
Femminismo marxista e decolonialità
Jacobin Italia - Thursday, March 19, 2026
La prima Conferenza Internazionale Marxista-Femminista si è tenuta a Berlino nel 2015, promossa dalla sezione femminista dell’Istituto Berlinese di Teoria Critica (InkriT) attorno alla sociologa e filosofa tedesca Frigga Haug. In occasione della plenaria conclusiva, Haug ha presentato un documento in tredici tesi che sintetizza il pensiero delle correnti femministe che vedono nelle categorie marxiste uno strumento utile per analizzare la realtà sociale contemporanea. I congressi successivi hanno ripreso e ampliato queste tesi, declinandole in modi diversi in base alle necessità del contesto politico contemporaneo ma mantenendo una prospettiva femminista marxista.
Dal 21 al 23 novembre 2025 si è svolta nella città di Porto la sesta Conferenza Internazionale Femminista Marxista del gruppo Marxfem dal titolo Decolonising Bodies, Territories and Practices, con un’ampia partecipazione – 358 iscritte provenienti da 50 Paesi – a testimonianza del rinnovato interesse per il femminismo marxista, in particolare tra le giovani attiviste e studiose del mondo.
Dopo una lunga fase in cui gli studi femministi sembravano concentrarsi unicamente sulla sfera culturale e simbolica del predominio maschile, il femminismo del XXI secolo è – in buona parte – tornato a un approccio materialista, radicandosi nella materialità dello sfruttamento, dei lavori precari sottopagati, delle condizioni di maternità negate.
Il nostro posizionamento
Di fronte a una progressiva «fascistizzazione della riproduzione sociale», processo che vede un preciso attacco alla politicizzazione femminista e popolare della crisi della riproduzione sociale, tornare a un approccio materialista permette di interrogare le specifiche forme di oppressione prodotte dal modo di produzione capitalista. Proprio la nostra postura materialista ci fa scrivere questo contributo a partire da un posizionamento che vogliamo esplicitare. Siamo studiose, ricercatrici, attiviste e militanti che si interrogano circa le dinamiche di potere che permeano la nostra società e i cui effetti si ripercuotono maggiormente sui soggetti femminilizzati dediti alla riproduzione sociale. Sappiamo anche che i corpi che quotidianamente portiamo per le strade, nei luoghi di lavoro, nelle accademie e nelle piazze non sono neutri bensì connotati come oggetto di controllo e di strumentalizzazione da parte del patriarcato e del capitalismo.
Allo stesso modo sappiamo di trovarci a pensare e agire in una parte ben definita del mondo: quello europeo e occidentale. Il privilegio di cui godiamo in quanto persone bianche che parlano e scrivono da paesi del Nord globale è qualcosa di cui abbiamo contezza e che cerchiamo di problematizzare nelle nostre riflessioni. Siamo consapevoli, infatti, delle dovute differenze che le lotte portate avanti in un contesto come quello europeo – certamente scosso da crisi ecologiche, economiche e belliche – presentano rispetto alle lotte di altri territori. Le esperienze, dall’America Latina alla Palestina, dal sud-est asiatico all’Africa, sono per noi una fonte di apprendimento e di elaborazione teorica. Crediamo che guardare al di là dello stretto orizzonte dei luoghi in cui viviamo e schiudere il pensiero femminista (e marxista) a una prospettiva internazionalista sia la sola via percorribile per poter realmente realizzare la rivoluzione. Una rivoluzione, dunque, che parte dalla decolonialità.
Come ha sottolineato Ruth Gilmore nella plenaria introduttiva, il Capitale ha bisogno delle differenze di razza e di genere per perpetuare le proprie condizioni di esistenza. Il metodo decoloniale serve a evidenziare le catene internazionali della valorizzazione del capitale che sono in continuità con la storia coloniale; ma serve anche a disvelare i meccanismi materiali e psicologici di predominio e di sfruttamento nelle nostre società postcoloniali razziste.
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Giulia Marotta
Accumulazione, rivoluzione e nuovo proletariato internazionale
Se si segue l’interpretazione che Rosa Luxemburg propone rispetto alla questione dell’accumulazione originaria, si comprende perché il tema della decolonialità sia centrale per una riflessione che vuole essere insieme femminista e anticapitalista. Nel suo testo principe, L’accumulazione del capitale, Luxemburg costruisce quella che viene conosciuta come la sua «teoria dell’imperialismo» in cui collega in modo necessario capitalismo, colonialismo, guerra e imperialismo.
Confrontandosi direttamente con alcuni dei più spinosi nodi marxiani, la rivoluzionaria polacca ricostruisce le diverse fasi attraverso cui il capitalismo colonizza aree del mondo non-capitalistiche mediante l’instaurazione violenta delle proprie strutture e dei propri modelli sociali. Le nuove possibilità pratico-teoriche elaborate da Luxemburg rendono la sua trattazione particolarmente rilevante per le contemporanee teorie femministe post e decoloniali.
La portata globale che Rosa Luxemburg riconosce nelle strutture di sfruttamento che sottendono al funzionamento del capitalismo permette all’autrice di elaborare un’idea di rivoluzione e lotta di classe che sia necessariamente internazionale. Per Luxemburg, infatti, il capitalismo crea, senza volerlo, il suo strumento di resistenza e cioè una classe lavoratrice, sottoposta allo stesso sistema di sfruttamento, quello capitalistico, esteso su scala globale. La rivoluzione luxemburghiana, quindi, vede la necessaria partecipazione di tutto il proletariato internazionale unito contro lo stesso nemico: la violenta e capillare espropriazione e discriminazione del capitalismo.
Ma come individuare, oggi, il soggetto rivoluzionario? Nel capitalismo contemporaneo, segnato da forti processi di finanziarizzazione e dalla moltiplicazione di forme di lavoro informali o para-formali, l’individuazione di un soggetto di classe unitario appare sempre più complessa. La frammentazione delle condizioni lavorative e la crescente centralità di attività non riconducibili al lavoro salariato industriale mettono in crisi le categorie tradizionali con cui il marxismo ha storicamente identificato il soggetto rivoluzionario.
Già negli anni Settanta, in un contesto segnato dalla crisi del fordismo e dall’emergere di nuove forme di ristrutturazione capitalistica, una parte del marxismo femminista aveva messo in discussione l’identificazione del soggetto rivoluzionario con l’operaio industriale salariato. È il caso dell’esperienza internazionale di Wages for Housework, che fin dalla sua nascita ha insistito sulla necessità di riformulare la nozione di classe a partire da una diversa centralità attribuita alle soggettività non salariate, al lavoro domestico e di cura nel ciclo complessivo di produzione e riproduzione della forza-lavoro.
Se si riflette sulla condizione contemporanea – che vede il completo disfacimento del diritto internazionale nonché la proliferazione di guerre a scopo imperialista e di imposizione di un unico modello sociale e produttivo – le parole di Luxemburg ritornano con urgenza. La «teoria dell’imperialismo» e l’internazionalismo luxemburghiano costituiscono degli importanti strumenti per il femminismo contemporaneo, soprattutto se si considera il violento attacco ai corpi delle donne, specialmente in quelle zone soggette a processi di ricolonizzazione e guerre imperialiste. Sono proprio le donne, infatti, a occuparsi della riproduzione sociale delle proprie comunità e quindi custodi di sistemi sociali alternativi a quello capitalistico. Non a caso il tema della riproduzione sociale, nuova posta in gioco dell’accumulazione capitalistica, ha occupato un posto centrale nelle riflessioni svolte nei vari panel della conferenza.
Questo ampio interesse nei confronti dell’argomento è giustificato se consideriamo, in una prospettiva globale, le forme di resistenza attraverso economie di sussistenza come quelle messe in campo in America Latina o il respingimento coloniale in atto in Palestina.
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Kathleen Lynch - Rodolfo Pezzi
Palestina
Il nostro pensiero non può che andare in Palestina, dove le donne stanno compiendo gravosi sforzi per cercare di preservare le condizioni minime di esistenza in un contesto come quello genocidario segnato dalla distruzione sistematica dei mezzi di sussistenza e delle infrastrutture di base (strade, case, acquedotti, ospedali, infrastrutture alimentari, ecc.). L’aggressione alle condizioni materiali di esistenza palestinesi, parte del progetto coloniale sionista, colpisce in egual misura uomini, donne e bambini palestinesi. Tuttavia, sono soprattutto le donne (anche se non esclusivamente) a fronteggiare quotidianamente, nell’ambito della riproduzione sociale, gli effetti di questa distruzione rendendo possibile la sopravvivenza collettiva, attraverso pratiche di cura, organizzazione e sostegno reciproco, restando spesso ai margini della narrazione pubblica. Non a caso, le donne in quanto potenzialmente «madri» sono oggetto di politiche di controllo e negazione da parte della strategia politica sionista, guidata dall’idea che la riproduzione delle e dei palestinesi sia una minaccia al progetto coloniale israeliano.
Il ruolo attivo e politico svolto dalle soggettività femminilizzate e marginalizzate nella resistenza palestinese ci pone, pertanto, di fronte al tema della riproduzione sociale come forma di resistenza.
Resistenza e riproduzione sociale
Parlare di resistenza delle donne in Palestina significa confrontarsi con una molteplicità di forme di opposizione alla colonizzazione di Israele ma, soprattutto, significa compiere un lavoro di esegesi delle fonti (non sempre scritte) e di storie trasmesse oralmente.
Storicamente, la prima organizzazione ufficiale di donne palestinesi nasce nel 1920 con il nome di Palestinian Arab Women’s Union, protagonista di diverse proteste contro la presenza britannica nei territori palestinesi. La loro attività rende esplicita per la prima volta come la liberazione delle donne sia parte necessaria per il raggiungimento della liberazione di tutta la popolazione palestinese.
A partire dal 1948, anno di inizio della Nakba, si assiste a una diversificazione delle forme di resistenza. La popolazione palestinese, privata della propria terra, affidò alla famiglia e alla memoria collettiva la sua sopravvivenza. La funzione dello spazio privato mutò radicalmente, la casa divenne il luogo nel quale preservare la cultura e portare avanti forme differenti ma complementari di resistenza: non più solo luogo di cura e di lavoro domestico ma spazio del sumud. In questo contesto, le soggettività femminilizzate furono le figure principali di questa forma «narrativa» di resistenza.
La svolta più recente risale al 2019 con la nascita del movimento femminista palestinese Tal’at. A differenza delle organizzazioni precedenti, Tal’at cerca di tenere insieme le istanze del femminismo radicale e quelle della liberazione nazionale, provando a superare una visione dicotomica delle lotte. Il nuovo movimento femminista è stato il primo a parlare apertamente di abusi domestici affermando con forza che non vi è alcuna contraddizione tra il desiderio di libertà palestinese e la lotta per i diritti delle donne. Tal’at rende così esplicita la forte connessione tra le due forme di resistenza denunciando, tra l’altro, come l’oppressione israeliana inasprisca atteggiamenti violenti in chi vive sotto il dominio coloniale.
Ciò che succede in Palestina, come in altri contesti dove sono sotto attacco le condizioni materiali della riproduzione della vita, rende evidente come l’oppressione abbia a che fare con il modo in cui il capitalismo si sostiene e si riproduce.
È chiaro che, in primo luogo, sono le donne con i loro corpi a costituire una resistenza attiva che passa attraverso la riproduzione sociale; è grazie a loro che si può tessere una rete di resistenza – locale e internazionale – a quel processo di espropriazione, imposizione e violenza mortifera che caratterizza l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale.
Come femministe marxiste, dunque, riconosciamo l’urgenza di confrontarci con l’esperienza di lotta delle donne e delle femministe palestinesi, che riteniamo imprescindibile, poiché rende evidente l’intreccio tra violenza di genere e sessuale, politiche coloniali di insediamento e guerra. Questa postura ci impone di leggere tali violenze come parte integrante dei processi di dominio attraverso cui il capitalismo globale riorganizza la sua riproduzione, scaricandone i costi sui territori che rendono possibile la sopravvivenza materiale e sociale dei suoi centri economici attraverso processi di espropriazione e sfruttamento.
*Giulia Longoni, Ludovica Micalizzi, Martina Facincani, Nadia De Mond fanno parte di MarxFem Italia.
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