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La sanatoria spagnola del 2026: un modello che interroga l’Italia
CHIARA CONCETTA STARITA La Spagna lo ha già fatto. E con le grandi regolarizzazioni dei primi anni Duemila ha dimostrato che integrazione e crescita economica possono andare nella stessa direzione. L’emersione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri non ha solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo. Oggi il governo guidato da Pedro Sánchez torna su quella strada. Nel 2026 ha avviato una nuova regolarizzazione straordinaria che punta a coinvolgere circa 500.000 migranti già presenti nel Paese. Una scelta che arriva in un contesto segnato anche dall’aumento dei flussi, in particolare dall’America Latina, e che assume un significato politico preciso: riconoscere una realtà già esistente e trasformarla in risorsa. Non si tratta soltanto di una misura amministrativa, ma di una scelta politica precisa che si inserisce in una visione più ampia: i migranti, in questa prospettiva, non sono un problema da respingere, ma una componente della società da riconoscere, accogliere e integrare, valorizzandone anche il contributo economico.  Per comprendere la portata di questa decisione è necessario guardare alla traiettoria seguita dalla Spagna negli ultimi decenni. In poco più di trent’anni il Paese è passato da terra di emigrazione a una delle principali destinazioni migratorie europee, sostenuto da una crescita economica che, a partire dagli anni Novanta, ha attratto manodopera straniera nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dei servizi. Questo cambiamento rapido ha imposto risposte altrettanto rapide, spesso sotto forma di regolarizzazioni straordinarie. Già prima degli anni Duemila, i governi guidati da José María Aznar avevano promosso due sanatorie che coinvolsero centinaia di migliaia di persone, segnando una prima presa d’atto della presenza strutturale di lavoratori stranieri. Il passaggio più significativo arrivò però nel 2005, quando l’esecutivo di José Luis Rodríguez Zapatero regolarizzò circa 600.000 migranti, con l’obiettivo esplicito di far emergere il lavoro sommerso e integrare queste persone nel sistema fiscale e contributivo. Tale legge, sebbene avesse scatenato forti critiche in tutta Europa, riuscì a far emergere una fetta enorme di economia invisibile, generando benefici tangibili per le casse dello Stato. I dati analizzati ex post confermano infatti che l’impatto fiscale di quell’operazione fu nettamente positivo. Una volta regolarizzati, i lavoratori hanno iniziato a contribuire attivamente al sistema pubblico: si stima che ogni immigrato abbia generato mediamente 4.000 euro all’anno in contributi previdenziali, a cui si è aggiunto il gettito derivante dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPF). Questo massiccio afflusso di risorse non è stato controbilanciato da un aumento della spesa pubblica; al contrario, i costi per servizi essenziali come sanità e istruzione non hanno subito variazioni significative, poiché la maggior parte di queste persone, vivendo già stabilmente sul territorio, aveva già accesso a tali prestazioni. La regolarizzazione, dunque, non ha fatto altro che rendere formale e produttivo un legame sociale già esistente. A partire da quel momento, la Spagna ha progressivamente affinato i propri strumenti, costruendo un sistema meno emergenziale e più strutturato che ha trovato il suo perno nel meccanismo dell’“arraigo”(che letteralmente significa “radicamento”). Introdotto tra il 2004 e il 2005, questo istituto ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma nelle politiche migratorie: la regolarizzazione ha smesso di essere una concessione straordinaria legata a una sanatoria generale decisa dal governo di turno, trasformandosi in un diritto del singolo individuo. In questo modo, il passaggio alla legalità è diventato un percorso che il cittadino straniero matura soggettivamente grazie al tempo e al proprio percorso di integrazione, rendendo il sistema indipendente dalla volontà politica contingente di varare leggi speciali. Le riforme più recenti hanno ulteriormente semplificato questa procedura, riducendo i tempi di permanenza richiesti e rendendo più accessibile il passaggio dall’irregolarità alla regolarità, consolidando un modello in cui l’integrazione sociale e lavorativa funge da pilastro per il riconoscimento giuridico. È su questo terreno già preparato che si innesta la regolarizzazione del 2026, che presenta però un elemento di novità decisivo: nasce da una proposta di legge di iniziativa popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700.000 firme. Il cuore pulsante di questa mobilitazione è stato il movimento Regularización Ya, una rete trasversale guidata in prima persona da persone migranti e sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile e realtà religiose. PH: Pedro Mata (Fotomovimiento) Come sottolineato dalle portavoce del movimento, non si è trattato di una concessione governativa, ma di una vittoria contro il “razzismo istituzionale”. In questo senso, risulta emblematica la denuncia dell’antropologa Zereli Gamarra, parte attiva del movimento sin dalla sua nascita nel 2020, secondo cui «l’irregolarità non è affatto un’anomalia, ma una categoria che lo Stato alimenta per sostenere ampi settori economici che dipendono dalla manodopera migrante precaria e sfruttata». Regularización Ya ha preteso che i migranti non fossero più trattati come meri oggetti di politiche assistenziali o ingranaggi invisibili dell’economia, ma come soggetti politici con pieni diritti, trasformando una battaglia per i documenti in una sfida alla dignità umana e alla fine dello sfruttamento. Non si tratta dunque soltanto di una misura calata dall’alto per esigenze di mercato, ma del risultato di una pressione sociale dal basso senza precedenti, che ha costretto il Parlamento spagnolo a confrontarsi con una richiesta di giustizia sociale diffusa, orientando l’agenda politica verso un modello di inclusione più partecipato e umano. Il provvedimento si distingue anche per alcune scelte operative che ne rafforzano l’impianto inclusivo. Non sono previste quote rigide, né meccanismi competitivi di accesso: viene invece stabilito un periodo ampio entro cui presentare domanda (dall’inizio di aprile fino alla fine di giugno 2026), evitando le dinamiche selettive che caratterizzano altri sistemi europei. Possono accedere alla procedura le persone già presenti in Spagna da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025, prive di precedenti penali, alle quali viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo che autorizza al lavoro (autonomo o dipendente) in qualsiasi settore e su tutto il territorio nazionale, successivamente convertibile in titoli ordinari. Particolarmente significativa è l’attenzione alla dimensione familiare, con l’inclusione dei figli minori nei percorsi di ricongiungimento: in questi casi, la validità iniziale del titolo viene estesa fino a cinque anni, confermando la volontà di favorire un radicamento stabile nel lungo periodo. Un elemento fondamentale è la possibilità di regolarizzazione per i richiedenti protezione internazionale (purché la loro domanda sia antecedente al 31 dicembre 2025). La Spagna riconosce esplicitamente che moltissime persone scivolano nell’irregolarità a causa dei ritardi burocratici nel trattamento delle pratiche, una posizione che si pone in netto conflitto con l’inasprimento delle politiche migratorie imposte dal Patto di Asilo e Migrazione 2026 dell’UE. Tuttavia, la portata di questa misura resta confinata ai confini nazionali: la regolarizzazione non concede automaticamente il diritto di risiedere o lavorare in altri Stati membri, né garantisce una libertà di circolazione nell’area Schengen superiore a quella di un comune visto turistico, ribadendo la natura specifica di questo percorso spagnolo rispetto al quadro europeo. La scelta spagnola non è solo un atto di civiltà giuridica, ma una mossa strategica che sta già dando frutti economici straordinari. Mentre il resto del continente fatica a crescere, l’economia spagnola riceve un impulso decisivo proprio dall’immigrazione: le stime indicano un PIL in aumento del 2,8% nel 2025, con proiezioni che lo vedono mantenersi stabilmente sopra il 2% anche negli anni successivi. Questo cambiamento operativo permette ai neo-regolarizzati di contribuire immediatamente alle casse dello Stato, compensando l’invecchiamento demografico e risolvendo la carenza di manodopera in settori chiave. In sintesi, far emergere il lavoro sommerso e ampliare la base contributiva non solo rafforza il welfare, ma garantisce alla Spagna una competitività che la distingue nettamente nel panorama europeo. Quindi, dietro questa scelta si intravede una logica che non è soltanto umanitaria, ma anche economica. La Spagna, come gran parte dell’Europa, si confronta con un progressivo invecchiamento della popolazione e con una crescente carenza di lavoratori in diversi settori. Regolarizzare significa, in questo senso, trasformare una presenza già esistente in una risorsa visibile e produttiva: far emergere lavoro sommerso, ampliare la base contributiva, rafforzare la sostenibilità del sistema di welfare. Il confronto con l’Italia rende ancora più evidente la specificità del modello spagnolo. Nel sistema italiano, l’ingresso per lavoro è affidato principalmente al sistema dei “Decreti flussi”, regolati dal meccanismo del click day. Qui la distanza tra domanda e offerta è strutturale: le richieste superano di gran lunga le quote disponibili. A ciò si aggiungono ritardi cronici nella gestione amministrativa, che riguardano non solo il rilascio dei nulla osta, ma anche dei visti e dei permessi di soggiorno. In molti casi, persino la fissazione degli appuntamenti successivi all’invio del kit postale richiede tempi così lunghi da aver portato all’avvio di azioni legali collettive. Non mancano ulteriori criticità, come i frequenti decreti di revoca dei nulla osta, emessi a distanza di anni dall’ingresso del lavoratore straniero, o l’applicazione limitata del permesso di soggiorno per attesa occupazione, formalmente previsto ma raramente utilizzato nella pratica. Mentre la Spagna istituzionalizza la regolarizzazione come un diritto fluido e accessibile, l’Italia continua a procedere per “sanatorie” sporadiche che finiscono per ingolfare la macchina amministrativa, privando i lavoratori di ogni certezza giuridica. Emblematico è il fallimento gestionale della sanatoria 2020, che ha costretto la società civile a ricorrere allo strumento della class action per ottenere risposte elementari. Le criticità del sistema italiano sono state sancite dalle sentenze del TAR Lombardia n. 2949/2023, poi confermata dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 7704/2024, che ha accolto l’azione collettiva intimando alla Prefettura di Milano di chiudere le pratiche pendenti entro 90 giorni, e dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 1596/2025 che ha accertato, in via definitiva, l’inefficienza del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Roma nella gestione delle pratiche di regolarizzazione degli stranieri del 2020, conclusesi dopo oltre 4 anni dal loro avvio. Questi pronunciamenti non solo denunciano l’incapacità dello Stato di rispettare i propri termini procedimentali, ma confermano come, in Italia, la regolarizzazione resti un percorso a ostacoli burocratici, ben lontano dal modello di integrazione strutturale e tempestiva adottato con lungimiranza dalla Spagna. Analoghe problematiche emergono nel campo della protezione internazionale, dove le lunghe attese davanti alle Questure e l’incertezza dei tempi procedurali mantengono migliaia di persone in un limbo giuridico e sociale. In Italia, il sistema dell’asilo è ormai al collasso, travolto anche dal fallimento strutturale dei Decreti flussi e dei click day: l’incapacità di gestire gli ingressi legali finisce per riversare sulla protezione internazionale l’ultima speranza di regolarità, intasando uffici già stremati. Mentre la Spagna ha reagito a questo stallo con pragmatismo politico, trasformando i ritardi burocratici in un’occasione di regolarizzazione per i richiedenti asilo, l’Italia resta sostanzialmente immobile, incapace di produrre riforme che vadano oltre la gestione emergenziale o l’irrigidimento procedurale Il confronto tra i due Paesi non restituisce soltanto differenze tecniche, ma mette in luce due approcci profondamente distanti. Da un lato quello spagnolo, che sceglie di riconoscere la realtà sociale esistente per integrarla pienamente attraverso la garanzia dei diritti umani fondamentali. In questa prospettiva, la regolarizzazione smette di essere un mero adempimento burocratico e diventa un motore di civiltà: il riconoscimento dei diritti del singolo non solo ne restituisce la dignità, ma innesca un circolo virtuoso che permette al Paese di crescere socialmente e di rafforzarsi economicamente. Al polo opposto si colloca l’approccio italiano, caratterizzato da una visione miope e da una gestione ancora profondamente vincolata a rigidità procedurali e inefficienze amministrative le quali finiscono per negare, piuttosto che valorizzare, il potenziale di chi già vive e lavora sul territorio. Tale visione, non attenta alla tutela dei diritti fondamentali di queste persone, ma neanche alle reali esigenze economiche del Paese, predilige il rigore burocratico rispetto alla valorizzazione del capitale umano. Il sistema italiano si preclude così un’opportunità di sviluppo collettivo, subordinando la dignità individuale a una gestione normativa che appare incapace di tradurre la realtà sociale in risorsa strutturale. In un’Europa attraversata da profondi cambiamenti demografici ed economici, la sanatoria spagnola del 2026 rappresenta dunque più di un caso nazionale. È un segnale politico e culturale: l’idea che l’immigrazione possa essere affrontata non come emergenza permanente, ma come fenomeno strutturale da integrare in modo razionale. Per Paesi come l’Italia, questa esperienza non offre soluzioni immediate, ma pone una domanda inevitabile: se i migranti sono già parte integrante del sistema economico e sociale, ha ancora senso continuare a percepirli come un problema anziché riconoscerli come una risorsa?
“In Regola”. Migrazione e lavoro: una riforma necessaria
Nel dibattito pubblico italiano la migrazione viene raccontata quasi esclusivamente attraverso le categorie della sicurezza, del controllo delle frontiere e del sistema di accoglienza e asilo. Questo tipo di narrazione finisce per lasciare ai margini un’altra dimensione fondamentale del fenomeno migratorio: quella delle persone che vivono e lavorano stabilmente nel Paese e che cercano di regolarizzare il proprio soggiorno attraverso il lavoro. In questo modo, la figura del lavoratore con background migratorio rischia di essere percepita come residuale o non “meritevole” di tutela . Eppure, nella realtà quotidiana del Paese, e secondo l’art. 1 della Costituzione, il lavoro rappresenta uno dei principali strumenti di integrazione sociale, economica e giuridica. Migliaia di persone vivono, lavorano e contribuiscono da anni all’economia italiana senza poter accedere a un titolo di soggiorno regolare e ai diritti ad esso connessi. Si crea così una distanza sempre più evidente tra la norma e la realtà: i canali di ingresso e di soggiorno legati al lavoro sono pochi, rigidi e spesso inadatti a intercettare situazioni di integrazione già consolidate. Le criticità normative, sommate alle difficoltà procedurali e amministrative, finiscono per rendere questi strumenti difficilmente accessibili, contribuendo paradossalmente a produrre quelle condizioni di irregolarità che il sistema dovrebbe, invece, prevenire. Da un lato emerge la necessità di colmare i vuoti lasciati dall’attuale quadro normativo attraverso strumenti giuridici mirati: analisi delle decisioni giurisprudenziali, promozione di azioni legali strategiche e valorizzazione di quelle pronunce che aprono a interpretazioni sempre più attente alla tutela dei diritti e alla dimensione umana delle vicende migratorie. Dall’altro lato si avverte l’urgenza di rendere questi processi comprensibili e accessibili, contribuendo a ridurre il divario comunicativo in cui spesso si alimentano narrazioni distorte e rappresentazioni lontane dalla realtà. Questo significa, da una parte, analizzare in modo rigoroso il funzionamento concreto dei canali di regolarizzazione legati al lavoro; dall’altra, rendere visibili le esperienze di lavoratori e datori di lavoro che quotidianamente si confrontano con queste procedure e con le loro difficoltà. Da queste necessità nasce la rubrica periodica che state per leggere. “In Regola” si rivolge a chi vive questi processi in prima persona: lavoratori con background migratorio, datori di lavoro, avvocati, operatori sociali, ricercatori e amministratori pubblici. Ma si rivolge anche a chiunque desideri comprendere meglio come le politiche migratorie incidano concretamente sul funzionamento del mercato del lavoro e dell’economia italiana e come la tutela della dignità dei lavoratori con background migratorio non solo sia pienamente compatibile con tali dinamiche, ma costituisca altresì un fattore propulsivo per una società più coesa e per una crescita economica più solida e sostenibile. Tra gli strumenti oggi esistenti, il principale canale di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro è rappresentato dal sistema delle quote previsto dal c.d Decreto Flussi. Eppure, questo meccanismo continua a rivelarsi fragile e farraginoso, esponendo i lavoratori al rischio di pratiche fraudolente e lasciando al contempo molti datori di lavoro privi del personale che intendevano assumere attraverso canali regolari. Il sistema dei click day, le lungaggini amministrative, i dinieghi spesso motivati da superabili integrazioni documentali, danno (e hanno già dato) adito a Class action con conseguente danno all’erario, e un’enorme mole di contenzioso individuale spesso a spese dei singoli lavoratori, datori di lavoro o dello Stato stesso.  A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico che merita attenzione. Le difficoltà strutturali di accesso alla regolarizzazione del soggiorno attraverso il canale lavorativo previsto dal Decreto Flussi finiscono per produrre effetti distorsivi sul sistema della protezione internazionale. In assenza di strumenti realmente accessibili per stabilizzare la propria posizione attraverso il lavoro, molte persone entrate regolarmente nel territorio italiano e che da anni vivono e lavorano in Italia si trovano, a causa di disfunzioni amministrative, in situazione di irregolarità. In questo contesto, la domanda di protezione internazionale diventa spesso l’unico percorso giuridico concretamente percorribile, non tanto nella prospettiva del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, quanto piuttosto in vista di una valutazione delle condizioni di integrazione sociale e lavorativa ai fini della protezione speciale. Tale dinamica è favorita anche dai tempi spesso prolungati delle procedure dinanzi alle Commissioni territoriali, nel corso dei quali il richiedente è titolare di un permesso provvisorio che gli consente di svolgere regolarmente attività lavorativa. Questa dinamica altro non è che una distorsione conseguente alla rigidità e alle carenze dell’attuale sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. Il risultato è un sovraccarico delle procedure di protezione internazionale, con ricadute negative sull’efficienza complessiva del sistema e sulla capacità di fornire risposte tempestive a tutte le persone coinvolte. Questa situazione produce effetti che vanno ben oltre la dimensione migratoria. Le difficoltà di accesso alla regolarità incidono direttamente sul mercato del lavoro, sull’organizzazione delle imprese e sulla capacità dello Stato di gestire in modo efficiente i fenomeni migratori. In altre parole, il malfunzionamento dei canali di regolarizzazione non è solo una questione di diritti individuali: è anche un problema economico, produttivo e istituzionale che si riverbera sul sistema economico del Paese. Eppure esistono esempi che mostrano come un approccio diverso sia possibile. Negli ultimi anni la Spagna ha intrapreso un percorso diverso rispetto alla tendenza prevalente nel continente, introducendo politiche di regolarizzazione e integrazione che riconoscono il radicamento sociale e lavorativo delle persone migranti. Come evidenziato anche in due recenti interventi pubblicati su Melting Pot 1, nel 2026 il governo spagnolo ha avviato un processo di regolarizzazione destinato a centinaia di migliaia di persone già presenti nel Paese, stimato intorno alle 500.000 persone, con l’obiettivo di favorire l’emersione del lavoro regolare e rafforzare l’integrazione sociale. La scelta spagnola si fonda su una premessa chiara: la presenza di lavoratori migranti rappresenta una componente strutturale dell’economia e può contribuire in modo significativo alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Per questo intendiamo sin da subito approfondire le dinamiche che hanno portato a questo inedito processo di regolarizzazione, monitorandone gli effetti anche nel lungo termine: qui il primo approfondimento. In questo senso, la regolarizzazione non viene concepita come una misura emergenziale, ma come uno strumento che mira a riconoscere e valorizzare percorsi di integrazione già esistenti, attraverso criteri legati alla presenza nel territorio, all’inserimento sociale e alla partecipazione al mercato del lavoro. Di contro, in Italia, le sanatorie adottate negli ultimi decenni si sono configurate per lo più come interventi straordinari e limitati nel tempo, pensati per affrontare situazioni di irregolarità ormai consolidate. Tuttavia, l’attuazione concreta di molte di queste procedure ha evidenziato criticità rilevanti: tempi amministrativi estremamente lunghi, pratiche rimaste inevase per anni e risultati spesso disomogenei sul territorio. In diversi casi, tali inefficienze hanno reso necessario il ricorso a strumenti di tutela collettiva, come le azioni giudiziarie promosse per sbloccare procedimenti rimasti paralizzati o per sollecitare l’amministrazione a concludere le procedure di emersione. Queste vicende hanno messo in luce non solo le difficoltà strutturali del sistema, ma anche i costi istituzionali ed economici derivanti da politiche di regolarizzazione concepite come interventi emergenziali e non come strumenti strutturali di governo delle migrazioni. Nonostante queste criticità, anche in Italia qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi anni il mondo associativo, accademico e del terzo settore ha iniziato a produrre analisi sempre più puntuali e proposte concrete di riforma del sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. L’esempio più significativo e strutturato è rappresentato dalla campagna Ero Straniero, che attraverso attività di ricerca, monitoraggio e proposta normativa ha messo in luce i limiti strutturali dell’attuale sistema dei decreti flussi e ha avanzato soluzioni alternative per rendere i canali di ingresso più accessibili ed efficaci. I dati raccolti, da ultimo, nel suo Report 2026 mostrano chiaramente come il meccanismo attuale non riesca a tradurre la maggior parte delle quote programmate in reali permessi di soggiorno e occupazioni stabili, segnalando un sistema che produce precarietà e irregolarità invece di prevenirle.  “In Regola” nasce anche con l’ambizione di inserirsi in questo processo di elaborazione collettiva, offrendo uno spazio di analisi, confronto e proposta che possa contribuire a promuovere pratiche più rispettose dei diritti fondamentali e politiche migratorie più razionali. L’obiettivo non è limitarsi a denunciare le criticità del sistema attuale, ma favorire una riflessione informata e condivisa capace di sostenere cambiamenti strutturali e duraturi, superando la logica degli interventi sporadici ed emergenziali che hanno spesso caratterizzato le politiche migratorie italiane. In questo numero sei approfondimenti di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna, di Juan Torregrosa – 2 marzo 2026 Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna, di Nando Sigona – 20 febbraio 2026 ↩︎