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ll caso del PRDC di Corinto
CONFINI, PROTESTE E CORPI LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E LA NECROPOLITICA EUROPEA NEL PRDC DI CORINTO Una raccolta di indagini e voci, nell’ambito di una ricerca sul campo di quattro mesi, racconta il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto (PRDC/PRO.KE.KA.), uno dei sette istituti di trattenimento amministrativo rivolto agli “stranieri irregolari 1” presenti in Grecia. I centri di detenzione gettano i trattenuti in una condizione in bilico tra, come lo descriverebbe Stefano degli Uberti (2019) 2, l’essere «forzati dentro», intrappolati in una prigione, e allo stesso tempo «lasciati fuori» dalle dinamiche sociali e spaziali, ottemperando alla volontà politica di criminalizzare, escludere e nascondere. Eppure, nonostante i tentativi delle istituzioni di invisibilizzarla, la struttura – per quanto apparentemente impermeabile – interagisce con l’esterno, attraverso le voci che oltrepassano mura e sistemi di sicurezza. La maggior parte dei cittadini locali ignora la sua l’esistenza ma per alcune persone il nome “Corinto” richiama immediatamente il centro di detenzione: Se sei un minimo nel giro, appena si dice Corinto, la prima cosa che le persone ti dicono è il detention center. Comunque, è – insieme ad Amigdalesa – il più grande della Grecia. (Intervista ad una attivista) 1. Un istituito che nasce nella criminalizzazione e si struttura nella lesione dei diritti: Il PRDC di Corinto viene inaugurato nel 2012 insieme ad altre strutture, tra cui Amygdaleza, Paranesti e Xanthi; la decisione si inserisce in un più ampio piano governativo volto ad ampliare gli spazi destinati al “contenimento” della cosiddetta “massa migrante criminalizzata”. I centri di detenzione e pre-allontanamento, gestiti dalla polizia ellenica e istituiti tramite decreto governativo 3 che ne definisce funzioni e quadro giuridico, dovrebbero costituire una misura eccezionale nella “gestione” della migrazione. In realtà, però, in Grecia – come in altri Paesi UE – il ricorso alla detenzione è progressivamente aumentato negli ultimi anni. La legge 4939/2022 4 (Codice dell’asilo) e le direttive più recenti, tra cui la legge 5226/2025, ne hanno ampliano l’uso in nome della “protezione delle frontiere”; una tendenza destinata a rafforzarsi ulteriormente con l’entrata in vigore, nel giugno 2026, del Patto europeo su migrazione e asilo. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 Una ricerca del 2023 documenta l’attività di queste strutture – cinque situate sulla terraferma e una sull’isola di Kos – per un totale di 3.676 posti disponibili, con la capienza maggiore registrata proprio nel centro di Corinto. Tabella 1 – Fonte: Direzione della polizia ellenica, 18 gennaio 2024. Dal sito AIDA, Place of detention, Greece Oltre all’uso massiccio e improprio del trattenimento, numerose denunce riguardano le condizioni gravemente lesive dei diritti umani in queste strutture. L’indagine invita a interrogarsi sulla necropolitica europea (Mbembe, 2003) 5 e sul ruolo del trattenimento amministrativo come dispositivo aberrante e disumanizzante, prendendo in esame il PRDC di Corinto come caso specifico per far emergere ciò che realmente accade all’interno di queste strutture. Attraverso analisi storico-antropologica, rapporti di ONG, testimonianze e osservazione etnografica, emerge un sistema opaco e degradante, nascosto dalla politica. In queste strutture, scioperi della fame, autolesionismo e suicidi diventano forme estreme di resistenza, in cui il “corpo sofferente del migrante” (Sorgoni, 2022) 6 resta l’unico mezzo di rivendicazione. Intanto, nei contesti in cui sono immersi, si rafforzano l’indifferenza locale, la normalizzazione della violenza istituzionale e l’invisibilizzazione di questi centri. Così, strutture sempre più invisibili all’esterno diventano sempre più brutali per chi le subisce, rivelando la contraddizione di Stati che si proclamano democratici mentre violano sistematicamente i diritti umani. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA GRECIA: GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI NEI CENTRI DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE La denuncia al Comitato per la Prevenzione della Tortura e delle Pene Inumane e Degradanti Ludovica Mancini 11 Febbraio 2025 Il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto è una struttura composta da otto edifici a due piani, ciascuno con due ali di dormitori comuni per almeno 12 persone, e un solo bagno per piano. La capacità ufficiale è di circa mille persone, ma il numero effettivo varia a seconda degli arrivi e dell’applicazione, spesso irregolare, della legge e del sistema amministrativo-burocratico. I trattenuti sono uomini provenienti principalmente da Paesi che hanno stipulato con la Grecia accordi di rimpatrio o considerati “sicuri” 7, come Albania, Turchia, Bangladesh e India. Attualmente, la Grecia considera la Turchia “paese terzo sicuro” per richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Somalia, comportando per queste persone un ulteriore motivo di respingimento o detenzione pre-rimpatrio. Le testimonianze riportano tempi di detenzione principalmente tra i sei e i diciotto mesi, limite massimo imposto dall’attuale legge. Ufficialmente, le persone detenute dovrebbero essere attinte da un provvedimento di espulsione, ma spesso vengono rinchiusi anche richiedenti asilo appena sbarcati o arrestati prima di poter fare domanda di protezione internazionale; talvolta anche minori, in violazione di principi cardine come quelli sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989. Iniziamo quindi a vedere l’erosione dei diritti, da quello d’asilo alle condizioni di vita a cui le persone detenute sono costrette da anni. 2. Dal 2012 a oggi: denunce continue sulle condizioni del centro Nonostante la struttura operi in una totale opacità e tenti di negare ogni accesso dall’esterno, il PRDC di Corinto è stato al centro di denunce fin dalla sua apertura. Nel 2012, una delegazione europea per i diritti umani 8, testimoniò la presenza di oltre 1.050 detenuti, molti dei quali trattenuti da più di un anno, in condizioni terribili: sovraffollamento, cibo scarso, servizi igienici insufficienti e nessuna assistenza medica. Nel novembre dello stesso anno, una protesta che coinvolse 800 detenuti venne sedata con gas lacrimogeni e azioni di forza. Nel 2013, due detenuti afgani morirono per mancanza di cure 9, e nel 2014 vennero denunciati 10 casi vulnerabili e atti di autolesionismo senza la dovuta assistenza. Quando, sempre nel 2014, il Consiglio Giuridico Greco autorizzò il prolungamento della detenzione oltre i 18 mesi, fu organizzato dai trattenuti un grande sciopero della fame: Oggi, 9 giugno 2014, noi detenuti abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Sentiamo un’immensa pressione a causa dei nostri destini sconosciuti. 11 si legge nella loro dichiarazione. Scioperi della fame e rivolte dei detenuti hanno continuato a emergere con frequenza come risposta agli abusi, ma vengono sistematicamente repressi con l’uso della forza, senza produrre alcun miglioramento delle condizioni interne. Nel 2015, il governo Syriza chiuse e svuotò la struttura per poi riaprirla nello stesso anno, rivelando il carattere simbolico e propagandistico dell’intervento, perché non c’è mai stata la volontà di cambiare quest’istituto. Tsipras (leader di Syriza) aveva preso l’impegno di chiuderlo (il centro di detenzione). Solo che cosa ha fatto? improvvisamente apre, e tutti devono andarsene; ci saranno state quattrocento persone, senza soldi, non sanno cosa fare, affamati. Siamo andati a cercarli; molti li abbiamo trovati al porto, sulle panchine. Poi sono andati via perché li avevano portati qua dalle retate, alcuni vivevano in altre città. Dopo però il centro non poteva stare chiuso, c’era il business; quindi, ha riniziato a funzionare poco dopo. (Intervista ad una attivista, cittadina di Corinto) Nel 2016, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) denunciò 12 la predominanza di detenuti marocchini e algerini, seguita, pochi mesi dopo, da pakistani e bengalesi, segnalando una chiara selettività etnica. Tra il 2016 e il 2018, il GCR (Greek Council for Refugees) 13 e altre organizzazioni denunciarono condizioni disastrose: infestazioni, mancanza di acqua calda, celle sporche, malattie e assenza di attività ricreative. Nel 2018 fu introdotto l’uso del cellulare, permettendo una minima connessione con l’esterno, tuttavia, senza sim-card, questa concessione si svuota e rivela un secondo fine: Ci lasciavano i cellulari, tattica efficace per sedarci… così passi tutto il giorno al telefono. (Intervista a Matt Broomfield) 14 Nel 2021, un ragazzo curdo si è suicidato dopo 16 mesi di detenzione, scatenando una protesta violenta e facendo parlare anche i giornali: Ha preso una corda, sì, se l’è messa attorno al collo ed è andato in bagno. L’hanno trovato morto. È successo di sabato, quindi gli unici presenti erano gli agenti di polizia. Dopo i detenuti hanno iniziato una protesta, hanno bruciato tipo metà del centro. (Intervista ad una psicologa che lavorava nel PRDC) Nel 2023, dopo oltre cinque anni di mancate visite ispettive, il CPT ha rilasciato un rapporto 15 sulle “condizioni catastrofiche” del centro, con infestazioni di scarafaggi e cimici e un’epidemia di tubercolosi che ha messo a rischio la salute dei detenuti, come dimostrato dalla morte di un ragazzo per polmonite, avvenuta senza che ricevesse cure mediche. Tra le principali problematiche, i dipendenti denunciano la scarsità di personale, soprattutto medico. Hanno deciso che non servivano tante persone. Quando l’ultima assistente sociale se n’è andata, sono rimasta completamente sola per un anno, la sera non c’era personale. Nemmeno un medico, nessuno voleva lavorare lì; e non sempre c’era un’interprete. Ho dovuto lasciare anche io perché ci facevano contratti addirittura mensili, ogni mese non sapevamo se avremmo avuto lavoro. Il 26 febbraio 2024, trentasei richiedenti asilo egiziani 16 hanno iniziato uno sciopero della fame contro il silenzio e lo stallo delle procedure di asilo, la negligenza medica e le condizioni disumane. Notizie/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. SCIOPERO DELLA FAME NEL CENTRO DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE (PRDC) DI CORINTO Condizioni degradanti e negazione dei diritti fondamentali nei PRDC Chiara Spinnicchia 22 Marzo 2024 Secondo quanto riferiscono Solidarity with Migrants, Equal Rights Beyond Borders e Ef.Syne, le proteste sono state violentemente represse 17 dalle autorità, con incursioni, perquisizioni e intimidazioni. Il 20 febbraio, l’Ombudsman 18 ha richiesto il rilascio degli scioperanti, ma l’appello è stato ignorato. Otto detenuti sono stati trasferiti al PRDC di Amygdaleza per indebolire la protesta. Il Border Violence Monitoring Network, nel rapporto “Violence Within State Borders: Greece” 19, denuncia carenze di beni essenziali (tra cui indumenti intimi e farmaci), una situazione alimentare precaria con cibo di pessima qualità, e restrizioni di movimento, con ore di coprifuoco imposte e limitazioni di accesso all’“l’aria aperta”, in una stretta e rigida sorveglianza. Il Mobile Info Team riporta 20 gravi deterioramenti della salute mentale tra i detenuti, con casi di autolesionismo e il suicidio, nascosto ai media, di un ragazzo egiziano. Fotografie degli spazi interni del detention center che mostrano la separazione delle celle tramite sbarre, servizi igienici in pessime condizioni e un particolare dei letti a castello, circondati da lenzuola per creare privacy. Fonte: Detention landscape e Border Violence Monitoring Network Durante la mia permanenza a Corinto, un nuovo sciopero della fame era in corso. Un gruppo di attivisti locali ha organizzato una manifestazione in solidarietà agli scioperanti, e con il tentativo di far sapere in città quanto stava accadendo nel centro. Tuttavia, i cittadini di Corinto non sembrano aver mostrato alcun interesse: molti ignorano l’esistenza stessa del centro di detenzione e persino alcuni residenti delle aree circostanti non sanno cosa accada al suo interno, dimostrando quanto efficace sia stato il processo di invisibilizzazione. 3. Protesta, corpo e confine: uno sguardo antropologico Una protesta è una performance di conflitto (Pellander, Horsti; 2018) 21 in cui i manifestanti rivendicano dignità opponendosi a decisioni e costrizioni. In questo contesto emergono due forme di dissenso: la ribellione dei detenuti, espressa attraverso i loro corpi, e quella solidale dei cittadini, che cercano di amplificarne le voci. Lo sciopero della fame è una strategia estrema in cui il corpo diventa l’unico strumento di rivendicazione politica: il confine lo attraversa e lo trasforma con un processo di embodiment (Vradis et al., 2020) 22, rendendolo mezzo di denuncia della violenza statale. La somatetica (risonanza somatica (Achenbach, 2024) 23 propone il corpo come luogo di lotta contro questa oggettivazione violenta attraverso il rifiuto. Sfidando la comprensione tradizionale di cosa può essere politico, lo sciopero della fame utilizza un gesto di sacrificazione della salute personale in virtù della causa. Si esemplifica così una forma di necropolitica, ovvero il diritto di lasciar morire individui come parte delle politiche dello stato. Il potere, nella sua massima espressione di controllo sulla vita altrui, è in grado di decidere chi vive e chi muore: Loro usano questa cosa per farci pressione, ma non ci riescono: non mangiare è una loro scelta noi non possiamo farci niente. Cerchiamo di spiegargli che è un diritto umano anche decidere di morire, siamo formati per questo. Per loro non è facile, ma per noi problemi così sono fin troppo semplici da gestire. (Intervista ad un dipendente del PRDC) La morte viene così presentata come diritto, mentre i diritti negati per cui si protesta – come l’asilo – perdono valore. L’enfasi sul “diritto a morire” esemplifica l’esercizio del potere politico che si inserisce nel bios, trasformandosi in biopotere (Foucault) e politiche di morte. L’autolesionismo è un discorso silenzioso che richiede l’attenzione di chi è responsabile della condizione che lo genera; quando questa attenzione non arriva e l’atto viene ridotto a scelta personale, esso perde efficacia. Le gerarchie di potere riducono la ribellione a un’incomprensione dei diritti umani, un’ironica distorsione per chi lotta proprio per difenderli. Nyers (2003, p.1087) 24 definisce «riconquiste sovrane» i processi di riassorbimento del dissenso dentro la logica democratica, dove anche “le prese radicali” (come uno sciopero della fame) possono essere svuotate – piuttosto che avvalorate – in nome del “diritto”. Gli operatori del centro di detenzione dichiarano di essere istruiti a “lasciar scaricare” la protesta, evitando concessioni che creino precedenti; la richiesta d’ascolto viene quindi ignorata e invalidata come ignoranza: non capire che la morte è un diritto. La psicologa del centro, parallelamente, medicalizza la protesta, concentrandosi sui corpi sofferenti e non sulla causa politica, vulnerabilizzando i detenuti anziché riconoscerli come agenti di attivismo. Lo sciopero della fame è un «attivismo impossibile» (Nyers 2003) in quanto il dolore, radicato nella condizione generale e non solo nell’atto fisico, non viene riconosciuto come sofferenza legittima. Le richieste degli scioperanti vengono depoliticizzate e normalizzate, considerate routine: Ma poi queste cose continuano a succedere, tutti a un certo punto fanno lo sciopero della fame, sono sempre le stesse cose, è una piccola abitudine ora per me. (Intervista a un ufficiale di polizia del PRDC) Lo sciopero della fame, come tutte le azioni dimostrative che coinvolgono i corpi detenuti, non può essere ridotto a una semplice “richiesta di aiuto”, svuotata di significato, strumentalizzata, ignorata e confinata entro le mura del detention center, proprio come le persone da cui prende origine. Le azioni solidali che si sviluppano all’esterno, in continuità con le proteste che partono dall’interno, cercano allora di abbattere questo confine, esercitando pressione dall’altra parte e “disturbando” lo spazio urbano per traslare in un’area di visibilità ciò che si tenta di mantenere nascosto. La città stessa può diventare il palcoscenico su cui ri-politicizzare la protesta, sottraendola all’invisibilità prodotta da polizia e personale del centro, veri e propri “guardiani di frontiera” quotidiani. Tuttavia, la protesta raramente riesce a ottenere una reale risonanza mediatica: i messaggi restano circoscritti a una cerchia sensibile, mentre la violenza interna continua indisturbata, rimanendo invisibile dietro mura e filo spinato. Sulle pareti del centro di detenzione e intorno al perimetro, compaiono i messaggi solidali dei pochi attivisti che tentano di esternalizzare la denuncia; eppure, ancora oggi, dopo anni di proteste, la maggioranza dei cittadini di Corinto ignora ciò che, dal 2012, avviene all’interno di quel confine. CONCLUSIONE Questa analisi mostra come la detenzione amministrativa non rappresenti semplicemente uno strumento tecnico di gestione delle migrazioni, come vorrebbero far passare nei messaggi propagandistici, ma un dispositivo politico attraverso cui gli stati europei esercitano forme di controllo, esclusione e violenza sui corpi delle persone in movimento. Da oltre un decennio, rapporti ufficiali, ONG e operatori denunciano sovraffollamento, violenze, mancanza di cure, epidemie e suicidi: una condizione di violenza sistemica e continuativa, conosciuta e ignorata dalle istituzioni. Eppure, il centro non solo resta aperto, ma continua a funzionare come paradigma di un sistema che normalizza l’erosione dei diritti; la violenza che si consuma in questi spazi non è un incidente né una deviazione dall’ordine stabilito, è il suo funzionamento ordinario. In questo contesto, la protesta attraverso il corpo – l’ultimo spazio di espressione e di resistenza – assume una dimensione profondamente politica: i detenuti trasformano la propria vulnerabilità in una forma di rivendicazione che mette in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, come mostrato, queste forme di dissenso rischiano spesso di essere neutralizzate, medicalizzate, banalizzate, ridotte a comportamento individuale o riassorbite dallo stesso sistema che le genera e che rimane invisibile. E allora queste proteste non possono restare isolate, ma devono risuonare anche fuori, oltre il confinamento, intrecciandosi con chiunque creda nel valore dei diritti fondamentali. Corinto non è un’eccezione ma il sintomo di un’Europa che proclama democrazia e diritti umani, ma alimenta strutture di oppressione sistematica. Dopo oltre dieci anni di denunce, la questione non è più capire cosa accade dentro il centro, perché lo sappiamo già; bisogna però continuare a raccontarlo per fare in modo che chi ignora questi luoghi, non possa più ignorarli, che chi li tollera non debba più essere disposto a farlo. Perché nel silenzio questi luoghi crescono e cresceranno, come vedremo con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo del 2026 che rafforzerà questa deriva, consolidando la detenzione come strumento centrale della politica migratoria. Se l’analisi storico-teorica permette di cogliere i meccanismi politici e simbolici che sostengono il sistema della detenzione amministrativa e di ricordare da quanti anni persista un dispositivo violento, sono le voci di chi vive, lavora o osserva questi luoghi a rivelarne la dimensione concreta. Spostando lo sguardo dalle strutture alle persone che le abitano o le attraversano quotidianamente, emerge la realtà dietro le mura: corpi reali, sofferenza tangibile e atti di resistenza che il sistema continua a ignorare. Nel prossimo contributo, la ricerca si apre quindi a una raccolta di voci provenienti dall’interno e dall’esterno del centro di Corinto, con l’obiettivo di restituire la complessità delle esperienze e delle percezioni che attraversano questo spazio di confine. 1. “Stranieri irregolari”, è un termine che uso tra virgolette, come fosse una citazione, per sottolineare come questa sia la dicitura utilizzata dagli istituti pubblici e dalle propagande politiche, la quale non trova però riscontro, a mio parare, con la realtà. Nello scenario attuale le persone, più che essere irregolari, sono irregolarizzate dalle politiche che prima ostacolano i percorsi di inserimento regolare e poi demonizzano con queste etichette, chi non ha avuto modo – proprio a causa delle politiche avverse – di legalizzare la sua presenza ↩︎ 2. Degli Uberti, S. (2019). Borders within. An Ethnographic Take on the Reception Policies of Asylum Seekers in Alto Adige/ South Tyrol. Archivio antropologico mediterraneo, Anno XXII, n. 21 (2), 1-21 ↩︎ 3. Decisione ministeriale congiunta 8038/23/22-M – Gazzetta ufficiale 118/B/21-1-2015, Proroga del funzionamento dei Centri di Detenzione Pre-allontanamento per Stranieri ↩︎ 4. Εφημερίδα της Κυβέρνησης της Ελληνικής Δημοκρατίας, NOMOΣ ΥΠ’ ΑΡΙΘΜ. 4939 ΦΕΚ Α 111/10.6.2022. Κύρωση Κώδικα Νομοθεσίας για την υποδοχή, τη διεθνή προστασία πολιτών τρίτων χωρών και ανιθαγενών και την προσωρινή προστασία σε περίπτωση μαζικής εισροής εκτοπισθέντων αλλοδαπών. (Trad. Gazzetta del governo della Repubblica Ellenica, LEGGE N. 4939 Gazzetta ufficiale A 111/10.6.2022. Ratifica di un codice legislativo sull’accoglienza, la protezione internazionale dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi e la protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di stranieri sfollati) ↩︎ 5. Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture,15 (1), 11-40. ↩︎ 6. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎ 7. Per comprendere quali paesi sono considerati “di origine sicura” ai sensi dell’articolo 92 del Codice d’asilo si legga qui: e elenco europeo dei “paesi di origine sicuri“, Commissione europea ↩︎ 8. Corinth: illustration of detention conditions in Greece, (Cap.2, B.5, pp.77-79), in “Frontex between Greece and Turkey: at the border of Denial”. FIDH, Migreurop, EMHRN ↩︎ 9. La comunità afgana in Grecia testimonia la morte di Mohammad Hassan il 27 luglio 2013, dopo 11 mesi di detenzione a Corinto, e la morte di Nezam Hakimi il 4 novembre 2013 dopo quattro mesi di detenzione nonostante malato di cancro, completamente ignorato. ↩︎ 10. Rapporto, Condizioni Detenzione amministrativa e accesso alla procedura di asilo, ottobre 2014 ↩︎ 11. Sciopero della fame nel detention center di Corinto per protestare contro la detenzione a tempo indeterminato, 2014 ↩︎ 12. Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) ↩︎ 13. Η διοικητική κράτηση στην Ελλάδα: Διαπιστώσεις από το πεδίο (2018), Ελληνικό Συμβούλιο για τους Πρόσφυγες (trad: La detenzione amministrativa in Grecia: risultati sul campo (2018), Consiglio greco per i rifugiati) ↩︎ 14. Dalle parole di Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 15. Council of Europe anti-torture Committee (CPT) again calls on Greece to reform its immigration detention system and stop pushbacks, 2024 ↩︎ 16. In seguito al naufragio al largo della costa di Kalamata, gli uomini sono stati separati dalle donne e dai bambini e trasferiti direttamente alla struttura di detenzione di Corinto. Sostenuti da Equal Rights Beyond Borders, il gruppo di uomini ha presentato un rapporto all’Ombudsman (difensore civico) il 15 febbraio 2024, contestando la legalità della detenzione ↩︎ 17. Άγρια καταστολή σε κρατούμενους πρόσφυγες της Κορίνθου, (trad. Brutale repressione dei rifugiati detenuti a Corinto), Ef.syn ↩︎ 18. L’Ombudsman è un’autorità indipendente che tutela i diritti dei cittadini e vigila sull’operato delle istituzioni pubbliche, garantendo il rispetto delle leggi e dei diritti umani. In Grecia svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti di migranti e rifugiati, monitorando le condizioni nei centri di detenzione e altri aspetti legati all’immigrazione ↩︎ 19. Si legga il rapporto ↩︎ 20. “When and how will I get out of here?” Statement on the deteriorating mental health of detainees at Corinth detention centre” (Mobile Info Team, 22 marzo 24) ↩︎ 21. Pellander, S., & Horsti, K. (2018). Visibility in mediated borderscapes: The hunger strike of asylum seekers as an embodiment of border violence. Political Geography, 66, 161-170. ↩︎ 22. Vradis, A., Papada, E., Papoutsi, A., & Painter, J. (2020). Governing mobility in times of crisis: Practicing the border and embodying resistance in and beyond the hotspot infrastructure. Society and Space, (38) 6, 981 – 990 ↩︎ 23. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 24. Nyers, P. (2003). Abject Cosmopolitanism: the politicsof protection in the anti-deportation movement. Third World Quarterly, Vol 24, No 6, 1069–1093 ↩︎
Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6 gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria (DAANES). In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al centro del dilaniato Medio Oriente.  Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è una restituzione di entrambe le delegazioni. LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della rivoluzione. «Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del controllo popolare? > Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno > spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i > rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo > procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di > assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi. Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne (YPJ). Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria, come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo». Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.  Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato. Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si contrasterà il rischio di assimilazione. Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato. LA QUESTIONE DELLE DONNE Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.  Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi per l’autodifesa. Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a scappare o alla morte.  > Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne > (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle > donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro > ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da > sole. Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne. Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli, con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si solleveranno per difenderla. Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo. La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo), non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite in città come Heseke e Qamishlo.  Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento, l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme le comunità in lotta multietniche.  Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio: se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava. Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone e della natura. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il bilancio di una delegazione in Rojava proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
Lottare dentro e fuori contro il CPR
La puntata di Harraga del 20 marzo -in onda su Radio Blackout- l’abbiamo dedicata alle recenti rivolte dentro il CPR di Corso Brunelleschi e alle risposte da fuori in solidarietà…
March 22, 2026
No CPR torino
Rendita urbana e finanziarizzazione
Sintesi del 5° Dialogo di RomaRicercaRoma a cura di Ella Baffoni, Barbara Pizzo, A.Valentinelli (ph: AV – Via del Pigneto, intervento edilizio del 2025 tra i villini della Cooperativa Ferrovieri degli Anni ’30) Il quinto Dialogo di Roma Ricerca Roma si è tenuto il 4 febbraio 2026, nella sede di Esc, Atelier Autogestito in Via dei Volsci 159; dedicato ai temi della “Rendita urbana e finanziarizzazione” ha proposto una riflessione che, a partire dal “Manifesto per non morire di rendita”, lanciato la scorsa estate da Walter Tocci dopo le vicende urbanistiche milanesi, ha coinvolto Antonio Longo, docente del Politecnico di Milano, tra i primi firmatari dell’Appello contro il Decreto Salva Milano, e Lucia Tozzi, giornalista indipendente, autrice del graffiante saggio “L’invenzione di Milano“, che quelle vicende hanno seguito da vicino. Affiancati dal contributo di Walter Tocci sui “Nuovi palazzinari”, ne hanno poi interrogato evoluzione, riflessi e scenari, Maria Kaika, docente di Ecologia Politica urbana all’Università di Amsterdam, che ha illustrato la propria recente ricerca “Class meets land” sull’ultimo secolo di storia della Bicocca di Milano, e Barbara Pizzo, docente di urbanistica alla Sapienza, che ha raccolto la sua lunga riflessione nel libro “Vivere o morire di Rendita”, un testo oggi fondamentale per comprendere i meccanismi disfunzionali di trasformazione delle città. Dal pubblico presente, riportiamo infine la riflessione di Filippo Celata. A introdurre e moderare Alessandro Torti di Esc con Alessandra Valentinelli per RRR; di seguito un breve resoconto dei temi emersi raccolto da Ella Baffoni che ringraziamo. Alessandro Torti, Esc Atelier Rendita e finanziarizzazione rappresentano un nodo essenziale per la lettura del fenomeno urbano, e oggi saranno osservati a partire dai due tra i casi più importanti dello sviluppo urbano in Italia: Milano, dove le inchieste hanno messo in crisi i cardini di questo modello, e Roma con la sua tradizione e storia della rendita. Per un confronto, mi limito a lanciare alcuni spunti di ciò che chiamerei “diritto alla città”, a partire dal rapporto tra legalità e legittimità urbanistica nel garantire qualità della vita e dell’abitare che interroga l’opportunità di certe pratiche, ovvero i “margini” (ossia limiti e possibilità di azione) offerti dal quadro normativo ai meccanismi di cattura della rendita. Preme inoltre interrogarsi sul significato della rendita e la sua portata attuale che, se sinora ha permesso di comprendere molte delle dinamiche di trasformazione urbana, oggi sembra mostrare un cambio di scala, non più limitato ai soli territori metropolitani ma proiettato a una dimensione sovranazionale e geopolitica dove i comportamenti riconducibili alla rendita paiono riprodursi, come accade per la ricostruzione a Gaza. Per chiedersi infine quali mobilitazioni sono possibili per contrastare la rendita, guardando non solo al rapporto faticoso tra vertenze e amministrazione, o tra vertenze stesse per l’abitare, ma alla segmentazione della rendita che vede, da un lato, il capitale finanziario sfruttare la rendita con evidenti impatti sul territorio e, dall’altro, una rendita pulviscolare di piccoli proprietari che sembra voler partecipare al “gioco” della rendita, generando se non un nesso, un consenso sociale per i grandi meccanismi finanziari. Alessandra Valentinelli, Roma Ricerca Roma Ci ha chiamato qui la necessità di discutere alcuni fatti e idee di grande importanza per cogliere le attuali dinamiche della trasformazione urbana, dopo la pubblicazione del “Manifesto per non morire di rendita” di Walter Tocci a sua volta sollecitato dalle inchieste sull’urbanistica milanese, e dall’appello promosso con altri colleghi del Politecnico da Antonio Longo contro il “SalvaMilano”. Quest’ultima iniziativa nasceva dalla volontà di fermare la proposta di legge che aveva l’obiettivo di “sbloccare” i cantieri milanesi, intervenendo su strumenti urbanistici e interventi di rigenerazione urbana, di cui sanare presunti abusi edilizi in una sorta di gigantesco condono preventivo valevole per tutto il territorio nazionale. Cronache che, al di là degli aspetti legali, meritano di esser osservate attentamente con gli strumenti di analisi offerti da Barbara Pizzo nel suo libro “Vivere o morire di rendita” edito da Donzelli: un testo che offre una ricostruzione della rendita urbana, e del suo significato al mutare di fasi e meccanismi, ed il suo legame strettissimo con la finanziarizzazione, evidenziando la rapidità con cui si creano e ricreano “sinergie” tra queste due componenti essenziali del capitalismo contemporaneo, che portano a privilegiare investimenti di alta redditività (uffici, appartamenti di lusso), bassa concorrenza (studentati) e scarsa regolazione (affitti brevi…), al di la di ogni riflessione sui bisogni reali. Ne risulta che pian piano la città non è più un insieme di luoghi, diventa un insieme di beni, dove non contano più i cittadini e i bisogni sociali, ma gli asset, i valori, persino gli stock di abitazioni vuote. Contemporaneamente cambia il rapporto con l’amministrazione: se a Milano si frammenta il Piano regolatore in episodi edilizi, a Roma si stanno per cambiare le regole contenute nelle Norme Tecniche del Piano Regolatore, svuotate dei loro poteri di controllo e tutela degli interessi pubblici e collettivi. Ai vecchi strumenti di governo unitario della città, si sostituiscono norme disfunzionali: i premi di cubatura, la monetizzazione ordinaria dei servizi, i facili cambi d’uso che rendono la città ostile, dove crescono le disuguaglianze, l’espulsione dei ceti fragili e meno abbienti, e la impoveriscono, favorendo una selezione negativa delle funzioni, la rincorsa dei grandi eventi (olimpiadi, giubilei…). Come contrastare queste tendenze? Certo con la mobilitazione dei cittadini. Ma poi si potrebbe imporre la ridistribuzione del valore catturato dalla rendita, la difesa dei vuoti urbani per lasciarli vuoti a fini sociali e ambientali, e soprattutto la questione della decadenza dei diritti edificatori, che non sono connaturati alla proprietà e non possono essere “conservati” all’infinito. Antonio Longo, Politecnico di Milano L’appello contro il Decreto SalvaMilano è nato dall’iniziativa di un gruppo di persone, in parallelo con un appello proposto dal giornalista Barbacetto, lo stesso che in questi giorni ha lanciato l’allarme sulla “riforma” della Corte dei Conti approvata il 27 dicembre 2025 il cui effetto sarà di rendere immuni gli amministratori milanesi accusati di abusi edilizi e falso dal pagamento di danni erariali milionari causati non facendo versare i giusti oneri ai costruttori. La mobilitazione contro il progetto di legge del centrodestra nasce dalla constatazione del deperimento della città di Milano, che mostra brillanti isole di crescita in un lago di depressione, dove crescono la disuguaglianza, la difficoltà di accesso all’abitare e l’espulsione delle popolazioni meno abbienti dalla città. Ormai della questione ambientale non si parla più, perché richiederebbe uno sguardo di scala metropolitana. Eppure a Milano di Piani regolatori se ne sono fatti, persino troppi. Moratti, Pisapia, Sala: si sono fatti e approvati e poi rifatti ogni cinque anni circa. Ma lo sviluppo della città non ha affatto seguito quei piani, ha preso altre strade. Sotto lo slogan della rigenerazione urbana si è attuata una sostituzione edilizia, rinunciando a una visione e a un progetto pubblico di cambiamento della città. E producendo un paradosso: oggi ci sono i fondi per la valorizzazione ma mancano le aree disponibili, nel comune di Milano sono finite; così per la riforestazione, ci sono i soldi e gli alberi nei vivai, non c’è terreno disponibile dove piantarli. Inoltre, si è prodotta una mutazione nella pubblica amministrazione, che ha subìto una straordinaria frammentazione rendendo quasi automatica la collaborazione con i soggetti privati. Un esempio? La manutenzione ordinaria, come quella di strade e marciapiedi, diventa straordinaria e viene appaltata. Gli operatori privati spesso fanno lavori abborracciati, diminuiscono le caditoie, l’acqua stagna, l’asfalto si buca, ed ecco i problemi di decoro e la nuova emergenza. Anche per questo si pensa ora di sostituire il basolato di pietra con l’asfalto; peccato però che le strade con le pietre assorbono la pioggia, l’asfalto no e il ciclo emergenziale ricomincia, ma poiché i ciclisti a Milano sono molti, la sostituzione viene appoggiata persino dagli ambientalisti. Milano affida in concessione ai privati molti servizi, le piscine per esempio. Per trent’anni. Così cambiano il senso e la gestione dei servizi pubblici, che diventano nei fatti privati. Le piscine “a uso pubblico” non rispondono più ai bisogni del tempo libero, ma una diversa logica di mercato e di sport che non si preoccupa più di essere accessibile e popolare. Questo apprezzamento per il privato a scapito del progetto pubblico ha ricadute anche sulle scelte strategiche: a Milano le linee della metropolitana non escono dai confini comunali, e ciò accade nonostante la scala metropolitana del pendolarismo. Lo stesso vale per il tema ambientale, ma l’area vasta non entra mai nel discorso pubblico. Alla rendita finanziaria interessa solo il cuore della città. Che fare? La questione è squisitamente politica. Bisogna ricominciare a tenere in evidenza la dimensione pubblica, ricostruire l’affidabilità che ha perso delegando funzioni e scelte ai privati. Serve una nuova cultura, una nuova desiderabilità urbana. Un’idea di città. Lucia Tozzi, giornalista e ricercatrice Milano è in forte trasformazione persino ora. La vendita dello Stadio di San Siro, lo sgombero del Centro sociale Leoncavallo (come a Torino di Askatasuna) parlano chiaro. Il divario tra narrazione e realtà è in atto da tempo: avviato con Expo 2015, proseguito per la candidatura alle Olimpiadi invernali nel 2018, nel 2023 ha raggiunto il culmine. La disinvoltura della classe dirigente e il suo atteggiamento predatorio è talmente evidente che ha iniziato a palesarsi un diffuso dissenso, acuito dalla questione abitativa. Ora che le Olimpiadi sono cominciate, è chiaro che i finanziamenti pubblici e privati non hanno mantenuto le loro promesse: opere non finite, dissesti ambientali, alti extracosti, b&b semivuoti, vendita di biglietti al minimo, tanto che a Milano ora si teme che gli investitori tornino a puntare su Roma o su altre città, magari medio-piccole. Si è puntato a fare di Milano la città dei ricchi: è persino circolato uno studio, pompato dai giornali, che segnalava come in città il 10% della popolazione fosse milionaria, una cifra impossibile, salvo, a ben vedere, che il preteso studio era stato redatto da una società che vende passaporti ai milionari, per aumentare il proprio giro di affari. A favore della narrazione sulla città dei ricchi si è messa da parte la già discutibile retorica della “Città dei 15 minuti”, le strategie partecipative avviate allo scopo, l’urbanistica “tattica”: basta Green Deal, ora si punta sul lusso. Intanto si sono svenduti e privatizzati, in modo miope e solo per “far cassa”, gli scali ferroviari, aree strategiche nella penuria milanese di grandi vuoti urbani, semi centrali, che pure serviranno e bisognerà ricomprarli, ma nel frattempo i costi si saranno alzati, se non raddoppiati. La finanziarizzazione rende astratte le aree, ma le ricadute sulla città sono drammaticamente reali e tangibili. E’ dunque fondamentale difendere i territori, porre ostacoli materiali a questa onda. E sì, lottare anche contro la trasformazione normativa. La prima azione dell’economia finanziaria è la modifica delle leggi per rendere legale quel che oggi è illegale. Walter Tocci, Roma Ricerca Roma Chi sono oggi i ricchi? Chi è l’immobiliarista? Il presidente degli Stati Uniti, Trump, è un immobiliarista. La nuova concezione della diplomazia americana vede gli interessi dei suoi clan nelle mani dei suoi uomini, Witkoff e Kushner, che controllano tutti i dossier più importanti, dal Medio Oriente all’Ucraina, alle relazioni con Russia e Cina, all’accaparramento delle terre rare, ma la voce più importante dei dossier è la rendita fondiaria, fatto ormai accettato senza scandalo. Anni fa l’immobiliarista era disprezzato, considerato un approfittatore, qui a Roma chiamato “palazzinaro”. Ora è a capo dell’impero. “Roma moderna” di Italo Insolera ha accompagnato tutte le mobilitazioni cittadine dagli anni ’60. Se sorgesse un nuovo movimento, il libro di riferimento sarebbe quello di Barbara Pizzo, “Vivere o morire di rendita”. Nel dopoguerra è stato il cinema a farci capire cos’era la rendita fondiaria, da “L’onorevole Angelina” di Luigi Zampa, a “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, fino a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi. Il cinema e la letteratura: su tutti, Calvino con “La speculazione edilizia”. Contro la speculazione edilizia, contro il potere della rendita e la corruzione politica, il PCI negli anni ’70 e ’80 ha fatto grandi battaglie; indimenticabile quel “A’ Fra, che te serve” detto dal costruttore Caltagirone all’uomo di Andreotti, Franco Evangelisti, ripreso dai manifesti attacchinati in tutta la città. Del resto, già negli anni ’60 il blocco edilizio affossò la proposta di legge Sullo che voleva espropriare preventivamente le aree da trasformare, spostando il probabile profitto alle casse dello Stato invece di lasciarlo ai palazzinari. Anche su questo conflitto si è rischiato il colpo di stato, il Piano Solo. È poi degli anni ’80 la prima finanziarizzazione: i finanzieri (Romagnoli con Acqua Marcia, Cabassi a Torre Spaccata, Ligresti e Caltagirone) avevano un portfolio di aree di tutto rispetto. Del resto, Berlusconi stesso ha dichiarato più volte che Milano 2 è stata “l’accumulazione originaria” da cui ha creato il gigante Mediaset. Negli anni ’90 ecco il Fondo finanziario “spersonalizzato”, che mira non solo alla costruzione ma anche alla gestione del costruito. Si ritirano dal capitalismo industriale classico le grandi famiglie (Agnelli, Pirelli, Falk, Tronchetti Provera …) e si trasformano. Qui è cominciato il declino italiano, aggravato poi dalla crisi bancaria degli anni ’10 del 2000, prodotta dall’afflosciarsi della bolla immobiliare americana che ha generato enormi debiti bancari. Anche oggi il capitalismo ha la sua forza nella rendita, nel giocare con gli elementi di monopolio. Tre fondi di investimento (BlackRock, Vanguard, State Street) controllano l’80% delle azioni nel mondo. In questo scenario si è realizzato il naufragio del discorso pubblico. Non è più necessario corrompere o minacciare golpe, la rendita sta vincendo anche se non tutti l’hanno capito. Non siamo più capaci di aprire un discorso o una rivendicazione se non c’è un magistrato che indaga. Eppure, anche se a Milano non ci fosse stata alcuna mazzetta sull’urbanistica, la questione sarebbe tuttavia gravissima. È comunque quello l’humus in cui alligna la corruzione e la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico. Quella prodotta dalla rendita è una ricchezza che non ha alcun merito. Basta vedere cosa è successo a Bufalotta: la rendita è stata del 106% rispetto ai costi di costruzione, ma il costruttore ha versato in oneri appena il 6%, molto meno di quanto paga di tasse un operaio. Insieme alla rendita è cambiato anche l’immobiliarista. Oggi la rendita pura estrae valore e lo rende astratto, così il rentier entra in politica, Berlusconi prima, Trump poi, insegnano. Nei prossimi anni probabilmente vedremo un quarto tipo di rendita, quella militare che si è già affacciata con i rendering sulla ricostruzione di Gaza, sfruttando gli scenari di guerra come praterie da mettere a reddito. Oggi i palazzinari sono già capi di stato. Maria Kaika, Università di Amsterdam (traduzione dall’inglese – ndr) La ricerca che ho condotto con Luca Ruggero, su 150 anni di storia della Bicocca di Milano, ci spinge a riconsiderare le nostre analisi sulla finanziarizzazione come mero prodotto di alta finanza delle élite globali, per ricondurne le dinamiche ai conflitti di classe che hanno attraversato l’ultimo secolo: lotte per il territorio che sono all’origine anche della recente transizione al capitalismo finanziario. Il caso Pirelli-Bicocca ritrae infatti la rendita finanziaria come processo “vivo”, non astratto, radicato nella storia locale dei conflitti sociali per contrastare i quali la rendita si è inserita nei circuiti del capitale globale. Partendo dall’élite locale di operai e imprenditori dell’industria milanese, lo studio ci ha permesso di osservare da un lato la lunga mutazione del capitale produttivo in asset della rendita speculativa, dall’altro il ruolo attivo, non passivo, svolto dalla classe lavoratrice in questa ristrutturazione: un ruolo da protagonista che tutt’oggi conserva. Si nota in particolare come, dagli anni ’80, la mutazione avvenga non per la pressione della finanza globale, ma per la ricerca delle élite locali di nuove forme di accumulazione capitalistica, evidenziando quindi quanto i vecchi terreni a destinazione industriale non siano mai stati davvero un asset “improduttivo” ma un fattore complesso, spesso contraddittorio, del conflitto capitale-lavoro. Quando nasce nel 1872, la Pirelli impiega 55 operai. La storia delle origini è segnata dall’arrivo della prima manodopera dalle campagne, dai Moti di Milano del 1889. Nel 1906 Pirelli acquista gli oltre 220.000 metri quadri dell’area Bicocca: chiama gli architetti, vuole rendere la fabbrica uno spazio accogliente per i lavoratori, la dota di servizi. Mentre la forza lavoro sale a 3.700 operai, nel 1922 la retorica “corporativa” del regime fascista impone a Pirelli la costruzione del Borgo Pirelli: un nuovo spazio industriale che gli operai iniziano a riconoscere, dentro e fuori la fabbrica, come luogo proprio; un radicamento nel territorio, materiale e simbolico, che partecipa alla formazione della coscienza di classe e trasforma la fabbrica in un centro della Resistenza partigiana. Sono 186 gli operai arrestati per gli scioperi del 1944, 171 inviati ai campi di concentramento, e sono gli operai a gestire la produzione fino al rientro dei Pirelli dalla Svizzera nel 1946. Dopo la guerra la fabbrica, coi suoi 12.000 lavoratori, diventa una roccaforte del movimento operaio, un laboratorio di lotte che negli anni ’60 e ’70 si conquista il nome di “Stalingrado” d’Italia. Con gli “Anni di Piombo” e la radicalizzazione del conflitto nei reparti, inizia la delocalizzazione in unità più piccole, disperse, flessibili, e con gli anni ’80, la proprietà comincia a proporre Bicocca come futuro Polo “Technocity”. Nel 1991 le aree dismesse in Bicocca sono iscritte a bilancio: un capitale sino allora improduttivo diventa un asset che ne triplica il valore, e mentre perde il controllo del ramo industriale, nasce Pirelli Real estate. La famiglia così non solo sopravvive alla crisi mondiale del manifatturiero, ma avvia la metamorfosi che la guiderà all’high tech post-fordista, poi al capitale finanziario. Abbandonato il progetto Technocity, Bicocca è oggi un quartiere residenziale, polo di cultura, commercio e innovazione, la versione “decaffeinata” della vecchia periferia, espropriata agli operai e “rigenerata”. Oggi con il benestare delle istituzioni che ne hanno facilitato la trasformazione urbanistica e funzionale, il core business Pirelli è diventato la rendita urbana finanziarizzata. Barbara Pizzo, Sapienza Università di Roma, Roma Ricerca Roma La questione della rendita e della speculazione immobiliare non ha travolto solo Milano, ma anche Roma e tante altre città. Se si confrontano la relazione di Walter Tocci, che ci ha offerto un panorama ad ampio raggio, e quella di Maria Kaika, che si è concentrata su Milano con una rigorosa ricostruzione del caso Bicocca in una prospettiva di geografia urbana e di storia del lavoro, risulta evidente come la rendita fondiaria, lungi dall’essere un elemento marginale o “improduttivo” dell’economia, sia divenuta centrale nel capitalismo contemporaneo. Il principale meccanismo di riproduzione capitalistica oggi è un processo che ha profonde radici nel passato, tanto che, per entrambi, quelli che potrebbero apparire come sviluppi puramente economici sono in realtà profondamente politici, implicando conflitto di classe, complicità dello Stato e lo smantellamento deliberato di precedenti assetti sociali. Chi non ricorda l’invettiva del ’74 di Agnelli contro i rentiers che chiamò “gruppi sociali improduttivi”? Eppure, anche i grandi imprenditori industriali si sono comportati da rentier. Tocci spazia dalla Roma del Dopoguerra fino ai progetti sulla Nuova Gaza. Kaika fa l’opposto, analizza una situazione particolarissima. Se per Tocci l’operaio è vittima dei rentiers, per Kaika la coscienza di classe dei lavoratori è radicata nello spazio, e lì si esprime. Se per Tocci il motore della rendita è la polarizzazione finanziaria guidata dai rentiers capi di stato, per Kaika è già parte della vecchia strategia industriale: non quindi una nuova invenzione ma una mutazione. La storia sarebbe potuta andare diversamente. Ognuno di questi approcci ci aiuta a capire meglio e a prendere posizione. Le diverse forme di rendita, infatti, convivono e si manifestano alle diverse scale, e non possiamo comprendere la finanziarizzazione separatamente dalla rendita urbana, che implica uso del suolo e trasformazioni urbane. Gli assetti territoriali sono assetti sociali. Anche oggi ci sono urbanisti critici e ci sono istanze di “classi subalterne” espropriate di diritti che spesso non hanno mai avuto: agenti storici, non passivi, di trasformazione che esprimono, e agiscono, secondo una coscienza radicata nel territorio; una agency al lavoro che chiarisce che la finanziarizzazione non è solo il prodotto “astratto” delle logiche delle élite globali, lontane dai nostri ambienti di vita, ma di scelte “concrete” vicine a noi, il che apre alla possibilità di riconoscere e contestare i connessi atti di espropriazione. Ricordando, come ho provato a spiegare nel mio lavoro, che bisognerebbe intervenire non solo “a valle”, ma anche “a monte”, del processo di produzione di rendita e di estrazione del valore, diventa essenziale il riferimento al contrasto alle modifiche legislative se queste sono orientate a “facilitare” le trasformazioni di tale natura – come le nuove Norme Tecniche del Piano Regolatore di Roma, uno dei più gravi errori che si stanno compiendo in questa consiliatura. Filippo Celata, Sapienza Università di Roma, Roma Ricerca Roma La vera posta in gioco è la regolazione delle funzioni della città. Un esempio? Nella nuova progettazione dell’area dei Mercati Generali, qualcuno ci spieghi qual è la necessità della città per realizzare proprio in quella zona uno studentato. Di cosa c’è bisogno invece in quella parte della città? Nell’interesse di chi si vuole costruire? Questa è la sfida più complicata e vitale oggi. 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March 22, 2026
Roma Ricerca Roma
Il Paese che non si guarda allo specchio
Italia, anno 2025. Tra le magrissime misure di sostegno al lavoro di cura che fa girare il mondo e permette al capitale di continuare a fare profitti, la manovra di bilancio del governo Meloni rilancia un “bonus mamme”: una prestazione che mira a offrire qualche spicciolo alle lavoratrici – o piuttosto alle lavoratrici che hanno anche un lavoro remunerato fuori casa – con due o più figliɜ. Per un paradosso che è tale solo in apparenza – benvenutɜ nel capitalismo razziale e patriarcale! – sono escluse dalla misura le lavoratrici domestiche, alle quali peraltro non spetta quasi nessuna delle prestazioni e delle tutele legali connesse alla genitorialità. In larga parte migranti e razzializzate, le lavoratrici domestiche che si prendono cura delle famiglie altrui restano così escluse dalle poche forme di protezione e riconoscimento del lavoro di cura nei confronti dei propri affetti. Dentro lo stesso orizzonte normativo in cui la matrice razzista e eteronormativa del diritto si incontrano, le relazioni di cura e di affetto delle persone lgbtgia+ mancano crudelmente di riconoscimento non solo o non tanto simbolico ma anche e soprattutto materiale. Se la legge sulle unioni civili ha permesso a qualche persona gay e lesbica di accedere a un minimo di tutela di una delle loro relazioni di cura e affetto (pensiamo ad esempio ai congedi sul lavoro per assistere l* coniuge), restano privi di diritti gli altri rapporti che moltɜ di noi intrattengono con altrɜ adultɜ (amichɜ, amantɜ, “ex”, etc.) e bambinɜ. > Ma questa assenza di riconoscimento materiale e di protezione legale delle > relazioni di cura, affetto e solidarietà non riguarda soltanto le persone > lgbtgia+. Anche le costellazioni relazionali delle persone etero eccedono > ampiamente il modello della coppia coniugale e della famiglia nucleare. Al tempo stesso le oppressioni riproduttive vissute in Italia dalle persone – etero o no – razzializzate e/o sottoposte al sistema delle frontiere e dei documenti e alla negazione della cittadinanza sono enormi: l’esclusione delle lavoratrici domestiche dalla protezione della maternità non ne è che un esempio. Questo stato di cose è radicato non solo nel diritto di famiglia, ma anche in quello del lavoro, del welfare e dell’immigrazione. In questi ambiti viene assunto come norma un modello di famiglia nucleare, eterosessuale, bianca e cittadina, e l’intero impianto è costruito affinché onori e, soprattutto, oneri del lavoro di cura ricadano sui coniugi o su l* genitore (preferibilmente assegnatɜ donna), chiamatɜ a svolgerlo gratuitamente, senza protestare e/o delegandolo a lavoratrici sottopagate, a loro volta private di diritti relazionali e riproduttivi. Le norme su immigrazione e cittadinanza, inoltre, non garantiscono alle famiglie delle persone prive di cittadinanza italiana gli stessi diritti riconosciuti ad altre; e la cura o la solidarietà tra non parenti, quando coinvolgono persone che non hanno i “documenti giusti”, sono talvolta persino oggetto di criminalizzazione. Lo stesso vale per le sex worker, le cui relazioni di cura, affetto e solidarietà possono essere criminalizzate sulla base della legge Merlin. Un simile assetto va trasformato radicalmente, a partire da un’idea di giustizia relazionale e riproduttiva queer e antirazzista. Non soltanto perché produce discriminazioni, ma perché perpetua lo sfruttamento del lavoro delle donne – soprattutto razzializzate – dentro e fuori casa, alimentando isolamento sociale, esaurimento e impoverimento di genitori, figliɜ, amicɜ e amanti che si fanno carico della cura delle proprie persone care, con effetti che ricadono sull’intera società. È per agire su questo stato di cose che è nato il Tavolo dei Legami queer nell’ambito degli Stati GenDerali Lgbtqia+ & disabilità, una rete di collettivi, associazioni e singole nata dalle mobilitazioni sul ddl Zan (2021). Agire sul diritto può sembrare un’attività poco rivoluzionaria. Ma ciò che stiamo cercando di fare è una proposta di riforma totale, radicale e radicalmente queer del diritto di famiglia, del lavoro e del welfare. Siamo in grado di immaginare – anche giuridicamente – un mondo in cui il matrimonio è solo una delle forme possibili per stabilire parentele e organizzare il lavoro di cura? Un mondo in cui si possono avere più di due genitori, in cui ci si può assentare dal lavoro (remuneratɜ!) per occuparsi di una persona cara, chiunque essa sia, in cui si può invecchiare inventando nuove parentele? Un mondo in cui il sistema delle frontiere e della cittadinanza smettano di ostacolare gli affetti (oltre che le vite in generale) delle persone che non hanno i documenti giusti? Per iniziare a concepire questa trasformazione abbiamo cominciato a mappare tutto ciò che, nelle leggi e nelle politiche italiane, incentiva, privilegia o impone un’organizzazione materiale della cura e degli affetti centrata sulla famiglia nucleare e sulla coppia. Abbiamo poi provato a immaginare che cosa dovrebbe cambiare affinché possano prosperare altre forme di parentela e di condivisione della cura non fondate né sul sangue né sulla coppia – forme che, del resto, esistono già nelle nostre vite. Il risultato provvisorio di questo lavoro di ricerca e riflessione in fieri è riassunto in un opuscolo che mettiamo a disposizione di chiunque voglia informarsi o partecipare in modi da immaginare alla riflessione su questi temi (lo potete scaricare cliccando qui). Gran parte dei materiali raccolti è stata assemblata nel giugno 2024, durante un seminario di approfondimento organizzato a Milano presso la realtà autogestita S.M.S. (Spazio Mutuo Soccorso). > Le nostre vite queer ci fanno avvertire con forza l’urgenza di queste > rivendicazioni. Crediamo però che la lotta per ottenerle coinvolga anche > persone non queer, che – come noi – hanno bisogno di nuove forme giuridiche e > di nuove reti di solidarietà per sostenere relazioni di cura e affetto > plurali, sempre più lontane dall’unico modello oggi tutelato dalla > giurisprudenza italiana. Costruire una piattaforma ampia e intersezionale sui legami d’affetto, sul lavoro di cura e sulla riproduzione sociale apre infatti la strada a una lotta materialista, non identitaria, ma non per questo neutra. Non rivendichiamo il riconoscimento di questa o quella identità o modalità di relazione, né di una specifica forma di famiglia; rivendichiamo una trasformazione delle condizioni materiali del lavoro di cura: un lavoro storicamente devalorizzato e tuttavia indispensabile alla vita, che il capitale continua a mettere a profitto riducendolo a lavoro gratuito o sottopagato. Per informazioni sul lavoro del tavolo legamiqueer@bastardi.net La copertina è di Edoardo Felici (Pride Monterotondo 2025) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Paese che non si guarda allo specchio proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
DINAMOpress
A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista”
Dopo quattro anni il blocco della destra di governo si ritrova a gestire una sua prima fuga a destra all’indomani del referendum sulla giustizia, o meglio, per il controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Il passaggio di esponenti di Lega e FdI alla nuova creatura politica di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta il sintomo più attenzionato della ristrutturazione interna alla maggioranza Meloni; ma la politica non è solo cronaca di palazzo: per quanto significativa l’apertura di un’opzione sfacciatamente zemmouriana all’interno della competizione elettorale, il dissenso che più preoccupa arriva dall’esterno della competizione partitica. Infatti, il governo Meloni indaffarato sul referendum da «depoliticizzare» davanti al pericolo sconfitta, è tamponato dai gruppi della destra extra-parlamentare traditi dall’ operato del governo sull’immigrazione, accusato della non difesa dell’identità italiana e della razza latina. Con il dibattito pubblico spianato da un decennio e più di razzismo istituzionale di destre e sinistre di governo, Casapound, Rete dei Patrioti, Veneto fronte skinhead, e Brescia ai Bresciani lanciano la sfida da destra al governo con il referendum per la legge di iniziativa popolare sulle politiche di espulsione degli stranieri. Nel farlo la destra extra-parlamentare alza la posta: non più fermo dell’immigrazione ma «remigrazione», termine gentile per promuovere la deportazione delle persone straniere. Il termine remigrazione, da cui prende il nome il comitato promotore del referendum “Remigrazione e Riconquista”, è mutuato dal vocabolario delle destre radicali europee che hanno al cuore dei propri programmi politici ideologie identitarie. Qualche avvisaglia di penetrazione di termine e tematiche in Italia si è avuta con i convegni internazionali dello scorso anno a Gallarate e Livorno, a cui hanno partecipato anche esponenti politici di Fratelli d’Italia e Lega. Il mezzo attraverso cui sdoganare nazionalismo identitario e comunitarismo – ideologie da cui nasce remigrazione – nel discorso politico è la metapolitica, intesa dall’ideologo della nuova destra francese Alain De Benoist come «formazione di un atteggiamento spirituale, diffusione di una visione del mondo e trasformazione delle mentalità collettive», necessaria per fondare le basi di un’egemonia politica identitaria attraverso la quale avanzare la propria guerra di posizione ideologica e culturale. Il metodo per raggiungere l’egemonia politica da destra avanzato da De Benoist è accolto da molti gruppi identitari della destra italiana extra-parlamentare neofascista – che sono stati e sono ancora oggi campo di formazione di quadri politici dei partiti della destra di governo – alla ricerca di quello che lo studioso Massimiliano Capra Casadio definisce un «veicolo di penetrazione a livello culturale al fine d’influenzare il panorama politico e magari occuparne alcuni spazi, o come metodologia d’intervento per capovolgere i paradigmi culturali ritenuti dominanti». PERCHÉ PRATO È UN SIMBOLO Tra i gruppi ad aver adottato la prassi come fondativa c’è il gruppo neofascista pratese Etruria 14, tra i promotori della campagna sul referendum per la deportazione degli stranieri. Parte del network diffuso di associazioni neofasciste non del tutto organiche ad aree neofasciste nazionali, l’associazione culturale è stata tra le promotrici della giornata di mobilitazione nazionale del comitato Remigrazione e Riconquista a Prato. Il capoluogo della piana è stato individuato dal comitato come «città simbolo dell’immigrazione di origine cinese e che ha visto negli anni una progressiva trasformazione in Chinatown del centro Italia» che si sostiene su «un sistema di “nuovi schiavi della moda” che tutti giustamente condannano quando riferito all’import dal sud-est asiatico, ma che viene ignorato quando capita in quella che dovrebbe essere casa nostra». Un dettaglio non secondario della narrazione è il recupero delle tematiche care alla destra sociale, con la proposta politica corporativa di una «rinnovata alleanza italiana, tra imprenditori che non riescono più a contrastare la concorrenza al ribasso della Cina e lavoratori che non vogliono accontentarsi di pietire lavori in nero e salari da fame dai nuovi padroni cinesi». È qui palese l’appropriazione del campo della destra sociale ormai abbandonato dai suoi alfieri missini e acquisito come proprio dalle frange delle destre extra-istituzionali. A dare corpo alle tesi è la riproposizione dello schematismo becero della guerra tra poveri incentivata dall’immigrazione incontrollata e la sostituzione etnica promossa da supposti agenti esterni con l’ausilio dei governi progressisti. Entrambe le ipotesi sono individuate come cause della deriva depressione morale ed economica della nazione dai fascisti della destra extra-parlamentare. > Proclami dietro i quali si nascono dettagli più che sostanziali. Individuare > in Prato la sede della manifestazione nazionale identitaria è un attacco > diretto a quella classe lavoratrice multinazionale che sostiene con i propri > corpi il sistema del made in Italy e il primato di capitale europea del > tessile; farlo nel momento storico in cui questa classe operaia multinazionale > alza la testa per rivendicare i propri diritti, è un attacco sfacciatamente > fascista ai diritti conquistati dalla classe. Per di più la convocazione del raduno squadrista nella giornata del 7 marzo è un maldestro tentativo di riscrivere la storia antifascista della città, che nello stesso giorno del 1944 pagò con la deportazione di 133 operai scesi in sciopero generale il prezzo della propria libertà di disobbedire al fascismo e all’economia di guerra. I fascisti a questo giro hanno fatto male i conti: non bastano quattro tricolori e un discorso sbandierato a favore di media a far sbiadire l’orgoglio di una classe libera, operaia, antifascista. IL PROTAGONISMO DELLA CLASSE OPERAIA MULTINAZIONALE A prendere le redini dell’iniziativa è la classe operaia multinazionale stessa con il sindacato SUDD Cobas, Comitato 25 Aprile, e Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, che hanno lanciato la mobilitazione antifascista nell’ambito di un’assemblea aperta. Ai margini si è mossa la mobilitazione dall’alto di partiti, sindacalismo confederale, e associazioni, che hanno fatto vani appelli istituzionali per l’annullamento della manifestazione neofascista. La coalizione sociale della classe operaia multinazionale e comitati antifascisti è promotrice di una mobilitazione diffusa. Centrale la rivendicazione del diritto a disobbedire a un apparato legislativo silente davanti allo sfruttamento padronale e dormiente negli sportelli per il rilascio dei permessi di soggiorno; l’orgoglio del proprio antifascismo di classe, mai domo davanti alle violenze squadriste nei picchetti ai cancelli delle fabbriche per ottenere la giornata lavorativa di otto ore nonostante i tentativi di criminalizzare lotte e dissenso dei vari decreti sicurezza, e, non da ultimo, del ddl antisemitismo. Rivendicazioni da cui emerge la chiarezza di chiamare la remigrazione per quella che è: deportazione di lavoratrici e lavoratori, proprio come successe quel 7 marzo 1944. Che questo sia un nuovo pezzo dell’attacco di oligarchi e governi fascisti dell’occidente alla classe operaia è cosa ormai nota, tanto da bastare a chiarire quanto vadano di pari passo svuotamento dello Stato di diritto dall’interno delle istituzioni e legittimazione politica dei gruppi neofascisti. > Di convesso, l’antifascismo istituzionale si è limitato a esprimere le proprie > preoccupazioni sulla tenuta della democratica e la difesa della Costituzione, > dimenticando nei propri proclami la volontà di esponenti del centrosinistra a > sostegno di Giani di aprire un CPR nella regione. Infuocati a parole i proclami di destra e sinistra istituzionale a ridosso della giornata del 7 marzo, sedati solo dalla comunicazione del commissario prefettizio – subentrato alla ex sindaca in quota PD Bugetti per accuse di corruzione – di autorizzare i presidi statici del comitato neofascista, della coalizione partitico-sindacale di centrosinistra, e di classe operaia multinazionale. Un contentino per accontentare tutti, per sedare eventuali battibecchi a ridosso di una campagna elettorale comunale nata già polarizzata. Sono le parole del comitato Remigrazione e Riconquista a riaccendere il dibattito, con l’accusa di negazione del diritto a manifestare da parte della «mafia antifascista», termine che va a definire sindacati e il tessuto socio-culturale toscano in cui resta forte l’identità antifascista della resistenza, a fronte della non autorizzazione del corteo da parte della Questura. * * La costruzione della mobilitazione antifascista dal basso passa anche per le risposte alle intimidazioni di istituzioni e destra locale occorse nella settimana, tutte sul fronte studentesco. È la studentessa Haji segnalata ai servizi sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti a un negozio di Patrizia Pepe – di cui lo stabilimento pratese è fornitore – a Firenze. Alla minaccia segue la straordinaria mobilitazione cittadina. L’assemblea pubblica tenuta in una gremita piazza Santo Spirito sottratta per un pomeriggio ai turisti, vede la partecipazione di studenti, operai e solidali da tutta la piana fiorentina, uniti lì per ribadire che la partecipazione politica non è un reato. A soffiare sul fuoco ci pensa il leghista locale Claudiu Stansel, di origine rumena e sostenitore del comitato Remigrazione e Riconquista, che ha montato una polemica per un volantino distribuito presso le scuole cittadine dov’è definito «un fatto che considero estremamente grave» l’uso del termine antifascista. PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE E RADICALE È in questo clima che si giunge all’indomani di sabato 7 marzo. Il sindacato SUDD Cobas alza la posta indicendo uno sciopero generale del distretto pratese per la giornata del 6 marzo, a riprova che la memoria dell’antifascismo vive nella classe operaia che ne pratica i valori. Il successo dello sciopero è confermato dalla capillarità del lavoro politico nelle fabbriche della «zona economica speciale» di fatto del macrolotto, dove il sistema del chiudi e riapri fa le fortune dei marchi del made in Italy. La pratica del blocco non si ferma a produzione e circolazione delle merci, ma diventa strumento di contestazione politica dei gruppi neofascisti. La conferenza stampa indetta dal SUDD Cobas in piazza Europa afferma che dove istituzioni e coalizioni partitico-associazionistiche chiuse nei giochi di palazzo non arrivano, c’è il protagonismo della classe operaia multinazionale ad affermare l’essenza operaia e antifascista del territorio. > Lo sciopero da diffuso diventa presidio operaio-cittadino permanente per > togliere con i propri corpi il terreno sotto i piedi ai gruppi neofascisti che > vogliono «deportare il 25% dei cittadini di questa città». Nelle ore che si > susseguono il presidio si riempie di solidali e operai che accorrono al > presidio lasciando immediatamente il lavoro. Le tende e i gazebo piantati in piazza Europa, ribattezzata in piazza Europa Antifascista, ospitano durante la giornata i momenti dell’iftar comunitario e l’assemblea serale. Qui emerge il filo rosso che lega la storia degli operai scesi in sciopero generale contro l’occupazione nazifascista nel 1944 e la classe operaia multinazionale di oggi. A ricordarlo è il sindacalista dei SUDD Cobas Luca Toscano: «l’unico blocco possibile al fascismo, come ottanta anni fa, viene dai lavoratori e lavoratrici» in uno dei tanti interventi tradotti in simultanea in urdu. Dal Comitato 25 Aprile arriva un monito affinché «non possiamo ritenerci libere e liberi se non combattiamo, se non lottiamo per conservare questa libertà». La notte passa tranquilla nella fredda piazza Europa Antifascista grazie all’organizzazione di operai e solidali alternatisi in turni notturni per respingere eventuali attacchi dai fascisti accorsi da tutt’Italia. Dalle prime luci dell’alba il presidio ricomincia a essere crocevia di solidali. C’è chi porta caffè e cornetti, altri si fermano solo per due chiacchiere o per curiosità prima di andare alla commemorazione istituzionale per i 133 operai antifascisti deportati nella vicina piazza delle Carceri. Con poche ore di sonno alle spalle il presidio diventa doppio: è più che mai urgente impedire che il presidio neofascista si tenga in piazza Europa Antifascista, così com’è altrettanto necessario tenere la propria presenza fin dalle prime ore del giorno in piazza Duomo, dove il sindacato SUDD Cobas, Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, e Comitato 25 Aprile, hanno indetto il presidio antifascista per il pomeriggio. I due luoghi sono altrettanto sensibili data la loro vicinanza alle principali stazioni ferroviarie. * * * * La mattinata prosegue tra il possibile sgombero del presidio di piazza Europa Antifascista e l’andirivieni di un ingente dispositivo di polizia per tutto il centro cittadino, ma l’orgoglio della classe operaia multinazionale non è soggetto a queste intimidazioni: l’urgenza di affermare il principio politico dà forza ai manifestanti. Dal presidio arrivano le prime notizie di quel che si sta raccontando sui media. Nelle piazze si ride scrollando sulle pagine instagram della stampa locale che racconta di momenti di “alta tensione” mai visti. Sulle scale della cattedrale di Santo Stefano i manifestanti leggono sulle pagine del comitato Remigrazione e Riconquista di essere parte di una rete di «poteri forti della Regione Toscana: dal presidente Eugenio Giani al vescovo di Prato, passando per ARCI, ANPI, CGIL e un pittoresco gruppo di campeggiatori “Cobas”, che hanno reclutato qualche immigrato probabilmente del tutto inconsapevole delle ragioni della scampagnata», tesi poi ripresa dal leghista Claudio Stanasel sulle pagine di Welcome to Prato – spin-off di Welcome to Favelas – «Le piazze appartengono a tutti i cittadini, non a chi prova ad appropriarsene per zittire chi la pensa diversamente. La democrazia non è una proprietà privata della sinistra. È il diritto di tutti di parlare, manifestare ed esprimersi nel rispetto delle regole.» Nella tragedia delle menzogne di social e media ci pensa l’influencer locale Zhang Keren con i suoi video a riportare l’allegria nella piazza. VECCHIE PRATICHE PER FRONTEGGIARE IL FASCISMO CONTEMPORANEO A fine mattinata arriva al presidio la notizia della prima vittoria: il presidio neofascista non si terrà né in piazza Europa, né nel centro città. A comunicarlo sono i sindacalisti del SUDD Cobas al megafono «Abbiamo una buona notizia: i fascisti oggi qui non verranno». Questa non è una semplice notizia, è l’affermazione del principio per cui le manifestazioni dei fascisti non vanno solo contestate ma impedite con l’occupazione fisiche degli spazi, con costanza e radicalità del lavoro politico; ed allo stesso tempo rottura con la pratica di un antifascismo istituzionale troppo impegnato a discostarsi moralmente con i fascisti, mentre legge dopo legge toglie agibilità politica alla classe operaia multinazionale. È dallo stesso presidio di piazza Europa Antifascista che si ribadisce il principio, espresso con riferimento alle accuse di giornalisti e classe politica locale che hanno domandato agli operai «ma la libertà degli altri a manifestare?» a cui è seguita l’unica risposta possibile da parte del sindacato SUDD Cobas: «Non esiste nessuna libertà di deportare le persone, perché fra la libertà dei fascisti di fare le deportazioni e la libertà di qualsiasi essere umano di vivere una vita degna noi sceglieremo sempre la seconda! E la difenderemo!» La seconda vittoria sta nella partecipazione alla mobilitazione. Dal camion si susseguono gli interventi di più realtà tutte unite da ideali e pratica quotidiana di un antifascismo diffuso. Interviene anche il Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN ribadendo il dato qualitativo, fondamentale per leggere la composizione sociale e politica della classe operaia multinazionale che nelle lotte del presente ritrova la propria storia: «più di uno di noi forse si stupisce del fatto che un operaio del distretto tessile che non è di origine italiana, che non è nato in questo paese, consideri la manifestazione fascista del 7 marzo un insulto alla propria storia, come se esistesse una storia della classe operaia italiana e una storia della classe operaia degli altri paesi. E invece no: esiste un’unica storia della classe. Il 7 marzo 1944 è la storia di chi oggi attraversa il distretto tessile con le proprie lotte, la storia della classe la fa la classe che lotta contro lo sfruttamento. E l’unica classe che non ha storia è la classe che rinuncia a lottare indipendentemente dal paese dov’è nata.» Mentre continua a essere scandito a piena voce il leitmotiv ininterrotto dal mattino precedente «Prato libera!», non si risparmiano le critiche a chi ha fatto «ironia sui 150 del SUDD Cobas – come se 150 fossero pochi – che hanno occupato da ieri sera piazza europea: il problema non è chi è che ha avuto la necessità di occupare quella piazza, il problema è dov’erano gli altri?!». Il riferimento è anche alla manifestazione del centrosinistra di piazza delle Carceri, dove si è svolto lo stantio ripetersi di interventi sulla difesa della Costituzione e i valori dell’antifascismo storico alla presenza del presidente della Regione Eugenio Giani, membri di spicco del centrosinistra regionale e locale, e sindacati confederali. Intervistato sulla manifestazione Giani ha dichiarato «Come faremmo noi oggi in Toscana senza quel 15% di persone che sono residenti ma non cittadini e che animano le nostre attività produttive, i nostri luoghi di lavoro, di formazione, di studio.», confermando il mero economicismo su cui si fonda il suo antirazzismo. Smorzati gli attriti tra le due piazze quando i manifestanti partiti da piazza Duomo sotto il ritmo dei tamburi della Brigata sonora GKN e diretti in piazza Europa Antifascista hanno incontrato il presidio istituzionale in piazza delle Carceri. Dall’altra parte della città, in una piazza Ciardi blindata dalle forze dell’ordine per garantire ai neofascisti per le deportazioni il proprio diritto di manifestare, i leader di Casapound e Veneto fronte skinhead alternano gli strali contro l’immigrazione incontrollata che porta degrado nelle città italiane al piagnisteo di chi aveva promesso di prendersi le piazze a tutti i costi e s’è ritrovato espulso dalla mobilitazione antifascista. Risultano ridicole le dichiarazioni sui social in cui si afferma che «Solo grazie al nostro senso di responsabilità non si sono creati disordini, ma ovviamente per colpa di queste connivenze e prevaricazioni tantissime persone hanno rinunciato a partecipare alla nostra manifestazione» alternate a dichiarazioni di vittoria contro «la mafia anti-fascista e imposto la Remigrazione come tematica politica anche nella “rossa” Toscana.». Che quella dei fascisti sia stata una sconfitta è ineccepibile. Far fede alle immagini della piazza piena è cadere nell’inganno ottico delle prospettive di chi riempie l’obiettivo giocando sul distanziamento sociale e fa lunghi cortei disponendosi in file di sette a distanza di minimo due metri l’una dall’altra. La giornata si è chiusa con l’iftar comunitario e un momento di convivialità. I sorrisi nella piazza hanno fatto da cornice ai cori della classe operaia multinazionale libera, operaia, antifascista. Nel poco spazio concesso al silenzio operai e solidali hanno confermato il proprio orgoglio di parte, ripromettendosi che non c’è dispositivo legale o provocazione fascista capace di farle piegare la testa. Nemmeno le pretestuose provocazioni classiste a mezzo stampa del giorno dopo da parte dei fascisti «se facevamo cinquanta chiamate a Glovo piazza Europa si sarebbe svuotata» sono bastate a piegare l’orgoglio dei rider che in piazza Europa Antifascista c’erano ma non avrebbero mai risposto alla chiamata «Perché quel giorno eravamo tutti in sciopero. Per prendervi la piazza e farvi capire che a Prato non passerete mai.» Dalle giornate di Prato emerge una pratica di convergenza che fa dell’antifascismo di classe lo strumento per delegittimare alla base le retoriche identitarie promosse dai fascisti col benestare dei padroni. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Mangiacotti SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista” proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
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L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I) Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste) accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i dominatori? Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei “files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia. Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai “files”. Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come vedremo). Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un evento, bensì una struttura. Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici – vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono, molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale, superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto «streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito «strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’, al «luddista»). Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a «residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos», denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo, sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di dominatori. Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta». Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni “filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestri e mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre “carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto. Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein sono ben poca cosa… La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato – con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino. Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli, cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una nuova ristrutturazione dei propri domìni. Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito «nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –, distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella «scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari» (un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi… Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile. Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della «comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero». Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini. Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto «repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità. Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo: sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì il destino manifesto di una nuova élite. Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein. Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è dovuta sollevare.
March 18, 2026
il Rovescio
Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura. C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite. La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva. È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco. Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione. Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio. L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali. 1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO Come opera il blocco Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.  2. CULTURA DELL’ASTENSIONE  Come opera il blocco Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali. 3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE Come opera il blocco Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali. 4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI Come opera il blocco I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa) È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti. 5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE Come opera il blocco Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma. 6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO Come opera il blocco Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione. 7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA Come opera il blocco Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale. 8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA Come opera il blocco Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere. 9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE Come opera il blocco Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica. 10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA Come opera il blocco Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti. La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra proviene da DINAMOpress.
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