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A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria
I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno. Le criticità sono molteplici: i progetti non sono trasparenti e le aziende che li promuovono hanno capitale sociale irrisorio, sono progetti energivori e che implicano significativo consumo di acqua e di suolo oltre a implementare le isole di calore in un periodo in cui i blackout e le ondate di calore sono la quotidianità. Un ulteriore elemento è la questione della proprietà dei data center e gli interessi che orbitano intorno a questo genere di infrastruttura in una fase di guerra e riarmo. In queste ultime settimane sono nati diversi comitati spontanei di cittadini e cittadine che hanno deciso di prendere in mano la situazione e di contrapporsi a questa dinamica. In particolare a Travagliato, in provincia di Brescia, è stata ottenuta una prima parziale vittoria dei comitati con il parere contrario del Sindaco, dal quale si attende ancora un atto formale. Nel frattempo una rete regionale si sta organizzando, proiettandosi verso nuove iniziative di mobilitazione. Abbiamo sentito Laura Comitato per la Tutela dell’Ambiente Apolitico e Apartitico di Travagliato Condividiamo di seguito l’appello dei Comitati diffuso dal Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio (per saperne di più consigliamo la lettura di questa intervista qui): Appello per una mobilitazione nazionale contro lo sviluppo irrazionale dei data center: «La trasformazione digitale non può essere decisa senza i territori» Comitati e realtà territoriali lanciano un percorso di mobilitazione. Primo appuntamento nazionale congiunto il 10 ottobre a Milano. Perché l’Italia vuole diventare un hub europeo dei data center? E soprattutto: chi decide dove costruirli, chi ne trae i maggiori benefici e chi sostiene i costi ambientali, energetici e sociali di questa trasformazione? A queste domande vuole rispondere il nuovo Manifesto per un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center, promosso da una rete di comitati e realtà territoriali che da mesi si confrontano sui progetti in corso e previsti in Italia, con particolare attenzione alla Lombardia. Il manifesto nasce da una precisazione fondamentale: la critica non è rivolta alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale in quanto tali, ma al modello economico e territoriale con cui il loro sviluppo viene oggi perseguito. «Non siamo contro la tecnologia e non vogliamo fermare il futuro — spiegano i promotori —. Vogliamo però che la trasformazione digitale sia al servizio della società e non che siano i territori, le comunità e le persone a dover sostenere i costi di un’espansione decisa altrove». Centinaia di progetti e una concentrazione particolarmente forte in Lombardia. In Italia sono centinaia le richieste per la realizzazione di nuovi data center, con livelli differenti di avanzamento. La Lombardia rappresenta oggi una delle aree maggiormente interessate, con oltre la metà delle richieste indicate nel documento. Il problema, sottolineano i promotori, non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche la loro crescente dimensione e potenza: accanto ai data center tradizionali vengono proposti impianti da 25, 30 e 40 MW, spesso organizzati in grandi campus. Le conseguenze non riguarderebbero quindi soltanto i singoli siti, ma l’intero sistema territoriale ed energetico: consumo di suolo e acqua, aumento della domanda elettrica, nuove infrastrutture di rete, stazioni elettriche e sistemi di accumulo, emissioni, rumore, isole di calore e possibili effetti sulla salute. «Serve una valutazione cumulativa» Uno dei punti centrali del manifesto è la richiesta di superare una valutazione esclusivamente progetto per progetto. «Un territorio non è la semplice somma dei singoli progetti — affermano i promotori —. Se più data center insistono sulla stessa area, devono essere valutati insieme anche i consumi energetici e idrici, gli impatti climatici, il rumore, le emissioni, la pressione sulla rete elettrica e le conseguenze sulla salute». Da qui la richiesta di introdurre strumenti di valutazione cumulativa, monitoraggio degli impatti dopo l’entrata in esercizio degli impianti e maggiore trasparenza sui progetti, distinguendo tra strutture operative, autorizzate, in costruzione, in procedimento e iniziative ancora preliminari. Un Piano nazionale per decidere dove e perché costruire. Il manifesto chiede inoltre la costruzione di un Piano nazionale dei data center, capace di stabilire quali infrastrutture siano realmente necessarie e strategiche, dove possano essere localizzate e quali limiti energetici, idrici, ambientali e territoriali debbano essere rispettati. Secondo i promotori, non è sufficiente definire un’infrastruttura «strategica» per accelerarne la realizzazione: la strategicità deve essere dimostrata attraverso una valutazione dell’interesse pubblico e delle conseguenze complessive sul territorio. Particolare attenzione viene posta anche sulla sicurezza delle infrastrutture, sulla gestione dei dati, sulla proprietà dei dati e sugli effetti della diffusione dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. «Non siamo NIMBY» Una parte del manifesto è dedicata alla contestazione dell’accusa di NIMBY rivolta ai comitati. «La nostra posizione non è “il data center fatelo altrove” — spiegano i promotori —. È piuttosto: chiariteci il senso di farlo qui». Per i promotori, un’area agricola, dismessa o degradata non può essere considerata automaticamente disponibile per qualsiasi nuovo insediamento. Ogni progetto deve essere valutato in relazione alle caratteristiche del luogo, alle fragilità ambientali, alle infrastrutture esistenti e alle comunità che abitano il territorio. Verso una mobilitazione nazionale Il manifesto vuole essere quindi non soltanto un documento di denuncia, ma la base per costruire una rete capace di collegare le diverse realtà che stanno affrontando la diffusione dei data center e delle infrastrutture connesse. L’appello è rivolto a comitati, associazioni, realtà ambientaliste, sindacali e sociali, amministratori locali e a tutte le realtà interessate a discutere quale modello di trasformazione digitale costruire. Il percorso di mobilitazione prevede già tre appuntamenti: • 12 settembre 2026 — banchetti informativi dei comitati sui territori; • 26 settembre 2026 — convegno regionale sui data center e lancio pubblico della rete regionale; Sala Convegni – Arci Milano – via Bellezza 16 • 10 ottobre 2026, ore 15.00 — manifestazione regionale contro i data center a Milano. «La tecnologia non è neutrale. Lo sviluppo non è neutrale. A decidere devono essere anche le popolazioni che vivono nei territori destinati a sostenerne i costi». Il manifesto si conclude con una proposta: la trasformazione digitale deve essere discussa e pianificata come una scelta collettiva, mettendo al centro tutela del territorio, ambiente, salute pubblica, lavoro e diritti delle comunità. Qui il testo del manifesto: https://acrobat.adobe.com/…/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd… dove si trova l’elenco di tutti i comitati firmatari.
September 3, 2026
Radio Blackout - Info
A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria
I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno. Le criticità sono molteplici: i progetti non sono trasparenti e le aziende che li promuovono hanno capitale sociale irrisorio, sono progetti energivori e che implicano significativo consumo di acqua e di suolo oltre a implementare le isole di calore in un periodo in cui i blackout e le ondate di calore sono la quotidianità. Un ulteriore elemento è la questione della proprietà dei data center e gli interessi che orbitano intorno a questo genere di infrastruttura in una fase di guerra e riarmo. In queste ultime settimane sono nati diversi comitati spontanei di cittadini e cittadine che hanno deciso di prendere in mano la situazione e di contrapporsi a questa dinamica. In particolare a Travagliato, in provincia di Brescia, è stata ottenuta una prima parziale vittoria dei comitati con il parere contrario del Sindaco, dal quale si attende ancora un atto formale. Nel frattempo una rete regionale si sta organizzando, proiettandosi verso nuove iniziative di mobilitazione. Abbiamo sentito Laura Comitato per la Tutela dell’Ambiente Apolitico e Apartitico di Travagliato Condividiamo di seguito l’appello dei Comitati diffuso dal Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio (per saperne di più consigliamo la lettura di questa intervista qui): Appello per una mobilitazione nazionale contro lo sviluppo irrazionale dei data center: «La trasformazione digitale non può essere decisa senza i territori» Comitati e realtà territoriali lanciano un percorso di mobilitazione. Primo appuntamento nazionale congiunto il 10 ottobre a Milano. Perché l’Italia vuole diventare un hub europeo dei data center? E soprattutto: chi decide dove costruirli, chi ne trae i maggiori benefici e chi sostiene i costi ambientali, energetici e sociali di questa trasformazione? A queste domande vuole rispondere il nuovo Manifesto per un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center, promosso da una rete di comitati e realtà territoriali che da mesi si confrontano sui progetti in corso e previsti in Italia, con particolare attenzione alla Lombardia. Il manifesto nasce da una precisazione fondamentale: la critica non è rivolta alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale in quanto tali, ma al modello economico e territoriale con cui il loro sviluppo viene oggi perseguito. «Non siamo contro la tecnologia e non vogliamo fermare il futuro — spiegano i promotori —. Vogliamo però che la trasformazione digitale sia al servizio della società e non che siano i territori, le comunità e le persone a dover sostenere i costi di un’espansione decisa altrove». Centinaia di progetti e una concentrazione particolarmente forte in Lombardia. In Italia sono centinaia le richieste per la realizzazione di nuovi data center, con livelli differenti di avanzamento. La Lombardia rappresenta oggi una delle aree maggiormente interessate, con oltre la metà delle richieste indicate nel documento. Il problema, sottolineano i promotori, non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche la loro crescente dimensione e potenza: accanto ai data center tradizionali vengono proposti impianti da 25, 30 e 40 MW, spesso organizzati in grandi campus. Le conseguenze non riguarderebbero quindi soltanto i singoli siti, ma l’intero sistema territoriale ed energetico: consumo di suolo e acqua, aumento della domanda elettrica, nuove infrastrutture di rete, stazioni elettriche e sistemi di accumulo, emissioni, rumore, isole di calore e possibili effetti sulla salute. «Serve una valutazione cumulativa» Uno dei punti centrali del manifesto è la richiesta di superare una valutazione esclusivamente progetto per progetto. «Un territorio non è la semplice somma dei singoli progetti — affermano i promotori —. Se più data center insistono sulla stessa area, devono essere valutati insieme anche i consumi energetici e idrici, gli impatti climatici, il rumore, le emissioni, la pressione sulla rete elettrica e le conseguenze sulla salute». Da qui la richiesta di introdurre strumenti di valutazione cumulativa, monitoraggio degli impatti dopo l’entrata in esercizio degli impianti e maggiore trasparenza sui progetti, distinguendo tra strutture operative, autorizzate, in costruzione, in procedimento e iniziative ancora preliminari. Un Piano nazionale per decidere dove e perché costruire. Il manifesto chiede inoltre la costruzione di un Piano nazionale dei data center, capace di stabilire quali infrastrutture siano realmente necessarie e strategiche, dove possano essere localizzate e quali limiti energetici, idrici, ambientali e territoriali debbano essere rispettati. Secondo i promotori, non è sufficiente definire un’infrastruttura «strategica» per accelerarne la realizzazione: la strategicità deve essere dimostrata attraverso una valutazione dell’interesse pubblico e delle conseguenze complessive sul territorio. Particolare attenzione viene posta anche sulla sicurezza delle infrastrutture, sulla gestione dei dati, sulla proprietà dei dati e sugli effetti della diffusione dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. «Non siamo NIMBY» Una parte del manifesto è dedicata alla contestazione dell’accusa di NIMBY rivolta ai comitati. «La nostra posizione non è “il data center fatelo altrove” — spiegano i promotori —. È piuttosto: chiariteci il senso di farlo qui». Per i promotori, un’area agricola, dismessa o degradata non può essere considerata automaticamente disponibile per qualsiasi nuovo insediamento. Ogni progetto deve essere valutato in relazione alle caratteristiche del luogo, alle fragilità ambientali, alle infrastrutture esistenti e alle comunità che abitano il territorio. Verso una mobilitazione nazionale Il manifesto vuole essere quindi non soltanto un documento di denuncia, ma la base per costruire una rete capace di collegare le diverse realtà che stanno affrontando la diffusione dei data center e delle infrastrutture connesse. L’appello è rivolto a comitati, associazioni, realtà ambientaliste, sindacali e sociali, amministratori locali e a tutte le realtà interessate a discutere quale modello di trasformazione digitale costruire. Il percorso di mobilitazione prevede già tre appuntamenti: • 12 settembre 2026 — banchetti informativi dei comitati sui territori; • 26 settembre 2026 — convegno regionale sui data center e lancio pubblico della rete regionale; Sala Convegni – Arci Milano – via Bellezza 16 • 10 ottobre 2026, ore 15.00 — manifestazione regionale contro i data center a Milano. «La tecnologia non è neutrale. Lo sviluppo non è neutrale. A decidere devono essere anche le popolazioni che vivono nei territori destinati a sostenerne i costi». Il manifesto si conclude con una proposta: la trasformazione digitale deve essere discussa e pianificata come una scelta collettiva, mettendo al centro tutela del territorio, ambiente, salute pubblica, lavoro e diritti delle comunità. Qui il testo del manifesto: https://acrobat.adobe.com/…/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd… dove si trova l’elenco di tutti i comitati firmatari.
September 3, 2026
Radio Blackout
DATA CENTER: SI ISTITUISCE LA RETE LOMBARDA DEI COMITATI LOCALI CONTRO I MAXI PROGETTI. PUBBLICATO MANIFESTO E PROSSIME INIZIATIVE
Le mobilitazioni contro i Data Center si stanno diffondendo rapidamente in Lombardia e si stanno organizzando. Da poco la Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center ha diffuso un manifesto costitutivo dal nome “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei Data Center” (in pdf in fondo all’articolo). Il manifesto affronta le motivazioni delle mobilitazioni che si stanno sviluppando in diversi territori lombardi e d’Italia contro la proliferazione di queste discusse infrastrutture. Si parla dei principali impatti ambientali e sociali, ma non solo: viene fatto un quadro del contesto economico e politico in cui queste discusse infrastrutture si inseriscono. “Il nostro intento è quello di dare un quadro generale della situazione, e di illuminare questioni che sono comuni a tutti i progetti” recita il manifesto che si conclude con un appello “a tutte le realtà di lotta, sindacali, di associazione, di volontariato, nonché agli stessi sindaci virtuosi per una mobilitazione generale che sappia unire tutti”. L’obiettivo è dunque quello di costruire una mobilitazione popolare e ampia. Il manifesto si chiude con le prime adesioni delle decine di comitati locali nati in pochi mesi nelle terre della Lombardia. Si passa da Ciarlasco a Rho (MI), da Travagliato (BS) a Trezzano sul Naviglio, da Bollate a Casalasco, Cremona, da Buscate ad Abbiategrasso, da Milano Sud a Colleferro (Roma), da Magenta a San Bovio, da Peschiera Borromeo a moltri paesi del territorio regionale e non solo. Nel documento vengono al contempo rese pubbliche le date delle prossime iniziative di piazza: il 12 settembre una mobilitazione diffusa sui territori; sabato 26 settembre poi alla Sala Convegni dell’Arci di Milano in Via Bellezza 16 un Convegno regionale di approfondimento con la presentazione pubblica del movimento regionale e sabato 10 ottobre infine una manifestazione regionale, sempre a Milano. Radio Onda d’Urto ne ha parlato con Enrico Duranti, della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center. Ascolta o scarica. Qui il documento integrale consultabile.
September 2, 2026
Radio Onda d`Urto
S.I COBAS in piazza a fianco di USI e CUB!!
L’azione repressiva dei padroni contro le lotte dei lavoratori è una costante e non una eccezione o una deroga alle cosiddette libertà democratiche. Il licenziamento di Margherita e di Simone rientra nelle pratiche repressive da sempre attuate da padroni e direzioni. In questa fase di conflitti e guerre riconducibili ad una sola matrice: la lotta per il dominio sui mercati. Ritorsioni, intimidazioni, provvedimenti disciplinari, licenziamenti, sono funzionali al disciplinamento per incanalare verso logiche ed ideologie nazionalistiche e imperialistiche. I proletari hanno da difendere solo interessi di classe e quindi internazionalistici. Invocare una astratta giustizia nel pieno contrasto degli interessi di classe significa non cogliere legami e conseguenze che derivano dalla organizzazione capitalistica del lavoro fonte di tutti i contrasti e violenze sul mondo del lavoro. La mobilitazione, il presidio dei lavoratori del San Raffaele (mai interrotto), la solidarietà manifestatasi tra i lavoratori di tutte le categorie sono tanti puntini da collegare affinché vi sia una generalizzazione delle lotte. Rompiamo l’isolamento, raccogliamo e trasformiamo il malcontento vissuto isolatamente e passivamente in tutti i luoghi di lavoro in un boomerang per riaffermare la nostra giustizia che non può che fare affidamento che sulla lotta. Sosteniamo le iniziative promosse dai compagni delle CUB e dalla USI del San Raffaele perché sostenendo loro sosteniamo noi stessi. Il S.I. Cobas è pronto a dare il proprio contributo per la creazione di un vasto fronte di solidarietà. Manifestazione Nazionale a Milano Corteo sabato 19 settembre ore 10.00 (Da Via Senato angolo Via Marina a P.zza Affari) SI COBAS SI COBAS F.P L'articolo S.I COBAS in piazza a fianco di USI e CUB!! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
COMUNICATO SINDACALE AI LAVORATORI !
Ancora una volta, la determinazione e l’unità dei lavoratori del SI Cobas di Bergamo e Brescia hanno portato a un risultato molto positivo: i lavoratori sono tornati al loro posto di lavoro e hanno visto riconosciuti i propri diritti. I DUE LAVORATORI PRECARI FACCHINI A TEMPO DETERMINATO DA DUE ANNI SONO RIENTRATI AL LORO POSTO DI LAVORO IN SDA STEZZANO. Questo risultato dimostra ancora una volta che, quando i lavoratori sono uniti e organizzati, è possibile difendere la propria dignità e conquistare risultati concreti. Un ringraziamento speciale agli uomini e ai militanti del SI Cobas, persone oneste e determinate che ogni giorno scendono in campo per difendere i diritti e la dignità dei lavoratori, senza paura e senza compromessi. L’unità dei lavoratori è la nostra forza. Uniti si vince! Grazie a tutti coloro che hanno lottato e sostenuto questa battaglia. La lotta continua. S.I. COBAS BERGAMO-BRESCIA L'articolo COMUNICATO SINDACALE AI LAVORATORI ! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
“Sport per la Legalità”: un campus in Sicilia, una classe disagiata in Lombardia e un obiettivo non dichiarato
Il documento Con nota prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia ha diramato alle istituzioni scolastiche di secondo grado l’avviso per le candidature al progetto “Sport per la Legalità“. L’iniziativa nasce da un accordo di collaborazione tra Regione Lombardia, USR Lombardia e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, approvato dalla Giunta Regionale con DGR n. XII/6193 del 25 maggio 2026 e formalizzato con l’accordo prot. n. 37488 del 13 luglio 2026. Il progetto prevede un “Campus” di sei giorni (12-17 ottobre 2026) presso il Centro Sportivo della Polizia Penitenziaria di San Pietro Clarenza (CT), in modalità “live in”, rivolto a una singola classe (massimo 25-27 studenti, accompagnati da 2 docenti) di un istituto lombardo di secondo grado. Gli studenti e le studentesse selezionate praticheranno diverse discipline sportive sotto la guida di atlete e atleti del Gruppo Sportivo, alternando lezioni teoriche (nutrizione sportiva, psicologia dello sport, inclusione, più un ecc. di cui non si conosce il contenuto) a pratica “sul campo”. La selezione della classe partecipante avviene tramite una Commissione Giudicatrice che valuta prioritariamente situazioni di disagio sociale e culturale certificate dalla scuola, oltre alla partecipazione pregressa ai Giochi della Gioventù. Il progetto è dichiarato gratuito per l’istituto scolastico. Il testo si apre richiamando il ruolo della scuola come “baluardo fondamentale nella prevenzione sociale del disagio giovanile” e “centro di promozione culturale, relazionale e di cittadinanza attiva“, capace di fornire “gli strumenti idonei per una lettura critica della realtà“. È a partire da questa premessa dichiarata, messa a confronto con il dispositivo concreto proposto, che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sviluppa le osservazioni seguenti. 1. Il monopolio securitario sull’eccellenza sportiva italiana Il Centro Sportivo di San Pietro Clarenza ospita atlete e atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, sezione sportiva del Corpo di Polizia Penitenziaria, costituita con decreto ministeriale del 25 luglio 1983 su iniziativa del magistrato Raffaele Condemi e del campione olimpico Pietro Mennea. Il gruppo conta oggi atlete e atleti di alto livello impegnati in oltre venti discipline, con un consistente medagliere internazionale e paralimpico. L’accesso al gruppo avviene tramite concorso pubblico riservato a sportivi di alto livello, che assicura loro un impiego stabile presso il Corpo, strutture di allenamento e tempo dedicato alla preparazione agonistica. Questo modello non è un’eccezione isolata, ma la regola nel sistema sportivo italiano d’élite. Accanto alle Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria operano le Fiamme Oro (Polizia di Stato), le Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), i gruppi sportivi di Esercito, Aeronautica, Marina, Carabinieri e Vigili del Fuoco. Per la maggior parte delle discipline olimpiche non professionistiche, il sostentamento economico dell’atleta italiano passa attraverso l’arruolamento in un corpo armato o di polizia, in assenza di un sistema strutturato di borse di studio, sponsorizzazioni private o modelli universitari alternativi come quelli in uso in altri contesti nazionali. Ne consegue che qualunque istituzione — anche una scuola — che intenda offrire ai propri studenti un “modello di eccellenza sportiva” si trova strutturalmente reindirizzata verso un’offerta incardinata in un corpo di polizia. La circolare USR Lombardia, in questo senso, rende visibile una condizione sistemica: in Italia, allo stato attuale, l’accesso a un contesto di alto livello sportivo tende a coincidere con l’appartenenza a un’istituzione armata. 2. L’incongruenza tra target dichiarato e dispositivo proposto Il testo della circolare dichiara un obiettivo di prevenzione del disagio giovanile attraverso “occasioni sistemiche di formazione” continuative. Il dispositivo concreto che viene proposto presenta, tuttavia, caratteristiche difficilmente compatibili con questa premessa: Continuità vs evento singolo: il Campus dura sei giorni, si svolge in trasferta e non risulta ripetibile nel corso dell’anno scolastico per la stessa classe. Il testo parla di “sistema”, ma  lo strumento proposto è un evento isolato. Distanza tra il contesto del disagio e la sede dell’intervento: la classe è selezionata sulla base di un disagio sociale e culturale radicato nel territorio lombardo. L’intervento si svolge però in una struttura di polizia in provincia di Catania, senza che il documento espliciti alcun nesso tra il contesto di provenienza degli studenti e la sede scelta. Nessun elemento del testo lega la scelta geografica a una specificità del progetto che non potrebbe essere replicata sul territorio di residenza. Assenza di un obiettivo pedagogico verificabile: La circolare elenca contenuti (nutrizione sportiva, sport e inclusione, psicologia dello sport, più un ecc. indefinito) ma non formula un obiettivo misurabile. Non si tratta di un percorso di orientamento professionale dichiarato — il testo non menziona in alcun punto la carriera nel Corpo come sbocco — né di un’educazione alla legalità in senso tecnico-giuridico, né di un programma sportivo continuativo. La formula “modello di organizzazione virtuosa e moltiplicatrice di valori” resta un enunciato  privo di traduzione operativa o di indicatori di verifica. Assenza di dati di costo e di impatto: il progetto è dichiarato gratuito per la scuola, ma il testo non fornisce alcuna indicazione sul costo complessivo dell’operazione — trasporto, vitto e alloggio per 25-27 studenti e 2 docenti per sei giorni, impiego di personale della Polizia Penitenziaria — né una previsione di valutazione d’impatto sul target dichiarato. Questa assenza è essa stessa un dato documentabile: la circolare non consente di stimare né il costo reale dell’iniziativa né la sua efficacia attesa né tantomeno a carico di chi sono i costi. 3. A chi va, effettivamente, la competenza sportiva accumulata in questi corpi Se l’obiettivo dichiarato riguardasse realmente la prevenzione del disagio attraverso lo sport, esisterebbe un termine di paragone naturale, interno allo stesso sistema penitenziario: l’impiego della professionalità delle atlete e degli atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre a beneficio della popolazione detenuta. Questo canale esiste. Un protocollo d’intesa tra il DAP e la società pubblica Sport e Salute S.p.A. — sottoscritto nel 2021 dal Vice Capo del Dipartimento Roberto Tartaglia e dal Presidente di Sport e Salute Vito Cozzoli, e successivamente confluito in un nuovo protocollo tra Ministero della Giustizia e Ministro per lo Sport e i Giovani del 9 aprile 2024 — impegna l’amministrazione a implementare l’offerta trattamentale sportiva rivolta ai detenuti, individuando persone detenute disponibili a collaborare volontariamente (ai sensi dell’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario) e impiegando a tal fine il personale tecnico del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre. Il protocollo del 2024 prevede inoltre l’attivazione di percorsi di formazione rivolti al personale sportivo, “sempre nell’ottica di un reinserimento sociale, per gli stessi detenuti adulti, minorenni e giovani adulti”. A livello ministeriale, il progetto “Sport di tutti – Carceri”, promosso dal Dipartimento per lo Sport in continuità dal 2024, si inserisce nello stesso protocollo tra Dipartimento per lo Sport, DAP e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, con l’obiettivo dichiarato di supportare associazioni e società sportive dilettantistiche ed enti del terzo settore per facilitare il recupero dei detenuti attraverso lo sport quale strumento educativo e di prevenzione del disagio sociale. Di questo canale, tuttavia, non vi è traccia nel progetto oggetto della circolare USR Lombardia: gli studenti coinvolti non incontrano persone detenute, non entrano in un istituto di pena, non assistono ad alcun percorso di reinserimento. Il “campo” resta quello sportivo del Centro Fiamme Azzurre — non quello penitenziario. Va inoltre rilevato un limite strutturale che riguarda il canale rivolto ai detenuti stesso: non esiste, allo stato attuale, un dato ufficiale sul numero di persone detenute effettivamente coinvolte in attività sportive.  Il rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione lo dichiara esplicitamente, definendo non ricostruibile un’analisi quantitativa della partecipazione sportiva in carcere, poiché i soli riferimenti disponibili sono aggregati statistici DAP che raramente specificano numeri per singola attività. Lo stesso rapporto segnala che, su 86 istituti visitati dall’Osservatorio, 22 risultano privi di spazi idonei alla pratica sportiva, e che la programmazione resta demandata alla capacità di ciascun istituto di costruire partnership locali, in assenza di prescrizioni esplicite su spazi o attrezzature. Il contrasto con altre voci del “trattamento” penitenziario è netto: per l’anno scolastico 2024/2025 il DAP rende noto un dato di 19.391 detenuti coinvolti in percorsi di istruzione di primo e secondo grado; per il 2025, 18.004 detenuti su 21.354 impegnati in attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione; 4.276 corsisti nei percorsi di formazione professionale. Lo sport resta l’unica voce del trattamento per cui il DAP non pubblica un dato comparabile di partecipazione. L’interlocutore scelto e l’assenza dell’alternativa territoriale Resta un’ultima domanda, che il testo della circolare non permette di sciogliere: perché l’interlocutore individuato per un intervento sul disagio sociale e culturale è specificamente la Polizia Penitenziaria, e non uno dei molti soggetti sportivi o educativi — società sportive dilettantistiche, CONI territoriale, enti del terzo settore, reti scolastiche locali — attivi sul territorio lombardo di provenienza degli studenti? La circolare non fornisce alcun criterio che giustifichi questa scelta specifica rispetto ad altre astrattamente disponibili: non emerge, dal testo, per quale ragione l’incontro con atlete e atleti di eccellenza debba avvenire necessariamente all’interno di una struttura del Corpo di Polizia Penitenziaria, piuttosto che, ad esempio, in un contesto sportivo civile di pari livello. A questa domanda se ne affianca una seconda, altrettanto priva di risposta nel documento: cosa viene proposto a questi stessi ragazzi, nel loro territorio di residenza, in termini di intervento continuativo sul disagio dichiarato come criterio di selezione? La circolare non menziona alcuna proposta strutturata — sportiva, educativa o sociale — che accompagni il rientro della classe dopo l’esperienza dei sei giorni in Sicilia, né alcun raccordo con servizi, associazioni o presidi già operanti sul territorio lombardo. Il Campus si presenta così come un episodio isolato, non ancorato a un prima né a un dopo: la scuola avanza la candidatura, la Commissione seleziona, gli studenti partono e tornano, senza che il testo preveda alcuna continuità né alcuna verifica di quanto accade una volta esaurita l’esperienza. Se il disagio sociale e culturale è il criterio di ammissione al progetto, la sua assenza di trattamento nel “durante” e nel “dopo” locale resta il vuoto più significativo dell’intero impianto. I tre elementi qui ricostruiti si compongono in un quadro coerente. Il progetto “Sport per la Legalità” mobilita una risorsa — l’eccellenza sportiva del Gruppo Fiamme Azzurre — che nel sistema sportivo italiano è per definizione incardinata in un corpo di polizia, e la indirizza verso un pubblico selezionato per fragilità sociale, sottraendola a un possibile impiego nei confronti della popolazione detenuta, per il quale esiste un canale istituzionale riconosciuto ma di dimensione ed esito non misurabili. Al tempo stesso, la circolare non definisce, in alcun punto del testo, quale sia l’obiettivo pedagogico verificabile dell’esperienza proposta agli studenti, né i suoi costi, né i criteri di valutazione del risultato. Ne risulta un dispositivo che si presenta nel linguaggio della prevenzione del disagio, ma che nella sua articolazione concreta assomiglia più a un’esperienza di socializzazione al corpo — in senso letterale e istituzionale — della Polizia Penitenziaria, che a un intervento strutturato sul disagio sociale e culturale dichiarato come criterio di selezione. *Fonte primaria: nota USR Lombardia prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, “Progetto Regionale Sport per la Legalità”.* Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universtià -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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L’accesso alla protezione internazionale presso la Questura di Bergamo: una procedura senza criteri trasparenti
M.A. 1 Davanti alla Questura di Bergamo si assiste ormai da mesi a una situazione che difficilmente può essere considerata fisiologica in uno Stato di diritto: persone che intendono richiedere protezione internazionale sono costrette a trascorrere la notte all’aperto, in attesa di un accesso che non risulta né garantito né disciplinato da criteri chiari e trasparenti. Tale ricostruzione non si fonda su episodi isolati, ma su osservazioni dirette e testimonianze raccolte in più occasioni tra settembre 2025 e giugno 2026. Le informazioni raccolte evidenziano una modalità di gestione degli accessi nella quale l’ingresso agli uffici della Questura appare affidato a procedure caratterizzate da ampi margini di discrezionalità e dall’assenza di criteri oggettivi, verificabili e preventivamente conoscibili dai richiedenti, con possibili conseguenze sull’effettività del diritto di presentare domanda di protezione internazionale. Dalle testimonianze raccolte sul posto è emerso che la selezione delle persone ammesse alla formalizzazione della domanda non ha seguito criteri oggettivi e verificabili. Di fatto, un richiedente ha descritto il processo di accesso come sostanzialmente “random“, evidenziando l’assenza di parametri. Tale percezione è stata successivamente corroborata dalle dichiarazioni rese da un agente in servizio, il quale ha affermato che le persone ammesse alla richiesta di asilo sono state individuate “sulla base di niente“. Un’altra persona impiegata presso la Questura ha riferito che l’ispettore incaricato avrebbe tenuto conto della condizione di vulnerabilità delle persone per stabilire chi avrebbe potuto accedere alla procedura. Tale criterio, tuttavia, è apparso difficilmente verificabile e non ha trovato riscontro nelle osservazioni effettuate. In un caso osservato, ad esempio, tra le persone in attesa vi era una persona con una bombola di ossigeno, una condizione di vulnerabilità immediatamente evidente, alla quale non è stato comunque consentito l’accesso alla procedura. Questo episodio ha sollevato interrogativi su come siano state individuate e valutate le condizioni di vulnerabilità degli altri richiedenti, se persino una situazione di fragilità così manifesta non è sembrata essere stata considerata ai fini dell’accesso. È stato inoltre osservato come, in alcune circostanze, le donne abbiano beneficiato di un accesso più agevolato alla procedura, sebbene tale elemento non abbia consentito di stabilire l’esistenza di un criterio sistematico. In particolare, secondo quanto osservato, tra le ore 8:15 e le ore 8:45 un ispettore della Questura, sempre lo stesso, usciva dall’edificio e chiamava nominativamente le persone che, in quella giornata, potevano accedere alla formalizzazione della propria domanda, il tutto in modo completamente discrezionale. In altri casi, tuttavia, non infrequenti secondo quanto osservato e secondo quanto riferito dai presenti, alle persone in attesa – spesso accampate davanti alla Questura fin dalla notte precedente – veniva comunicato che “la Questura è chiusa” oppure che il sistema informatico non era funzionante, con la conseguenza che l’accesso veniva negato indistintamente a tutti coloro che attendevano di formalizzare la propria domanda di protezione internazionale. Le informazioni raccolte delineano un sistema di gestione degli accessi privo di criteri trasparenti e preventivamente conoscibili, con il rischio di compromettere principi fondamentali dell’azione amministrativa quali imparzialità, uguaglianza e certezza delle procedure. Tale modalità operativa solleva interrogativi rilevanti: sulla base di quali criteri viene determinato chi può accedere alla formalizzazione della domanda e chi invece è costretto ad attendere? Quali garanzie sono previste affinché l’accesso a un diritto soggettivo non dipenda da valutazioni non conoscibili dagli interessati? Il quadro normativo vigente al momento delle osservazioni prevedeva un termine preciso per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale: il Decreto legislativo 25/2008 stabiliva che la domanda dovesse essere formalizzata entro tre giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di chiedere protezione (art. 26, co. 2-bis), termine prorogabile fino a dieci giorni lavorativi esclusivamente in presenza di un numero elevato di richieste. Nonostante tale previsione, la prassi osservata presso la Questura di Bergamo si è discostata da tale quadro normativo. I tempi di attesa rilevati sono apparsi prolungati e sistematici, mentre l’accesso alla formalizzazione risultava di fatto ostacolato. L’individuazione delle persone ammesse sembrava inoltre avvenire in assenza di criteri oggettivi e trasparenti. In questo contesto, il diritto di asilo – riconosciuto anche dall’articolo 10, comma 3, della Costituzione – è stato compromesso. Ancora più problematico è apparso il carattere strutturale della situazione osservata. Non si è trattato, infatti, di episodi isolati o di disfunzioni occasionali, bensì di una prassi che, secondo quanto riscontrato, si è protratta per mesi sotto gli occhi delle istituzioni, degli operatori del settore e delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei richiedenti asilo. Nonostante un tentativo promosso dal CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) volto a favorire un accesso più ordinato e chiaro alle procedure, tale iniziativa non avrebbe prodotto risultati duraturi. Al contrario, la possibilità di ottenere un appuntamento per la presentazione della domanda di protezione internazionale risulta, di fatto, preclusa, poiché la Questura non procede al rilascio di appuntamenti tramite PEC. In tale contesto, l’unica possibilità per molte persone è stata quella di presentarsi fisicamente davanti alla Questura più volte consecutive, arrivando in alcuni casi ad attendere fino a tre mesi, come riferito da un agente di polizia presente sul posto, nella speranza di rientrare tra le persone ammesse alla formalizzazione della domanda. Resta da monitorare come tale quadro sia destinato a evolvere alla luce dei cambiamenti introdotti dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e della sua progressiva attuazione, verificando se e in quale misura tali modifiche incideranno concretamente sulle modalità di accesso alle procedure di protezione internazionale. Resta tuttavia centrale una questione: indipendentemente dagli sviluppi normativi futuri, l’accesso alla procedura deve essere garantito attraverso modalità chiare, trasparenti e verificabili, affinché la possibilità di esercitare un diritto fondamentale non dipenda da meccanismi non conoscibili agli interessati. 1. Lavoro come operatore legale nel campo del diritto dell’immigrazione all’interno di un C.A.S. in provincia di Milano ↩︎
Il miracolo della moltiplicazione degli alberi della Castelletti
Qualche giorno fa, su queste pagine, ci siamo occupati della “riforestazione urbana” a Brescia. Lo abbiamo fatto partendo da una considerazione molto semplice: piantare alberi è necessario, ma non basta contarli per stabilire se una politica del verde stia davvero funzionando. Occorre sapere quanti sopravvivono, quanto crescono, quali alberi preesistenti […] L'articolo Il miracolo della moltiplicazione degli alberi della Castelletti su Contropiano.
August 25, 2026
Contropiano
Alla Festa di Radio Onda d’Urto (BS), dibattito sulla scuola in ricordo di Renata De Marco
VENERDÌ 21 AGOSTO, ORE 19.00 FESTA DI RADIO ONDA D’URTO, VIA SERENISSIMA, BRESCIA Venerdì 21 agosto allo Spazio Dibattiti della festa di Radio Onda d’Urto, in memoria di Renata De Marco, si terrà il dibattito “Lo stato della scuola pubblica. Militarismo, aziendalizzazione e controllo dei corpi” fra Educare alle Differenze, Cattive Maestre, Marco Meotto, insegnante portavoce del movimento contro la riforma dei tecnici, e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Renata De Marco è stata un’insegnante di filosofia che è venuta a mancare ad aprile di quest’anno. Storica militante bresciana, comunista, femminista, transfemminista e compagna dei Cobas Scuola, Renata ha sempre partecipato e sostenuto più e più lotte dentro e fuori la scuola. Alle 19.00 ci sarà un omaggio in suo ricordo con microfono aperto alle realtà con cui ha condiviso esperienze di lotta. A seguire, il dibattito. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
A2A e i trucchi del mercato
Ci sono notizie che occupano per giorni le prime pagine e altre che sembrano destinate a scivolare via quasi senza lasciare traccia. Quella che riguarda A2A e la sanzione inflittale dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) appartiene purtroppo, almeno a Brescia, alla seconda categoria. Eppure non si […] L'articolo A2A e i trucchi del mercato su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano