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«Moussa parte per la sua terra, salutiamolo assieme»
A Verona, la comunità maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra chiamano la città a un ultimo saluto collettivo prima del ritorno della sua salma di in Mali. Due i momenti pubblici previsti nei prossimi giorni: domenica 17 maggio, dalle 10 alle 14, presso la stazione di Porta Nuova, e martedì 19 maggio, dalle 10:30 alle 11:30, alla moschea di Verona, dove Moussa farà sosta prima della partenza definitiva verso la sua terra d’origine. Dopo oltre un anno e mezzo dalla sua uccisione, la restituzione del corpo alla famiglia rappresenta un passaggio doloroso ma profondamente simbolico per chi, in questi mesi, ha continuato a chiedere verità e giustizia. Attorno alla vicenda di Moussa Diarra si è infatti costruita una mobilitazione ampia e trasversale, capace di coinvolgere associazioni, spazi sociali, singole persone, realtà di movimento e comunità migranti dentro e fuori Verona. Nel comunicato diffuso in vista delle iniziative pubbliche, il Comitato sottolinea come il ritorno di Moussa in Mali non chiuda affatto il percorso di ricerca della verità. Al contrario, resta aperta la richiesta di un processo che accerti responsabilità individuali e istituzionali per quanto avvenuto il 20 ottobre 2024, quando Moussa venne ucciso da un agente di polizia. Secondo il Comitato, la decisione della GIP di rigettare la richiesta di archiviazione avrebbe evidenziato le contraddizioni e le lacune di un’indagine definita “frettolosa e inconsueta”, oltre ai tentativi di costruire rapidamente una narrazione funzionale a chiudere il caso nel giro di poche ore. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 Una dinamica che, per le realtà mobilitate, si inserisce dentro un quadro più ampio di violenza istituzionale e razzismo sistemico. «Moussa Diarra è una delle tante vittime di forme di repressione sempre più violente, sempre più legittimate, sempre più razziste«, scrivono gli organizzatori, ribadendo che la ricerca della verità non può essere demandata soltanto ai tribunali ma deve continuare a vivere come responsabilità collettiva. Le giornate del 17 e 19 maggio saranno dunque momenti di memoria, vicinanza e mobilitazione. Un modo per accompagnare simbolicamente Moussa nell’ultimo viaggio verso casa, ma anche per riaffermare pubblicamente che la richiesta di giustizia non si ferma con la partenza della sua salma. L’invito rivolto alla città è semplice e diretto: partecipare, portare un fiore, condividere un pensiero. Per Moussa, per la sua famiglia e per tutte le persone che continuano a subire violenza e discriminazione.
Caso Moussa Diarra, il GIP respinge l’archiviazione e dispone nuove indagini
Non è una vittoria. Ma è la prima crepa reale in una narrazione costruita per assolversi. Il Giudice per le indagini preliminari di Verona ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura sul caso di Moussa Diarra, disponendo nuove indagini e aprendo un fronte decisivo: l’agente che ha ucciso Moussa è ora indagato anche per concorso in depistaggio. Non un dettaglio tecnico, ma un ribaltamento politico e giudiziario di quanto si è tentato di imporre fin dal primo giorno. Notizie «NON SIAMO A MINNEAPOLIS, MA A VERONA» L’on. Ilaria Cucchi pubblica un video sull’uccisione di Moussa Diarra. Il famoso “coltello”: una posata da cucina Redazione 17 Febbraio 2026 Per mesi, infatti, la morte di Moussa è stata incasellata dentro uno schema noto: legittima difesa, intervento necessario, pericolo imminente. Una storia già scritta, in cui la vittima viene trasformata in minaccia e l’uso letale della forza diventa inevitabile. Oggi quella storia non regge più. Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra parla apertamente di una messa in discussione di un “impianto autoassolutorio” e di un sistema “repressivo e razzista” che ha tentato di giustificare l’uccisione. Parole che non sono uno slogan, ma la descrizione di un meccanismo ben rodato: prima si spara, poi si costruisce la narrazione. «È una notizia importante – sottolinea il Comitato -, che giunge nei giorni frenetici legati al lavoro per il ritorno a casa di Moussa, e siamo felici di condividerla con l’ampia rete collettiva che dal primo giorno si è stretta attorno a Moussa ed alla sua famiglia». L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, smonta con precisione questo impianto: «Moussa Diarra era un ragazzo originario del Mali che viveva a Verona. Era incensurato. Il 20 ottobre del 2024 era in stato di evidente difficoltà psichiatrica, ed è stato contenuto dalla polizia ferroviaria con tre colpi di pistola, uno dei quali lo ha colpito al cuore, uccidendolo». Tre colpi per ‘contenere’. Già questa parola basterebbe a restituire l’abisso. E poi l’arma, la giustificazione: «Era armato di un ‘coltello’. In realtà non si trattava di altro che di una banale posata da tavola». Una forzatura narrativa che si inserisce perfettamente nella costruzione del pericolo necessario a legittimare lo sparo. Anselmo ricorda anche il clima politico immediato: «Il ministro Salvini intervenne subito dicendo ‘non ci mancherà’». Una frase che pesa, perché contribuisce a definire il perimetro dentro cui la vita di Moussa è stata giudicata – e svalutata – ancora prima di qualsiasi accertamento. Ma è proprio sul terreno degli accertamenti che la versione ufficiale comincia a sgretolarsi. Il GIP, con un’ordinanza di 54 pagine, ha accolto le richieste istruttorie della difesa e disposto nuove verifiche, riconoscendo implicitamente che i fatti non tornano. Non tornano, ad esempio, per le telecamere: su decine di dispositivi attivi nella stazione, quello decisivo non funzionava. Non tornano per i testimoni: nessuno avrebbe visto il coltello descritto dagli agenti. Non tornano per quell’oggetto stesso, che potrebbe essere stato collocato dopo lo sparo. È su queste crepe che insiste anche la senatrice Ilaria Cucchi, che fin dall’inizio ha denunciato il rischio di una «verità preconfezionata»: «Il morto, da vittima, era diventato il carnefice. Una storia che avevo già visto». Non è solo memoria, è esperienza politica di come funzionano questi casi in Italia. E infatti la sequenza è riconoscibile: isolamento della vittima, costruzione del pericolo, legittimazione dell’intervento, chiusura rapida del caso. Questa volta, però, qualcosa si è inceppato. L’iscrizione per concorso in depistaggio è il punto più grave. Significa che non si indaga solo su ciò che è accaduto, ma su ciò che è stato raccontato – e su come è stato raccontato. Significa che il problema non è solo lo sparo, ma il possibile tentativo di coprirne le responsabilità. Per questo la decisione del GIP segna un passaggio politico prima ancora che giudiziario. Perché mette in discussione non solo una ricostruzione, ma un metodo. Resta però tutto aperto. La strada verso la verità e giustizia è ancora lunga e tutt’altro che garantita. Le archiviazioni respinte possono tornare, le narrazioni possono riorganizzarsi, le responsabilità possono essere diluite. Per questo la mobilitazione resta decisiva. «Ora siamo noi a dover fare la nostra parte», dice Cucchi. Tenere alta l’attenzione è l’unico modo per impedire che anche questa storia venga normalizzata, assorbita, dimenticata. Il caso Moussa Diarra non è un’eccezione. È un paradigma. E oggi, per la prima volta, quel paradigma mostra una crepa visibile.
Ecatombe silenziosa: 21 morti di lavoro in 4 giorni
di Carlo Soricelli (*). A seguire tre link di Radio Onda d’Urto. L’Italia è un bollettino di guerra Non è più un’emergenza, è una mattanza. I numeri del 2026 ci restituiscono una realtà agghiacciante: in soli quattro giorni abbiamo pianto 21 vittime. Superata la soglia dei 400 morti complessivi dall’inizio dell’anno, di cui ben 299 avvenuti direttamente sui luoghi di lavoro.
Morire di lavoro: un altro week-end di sangue
di Carlo Soricelli (*). Monitoraggio 17-18 Aprile. Nelle ultime 48 ore (venerdì e sabato) si è verificata un’impressionante sequenza di incidenti mortali. Il bilancio consolidato è di 13 vittime: 12 lavoratori deceduti direttamente sui luoghi di lavoro. 1 lavoratore deceduto “in itinere” (durante il tragitto casa-lavoro).   Nota: I dati potrebbero subire ulteriori incrementi nelle prossime ore a causa di
“This pact kills!”: ciclo di formazione gratuito sul nuovo Patto UE su migrazione e asilo
Spazio Stria, Open Gates, Mediterranea Padova e Clinica Popolare Azadî organizzano un ciclo di formazione gratuito sul nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. “Il Patto – scrivono le associazioni – rafforza un sistema di controllo, selezione, detenzione e rimpatrio ai danni delle persone migranti. Crediamo che conoscerne i contenuti sia una condizione fondamentale per rafforzare una rete plurale capace di opporsi alle violazioni dei diritti e dei principi di giustizia, uguaglianza e libertà che esso comporta”. Il ciclo formativo è strutturato con un evento inaugurale e successivi quattro incontri informativi: sarà uno spazio aperto per approfondire le implicazioni giuridiche, sociali e politiche di questa svolta normativa. Venerdì alle 10 aprile alle ore 18:30 si terrà l’evento iniziale ad accesso libero senza bisogno di iscrizione. La contestazione transnazionale del Patto europeo sulle migrazioni Ne parliamo con: * Ilaria Salis (Parlamento Europeo) * Laura Marmorale (Mediterranea Saving Humans) * Maurizio Veglio (ASGI) * Stefano Bleggi (Melting Pot) * Omid Firouzi Tabar (Università Ca’ Foscari) -------------------------------------------------------------------------------- IL CICLO DI FORMAZIONE – CALENDARIO Tutti gli incontri si svolgono presso lo Spazio Stria in Piazza Gasperotto, con possibilità di seguire online via Zoom. L’iscrizione è obbligatoria. mercoledì 22 aprile – Introduzione al Patto europeo + Regolamento Screening/Eurodac Con: Marco Ferrero (avvocato, Cadus), Lucia Gennari (avvocata, Asgi), Francesco Ferri (esperto, Action Aid) mercoledì 29 aprile – Regolamento Procedure e Paesi “sicuri” Con: Giovanni Barbariol (avvocato Asgi), Francesca Venturin (avvocata, Giuristi Democratici), Martina Tazzioli (Università di Bologna) mercoledì 6 maggio – Direttiva accoglienza, MSNA e vulnerabilità Con: Chiara Pernechele (avvocata, Comitato Diritti Umani Padova), Chiara Roverso (avvocata, Cadus), Enrico Gargiulo (Università di Bologna) mercoledì 13 maggio – Regolamento rimpatri Con: Martina Ramacciotti (avvocata, Asgi), Giulia Fabini (Università di Bologna), Alessio Giordano (giornalista, Altreconomia) La formazione è gratuita e aperta a tutte e tutti. Dopo l’evento inaugurale del 10 aprile, ad accesso libero, seguiranno 4 incontri a cui è possibile partecipare compilando il form di iscrizione. Form di iscrizione
Sondaggio: “Giovani e Guerre”. Un’indagine per conoscere il punto di vista dei vicentini
Pubblichiamo un interessante Report sulla restituzione dei risultati del questionario “Giovani e Guerre”, realizzato nell’ambito del progetto scolastico “L’Obbedienza non è più una virtù”, promosso dal Gruppo Scuole Disarmate Vicenza con il supporto dell’Associazione Oikos e presentato il 20 marzo presso l’ITIS “Rossi” di Vicenza. L’iniziativa ha riportato al centro dell’attenzione pubblica il punto di vista dei giovani vicentini di fronte ai conflitti armati, alla pace e al ruolo della scuola nell’educazione critica alle dinamiche della guerra. Il progetto nasce con un obiettivo preciso, in linea con quello dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, cioè contrastare la crescente narrazione che tende a presentare la guerra come inevitabile, o addirittura come soluzione legittima dei conflitti internazionali, e rafforzare invece nei giovani strumenti di riflessione, responsabilità personale e cittadinanza attiva. Nella dispensa del progetto si sottolinea infatti che la scuola deve restare uno spazio di libertà, pensiero critico e costruzione di un futuro di pace. Al questionario hanno risposto 1561 studenti e studentesse di 15 scuole superiori di Vicenza e provincia, offrendo un quadro ampio e significativo del sentire delle nuove generazioni su guerra, pace, servizio militare, informazione e ruolo delle istituzioni scolastiche. L’indagine è stata elaborata dal professor Giuseppe Pellegrini dell’Università di Trento, dalla professoressa Silvia Cataldi dell’Università La Sapienza di Roma e dalla dottoressa Irene Moresco. La rilevazione si è svolta tra il 18 novembre e il 24 dicembre 2025. Dal report emerge un forte stato di attenzione e preoccupazione: quasi il 70% degli intervistati si dichiara abbastanza o molto preoccupato per un possibile coinvolgimento dell’Italia in una guerra, mentre sulla possibilità di un conflitto globale prevalgono sentimenti di inquietudine e allarme. Uno degli elementi più rilevanti emersi dall’indagine riguarda il netto rifiuto dell’approccio militare come risposta ai conflitti. I dati mostrano infatti che, in caso di chiamata obbligatoria alle armi, soltanto il 35,1% dei rispondenti dichiara che si arruolerebbe, mentre la quota più alta, il 37,5%, afferma che sceglierebbe di fuggire all’estero. ANCHE RISPETTO AL SERVIZIO MILITARE VOLONTARIO, LE PERCENTUALI RESTANO CONTENUTE, MENTRE MOLTI RAGAZZI DICHIARANO DI NON RICONOSCERSI NÉ NELLA SCELTA MILITARE NÉ IN QUELLA DEL SERVIZIO CIVILE. UN ORIENTAMENTO CHE CONFERMA UNA DIFFUSA DISTANZA CULTURALE DEI GIOVANI DALLA GUERRA COME STRUMENTO DI SOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI. Per gentile concessione del Gruppo Scuole Disarmate Vicenza, che ringraziamo, mettiamo a disposizione il Report in PDF per una lettura ed uno studio approfondito sul sentimento dei/delle giovani rispetto alla guerra e all’arruolamento. REPORT_PELLEGRINI_EVENTO_20260320Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
All’Istituto “E. Bari” di Badia Polesine (Rovigo) orientamento con la Folgore
Siamo nuovamente nella provincia di Rovigo, a Badia Polesine da cui arriva una segnalazione, all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, relativa all’ennesima presenza delle Forze Armate in una scuola, stavolta all’IPSIA “E. Bari”, istituto superiore a vari indirizzi. Come era già accaduto il 27 febbraio scorso in un’altra scuola (di cui abbiamo già scritto qui), la Brigata Folgore ha potuto inserirsi nell’orientamento in uscita delle e degli studenti. A promuovere l’incontro la docente referente per l’orientamento, figura introdotta, insieme a quella dei tutor, dall’anno scolastico 2023/24. Come ormai consuetudine, l’invito alla Brigata Folgore trova l’appoggio entusiasta delle autorità locali, del giornaletto Rovigo.news, dell’immancabile Graziano Maron che presiede l’Associazione Nastro Azzurro (decorato al valore militare). L’insegnante referente rende ragione del compenso assegnatogli con l’incarico (fino a oltre il doppio di uno stipendio medio di un docente) e promuove, come orientamento post diploma o dopo il biennio, la carriera militare, non una qualsiasi, ma niente meno che nella brigata più prestigiosa (e destrorsa) dell’Esercito. «Come folgore nel cielo…come nembo di tempesta», recitano il motto e l’inno dei paracadutisti. Fulmini e tempeste in tutti i luoghi di guerra, certo in funzione di supporto, anzi di peacemaking, sempre che ancora qualcuno voglia credere, dopo le sciagurate avventure degli anni Novanta e le attuali, che esistano le guerre umanitarie e la promozione della pace grazie alla presenza di forze armate. Del resto, i “folgoranti” in mimetica raccontano alle ragazze e ai ragazzi ben altro, segnalano l’eccellenza del loro lavoro, sottolineano la necessità di promuovere l’inconsueta carriera della Brigata, la «meno tradizionale […] poco conosciuta» dell’Esercito in generale. In Polesine, nella provincia di Rovigo ci sono circa 70.000 studenti e studentesse delle superiori da orientare. Così, dando ragione a Lewis Mumford, che equiparava l’arte della guerra al taylorismo e alla catena di montaggio (L. Mumford, La città nella storia, Castelvecchi 2013), annoto che in altri istituti superiori della provincia si va in visita all’hub di Amazon. Le catene di approvvigionamento, di stoccaggio, di distribuzione del colosso rappresentano un interessante contributo all’attuale cultura tecnologica, utilissima a chi studia negli ITIS. E, provo ad aggiungere, anche la carriera di management – presentata dal responsabile delle risorse umane di Amazon con entusiasmo – nasce con la mentalità del comando militare, anzi più propriamente alberga nel cuore stesso del nazismo (J. Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, Einaudi 2021). Forse a scuola, dopo questa visita, sarebbe stato interessante che si suggerisse ai ragazzi di vedere il film di Ken Loach Sorry We Missed You (2019) sull’infame carriera dei corrieri della grande distribuzione. Ma non sarebbe un suggerimento nello spirito delle indicazioni ministeriali fornite nei corsi per docenti orientatori. Mi sposto un po’ di lato e, visto che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha per scopo il contrasto alle guerre, cito una informazione pubblicata qui da il Fatto Quotidiano questo 24 marzo. Un’inchiesta, condotta da due giornalisti inglesi sugli italiani arruolati nell’Idf, le forze armate israeliane, come volontari, valuta ammontino a 828 le presenze, forse 1000, come riferì il Ministro Antonio Tajani all’indomani del 7 ottobre. Una notizia, rimossa a suo tempo, che riemerge ora, grazie all’accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act. Anche questa è una carriera, in mancanza d’altro o nella convinzione di fare qualcosa di utile, grazie al quotidiano lavorio sulle coscienze giovanili di cui anche la scuola è responsabile. Ultimo, ma non ultimo, Enzo Bari, a cui è intitolata la scuola di Badia Polesine, era un partigiano, morto a 16 anni. Altra guerra, altri valori. Valori su cui si basa la nostra Costituzione. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Aggiornamento del PdS di lungo periodo: illegittima la revoca fondata sulla residenza fittizia e sulla rivalutazione dei requisiti di rilascio
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto ha annullato il provvedimento del Questore della Provincia di Venezia del 18 febbraio 2025, con cui era stata rigettata l’istanza di aggiornamento del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui era titolare un cittadino straniero presente in Italia da oltre quarant’anni e, contestualmente, era stato revocato tale titolo di soggiorno. Il Collegio ha ritenuto fondato il terzo motivo del ricorso patrocinato dall’Avv. Francesco Mason, ravvisando un’illegittima applicazione al permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di criteri valutativi propri dei permessi di soggiorno ordinari, con conseguente violazione del regime giuridico speciale dettato dall’art. 9 del d.lgs. n. 286 del 1998. Il ricorrente, titolare sin dal 2011 del permesso in questione, aveva presentato in data 8 maggio 2024 un’istanza di aggiornamento del titolo. La Questura di Venezia aveva inviato, il 14 novembre 2024, un preavviso di rigetto fondato su tre circostanze: l’assenza di attività lavorativa protratta nel tempo; la mancanza di una fonte stabile di reddito o di pensione; la cancellazione dall’anagrafe comunale risalente al 2013, con indicazione della casa comunale come recapito. Con il provvedimento definitivo del 18 febbraio 2025, il Questore aveva poi disposto sia il rigetto dell’istanza di aggiornamento sia la revoca del permesso di soggiorno. Il Tribunale, con ordinanza cautelare, aveva già accolto la domanda di sospensiva e aveva sollecitato la Questura a rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione, poi effettivamente emesso il 23 maggio 2025. Il ricorrente si è rivolto al TAR per l’annullamento del provvedimento, ottenendo piena accoglienza nel merito all’udienza del 14 gennaio 2026. Il fulcro interpretativo della decisione ruota attorno alla corretta lettura dell’art. 9 del d.lgs. n. 286/1998. Il Collegio richiama anzitutto il comma 2, ai sensi del quale il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo “attesta il riconoscimento permanente del relativo status” ed è soggetto a rinnovo automatico alla scadenza. Questa qualificazione normativa – che attribuisce al titolo una natura sostanzialmente stabile e tendenzialmente permanente – costituisce il presupposto logico e giuridico dell’intera motivazione. Su tali basi, il Tribunale afferma con nettezza il carattere tassativo del catalogo delle cause di revoca previsto dal comma 7 del medesimo articolo, specificando che tale catalogo “non è previsto il venir meno delle condizioni di cui al comma 1, ossia la disponibilità di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale e la continuità dell’iscrizione anagrafica, elementi che rilevano, invece, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno ordinario“. Pertanto i requisiti di cui al comma 1 sono condizioni di accesso al titolo di lungo periodo, non presupposti di mantenimento in via permanente. Una volta acquisito lo status, il suo venir meno non è soggetto alle medesime condizioni che ne avevano consentito il rilascio, ma soltanto alle cause tassativamente elencate al comma 7. Ne consegue, nella valutazione del Collegio, che “il provvedimento impugnato è frutto dell’illegittima estensione, al permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, di valutazioni proprie dei permessi di soggiorno ordinari“: una censura di eccesso di potere per erronea individuazione della norma applicabile. Particolarmente significativa, sotto il profilo pratico, è la parte della sentenza dedicata alla rilevanza dell’iscrizione anagrafica presso la casa comunale. Il Questore aveva ritenuto che tale circostanza – unitamente alla cancellazione dall’anagrafe dal 2013 – fosse sintomatica di una condizione di irreperibilità incompatibile con il mantenimento del titolo. Il Tribunale confuta questa impostazione su un duplice piano. Sul piano della qualificazione giuridica, osserva che “l’iscrizione anagrafica ha natura meramente certificativa e non coincide con l’accertamento della presenza effettiva sul territorio dello Stato, che può essere dimostrata aliunde“. Sul piano della legittimità dell’uso del recapito convenzionale, precisa che “l’utilizzo di recapiti convenzionali o l’assenza di una stabile abitazione non legittimano automaticamente una presunzione di irreperibilità o di assenza dal territorio nazionale, imponendo invece all’Amministrazione una verifica concreta e sostanziale della presenza effettiva e del radicamento dello straniero“. Il Collegio richiama inoltre un’ulteriore equiparazione già affermata dalla propria giurisprudenza: quella tra residenza fittizia presso la casa comunale e residenza anagrafica ai fini della concessione della cittadinanza italiana, istituto che – a differenza del permesso di lungo periodo – esige per legge l’iscrizione anagrafica come requisito. Ne deriva che la residenza fittizia non può essere svalutata nell’ambito più favorevole del soggiorno di lungo periodo. Sul piano fattuale, il Tribunale valorizza la circostanza che il ricorrente fosse reperibile presso una struttura della Caritas, avesse una presenza quarantennale sul territorio nazionale e risultasse iscritto all’anagrafe del Comune di Venezia al momento della decisione: elementi che dimostrano il radicamento in modo ben più pregnante della mera iscrizione formale. Il Tribunale esclude poi che la disoccupazione di lunga durata possa fondare autonomamente la revoca del permesso, richiamando giurisprudenza consolidata secondo la quale tale circostanza “non è di per sé idonea a sorreggere la legittimità di un provvedimento sfavorevole in materia di soggiorno” (T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. IV, 12 marzo 2015, n. 695; Cons. Stato, Sez. III, 17 aprile 2018, n. 2286). Quanto alle segnalazioni e ai controlli di polizia menzionati nel provvedimento impugnato – compreso il deferimento per il reato di invasione di terreni ed edifici del 19 novembre 2024 – il Collegio ne esclude la decisività ai fini del giudizio di pericolosità, osservando che detti elementi sono “privi di riscontri in provvedimenti giurisdizionali o in misure di prevenzione adottate dall’autorità competente”. L’osservazione si inserisce nel solco dell’art. 9, comma 4, d.lgs. n. 286/1998, che richiede una pericolosità per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato desumibile da elementi concreti, e non da mere segnalazioni prive di esito giudiziario. La sentenza ribadisce con chiarezza l’autonomia del regime giuridico del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo rispetto a quello dei permessi ordinari, precisa i limiti della funzione probatoria dell’iscrizione anagrafica in materia di immigrazione e circoscrive rigorosamente il perimetro del giudizio di pericolosità sociale rilevante ai fini della revoca. T.A.R. per il Veneto, sentenza n. 220 del 26 gennaio 2026
“ALLA RICERCA DI QUELLA DIGNITÀ, ORA PERDUTA, DEL LAGO DI GARDA”: IL CONVEGNO ORGANIZZATO DALLA FEDERAZIONE DEL FIUME CHIESE E DEL LAGO D’IDRO
Sabato 28 marzo, dalle 10 alle 13 all’Antica Cascina San Zago, in via dei Colli a Salò (BS), si svolgerà il convegno “Alla ricerca di quella dignità ora perduta del Lago di Garda”, organizzato dalla Federazione delle Associazioni che amano il fiume Chiese ed il suo lago d’Idro. Interverranno alla conferenza l’architetto Silvio Motta, curatore della rinaturalizzazione delle sponde del lago di Costanza, e l’ecologista Carlo Saletta. La Federazione del fiume Chiese e del lago d’Idro ha invitato anche una lunga serie di esponenti istituzionali interessati dalla vicenda: i sindaci e i consiglieri dei comuni del Garda, la direttrice dell’Autorità di bacino Garda-Idro e il Prefetto di Brescia. “Sentiremo cos’hanno da dire i sindaci che avranno l’onestà intellettuale di voler intervenire”, dichiara su Radio Onda d’Urto Gianluca Bordiga, esponente della Federazione e organizzatore del convegno. La presentazione del convegno su Radio Onda d’Urto con Gianluca Bordiga, della Federazione delle Associazioni che amano il fiume Chiese ed il suo lago d’Idro. Ascolta o scarica.
March 25, 2026
Radio Onda d`Urto
«Seconda generazione, Prima destinazione»
C’è un modo di imparare che non passa solo dai libri, ma dalle relazioni, dalla creatività e dalla possibilità di raccontarsi. È da questa consapevolezza che nasce il progetto di Quadrato Meticcio (QM) 1, associazione sportiva dilettantistica attiva dal 2012 nel quartiere Palestro, dove il doposcuola è diventato negli anni molto più di uno spazio educativo: un laboratorio di espressione, crescita e condivisione. Qui, scrivere insieme e imparare insieme significa anche divertirsi, sperimentare linguaggi nuovi, trovare nella musica e nella parola strumenti per conoscersi e riconoscersi. Non è la prima volta che la scrittura e il rap diventano veicoli di unione: già in passato, queste pratiche hanno permesso ai ragazzi e alle ragazze del doposcuola di costruire ponti tra esperienze diverse, trasformando le differenze in ricchezza. Da questo percorso nasce il video-clip realizzato per il concorso nazionale “Il razzismo è una brutta storia. Cambiamola insieme”. Un lavoro che ha offerto ai giovani del quartiere Palestro qualcosa di fondamentale: la possibilità di guardare al proprio rione con occhi nuovi, ribaltando una narrazione troppo spesso schiacciata sull’idea di degrado. Seguiti dalla videocamera, i ragazzi e le ragazze hanno attraversato le strade del quartiere a testa alta. Per una volta, non come oggetto di sguardi esterni o stereotipi, ma come protagonisti della propria storia. Fier* delle proprie case, dei propri legami, dei luoghi in cui crescono. Il cuore del progetto è la canzone “Seconda generazione, Prima destinazione”, frutto di un lavoro collettivo di scrittura e registrazione. Attraverso le parole e il ritmo, emergono le esperienze vissute: il razzismo istituzionale, gli insulti quotidiani, le micro aggressioni che segnano la crescita. «Tra sorrisi e momenti di leggerezza – sottolinea QM – nascono legami tra chi condivide ferite simili: la marginalità sociale, la percezione di essere cittadini di serie B perché provenienti dalle case popolari, la dualità delle proprie identità. Insieme abbiamo capito di essere molto di più delle etichette che ci vengono assegnate». Durante questo percorso, prende forma una consapevolezza condivisa: un’identità non cancella l’altra. Essere figli e figlie di più culture non è una frattura, ma una ricchezza. Due storie, due mondi, che si intrecciano generando nuove forme di appartenenza. Tra sorrisi e complicità nascono legami profondi, soprattutto tra chi condivide esperienze simili: la marginalità sociale, lo stigma legato alle case popolari, la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. Insieme, però, emerge una verità diversa: si è molto più delle etichette che vengono assegnate. Il valore di questo lavoro è stato riconosciuto anche a livello nazionale: il video-clip ha vinto il primo premio nella categoria Pionieri. Un riconoscimento che non riguarda solo il prodotto finale, ma il processo collettivo che lo ha reso possibile. Essere definiti “pionieri” assume allora un significato profondo. Quadrato Meticcio, insieme ai giovani del rione, rivendica questo ruolo come responsabilità e prospettiva: resistere allo spopolamento e ai processi di gentrificazione, continuare a vivere e trasformare il quartiere dall’interno, senza esserne espulsi. Per questo il lavoro non si ferma. Come pionieri e nuove generazioni, il percorso nel rione Palestro continua, giorno dopo giorno. 1. Per scoprire di più sulla storia dell’ASD Quadrato Meticcio visita questa pagina ↩︎