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Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti
Tra il 19 e il 22 luglio del 2001, quando a Genova si contestò la riunione del G8, non avevo ancora compiuto cinque anni. Nella mia famiglia non c’era nessuno di vagamente politicizzato, nessuno che avesse amiche e amici o conoscenti che presero parte a quelle giornate, nessuno che seguisse le cronache dei telegiornali con l’attenzione angosciata di chi sa che sta succedendo qualcosa di drammatico. Eppure, sono cresciuta politicamente sapendo che quelle giornate facevano parte della mia storia anche se nessuno, per molto tempo, me le ha raccontate (e io stessa non ho mai chiesto).  Per me, la consapevolezza di ciò che era accaduto a Genova è arrivata dopo, quando ho iniziato a fare politica attiva, almeno un decennio più tardi. Nel frattempo, nei primi anni di collettivi e assemblee nella mia città, il Movimento dei Movimenti rimaneva uno spettro che si aggirava per l’Europa, o forse solo per l’Italia, o addirittura solo per Pistoia, perché ancora non riuscivo a dargli dei confini e a capire fino a dove arrivasse la sua onda lunga.  > È una condizione che sento di condividere con buona parte della mia > generazione politica: avere trent’anni e fare i conti con Genova, qualcosa che > ci precede e ci grava addosso come un macigno, senza che l’abbiamo vissuta, ma > che comunque ci riguarda. Cosa vuol dire ereditare un evento fondativo – forse il trauma fondativo del movimento di cui ci sentiamo figlie e figli – senza averne memoria diretta? Genova, per chi come me è arrivata alla politica successivamente, ha rappresentato per lungo tempo un racconto fatto da altri, sedimentato in pratiche ma soprattutto in diffidenze e silenzi. È stata un’eredità che non si poteva rifiutare, ma nemmeno maneggiare con la stessa disinvoltura di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi c’era, di chi ha visto morire Carlo Giuliani a pochi metri da sé, di chi è stato brutalmente picchiato e umiliato alla Diaz o di chi ha passato interminabili momenti sospesi, senza sapere cosa fosse successo alle persone care. A ventisei anni, ventidue dal G8, ho iniziato a fare ricerca storica sugli anni Novanta proprio per questo motivo. Anche se all’epoca forse non lo sapevo formulare con questa chiarezza, sentivo che per capire Genova, per darle davvero dei confini e non solo subirla come spettro, dovevo guardare a cosa c’era stato prima. Ho scelto di occuparmi di musica e politica di movimento negli anni Novanta, dell’evoluzione politico-culturale dei centri sociali, dei linguaggi che circolavano tra fanzine, concerti e cortei. Un decennio, quello dei Novanta, che nella vulgata post 2001 rischiava di diventare semplicemente la preistoria di Genova, l’antefatto necessario a spiegare da dove fosse uscita “quella” generazione di militanti. Ciò che invece avevo in mente fin da subito era alimentare una lettura che rovesciasse il rapporto tra le cose: evitare una storia dei movimenti teleologica che convergesse tutta verso il luglio genovese, come se gli anni Novanta non avessero una loro autonomia, una loro grammatica interna, conflitti e sconfitte che nulla dovevano a un evento che doveva ancora accadere. Quando ho iniziato a fare ricerca, ho scelto deliberatamente di fermarmi prima del 2001. Quello che mi interessava, da storica e da militante non era tanto l’analisi della sconfitta, quanto i fili rossi che non si erano spezzati. Volevo capire cosa avesse attraversato gli anni Novanta e i Duemila senza interrompersi, fino ad arrivare a me. Il G8, in questo senso, andava tenuto fuori dall’inquadratura non perché irrilevante, ma perché troppo ingombrante: rischiava di diventare l’unico punto di fuga possibile, la lente che avrebbe fatto convergere ogni traccia verso di sé. E la musica, in questa ricerca di continuità piuttosto che di rottura, si è rivelata un osservatorio privilegiato. È infatti spesso nei repertori, nei suoni e nei linguaggi che si vedono meglio le eredità che sopravvivono a una sconfitta politica, anche quando le pratiche militanti sembrano azzerarsi. Quella scelta non mi ha impedito, anni dopo, di tornare su Genova da un’altra angolazione. Recentemente mi è capitato un piccolo cortocircuito che spiega bene questa prospettiva: mentre qualche settimana fa lavoravo a una ricerca su come il G8 sia stato raccontato attraverso la musica, una persona mi ha chiesto, senza premesse, quale fosse la mia canzone preferita su Genova. Io ho risposto di getto Zeta Reticoli dei Meganoidi. Quando la stessa persona mi ha chiesto il perché della mia risposta così sicura, mi sono ritrovata a spiegare che quella canzone l’avevo ascoltata per anni prima di accorgermi che parlava del G8. L’avevo fatta mia ignara, come una canzone qualunque, molto prima di poterci riconoscere dentro l’evento che nel frattempo mi perseguitava sotto altra forma.  Ed è proprio qui che si gioca a mio avviso la differenza tra il tempo breve dell’evento e il tempo lungo della storia dei movimenti. > Genova 2001 è stata una vera cesura – nella percezione pubblica, nella > repressione, nella memoria collettiva della sinistra italiana ed europea – ma > trattarla come “anno zero” rischia di cancellare tutto ciò che l’ha preceduta: > le pratiche di autorganizzazione dei centri sociali, le culture musicali come > spazio di politicizzazione informale, i conflitti sindacali e post-sindacali, > la costruzione lenta e non lineare di un immaginario di movimento che a Genova > è arrivato già formato, che non è nato lì. Allo stesso tempo, isolare Genova come trauma originario rischia di schiacciare anche ciò che è venuto dopo: chi, come me, ha fatto politica dopo, non semplicemente nell’ombra di quell’evento, ma dentro percorsi propri, con problemi propri, che al Movimento dei Movimenti devono qualcosa ma non tutto. Fare politica oggi, a venticinque anni dal 2001, significa allora anche provare a restituire a quell’evento la sua complessità storica invece che viverlo esclusivamente come macigno identitario. Non per sminuirne la portata – che resta enorme, e che mi guarderei bene dal ridimensionare – ma per liberarlo dalla logica del trauma muto, quello che si trasmette per allusioni e non si riesce a interrogare. Studiare gli anni Novanta è stato, per me, un modo per andare a cercare le radici di quello spettro, per capire che dietro l’evento c’era già una storia, fatta di persone, pratiche e sconfitte, e che quella storia è continuata anche dopo, sia pure trasformata. Immagine di copertina di FrDr tratta da Wikimedia commons. Immagine nell’articolo: copertina e una pagina del terzo numero di Dinamoprint uscito nel 2021 e dedicato ai vent’anni di Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti proviene da DINAMOpress.
July 21, 2026
DINAMOpress
VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA. Note su agroecologia e digitale alternativo
Rilanciamo da https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/06/12/via-contadina-o-via-cibernetica/ Per richiedere copie: terraeliberta@inventati.org   VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA Note su agroecologia e digitale alternativo La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo.   Introduzione Nell’aprile 2025, il Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC) pubblica un testo di posizionamento intitolato “Le sfide che la digitalizzazione pone all’agroecologia contadina”. Il testo, a margine di un’analisi approfondita, individua 25 raccomandazioni indirizzate all’UE e agli Stati membri su come regolamentare e gestire la digitalizzazione dell’agricoltura1. Il rapporto argomenta in maniera puntuale come il processo di digitalizzazione, per come si sta dispiegando nel settore agricolo, sia in contrapposizione netta ad una agricoltura contadina e agroecologica. L’ECVC cita i danni ecologici, la contaminazione delle acque e lo sfruttamento neo-coloniale necessario a reperire le materie prime per chip e sensori, così come i costi energetici astronomici del funzionamento dei data center. Il Coordinamento evidenzia come le tecnologie digitali siano pensate per le coltivazioni monoculturali su larga scala, e dunque come la loro diffusione metta a rischio i piccoli appezzamenti e la biodiversità. Inoltre gli agricoltori, indotti a delegare sempre di più a computer e macchine, rischiano di perdere la loro autonomia e i saperi tramandati nel tempo. Infine, ECVC è ben consapevole che la digitalizzazione, tutt’altro che affidata alla libera scelta dei singoli, viene di fatto imposta agli agricoltori, che vengono intrappolati in un vincolo di dipendenza tecnologica ed economica e diventano produttori di dati il cui vero scopo è alimentare i profitti di grandi aziende. Dopo una disamina così ampia e attenta, ci si aspetterebbe una posizione netta contro l’agricoltura digitale. ECVC, invece, conclude in senso esattamente opposto: la digitalizzazione «può giocare un ruolo nella creazione di un sistema alimentare giusto», e favorire la sovranità e la sicurezza alimentare. Quindi, gli Stati membri devono garantire connessioni Internet veloci per tutti, soprattutto nelle zone rurali, e promuovere l’educazione al digitale senza lasciare nessuno indietro. Ora, se la maggior parte della propaganda a favore della digitalizzazione dell’agricoltura si basa su omissioni plateali dei suoi costi e delle sue conseguenze – ignorando ad esempio gli aspetti ambientali ed energetici –, non si può certo dire la stessa cosa di questo documento. ECVC passa in rassegna in modo convincente e preciso molti dei motivi per cui sarebbe necessario opporsi alla digitalizzazione, ma poi, con un colpo di scena poco adatto ai deboli di cuore, finisce per difenderla – a patto che sia una digitalizzazione diversa. Questo testo offre dunque un’ottima opportunità per criticare non tanto l’ECVC, quanto una più ampia tendenza, purtroppo non rara e non recente nel mondo “alternativo”, che mobilita i contenuti della critica al complesso tecnologico-scientifico-industriale non per minarne le fondamenta ma per legittimarlo. Lontani sono i tempi in cui, anche tra le file dei movimenti sociali, si potevano riporre speranze nel potenziale liberatore della rete. Controllato ormai da pochi miliardari con ambizioni sempre più apertamente reazionarie, e piegato alle esigenze della speculazione finanziaria, il mondo digitale ha rivelato anche agli osservatori più distratti il suo ruolo di controllo, repressione, sfruttamento. A protendersi verso l’agricoltura sono le mani sporche di sangue delle aziende che hanno sorvegliato e massacrato il popolo palestinese, e l’hanno fatto con le stesse tecnologie che ora vogliono imporre ai contadini. Il testo dell’ECVC però dimostra che non è necessario negare la realtà, è sufficiente non trarne le dovute conseguenze. Se il digitale così com’è si rivela irrimediabilmente segnato dalla sua collusione con gli interessi dei capitalisti e può esacerbare le disuguaglianze sociali – sostiene ECVC –, un digitale alternativo adeguatamente regolato potrebbe garantire tutti i benefici di maggiore efficienza evitando le conseguenze negative a livello agricolo, sociale, ambientale. Questa è la tesi di fondo di ECVC, ed è su questa tesi che vogliamo concentrarci. Per farlo, ci sembra utile separarla nelle sue quattro componenti principali, che rimangono implicite nell’argomentazione ma ne sottendono tutto l’impianto. Affinché la digitalizzazione auspicata da ECVC possa essere una alternativa sostanziale alla digitalizzazione reale guidata dalle corporation, allora 1) la digitalizzazione alternativa deve evitare gli impatti negativi sugli agricoltori in termini di autonomia, biodiversità, sorveglianza; 2) la digitalizzazione alternativa deve evitare o ridurre drasticamente l’impatto ecologico e sociale; 3) gli Stati devono poter regolamentare e controllare la digitalizzazione sottraendola al potere delle corporation e rendendola aderente agli interessi dei loro elettori; 4) la digitalizzazione alternativa deve produrre dei benefici reali. Una premessa sul concetto di agroecologia Prima di entrare nel vivo, ci sembre utile fare una premessa sul concetto di agroecologia: ad oggi, non esiste una definizione unanime – e anche per questo il termine si presta a una certa ambiguità. Ciascun attore fa riferimento a una propria definizione di agroecologia; tendenzialmente, tuttavia, queste sono accomunate da alcuni elementi chiave: una scienza degli ecosistemi agricoli (l’applicazione di concetti e principi ecologici ai sistemi agricoli); pratiche rispettose di tutte le componenti dell’ambiente; un movimento sociale a difesa di sistemi agricoli e alimentari sostenibili ed equi. Inoltre, se per alcuni attori l’agroecologia è intrinsecamente incompatibile con l’agroindustria, altri – in particolare quelli istituzionali – ne sostengono la piena compatibilità con un’agricoltura industriale riformata. Dal nostro punto di vista, perché quello di agroecologia possa essere un concetto significativo attorno al quale si possa coagulare un movimento di resistenza all’espropriazione dell’autonomia contadina, è cruciale porsi il problema di quali tecnologie sono concretamente compatibili con questo obiettivo e quali no. Un’agroecologia autentica non può che essere luddista, riprendendo un filo storico di resistenza attiva al processo di espropriazione del controllo sulle proprie condizioni di esistenza da parte dell’industria, e accettando solo le tecniche realmente conviviali – che accrescono cioè l’autonomia di individui e comunità anziché minacciarla. 1. Può una digitalizzazione alternativa evitare le conseguenze negative sugli agricoltori? L’idea centrale sostenuta da ECVC è che, se è pur vero che la digitalizzazione reale (quella che sta effettivamente avvenendo su scala globale) dell’agricoltura mette a rischio l’autonomia dei contadini, esista una digitalizzazione agricola alternativa che invece la preserverebbe. Questa digitalizzazione alternativa ha come cardini la trasparenza degli algoritmi (l’uso di software open source), il controllo dei dati da parte di chi li produce, e l’uso di strumenti digitali progettati dal basso e riparabili localmente. 1.1 Algoritmi trasparenti La possibilità di integrare vaste quantità di dati eterogenei è oggi tipicamente affidata ad algoritmi che fanno riferimento al campo del machine learning (ML), una branca dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi possono “imparare” dai dati. Ovviamente la digitalizzazione ricopre un insieme di tecnologie ben più vasto, ma questi sono gli strumenti più promettenti se l’obiettivo è quello di utilizzare i dati per «ottimizzare le pratiche agricole» e aumentare l’«efficienza» del lavoro agricolo (obiettivi che ECVC non sembra mettere in discussione), dunque ci concentreremo brevemente su questo.  Nel caso di quella che viene comunemente chiamata intelligenza artificiale ai giorni nostri, ovvero il cosiddetto deep learning basato su reti neurali, l’apertura è impossibile. Quando uno di questi sistemi “prende una decisione”, infatti, è impossibile risalire al perché. Si tratta del “problema della scatola nera” (black box problem)2: nemmeno i programmatori dell’algoritmo possono risalire, una volta che il sistema è stato addestrato, al motivo per cui produce un certo risultato. L’apertura del codice sorgente, in questo caso, aumenta ben poco la trasparenza delle decisioni. Si obietterà che esistono algoritmi di ML più semplici e più trasparenti del deep learning, ed è sicuramente vero. Ma prendiamo l’esempio di un decision tree (“albero di decisione”), un semplice algoritmo di ML tra i più interpretabili. Per ogni decisione presa dall’algoritmo, è possibile ripercorrere l’albero delle decisioni e capire quali aspetti dei dati hanno condotto al risultato. Ma il costo di tale trasparenza è che un algoritmo così semplice non è in grado di analizzare vaste quantità di dati complessi come ad esempio le immagini satellitari. Ipotizzando anche che fosse adatto alle esigenze, il pieno controllo operativo sul funzionamento di un tale algoritmo richiede competenze che non è pensabile diventino di dominio comune. L’addestramento di un decision tree, per quanto elementare rispetto agli algoritmi di deep learning, richiede comunque vari accorgimenti per evitare l’eccessivo adattamento ai dati di addestramento: per usarlo in maniera autonoma è necessaria una comprensione dettagliata dell’algoritmo e dei suoi vari parametri che poggi su basi di statistica e informatica. È quindi probabile che nella maggior parte dei casi l’agricoltore riceva dei risultati dall’analisi dei dati dei quali non padroneggia la genesi, e che non è in grado di verificare o correggere autonomamente. Anche laddove gli algoritmi siano “aperti”, dunque, l’agricoltore cede una parte della sua autonomia decisionale sulle proprie pratiche a un processo che è fuori dal suo controllo. Ovviamente, anche nel rendere le decisioni in campo dipendenti dalle previsioni meteorologiche gli agricoltori basano la loro attività su analisi di dati che non controllano. L’utilizzo di algoritmi predittivi però aumenta la delega a strumenti opachi, e va nella direzione opposta rispetto alla difesa dell’autonomia dei contadini.  Detto in altre parole, la riduzione degli agricoltori a operatori di macchine guidati non dal loro sapere ma dalle decisioni degli algoritmi non dipende dalla maggiore o minore trasparenza del codice sorgente. L’approccio di fondo della digitalizzazione – che quantifica il mondo per farlo elaborare ai computer sottraendolo alle menti umane nella ricerca di sempre maggiore efficienza – non viene minimamente intaccato dalla trasparenza degli algoritmi utilizzati. Il contadino delega comunque il suo potere, semplicemente lo delega agli sviluppatori di software libero piuttosto che alle Big Tech. 1.2 Controllo dei dati Per garantire una digitalizzazione compatibile con l’autonomia dei contadini, sarebbe inoltre necessario secondo ECVC assicurare agli agricoltori il «controllo sui dati» e il «giusto accesso ai profitti». Da un punto di vista di controllo “informazionale”, i dati generati dalla digitalizzazione sono dati che non sono fatti per essere elaborati dalla mente umana ma dalle macchine, ovvero dati che, senza l’utilizzo degli algoritmi di cui sopra, sono del tutto inutili. Per mole e struttura non possono essere interpretati dagli umani senza il ricorso ad algoritmi statistici più o meno sofisticati. Da un punto di vista di controllo “materiale”, l’efficienza degli algoritmi di addestramento richiede la raccolta di grandi quantità di dati, che difficilmente potrebbero essere archiviati direttamente dagli agricoltori in server autogestiti. In ogni caso, la gestione di flussi di dati in tempo reale e la loro archiviazione non potrebbero essere fatte dagli agricoltori stessi, salvo immaginare un futuro di agricoltori-ingegneri. Quindi, più che di reale controllo, al massimo potrebbe essere riconosciuta agli agricoltori una proprietà formale dei loro dati, ovvero un ritorno economico invocato dall’ECVC come «giusto accesso ai profitti». Ovvero: i dati sono materialmente gestiti da altri, interpretati esclusivamente dalle macchine, utilizzati per generare una economia dei dati, e parte dei profitti verrebbe redistribuita ai produttori di dati. Alla faccia del “controllo”. 1.3 Progettazione dal basso di strumenti riparabili L’altro elemento di novità del “digitale agroecologico” sarebbe la possibilità per i contadini di contribuire allo sviluppo di strumenti open source pensati per le loro esigenze e che siano economici, adattabili, e riparabili dai contadini stessi. Ma cosa vuol dire strumenti digitali riparabili dai contadini stessi? Se ci si trovasse di fronte a un malfunzionamento a livello del software, solo un ingegnere informatico con competenze in analisi dati potrebbe intervenire a correggere errori nel codice sorgente o – come accennavamo prima – modificare l’addestramento dell’algoritmo. Dal lato dell’hardware, invece, praticamente tutti i dispositivi digitali, anche quelli con prestazioni relativamente modeste, si basano su componenti – come i microchip – dal processo produttivo incredibilmente complesso, come vedremo a proposito del suo impatto ecologico: solo pochi grandi gruppi industriali possono essere in possesso delle risorse economiche e tecnologiche necessarie a produrli. L’eventuale riparabilità non potrebbe quindi che ridursi alla possibilità di aprire i dispositivi per sostituirne i vari componenti, prospettiva che potrebbe forse portare un certo risparmio economico, ma che sarebbe lontana dal rompere la dipendenza nei confronti dell’industria. 2. Può una digitalizzazione alternativa evitare conseguenze negative sull’ambiente? 2.1 Biodiversità, monocolture e standardizzazione «Bisogna creare standard per tutto, perché la standardizzazione dei dati che compongono la società e l’essere umano è l’unico modo per garantire la piena applicazione della tecnica e, allo stesso tempo, assicurarne l’universalizzazione»3. Queste parole, scritte da Jacques Ellul in un’epoca dove il digitale non si era ancora propagato a livello sociale, sono rivelatrici di quanto si sta affermando anche in agricoltura. La meccanizzazione delle campagne messa in atto dopo la Seconda Guerra mondiale ha avuto come conseguenze certamente l’aumento delle dimensioni delle aziende agricole e la diminuzione del numero di contadini, ma ha determinato anche una semplificazione dell’ambiente coltivato. Ci si avviava così verso un mondo tecnologicamente fuori misura, costituito da attrezzature specializzate inapplicabili al mondo contadino che si voleva soppiantare. Un nuovo mondo che fu tanto distruttivo per le attività umane quanto per l’ambiente agricolo, e che ha posto le basi per un progressivo impoverimento della biodiversità e de facto per una standardizzazione dell’agricoltura (basti pensare alla spinta offerta dalla genetica agraria nel selezionare piante omogenee e adatte alle operazioni colturali meccaniche). A differenza di questa meccanizzazione, di cui l’agroecologia ha saputo criticare con fermezza i limiti sviluppando talvolta anche delle tecniche alternative, la rivoluzione digitale sembra essere considerata in qualche forma utile per l’agricoltura contadina. L’assunto di base è che, nonostante le escrezioni tossiche dell’agricoltura smart, lo sviluppo di tali tecnologie sia di indiscusso interesse per il mantenimento e lo sviluppo della biodiversità in agroecologia. La gestione tecnocratica e accentratrice delle tecnologie legate all’agricoltura 4.0 viene in gran parte vista, giustamente, come un ulteriore tassello dell’industrializzazione dell’agricoltura che non fa altro che sviluppare le monocolture, l’omogeneità negli approcci al vivente e un’elevata meccanizzazione. E allora in che modo queste tecnologie, tra le tante funzioni, risulterebbero dei moltiplicatori di approcci agroecologici? Non sono piuttosto degli ostacoli a dei processi di conoscenza e gestione dell’agrobiodiversità? Uno degli assunti di queste tecnologie è che sarebbero così precise da poter “scansionare” l’intera componente biotica e abiotica dell’agroecosistema. Un’evoluzione dell’agricoltura di precisione che grazie allo sviluppo dell’Internet delle cose e dell’intelligenza artificiale porterebbe informazioni utili circa gli interventi nell’agroecosistema. Ma quali output ci forniscono le applicazioni smart in un contesto, quello agroecologico, che cerca di seguire il sentiero, non certo sempre facile, della diversificazione dell’ambiente agricolo? Non solo la complessità del vivente è difficile da quantificare e convertire in dati (presupposto necessario per l’informatizzazione delle campagne), ma la coltivazione stessa, quando realizzata su piccola scala, basata sull’intreccio di consociazione delle colture, su continue rotazioni, con campi coltivati interrotti dalla biodiversità naturale, necessiterebbe di tecnologie digitali molto specializzate e quindi costose. Di fatto l’agricoltura smart, in questo contesto, produrrebbe dei dati molto eterogenei, spesso non rappresentativi e difficili da interpretare. Infatti non è un caso che l’agricoltura digitale che più si è affermata sul mercato sia quella che ben si adatta ad un tipo di azienda che presenta un processo lineare, omogeneo e standard e che ha sostituito passo dopo passo il rapporto con la terra. Pensiamo a questo proposito alla raccolta automatizzata della frutta ad opera di robot che per poter operare necessita di un frutteto a spalliera disposto quindi su filari uniformi. Ma proviamo ad entrare un po’ più nello specifico. Considerando le tecnologie dell’informazione come un sistema di tecnologie, che va ad esempio dai sensori per il rilevamento dei parametri fisici del terreno, all’uso dei droni per i rilievi della vegetazione o della fertilità, e che possono appoggiarsi anche ai sistemi satellitari, l’elemento comune e centrale diventa il dato raccolto. Attraverso la misurazione dei parametri fisici, della quantità di sostanza organica, del potere riflettente delle foglie si raccolgono dei dati che un determinato contesto tecno-scientifico considera utili e necessari. Pensiamo per esempio per quanto tempo, e in certi ambienti tuttora, la fertilità del suolo sia stata equiparata esclusivamente alla concentrazione di alcuni nutrienti chimici. Un sensore che misura la quantità di azoto nel terreno fornisce sicuramente un dato legato alla produttività, dato che da solo però è riduttivo e insufficiente rispetto all’importanza di tutti gli altri fattori che non si limitano alla componente chimica del terreno, ma includono la dimensione fisica e biologica, dalla quale la fertilità chimica deriva. Ciò che si crea è quindi una rappresentazione impoverita del “reale” che non tiene conto della ricchezza che si può percepire in campagna. Se crediamo ancora che la produzione di cibo sia un’attività umana che deve restare alla portata di tutti e tutte e che la produzione industriale non abbia fatto altro che impoverire quello che mangiamo, abbiamo da moltiplicare le nostre pratiche agroecologiche e non orientarci verso pratiche mutuate dall’attività informatico-industriale. Certo, in terreni impoveriti dall’uso di diserbanti e concimi chimici e dalle continue monosuccessioni si può essere costretti ad affidarsi ai rilevatori di macroelementi, ormai ultima spiaggia per rendere ancora un po’ produttivo un terreno che si discosta molto da quella pellicola palpitante di vita che è il suolo. Ma questo non è certo il caso di ambienti ricchi di vita coltivati da persone che hanno a cuore tanto la terra sotto i nostri piedi quanto il rapporto che si crea con la natura. Queste misurazioni inoltre creano implicitamente una classificazione di terreni dove il più fertile chimicamente risulta quello idealmente da raggiungere. Non tutti i terreni, però, sono fertili allo stesso modo e le popolazioni locali hanno saputo per millenni coltivare varietà locali, meno produttive ma anche meno esigenti, che non alterassero in maniera rovinosa la produttività e la ricchezza del suolo, questo anche in terreni naturalmente più poveri e più soggetti all’erosione di fertilità. L’agricoltura 4.0, anche se declinata in chiave “agroecologica”, non risolve le criticità che le sono costitutive; risulta invece evidente che questo nuovo pacchetto tecnologico digitale avvicinerà ulteriormente l’agricoltura a un settore industriale, uniforme e standardizzato. Per quanto precise e veloci siano le nuove tecnologie, un cibo sarà di qualità se affidato ai custodi dei saperi secolari e quindi alla cura degli uomini e delle donne. 2.2 Gli inevitabili rovesci del digitale Nel documento relativamente articolato di ECVC sul digitale applicato alla terra, stride lo scarsissimo spazio dedicato alla filiera produttiva dei dispositivi e alle sue conseguenze ecologiche. Fra i «rischi» ecologici, ci si riferisce perlopiù al problema del consumo di energia, oltre alla possibilità che la digitalizzazione spinga l’agricoltura verso pratiche ancor meno sostenibili (un inciso: ci sembra indicativo che nel testo tornino a più riprese termini come rischi e sfide, tipici della lingua del nemico – ossia di chi, lungi dal voler contrastare un processo, si candida a gestirlo). La proposta di una “digitalizzazione alternativa” nella direzione dell’agroecologia si rivela così sostanzialmente dissociata dalla realtà materiale che inevitabilmente sottende e fondata su contraddizioni insanabili, a partire proprio dalla sostenibilità ambientale. Per fare un esempio (ma lo stesso vale per tutti i dispositivi digitali), un oggetto dato ormai per scontato come un normale smartphone contiene oltre cinquanta materie prime, il doppio di un cellulare degli anni Novanta e cinque volte quelle contenute in un telefono degli anni Sessanta. Ricavare e assemblare queste materie prime richiede un’organizzazione globale di inimmaginabile complessità: dovrebbe essere ormai risaputo che intere montagne devono essere sbancate per estrarne materiali che hanno richiesto miliardi di anni per formarsi all’interno della terra, e che per essere separati dagli scarti richiedono bagni di acido e altri procedimenti che lasciano in eredità residui radioattivi, acqua inquinata e altre sostanze tossiche. Le catene di approvvigionamento delle materie prime sono talmente complesse che è a dir poco illusorio immaginare di conoscere nel dettaglio le condizioni ambientali, sociali e lavorative a monte, e le filiere di produzione sono suddivise in centinaia di processi che coinvolgono migliaia di subappaltatori in decine di Paesi del mondo, comportando un consumo energetico e livelli di inquinamento folli. Nel caso dei microchip, che sono allo stesso tempo il cuore di qualsiasi dispositivo digitale e il componente dal maggiore impatto ecologico e fra i più complessi da produrre, si arriva al rapporto di 1 a 16.000 fra il peso del prodotto finito e quello delle risorse mobilitate nel suo ciclo di vita. Ai singoli dispositivi occorre aggiungere i ripetitori e la quantità smisurata di chilometri di fibra ottica necessari a farli comunicare tra loro – e a garantire «un’infrastruttura digitale veloce per tutti gli individui», come chiedono gli estensori del documento. Ogni successiva generazione di dispositivi e di reti promette di essere energeticamente più efficiente, ma in realtà fa ulteriormente impennare il traffico di dati, e richiede la sostituzione di molti apparecchi. I dati prodotti e trasmessi anche per le attività più banali mobilitano centinaia di data center, infrastrutture che per garantire la sicurezza dei dati devono essere “ridondanti” (cioè almeno doppie) e il cui numero – e con esso il loro mostruoso consumo energetico – è in crescita esponenziale a causa dell’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale4. I dispositivi e le altre componenti di questa infrastruttura globale hanno una durata limitata, e un loro parziale riciclo, ove possibile, richiederebbe comunque un’organizzazione non meno complessa della loro produzione. Come sostiene fra gli altri L’Atelier Paysan in Liberare la terra dalle macchine5, l’unica reale possibilità di immaginare una via d’uscita dalla società industriale è quella di ricreare comunità che si sentano responsabili della conservazione della capacità di autorigenerazione di determinate eco-regioni. Questo implica, oltre a produrre in base alle necessità reali della comunità e non a quelle artificiali del mercato globale, anche astenersi da quelle attività i cui rifiuti e altri effetti collaterali non possano essere riassorbiti dalla stessa eco-regione. Appare evidente che la produzione di dispositivi digitali è tra queste, dipendente com’è da una complessa – e a dir poco iniqua, perpetuando gerarchie coloniali – divisione internazionale del lavoro e dallo scellerato consumo di risorse non rinnovabili. In alcuni passaggi del testo, la cosiddetta agricoltura di precisione, basata su sensoristica IoT, GPS e intelligenza artificiale viene – giustamente – criticata in quanto centrata sui dati e sugli investimenti in tecnologia, e la sua presunta efficienza in termini di risorse viene definita – ancora, giustamente – una «falsa promessa». Ma allora di quali dispositivi e infrastrutture si parla, in concreto, quando ci si riferisce a un digitale che invece «può supportare l’agroecologia»? Di un’eventuale nicchia di dispositivi digitali da filiera certificata “equa e solidale”, più simile allo scaffale del biologico dentro un ipermercato che alla radicale messa in discussione dell’agroindustria? O di strumenti talmente rudimentali che davvero non si capisce quali significativi vantaggi potrebbero offrire, in un’ottica agroecologica, rispetto a un’agricoltura a bassa tecnologia? L’efficacia (tutta interna a un’ottica di efficientismo industriale e soluzionismo tecnologico, che per quanto ci riguarda comunque rifiutiamo) delle tecnologie informatiche è una funzione della quantità di dati raccolti, della potenza di calcolo e della capacità di trasmissione, tutti fattori all’aumentare dei quali aumentano inevitabilmente anche la complessità produttiva dei dispositivi e il loro impatto ambientale: ci sembra una contraddizione non aggirabile. I difensori del digitale alternativo tendono sempre a evitare di entrare nel merito – sul piano materiale, delle risorse necessarie, e non solo su quello del controllo dei dati – di quale sia il livello di tecnologia capace di salvaguardare l’autonomia di individui e comunità. Ignorare la materialità del digitale significa anche ignorare il suo stretto legame con la guerra: se le tecnologie informatiche sostanzialmente devono al mondo militare la propria stessa nascita e il proprio sviluppo, oggi queste tecnologie si trovano al centro della tendenza globale alla guerra e allo stesso tempo nel ruolo di posta in gioco: il controllo delle materie prime, delle filiere produttive, e dei mezzi della potenza. Per questo, tra l’altro, si progetta di rilocalizzare sul suolo europeo l’estrazione dei minerali strategici. Accettare la digitalizzazione dell’agricoltura come inevitabile significa rendere dipendente la sussistenza delle comunità da sistemi che non saranno mai autogestibili anche perché strategici militarmente (e renderla così anche potenziale bersaglio di attacchi più o meno cyber). Sistemi che, mentre si vaneggia di una loro possibile riappropriazione e uso alternativo, diffondendosi allontanano la possibilità di scrollarsi di dosso le catene del mercato e delle burocrazie, approntando capacità di controllo e ricatto sempre più pervasive: se le tecnologie digitali non fossero state già ampiamente diffuse, quella vera e propria ginnastica di guerra che è stata la gestione pandemica, con l’emarginazione automatica di chi non si adeguava alle direttive, non sarebbe stata possibile; e a dimostrazione del fatto che non si è trattato di una parentesi, in Ucraina e in Russia sistemi analoghi al green pass sono impiegati per scovare chi cerca di sottrarsi all’arruolamento forzato. 3. Possono gli Stati governare la digitalizzazione? La proposta di ECVC è di affidare la digitalizzazione dell’agricoltura alla regolamentazione statale, che sarebbe in grado di conservarne gli aspetti “positivi” e buttarne a mare quelli più invasivi e distruttivi. Il problema, al di là degli aspetti specifici, è che la digitalizzazione applicata all’agricoltura non è separabile dallo sviluppo della digitalizzazione nel suo complesso, che a sua volta non è separabile dalle altre tecnoscienze e da tutto l’ecosistema della ricerca: dipartimenti universitari, laboratori, industrie. Per normare una applicazione specifica – ad esempio dell’intelligenza artificiale in agricoltura – bisognerebbe normare e limitare tutto l’insieme. Ciò che lo Stato non ha, e non può avere, nessuna intenzione di fare. Perché lo Stato (qualsiasi Stato) dovrebbe infatti desiderare un’intelligenza artificiale meno invasiva, e quindi meno sviluppata e performante? Se la caratteristica fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di evolversi proporzionalmente alla quantità di dati che riesce ad assorbire, quello Stato che limitasse la disseminazione di dispositivi di controllo o il furto di dati (e lo sviluppo di sistemi d’arma) si infliggerebbe da solo uno svantaggio strategico; con il risultato che ad approfittarne sarebbero altri, tra i quali si troverebbe come un vaso di coccio tra i vasi di ferro (e silicio). Oltre a ciò, quale Stato non tende ad accrescere il controllo sui suoi cittadini, quando ne ha i mezzi? Che si tratti di combattere organizzazioni criminali o gruppi rivoluzionari, sovversivi o teppisti (o magari agricoltori che non si attengono alle norme…), o ancora di rispondere alle ansie securitarie di cittadini o partiti politici, lo Stato troverà sempre nel controllo più ossessivo la modalità che gli assicura i maggiori vantaggi, o che gli crea meno problemi. Se a questo poi si aggiunge che i legislatori non tengono minimamente il passo delle innovazioni prodotte dalle industrie e dalla ricerca, o ancora che tutti gli Stati vivono grazie al credito che gli viene irrogato dalle banche, a sua volta tanto più abbondante quanto più “liberamente” circolano i capitali a livello internazionale, ci si renderà conto di come pensare di regolare lo sviluppo o l’uso della digitalizzazione attraverso la legge sia molto più utopistico dell’Anarchia. Entrando più nello specifico del rapporto fra Stato e industria digitale, a partire dall’11 settembre 2001 questo si è fatto sempre più stretto, fino a formare quello che è stato definito complesso militare-digitale. Gli Stati Uniti e le aziende della Silicon Valley hanno fatto da apripista, ma lo stesso vale anche per i loro contendenti: il rapporto fra apparati militari-polizieschi e Big Tech è sempre più di mutua dipendenza. Da una parte, i primi hanno bisogno delle seconde per le loro capacità tecnologiche e infrastrutturali che vanno ormai al di là della portata dei singoli Stati (raccolta ed elaborazione dati su larga scala, sistemi di intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari…); dall’altra, le seconde hanno bisogno dei primi per difendere le filiere produttive dei dispositivi digitali – a partire dalle materie prime – e l’accesso ai mercati, e per mantenere regolamentazioni favorevoli. L’imperialismo delle piattaforme digitali – che rendono intere popolazioni dipendenti dai propri monopoli – e quello delle potenze militari si rafforzano a vicenda. Non è un caso che negli ultimi anni le Big Tech siano entrate prepotentemente, al fianco dei “vecchi” oligopoli industriali (energia, telecomunicazioni, automobili, armamenti), nel sistema delle “porte girevoli” fra industria e apparato statale: i vertici delle società del digitale approdano nelle amministrazioni pubbliche (in particolare in quelle legate alla difesa) portando con sé competenze chiave e relazioni con le start-up più promettenti; mentre funzionari e generali fanno il percorso inverso rafforzando la capacità delle piattaforme di relazionarsi con il settore pubblico, partecipare ai progetti di ricerca e ottenere commesse. Fra i molti, si può fare l’esempio di Eric Schmidt, già amministratore delegato di Alphabet (la “casa madre” di Google) e poi a capo di diversi organismi del Dipartimento della Difesa statunitense nei quali ha ricoperto un ruolo di consigliere sulla politica tecnologica in ambito militare, nonché “ideologo” dell’alleanza fra Stato e Big Tech6. Attriti e contraddizioni fra gli interessi immediati di questi due attori, pur spesso presenti, vengono puntualmente superati in nome del superiore interesse comune – quello della supremazia commerciale e militare e del controllo degli individui –, dimostrando che ostinarsi a vedere nonostante tutto nelle istituzioni un possibile arbitro imparziale fra gli interessi delle popolazioni e quelli dell’industria non è che un’illusione rinnovabile. Conclusioni Tutto considerato, a cosa si riducono i benefici che una digitalizzazione alternativa dovrebbe portare a un’agricoltura non industriale? Lo stesso ECVC non approfondisce né dimostra concretamente in che modo i presunti vantaggi si possano realizzare. Si accenna a una facilitazione dello scambio di conoscenze e pratiche attraverso «applicazioni e reti» – ma questo scambio non è sempre avvenuto anche senza dispositivi digitali? Si spiega che «la digitalizzazione ha il potenziale di semplificare i processi amministrativi e ridurre gli oneri per i piccoli agricoltori» – ma non è esperienza diffusa proprio il contrario? Infine, si cita «la vendita tramite piattaforme di mercato digitale». Ma se uno degli elementi costitutivi dell’agroecologia è ridurre sprechi ed impatti negativi, allora si guarda a modalità di vendita a chilometro zero, non a mercati digitali! Perché allora dovremmo consegnarci a nuove dipendenze quando stiamo già pagando il prezzo di quelle vecchie? L’agricoltura moderna è cresciuta sotto il segno del petrolio: fertilizzanti, pesticidi, macchinari, trasporti. Una dipendenza profonda, sistemica, che ha reso la produzione di cibo vulnerabile, fragile. Già oggi la nostra società è estremamente dipendente da risorse e tecnologie che possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in nuove forme di sottomissione e monopolio. La digitalizzazione in ambito agricolo viene raccontata come inevitabile e neutra, ma in realtà introduce nuove forme di subordinazione. Software, sensori, piattaforme, cloud, aggiornamenti continui: strumenti che non appartengono a chi coltiva, che richiedono capitale, infrastrutture, competenze specifiche e che funzionano secondo logiche impostate da chi le produce. L’agricoltore non solo dipende dall’energia e dai mercati globali, ma anche da sistemi tecnologici di non sempre facile comprensione gestiti da grandi (o piccole) aziende che controllano dati, decisioni e processi produttivi. Questa nuova dipendenza non sostituisce le precedenti, le stratifica. L’agricoltura, invece di liberarsi, viene ulteriormente incastrata in un sistema complesso e vulnerabile, in cui un blackout, un guasto o un cambio di licenza possono compromettere intere stagioni di lavoro. Criticare questa tendenza significa rifiutare l’idea che ogni problema debba essere risolto con più tecnologia. Significa riconoscere che la resilienza agricola non nasce dall’iper-connessione, ma dalla semplicità, dalla conoscenza diretta dei luoghi, dalla capacità di adattarsi senza dipendere da sistemi esterni. Ogni nuova dipendenza riduce lo spazio di scelta e aumenta il controllo esercitato dall’alto. Difendere un’agricoltura orientata all’autonomia vuol dire scegliere consapevolmente di non aggiungere nuove catene a quelle esistenti. Vuol dire criticare una digitalizzazione che non serve a nutrire meglio le persone, ma a rafforzare un modello economico che trasforma anche il cibo in un nodo di controllo. In gioco non c’è solo il modo in cui coltiviamo, ma il grado di libertà con cui potremo continuare a farlo. Per secoli l’agricoltura è stata molto più di un lavoro, era una forma di vita, e il legame profondo con la terra una fonte di gioia. Un dialogo quotidiano con le stagioni, con le ore di luce all’interno di una giornata, con il suolo toccato, annusato, ascoltato. In quel gesto ripetuto di cura e fatica donne e uomini trovavano equilibrio, appartenenza e una libertà essenziale, lontana dal ricatto della produttività e dell’accumulazione. La spinta alla digitalizzazione agricola accelera incredibilmente la rottura di questo rapporto, iniziata già da tempo. Trasforma la terra in un’interfaccia, la vita in un flusso di dati, l’esperienza in un elemento da ottimizzare. Ci viene detto che serve, che è progresso, che senza sensori e algoritmi non si può coltivare, o che comunque quella sarà la direzione inevitabile; anche in nome della cosiddetta sostenibilità. È falso. L’agricoltura di sussistenza ha sostenuto l’umanità per millenni senza piattaforme, senza cloud, senza intelligenze artificiali, e ancora lo fa in diverse aree del Pianeta. Ad oggi il concetto di sussistenza non deve essere inteso come un ritorno nostalgico al passato, ma come una profonda scelta di campo. Vivere di sussistenza, nel contesto contemporaneo, significa ridefinire i bisogni, ridimensionare la dipendenza dai sistemi economici dominanti e ricostruire un rapporto diretto con ciò che rende possibile la vita7. Non si tratta di autosufficienza totale, ma di una tensione verso l’autonomia, verso una vita meno mediata e meno ricattabile. Ciò che oggi viene chiamato innovazione è per lo più solo un nuovo modo di sottrarre conoscenza, autonomia e responsabilità a chi vive la terra ogni giorno. Come ha scritto Silvia Federici, l’accumulazione di innovazioni tecnologiche disaccumula le capacità e i saperi individuali e comunitari8. La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo, standardizzazione e estrazione di valore. La digitalizzazione non serve al vivente; serve al mercato. Rivendicare una vita orientata alla sussistenza significa rifiutare questa colonizzazione tecnologica. Significa scegliere una relazione diretta con la terra, basata sulla realtà, sulla cura e sull’autonomia. Significa sottrarsi alla logica dell’efficienza forzata e riaffermare che coltivare non è produrre dati, ma vivere. In questa scelta non c’è arretratezza, ma resistenza. Rovereto, maggio 2026 Collettivo Terra e Libertà   1 Le raccomandazioni di ECVC sono state tradotte in italiano e pubblicate sul numero sei di Rivista Contadina (settembre 2025). Il testo di posizionamento completo è consultabile in inglese sul sito di ECVC www.eurovia.org. 2 Per risolvere il problema della scatola nera è nato negli ultimi anni il filone di ricerca della “explainable AI”, o “IA spiegabile”, che sperimenta approcci per rendere più trasparente il funzionamento delle reti di deep learning. Nonostante i tentativi in questo senso, al momento il problema della scatola nera è però sostanzialmente irrisolto. 3 Citato in Nicolas Alep e Julia Lainae. Contro il digitale alternativo. Perché non può essere né ecologico, né democratico, Edizioni Malamente, Urbino, 2023. 4 La crescita del consumo di energia per alimentare l’IA è talmente esponenziale che Microsoft, Google e Amazon si stanno orientando verso il nucleare per sostenere i propri impianti; Microsoft ha siglato un accordo per riaprire la centrale di Three Mile Island (quella chiusa a seguito dell’incidente di fusione del nocciolo, il 28 marzo 1979), mentre Amazon e Google puntano allo sviluppo di reattori modulari. 5 Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia contadina e alimentare, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2023. 6 Il tema dell’interdipendenza fra potenze militari e piattaforme digitali è trattato più approfonditamente in Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026. 7 Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, The subsistence perspective, Zed Books, Londra, 1999. Segnaliamo in italiano, La sussistenza – una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, a cura del collettivo terra e libertà, Rovereto. 8 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018. Per l’attinenza con i temi qui trattati, segnaliamo in particolare l’ultimo capitolo, “Reincantare il mondo. La tecnologia, il corpo e i commons”
July 17, 2026
il Rovescio
In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande
Quando Keiko Fujimori entrerà in carica come Presidente della Repubblica il 28 luglio (data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza peruviana [1821], non assisteremo alla formazione di un nuovo governo, bensì alla continuazione di un governo già al potere. Nel Parlamento uscente, a maggioranza Fujimori e dei suoi alleati, la cosiddetta “coalizione mafiosa” (così nominata dalle opposizioni) ha rimosso presidenti, insabbiato indagini contro i propri parlamentari, sottomesso il Consiglio Nazionale di Giustizia (che nomina e revoca giudici e Pubblici Ministeri) e indebolito il perseguimento dei crimini legati alle economie illegali (estrattivismo, disboscamento e narcotraffico), presentandosi al contempo come garante dell’ordine. > La coalizione di Keiko Fujimori non salirà al potere a luglio: è già al > governo da tempo. Quello che cambierà, salvo imprevisti, è che oltre al > Parlamento disporrà anche della fascia presidenziale. Definirla continuità e non semplicemente cambio di regime non è una sottigliezza retorica. È la differenza tra far suonare l’allarme per quello che sta per succedere ed essere colti di sorpresa ancora una volta, come se il Paese non avesse memoria di come il fujimorismo opera quando consolida il potere. UNA VOTAZIONE BLINDATA Dopo il completamento dello spoglio di tutte le schede elettorali da parte dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), a 23 giorni dal secondo turno elettorale Keiko Fujimori e il suo partito di destra Fuerza Popular si sono assicurati il 50,135% dei voti validi. Il suo rivale di sinistra, Roberto Sánchez, ha invece ottenuto il 49,865% per Juntos por el Perú. È una differenza di circa 50.000 voti su quasi 20 milioni di voti espressi. La figlia del defunto dittatore Alberto Fujimori, condannato per i massacri di Barrios Altos e La Cantuta [1991 e 1992, ai danni di militanti del Partito Comunista del Perù Sentiero Luminoso – ndt] e per evidente corruzione, sta contando i giorni che la separano dall’insediamento alla carica ricoperta dal padre tra il 1990 e il 2000. Da parte sua, Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede politico di Pedro Castillo [Presidente della Repubblica dal 2021 al 2022, destituito da una mozione di empeachment e sostituito da Dina Boluarte – ndt], ha denunciato una «frode in corso» che lo porterà persino a rivolgersi agli organismi internazionali. Afferma che non riconoscerà un «governo illegittimo» e fa appello a una «coalizione di resistenza patriottica e popolare» con diverse mobilitazioni in tutto il territorio nazionale. Però Roberto Sánchez non ha presentato alcuna prova concreta dei brogli elettorali durante il primo turno elettorale. La sua tesi era che, se fossero stati esclusi i voti dei peruviani all’estero (dove Keiko Fujimori aveva ottenuto oltre il 63% dei voti) sarebbe stato lui il vincitore. Al primo turno delle elezioni legislative, Fuerza Popular ha conquistato 22 dei 60 seggi al Senato e 41 dei 130 seggi del nuovo Parlamento. Juntos por el Perú si è classificato secondo con soli 14 senatori e 32 deputati. > La disparità è significativa: la metà del Paese che ha respinto il fujimorismo > al secondo turno non ha, in nessuna delle due Camere, una presenza > proporzionata alla sua effettiva dimensione. Si ritroverà con un blocco di minoranza a dover affrontare una coalizione che sa già, perché lo ha fatto in passato, come cambiare le regole, proteggere le proprie forze di sicurezza e aggrapparsi al potere a prescindere da qualsiasi esito avverso. I risultati consentiranno al fujimorismo di governare con contrappesi istituzionali minimi ma con la massima impunità possibile. Oggi la questione cruciale è cosa significhi (per un Paese con la memoria che ha il Perù) che il fujimorismo torni nuovamente ad accentrare tutto il potere su di sé. FANTASMI E BERSAGLI FACILI Al termine del primo turno elettorale, abbiamo scritto della persistenza del fujimorismo, di quella parte dell’elettorato che vota per l’attuale presidente eletta elezione dopo elezione. Abbiamo anche affrontato il tema dell’antifujimorismo (il ricordo dei crimini contro l’umanità, delle sterilizzazioni forzate e della corruzione sistemica) come l’identità politica più solida del Perù. Quel ricordo, sopravvissuto a tre tornate elettorali, era stato l’unico elemento che aveva impedito al fujimorismo di tornare al potere nelle elezioni precedenti. Questa volta non è bastato. Per la prima volta dopo quattro tentativi (contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021), Keiko Fujimori ha trionfato. Tuttavia, non possiamo non rimarcare, come sottolineato da molti analisti, che si tratta di una vittoria di Pirro. Metà del Paese continua a considerare ancora il fujimorismo il principale responsabile del declino istituzionale, politico e sociale degli ultimi decenni. Non è un caso che siano riusciti ad accedere al secondo turno di votazione con appena il 17% dei voti. > In Perù, escludendo i voti della diaspora all’estero, è Roberto Sánchez ad > aver vinto le elezioni. Sono stati i voti di oltre un milione di peruviani > residenti all’estero a ribaltare il risultato nazionale. Il fatto che la > presidenza del Perù sia stata in definitiva decisa da qualcuno che non vivrà > le immediate conseguenze di quel governo è significativo. Il Parlamento uscente, il cui mandato termina il prossimo 27 luglio, sta sfruttando le ultime settimane in carica per approvare leggi che il fujimorismo cerca di attuare da anni. Il 23 giugno, nel pieno della tensione legata ai risultati del ballottaggio, il Parlamento ha approvato in seconda votazione una legge che stabilisce che gli agenti di polizia e il personale militare possono essere processati per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni soltanto da tribunali militari e di polizia, impedendo alla giustizia ordinaria di indagare sugli stessi reati. Si tratta dello stesso sistema di impunità militare che vigeva negli anni ’90 sotto la guida di Fujimori padre. La legge è stata approvata con 52 voti a favore, in contrasto con il monito espresso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato un’altra modifica, meno eclatante ma altrettanto grave: una ridefinizione del reato di crimini contro l’umanità che richiederà la prova che un determinato crimine faccia parte di un «attacco generalizzato o sistematico» contro la popolazione civile, altrimenti dovrà essere giudicato come un crimine comune con i relativi termini di prescrizione che questo comporta. Non è difficile immaginare chi verrà tutelato da questa ridefinizione, né quali casi pendenti potrebbero riemergere nei prossimi anni. La Corte Costituzionale aveva già stabilito che crimini come l’omicidio non possono essere trasferiti alla giurisdizione militare a causa della gravità del danno che provocano. È proprio questo che il fujimorismo, che controlla il Parlamento e le istituzioni dal 2016, ha deciso di garantire prima della fine del docile governo attuale di José María Balcázar, approfittando di un’opposizione ancora dispersa e dell’opinione pubblica concentrata sullo scrutinio delle elezioni presidenziali. LA MEMORIA COME RESISTENZA Se Roberto Sánchez continuerà a lanciare appelli alla mobilitazione, soprattutto nelle regioni andine del Paese, il prossimo 28 luglio non rappresenterà un passaggio di poteri pacifico, bensì la continuazione di un ciclo di risposte di disobbedienza civile a un regime impopolare. L’annuncio di voler ricorrere al Sistema Interamericano per i Diritti Umani [strumento regionale di protezione dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani – ndt] è stata una delle sue prime reazioni. È improbabile che queste mobilitazioni possano ribaltare l’esito che i dati ufficiali indicano già come definitivo. Ma le strade, quello stesso spazio dal quale in passato il Perù ha già respinto quello che le urne non sono riuscite a impedire, continueranno a essere il palcoscenico sul quale difendere la memoria che difficilmente sarà rappresentata dal nuovo Parlamento. Non si tratterà di cercare una riconciliazione con coloro che tornano al potere. Piuttosto, si tratterà di garantire che l’eredità dei crimini contro l’umanità di Alberto Fujimori non venga cancellata, non venga trattata come un semplice aneddoto e non diventi, ancora una volta, una ferita che guarisce superficialmente mentre la coalizione che l’ha causata prende formalmente possesso del Palazzo Presidenziale. La vera questione è se il Paese permetterà, ancora una volta, che gli venga chiesto di dimenticare in cambio della stabilità politica. Lo spettro del fujimorismo era più difficile da scacciare perché proveniva dall’interno, da una ferita aperta. L’obiettivo non è aspettare che il tempo la guarisca, è impedire che chiunque possa mai più presentare il fujimorismo come qualcosa di diverso da quello che era. Articolo scritto da Victor Miguel Castillo e pubblicato in castigliano sul sito indipendente Ojala.mx lo scorso 2 luglio 2026. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. Immagine di copertina di © Connie France, foto del19 giugno 2026, quando un cordone di agenti di polizia presidia l’esterno di una sede elettorale di Keiko Fujimori nel centro di Lima, dove è visibile uno striscione con la scritta «La forza dell’ordine», mentre i sostenitori di Roberto Sánchez si radunano in un edificio dall’altra parte della strada per marciare in difesa del loro voto. Víctor Miguel Castillo è membro del Gruppo di Lavoro CLACSO [Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali] Economie popolari: mappatura teorica e pratica, e Coordinatore della Comunicazione presso la Fondazione Rosa Luxemburg per il Cono Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande proviene da DINAMOpress.
July 16, 2026
DINAMOpress
Dall’eroina al fentanyl: le droghe come strumento di controllo politico
Ottanta fiale di fentanyl sparite dalla farmacia di un ospedale romano non sono soltanto un fatto di cronaca, sono un punto di rottura che ci obbliga a porci una domanda: l’Italia è davvero preparata a impedire che sostanze potentissime e incontrollabilli escano dai circuiti ospedalieri e arrivino al mercato criminale? Il caso dell’Ospedale Israelitico di Roma ha acceso l’allarme ai massimi livelli istituzionali: secondo le ricostruzioni di stampa, sono scomparse 80 fiale di fentanyl, quantità ritenuta potenzialmente idonea a confezionare fino a circa 20.000 dosi destinate al consumo illecito. La Procura di Roma ha aperto un’indagine e il Governo ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi. Il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione, attivato i NAS e annunciato una nuova circolare per rafforzare i controlli su uso, circolazione impropria, conservazione e stoccaggio del fentanyl nelle strutture sanitarie e ospedaliere. Ma il punto non è soltanto chi abbia materialmente sottratto quelle fiale, esiste un discorso politico, sociale, sanitario e, in senso ampio, strategico su cui ci dovremmo soffermare e riflettere. LE DROGHE COME DISPOSITIVO DI CONTROLLO DEL CORPO SOCIALE Ogni volta che una droga entra o non entra in una società, ogni volta che viene repressa, tollerata, ignorata o trasformata in emergenza, la società si trova davanti non soltanto a una questione di ordine pubblico, ma a una forma di governo del corpo sociale. In questo senso la droga non è mai solo droga, è mercato, marginalità, profitto, ma soprattutto uno specchio esatto dell’epoca che la consuma. > Le droghe non sono mai un corpo estraneo alla società: sono un riflesso e > sintomo dell’organizzazione sociale di un determinato contesto. Quando una > società chiede obbedienza, prevalgono sostanze che sedano, ma quando chiede > prestazione ed alto funzionamento, prevalgono sostanze che accelerano, dopano, > ravvivano. UN PRECEDENTE STORICO: BLUE MOON E LA DROGA COME DOMANDA POLITICA La memoria storica italiana conosce già il sospetto che la droga possa essere stata usata non soltanto come merce criminale, ma anche come strumento di neutralizzazione sociale. La cosiddetta Operazione Blue Moon viene spesso evocata proprio per indicare la presunta diffusione pilotata dell’eroina negli ambienti giovanili e politici degli anni Settanta, in un contesto segnato da conflitto sociale, movimenti extraparlamentari, strategia della tensione e Guerra fredda. In questo quadro viene spesso evocato anche il possibile coinvolgimento della CIA, non come presenza necessariamente diretta nella distribuzione materiale dell’eroina, ma come apparato interessato a contenere l’espansione dei movimenti comunisti, extraparlamentari e antiatlantici in un Paese strategico come l’Italia. L’Italia degli anni Settanta, infatti, non era un Paese qualunque: era uno dei principali fronti politici dell’Occidente, con il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, un forte movimento operaio, una contestazione studentesca diffusa e aree extraparlamentari radicalizzate. In questo contesto, secondo la ricostruzione legata a Blue Moon, la diffusione dell’eroina avrebbe potuto inserirsi in una strategia di depotenziamento sociale: non reprimere soltanto dall’esterno, ma indebolire dall’interno gli ambienti giovanili e politici più conflittuali. Il documentario Operazione Bluemoon – Eroina di Stato presenta infatti la vicenda come un filo che collega servizi segreti, narcotraffico e terrorismo di Stato dentro gli anni di piombo. Secondo questa prospettiva, l’operazione si sarebbe svolta attraverso una dinamica di infiltrazione, tolleranza e gestione indiretta dei flussi di eroina. Non si sarebbe trattato di creare da zero il mercato della droga, ma di permettere, favorire o non ostacolare determinati canali criminali capaci di portare l’eroina proprio nei luoghi più sensibili del conflitto sociale. Alcune ricostruzioni parlano esplicitamente di una strategia dei servizi segreti italiani e statunitensi. Nel concreto, il meccanismo ipotizzato sarebbe stato questo: l’eroina, già inserita nei circuiti del narcotraffico internazionale, sarebbe stata lasciata circolare con particolare facilità negli ambienti giovanili, studenteschi, proletari e controculturali.I canali materiali sarebbero stati quelli della criminalità organizzata, dello spaccio di strada, dei circuiti informali e delle reti già presenti nelle città. > L’aspetto politico, secondo questa ricostruzione, non starebbe quindi nella > vendita diretta della sostanza da parte degli apparati statali, ma nella > possibile tolleranza, copertura o mancata repressione effettiva di quei > flussi, soprattutto quando andavano a colpire università, quartieri popolari, > ambienti della sinistra extraparlamentare, spazi occupati, concerti, piazze e > luoghi di aggregazione giovanile. Il funzionamento sarebbe stato tanto semplice quanto devastante: rendere l’eroina disponibile, accessibile e inizialmente a basso costo; farla arrivare nei contesti più politicizzati; lasciare che la dipendenza producesse il resto. Una volta entrata nei corpi, nelle relazioni e nelle comunità, l’eroina non aveva bisogno di presentarsi come strumento politico. Agiva da sé: spezzava legami, isolava i soggetti, trasformava la militanza in sopravvivenza, sostituiva la rabbia collettiva con il bisogno individuale della dose. In questa prospettiva, Blue Moon non sarebbe stata un’operazione militare nel senso classico, fatta di arresti di massa, repressione dichiarata o intervento diretto dello Stato. Sarebbe stata piuttosto una forma di guerra psicologica a bassa intensità: non colpire frontalmente i movimenti, ma indebolirli dall’interno; non svuotare le piazze con la forza, ma lasciare che la dipendenza consumasse progressivamente una generazione già attraversata da conflitto, rabbia, desiderio di rottura e possibilità rivoluzionarie. DALL’EROINA ALLA COCAINA: DALLA SEDAZIONE ALLA PRESTAZIONE Le droghe non producono tutte lo stesso tipo di soggetto sociale. Se l’eroina anestetizzava, isolava l’individuo dal sistema, lo annientava, lo dominava, la cocaina oggi produce un soggetto iperfunzionale, competitivo, performativo. Per questo oggi il sistema può convivere molto meglio con la cocaina che con il fentanyl. La cocaina è perfettamente compatibile con il capitalismo performativo contemporaneo, non porta necessariamente fuori dal sistema, spesso consente di restarci dentro con prestazioni ad alto funzionamento. Infatti non è più soltanto la droga della discoteca, del lusso o dell’eccesso, ma è diventata, in molti contesti, una droga da prestazione. Circola negli ambienti ad alta pressione come ristorazione, finanza, nightlife, logistica, professioni manageriali, edilizia, vendita, spettacolo, settori commerciali aggressivi, perché promette temporaneamente ciò che il sistema richiede: resistenza, lucidità, sicurezza, aggressività, capacità di reggere turni altrimenti fisiologicamente insostenibili. In quest’epoca di iper-performatività sembra che la cocaina faccia una promessa perfettamente coerente con i bisogni sociali e politici: possiamo continuare a funzionare anche quando siamo già oltre il limite. Partendo da questo fatto, il la diffusione e il consumo così elevati di cocaina nel mondo occidentale contemporaneo diventano un vero e proprio fattore politico e culturale. Le istituzioni europee confermano che non siamo davanti a un fenomeno marginale. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, la cocaina è, dopo la cannabis, la seconda droga illecita più usata in Europa. Nel 2025 l’EUDA parlava di circa 2,7 milioni di giovani adulti tra i 15 e i 34 anni che avevano fatto uso di cocaina nell’ultimo anno nell’Unione europea, pari al 2,7% di quella fascia d’età. La disponibilità resta elevatissima: nel 2023 gli Stati membri UE hanno segnalato, per il settimo anno consecutivo, un quantitativo record di cocaina sequestrata, pari a 419 tonnellate. Anche i dati sulle acque reflue confermano la tendenza: tra il 2024 e il 2025 i residui del metabolita della cocaina sono aumentati nel 57% delle città europee monitorate con dati comparabili. STATI, DROGHE E REGOLAZIONE SELETTIVA Gli Stati non sono esterni al mercato della droga: lo regolano anche quando dichiarano solo di combatterlo attraverso ciò che reprimono, ciò che tollerano, ciò che non vedono e ciò che scelgono di rendere emergenza. Dire che gli Stati “regolano” la diffusione delle droghe non significa necessariamente immaginare un piano scritto, un ufficio segreto, un ordine diretto. La regolazione può avvenire in modi molto più sottili: attraverso repressione selettiva, tolleranza, priorità investigative, omissioni, classificazioni giuridiche, politiche doganali, geopolitica, rapporti opachi con economie criminali, gestione differenziale delle classi sociali. > Il potere non deve necessariamente organizzare direttamente ogni traffico per > beneficiarne indirettamente, a volte, ad esempio, gli basta decidere dove > guardare e dove non guardare, chi criminalizzare e chi lasciare invisibile, > quale consumatore trasformare in problema di sicurezza urbana e quale > proteggere dietro il prestigio sociale, il reddito, la professione, il > contesto. Il consumo povero viene esposto, mentre il consumo ricco viene occultato. La piazza di spaccio in periferia diventa emergenza, nel frattempo la cocaina nei bagni dei locali, nei ristoranti, negli uffici, negli ambienti finanziari, nei contesti manageriali, rimane spesso un rumore di fondo, come un segreto pubblico di cui non occuparsi. PERCHÉ TONNELLATE DI COCAINA E NON FENTANYL? Arriviamo al punto più scomodo. In Europa entrano quantità enormi di cocaina. Il fentanyl, invece, pur essendo monitorato con crescente attenzione, non ha ancora assunto la centralità devastante che ha avuto in Nord America. L’Italia stessa ha adottato nel 2024 un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, proprio per prevenire uno scenario di crisi. La domanda non è banale: perché? Il fatto che l’Europa sia invasa dalla cocaina e non ancora dal fentanyl non va letto solo come casualità criminale, ma anche come compatibilità sociale: una sostanza performativa trova spazio in una società performativa, una sostanza di collasso resta una minaccia finché non esistono le condizioni sociali, sanitarie e criminali per la sua diffusione di massa. Il fentanyl non produce il lavoratore iperfunzionale, il manager brillante, il cameriere che regge il doppio turno, il cuoco che non dorme, il broker che resta lucido sotto pressione, il venditore che tiene il ritmo. Produce sedazione, overdose, emergenza, panico sanitario, corpi non più funzionali alla macchina economica. In altre parole, la cocaina può essere assorbita dal sistema perché mantiene il soggetto dentro la macchina mentre il fentanyl potenzialmente minaccia la macchina perché produce corpi spenti, emergenze sanitarie e perdita di controllo. E’ questa la differenza sostanziale. FENTANYL: NON SOLO DROGA, MA MINACCIA IBRIDA Per questo il furto delle fiale all’Ospedale Israelitico di Roma non può essere letto come un semplice ammanco farmaceutico. Il Ministero della Salute, dopo il furto, ha annunciato nuove misure per potenziare i controlli sulla sua conservazione e circolazione, collegandole alle azioni già previste dal Piano nazionale sul fentanyl. Qui si apre la domanda centrale. Non siamo davanti solo al rischio che alcune fiale vengano rivendute. Siamo davanti alla possibilità che un varco nel sistema sanitario diventi un varco nel mercato criminale. E, se il fentanyl entrasse davvero in modo significativo nel mercato italiano, il problema non sarebbe soltanto sanitario, ma psico-sociale, informativo, politico. > Nel caso del fentanyl rubato a Roma, la domanda non è soltanto dove siano > finite le fiale, ma quanto lo Stato sia pronto a gestire gli effetti sanitari, > criminali e psicologici di un’eventuale immissione sul mercato, o se sia > coinvolto in questa operazione di immissione. Il rapporto tra droga e potere non si esaurisce nel proibizionismo, il mercato criminale produce e distribuisce, ma non agisce mai nel vuoto, si muove dentro economie, guerre, confini o interessi, ma anche dentro priorità politiche e bisogni sociali. L’errore sarebbe fingere che la droga sia solo un problema di devianza individuale. Non lo è. È anche una tecnologia sociale potentissima che può sedare, accelerare, marginalizzare, rendere produttivi, distruggere, arricchire, controllare, destabilizzare, a seconda di esigenze sovrastrutturali. Oggi la cocaina sembra aderire perfettamente alla società della prestazione. Il fentanyl, invece, rappresenta la possibilità del collasso, come si è visto nel caso americano. Proprio per questo il furto di Roma va letto come un allarme, perché rivela qualcosa di inquietante: quanto siano fragili i confini tra medicina, mercato criminale, controllo sociale e sicurezza nazionale. E quando quei confini rischiano di cedere, come in questo caso, il problema non è più solo la diffusione di una droga, ma i rapporti tra chi decide quali sostanze devono restare fuori dalla società e quali invece possono entrarci e chi ne controlla concretamente la diffusione capillare. Accordi che vengono stabiliti purché contribuiscano a far girare la macchina sociale. La copertina è di Serenakoi (Pexels) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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July 16, 2026
DINAMOpress
Spagna 1936. L’appello al popolo dei “Qujotes del Ideal” è ancora valido
Riceviamo e diffondiamo da https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/spagna-1936-il-monito-dei-quijotes-del-ideal-ancora-valido-a-90-anni-di-distanza/ SPAGNA 1936. IL MONITO DEI QUIJOTES DEL IDEAL ANCORA VALIDO A 90 ANNI DI DISTANZA. Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti, appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale. Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit (Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia, delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e Germinal Gracia Ibars (Víctor García). Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT. Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione, che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco, una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975. Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi amici. Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate, corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!). Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel 1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941). Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza; l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo, vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e Cina. — Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026 — -------------------------------------------------------------------------------- Introduzione di Fifth Estate Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista, il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata. Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi dal dominio burocratico e repressivo del governo. Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter (vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E hanno funzionato. Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo, negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo. — The Fifth Estate Staff — -------------------------------------------------------------------------------- Febbraio 1937, Al popolo: Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare. E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome del nostro ideale, l’Anarchia. Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che, collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia significa negazione del governo e delle leggi. [1] Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre forze. E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi. Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata: L’Ordine dei Gesuiti. [2] Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto, gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi. È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una guerra violenta. Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi accecano gli occhi! Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le forme politiche che aveva prima della Rivoluzione. Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il fascismo!” E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo. Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino, affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e bellissima luce del Sole dell’Anarchia. Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva l’Anarchia!». — Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal — Note: [1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT, assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione. Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in fase di disgregazione. [2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva nei confronti delle sue organizzazioni.
July 16, 2026
il Rovescio
Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎
Opinioni a confronto e un appello per decidere il futuro di Roma
Dieci anni fa la città è stata animata da un movimento nato per contrastare gli sgomberi di oltre 800 spazi sociali e associazioni culturali avviati dalla Giunta Marino e proseguiti con il Commissario Tronca, si  è allargata discutendo di politiche di welfare, della difesa dei beni comuni e di un audit pubblico sul debito del Comune. Sono stati due anni importanti. Fra il 2016 e il 2017 Decide Roma ha messo insieme reti civiche, spazi sociali e società civile, per disegnare una proposta per un’altra città. Sabato 6 maggio  del 2017 10mila persone sono scese in piazza a gridare con forza  “Roma Non Si Vende”. Si metteva in evidenza come la città fosse stretta nella morsa tra l’uso comune e solidale del tessuto urbano e la sua brutale appropriazione e messa a profitto. Il lavoro intenso di due anni ha visto il suo culmine il 4 e 5 novembre 2017 quando si è svolto un incontro al Nuovo Cinema Palazzo incentrato su tre assi: il debito della città di Roma, motivo primario dei tagli operati dalle ultime giunte; la gestione del patrimonio pubblico e del suo uso comune; la trasformazione e valorizzazione dei territori e la capacità di resistenza in grado di immaginare una diversa rigenerazione; i servizi pubblici e la continua spada di Damocle delle privatizzazioni; il razzismo e la paura alimentati da organizzazioni e istituzioni che trasformano il volto di Roma e la sua cultura meticcia e accogliente. > Sono passati dieci anni e Roma vive ancora degli stessi mali. Potremmo > incontrarci di nuovo a discutere di tutto quello che non è stato fatto e di un > programma che nessuno è in grado di mettere a punto. Le minacce di sgombero pendono ancora su spazi sociali e abitativi e la proprietà – pubblica o privata, non fa differenza – agisce il suo diritto supremo sui diritti sociali e umani delle persone, espropriandole. Il problema della casa colpisce ancora migliaia di persone. Interi pezzi di spazio pubblico sono dati in concessione a privati che li utilizzano per produrre rendita finanziaria. Tutto come allora quando era sindaca Virginia Raggi, anzi peggio!. Avevamo individuato i problemi e indicato le soluzioni. Ma siamo ancora qui incapaci di disegnare un nuovo piano costituente per la città che sappia definire le priorità, le azioni, il conflitto, le lotte e le campagne pubbliche che insieme dobbiamo far germogliare nei nostri territori, per ribaltare l’orrore della guerra tra poveri dentro cui siamo schiacciati e la conseguente avanzata del fascismo. LA QUERELLE DI QUESTI GIORNI Potremmo chiamarla controversia o polemica o diatriba, ma il senso rimane lo stesso. Una discussione fra individui che a partire dalla sorte dell’ex cinema Metropolitan si allarga alla storia dei movimenti a Roma e il rapporto dei movimenti con le istituzioni. L’avvio lo ha dato  la critica rivolta da Valerio Carocci all’amministrazione del Sindaco Gualtieri sulla rigenerazione urbana e il recupero delle sale cinematografiche dismesse. Poi sono seguite la minaccia di presentare una lista autonoma alle prossime elezioni a Roma e una presa di posizione di alcuni attor* e regist* a sostegno del Piccolo America. Una grande visibilità culminata con un comizio prima della proiezione del film in piazza San Cosimato. Con un lunghissimo articolo sulla piattaforma “Lucy” interviene nel dibattito Christian Raimo ricostruendo la storia dei movimenti dagli anni ’70 ai nostri giorni. E in particolare il rapporto fra movimenti e forze politiche Raimo ricorda Sandro Medici al Municipio di Cinecittà presidente dal 2001 al 2013, protagonista di tante battaglie e azioni coraggiose.  Non mette in evidenza però come quell’esperienza sia stata resa possibile dalle lotte che in quel quartiere e nella città erano state portate avanti dai movimenti: da chi non aveva una casa e ne rivendicava il diritto, da chi occupava spazi abbandonati e ne faceva spazi sociali, dalle donne che inventavano Lucha y Siesta, da chi come Don Sardelli non si arrendeva all’emarginazione dei poveri dell’Acquedotto Felice. Raimo nella sua ricostruzione dimentica Nunzio D’Erme  che è stato consigliere comunale a Roma per circa 9 anni, dal 1997 al 2006. Dal sindaco Veltroni gli era stata data la delega al bilancio partecipativo. Erano gli anni in cui l’amministrazione stava lavorando a un nuovo piano regolatore e in tutta la città nasceva una vasta rete di cittadini e cittadine, comitati, associazioni per discutere della trasformazione della città. Come portavoce di quelle battaglie Nunzio votò contro l’approvazione di quel piano nonostante la pressione della maggioranza di cui faceva parte. Insieme a Nunzio si era presentato alle elezioni amministrative come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, Luciano Ummarino de La Strada di Garbatella. Da quei candidati indipendenti, in rappresentanza delle lotte territoriali, prese vita un laboratorio politico importante che si allargò ad altri quartieri. > A San Lorenzo nel 2013 viene proclamata la “Libera Repubblica” da residenti, > student* dell’Università La Sapienza, associazioni e comitati che > sottoscrivono una simbolica “dichiarazione di indipendenza” per proteggere il > quartiere dalla speculazione immobiliare e dall’incuria, autogestendo spazi e > servizi. Il fulcro è attorno all’esperienza del Cinema Palazzo. Luciano Ummarino nella sua replica sul sito Lucy sulla cultura evidenzia un’altra assenza in quel racconto: «C’è un’assenza, in questo articolo, che pesa più di una citazione sbagliata: il Coordinamento dei Centri Sociali. Raimo scrive che nel 1994 “si trasforma in legge” la delibera 26, come se fosse un processo amministrativo quasi automatico, un riconoscimento concesso dall’alto a un movimento che resisteva. Le cose sono andate diversamente. Il Coordinamento — dentro cui si ritrovano  Corto Circuito, Villaggio Globale, Auro e Marco e tanti altri, e a cui più avanti si aggiungerà anche La Strada di Garbatella — non si limita a occupare e resistere: elabora, discute, e per la prima volta propone alle istituzioni uno strumento giuridico capace di sciogliere una contraddizione che la città si porta dietro da decenni — spazi abbandonati da privati e da enti pubblici, restituiti alla vita da chi li occupa, e però trattati come occupazioni illegali. Apre un tavolo. Negozia. Dalla negoziazione e dal conflitto insieme, non da una concessione, nasce la delibera 26». E si chiede anche perché in un racconto lungo cinquant’anni dei movimenti sociali non viene mai nominato il movimento transfemminista Non Una Di Meno, che dal 2016 si batte contro la violenza di genere, il patriarcato e le discriminazioni. TORNIAMO AL METROPOLITAN   Esplode, come fossa nuova, una notizia antica. Con Antonello ne scrivevamo nel 2014, quando la giunta Marino con il suo assessore Caudo metteva in scena il brutto spettacolo della rigenerazione del cinema Metropolitan cedendo ai privati maggior spazio rispetto quanto avevano già concesso Veltroni e Alemanno.  > Non solo di Metropolitan scrivevamo, ma di un piano preciso che veniva messo > in atto per “valorizzare” le decine di sale cinematografiche chiuse. La > facoltà di Architettura aveva fatto un censimento dei locali chiusi e > abbandonati chiamandoli “fantasmi urbani”. Tantissimi cinema, fin dalla fine degli anni 70, erano stati trasformati in piscine, banche o supermercati. Quelle le tipologie che allora il mercato richiedeva. Una lenta agonia alla quale in pochi si sono opposti, attuata con semplici richieste di cambi di destinazione d’uso. Poi Rutelli e Veltroni hanno cercato di regolamentare le trasformazioni. Il risultato è il Metropolitan di oggi. 1800 metri quadri di negozi e una saletta da 100 posti. Non esiste però solo il Metropolitan da difendere. > Censite da Cartesio-Episteme ci sono le sale cinematografiche attive a Roma > dal 1950 al 1970. Si contano 74 sale di prima visione, 80 di seconda visione e > 81 di terza visione. Molti cinema di quartiere e molte sale parrocchiali che > consentivano anche nei territori più periferici la possibilità di vedere i > film sul grande schermo. Oggi a Roma sono attive 42 sale cinematografiche. Fra quelli chiusi e abbandonati per responsabilità delle amministrazioni che si sono succedute c’è il cinema Airone progettato da Adalberto Libera insieme all’architetto Eugenio Montuori, nell’area tra via Lidia e via Segesta confinante con il parco della Caffarella. Trasformato in discoteca e poi fallito, il Comune di Roma acquisisce il bene e appone un vincolo non solo per le sue qualità architettoniche, ma anche per la presenza di un affresco di Giuseppe Capogrossi. Tra il 2013 ed il 2015 il Comune esegue lavori di manutenzione con la speranza di preservare l’affresco e fare un primo passo verso il riuso del cinema in qualità di spazio polivalente, rivolto a proiezioni, spettacoli teatrali e conferenze. Nulla di fatto, il cinema oggi versa in uno stato di degrado e abbandono. Del Cinema Impero a via dell’Acqua Bullicante non c’è più traccia, di recente è stato demolito per consentire al suo posto la realizzazione di uno studentato di 80 posti. L’Impero era la più grande sala realizzata a metà degli anni ’30 e contemporaneamente un identico edificio fu costruito ad Asmara, considerato uno dei capolavori mondiali dell’architettura Art Déco è tutelato dall’UNESCO dal 2017, anno in cui l’intera capitale eritrea è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Dopo la chiusura negli anni ’70 il Comitato di Quartiere Tor Pignattara, assieme all’Ente Eco Museo Casilino organizza il Cantiere Impero una collaborazione tra mille cittadini e 32 imprese e associazioni della zona. Nel 2012, il progetto è pronto e prevede uno spazio per attività culturali e una sala cinema più piccola, oltre ad atelier d’artista, luoghi di co-working, teatri di posa. Il cinema non si è salvato. C’è poi il cinema Faro al Trullo. Realizzato nel dopoguerra ha rappresentato per decenni un punto di riferimento culturale e sociale per la borgata. Poi è stato chiuso e il quartiere invaso dallo spaccio di eroina per tutti gli anni ’80, fino a quando un gruppo di ragazzi decide di riaprire il cinema. Nasce in quel luogo il Centro Sociale Occupato Ricomincio dal Faro che per trent’anni ha organizzato concerti, spettacoli teatrali, proiezioni di film, presentazione di libri e tanto altro. Negli anni del Covid venne chiuso. Oggi la struttura va a pezzi, la copertura è fatta con lastre di amianto, il proprietario rifiuta l’offerta del Comune che vorrebbe acquistarlo, preferirebbe cambiarne la destinazione d’uso, per trasformarla in un centro commerciale o magari in una sala slot. Oggi quel manufatto è abbandonato alla sua disperazione. > Si potrebbe continuare ancora, sono tutte sale al di fuori della ZTL delle > quali nessuno chiede il salvataggio, se non le realtà sociali che abitano quei > quartieri periferici abbandonati al loro destino. Il centro  storico di  Roma è diventato un dispositivo di consumo. Una volta era abitato, esistevano relazioni, quotidianità. Oggi è una vetrina visitata da milioni di turisti, un grande centro commerciale a cielo aperto. Per i turisti si costruiscono alberghi di lusso, si trasformano appartamenti in case vacanza, si aprono ristoranti e show room.  Non sarà facile tornare indietro, quasi impossibile salvare il Metropolitan. E ha senso chiederlo? CHI DECIDE LA TRASFORMAZIONE DELLA CITTÀ La gestione della città deve cambiare lo dicono le tante vertenze aperte che difendono il diritto all’abitare, gli spazi pubblici svenduti, gli spazi sociali sotto continua minaccia di sgombero, Il modello proposto dall’Amministrazione non risponde ai bisogni reali delle cittadine e dei cittadini. La città è disegnata dai fondi immobiliari che trasformano il patrimonio pubblico dismesso dallo Stato, per fare cassa. Il loro portafoglio è gonfio di miliardi di euro. Saranno loro a decidere su quali “pezzi edilizi” e su quali “aree” investire. Questa gestione urbana neoliberale dipendente dai capitali finanziari è facilitata da incentivi e deroghe urbanistiche concesse dall’Amministrazione. A Roma assume un significato strategico la lotta contro il piano speculativo di Hines che riguarda l’area degli ex-Mercati generali a Ostiense, Questa vicenda rappresenta un esempio di scuola del corpo a corpo tra rendita e diritto alla città, tra funzione sociale e interessi immobiliari, tra estrazione di valore e tutela di un bene comune urbano e ambientale. Così come lo è stata la difesa strenua dell’area di Pietralata, che era destinata a parco pubblico e invece ospiterà lo stadio di una società privata con tutto ciò che verrà costruito intorno per “assicurare” la sostenibilità economica per gli investitori. > Sono tante le vertenze aperte in tutta la città. Roma ha bisogno di > tutt’altro.  Servono case popolari, servizi pubblici, parchi, aree verdi, reti > per la mobilità, spazi per la cultura e la socialità accessibili È quello che molte realtà chiedono con un appello lanciato da Nonna Roma che sta raccogliendo molte adesioni. La città chiede un cambio di passo. L’amministrazione non può continuare a offrire Roma a investitori privati, cambiando le regole per consentire procedure più veloci e ignorando le esigenze reali di chi la città la abita. Anche se il capitale immobiliare non si può abolire, si può regolare il suo intervento attraverso procedure pubbliche, trasparenti e partecipative. Alla futura amministrazione le lotte attive a Roma chiedono che si ragioni sul clima, sull’energia, sulle risorse naturali, sulla vivibilità della città. Insomma un reale cambio di passo rispetto a quello che è avvenuto finora. La discussione è aperta. la copertina è tratta dai profili social di Fridays For Future Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 14, 2026
DINAMOpress
Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza
Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza. In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica. > Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della > memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, > senza il sollievo della farsa? È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba. Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, a oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole. Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante. * * * A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale. Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta. Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia. Quando R. ci apre la porta chiusa del nuovo polo espositivo, che ho il privilegio di visitare in anteprima, mi accolgono centinaia di fototessere che ricoprono una ampia parete: mi fissano i volti di chi non ce l’ha fatta, ricostruiti attraverso un paziente e complicato lavoro sugli archivi delle famiglie delle vittime, durato anni e ancora in corso. È difficile non pensare ai mosaici dei volti dei desaparecidos argentini, che popolano le pareti di centri per la memoria, sedi di organizzazioni e musei della Plata: l’accostamento è per certi versi arbitrario, eppure la storia che ha fatto dell’antropologia forense un campo di battaglia politico inizia proprio da lì e passa tanto per Srebrenica. La nuova esposizione, volutamente immersiva più che classicamente museale, non fa sconti proprio su questi aspetti che potrebbe apparire quasi morbosi. Un grande, in apparenza disordinato ed inspiegabile mucchio di terra informe ci guarda all’interno di un allestimento altrimenti impeccabilmente pulito e nuovo di zecca. Ci metto un attimo a capire – poi forse non lo voglio fare – finché R. mi dice quello che forse già dovrei sapere: abbiamo voluto fare vedere, qui, com’è fatta una fossa comune. È morbosa l’idea di visitare una fossa comune in una esposizione museale? Non lo è, se ci si ferma un attimo a chiedersi: Che cos’è un monumento? A Srebrenica, mi rispondo, il corpo è il monumento. Davanti ad uno dei casi più ben congegnati di negazionismo storico – davanti ad un massacro che è stato negato (in parte, lo è ancora) attraverso la tecnica più letterale, ovvero facendo svanire la materialità dei corpi delle vittime, dispersi in fosse comuni che arrivano fino in Serbia, interrati e spostati più volte affinché non fossero mai rinvenuti – la battaglia per la memoria si gioca su questo residuo organico di umanità che va ripetutamente, ritualmente riaffermato: questa storia esiste perché esistono i corpi di chi non è sopravvissuto, i loro volti presenti sulle pareti, messi insieme da chi, in qualche modo, si è salvato. Una battaglia che si porta avanti in questi avamposti marginali perché ancora non trova pieno riconoscimento nemmeno nei programmi scolastici, dove, mi spiega R., quasi nessun insegnante bosniaco ha ancora accesso alle cattedre di storia. Risultato: a Srebrenica le scolaresche locali non vengono portate in gita. Una specie di palcoscenico riproduce alla perfezione uno dei muri della fucilazione di massa; subito di fronte a questo strano proscenio, vedo svolazzare elegantemente a mezz’aria – pendenti da innumerevoli fili sottili, a formare quasi un ben organizzato stormo di strani uccelli neri – una serie di fucili di varia foggia, puntati verso le luci della ribalta. «Quando passa un gruppo numeroso di persone – spiega R. – un effetto sonoro programmato riproduce i suoni degli spari». I suoni, ancora, dominano l’atmosfera rarefatta dell’esposizione deserta che stiamo profanando: una istallazione a parete ripete sommessamente litanie a più voci: sono le preghiere dei sopravvissuti, registrate negli anni in occasione degli anniversari del massacro. È qui che R. condivide un dato a primo impatto inaspettato: in comparazione con altri contesti assimilabili, tra i sopravvissuti di Srebrenica c’è un numero di suicidi incredibilmente basso: la fede religiosa, secondo lui, ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione del trauma, nell’attaccamento alla vita e alla memoria; un elemento che l’esposizione vuole, in qualche forma, celebrare. «Come avrebbe fatto mio padre, che ha perso i suoi fratelli ed è stato sul punto di morire di fame, se non avesse avuto la fede?» È questo il punto in cui, forse ormai valutata la sufficiente confidenza che abbiamo stabilito, R. aggiunge: quello che stiamo raccontando qui è esattamente quello che sta succedendo a Gaza. > Come racconteremo la fede, la fame, le scarpe rotte, dopo Gaza? Quale sarà il > ruolo della memoria di fronte ai nuovi negazionismi? Grazie al lavoro di R. e di altre persone come lui, soprattutto giovani eredi di una catena intergenerazione di trauma e memoria, abbiamo il privilegio di andare a Srebrenica ad imparare una lezione. Ricordiamo, poi però, di metterla in pratica. Immagine di copertina e nell’articolo dell’autrice. Foto scattate a Srebrenica, Mostar e Sarajevo, nel mese di agosto 2025. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza proviene da DINAMOpress.
July 14, 2026
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