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17 LUGLIO 1936: SCOPPIA LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA, “L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE SOCIALE IN DIVERSE AREE DEL PAESE”
Il 17 luglio 1936 segna l’inizio della Guerra civile spagnola. Le forze reazionarie spagnole, guidate da alcuni generali tra i quali il futuro dittatore Francisco Franco, tentano il colpo di stato convinte di conquistare il potere in breve tempo. In realtà, una rivolta di massa delle classi lavoratrici, che in diverse aree si traduce in un tentativo di rivoluzione sociale, impedisce alle forze nazionaliste di affermarsi in maniera relativamente rapida. I nazionalisti riusciranno a prevalere militarmente soltanto dopo tre anni di guerra civile, duri scontri e massacri ai danni degli insorti repubblicani. “Quando scoppia il colpo di stato, i lavoratori, i proletari, scendono in piazza, si armano, nonostante i delegati governativi nelle varie città all’inizio si rifiutino di fornire loro armi, e trasformano la risposta puramente militare in una vera e propria rivoluzione“, spiega Flavio Guidi, già ricercatore e storico all’Università di Barcellona, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Questo non avviene dappertutto nello stesso modo: a Barcellona, e in generale in Catalunya, avviene; avviene in Aragona e parzialmente a Valencia. A Madrid e in altre città della Spagna che non cadono subito in mano ai franchisti (cioè la maggioranza) c’è una risposta militare forte, i lavoratori si organizzano, collaborano in alcuni casi anche con settori delle forze dell’ordine fedeli alla Repubblica, come la Guardia de asalto e piccoli settori della Guardia Civil che non aderiscono al golpe, e riescono a sconfiggere i militari”. “In alcune zone, come la Catalunya o l’Aragona, non ci si limita però alla sconfitta militare dei franchisti. In queste aree lo scontro si trasforma anche in una rivoluzione sociale: vengono espropriate le fabbriche, sotto il controllo dei lavoratori viene nazionalizzato praticamente tutto“, continua Guidi sulla nostra emittente. “In breve tempo, già entro la fine di agosto – aggiunge lo storico – si chiarisce che all’interno del fronte repubblicano ci sono due posizioni principali, pur con sfumature interne: da un lato chi pensa sia necessario unire la lotta contro i militari golpisti alla rivoluzione sociale, e questi sono soprattutto gli anarchici della CNT (Confederación Nacional del Trabajo) e il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista); dall’altro chi pensa, invece, che il tema fondamentale è vincere la guerra civile e poi si penserà al futuro, e questi sono soprattutto il Partito Comunista ufficiale, la destra socialista e le varie formazioni repubblicane, oltre all’unico partito di destra che aderisce al fronte repubblicano, il Partito Nazionalista Basco“. A fine luglio, cioè a un paio di settimane di distanze dal tentativo golpista dei militari, i tre quarti dello stato spagnolo sono ancora nelle mani delle forze antifasciste e repubblicane, dalla Catalunya ai Paesi Baschi e fino a Madrid. In un primo momento, dunque, il tentativo di prendere il potere da parte delle forze reazionarie fallisce. Nei tre anni di guerra civile successivi, tuttavia, sul piano militare prevarranno le forze golpiste reazionarie, anche tramite l’intervento dell’Italia fascista e della Germania nazista. L’Unione Sovietica, invece, a partire dall’ottobre del 1936 sosterrà il fronte repubblicano con l’invio di armi. L’unico altro stato a sostenere la Repubblica fu il Messico. Tuttavia, con l’appoggio aereo di fascisti e nazisti le forze reazionarie riusciranno a sbarcare in Andalusìa, a conquistarla nel giro di un anno, avanzare verso Madrid e, alla fine, anche verso Barcellona. A novant’anni dal 17 luglio 1936, Radio Onda d’Urto ha intervistato Flavio Guidi, militante di Sinistra Anticapitalista di Brescia che ha vissuto a lungo in Catalunya, dove ha lavorato come ricercatore all’Università di Barcellona sul rapporto tra Spagna e Italia nel Novecento, in particolare durante la Guerra civile e la transizione. Ascolta o scarica.
July 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Ai margini dell’Europa: salute mentale, abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati a Ceuta
AUDREY BENSON, ATTIVISTA DI NO NAME KITCHEN 1 Questo articolo accompagna la pubblicazione del report “Sobrevivir al Limbo: una investigación sobre (ab)uso de sustancias y conductas autolesivas en menores no acompañados en Ceuta” 2, che approfondisce le condizioni di vita, la salute mentale e l’accesso ai diritti dei minori non accompagnati a Ceuta (enclave-confine tra Spagna e Marocco). Attraverso testimonianze dirette, osservazione sul campo e analisi del contesto istituzionale, il report documenta l’impatto dell’abbandono sistemico e delle politiche di frontiera sul benessere di questi ragazzi. Rayan (15 anni, Tetouan) era accasciato sulla spalla di Ana nella sala d’attesa dell’Ospedale Universitario di Ceuta. Aveva il viso contuso e gonfio a causa di una caduta. Ana ed io, entrambe volontarie di No Name Kitchen (NNK), lo avevamo accompagnato all’ospedale perché potessero visitarlo. Siamo rimaste sedute lì per ore, pensando che si fosse semplicemente addormentato. Ma quando finalmente hanno chiamato il suo nome e lui non ha risposto, ci siamo rese conto che qualcosa non andava: non stava dormendo. Era svenuto. Alla fine siamo riuscite a farlo alzare e a portarlo nella sala visite. Aveva fatto uso di hashish, Klonopin e Lyrica per tutto il giorno. Quell’episodio è diventato il simbolo di una realtà che ho osservato durante un periodo di volontariato con No Name Kitchen (NNK), organizzazione che sostiene le persone in movimento in diverse frontiere d’Europa. Come referente sanitaria, ho fornito primo soccorso e supporto all’accesso ai servizi sanitari di emergenza. Ciò che mi colpiva non erano solo le lesioni fisiche, ma la diffusione di abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati, segnali evidenti di un profondo disagio psicologico. Il consumo di sostanze e l’autolesionismo a Ceuta non devono essere interpretati come ribellione adolescenziale, patologia individuale o devianza culturale. Si tratta di strategie di adattamento plasmate dalle condizioni in cui questi ragazzi sono costretti a vivere. Questo è importante perché il modo in cui definiamo un problema determina il modo in cui vi rispondiamo. Se definiamo questi ragazzi «pericolosi», giustifichiamo la sorveglianza. Se li definiamo «disobbedienti», giustifichiamo la punizione. Se li definiamo «spezzati», corriamo il rischio di ridurli alle loro ferite. Ma se comprendiamo il consumo di sostanze e l’autolesionismo come risposte all’abbandono, la domanda cambia. Non è più «Cosa c’è che non va in questi minori?», ma «Cosa abbiamo permesso che accadesse intorno a loro e cosa servirebbe affinché la sopravvivenza non fosse solo meno dolorosa, ma un atto di gioia e dignità?». In questo contesto, i cosiddetti “comportamenti dannosi” rappresentano strategie di sopravvivenza sviluppate in risposta a stress estremo, esclusione e abbandono istituzionale. Tra questi rientrano l’uso di sostanze (hashish, Lyrica, Roche, colla) e l’autolesionismo non suicidario, come tagli e ustioni. A livello europeo, la letteratura documenta un elevato carico di sofferenza mentale tra i minori non accompagnati. Le ricerche riportano alti tassi di disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia, oltre a una maggiore incidenza di autolesionismo e consumo di sostanze rispetto ai coetanei accompagnati. Detenzione, discriminazione e isolamento sono indicati come fattori di rischio rilevanti. Nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, invece, mancano quasi del tutto ricerche e sistemi di monitoraggio sulla salute mentale dei minori migranti. La maggior parte delle informazioni proviene dal lavoro sul campo delle organizzazioni e da sporadiche segnalazioni sui diritti umani. Questa invisibilità contribuisce al sottofinanziamento dei servizi e alla mancanza di controllo sulle pratiche dannose. Ceuta, enclave spagnola al confine con il Marocco, rappresenta uno dei pochi punti di accesso terrestri tra Africa ed Europa. Ogni anno molti minori, soprattutto marocchini, rischiano la vita attraversando il mare a nuoto. La città ospita centinaia di minori non accompagnati in un sistema di accoglienza da tempo sotto pressione e incapace di rispondere adeguatamente ai bisogni esistenti. Una volta arrivati, molti restano bloccati per anni. Non possono raggiungere legalmente la Spagna continentale senza un trasferimento ufficiale e spesso vivono in strutture sovraffollate o per strada. I respingimenti continuano a essere segnalati nonostante le condanne internazionali, mentre razzismo e discriminazione permeano sia le istituzioni sia la vita quotidiana. La maggior parte dei sette centri per minori è gestita da soggetti privati. I ragazzi descrivono condizioni dure e punitive, soprattutto per chi viene considerato “problematico”. Un ex dipendente, intervistato da NNK, ha confermato episodi di violenza, insulti e negligenza. Anche l’assistenza sanitaria appare insufficiente: non vi sono medici a tempo pieno e la somministrazione dei farmaci ricade spesso su personale non qualificato. Resoconti locali hanno inoltre evidenziato gravi carenze nell’accesso ai servizi di salute mentale e tempi di attesa incompatibili con bisogni spesso urgenti. Questi ragazzi vivono molteplici forme di marginalizzazione: sono migranti, minori, musulmani e spesso vittime di discriminazione razziale. Il razzismo anti-marocchino, alimentato da narrazioni politiche ostili, contribuisce a rafforzare esclusione e vulnerabilità. Ahmed, 15 anni, reclutato come spacciatore quando era bambino, cerca di costruirsi un’immagine di forza per sopravvivere alla vita di strada. Racconta di aver smesso di assumere pillole perché aumentavano il desiderio di autolesionarsi. «Ora fumo solo erba», dice, percependola come un’alternativa meno pericolosa. Opportunità educative, sportive e culturali sono limitate. Molti ragazzi vengono allontanati dagli spazi pubblici o guardati con sospetto. Anche le attività organizzate da NNK – sport, nuoto, tagli di capelli e momenti di socialità – sono spesso oggetto di controlli e sorveglianza. In tutta la Spagna, i minori migranti che vivono per strada incontrano ostacoli nell’accesso a scuole, centri giovanili e servizi comunitari, perdendo così importanti fattori di protezione. Abbiamo osservato un fenomeno significativo. Quando i ragazzi disponevano di maggior libertà di movimento e di spazi di socializzazione, si registravano meno episodi di autolesionismo, meno consumo problematico di sostanze e meno accessi al pronto soccorso. Questo suggerisce che il contesto sociale può influenzare direttamente il livello di sofferenza e il rischio di comportamenti dannosi. Per questo sono necessari un monitoraggio sistematico della salute mentale a Ceuta, servizi accessibili e informati sul trauma, percorsi rapidi di presa in carico e accesso garantito a fattori stabilizzanti come sonno, alimentazione, attività ricreative e spazi pubblici sicuri. Occorrono inoltre tutele effettive contro i respingimenti e investimenti pubblici stabili nell’assistenza sanitaria, educativa e sociale. Come osserva lo psichiatra Bessel van der Kolk in The Body Keeps the Score, la rabbia che non trova uno sbocco può trasformarsi in depressione, odio verso se stessi e comportamenti autodistruttivi. Questo è il costo dell’abbandono cronico: frontiere che feriscono e istituzioni che voltano le spalle. È una realtà che dovrebbe spingere decisori politici, società civile e comunità locali a creare spazi sicuri in cui il dolore possa essere accolto prima di trasformarsi in ulteriore sofferenza. 1. L’adattamento dell’articolo è a cura di Francesca Fusaro e Alessia Albano di No Name Kitchen ↩︎ 2. Il report completo è disponibile in spagnolo e inglese ↩︎
CRISI CLIMATICA: DEVASTANTE INCENDIO NEI BOSCHI DELL’ANDALUSIA. ALMENO 12 MORTI E 19 DISPERSI
È salito a 12 morti il bilancio delle vittime dell’incendio boschivo scoppiato giovedì vicino ad Almeria, in Andalusia. Le vittime sono rimaste intrappolate in auto o a piedi, lungo alcuni sentieri vicini a zone di villeggiatura, durante la fuga. Il bilancio potrebbe però aumentare dato che risultano 19 persone disperse. Sarebbero invece 8 i feriti. L’incendio potrebbe essere scoppiato a seguito della caduta di un cavo elettrico che ha incendiato la vegetazione secca prima di propagarsi nella foresta circostante, ma l’ipotesi non è ancora stata confermata dalle autorità. Non è il primo incendio che si sviluppa nel Paese durante un’estate segnata caratterizzata da un caldo torrido – senza soluzione di continuità – per l’Europa occidentale: sempre giovedì e sempre in Andalusia c’è stato un incendio a Estepona, che a causa del vento si è gradualmente propagato verso nord, in direzione del comune di Benahavís, nel frattempo un altro incendio si è sviluppato a Córdoba. Questo mentre negli ultimi giorni altri grossi incendi avevano causato danni sui Pirenei, al confine con la Francia. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Rolando d’Alessandro compagno italiano che, da oltre 40 anni, vive a Barcellona. Ascolta o scarica.
July 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Migranti, in Spagna boom della regolarizzazione
È scaduto oggi il termine stabilito dal governo spagnolo per accedere alla regolarizzazione di uomini e donne migranti che non abbiano commesso reati gravi e che risultino presenti da prima del 31 dicembre 2025. Ci si attendevano 750 mila domande, ne sono giunte circa 1 milione e 300 mila e gli organismi preposti le vaglieranno una per una. Regolarizzazione significa diritto all’assistenza sanitaria, a reclamare un contratto di lavoro decente, a usufruire di diritti fondamentali senza rischiare di essere espulsi. Il governo spagnolo ha fatto da tempo questa scelta intelligente che ha visto crescere il PIL, i salari e migliorare il welfare. Il provvedimento ha fatto indignare le destre spagnole, che intendono impugnarlo per farlo annullare e quelle europee, secondo cui gli effetti vanno in contrasto col piano migrazioni e asilo approvato il 12 giugno scorso. In Italia, quasi in contemporanea, si realizzano invece i piani attuativi per aumentare il numero dei Centri per il rimpatrio – meglio chiamarla deportazione – e quelli per respingere in frontiera. Si getteranno centinaia di milioni di euro in propagandistici e xenofobi programmi repressivi di stampo trumpiano e contemporaneamente – alla faccia della sicurezza – si costringeranno centinaia di migliaia di persone a una ancora maggiore invisibilità, al lavoro nero, al rischio di finire nelle reti della criminalità. Una scelta cinica, criminale ma anche totalmente inefficace. Chi oggi strepita di “remigrazione” dovrebbe spiegare dove trovare i 10 miliardi di euro per realizzarla e come potrebbe essere rimpiazzata la manodopera espulsa. Ma ai fascisti da sempre interessa la propaganda, non provvedimenti che garantiscano a chi lavora contratti, tutele e diritti. Quella spagnola è una semplice lezione di buon senso e di chi pensa realmente al futuro del Paese. Chi governerà l’Italia in futuro si deve rendere conto che la regolarizzazione permanente è una condizione necessaria non solo per chi arriva, ma per i diritti di chiunque viva del proprio lavoro. Maurizio Acerbo, segretario nazionale Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
June 30, 2026
Pressenza
La regolarizzazione in Spagna: novecentomila persone migranti stabilizzate
Novecentomila invisibili hanno appena aderito alla Regularización spagnola promossa con una proposta di legge di iniziativa popolare. Il nuovo quadro legislativo spagnolo riconosce così la presenza di una platea di persone già radicate nel tessuto sociale, ma costrette fino a oggi a vivere e lavorare ai margini della legalità. La ministra Elma Saiz ha invitato a guardare oltre i meri dati quantitativi, sottolineando come «oltre alle cifre, stiamo parlando di persone» e rimarcando che «uscire dall’irregolarità è vantaggioso per la società, per le imprese e soprattutto per chi smette di vivere ai margini».  Tra il 16 aprile e il 30 giugno 2026, la finestra temporale aperta per la stabilizzazione delle persone migranti in Spagna sta registrando un’affluenza record che ha già polverizzato ogni previsione statistica. Con circa 900.000 domande presentate a procedura ancora aperta, il volume delle istanze ha sorpreso persino le organizzazioni non governative, le cui stime sul territorio si fermavano a un massimo di 840.000 persone in condizione di irregolarità. Questo clamoroso scarto tra le previsioni e la realtà dei fatti evidenzia in modo inequivocabile quanto il fenomeno del lavoro sommerso e l’effettiva presenza di cittadini stranieri privati di uno status legale siano strutturalmente sottovalutati dalle autorità e sfuggono ai metodi di stima ordinari. L’elemento centrale di questa svolta normativa non risiede nell’apertura di nuovi canali d’ingresso, bensì nella scelta strategica di operare una profonda azione di stabilizzazione che ha non solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo.  Nel quinquennio 2021-2025, il PIL reale spagnolo ha registrato una crescita cumulativa di circa il 24%, surclassando il 16,5% registrato dall’Italia. Secondo gli studi della fondazione Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega da sola il 47% (pari a 4,2 punti percentuali) della crescita cumulativa del PIL a partire dal 2022. L’apporto della forza lavoro straniera non solo ha ampliato i confini del mercato occupazionale, ma ha coperto strutturalmente le carenze di manodopera in settori chiave che soffrivano di cronica scarsità di personale; contemporaneamente la forza lavoro autoctona si è spostata verso occupazioni a maggiore produttività e meglio retribuite. Negli ultimi anni, le persone migranti hanno rappresentato il 45% della crescita netta dell’occupazione in Spagna, benché permangano nodi critici, legati alla sovraqualificazione e alla necessità di migliorare l’accesso a una formazione mirata e al riconoscimento dei titoli di studio. Come accade in Italia, moltissimi lavoratori con qualifiche e competenze acquisite nel paese di origine svolgono mansioni non adeguatamente retribuite né qualificate. Sotto il profilo fiscale, far uscire i lavoratori dal mercato nero garantisce un guadagno immediato per le casse pubbliche. Secondo gli studi degli esperti dell’Università Carlos III de Madrid, il governo spagnolo calcola che ogni lavoratore regolarizzato porti allo Stato un beneficio netto compreso tra i 3.300 e i 4.000 euro all’anno: in questo modo si risana l’economia sommersa e i costi per i servizi di assistenza sociale si trasformano in tasse e contributi regolarmente versati. Certo, organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale ricordano che servono anche altre riforme per far funzionare meglio le imprese e per affrontare l’invecchiamento della popolazione, un problema che i flussi migratori da soli non possono risolvere del tutto. Ciononostante, i nuovi arrivi e la stabilizzazione di queste persone si stanno confermando la vera spinta per la crescita e il benessere della Spagna. Un pilastro fondamentale dell’efficienza amministrativa spagnola è il meccanismo di gestione delle domande: chi presenta l’istanza riceve immediatamente una conferma di ricezione che abilita da subito a risiedere e lavorare legalmente. Ad oggi, delle 900.000 domande presentate, ben 360.000 sono già state ammesse all’iter amministrativo. Questo passaggio ha permesso a più di un terzo dei richiedenti di ottenere un’autorizzazione provvisoria, sbloccando immediatamente la loro posizione sul mercato del lavoro e garantendo tutele immediate nelle more del verdetto definitivo. L’esatto contrario di quel che avviene in Italia, dove l’ostinazione nel non voler stabilizzare chi è già sul territorio produce sistematicamente tragedie disumane. L’ultimo agghiacciante caso arriva dalla Calabria, con la strage di Amendolara, dove quattro giovani braccianti sono stati barbaramente arsi vivi in un minivan usato per portarli a raccogliere la frutta. Dietro questa spietata uccisione non c’è solo la ferocia dei clan o dei caporali, ma la precisa strategia fallimentare di uno Stato italiano che continua a preferire l’invisibilità alla legalità. Garantire la stabilizzazione significa, prima di tutto, azzerare quel limbo di invisibilità che alimenta lo sfruttamento lavorativo più feroce. Sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto della clandestinità non è solo un imperativo morale per evitare che altri ragazzi muoiano bruciati vivi, ma risponde anche a una logica di buonsenso economico e gestionale: stabilizzare significa azzerare i costi cronici dell’accoglienza emergenziale, trasformando persone vulnerabili in cittadini contribuenti e con diritti.  Fino a quando l’Italia continuerà a ignorare la lezione spagnola, preferendo la farsa burocratica dei decreti flussi alla realtà dei fatti, lo Stato rimarrà il principale ingranaggio di quella fabbrica della marginalità che continua a mietere vittime nell’indifferenza generale. Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli.
La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎
Israele prova a rifarsi una immagine sugli abusi contro gli attivisti della Flotilla
In un paio di giorni, le autorità israeliane stanno giocando con estremo cinismo e ipocrisia una partita per rovesciare la narrazione sugli abusi commessi contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla durante il loro sequestro. La prima mossa è stata quella di convocare al ministero degli esteri israeliano l’incaricato di […] L'articolo Israele prova a rifarsi una immagine sugli abusi contro gli attivisti della Flotilla su Contropiano.
May 26, 2026
Contropiano
Lavorare per la macchina. Frammenti di vita e morte di un moderatore di contenuti
Un moderatore di Meta in Spagna rompe per la prima volta l'anonimato per raccontare la propria storia. Horacio Espinosa è un antropologo di 46 anni che è stato assunto nel 2019 per moderare i contenuti su Facebook. Sette anni dopo, non ha paura di violare il suo accordo di riservatezza. Distribuito su dieci piani dell'iconica Torre Glòries di Barcellona, Facebook ha inaugurato nel 2018 un centro di moderazione dei contenuti per combattere le fake news. Più di 2.000 persone di diverse nazionalità sono state assunte tramite la società di subappalto CCC Barcelona Digital Services, diventata anni dopo Telus Digital. Ma quello che sembrava un successo per il posizionamento globale della città ha finito per trasformarsi in un problema di salute pubblica In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano , traduzione di Stefano Portelli –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Leggi l'articolo di Stefano Portelli, Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona Leggi la fanzine originale in spagnolo. Trabajando para la maquina Leggi la traduzione in italiano. Lavorare per la macchina Alert: Il testo e le immagini della fanzine possono risultare violente o disturbare alcune persone.
L’Andalusia anticapitalista si racconta
Alle elezioni in Andalusia perde il Partito popolare al governo a beneficio della destra di Vox, si verifica un calo significativo del Partito socialista cui non corrisponde la tenuta della sinistra di Podemos e Sumar (in coalizione) ma l’exploit della lista anticapitalista di Adelante Andalusia. Quella che segue è un’intervista pubblicata da Jacobinlat pochi giorni prima del voto in cui l’organizzazione spiega cos’è e come lavora.  Rifondata nel 2021 sotto la guida di Teresa Rodríguez, Adelante si definisce nazionalista andalusa, anticapitalista, femminista ed ecosocialista. Riunisce organizzazioni come Anticapitalistas Andalucía, Defender e Izquierda Andalucista, insieme a un numero crescente di membri indipendenti organizzati in assemblee locali. La sua missione è tanto semplice da enunciare quanto difficile da sostenere: articolare la difesa della maggioranza lavoratrice, la sovranità andalusa e una strategia di rottura, senza diluire nessuno dei tre pilastri all’interno degli altri. A guidare la candidatura è José Ignacio García, consulente educativo, membro di Anticapitalistas Andalucía e cofondatore di Adelante. In questa intervista, discutiamo della situazione attuale in Andalusia, del rapporto tra nazione e classe, della valutazione del ciclo iniziato con il movimento 15M e delle sfide poste dall’ascesa dell’estrema destra. L’Andalusia appare spesso come una periferia interna dello Stato spagnolo: subordinata nella divisione territoriale del lavoro, afflitta da precarietà lavorativa, bassi salari e deterioramento dei servizi pubblici. Come descriveresti la situazione attuale in Andalusia e cosa esprime, in termini più profondi, questa posizione subordinata? L’Andalusia è una nazione subordinata all’interno dello Stato spagnolo. Si parla di «zona di sacrificio», in cui alcuni territori dello Stato svolgono il ruolo che alcuni accademici, come Delgado Cabeza, hanno definito il «cortile di casa» dello sviluppo capitalistico. Ma l’elemento fondamentale per comprendere la configurazione territoriale dello Stato spagnolo e il ruolo dell’Andalusia è che questa non ha favorito le classi popolari di altre parti dello Stato, bensì ha rappresentato un enorme vantaggio per i vincitori del capitalismo spagnolo. Lo Stato spagnolo è una macchina composta da due elementi complementari: la contraddizione di classe e la contraddizione territoriale-nazionale, insieme alle questioni di genere e razza. Questi due elementi hanno plasmato una serie di territori le cui economie sono fondamentalmente estrattive, fungendo ora da fonti di manodopera a basso costo, di estrazione di materie prime, di espansione di settori produttivi con enormi impatti sociali e ambientali negativi, ora da fonte di un vasto esercito di riserva di manodopera attraverso le migrazioni interne. In diversi momenti storici, questo estrattivismo ha spostato la maggior parte delle risorse verso l’uno o l’altro di questi settori, ma il processo di espropriazione della ricchezza dalle classi lavoratrici andaluse verso le oligarchie è rimasto simile. Queste oligarchie possono provenire dall’esterno o dall’interno dell’Andalusia, ma hanno sempre un enorme interesse a mantenere la configurazione territoriale dello Stato e, in Andalusia, a continuare a svolgere il ruolo di «cortile di casa».  Questo è ciò che il movimento operaio andaluso tradizionalmente denunciava nei confronti dei grandi latifondisti, come la Casa d’Alba o il Ducato di Infantado. Oggi, in Andalusia, la terra è in mani meno numerose rispetto a mezzo secolo fa. La situazione dei lavoratori agricoli rimane molto difficile e stiamo assistendo a quella che potremmo definire l’«uberizzazione» dell’agricoltura, con l’arrivo di nuovi proprietari terrieri sotto forma di fondi di investimento e capitali stranieri. Ma ci sono altri settori in cui questo processo è chiaramente visibile nella situazione attuale. Uno di questi è il turismo. Nella divisione internazionale del lavoro, l’Andalusia è relegata a un modello turistico profondamente iniquo. Questo modello si basa su condizioni di lavoro estremamente precarie, sulla crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di grandi catene alberghiere e su un settore dell’ospitalità sempre più concentrato e strettamente legato al mercato immobiliare. Ciò ha portato alla nascita di fenomeni come il settore degli appartamenti turistici: l’Andalusia vanta il maggior numero di questi appartamenti in Europa, e il mercato tende a essere monopolizzato da grandi proprietari terrieri e fondi di investimento. Un altro esempio interessante è il ruolo che ci è stato assegnato nella transizione ecologica guidata dal cosiddetto capitalismo verde. In questo momento, nell’Andalusia rurale, è in corso un gravissimo conflitto perché vengono installati impianti fotovoltaici e a biogas su larga scala con un impatto ambientale devastante, che distruggono i mezzi di sussistenza di molte regioni e ricattano la popolazione, costringendola spesso a scegliere tra lavoro e salute. Hanno deciso che l’Andalusia diventerà la «batteria» dell’Europa meridionale, producendo energia per le multinazionali mentre uliveti secolari vengono distrutti. Tutto ciò accade contemporaneamente alle proteste che si svolgono nei quartieri di Siviglia, Cordova e Granada a causa dei frequenti blackout durante la calda estate. Adelante Andalucía tenta di articolare anticapitalismo e nazionalismo andaluso all’interno di un unico progetto. In una sinistra che ha spesso oscillato tra la priorità data alle questioni sociali e a quelle nazionali, quale novità strategica introduce questa articolazione e come si immagina, in questo quadro, il rapporto tra nazione e classe? Più specificamente, come può la questione nazionale fungere da forza mediatrice per radicalizzare il conflitto sociale e promuovere una prospettiva socialista, anziché annacquarla? Se siamo consapevoli della costruzione dello Stato spagnolo con questi due ingranaggi ben oliati della macchina, ossia le contraddizioni di classe e nazionali, e del fatto che entrambe relegano l’Andalusia a una posizione subordinata e la trasformano in zona di sacrificio, la risposta deve necessariamente sovvertire entrambe le contraddizioni. In Adelante Andalucía parliamo del legame indissolubile tra emancipazione di classe ed emancipazione nazionale. In Andalusia, questo è particolarmente evidente; è profondamente radicato nel popolo andaluso e nelle sue lotte. La bandiera verde e bianca della lotta operaia è da sempre il simbolo dell’Andalusia. È simbolica, ma non insignificante. Rappresenta lo sviluppo storico del capitalismo, le istituzioni sociali che sono state costruite e le lotte che sono state condotte, elementi che hanno plasmato l’Andalusia come nazione. Vogliamo costruire un’organizzazione politica che rappresenti gli interessi della classe lavoratrice andalusa, della stragrande maggioranza della popolazione che soffre sotto questo sistema, riconoscendo che la contraddizione di classe attraversa l’Andalusia come nazione e che ciò implica ammettere che non tutti in Andalusia condividono gli stessi interessi. Un fondo di investimento che possiede migliaia di ettari, per quanto andalusi possano essere i suoi azionisti, non è la stessa cosa di un bracciante agricolo; così come il proprietario di una grande catena alberghiera non è la stessa cosa dei suoi dipendenti. Il nostro progetto è molto chiaro: rifiutiamo la politica interclassista. D’altro canto, Adelante incorpora intrinsecamente una prospettiva sovranista nella nostra proposta. La lotta di classe si svolge all’interno di un contesto specifico, di una struttura nazionale e di un luogo particolare nel mondo. Non esiste in astratto. Ciò implica che la classe lavoratrice andalusa ha i suoi problemi specifici e subisce oppressione territoriale e nazionale. Pertanto, è essenziale che la risposta miri anche a sovvertire il ruolo subordinato che l’Andalusia riveste nella configurazione dello Stato. La sinistra spagnola ha spesso fallito nel comprendere la necessità di articolare una risposta sovranista da e per l’Andalusia. A volte, a questo proposito, faccio un esempio che, pur potendo sembrare esagerato, chiarisce la visione che altre correnti di sinistra hanno sempre avuto dell’Andalusia. Immaginate che in futuro si instaurasse una repubblica socialista nello Stato spagnolo, se questo processo non fosse condotto in un’ottica di sovranità andalusa, ovvero dalla prospettiva della capacità dei lavoratori andalusi di pianificare e decidere la vita nella nostra terra: alla fine ci sarebbe una compagnia energetica statale che riempirebbe le campagne andaluse di pannelli fotovoltaici. L’identità politica che Adelante Andalucía sta forgiando deve essere definita come segue: l’andalunismo del XXI secolo deve essere anticapitalista, e l’anticapitalismo a sud di Despeñaperros deve essere andaluso. Tutto ciò senza dimenticare la sua intersezione con il femminismo e l’antirazzismo. È proprio all’interno del femminismo che si è sviluppata per la prima volta un’innovazione affascinante, che ha illuminato il cammino da percorrere. Intorno al «femminismo andaluso» si è sviluppata, attraverso la teoria e la pratica di autrici, educatrici, collettivi e altri attori, una simbiosi che unisce il pensiero femminista alle pratiche comunitarie delle donne andaluse, alle loro lotte storiche, alla reinterpretazione delle tradizioni e ad altri elementi. LEGGI ANCHE… POLITICA PODEMOS TORNI A FARE OPPOSIZIONE Manolo Monereo Una forza sovranista andalusa si trova immediatamente ad affrontare la questione dell’internazionalismo in un contesto di crisi della globalizzazione capitalista e di escalation di guerre e militarizzazione. Come si può coniugare una strategia sovranista con una internazionalista che vada oltre la solidarietà formale e articoli la lotta sulla scena internazionale? Questo è un punto importante. Siamo una forza sovranista in Andalusia, ma non siamo indifferenti a ciò che accade fuori dall’Andalusia, né lo consideriamo un problema secondario. Fin dalla sua nascita, Adelante Andalucía si è definita internazionalista e antimperialista. Sebbene all’interno di Adelante vi siano compagni che possono avere opinioni diverse su alcuni aspetti della politica internazionale o sull’interpretazione di certi conflitti attuali, condividiamo un forte accordo strategico. In questo senso, siamo convinti che il nostro primo compito, in linea con l’internazionalismo e l’antimperialismo, sia quello di contrastare la potenza imperialista di cui l’Andalusia fa parte, ovvero gli Stati uniti e la Nato. Ma attenzione, in Andalusia questo non può essere separato dalla prospettiva sociale. Affrontare la questione dal basso ignorando che essa rappresenta una forma di ricatto nei confronti delle classi lavoratrici nelle regioni colpite è solo metà della battaglia. Con la stessa forza con cui dobbiamo opporci alla Nato e all’esistenza delle basi aeree di Morón e Rota, dobbiamo esigere piani per l’occupazione, un’industrializzazione sostenibile e modelli di sviluppo alternativi per queste regioni. Naturalmente, l’internazionalismo e la costruzione di movimenti di solidarietà, soprattutto con la Palestina e il Sahara Occidentale, che ha stretti legami con l’Andalusia, sono priorità politiche in questo contesto. Vorrei aggiungere un altro aspetto che ritengo altrettanto importante. Dobbiamo integrare questa prospettiva internazionalista in tutti i nostri assi politici quando analizziamo la configurazione territoriale dello Stato spagnolo. Il nazionalismo spagnolo in Andalusia si è spesso mascherato da un presunto «andalusianesimo» che non è altro che anticatalanismo. Essi colgono un impulso reale che esiste nel popolo andaluso, un dolore che ha una base materiale nel modo in cui l’Andalusia è stata emarginata, e che viene incanalato contro un altro popolo anziché contro le élite politiche ed economiche. L’ascesa dell’estrema destra è un fenomeno globale e la Spagna non è immune a questa tendenza. Come la interpreti? Qual è, a tuo parere, la vera minaccia? E, data la possibilità di un governo con la partecipazione di Vox , questo costringe la sinistra a ripensare le proprie tattiche o la propria strategia? Esiste una minaccia reale, e qualsiasi forza politica di sinistra che tenti di ignorarla o minimizzarne la pericolosità si sbaglia. Il peggio non è mai il meglio. Inoltre, ho la sensazione che alcuni a sinistra prevedano che Vox, una volta al governo, subirà la stessa sorte delle forze a sinistra del Psoe quando occuparono i ministeri: rimanere elementi esterni al vero e proprio «stato profondo», senza la capacità di attuare trasformazioni sociali, oppure finire per essere cooptati dal progressismo più liberal-socialista. Purtroppo, credo che con Vox non sarebbe così. Perché Vox non è un elemento esterno allo stato capitalista o alla classe che ha sempre detenuto il potere. Al contrario, Vox è la progenie e l’erede di tutto ciò, e questo è radicato nel suo stesso DNA. Vox non è separato dai vertici delle forze di sicurezza statali, dalla gerarchia giudiziaria, dai settori dominanti dello stato o dalle principali potenze economiche. Ne fa parte, e il suo ingresso nel governo non sarebbe un elemento esterno in lotta contro tutto ciò, ma piuttosto il suo complemento perfetto. Pertanto, non sottovaluto in alcun modo il pericolo rappresentato da Vox. Ed è anche per questo che non ritengo utile la strategia di creare un cordone sanitario in alleanza con altri partiti di destra, che pone Vox come elemento esterno alla democrazia liberale, perché penso che dimostri una mancanza di comprensione della vera natura di tale pericolo. Qualcuno potrebbe quindi chiedersi perché, se siamo così preoccupati dalla minaccia dell’estrema destra, non perseguiamo una strategia di unità elettorale con altre forze di sinistra. È una domanda legittima che richiede una spiegazione. Dobbiamo valutare la situazione politica per formulare la nostra strategia. È proprio in questo contesto che crediamo che l’estrema destra in Spagna stia guadagnando terreno, tra l’altro, grazie all’enorme malcontento popolare e alla delusione nei confronti di una sinistra che, in generale, dopo quasi otto anni al governo, non è riuscita ad attuare riforme profonde che migliorerebbero la situazione delle classi lavoratrici di fronte ai problemi principali. All’interno della sinistra, intesa nel suo senso più ampio, si sta verificando un’enorme crisi di credibilità: sembra un gruppo che promette molto e mantiene ben poco. Questo sta alimentando lo spostamento a destra delle classi lavoratrici. Riteniamo che il modo più efficace per arginare l’emorragia di giovani e lavoratori che si avvicinano al discorso di estrema destra sia proprio quello di proporre un’alternativa che metta in discussione lo status quo , ma da sinistra. Il modo migliore per combattere l’estrema destra è attraverso l’emergere di forze come Adelante Andalucía, che propongono una sfida a uno status quo ingiusto e lo fanno partendo da un’identità come quella dell’Andalusia, che funge da rifugio in tempi di incertezza neoliberale e di scomparsa delle grandi comunità del XX secolo. LEGGI ANCHE… POLITICA DA DOVE VIENE LA ROTTURA DI PODEMOS Eoghan Gilmartin - Antonio Maestre Ripensando al ciclo iniziato con il movimento 15M , l’ascesa di Podemos, le alleanze municipaliste e la sinistra indipendentista, sembra chiaro che questa sequenza abbia fatto il suo corso. Quale valutazione strategica fai di questo ciclo? Quali sono stati i suoi principali successi, i suoi limiti e le sue speranze? Abbiamo imparato da quel ciclo. La prima cosa da capire è che quel ciclo è finito. Dal mio punto di vista, si è concluso con l’ingresso di Podemos nel governo del Psoe alla fine del 2019. Quel momento segna la fine del ciclo. Noi di Adelante Andalucía siamo convinti di non considerarci un epilogo di quel ciclo, ma qualcosa di nuovo. Abbiamo imparato da quell’esperienza, con successi e fallimenti, e dal 2021, con la rifondazione di Adelante, ci siamo costruiti un progetto politico completamente distinto dal passato. Credo che il ciclo abbia avuto l’enorme pregio di riuscire a coinvolgere molte persone nella politica in senso democratico, il che è stato molto positivo. Tuttavia, i meccanismi necessari per impedire che questo potenziale venisse assorbito dal liberalismo sociale, o reso impotente, non sono stati creati o non sono stati creati. Forse l’errore, tra gli altri, è stato quello di basare tutto sull’«illusione». Credo che i tempi siano stati interpretati male e che l’avversario sia stato sottovalutato. Si pensava addirittura che sarebbe stata una battaglia rapida, con una vittoria immediata, e che dipendesse dall’astuzia di individui molto intelligenti e abili (molto neoliberista, in effetti). E partiti e organizzazioni sono nati proprio per questa concezione della politica. E quando quel rapido successo non si è concretizzato, la frustrazione collettiva e personale ha portato a conseguenze come l’integrazione nel blocco dominato dal Psoe, o la disaffezione nei confronti della politica. C’è un altro elemento importante. Non credo che l’estrazione sociale dei leader nelle organizzazioni sia una questione di poco conto. È fondamentale che i rappresentanti politici vivano come coloro che rappresentano, un principio che la sinistra ha abbandonato, tra l’altro, e a cui Adelante si attiene rigorosamente.  Di fronte alla fine di questo ciclo e all’ascesa della destra, la questione fondamentale torna a essere come ricostruire una forza popolare con radici reali. Che tipo di sinistra è necessaria oggi per riconnettersi con la maggioranza dei lavoratori? Come immagina questa ricomposizione? Queste cose non si dichiarano, si costruiscono. In altre parole, non si dicono, si fanno. Detto questo, cercherò di spiegare alcune caratteristiche della sinistra che stiamo cercando di costruire in Adelante Andalucía. Per arginare la deriva dei lavoratori e lavoratrici verso l’estrema destra, abbiamo bisogno di una sinistra che sfidi il sistema e lo status quo attuale . A tal fine, è fondamentale l’indipendenza dal blocco dominato dal Psoe, così come il mantenimento di una posizione di netta distinzione qualitativa rispetto a tale blocco. Dobbiamo però evitare di cadere nel settarismo. Sappiamo che sono nostri avversari e che fanno parte del regime contro cui lottiamo. Siamo disposti a raggiungere accordi specifici che migliorino gli equilibri di potere a favore dei lavoratori, a promuovere politiche di fronte unito quando necessario e a colpire insieme la destra attraverso la mobilitazione sociale. Ma non abbandoneremo il nostro programma né la nostra strategia, che è chiaramente distinta. È proprio questa indipendenza e fermezza nei nostri obiettivi che ci dà molta più fiducia nel raggiungere accordi su certe questioni che non cedono terreno alla destra o all’estrema destra. Siamo disposti a governare, ma per attuare il nostro programma e trasformare l’Andalusia a favore della classe lavoratrice, non per entrare in governi dominati dal PSOE, trasformando la governance in uno strumento al servizio del capitale e generando così più frustrazione che altro. Esistono già diversi esempi storici di questo errore strategico. D’altro canto, abbiamo bisogno di una sinistra che recuperi le migliori tradizioni dei partiti militanti. Non si può ripetere l’errore di costruire organizzazioni che erano praticamente solo piccole macchine di comunicazione. Dobbiamo costruire partiti: qualcosa di molto più complesso e impegnativo, ma che promuova una cultura militante basata sulla partecipazione, la perseveranza, una visione a lungo termine, il pluralismo, il dibattito e la democrazia. Il nostro modello non è un grande gruppo Telegram. C’è un altro aspetto a cui pensiamo molto: se stiamo costruendo un’organizzazione per la classe lavoratrice andalusa, dobbiamo in qualche modo integrarci, farne parte e non apparire come degli estranei. Questo richiede anche una riflessione critica, complessa e non convenzionale su tradizioni, feste e pratiche comunitarie. Il partito non è la classe, non la sostituisce, ma è parte della classe, se ne nutre, con tutte le contraddizioni, le eterodossie e le complessità che caratterizzano il nostro popolo. *José Ignacio García è cofondatore di Adelante Andalucia. Brais Fernándezfa parte del comitato editoriale di Viento Sur. Martín Mosquera è direttore di JacobinLat. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Andalusia anticapitalista si racconta proviene da Jacobin Italia.
May 19, 2026
Jacobin Italia
Insegnanti in sciopero in Catalogna
Una giornata di sciopero importante quella che ha portato 80 mila persone in piazza martedì a Barcellona. E non solo. Tutto il mondo della scuola è mobilitato: sono in strada le insegnanti di ogni grado e ruolo. E il percorso non si arresta: sono state indette 17 giornate di sciopero, previste da qui a fine giugno, con l’obiettivo di creare più disagio possibile, come ricorda lo slogan “non porteremo a termine l’anno scolastico”. Al centro delle proteste vi è la richiesta del miglioramento del sistema educativo in toto, che al momento vede un rapporto tra il numero di alunni e docenti insostenibile. Oltre che la questione salariale. Con Victor Serri, giornalista che vive e lavora a Barcellona, analizziamo queste giornate, in particolare i temi e metodi di protesta.