Sport e ideologia militarista: il lato nascosto dell’addestramento infantile
Virtù indica il bene in senso morale e spirituale, ma è significativo che questa parola derivi etimologicamente dal latino vir, “maschio”. Nelle comunità tradizionali la virtù che davvero contava doveva essere essenzialmente la forza fisica del maschio, il suo carattere indomito e virile, che evidentemente veniva percepito come la migliore garanzia di poter avere la meglio sul nemico. Anche la parola eroe ha a che fare con la medesima famiglia semantica (attraverso il greco héros, “prode, forte in guerra, combattente”) Davide Borrelli.
La segnalazione che commento, giunta all’Osservatorio contro la militarizzazione
delle scuole e delle università con un video pubblicato su Facebook, riguarda un
campo di allenamento sportivo, paramilitare – legendary strenght revealed –
organizzato a Rettorgole, frazione di Caldogno, in provincia di Vicenza. Siamo
nel Nord, lavoratore e produttivo, terreno di coltura della vecchia Lega, del
suo pervicace separatismo, a cui la legge n.86/2024, a firma del ministro
Roberto Calderoli, ha dato corpo, mentre si diffonde – in forma pressoché
clandestina – l’ennesimo testo di preintesa Stato-Regioni.
Ricordo spesso questo aspetto perché la mentalità autonomista si coltiva anche
con quella ristrettezza di pensiero a cui abitua la competizione sportiva, unita
a stretto vincolo con il culturismo, con il vigore fisico indispensabile al
guerriero. Addestramento che è anche consuetudine alla obbedienza al comando, la
performance come risposta efficace a quel che – nella rigida scala gerarchica –
viene chiesto al sottoposto, senza che l’ordine si possa giudicare e mettere in
dubbio.
La postura tipica del coach (come è obbligo oggi chiamare la tizia o il tizio
che in palestra ti fanno sudare), non solo del superiore graduato, è la messa in
mostra, come modello, del proprio fisico e l’urlo come interlocuzione. Nel video
un gruppo di bambini, forse appena preadolescenti, è schierato in riga davanti a
un addestratore che urla l’ordine, un monito di buona retorica militare,
“Compagnia?”, a cui i ragazzini rispondono – chiaro e forte come nei film sui
marines – “Commando!!” (due emme!), controrisposta “Grandiosi“, e avvio
dell’attività a colpi di fischietto.
Tutto questo agitarsi di corpi fra ostacoli, salti, corse, è accompagnato da una
musica epica, ad alta energia, come si è detto più su. La fonte è un sito
dedicato, “Cinematic Sourse“, brutte copie, algoritmico-intelligenti, di
Vangelis, nel canone delle colonne sonore, fin da Momenti di Gloria del 1981, o
delle tracce che accompagnano le gesta di Arnold Schwarzenegger in Comando
(1985), guarda il caso.
Musica e lotta audace sono ormai cultura popolare. Lo mostrano due serie di
cartoni animati molto viste da grandi e piccini, i Simpson e quella coreana Saya
Boys. Gruppi musicali in stile militare per i quali la musica è solo
un’occasione di scontro con altre formazioni. Boy-Baby Band, nel primo caso
protagonista Bart, nel secondo Jinu, demone che eccitando il suo pubblico ne
cattura l’energia. Insomma, si tratta sempre di conflitti all’ultima nota, per i
Leoni (Saya), anche di incantesimi e rituali di morte.
Ma vengo a chi governa tutto questo dispiegamento di energia combattente, in
mimetica, rivolta a giovani futuri eroi. A Roma ha la sua sede l’ENDAS (Ente
Nazionale Democratico di Azione Sociale e Sportiva), scudo con un’onda gialla
che porta la testa di un’aquila, guarda il caso
(https://www.endas.it/area-istituzionale/la-nostra-storia/). Associazione
sportiva riconosciuta dal CONI, nasce nel 1949 a scopi sociali e democratici
(sic) visto che, finito il fascismo delle adunate domenicali e delle
esercitazioni ginniche, occorre occupare il campo. Ma prima, nel 1946, venne
fondato il suo antesignano, il M.A.S (Movimento di Azione Sociale) che, leggiamo
sul sito dell’ENDAS, intendeva l’attività sportivo-sociale o social-sportiva
come via della redenzione (sic) dopo l’oscurantismo del Ventennio.
Oggi, bambini, adolescenti, adulti, più che redenti dalle colpe dei padri, e
forse da quelle dei partigiani, devono crescere nella convinzione che è meglio
rispondere affermativamente al comando, preparare fisico e mente per la difesa
totale del suolo patrio. Allo scopo servono buone dosi di competizione, di
crediti meritevoli in qualunque modo conseguiti, di resilienza, di reattività al
rischio, competenze a cui educa la scuola di Valditara.
Ma serve anche lo sport, attività di vario tipo che ormai, fosse anche nel
campetto parrocchiale, svolgono tutte le creature piccole e giovani.
Intrattenimento e divertimento – ci dicono- attivo e passivo (il tifoso)
diventato industria dei corpi, corpi a cui la televisione, i media, le aziende
che producono divise e oggetti sportivi, chiedono di andare sempre oltre il
limite fisico, grazie a dosi di sostanze chimiche (i controlli anti-doping
spesso non conseguono risultati) e di allenamenti intensivi. E succede che un
tennista super titolato svenga per il caldo o che giovani calciatori muoiano sul
campo per infarto. Come scrive il sociologo in esergo, la virtù richiede
sacrificio, i soldati in guerra se lo sentono ripetere fin dall’assedio di
Troia.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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