Decreto Flussi: un sistema al collasso

Progetto Melting Pot Europa - Friday, May 1, 2026

AICHA BLASIOLI E ELENA MORELLI

La campagna “Ero Straniero” ha pubblicato un nuovo report territoriale sugli esiti del Decreto Flussi nelle province italiane, con dati aggiornati a fine 2025 dove viene offerta una lettura per provincia del fenomeno: il quadro che emerge – per Roma in particolare – è allarmante.

A livello nazionale il sistema mostra già crepe profonde: su circa 120.000 quote assegnate nel 2024, solo una domanda su dieci ha ottenuto un nulla osta e, alla fine, i permessi di soggiorno effettivamente richiesti si sono fermati a poco più del 20% delle quote disponibili. Una filiera che si spezza ben prima della conclusione della procedura e che, come già documentato nel dossier annuale di Ero Straniero, alimenta paradossalmente quel bacino di incertezza e invisibilità che la norma dovrebbe invece contrastare.

Roma però è un caso a parte, anche in questo contesto già critico. Nel 2024 la Prefettura della Capitale ha gestito oltre 33.000 domande, tuttavia il numero di permessi di soggiorno effettivamente rilasciati dalla Questura – sulla base dell’attività prodromica svolta dalla Prefettura –  è di appena 85 permessi: meno del 2% delle quote assegnate. Basta un solo confronto per capire la portata del problema romano: Milano, con un numero di domande simile, nello stesso anno ha prodotto 940 permessi. Stessa procedura, stesso sistema normativo, undici volte il risultato. 

Nel 2025 la situazione non è migliorata – anzi, il tasso di efficacia è sceso ulteriormente, attestandosi intorno allo 0,8%.

Roma, purtroppo, non rappresenta un’eccezione ma un caso emblematico di una disfunzionalità più ampia, che conferma come la procedura prevista dai decreti flussi generi un forte disallineamento tra ingressi programmati e contratti di lavoro effettivi, producendo irregolarità e insoddisfazione sia per le imprese sia per i lavoratori stranieri. 

Nel 2024 le cinque prefetture laziali – Roma, Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo – hanno ricevuto complessivamente quasi 70.000 domande, un volume enorme che il sistema non è stato in grado di reggere. A Frosinone – dove il report colloca l’Ufficio tra i peggiori d’Italia per efficienza – su oltre 8.000 domande i permessi di soggiorno completati sono stati 86. A Latina, che invece figura tra le prefetture relativamente più efficienti della regione, il percorso si è chiuso con successo per meno di un richiedente su dieci.

Nel 2025 le istanze rigettate nel Lazio sono quasi quadruplicate rispetto all’anno precedente: un segnale che non indica un miglioramento della selezione, ma un sistema sempre più congestionato che scarica il proprio malfunzionamento sui lavoratori richiedenti, anche quando le carenze sono esclusivamente della Pubblica Amministrazione e anche quando il radicamento del lavoratore è ormai consolidato da una stabile e lunga permanenza sul territorio. 

In questo contesto, le vulnerabilità strutturali già evidenziate nel dossier nazionale – a partire dalla natura dei controlli sul datore di lavoro, che avvengono solo ex post, a distanza di anni dall’effettivo ‘ingresso del lavoratore in Italia – trovano terreno ancora più fertile. Casi come quello del Sig. M., in cui la promessa di un impiego inesistente è diventata merce di scambio per migliaia di euro, non sono episodi isolati ma il prodotto prevedibile di un sistema che non verifica in anticipo. In questo contesto, il funzionamento concreto della procedura finisce per produrre un effetto distorsivo: eventuali carenze imputabili al datore di lavoro – quali, ad esempio, la mancanza di asseverazione – così come i ritardi riconducibili esclusivamente alla Pubblica Amministrazione – dalla convocazione per la sottoscrizione del contratto di soggiorno, fino al rilascio stesso del permesso – ricadono interamente sul lavoratore. Ne deriva che anche soggetti presenti in Italia da anni, e che hanno sempre osservato le prescrizioni normative, svolgendo regolare attività lavorativa, si trovano improvvisamente esposti a una condizione di precarietà e vulnerabilità rispetto alla regolarità del soggiorno, senza che tale situazione sia riconducibile a una loro condotta.

Non è solo un problema di carico di lavoro

Su questo punto il report è esplicito: la disomogeneità dei risultati non è riconducibile soltanto alla quantità di domande gestite. Analizzando gli uffici con carichi di lavoro comparabili, emergono divari che non trovano giustificazione nel volume delle pratiche. Prefetture come Lecce, Milano e Brescia dimostrano che è possibile gestire grandi numeri con esiti quantomeno più soddisfacenti. Roma e Frosinone, invece, restano agli ultimi posti indipendentemente da questa variabile.

Siamo davanti a una forte disomogeneità amministrativa tra uffici della stessa pubblica amministrazione dove la riuscita di una procedura di ingresso dipende, in misura determinante, dalla provincia in cui viene presentata la domanda. Una vera e propria “lotteria amministrativa” che penalizza sistematicamente i lavoratori e i datori di lavoro romani e laziali.

Una conferma giudiziaria già agli atti

Non si tratta più solo di lamentele, ma di una verità giudiziaria: la gestione della Prefettura di Roma è ufficialmente fallimentare. Già con la sentenza n. 1596 del 24 febbraio 2025, il Consiglio di Stato ha accertato in via definitiva l’inerzia della Pubblica Amministrazione in merito alla gestione della regolarizzazione dei lavoratori stranieri 2020, trascinata per oltre quattro anni tra ritardi inaccettabili e inefficienze strutturali.

Il paradosso emerge con forza analizzando le memorie difensive dell’amministrazione stessa in tutte le procedure dove si lamenta il silenzio-inadempimento dell’Amministrazione. La maggioranza dei casi infatti, incontra un, ormai ordinario, stallo procedimentale tra l’ingresso del lavoratore e la convocazione presso i locali della Prefettura per la sottoscrizione del contratto di soggiorno: attività assolutamente imprescindibile ai fini del rilascio del permesso di soggiorno finale da parte della Questura. In questi casi – in cui la Prefettura non procede alla convocazione né emette un provvedimento negativo –  la stessa Amministrazione ha tentato di giustificare tali abnormi ritardi citando numeri che, anziché scagionarla, confermano una paralisi operativa cronica. 

In particolare rileva che:

  • nell’anno 2021 rispetto alle 1.704 domande scrutinate, sono stati confermati solo 709 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 39% delle 1.793 quote assegnate;
  • nell’anno 2022 rispetto alle 5.118 domande scrutinate, sono stati confermati solo 392 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 7,7 % delle 5.086 quote assegnate;
  • nell’anno 2023 rispetto alle 6.141 domande scrutinate, sono stati confermati solo 409 dei nulla osta rilasciati, ovvero il 8.9 % delle 4.563 quote assegnate;

Tutto questo non fa che confermare una situazione disastrosa, un’inefficienza sistematica ed un’assoluta inadeguatezza dell’ufficio che ricade interamente sui lavoratori.

Le ricadute di questo fallimento non sono astratte. Chi, nonostante l’inaccessibilità intrinseca della procedura tramite “click day”, riesce a presentare domanda di ingresso per lavoro da Roma o da Frosinone, si trova statisticamente in una condizione di quasi-impossibilità di completare la procedura, a parità di requisiti rispetto a chi presenta la medesima domanda da Verona o Milano. Questa asimmetria produce irregolarità non per scelta dei lavoratori, ma per incapacità strutturale delle istituzioni.

I dati impongono una risposta che sia all’altezza della gravità della situazione. Da un lato, una procedura di ingresso già segnata, sin dalla fase iniziale del “click day”, da evidenti profili di aleatorietà, richiede di per sé un intervento di riforma.  Ma a maggior ragione, a fronte di una conclamata inefficienza della procedura non può essere normalizzato un tempo di attesa  di tre anni, all’esito del quale, per altro, spesso interviene una revoca del nullaosta in luogo dell’auspicato – e prospettato – permesso di soggiorno. Appare evidente allora che non basti  aumentare le quote: occorre intervenire con urgenza sulle strutture che non riescono ad elaborarle. Questo significa dotare le Prefetture del Lazio – e in primo luogo Roma – di risorse umane e strumenti adeguati, introdurre sistemi di monitoraggio territoriale degli esiti, e semplificare un’architettura procedurale che oggi genera dispersione a ogni passaggio.

Verso un superamento delle “zone grigie”

Per superare l’empasse determinato dagli anni di accumulato ritardo amministrativo, appare necessario un intervento straordinario, sul modello della Circolare del Ministero dell’Interno adottata nel 2007, che intervenga al fine di sbloccare le pratiche arretrate e fornire indicazioni operative più flessibili alle Prefetture. Guardando al futuro, però, emerge con chiarezza l’improcrastinabile esigenza di superare definitivamente la lunga e travagliata stagione dei decreti flussi.

Di particolare interesse sono le soluzioni proposte nel dossier per riformare il sistema con l’obiettivo di renderlo più flessibile e capace di rispondere realmente alle esigenze del mercato e dei lavoratori stranieri, tutelando così tutte le parti coinvolte. In questa prospettiva, si immaginano nuovi canali che superino i limiti del decreto flussi: da un lato, la possibilità per i datori di lavoro di assumere direttamente dall’estero senza vincoli di quote o finestre temporali; dall’altro, l’introduzione di permessi per la ricerca di lavoro, sia con il supporto di uno sponsor sia su iniziativa diretta del lavoratore, con garanzie economiche e possibilità di conversione in permesso per lavoro.

Nello specifico, l’introduzione dell’assunzione diretta “a chiamata” extra-quota e di un canale di regolarizzazione permanente tramite contratto di lavoro potrebbero rappresentare la svolta necessaria per illuminare il “territorio grigio” dei flussi:

  • L’assunzione a chiamata eliminerebbe alla radice le criticità legate alle quote e alle zone d’ombra procedurali, riducendo lo spazio di manovra per le manipolazioni al sistema.
  • Il canale di regolarizzazione fornirebbe uno strumento di emersione a posteriori in caso di anomalie, garantendo una via d’uscita legale e funzionale.

In alternativa un ulteriore strumento utile, se potenziato, potrebbe essere quello contenuto nell’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/98), che ad oggi consente l’ingresso di lavoratori in qualsiasi momento dell’anno e senza vincoli di quote.

Accanto a questi strumenti, viene sottolineata l’importanza di regolarizzare le persone già presenti in Italia ma senza documenti, attraverso meccanismi stabili come si sta facendo, e con successo, in Spagna, riconoscendo il radicamento sociale di chi vive e partecipa da tempo alla vita del Paese. Nel complesso, l’obiettivo è costruire un sistema più accessibile e realistico, capace di ridurre precarietà, irregolarità e sfruttamento, a vantaggio dei lavoratori e delle aziende.

L’impatto sul sistema della Protezione Internazionale

Infine, va considerato un effetto collaterale critico e di non poco conto sul piano complessivo: attualmente, in assenza di percorsi alternativi, chi vede fallire la propria procedura di ingresso per lavoro è spesso indotto a presentare domanda di Protezione Internazionale – la c.d. domanda di asilo – come unico strumento per evitare l’espulsione dal territorio italiano.

Nonostante le restrizioni introdotte dal D. L. 20/2023 (c.d. Decreto “Piantedosi”) in materia di protezione speciale, la domanda di protezione internazionale rimane spesso l’unica via per tentare di riabilitare il proprio status giuridico. Ciò si traduce in uno svuotamento di senso dell’istituto della Protezione Internazionale e un carico di lavoro insostenibile per le Pubbliche Amministrazioni che si occupano della valutazione delle domande, anch’esse già sull’orlo del collasso.

Proprio in assenza di strumenti alternativi adeguati, la domanda di asilo finisce per assumere, in modo improprio, la funzione di unico ammortizzatore sociale e giuridico per diverse categorie di persone. Tra queste rientrano anche i lavoratori entrati regolarmente tramite la procedura dei “flussi”, ma successivamente precipitati – per cause, come si è visto, a loro non imputabili – in una condizione di sostanziale irregolarità. Si tratta, dunque, nella maggior parte dei casi, di istanze fortemente connotate da esigenze di natura economica, che vengono a collocarsi all’interno di un sistema concepito, invece, per dare risposta a situazioni di bisogno di protezione internazionale.

È necessario un radicale cambio di paradigma che sposti l’accento sulla trasparenza delle verifiche preventive e sulla flessibilità dei canali di accesso. Una riforma efficace non può prescindere dalla previsione di ulteriori e più agili strumenti di ingresso, nonché da meccanismi alternativi di regolarizzazione dei richiedenti. 

Solo attraverso il potenziamento di questi canali legali e di stabilizzazione sarà possibile sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto dell’illegalità, garantendo al contempo efficienza a una Pubblica Amministrazione oggi congestionata. La gestione dei flussi deve smettere di essere un terreno di emergenza per diventare una politica economica e sociale di lungo respiro.