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Alex Langer, facitore di pace
Stiamo facendo ciò che era, è e sarà giusto? Un Convegno nazionale a Verona, 30-31 gennaio e 1 febbraio 2026 In occasione degli 80 anni dalla nascita e dei 30 anni dalla morte, vogliamo interrogarci sull’oggi e verificare quanto il… Movimento Nonviolento
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia 16 dicembre 2025) 1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia. Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del diritto della forza.  Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i componenti della Corte stessa. All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali (l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati Uniti. Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da nessuna parte nel mondo. 2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani. Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione. Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare, per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata chiamata la “secessione dei ricchi”. Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità verso la costituzione repubblicana. In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.  Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni, senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio elettorato. Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso, ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire. Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse: abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi. Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. 3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre, dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il primato sugli altri poteri.  Un ritorno dello Stato assoluto. Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali. Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).  Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto. Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che non muore e nuovo che non è ancora nato.  4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del tempo, al regresso annunciato. Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto, il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia. Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo – forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio). Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo. I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze dormienti. > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale 26 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
La rivincita di Cipputi. Gli operai possono “tornare alla carica”
Difficile fare una sintesi adeguata della qualità dei contributi al convegno organizzato dall’Usb sabato a Roma dedicato alla “questione operaia” in questa fase storica. Rinviamo pertanto al video con tutte le relazioni e gli interventi che pubblichiamo qui sotto e meritano di essere ascoltati con grande attenzione. Possiamo dire che […] L'articolo La rivincita di Cipputi. Gli operai possono “tornare alla carica” su Contropiano.
Riemerge la “questione operaia”. Il 13 dicembre se ne discute a Roma
Nelle piazze gli operai si stanno riconquistando protagonismo attraverso vertenze industriali altamente conflittuali (dalla ex Ilva alla logistica, dalla Jabil alla Piaggio). Rimettere al centro dell’agenda politica la “questione operaia”, non solo attraverso il conflitto sociale e sindacale ma anche come fattore decisivo dei rapporti sociali nel paese, è l’obiettivo […] L'articolo Riemerge la “questione operaia”. Il 13 dicembre se ne discute a Roma su Contropiano.
Città, una cosa per ricchi? La politica, gli abitanti, la finanza
Le “città d’arte” sono sottoposte a un processo di museificazione e di svendita all’iperturismo, oggi arrivato a uno stadio avanzatissimo. Firenze e Venezia, desertificate ma popolose di turisti, esistono come parchi a tema ed enclaves del lusso. Così anche il … Leggi tutto L'articolo Città, una cosa per ricchi? La politica, gli abitanti, la finanza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Dall’Italia a Londra “Viva Venezuela”
Londra ha ospitato nelle scorse ore il Congresso “Viva Venezuela”, un appuntamento internazionale che ha riunito movimenti, delegazioni popolari, associazioni e rappresentanti politici da tutto il mondo. Un grande spazio di confronto, di denuncia e di solidarietà verso il popolo venezuelano, in un momento in cui l’America Latina torna al […] L'articolo Dall’Italia a Londra “Viva Venezuela” su Contropiano.
ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE – di Effimera
ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE 15 novembre 2025 al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, dalle 10.00 alle 19.00 * * * * * h. 10.00: Introduzione del C.S. Cantiere I sessione: Come la guerra ha piegato tecnica, diritto e comunicazione h. 10.30 Gabriele Battaglia, introduzione e coordinamento Interventi Gianni Giovannelli:  La [...]
frittura mista|radio fabbrica 04/11/2025@0
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Marco Veruggio del puntocritco.info, per commentare insieme l’annuncio da parte di Amazon di voler procedere a licenziare 14mila suoi dipendenti. Abbiamo provato ad andare alle radici di questa scelta, passando in rassegna i vari motivi che hanno portato a ciò; ma abbiamo anche analizzato […]