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Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble. Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra generalizzata al vivente (https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/). Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico». Qui in pdf: Tecnoguerra(1)   Tecnoguerra (o la guerra mondializzata) da: ggrothendieck.wordpress.com Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti, non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate. Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX, che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista politico-economico contrastando l’influenza jihadista. La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali (gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo» della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria, terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia, grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida sconfitta. Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo, indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio della guerra [4]. Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso zone di guerra. Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle battaglie. Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5 o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio, esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC, sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO. Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9]. Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia, come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il materiale bellico [10]. Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’ ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]). Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie, in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra… Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi: 1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia, Taiwan ecc.) 2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti, cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe «schiacciare» la logica capitalista. 3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro. Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non sembra concepibile a breve e a medio termine. La tecnoguerra: sangue e droni «I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12]. Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci si dirige. Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq, è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13]. L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa. La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17]. L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli esperti ucraini di droni [19]. Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte e «sprechi» molti meno uomini della Russia. Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla «asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23]. In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25]. Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer, robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer [28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in condizioni reali. In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte. Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra), essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi non plus di Gainsbourg et Birkin [29]. Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill, «senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso. Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill. Conclusione «L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme un vero e proprio shock competitivo» (Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron). Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30]. Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un campo. Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe, forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il programma di missile balistico europeo ELSA [32]. Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al 2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique 2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese. La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio). È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026, Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento associato, UCAS. Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici offensivi. Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso», lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia. Groupe Grothendieck, Grenoble, aprile 2026. groupe-grothendieck@riseup.net ggrothendieck.wordpress.com     [1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national des hautes études de la sécurité et de la justice, Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense [2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres [3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026. [4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres, Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in «economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo impresa della Francia. Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html [5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel 2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani. https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/ [6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI). [7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi. [8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226 [9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo de L’Orient le jour del 20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html [10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le principali importazioni di armi francesi. [11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la mobilité en haute intensité ». [12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf [13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e mezzo il numero totale dei morti in questa guerra. [14] Unmanned Aerial Vehicule. [15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al riparo. [16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata, rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense nationale (IHEDN), Febbraio 2026. [17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro. [18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/ [19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1° aprile 2026. [20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera Scalp (400 chilometri di portata). [21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech [22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per quello francese. [23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026. [24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026. [25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire [26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php [27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640 [28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667 [29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn [30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto, possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la guerra in Germania. [31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné, 15 aprile 2026. [32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048 [33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale (SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf [34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/ [35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte », Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026. [36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/  
May 29, 2026
il Rovescio
«Silenzio stampa» – l’inchiesta sullo squadrismo sionista a Roma
L’inchiesta descrive in dettaglio le continue minimizzazioni da parte degli organi stampa e istituzionali delle violenze perpetrate ai danni di militanti e attiviste antifasciste e antifascisti in contesti di manifestazioni di protesta contro il genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano o in generale in solidarietà con la causa palestinese. Negli ultimi due anni infatti le intimidazioni e le violenze verso chi esprime solidarietà con il popolo palestinese si sono fatte sempre più frequenti. Questo fenomeno, presente in tutto il mondo, si è verificato con particolare intensità nella città di Roma, soprattutto nel quadrante sud orientale della capitale. Il documentario ha l’obiettivo di far luce su quanto accaduto, per non lasciare queste violenze sotto silenzio. Pubblichiamo inoltre un’intervista esclusiva fatta al collettivo Restiamo umani, autore del documentario «Silenzio stampa». Di seguito il video integrale della docu-inchiesta realizzata da Restiamo umani e l’intervista di DinamoPress al collettivo promotere del progetto. -------------------------------------------------------------------------------- Perché avete sentito la necessità di realizzare questo documentario? Abbiamo sentito la necessità di realizzare questo documentario innanzitutto perché nessuno/a lo aveva ancora fatto al posto nostro. Lo spazio che le aggressioni di matrice sionista hanno trovato nella narrazione pubblica è sempre stato troppo poco e anche per questo abbiamo pensato che invece fosse necessario porre fine a questo silenzio. Noi siamo ragazzi e ragazze che, come tanti e tante altre/i, negli ultimi anni hanno attraversato e animato le mobilitazioni per la Palestina e ci siamo presto accorti/e che attorno a questa questione si respira, soprattutto nella città di Roma, un clima intimidatorio, che abbiamo sentito l’esigenza di raccontare. L’impunità di cui godono questi soggetti si manifesta in modo sistematico su tre livelli differenti. Il primo è quello istituzionale e politico: esponenti di diversi schieramenti hanno scelto la via del silenzio o, in alcuni casi, hanno offerto una sponda esplicita agli aggressori. Pensiamo alle dichiarazioni di Salvini sui fatti del 25 aprile, o a quelle di Lollobrigida dopo l’aggressione davanti al Liceo Caravillani; interventi che hanno di fatto legittimato la violenza, arrivando addirittura ad invertire le responsabilità tra aggrediti ed aggressori. Come si è manifestata “l’impunità” di cui godono i soggetti autori delle aggressioni? L’impunità di cui godono questi soggetti si manifesta in modo sistematico su tre livelli differenti. Il primo è quello istituzionale e politico: esponenti di diversi schieramenti hanno scelto la via del silenzio o, in alcuni casi, hanno offerto una sponda esplicita agli aggressori. Pensiamo alle dichiarazioni di Salvini sui fatti del 25 aprile, o a quelle di Lollobrigida dopo l’aggressione davanti al Liceo Caravillani; interventi che hanno di fatto legittimato la violenza, arrivando addirittura ad invertire le responsabilità tra aggrediti ed aggressori. Il secondo livello è quello dei media generalisti, che hanno taciuto o ribaltato la dinamica degli eventi, operando sulle cronache cittadine la stessa mistificazione che applicano al racconto del genocidio in Palestina. Infine, c’è un piano di agibilità pratica e fisica sul campo: la condotta delle forze dell’ordine, infatti, in diverse occasioni ha permesso a queste frange radicali di muoversi e colpire, molto spesso senza subire alcuna conseguenza giudiziaria e senza essere nemmeno identificate. Se i media “mainstream” hanno depistato e coperto le aggressioni di matrice fascio-sionista, quale deve essere il ruolo della stampa indipendente di fronte a quanto accaduto? Il ruolo della stampa indipendente e della contro-informazione deve essere non solo quello di denunciare l’omissione dei grandi media, ma anche quello di spezzare l’unilateralità del racconto pubblico e smontarne i meccanismi di funzionamento. Come diciamo proprio nei minuti finali della nostra inchiesta, infatti, il compito diventa quello di portare le prove dove si vorrebbe imporre il silenzio e di dare voce a una verità che i fatti non permettono più di ignorare. Se l’informazione generalista tende a derubricare queste forme di violenza politica ad anonimi scontri fra facinorosi e, come avviene ancora più spesso, ad invertire i ruoli tra aggrediti e aggressori, il giornalismo indipendente deve riuscire ad imporre un principio di realtà attraverso un lavoro d’inchiesta rigoroso, basato sulle testimonianze e sui riscontri oggettivi, per dimostrare che non siamo di fronte a episodi isolati ma a una strategia precisa. Inoltre crediamo che la forza del giornalismo indipendente risieda anche nel fatto che la realtà documentata sul campo è dotata di una forza intrinseca: quando si ricostruiscono i fatti con rigore, la verità diventa così solida e dirompente da riuscire a bucare la narrazione ufficiale. Il fine ultimo della contro-informazione deve essere proprio quello di trasformare la verità dei fatti, storpiata dal discorso dominante, in una consapevolezza diffusa e in un senso comune non più manipolabile. La copertina è a cura di Restiamo umani Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo «Silenzio stampa» – l’inchiesta sullo squadrismo sionista a Roma proviene da DINAMOpress.
May 29, 2026
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Enrico Gargiulo: «I protocolli riducono la visibilità delle scelte politiche»
C’è qualcosa di molto fragile e allo stesso tempo estremamente violento, negli scenari globali contemporanei. Guerre interconnesse, crisi permanenti, ridefinizioni tumultuose degli equilibri geopolitici: dentro questo quadro, l’effettività del diritto – a cominciare da quello internazionale – appare progressivamente più incerta, selettiva, intermittente. Ma proprio mentre si moltiplicano le rappresentazioni della crisi dell’ordine giuridico e politico, gli strumenti ordinari di amministrazione del potere rischiano di diventare ancora più invisibili e normalizzati. È per questa ragione che l’ultimo libro di Enrico Gargiulo, Protocollo. Uno strumento di potere (Elèuthera, 2026), assume una duplice utilità: analitica e politica. Il volume disegna un percorso immersivo dentro il concetto di protocollo, seguendone genealogie, trasformazioni, usi e funzioni. Con un approccio che attraversa storia, saperi giuridici e teoria critica, Gargiulo mostra come il protocollo non sia soltanto una procedura tecnica o amministrativa, ma un dispositivo capace di organizzare rapporti di potere, orientare comportamenti e produrre gerarchie. Un’analisi minuziosa, che però si sviluppa costantemente iscritta dentro uno scenario più ampio: quello delle trasformazioni contemporanee delle forme di governo. Nella prospettiva delineata dall’autore, sociologo dell’Università di Torino, il protocollo agisce infatti come un potente «neutralizzatore politico». Trasforma decisioni storicamente situate in procedure apparentemente inevitabili; sposta il conflitto dal terreno della scelta a quello dell’implementazione tecnica; contribuisce a presentare come neutrale ciò che è invece il prodotto di rapporti di forza, interessi e asimmetrie materiali.  E se è vero – come spesso è affermato nel dibattito pubblico, anche da prospettive molto differenti tra loro – che una delle cifre del presente è la progressiva scomparsa della politica, allora vale la pena seguire il percorso proposto da Gargiulo ed esplorare fino in fondo la portata del protocollo. Non solo per comprendere meglio questo specifico dispositivo, ma anche per interrogare più in generale le forme contemporanee del governo, della coercizione e dell’amministrazione delle condotte. Nel contesto attuale, segnato da ristrutturazioni violente dell’ordine neoliberale e da una crescente instabilità globale, come nasce l’esigenza di concentrarti proprio sul concetto di protocollo? C’è stato un episodio specifico da cui è nata l’idea di questa focalizzazione? Il mio interesse per il concetto di protocollo nasce da una curiosità relativa alle trasformazioni che interessano le modalità di governo contemporanee, sempre più segnate dall’uso di strumenti tecnici e amministrativi capaci di regolare la vita sociale. All’interno di scenari segnati da crisi, instabilità ed emergenze – vere o presunte – i protocolli si affermano come dispositivi centrali per affrontare l’incertezza, offrendo procedure standardizzate che orientano l’azione e riducono la necessità di decidere in maniera contingente. Ma il mio interesse per il concetto di protocollo nasce anche da curiosità più specifiche. > La gestione dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, in > particolare, è stata un momento fondamentale. Una vera e propria “pandemia di > protocolli” ha fatto seguito alla diffusione globale del virus: quasi ogni > gesto quotidiano, importante o meno che fosse, è stato regolato da una > procedura specifica, che andava rispettata in modo tassativo. Lo scenario internazionale, a sua volta, è stato determinante. Non a caso il libro si apre raccontando un episodio legato all’invasione israeliana della striscia di Gaza e al genocidio della popolazione palestinese. Dopo il secondo cessate il fuoco tra Israele e Hamas, presso lo Sheba Medical Center di Tel Aviv è stato realizzato in tempi rapidi un protocollo ad hoc per l’assistenza agli ostaggi liberati. In assenza di linee guida già disponibili, il personale medico si è basato su saperi esperti relativi a eventi simili per costruire una procedura operativa dedicata. L’episodio, se da un lato mostra come i protocolli siano strategici nei momenti di emergenza – situazioni inedite sono governate attraverso dispositivi formalizzati –, dall’altro rivela le asimmetrie nell’accesso a risorse fondamentali: la possibilità di costruire e applicare un protocollo efficace dipende da fattori materiali, cognitivi e relazionali distribuiti in modo diseguale. Le differenze tra il trattamento riservato agli ostaggi israeliani e quello destinato alle persone palestinesi liberate dalle carceri in cui erano detenute lo rende visibile in maniera evidente. Da considerazioni più generali e da episodi come questo nasce l’idea di focalizzarmi sul protocollo. Uno strumento che appare neutrale e tecnico ma che, in realtà, gioca un ruolo del tutto politico: mentre promette efficienza e uniformità contribuisce a riprodurre le disuguaglianze e a spostare l’attenzione dalle scelte alle procedure, spoliticizzando l’azione pubblica. Analizzarlo, dunque, significa interrogare le forme contemporanee del potere, in molti casi esercitate in modo indiretto, discreto e apparentemente neutrale. Come si inserisce il tema del protocollo nel tuo percorso di ricerca? Che continuità vedi con i lavori in tema di anagrafe, saperi di polizia, politiche dell’integrazione e della cittadinanza? Il filo conduttore è nel percorso di politicizzazione di dispositivi che tendono a presentarsi come neutri o puramente tecnici? Il concetto di protocollo è una sorta di filo rosso nei miei lavori. Rappresenta il punto di convergenza di interessi sviluppati nel tempo attorno ad ambiti diversi ma in qualche modo collegati: la cittadinanza e le sue trasformazioni; le politiche di integrazione della popolazione immigrata; il sapere di polizia, l’anagrafe e le sue performatività; gli strumenti amministrativi. Campi che, nella loro eterogeneità, condividono un elemento centrale: il ruolo strategico che strumenti tecnici e burocratici, privi di uno statuto giuridico chiaro, rivestono nella regolazione della vita sociale. L’attenzione per il concetto di protocollo, più in dettaglio, nasce da una curiosità maturata studiando dispositivi in apparenza banali ma, in realtà, capaci di influenzare concretamente i comportamenti agendo in modo prescrittivo e al contempo pedagogico. L’anagrafe è piuttosto rappresentativa: strumenti amministrativi che appaiono poco vincolanti e posti molto in basso nella scala delle fonti del diritto, come le ordinanze e le circolari sindacali, contribuiscono a garantire o a negare visibilità amministrativa a individui e gruppi e, quindi, a costruire disuguaglianze materiali e simboliche. > La polizia è altrettanto significativa: strumenti come i manuali o i > protocolli operativi indicano come classificare la popolazione e insegnano a > operare selezioni, riproducendo gerarchie sociali e distinguendo tra soggetti > “legittimi” e “illegittimi”. Le politiche di integrazione sono a loro volta > emblematiche: documenti di programmazione che appaiono come poco vincolanti > aiutano a strutturare il modo in cui guardiamo alle relazioni sociali tra > persone “native” e “immigrate”, nascondendo processi politici e decisioni che > regolano in maniera selettiva il diritto al soggiorno e il riconoscimento > dell’appartenenza. Il filo conduttore che lega cose diverse tra loro, dunque, è il carattere profondamente politico di dispositivi che tendono a presentarsi come tecnici o ad apparire banali e scontati. Il protocollo, in questo senso, incarna perfettamente il rapporto ambiguo tra tecnica e politica, tra la neutralità apparente delle decisioni e l’esercizio effettivo, e in una certa misura arbitrario, del potere: è, parafrasando il titolo di un libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson (Border as Method), un metodo di governo. Analizzarlo significa allora rendere visibile ciò che normalmente resta opaco, mostrando come la gestione delle popolazioni si eserciti attraverso pratiche quotidiane e apparentemente innocue. Nel libro utilizzi il paradigma della soft law per descrivere il funzionamento del protocollo: un dispositivo il cui carattere coercitivo è spesso poco evidente. Se dovessi sintetizzare, qual è oggi il peso specifico del protocollo nelle forme contemporanee di governance? Nello scenario contemporaneo, il protocollo ha un peso sempre più rilevante nelle pratiche di governo. In particolare quando assume la forma della cosiddetta soft law: un insieme eterogeneo di documenti contenenti indicazioni tecniche o operative – linee guida, libri “colorati” (blu, giallo, bianco, ecc.), manuali – che, pur non avendo lo status formale di norme giuridiche, sostituiscono la legge tanto da produrre effetti vincolanti e da incidere concretamente sui comportamenti, suggerendo buone pratiche e provando a uniformare le condotte, standardizzandole. > Allo stesso tempo, si comporta come una pseudo-legge, capace di integrare una > normativa generica o inadeguata. È assimilabile perciò a uno strumento di > infra-diritto, che in apparenza va a definire in dettaglio i contenuti di una > norma ma che, di fatto, finisce per introdurne una ex novo, consentendo così > una regolazione flessibile, adattabile a contesti diversi e particolarmente > efficace nella gestione di situazioni complesse o emergenziali. Il protocollo, date le sue caratteristiche, svolge una funzione politica precisa: permette di governare “a distanza”, delegando agli esperti la definizione delle procedure e spostando il conflitto dal piano delle decisioni a quello dell’implementazione tecnico-operativa. In sostanza, è un meccanismo capace di ridurre la visibilità delle scelte politiche e di proteggere i decisori dalle critiche, contribuendo a una forma di spoliticizzazione. Il risultato è una particolare modalità di esercizio del potere, fondata su strumenti informali, flessibili e apparentemente neutri che, tuttavia, mantengono un forte carattere normativo. In uno scenario del genere, “protocollo” è il nome generale che possiamo dare a dispositivi che veicolano decisioni scaturite da percorsi poco visibili ma non per questo meno incisivi. Il contenimento della mobilità è uno degli assi principali attraverso cui analizzi gli effetti dei protocolli, sia nel presente – penso al caso Albania – sia in prospettiva storica, anche coloniale. Perché la mobilità è, nelle tua analisi, un terreno privilegiato per osservare il funzionamento del protocollo? La mobilità è un terreno privilegiato per osservare il funzionamento dei protocolli: costituisce uno degli ambiti in cui il governo delle popolazioni si manifesta in modo più evidente e conflittuale. Il movimento delle persone, in quanto tale, mette in crisi l’ordine statale, che presuppone stabilità, sedentarietà e appartenenze territoriali definite. > In uno scenario segnato dall’ossessione per la mobilità, i protocolli sono > strumenti capaci di regolare e contenere gli spostamenti individuali, > contribuendo a classificare i soggetti, a stabilire le condizioni di accesso e > permanenza e a definire chi può muoversi legittimamente e chi no. Aiutano > inoltre a far apparire le norme che disciplinano il movimento come naturali e > inevitabili, nascondendo il fatto che sono il prodotto di decisioni politiche > e rapporti di potere. La mobilità, nello specifico, è un ambito in cui operano numerosi dispositivi amministrativi e documentali – registri, controlli, protocolli operativi – che producono effetti performativi: non si limitano cioè a registrare i movimenti, ma contribuiscono a definirli, rendendo alcune forme di spostamento visibili e legittime e altre invisibili e illegittime. È un settore, inoltre, in cui gli strumenti protocollari assumono la forma delle intese e degli accordi. Come il Protocollo di intesa tra Italia e Albania di cui hai parlato in dettaglio qui, che prevede la costruzione, nel territorio albanese, di centri (hotspot e CPR) sotto la giurisdizione italiana, destinati a trattenere e processare le domande di asilo di persone soccorse in mare, allo scopo di velocizzarne il rimpatrio. Storicamente, più in generale, la regolazione della mobilità è associata a logiche di controllo e classificazione della popolazione, come mostrano in modo chiaro le misure di polizia che si sono stratificate nel corso del tempo, il cui scopo ultimo, al di là delle retoriche sicuritarie ed emergenziali tramite cui di volta in volta sono state giustificate e legittimate, è mantenere l’ordine sociale distinguendo tra soggetti “accettabili” e “pericolosi”. Per queste ragioni lascia trasparire in maniera cristallina la dimensione normativa, selettiva e gerarchica dei protocolli: è il luogo in cui il loro funzionamento appare meno neutro e più chiaramente legato alla produzione di disuguaglianze e al controllo delle popolazioni. Il libro non ha solo una finalità analitica: nelle conclusioni ti confronti esplicitamente con l’approccio abolizionista. Chi immagini come destinatariə politico del tuo libro? Che cosa può significare un uso abolizionista del tuo lavoro sul protocollo? Il libro si rivolge a una platea ampia ma chiaramente orientata: studios*, attivist*, professionist* del diritto e, più in generale, persone interessate a comprendere criticamente il funzionamento degli strumenti di governo contemporanei. Un pubblico tendenzialmente non neutro, che può appropriarsi delle analisi contenute nel testo per interrogare e mettere in discussione le forme attuali di esercizio del potere. In questo senso, il richiamo all’abolizionismo e alle proposte analitiche e politiche sull’argomento allude a una prospettiva critica che non vuole limitarsi a una riforma degli strumenti esistenti ma intende problematizzarne radicalmente le funzioni e gli effetti. Un uso abolizionista delle analisi critiche sul concetto di protocollo implica innanzitutto la messa a tema, esplicita e pubblica, del carattere politico di dispositivi che si presentano come tecnici, mostrandone la funzione produttiva di gerarchie, esclusione e controllo. Comporta, inoltre, il non accettare come inevitabili o naturali le procedure che regolano la vita sociale, riconoscendole piuttosto come il risultato di scelte situate e contestabili. In sostanza, la posta in gioco dell’analisi portata avanti nel libro è de-naturalizzare i dispositivi di governo, analogamente a quanto avviene in altri lavori o proposte di stampo abolizionista che hanno come oggetto i confini, l’idea di integrazione o le strutture carcerarie e manicomiali. Una lettura abolizionista del concetto di protocollo, insomma, non consiste nel rifiuto assoluto dei dispositivi protocollari – che sarebbe irrealistico e forse anche controproducente – ma si sostanzia nella messa in luce delle condizioni di possibilità della loro pervasività: ossia, nella critica dei tratti portanti della struttura giuridica e politico-economica in cui viviamo, il capitalismo, al cui interno le decisioni politiche passano molto spesso attraverso procedure banalmente tecniche. Un approccio abolizionista all’analisi dei protocolli, inoltre, si traduce nella capacità di immaginare alternative: vale a dire, forme di organizzazione e di gestione della vita collettiva che non si fondino su dispositivi opachi e gerarchici ma provino a costruire relazioni più orizzontali e meno coercitive. Il libro, quindi, non ha la pretesa di offrire soluzioni immediate, ma ha l’ambizione di fornire le basi analitiche per una critica radicale del mondo in cui viviamo e per una possibile trasformazione delle pratiche di governo che lo segnano in maniera strutturale. La copertina è di Mariann Szőke Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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May 29, 2026
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La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎
Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale, stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio “lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove concessioni ancora da firmare, stenta a partire. Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli interessi di grandi operatori economici e finanziari? GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti costruiti ben oltre i limiti autorizzati. Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e privatizzazione progressiva dello spazio pubblico. Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati, spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea stessa di mare come bene collettivo. LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha cambiato formalmente gestione. Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali. Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione. di Metro Centric (Flickr) Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di posizionamento economico. È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA, produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del demanio nelle mani di grandi operatori economici? UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una pianificazione efficace per la sicurezza in mare. A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o giudiziaria. È anche ambientale. Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti riconducibili ai clan Fasciani e Spada. Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino, sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni — affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica. Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione. Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari, togliendo spazio alle più modeste realtà locali? POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi, scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari. Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno respinto le accuse. Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali, mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei concessionari. Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale sulle amministrazioni e sul governo del territorio. di Andrea Vanni (Flickr) LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile. Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale idea di città verrà costruita lungo il mare. Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in crisi. Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi decenni. Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed esclusivo. La copertina è di Cala mar (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 28, 2026
DINAMOpress
Trailer «Silenzio stampa» – documentario sugli attacchi squadristi di stampo sionista a Roma
Il documentario «Silenzio stampa», realizzato dal collettivo Restiamo umani, di cui l’identità dei membri è rimasta anonima per tutela da eventuali rappresaglie, ha come obiettivo di denunciare e fare luce sull’impunità di cui godono gli autori dei numerosi attentati e aggressioni di matrice sionista che si sono verificati a Roma a partire dagli attacchi del 7 ottobre 2023. L’inchiesta, che uscirà nella sua versione integrale venerdì 29 maggio sui canali di Restiamo umani e che verrà ripresa anche su DinamoPress, descrive in dettaglio le continue minimizzazioni da parte degli organi stampa e istituzionali delle violenze perpetrate ai danni di militanti e attiviste antifasciste e antifascisti in contesti di manifestazioni di protesta contro il genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano o in generale in solidarietà con la causa palestinese. Negli ultimi due anni infatti le intimidazioni e le violenze verso chi esprime solidarietà con il popolo palestinese si sono fatte sempre più frequenti. Questo fenomeno, presente in tutto il mondo, si è verificato con particolare intensità nella città di Roma, soprattutto nel quadrante sud orientale della capitale. Violenze a studenti liceali accusati di aver gridato “Free Palestine” nel cortile di una scuola, striscioni intimidatori contro il collettivo studentesco del liceo Manara, ordigni artigianali fatti esplodere davanti all’entrata del centro sociale La Strada, aggressioni, minacce e pestaggi si sono susseguiti nel corso degli ultimi mesi. Tutti episodi riconducibili, in modo più o meno rivendicato, alle frange più estremiste e militanti del sionismo romano, che negli ultimi anni ha adottato sempre di più un modus operandi e un’estetica legati alla tradizione dell’estrema destra italiana. Non perdere l’uscita della versione integrale del documentario, segui i canali di Restiamo umani (Instagram, Blog e Youtube) e le pagine web e social di DinamoPress per ogni aggiornamento. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Trailer «Silenzio stampa» – documentario sugli attacchi squadristi di stampo sionista a Roma proviene da DINAMOpress.
May 27, 2026
DINAMOpress
Perché il fujimorismo continua a tormentare il Perù?
Un fantasma si aggira per il Perù. Non è lo stesso che terrorizzava le élite del XX° secolo, né quello delle rivoluzioni che promettevano di spazzare via il vecchio ordine. È un altro, più strano e inquietante: il fantasma del fujimorismo. Il 12 aprile 2026, nessuno dei 35 candidati alla presidenza del Perù è riuscito ad andare oltre un quinto dell’elettorato. Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori e candidata presidente di Fuerza Popular, ha ottenuto la percentuale più alta al primo turno delle elezioni generali con circa il 17% dei voti validi, accedendo così al secondo turno per la quarta volta consecutiva dal 2011. Al ballottaggio si troverà in compagnia di Roberto Sánchez, candidato presidente del centrosinistra di Juntos por el Perú che ha ottenuto il 12% dei voti, superando di poco il candidato di estrema destra Rafael López Aliaga, del partito Rinnovamento Popolare, il quale ha denunciato brogli senza però presentare prove. Per comprendere questo momento, è importante fare un passo indietro nella storia e capire che il Perù è arrivato agli anni 1990 in una specie di coma. L’iperinflazione durante il governo di Alan García [1985-1990 – ndt] aveva sgretolato il potere d’acquisto delle famiglie lavoratrici e il conflitto armato tra lo Stato e i guerriglieri di Sendero Luminoso aveva reso inabitabili vaste aree del Paese. Il governo – debole, centralizzato a Lima e storicamente distante dalla maggioranza della cittadinanza – era stato sopraffatto. In tale contesto, Fujimori padre si presentò come un outsider: ingegnere, figlio di immigrati giapponesi e senza un partito consolidato alle spalle. Sconfisse, anche con il sostegno di una parte della sinistra –la casta – rappresentata nel 1990 da Mario Vargas Llosa [scrittore e candidato presidente per la coalizione Frente Democratico – ndt]. Quando si parlava del sistema clientelare di Fujimori negli anni ’90, si faceva spesso riferimento ai pacchi alimentari. Si diceva che il dittatore comprasse voti distribuendo questi pacchi nei quartieri più poveri. Ci sono stati anche momenti in cui l’elettorato ha rifiutato il fujimorismo: nel 2011 con Ollanta Humala, nel 2016 con Pedro Pablo Kuczynski e nel 2021 contro Pedro Castillo, un’ampia maggioranza sociale ha riattivato la memoria storica che associa il nome Fujimori a crimini contro l’umanità, sparizioni forzate, corruzione senza scrupoli e decadenza morale delle istituzioni repubblicane. > Si potrebbe affermare che l’identità politica peruviana più forte sia > l’antifujimorismo. Nonostante questo, il fujimorismo rimane protagonista in > ogni elezione presidenziale in Perù e ha sempre una possibilità di vittoria. > La domanda che ci inquieta così tanto è: perché ne siamo ancora sorpresi? L’ARCHITETTURA DEL VOTO DI FUJIMORI Nelle recenti campagne presidenziali, Jorge Nieto, uno də diversə candidatə di sinistra del partito Buen Gobierno, ha sollevato un tema che ci ha creato non pochi problemi. Le misure redistributive attuate durante le dittature nel Perù del XX secolo sono state, sistematicamente, superiori a quelle implementate durante i periodi democratici. Nieto, a tratti in maniera un po’; forzata, ha tracciato un parallelo tra la dittatura militar-populista di Juan Velasco Alvarado, salito al potere con un colpo di stato nel 1968 e che ha varato la Riforma Agraria nel 1969, e la dittatura di Fujimori, dove la crisi macroeconomica venne scongiurata. La legittimità politica del fujimorismo è direttamente correlata all’importanza che i diversi settori della popolazione attribuiscono alla pacificazione e alla stabilità economica raggiunte durante quel governo. Quel ricordo fondativo (per quanto accompagnato da autoritarismo, corruzione sistemica e gravi violazioni dei diritti umani) è rimasto impresso nella memoria di un’intera generazione come il momento in cui qualcuno “ha ristabilito l’ordine”. Ecco perché Keiko Fujimori non governa: eredita. In un sistema politico nel quale le altre forze si sono screditate da sole, ereditare qualcosa (per quanto sporco, per quanto discutibile) rappresenta un vantaggio strutturale che nessuna campagna elettorale può erodere facilmente. Non è un caso che il programma di governo di Keiko Fujimori per queste elezioni, che rafforza il ricordo dell’eredità paterna, si chiami “Perù in ordine”.. > Oggi, le principali basi di sostegno del fujimorismo sono distribuite tra le > associazioni di piccole e medie imprese, insieme a una parte del settore > informale della vendita ambulante informale e a vari gruppi di credenti > evangelici. Questa coalizione è più rivelatrice e complessa di quanto sembri: il grande capitale sostiene il fujimorismo, così come altri candidati di destra come l’estremista López Aliaga, però rappresenta anche il voto di coloro che hanno costruito il proprio sostentamento ai margini dello Stato. Il fujimorismo è privo di un fondamento ideologico concreto: è una macchina identitaria piuttosto che un programma politico. Non offre alcuna visione per il Perù ma si limita a decifrare un riconoscimento: la promessa che il caos possa essere scongiurato risvegliando vecchi fantasmi per garantire che quel poco che si è costruito non venga spazzato via dai comunisti di Sendero Luminoso nelle loro nuove versioni democratiche. Questa promessa, in un Paese dove oltre il 70% dell’economia è informale e quasi tre peruviani su dieci vivono in povertà, non viene scalfita dall’;accusa (l’ennesima) di corruzione. CAMPAGNE DI SICUREZZA «Il Perù non vota “male”, vota come vive: a stomaco vuoto e con la mente sotto assedio», ha dichiarato Héctor Béjar non appena sono stati annunciati i risultati delle elezioni di aprile. Béjar è stato uno dei fondatori dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) negli anni ‘70 e ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri [estate 2021 – ndt] nel governo di Pedro Castillo [2021- 2022 – ndt]. In questa tornata elettorale in Perù, non è stata soltanto la destra a incentrare la propria campagna elettorale su criminalità, giustizia e sicurezza. Persino la sinistra ha adottato una strategia incentrata sulla sicurezza, credendo erroneamente che “il popolo”; desideri un pugno di ferro fine a se stesso. Durante i dibattiti televisivi Ronald Atencio, candidato dell’alleanza elettorale Venceremos, si è spinto fino ad affermare che, se eletto presidente, avrebbe guidato una “squadra di annientamento”; per combattere la criminalità organizzata. Si tratta della stessa retorica utilizzata da Fujimori padre negli anni 1990. In un Paese dove l’estorsione è diventata di fatto una tassa sul lavoro, questo appello trova riscontro in un pubblico reale, ma sa anche smascherare gli impostori. Sebbene questo ordine promesso non affronti nessuna delle cause profonde del disordine, le pressioni della vita quotidiana rendono possibili candidature sempre più estreme, e non solo tra i partiti di destra. Anche la sinistra afferma alcune cose vere: che l’attuale modello politico ed economico è escludente, che la ricchezza non viene ridistribuita e che la Costituzione del 1993 protegge gli stessi privilegi di sempre. Ma queste verità non bastano. Non riescono a convincere i territori, non riescono a raggiungere le emozioni, non riescono ad affermarsi nel momento in cui qualcuno deve decidere, nella solitudine dell’urna, chi rappresenta la sua paura più immediata. Esiste un divario tra la veridicità dell’analisi e la capacità di coinvolgere chi vive ai margini della società, e questo divario rappresenta anche una responsabilità politica, non solo un problema di comunicazione o di campagna elettorale. IL FANTASMA CHE NON SE NE VA, UN RICORDO CONTROVERSO In tutte e tre le precedenti candidature alla presidenza, Keiko Fujimori è andata vicina alla vittoria. Dispone di una base solida che nessuna crisi può intaccare completamente, perché non si fonda sull’entusiasmo bensì su qualcosa di più resiliente: la memoria, le reti di contatti e un’identità costruita in opposizione a tutto il resto. Il fujimorismo 1.0 ha colto qualcosa di reale: l’energia dei settori esclusi che rivendicavano un posto nell’economia e nella politica. Non si è trattato soltanto del periodo in cui il Consenso di Washington venne implementato alla lettera (con la violenza e la repressione che le sue misure comportarono): si trattava anche degli anni in cui si sviluppò un capitalismo popolare, concepito inizialmente da Hernando de Soto [Direttore della Banca Centrale del Perù dal 1978 al 1980 durante il governo militare di Francisco Morales Bermúdez (1975-1985) – ndt] per Vargas Llosa e che rimane rilevante non solo a livello teorico ma anche pratico. Marx ed Engels scrissero che uno spettro infestava l’Europa e che tutte le potenze si erano unite per esorcizzarlo. Lo spettro peruviano è più difficile da esorcizzare perché non viene dall’esterno: viene dall’interno, da una ferita non rimarginata, da una domanda a cui nessuno è ancora riuscito a dare una risposta definitiva. Ogni volta che il fujimorismo arriva al ballottaggio, una parte dell’analisi progressista latinoamericana compie lo stesso gesto automatico: diagnostica l’alienazione popolare, pronuncia la parola clientelismo, fa riferimento a mafie e corruzione e chiude rapidamente il dibattito. > Ma il voto per Fujimori è trasversale e sfida la segmentazione di classe e le > semplici divisioni elettorali. Invece di essere il voto dei poveri manipolati > e impotenti o quello delle élite compiacenti, il sostegno al partito ora > chiamato Fuerza Popular attraversa classi sociali e regioni (sulla costa e > nella parte orientale del Perù). Sta accadendo qualcosa di più complesso. Il voto a Fujimori non è stato frutto di circostanze fortuite; si tratta di una preferenza espressa con coerenza nel tempo. La mera ipotesi di manipolazione dell’elettorato di Fujimori, che infantilizza le complesse razionalità dei settori popolari in contesti di espropriazione e violenza quotidiana, è anch’essa un pretesto per non riflettere. Il 7 giugno, alcunə də 27 milioni di elettorə peruvianə aventi diritto al voto torneranno alle urne. Voteranno per scegliere tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez in un ballottaggio che, secondo l’istituto di sondaggi Ipsos, inizia con un sostanziale pareggio al 38%. La domanda rimane la stessa: basterà ancora una volta l’antifujimorismo a contenere lo spettro che incombe sul Perù? Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. La versione originale in spagnolo è stata pubblicata sul sito messicano www.ojala.mx La copertina è di Nestor Soto (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 25, 2026
DINAMOpress
Le Isole Canarie: un laboratorio di produzione di vulnerabilità per i minori non accompagnati
FRANCESCA IBRIDI 1 Nel novembre 2020 un’immagine è diventata protagonista dei media europei: il “molo della vergogna”. Duemilaseicento persone stipate sul molo di Arguineguín, sull’isola di Gran Canaria. Tende improvvisate, servizi inesistenti, corpi ammassati in attesa. Non si trattava di un’eccezione: era la manifestazione di una normalità che di solito rimane nascosta, confinata dentro i centri. La cosiddetta rotta atlantica collega Senegal, Mauritania, Sahara Occidentale e Marocco alle Isole Canarie. In questi anni, ha acquistato sempre più rilevanza in seguito ai restringimenti dovuti alla diffusione della pandemia di COVID-19, e il conseguente finanziamento spagnolo alla polizia marocchina per sigillare le frontiere di Ceuta e Melilla. In un contesto totalmente impreparato all’accoglienza, il governo delle Canarie e la Croce Rossa stringono un accordo con l’industria alberghiera: gli hotel ed altre strutture ricettive vengono trasformati in centri di accoglienza temporanei.  Con la graduale eliminazione delle misure per contenere la pandemia, l’arcipelago si apre nuovamente al suo consueto flusso turistico. Di conseguenza, prende forma il “Plan Canarias“, che prevede la riconversione di strutture pubbliche abbandonate, come ex caserme ed edifici militari, in centri di emergenza. Il piano viene duramente contestato da organizzazioni come CEAR, Médecins du Monde, Amnesty International e Human Rights Watch, che denunciano le gravi violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate all’interno dei centri. In “Boza! Diari dalla frontiera” Luca Giliberti e Luca Queirolo-Palmas raccontano che molti scelgono un’esistenza precaria in strada, piuttosto che cedere alle violenze che subisce chi ha la “pulserita”, il braccialetto che sono obbligati ad indossare coloro che vivono nei centri. Il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli sottolinea che nel corso del 2024 è stato registrato un aumento senza precedenti del numero di “arrivi irregolari” alle Isole Canarie. Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Interni spagnolo, almeno 41.425 persone, tra cui 5.699 minori non accompagnati, hanno raggiunto le isole su piccole imbarcazioni tra il 1° gennaio e il 30 novembre. È l’ennesima manifestazione di un sistema che produce confini mobili: quando si bloccano alcuni passaggi, se ne aprono altri, più remoti e più letali. I minori non accompagnati che arrivano alle Canarie provengono principalmente da Mali, Senegal e Marocco. Nonostante la natura frammentata e parziale dei dati disponibili, analizzando e comparando le informazioni fornite dalle fonti ufficiali è possibile delineare un profilo migratorio prevalentemente maschile e in età adolescenziale. I minori non partono esclusivamente per “cercare un futuro migliore”, concetto ormai diventato ridondante nella visione banalizzante diffusa dai media. Alla base della decisione di partire vi è una molteplicità di fattori che rendono i propri luoghi natali inabitabili. Reportage e inchieste LA RUTA CANARIA: SOGNO E TRAPPOLA PER I MINORI STRANIERI (II PARTE) Una produzione di Radio Melting Pot Radio Melting Pot 17 Gennaio 2025 Tra questi rivestono un ruolo fondamentale le politiche neocoloniali europee, attraverso accordi commerciali predatori, sostegno a regimi autoritari, spoliazione delle risorse. Inoltre, la ricerca di accesso all’istruzione risulta un fattore determinante. Ad esempio, in Marocco e in Senegal tra il 40% e il 65% dei giovani tra i 15 e i 19 anni non ha mai ricevuto un’istruzione o ha abbandonato la scuola. La principale problematica del sistema d’asilo canario affrontata da chi arriva è la gestione documentale. O meglio, la sistematicità della sua assenza. Spesso i minori arrivano sull’arcipelago sprovvisti di documenti. In questo caso, la legge spagnola prevede che venga loro rilasciata la “cédula de inscripción“, un documento identificativo che permette di accedere a servizi e richiedere il permesso di soggiorno. La consegna della cedola avviene quando le forze di polizia dichiarano che si è riscontrata un’impossibilità assoluta di reperire la documentazione del singolo, attestata da una certificazione che deve essere richiesta al consolato del Paese di provenienza. Sulla carta, il processo dovrebbe concludersi entro novanta giorni dall’arrivo. Nella pratica, migliaia di minori aspettano da anni una risposta. Gli uffici immigrazione delle Canarie, dichiaratamente sottodimensionati, non riescono a processare le richieste entro i termini. Lo scontro tra governo centrale e amministrazione locale canaria sulla gestione dei minori migranti è arrivato più volte al Tribunale Supremo spagnolo. Le autorità canarie hanno ripetutamente denunciato l’inadempienza dello Stato nel garantire ai ragazzi l’accesso al sistema di protezione internazionale e nel fornire risorse adeguate all’accoglienza. Il Tribunale Supremo si è pronunciato due volte a favore dell’esecutivo dell’arcipelago: a marzo 2025 ha ordinato al governo spagnolo di garantire ai minori richiedenti asilo l’accesso al sistema nazionale di accoglienza entro dieci giorni; a giugno, il Tribunale ha imposto nuovi termini perentori minacciando misure coercitive. Di conseguenza, il 23 giugno 2025 il governo spagnolo e quello delle isole hanno firmato un accordo secondo cui i minori che hanno presentato richiesta di asilo devono essere automaticamente inseriti nel sistema statale. Ma anche questo, nella maggior parte dei casi, non avviene. È stato stimato che più di mille pratiche arretrate non sono nemmeno state avviate. I minori rimangono quindi in un paradosso kafkiano dove esistono per l’apparato burocratico solo in parte, sono tutelati sulla carta ma non hanno tutele sul piano materiale, sono regolari ma non possono dimostrarlo. La frammentazione delle competenze tra governo centrale, comunità autonoma e uffici immigrazione intrappola i corpi migranti in un limbo giuridico.  La registrazione del minore nel sistema nazionale rappresenta inoltre un requisito minimo per avviare il processo di “ricollocamento nazionale”. Il Partito Popolare e Vox hanno bloccato per mesi ogni proposta di redistribuzione, usando i minori migranti come arma di propaganda contro il governo centrale. RTVE 2 riporta che la portavoce di Vox Pepa Millán ha persino messo in discussione il fatto che siano minorenni, affermando che la Spagna “sta aprendo le porte a ragazzi in età militare che non fuggono da alcuna guerra e provengono da culture antagoniste”. Dopo diversi mesi di trattative e tentativi falliti, il governo statale ha accettato di riformare l’articolo 35 della Ley de Extranjería. Di conseguenza, il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato un decreto reale che dà luogo al trasferimento di circa 3.000 minori nelle altre comunità autonome a partire dal 28 agosto 2025. Il progetto prevede l’istituzione di un credito straordinario di 100 milioni di euro per finanziare la distribuzione dei giovani senza riferimenti familiari su tutto il territorio nazionale. Questo procedimento può essere avviato solo qualora la comunità autonoma in questione sia considerata in una situazione di emergenza, ovvero quando il numero di minori migranti accolti sia tre volte superiore alla capacità ordinaria. I criteri per stabilire i trasferimenti, con peso differente, sono: la popolazione (50%), il reddito pro capite (13%), il tasso di disoccupazione (15%), gli sforzi precedentemente compiuti (6%), la dimensione strutturale (10%), il fatto che si tratti di una città di confine (2%), l’insularità (2%) e la dispersione (2%). Il 24 novembre 2025, durante la conferenza stampa tenutasi dopo il Consiglio di Governo, il portavoce dell’esecutivo canario Alfonso Cabello ha sottolineato che “la distribuzione tra le comunità autonome dei minori migranti non accompagnati non va a buon ritmo”: solo 154 dei 449 fascicoli inviati allo Stato hanno una risoluzione definitiva. Inoltre, il governo spagnolo dispone solo di 432 fascicoli sui 2.826 minori che attualmente risiedono nei centri delle Isole Canarie, secondo i dati forniti da EuropaPress 3. Redistribuire non è una soluzione in sé e per sé. È necessario che sia seguita da pratiche volte all’effettivo inserimento sociale dei minori, prima fra tutte l’istruzione. Jennifer Zuppiroli di Save The Children assicura a RTVE 4 che in alcune comunità autonome “la scolarizzazione inizia non appena il minore entra nel sistema di protezione, mentre in altri casi è più lenta e ci vogliono mesi prima che il minore metta piede in una scuola”. Spesso a riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni entrano in gioco associazioni no profit come Accem, che fornisce assistenza e garantisce un “follow-up personalizzato” in case famiglia che non hanno più di 20 posti. Accem opera in 15 comunità autonome e nelle comunità autonome di Ceuta e Melilla, nelle quali cerca di replicare le stesse modalità di azione, nonostante i diversi modelli autonomici. Un’altra questione problematica è il riconoscimento dell’età. Save the Children 5 ha avvertito che i metodi di determinazione dell’età presentano margini di errore che escludono numerosi minori dal sistema di tutela. A gennaio del 2024 la Procura spagnola ha stimato che erano circa 200 i minori sul suolo spagnolo che erano stati registrati come adulti.  In un report del 3 novembre 2023 pubblicato da Amnesty International Spagna 6 vengono raccolte le testimonianze dei minori residenti nei centri di accoglienza delle isole. In particolare, si denuncia il fatto che le autorità non compiono le procedure necessarie di accertamento dell’età, anche nei casi in cui il loro aspetto fisico suggerisce che potrebbero essere minorenni. L’organizzazione ha intervistato 29 persone che si trovavano in rifugi di emergenza per adulti, di cui 12 avevano un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. Tutti questi minori erano stati trattenuti per diversi giorni nei centri di accoglienza temporanea per stranieri (CATE) insieme agli adulti e non avevano ricevuto alcuna misura di protezione aggiuntiva, in contrasto con quanto previsto dal diritto internazionale dei diritti umani. I minori migranti che attraversano la rotta atlantica non restano semplicemente impigliati in un sistema inefficiente: vengono investiti da una violenza istituzionale che si declina attraverso la dilatazione del tempo, l’impossibilità di ottenere documenti, la produzione sistematica di illegalità. La violenza non è rintracciabile solo nelle condizioni materiali dei centri sovraffollati o nelle tende montate sui moli, ma nella capacità del sistema di neutralizzare ogni possibilità di futuro. Nella creazione costante e subdola di subalternità permanente.  La retorica emergenziale giustifica la sospensione dei diritti, le procedure sommarie di accertamento dell’età, l’adibire hotel e strutture ricettive a centri. Tutto ciò nell’attesa di una normalizzazione, che in realtà non viene neanche concepita, in un sistema che funziona solo nell’emergenza. Alle Isole Canarie non assistiamo al fallimento di un sistema di accoglienza, ma al suo perfetto funzionamento. Quello che le istituzioni europee definiscono “emergenza” è in realtà un dispositivo consolidato, calibrato per produrre vulnerabilità permanente. L’arcipelago spagnolo si è così trasformato in un luogo di frontiera simbolica e materiale, in cui si concretizza l’approccio securitario delle politiche migratorie europee. 1. Francesca Ibridi, dopo aver intrapreso un primo percorso di studi linguistici, si è specializzata in relazioni internazionali focalizzando la propria ricerca sulle dinamiche migratorie e, nello specifico, sulla condizione dei minori stranieri non accompagnati. Il suo lavoro si concentra sulle tutele giuridiche, sui dispositivi di accoglienza e sulle dinamiche di inclusione ed esclusione che investono questa specifica categoria di soggetti. Attraverso questa lente, l’autrice analizza l’impatto delle politiche migratorie europee e come queste influenzino la capacità dei minori di esercitare la propria agency ↩︎ 2. El Congreso da luz verde al reparto de menores migrantes entre las comunidades con el voto en contra de PP y Vox – RTVE (10 aprile 2025) ↩︎ 3. Canarias responde a Torres que la distribución de los menores migrantes “no va a buen ritmo” – EuropaPress (novembre 2025) ↩︎ 4. ¿Hoteles de lujo para menores migrantes? Así funciona el sistema de acogida en España (settembre 2025) ↩︎ 5. Aumenta más de un 116% la llegada de menores de edad migrantes a España en el 2023 ↩︎ 6. Canarias/ Nueva investigación: Niños y niñas que viajan solos detenidos junto a adultos y con sus pertenencias confiscadas (novembre 2023) ↩︎