo guidato da Pedro Sánchez torna su quella strada. Nel 2026 ha avviato una nuova regolarizzazione straordinaria che punta a coinvolgere circa 500.000 migranti già presenti nel Paese. Una scelta che arriva in un contesto segnato anche dall’aumento dei flussi, in particolare dall’America Latina, e che assume un significato politico preciso: riconoscere una realtà già esistente e trasformarla in risorsa. Non si tratta soltanto di una misura amministrativa, ma di una scelta politica precisa che si inserisce in una visione più ampia: i migranti, in questa prospettiva, non sono un problema da respingere, ma una componente della società da riconoscere, accogliere e integrare, valorizzandone anche il contributo economico.  Per comprendere la portata di questa decisione è necessario guardare alla traiettoria seguita dalla Spagna negli ultimi decenni. In poco più di trent’anni il Paese è passato da terra di emigrazione a una delle principali destinazioni migratorie europee, sostenuto da una crescita economica che, a partire dagli anni Novanta, ha attratto manodopera straniera nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dei servizi. Questo cambiamento rapido ha imposto risposte altrettanto rapide, spesso sotto forma di regolarizzazioni straordinarie. Già prima degli anni Duemila, i governi guidati da José María Aznar avevano promosso due sanatorie che coinvolsero centinaia di migliaia di persone, segnando una prima presa d’atto della presenza strutturale di lavoratori stranieri. Il passaggio più significativo arrivò però nel 2005, quando l’esecutivo di José Luis Rodríguez Zapatero regolarizzò circa 600.000 migranti, con l’obiettivo esplicito di far emergere il lavoro sommerso e integrare queste persone nel sistema fiscale e contributivo. Tale legge, sebbene avesse scatenato forti critiche in tutta Europa, riuscì a far emergere una fetta enorme di economia invisibile, generando benefici tangibili per le casse dello Stato. I dati analizzati ex post confermano infatti che l’impatto fiscale di quell’operazione fu nettamente positivo. Una volta regolarizzati, i lavoratori hanno iniziato a contribuire attivamente al sistema pubblico: si stima che ogni immigrato abbia generato mediamente 4.000 euro all’anno in contributi previdenziali, a cui si è aggiunto il gettito derivante dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPF). Questo massiccio afflusso di risorse non è stato controbilanciato da un aumento della spesa pubblica; al contrario, i costi per servizi essenziali come sanità e istruzione non hanno subito variazioni significative, poiché la maggior parte di queste persone, vivendo già stabilmente sul territorio, aveva già accesso a tali prestazioni. La regolarizzazione, dunque, non ha fatto altro che rendere formale e produttivo un legame sociale già esistente. A partire da quel momento, la Spagna ha progressivamente affinato i propri strumenti, costruendo un sistema meno emergenziale e più strutturato che ha trovato il suo perno nel meccanismo dell’“arraigo”(che letteralmente significa “radicamento”). Introdotto tra il 2004 e il 2005, questo istituto ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma nelle politiche migratorie: la regolarizzazione ha smesso di essere una concessione straordinaria legata a una sanatoria generale decisa dal governo di turno, trasformandosi in un diritto del singolo individuo. In questo modo, il passaggio alla legalità è diventato un percorso che il cittadino straniero matura soggettivamente grazie al tempo e al proprio percorso di integrazione, rendendo il sistema indipendente dalla volontà politica contingente di varare leggi speciali. Le riforme più recenti hanno ulteriormente semplificato questa procedura, riducendo i tempi di permanenza richiesti e rendendo più accessibile il passaggio dall’irregolarità alla regolarità, consolidando un modello in cui l’integrazione sociale e lavorativa funge da pilastro per il riconoscimento giuridico. È su questo terreno già preparato che si innesta la regolarizzazione del 2026, che presenta però un elemento di novità decisivo: nasce da una proposta di legge di iniziativa popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700.000 firme. Il cuore pulsante di questa mobilitazione è stato il movimento Regularización Ya, una rete trasversale guidata in prima persona da persone migranti e sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile e realtà religiose. PH: Pedro Mata (Fotomovimiento) Come sottolineato dalle portavoce del movimento, non si è trattato di una concessione governativa, ma di una vittoria contro il “razzismo istituzionale”. In questo senso, risulta emblematica la denuncia dell’antropologa Zereli Gamarra, parte attiva del movimento sin dalla sua nascita nel 2020, secondo cui «l’irregolarità non è affatto un’anomalia, ma una categoria che lo Stato alimenta per sostenere ampi settori economici che dipendono dalla manodopera migrante precaria e sfruttata». Regularización Ya ha preteso che i migranti non fossero più trattati come meri oggetti di politiche assistenziali o ingranaggi invisibili dell’economia, ma come soggetti politici con pieni diritti, trasformando una battaglia per i documenti in una sfida alla dignità umana e alla fine dello sfruttamento. Non si tratta dunque soltanto di una misura calata dall’alto per esigenze di mercato, ma del risultato di una pressione sociale dal basso senza precedenti, che ha costretto il Parlamento spagnolo a confrontarsi con una richiesta di giustizia sociale diffusa, orientando l’agenda politica verso un modello di inclusione più partecipato e umano. Il provvedimento si distingue anche per alcune scelte operative che ne rafforzano l’impianto inclusivo. Non sono previste quote rigide, né meccanismi competitivi di accesso: viene invece stabilito un periodo ampio entro cui presentare domanda (dall’inizio di aprile fino alla fine di giugno 2026), evitando le dinamiche selettive che caratterizzano altri sistemi europei. Possono accedere alla procedura le persone già presenti in Spagna da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025, prive di precedenti penali, alle quali viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo che autorizza al lavoro (autonomo o dipendente) in qualsiasi settore e su tutto il territorio nazionale, successivamente convertibile in titoli ordinari. Particolarmente significativa è l’attenzione alla dimensione familiare, con l’inclusione dei figli minori nei percorsi di ricongiungimento: in questi casi, la validità iniziale del titolo viene estesa fino a cinque anni, confermando la volontà di favorire un radicamento stabile nel lungo periodo. Un elemento fondamentale è la possibilità di regolarizzazione per i richiedenti protezione internazionale (purché la loro domanda sia antecedente al 31 dicembre 2025). La Spagna riconosce esplicitamente che moltissime persone scivolano nell’irregolarità a causa dei ritardi burocratici nel trattamento delle pratiche, una posizione che si pone in netto conflitto con l’inasprimento delle politiche migratorie imposte dal Patto di Asilo e Migrazione 2026 dell’UE. Tuttavia, la portata di questa misura resta confinata ai confini nazionali: la regolarizzazione non concede automaticamente il diritto di risiedere o lavorare in altri Stati membri, né garantisce una libertà di circolazione nell’area Schengen superiore a quella di un comune visto turistico, ribadendo la natura specifica di questo percorso spagnolo rispetto al quadro europeo. La scelta spagnola non è solo un atto di civiltà giuridica, ma una mossa strategica che sta già dando frutti economici straordinari. Mentre il resto del continente fatica a crescere, l’economia spagnola riceve un impulso decisivo proprio dall’immigrazione: le stime indicano un PIL in aumento del 2,8% nel 2025, con proiezioni che lo vedono mantenersi stabilmente sopra il 2% anche negli anni successivi. Questo cambiamento operativo permette ai neo-regolarizzati di contribuire immediatamente alle casse dello Stato, compensando l’invecchiamento demografico e risolvendo la carenza di manodopera in settori chiave. In sintesi, far emergere il lavoro sommerso e ampliare la base contributiva non solo rafforza il welfare, ma garantisce alla Spagna una competitività che la distingue nettamente nel panorama europeo. Quindi, dietro questa scelta si intravede una logica che non è soltanto umanitaria, ma anche economica. La Spagna, come gran parte dell’Europa, si confronta con un progressivo invecchiamento della popolazione e con una crescente carenza di lavoratori in diversi settori. Regolarizzare significa, in questo senso, trasformare una presenza già esistente in una risorsa visibile e produttiva: far emergere lavoro sommerso, ampliare la base contributiva, rafforzare la sostenibilità del sistema di welfare. Il confronto con l’Italia rende ancora più evidente la specificità del modello spagnolo. Nel sistema italiano, l’ingresso per lavoro è affidato principalmente al sistema dei “Decreti flussi”, regolati dal meccanismo del click day. Qui la distanza tra domanda e offerta è strutturale: le richieste superano di gran lunga le quote disponibili. A ciò si aggiungono ritardi cronici nella gestione amministrativa, che riguardano non solo il rilascio dei nulla osta, ma anche dei visti e dei permessi di soggiorno. In molti casi, persino la fissazione degli appuntamenti successivi all’invio del kit postale richiede tempi così lunghi da aver portato all’avvio di azioni legali collettive. Non mancano ulteriori criticità, come i frequenti decreti di revoca dei nulla osta, emessi a distanza di anni dall’ingresso del lavoratore straniero, o l’applicazione limitata del permesso di soggiorno per attesa occupazione, formalmente previsto ma raramente utilizzato nella pratica. Mentre la Spagna istituzionalizza la regolarizzazione come un diritto fluido e accessibile, l’Italia continua a procedere per “sanatorie” sporadiche che finiscono per ingolfare la macchina amministrativa, privando i lavoratori di ogni certezza giuridica. Emblematico è il fallimento gestionale della sanatoria 2020, che ha costretto la società civile a ricorrere allo strumento della class action per ottenere risposte elementari. Le criticità del sistema italiano sono state sancite dalle sentenze del TAR Lombardia n. 2949/2023, poi confermata dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 7704/2024, che ha accolto l’azione collettiva intimando alla Prefettura di Milano di chiudere le pratiche pendenti entro 90 giorni, e dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 1596/2025 che ha accertato, in via definitiva, l’inefficienza del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Roma nella gestione delle pratiche di regolarizzazione degli stranieri del 2020, conclusesi dopo oltre 4 anni dal loro avvio. Questi pronunciamenti non solo denunciano l’incapacità dello Stato di rispettare i propri termini procedimentali, ma confermano come, in Italia, la regolarizzazione resti un percorso a ostacoli burocratici, ben lontano dal modello di integrazione strutturale e tempestiva adottato con lungimiranza dalla Spagna. Analoghe problematiche emergono nel campo della protezione internazionale, dove le lunghe attese davanti alle Questure e l’incertezza dei tempi procedurali mantengono migliaia di persone in un limbo giuridico e sociale. In Italia, il sistema dell’asilo è ormai al collasso, travolto anche dal fallimento strutturale dei Decreti flussi e dei click day: l’incapacità di gestire gli ingressi legali finisce per riversare sulla protezione internazionale l’ultima speranza di regolarità, intasando uffici già stremati. Mentre la Spagna ha reagito a questo stallo con pragmatismo politico, trasformando i ritardi burocratici in un’occasione di regolarizzazione per i richiedenti asilo, l’Italia resta sostanzialmente immobile, incapace di produrre riforme che vadano oltre la gestione emergenziale o l’irrigidimento procedurale Il confronto tra i due Paesi non restituisce soltanto differenze tecniche, ma mette in luce due approcci profondamente distanti. Da un lato quello spagnolo, che sceglie di riconoscere la realtà sociale esistente per integrarla pienamente attraverso la garanzia dei diritti umani fondamentali. In questa prospettiva, la regolarizzazione smette di essere un mero adempimento burocratico e diventa un motore di civiltà: il riconoscimento dei diritti del singolo non solo ne restituisce la dignità, ma innesca un circolo virtuoso che permette al Paese di crescere socialmente e di rafforzarsi economicamente. Al polo opposto si colloca l’approccio italiano, caratterizzato da una visione miope e da una gestione ancora profondamente vincolata a rigidità procedurali e inefficienze amministrative le quali finiscono per negare, piuttosto che valorizzare, il potenziale di chi già vive e lavora sul territorio. Tale visione, non attenta alla tutela dei diritti fondamentali di queste persone, ma neanche alle reali esigenze economiche del Paese, predilige il rigore burocratico rispetto alla valorizzazione del capitale umano. Il sistema italiano si preclude così un’opportunità di sviluppo collettivo, subordinando la dignità individuale a una gestione normativa che appare incapace di tradurre la realtà sociale in risorsa strutturale. In un’Europa attraversata da profondi cambiamenti demografici ed economici, la sanatoria spagnola del 2026 rappresenta dunque più di un caso nazionale. È un segnale politico e culturale: l’idea che l’immigrazione possa essere affrontata non come emergenza permanente, ma come fenomeno strutturale da integrare in modo razionale. Per Paesi come l’Italia, questa esperienza non offre soluzioni immediate, ma pone una domanda inevitabile: se i migranti sono già parte integrante del sistema economico e sociale, ha ancora senso continuare a percepirli come un problema anziché riconoscerli come una risorsa?