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Sport e ideologia militarista: il lato nascosto dell’addestramento infantile
Virtù indica il bene in senso morale e spirituale, ma è significativo che questa parola derivi etimologicamente dal latino vir, “maschio”. Nelle comunità tradizionali la virtù che davvero contava doveva essere essenzialmente la forza fisica del maschio, il suo carattere indomito e virile, che evidentemente veniva percepito come la migliore garanzia di poter avere la meglio sul nemico. Anche la parola eroe ha a che fare con la medesima famiglia semantica (attraverso il greco héros, “prode, forte in guerra, combattente”) Davide Borrelli. La segnalazione che commento, giunta all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con un video pubblicato su Facebook, riguarda un campo di allenamento sportivo, paramilitare – legendary strenght revealed  – organizzato a Rettorgole, frazione di Caldogno, in provincia di Vicenza. Siamo nel Nord, lavoratore e produttivo, terreno di coltura della vecchia Lega, del suo pervicace separatismo, a cui la legge n.86/2024, a firma del ministro Roberto Calderoli, ha dato corpo, mentre si diffonde – in forma pressoché clandestina – l’ennesimo testo di preintesa Stato-Regioni. Ricordo spesso questo aspetto perché la mentalità autonomista si coltiva anche con quella ristrettezza di pensiero a cui abitua la competizione sportiva, unita a stretto vincolo con il culturismo, con il vigore fisico indispensabile al guerriero. Addestramento che è anche consuetudine alla obbedienza al comando, la performance come risposta efficace a quel che – nella rigida scala gerarchica – viene chiesto al sottoposto, senza che l’ordine si possa giudicare e mettere in dubbio. La postura tipica del coach (come è obbligo oggi chiamare la tizia o il tizio che in palestra ti fanno sudare), non solo del superiore graduato, è la messa in mostra, come modello, del proprio fisico e l’urlo come interlocuzione. Nel video un gruppo di bambini, forse appena preadolescenti, è schierato in riga davanti a un addestratore che urla l’ordine, un monito di buona retorica militare, “Compagnia?”, a cui i ragazzini rispondono – chiaro e forte come nei film sui marines – “Commando!!” (due emme!), controrisposta “Grandiosi“, e avvio dell’attività a colpi di fischietto. Tutto questo agitarsi di corpi fra ostacoli, salti, corse, è accompagnato da una musica epica, ad alta energia, come si è detto più su. La fonte è un sito dedicato, “Cinematic Sourse“, brutte copie, algoritmico-intelligenti, di Vangelis, nel canone delle colonne sonore, fin da Momenti di Gloria del 1981, o delle tracce che accompagnano le gesta di Arnold Schwarzenegger in Comando (1985), guarda il caso.   Musica e lotta audace sono ormai cultura popolare. Lo mostrano due serie di cartoni animati molto viste da grandi e piccini, i Simpson e quella coreana Saya Boys. Gruppi musicali in stile militare per i quali la musica è solo un’occasione di scontro con altre formazioni. Boy-Baby Band, nel primo caso protagonista Bart, nel secondo Jinu, demone che eccitando il suo pubblico ne cattura l’energia. Insomma, si tratta sempre di conflitti all’ultima nota, per i Leoni (Saya), anche di incantesimi e rituali di morte. Ma vengo a chi governa tutto questo dispiegamento di energia combattente, in mimetica, rivolta a giovani futuri eroi. A Roma ha la sua sede l’ENDAS (Ente Nazionale Democratico di Azione Sociale e Sportiva), scudo con un’onda gialla che porta la testa di un’aquila, guarda il caso (https://www.endas.it/area-istituzionale/la-nostra-storia/). Associazione sportiva riconosciuta dal CONI, nasce nel 1949 a scopi sociali e democratici (sic) visto che, finito il fascismo delle adunate domenicali e delle esercitazioni ginniche, occorre occupare il campo. Ma prima, nel 1946, venne fondato il suo antesignano, il M.A.S (Movimento di Azione Sociale) che, leggiamo sul sito dell’ENDAS, intendeva l’attività sportivo-sociale o social-sportiva come via della redenzione (sic) dopo l’oscurantismo del Ventennio. Oggi, bambini, adolescenti, adulti, più che redenti dalle colpe dei padri, e forse da quelle dei partigiani, devono crescere nella convinzione che è meglio rispondere affermativamente al comando, preparare fisico e mente per la difesa totale del suolo patrio. Allo scopo servono buone dosi di competizione, di crediti meritevoli in qualunque modo conseguiti, di resilienza, di reattività al rischio, competenze a cui educa la scuola di Valditara. Ma serve anche lo sport, attività di vario tipo che ormai, fosse anche nel campetto parrocchiale, svolgono tutte le creature piccole e giovani. Intrattenimento e divertimento – ci dicono- attivo e passivo (il tifoso) diventato industria dei corpi, corpi a cui la televisione, i media, le aziende che producono divise e oggetti sportivi, chiedono di andare sempre oltre il limite fisico, grazie a dosi di  sostanze chimiche (i controlli anti-doping spesso non conseguono risultati) e di allenamenti intensivi. E succede che un tennista super titolato svenga per il caldo o che giovani calciatori muoiano sul campo per infarto. Come scrive il sociologo in esergo, la virtù richiede sacrificio, i soldati in guerra se lo sentono ripetere fin dall’assedio di Troia.    Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Vicenza e la Festa della Repubblica: tra militarizzazione e mobilitazioni dal basso
Il 2 giugno 2026 si è celebrato l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana. La data ha prodotto due narrazioni incompatibili: quella ufficiale, scandita da parate militari e uniformi, e quella dei movimenti antimilitaristi, che in quella stessa data hanno scelto di occupare piazze, basi e presidi in tutta Italia. In piazza dei Signori a Vicenza, la celebrazione per l’anniversario della Repubblica ha incluso una sfilata di bambini e bambine delle scuole primarie. Moretto piumato in testa, i piccoli hanno corso in piazza affiancati dal corpo d’arma, riprendendo la tradizionale «corsa dei bersaglieri». Secondo «Il Giornale di Vicenza», si tratta di una scelta alla quale il prefetto «tiene in modo speciale». La cerimonia ha compreso anche l’alzabandiera e l’esecuzione dell’Inno d’Italia da parte della banda di Gambellara insieme al coro del liceo musicale Pigafetta (clicca qui per la notizia). Le celebrazioni erano promosse, come ogni anno, dalla Prefettura e dal Comune di Vicenza. Il sindaco Giacomo Possamai e il prefetto Filippo Romano sono stati indicati dalla stampa e dalle reazioni politiche come i responsabili diretti della scelta di coinvolgere i bambini in questo ruolo. La presenza dei «bersaglierini» alle celebrazioni vicentine non è una novità di quest’anno: si tratta di un’iniziativa, promossa dai primi anni duemila, dall’Associazione Nazionale Bersaglieri e presentata come veicolo di «trasmissione generazionale dei valori repubblicani». Il 2 giugno commemora la nascita della Repubblica italiana, nata dal ripudio del fascismo e dalla scelta popolare. La Costituzione che quella data inaugura contiene un principio esplicito: l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11). La pagina web del Ministero della difesa ci ricorda: «Sin dalla sua prima edizione nel 1948, la Rassegna del 2 giugno ha accompagnato e interpretato quei valori di libertà, democrazia e convivenza pacifica, così faticosamente conquistati. Un segnale di fiducia nel futuro e nella volontà di rinascita che tornava a permeare tutta la Nazione». La parata fu voluta dall’allora Ministro della Difesa Randolfo Pacciardi come atto formale di lealtà delle Forze Armate al nuovo Stato repubblicano. Il significato della parata del 1948 era ben diverso da quello che molti oggi vogliono dare a questa giornata. Un esercito a protezione di una pace conquistata con fatica e sofferenza e non l’esercito come dimostrazione di forza e prontezza alla guerra. La scelta di Vicenza non è passata inosservata. Rifondazione Comunista Vicenza ha parlato di «profonda amarezza» per la decisione del sindaco e del prefetto di trasformare la Festa della Repubblica in una celebrazione «dal carattere marcatamente militaresco». Nella nota del partito si legge che «l’utilizzo dei bambini per mimare simboli, gesti e ritualità militari è una scelta assolutamente inappropriata, tanto più nel contesto internazionale attuale, segnato da guerre, distruzioni e sofferenze che colpiscono milioni di persone». Sindaco e prefetto sono stati accusati di «miopia culturale e istituzionale» (clicca qui per il comunicato). La critica converge con quella dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: oggi la Repubblica «merita di essere celebrata attraverso i valori della pace, della democrazia e della partecipazione, ma non attraverso la militarizzazione dello spazio pubblico e, ancor meno, attraverso il coinvolgimento dei bambini in rappresentazioni che richiamano il mondo della guerra». Nel dibattito pubblico attorno al 2 giugno, Antonio Polito ha pubblicato su 7 – Corriere della Sera del 12 giugno 2026 un articolo dal titolo Leggiamo bene la Costituzione: scopriremo che la polemica contro i militari non è prevista da nessuno degli articoli, in cui ricordava che assistere inerti di fronte alla forza prepotente «non era esattamente l’idea dei costituenti, donne e uomini appena ribellati al nazifascismo». Il richiamo è storicamente fondato: i costituenti non erano pacifisti passivi. Occorre però fare attenzione a come questo argomento viene utilizzato nel discorso pubblico contemporaneo. Il richiamo alla combattività dei costituenti rischia di diventare una legittimazione retorica dell’escalation militare, della spesa in armamenti, della normalizzazione del simbolo bellico nello spazio civico — e nelle scuole. I costituenti ripudiarono la guerra come strumento di potere statale: quella distinzione è il cuore dell’art. 11, e non va offuscata da analogie troppo rapide tra resistenza partigiana e riarmo. Mentre a Roma i carri armati sfilavano sui Fori Imperiali e a Vicenza i bambini correvano in divisa da bersagliere, il Coordinamento SUBIF promuoveva una giornata di azione antimilitarista diffusa in tutta Italia. Le iniziative hanno toccato realtà molto diverse tra loro: un presidio davanti all’ISAB Nord tra Augusta e Priolo, il No Muos a Niscemi, un presidio a Trapani, una manifestazione a Pontedera, un’iniziativa in sardo — «A Foras is bases, Po is gherras allenas» — a Cagliari, e a Vicenza stessa, in via Ferrarin 71 (la base militare USA, Caserma Ederle / Dal Molin), un presidio intitolato «Dal Del Din a Gaza: disarmiamo la guerra». A Rovezzano, presso la caserma Predieri, la «Festa della Repubblica delle forze disarmate». La geografia di queste iniziative non è casuale: basi militari, industrie belliche, installazioni NATO. La coesistenza di queste due narrazioni il 2 giugno 2026 rivela una contesa in atto attorno al significato simbolico della Repubblica: chi la abita, con quali corpi, con quali valori, con quali immagini. Da un lato la Repubblica celebrata attraverso i suoi apparati armati, proiettata verso il riarmo atlantico; dall’altro la Repubblica richiamata nei suoi principi fondativi: pace e ripudio della guerra. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università segue questa contesa con attenzione, perché la scuola — e i bambini che la abitano — ne sono spesso il terreno. Quando i simboli militari entrano nelle aule e nelle piazze scolastiche, non si tratta di folklore o tradizione: si tratta di scelte educative e politiche, che meritano dibattito pubblico e non silenzio istituzionale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Il Community Center Verona di One Bridge To: presentato il Report 2025
One Bridge To- (in origine One Bridge to Idomeni) compie dieci anni di attività e presenza sulla Rotta Balcanica, in Grecia e a Verona, e ha deciso di festeggiarli con un calendario fitto di iniziative nel periodo a ridosso del 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026. Ph: Presentazione del Report 2025 Tra queste, il 18 giugno, ha presentato il Report di Attività 2025 del Community Center Verona 1, il progetto che dal 2022 opera in Via Campo Marzo 32 con cinque sportelli integrati, una scuola di italiano, uno sportello psicologico e il progetto di community matching TRAME. I numeri del rapporto raccontano da soli l’importanza che progressivamente ha assunto questo spazio. Nel 2025, si legge nel report, ci sono stati 1.853 accessi agli sportelli, 731 persone distinte raggiunte, 517 nuove. Una crescita del 69% rispetto ai 1.095 accessi e alle 435 persone del 2024. Numeri, precisa Edoardo Garonzi, Presidente di One Bridge To- ETS, che «non misurano il nostro successo, bensì l’ampiezza di un bisogno che il sistema pubblico fa sempre più fatica a soddisfare». Il profilo di chi varca la porta di Via Campo Marzo è quello di una marginalità stratificata e spesso irrisolta. Al primo accesso, il 31% era richiedente protezione internazionale, il 27% era senza fissa dimora, il 69% era disoccupato. Quasi due utenti su tre hanno tra i 21 e i 40 anni: la fascia d’età in cui, come scrive il report, «si prendono le decisioni che strutturano il resto della vita». Il fatto che quegli anni si trascorrano in attesa di un appuntamento in Questura, in dormitorio, senza residenza e senza contratto «non è un’emergenza temporanea: è una perdita di tempo che non si recupera». UNO SPORTELLO CHE NON SI OCCUPA SOLO DI BUROCRAZIA Lo Sportello Socio-Legale è il cuore operativo del Community Center (CC): 800 accessi nel 2025, 401 utenti unici, con il problema dominante legato ai permessi di soggiorno (313 accessi, il 39% del totale delle pratiche legali). I tempi della Questura di Verona per i rinnovi hanno superato l’anno, lasciando le persone in un limbo in cui sono tecnicamente regolari ma di fatto bloccate. Come ricorda l’équipe multidisciplinare che ha redatto il report, «quattro colloqui su cinque si traducono in una presa in carico diretta»: il CC tende a non delegare verso l’esterno, spesso perché i servizi a cui si dovrebbe rinviare presentano barriere che li rendono inaccessibili a chi ne avrebbe più bisogno. Trasversale a tutti gli sportelli è il tema della residenza anagrafica. Senza iscrizione non si aggiorna il permesso di soggiorno di lungo periodo, non si ottiene la carta d’identità, non si attiva lo SPID, non si accede ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. «Il cerchio si chiude su se stesso», denuncia il report. L’indirizzo convenzionale assegnato ai senza dimora a Verona per l’iscrizione anagrafica è Via Olimpio Vianello, dedicata a un ex gondoliere veneziano senza casa che nella notte dell’8 dicembre 1990 fu picchiato a morte sotto il porticato dell’ex Tribunale. La partecipazione al Tavolo di Coordinamento Abitare ha prodotto nel 2025 un risultato concreto: il Comune di Verona ha pubblicato sul proprio sito istituzionale una pagina dedicata alla procedura di iscrizione anagrafica per persone senza fissa dimora, con i moduli scaricabili in un unico luogo. Prima di questa pubblicazione la procedura era frammentata e opaca. È il tipo di risultato, si specifica nel report, «che non compare nei database degli sportelli ma che moltiplica l’impatto del lavoro svolto». LAVORO, LINGUA, PSICOLOGIA: UNA FILIERA DI SERVIZI INTEGRATI Lo Sportello Lavoro ha registrato 521 accessi per 302 utenti unici. Nel 2025 almeno 47 persone passate dal CC hanno avviato un rapporto di lavoro regolare, includendo i 4 contratti di assunzione conseguenti ai tirocini del progetto LA.VR, finanziato dall’8xmille della Chiesa Valdese. L’équipe avverte però di leggere quel dato con cautela: «registriamo gli inserimenti di cui siamo informati, non quelli di chi ha trovato lavoro e non è tornato a comunicarcelo. Il numero reale è quasi certamente più alto, e la mancanza di ritorno è spesso, essa stessa, un buon segno». Anche le difficoltà linguistiche sono tra le barriere maggiormente riscontrate: oltre la metà degli utenti dello sportello lavoro ha un livello di italiano inferiore all’A2 al momento del primo accesso. La Scuola di Italiano ha registrato 336 iscrizioni nel 2025, su 274 persone fisiche distinte. Ma 126 persone non hanno potuto essere accolte, una su quattro tra quelle che ne hanno fatto richiesta. Il cd. Decreto Cutro (DL 20/2023) ha progressivamente eliminato i corsi di italiano che i gestori dei CAS erano tenuti a garantire internamente, e il CPIA di Verona, sovraffollato, non riesce ad assorbire la domanda aggiuntiva. La lista d’attesa della Scuola «è un termometro del sistema: misura quanto la domanda di apprendimento linguistico nel territorio superi strutturalmente l’offerta disponibile». Lo Sportello Psicologico ha seguito 14 pazienti su 16 segnalati, con 70 colloqui clinici e il coinvolgimento di 7 mediatori e traduttori diversi. Non si tratta di un servizio ordinario: intercetta persone che il sistema di salute mentale non raggiunge, con storie di migrazione forzata e trauma multiplo. Il mediatore linguistico-culturale, specifica il report, «non è un supporto aggiuntivo: è parte integrante del processo clinico». Senza quella figura, «una parte rilevante dei 70 colloqui del 2025 non sarebbe stata clinicamente possibile». TRAME E IL VOLONTARIATO COME MODELLO Il progetto TRAME – finanziato da Fondazione Cariverona – ha avviato nel 2025 la prima annualità del community matching: abbinamenti strutturati tra persone in condizione di marginalità e tutor buddy della comunità locale. Tre match attivati, 10 tutor selezionati, 63 partecipanti alle formazioni, 111 servizi e comunità mappate. Il CC non funzionerebbe senza i suoi 25 volontari: 6 agli sportelli, 12 al Laboratorio di Conversazione del giovedì sera, 4 tirocinanti, 3 psicologi. Il contributo complessivo stimato è di circa 4.700 ore annue di lavoro volontario, «l’equivalente di quasi tre posizioni a tempo parziale». One Bridge To- ETS precisa però che «il volontariato al CC non è una risposta alla scarsità di risorse. È un modello deliberato di prossimità». LE RICHIESTE ALLE ISTITUZIONI La pubblicazione si chiude con tre richieste alle istituzioni: ridurre i tempi della Questura o garantire tutele equivalenti nell’attesa; reintrodurre i corsi di italiano come standard nei CAS e SAI; rimuovere i criteri discriminatori del DL 145/2024 che escludono i richiedenti asilo territoriali dall’accoglienza. ASGI ha già definito quella norma «uno stravolgimento senza precedenti che mina alla base le garanzie di tutela dei diritti fondamentali». Dieci anni dopo la sua fondazione, One Bridge To- sta consolidando a Verona un modello che non si limita a erogare servizi: trasforma i dati dei colloqui e le osservazioni raccolte in argomenti per il cambiamento istituzionale. 1. Leggi il Report 2025 completo ↩︎
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “INQUINAMENTO DA PFAS. UNA FERITA APERTA PER AMBIENTE E SALUTE”
Maria Chiara Rodeghiero di Medicina Democratica Vicenza e Celestino Panizza di ISDE Lombardia sono i due ospiti della puntata odierna di Curami. Il titolo della puntata è “Inquinamento da PFAS: una ferita aperta per ambiente e salute”. Conduce Antonino Cimino. “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione in onda il sabato mattina dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 20 giugno. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
PdS UE per soggiornanti di lungo periodo: diniego illegittimo, non considerati i redditi dei figli conviventi
Il TAR per il Veneto annulla il rigetto della Questura di Verona che aveva negato il diritto al pds UE slp a due genitori che avevano fatto valere come requisito reddituale gli introiti dei figli conviventi. La Questura aveva rigettato la richiesta sostenendo che i redditi devono essere personali, dando una lettura rigida e distorta della norma. Il Tar invece, anche in forza della sentenza CGUE 3 ottobre 2019 in causa C‐302/18, ribadisce che “In primo luogo, sul piano eurounitario, l’art. 5, par. 1, lett. a), della direttiva 2003/109/CE richiede la disponibilità di “risorse stabili, regolari e sufficienti”, senza introdurre alcuna limitazione quanto alla loro provenienza. La Corte di Giustizia ha chiarito che tale nozione costituisce una nozione autonoma del diritto dell’Unione, che non può essere interpretata restrittivamente dagli Stati membri, e che comprende anche le risorse messe a disposizione da terzi, inclusi i familiari, purché idonee a garantire il sostentamento del soggetto richiedente in modo stabile e continuativo (CGUE 3 ottobre 2019 in causa C‐302/18). Ne deriva che non è consentito all’Amministrazione introdurre, in via interpretativa, un requisito ulteriore – quale quello della necessaria titolarità di un reddito personale – non previsto dalla normativa europea e contrario alla ratio della direttiva, che è quella di verificare la concreta autosufficienza economica del soggetto richiedente e non la provenienza formale delle risorse. Né può giungersi a diversa conclusione alla luce della direttiva 2011/51/UE, che ha modificato la direttiva 2003/109/CE limitatamente all’estensione del relativo ambito soggettivo ai beneficiari di protezione internazionale, senza incidere sul contenuto dell’art. 5, par. 1, lett. a), relativo al requisito delle risorse economiche, il quale continua pertanto a dover essere interpretato nei termini chiariti dalla Corte di Giustizia. In secondo luogo, anche nel diritto interno, la nozione di “disponibilità di un reddito” di cui all’art. 9 del d.lgs. n. 286/1998 dev’essere letta in coerenza con il diritto dell’Unione e, quindi, riferita alla complessiva situazione economica del nucleo familiare convivente. La giurisprudenza amministrativa ha infatti chiarito che, ai fini della verifica del requisito reddituale, occorre considerare tutte le fonti di reddito lecite e disponibili, senza limitarsi a quelle direttamente intestate al soggetto richiedente (in tal senso, T.A.R. Puglia, Bari, Sez. III, 26 gennaio 2026, n. 94, ove si afferma che il requisito reddituale deve essere valutato «nel suo complesso», includendo tutte le risorse economiche disponibili, anche di diversa natura, purché idonee a garantire il sostentamento”. T.A.R. per il Veneto, sentenza n. 892 del 22 aprile 2026 Si ringrazia l’Avv. Giovanni Barbariol per la segnalazione e il commento.
Verona, gli Alpini di Sona organizzano il campo scuola mentre l’ANA vuole allargamento provinciale
All’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università arriva segnalazione che anche i gruppi locali degli Alpini di Sona (Verona) stanno organizzando un campo scuola per 50 ragazzi tra i 9 e i 17 anni, dal 9 al 12 luglio. Questo si inserisce nell’allargamento a livello provinciale su cui sta spingendo l’ANA. Infatti stando a quando riportano gli alpini, gli organizzatori, l’iniziativa è stata fortemente voluta dall’Associazione Nazionale Alpini (ANA) e si inserisce fra i suoi Campi Scuola Nazionali. Sebbene a Sona, infatti, eventi simili fossero già stati organizzati negli anni scorsi spontaneamente a livello locale, l’estate del 2026 sarà la prima in cui altri campi scuola saranno organizzati a livello provinciale veronese come conseguenza di quella che sembra essere una indicazione proveniente direttamente dal quartier generale. Ricordiamo che l’ANA è un’associazione d’arma che ha come scopo la custodia della memoria e delle tradizioni degli alpini (e qui con “alpini” si intende i soldati dell’esercito). Scopo che però, secondo il modesto parere dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non dovrebbe includere la militarizzazione della società e dei minori che ne fanno parte. Durante questo campo infatti i e le giovani partecipanti visiteranno il Sacrario del Monte Grappa, allestiranno il campo stesso, parteciperanno ad esercitazioni sanitarie e con la protezione civile e accoglieranno le loro famiglie per un pasto collettivo l’ultimo giorno. Il tutto incorniciato da alzabandiera mattutini al suono dell’Inno Nazionale… Ma, qui come nel nel caso di Livigno, mancano espliciti riferimenti al ripudio della guerra. I diciassettenni di oggi, dopo un campo così, avranno imparato a dare supporto logistico e sanitario in caso di una crisi. Ma quale consapevolezza avranno maturato rispetto a un eventuale ritorno della leva militare? Purtroppo ancora una volta gli intervistati organizzatori di questi campi scuola restano pericolosamente taciti sui pericoli del militarismo. Vero è che si visita un sacrario con le spoglie di più di 22 mila soldati caduti durante la Prima Guerra Mondiale. Ma vero anche che c’è modo e modo di “custodire la memoria” delle vittime della guerra. Se abbiamo diciassette anni, possiamo per esempio riconoscere il valore di quanto fecero donando la loro vita per difendere la Patria, sentirci a loro grati e prepararci anche noi a fare “la nostra parte”. Soprattutto se non ci dicono che la vita non fu “donata” così spontaneamente, che nella Prima Guerra Mondiale l’Italia non si stava propriamente “difendendo”, e che quello di Patria è un concetto, come ci insegna invece Don Milani, piuttosto delicato. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«Moussa parte per la sua terra, salutiamolo assieme»
A Verona, la comunità maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra chiamano la città a un ultimo saluto collettivo prima del ritorno della sua salma di in Mali. Due i momenti pubblici previsti nei prossimi giorni: domenica 17 maggio, dalle 10 alle 14, presso la stazione di Porta Nuova, e martedì 19 maggio, dalle 10:30 alle 11:30, alla moschea di Verona, dove Moussa farà sosta prima della partenza definitiva verso la sua terra d’origine. Dopo oltre un anno e mezzo dalla sua uccisione, la restituzione del corpo alla famiglia rappresenta un passaggio doloroso ma profondamente simbolico per chi, in questi mesi, ha continuato a chiedere verità e giustizia. Attorno alla vicenda di Moussa Diarra si è infatti costruita una mobilitazione ampia e trasversale, capace di coinvolgere associazioni, spazi sociali, singole persone, realtà di movimento e comunità migranti dentro e fuori Verona. Nel comunicato diffuso in vista delle iniziative pubbliche, il Comitato sottolinea come il ritorno di Moussa in Mali non chiuda affatto il percorso di ricerca della verità. Al contrario, resta aperta la richiesta di un processo che accerti responsabilità individuali e istituzionali per quanto avvenuto il 20 ottobre 2024, quando Moussa venne ucciso da un agente di polizia. Secondo il Comitato, la decisione della GIP di rigettare la richiesta di archiviazione avrebbe evidenziato le contraddizioni e le lacune di un’indagine definita “frettolosa e inconsueta”, oltre ai tentativi di costruire rapidamente una narrazione funzionale a chiudere il caso nel giro di poche ore. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 Una dinamica che, per le realtà mobilitate, si inserisce dentro un quadro più ampio di violenza istituzionale e razzismo sistemico. «Moussa Diarra è una delle tante vittime di forme di repressione sempre più violente, sempre più legittimate, sempre più razziste«, scrivono gli organizzatori, ribadendo che la ricerca della verità non può essere demandata soltanto ai tribunali ma deve continuare a vivere come responsabilità collettiva. Le giornate del 17 e 19 maggio saranno dunque momenti di memoria, vicinanza e mobilitazione. Un modo per accompagnare simbolicamente Moussa nell’ultimo viaggio verso casa, ma anche per riaffermare pubblicamente che la richiesta di giustizia non si ferma con la partenza della sua salma. L’invito rivolto alla città è semplice e diretto: partecipare, portare un fiore, condividere un pensiero. Per Moussa, per la sua famiglia e per tutte le persone che continuano a subire violenza e discriminazione.
Caso Moussa Diarra, il GIP respinge l’archiviazione e dispone nuove indagini
Non è una vittoria. Ma è la prima crepa reale in una narrazione costruita per assolversi. Il Giudice per le indagini preliminari di Verona ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura sul caso di Moussa Diarra, disponendo nuove indagini e aprendo un fronte decisivo: l’agente che ha ucciso Moussa è ora indagato anche per concorso in depistaggio. Non un dettaglio tecnico, ma un ribaltamento politico e giudiziario di quanto si è tentato di imporre fin dal primo giorno. Notizie «NON SIAMO A MINNEAPOLIS, MA A VERONA» L’on. Ilaria Cucchi pubblica un video sull’uccisione di Moussa Diarra. Il famoso “coltello”: una posata da cucina Redazione 17 Febbraio 2026 Per mesi, infatti, la morte di Moussa è stata incasellata dentro uno schema noto: legittima difesa, intervento necessario, pericolo imminente. Una storia già scritta, in cui la vittima viene trasformata in minaccia e l’uso letale della forza diventa inevitabile. Oggi quella storia non regge più. Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra parla apertamente di una messa in discussione di un “impianto autoassolutorio” e di un sistema “repressivo e razzista” che ha tentato di giustificare l’uccisione. Parole che non sono uno slogan, ma la descrizione di un meccanismo ben rodato: prima si spara, poi si costruisce la narrazione. «È una notizia importante – sottolinea il Comitato -, che giunge nei giorni frenetici legati al lavoro per il ritorno a casa di Moussa, e siamo felici di condividerla con l’ampia rete collettiva che dal primo giorno si è stretta attorno a Moussa ed alla sua famiglia». L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, smonta con precisione questo impianto: «Moussa Diarra era un ragazzo originario del Mali che viveva a Verona. Era incensurato. Il 20 ottobre del 2024 era in stato di evidente difficoltà psichiatrica, ed è stato contenuto dalla polizia ferroviaria con tre colpi di pistola, uno dei quali lo ha colpito al cuore, uccidendolo». Tre colpi per ‘contenere’. Già questa parola basterebbe a restituire l’abisso. E poi l’arma, la giustificazione: «Era armato di un ‘coltello’. In realtà non si trattava di altro che di una banale posata da tavola». Una forzatura narrativa che si inserisce perfettamente nella costruzione del pericolo necessario a legittimare lo sparo. Anselmo ricorda anche il clima politico immediato: «Il ministro Salvini intervenne subito dicendo ‘non ci mancherà’». Una frase che pesa, perché contribuisce a definire il perimetro dentro cui la vita di Moussa è stata giudicata – e svalutata – ancora prima di qualsiasi accertamento. Ma è proprio sul terreno degli accertamenti che la versione ufficiale comincia a sgretolarsi. Il GIP, con un’ordinanza di 54 pagine, ha accolto le richieste istruttorie della difesa e disposto nuove verifiche, riconoscendo implicitamente che i fatti non tornano. Non tornano, ad esempio, per le telecamere: su decine di dispositivi attivi nella stazione, quello decisivo non funzionava. Non tornano per i testimoni: nessuno avrebbe visto il coltello descritto dagli agenti. Non tornano per quell’oggetto stesso, che potrebbe essere stato collocato dopo lo sparo. È su queste crepe che insiste anche la senatrice Ilaria Cucchi, che fin dall’inizio ha denunciato il rischio di una «verità preconfezionata»: «Il morto, da vittima, era diventato il carnefice. Una storia che avevo già visto». Non è solo memoria, è esperienza politica di come funzionano questi casi in Italia. E infatti la sequenza è riconoscibile: isolamento della vittima, costruzione del pericolo, legittimazione dell’intervento, chiusura rapida del caso. Questa volta, però, qualcosa si è inceppato. L’iscrizione per concorso in depistaggio è il punto più grave. Significa che non si indaga solo su ciò che è accaduto, ma su ciò che è stato raccontato – e su come è stato raccontato. Significa che il problema non è solo lo sparo, ma il possibile tentativo di coprirne le responsabilità. Per questo la decisione del GIP segna un passaggio politico prima ancora che giudiziario. Perché mette in discussione non solo una ricostruzione, ma un metodo. Resta però tutto aperto. La strada verso la verità e giustizia è ancora lunga e tutt’altro che garantita. Le archiviazioni respinte possono tornare, le narrazioni possono riorganizzarsi, le responsabilità possono essere diluite. Per questo la mobilitazione resta decisiva. «Ora siamo noi a dover fare la nostra parte», dice Cucchi. Tenere alta l’attenzione è l’unico modo per impedire che anche questa storia venga normalizzata, assorbita, dimenticata. Il caso Moussa Diarra non è un’eccezione. È un paradigma. E oggi, per la prima volta, quel paradigma mostra una crepa visibile.
Ecatombe silenziosa: 21 morti di lavoro in 4 giorni
di Carlo Soricelli (*). A seguire tre link di Radio Onda d’Urto. L’Italia è un bollettino di guerra Non è più un’emergenza, è una mattanza. I numeri del 2026 ci restituiscono una realtà agghiacciante: in soli quattro giorni abbiamo pianto 21 vittime. Superata la soglia dei 400 morti complessivi dall’inizio dell’anno, di cui ben 299 avvenuti direttamente sui luoghi di lavoro.
Morire di lavoro: un altro week-end di sangue
di Carlo Soricelli (*). Monitoraggio 17-18 Aprile. Nelle ultime 48 ore (venerdì e sabato) si è verificata un’impressionante sequenza di incidenti mortali. Il bilancio consolidato è di 13 vittime: 12 lavoratori deceduti direttamente sui luoghi di lavoro. 1 lavoratore deceduto “in itinere” (durante il tragitto casa-lavoro).   Nota: I dati potrebbero subire ulteriori incrementi nelle prossime ore a causa di