Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca

Popoff Quotidiano - Wednesday, March 18, 2026

La guerra contro Iran e Libano presenta il conto anche ai più poveri italiani ed europei. La denuncia del Cilap

La guerra in corso contro Iran e Libano è certamente la prosecuzione del genocidio a Gaza. Ma sta presentando il conto anche ai settori popolari, i più poveri, di paesi molto lontani dai teatri bellici. Un media indipendente dello Stato spagnolo, un paio di giorni fa, titolava così: Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca. A causa dell’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, il rischio immediato è la crescita del numero di persone in povertà in Europa e in Italia, dice anche il CILAP – Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà, che chiede misure urgenti a tutela delle famiglie vulnerabili in Italia e in Europa. Con la guerra si rischiano tra 4 e 18 milioni di persone a rischio povertà in più nell’Unione Europea e tra 600mila e 4 milioni di persone in più in Italia.

Una crisi che si aggiunge a una crisi: la povertà energetica

Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante. In Italia quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. In Europa, 93 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Unione europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa (in Italia l’8,6%). Secondo l’indicatore utilizzato dall’Osservatorio Italiano Povertà Energetica, nello stesso anno 2,4 milioni di famiglie in Italia si trovavano in povertà energetica: il livello più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche.

Dall’Eurobarometro del dicembre 2025 emerge inoltre che il 38% degli europei chiede una protezione più forte per i consumatori vulnerabili, in particolare per chi vive condizioni di povertà energetica. Un segnale evidente di quanto il problema sia ormai diffuso e percepito dall’opinione pubblica europea.

Lo shock energetico colpisce i poveri due volte

La guerra rischia ora di aggravare questa situazione già critica. Nei primi giorni della crisi energetica i prezzi spot del gas in Europa hanno raggiunto i 45–60 euro per megawattora. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto.

Se il prezzo del petrolio Brent dovesse stabilizzarsi attorno ai 100 dollari al barile, l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% nel corso dell’anno. Per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto, a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico nazionale.

Non si tratta di numeri astratti. Le analisi del Joint Research Centre mostrano che shock energetici e inflazionistici colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e possono aumentare sensibilmente i livelli di povertà ed esclusione sociale.

Applicando queste dinamiche ai dati di Eurostat, anche un aumento di pochi punti percentuali del rischio di povertà significherebbe milioni di persone in più in difficoltà: tra 4 e 18 milioni nell’Unione Europea. In Italia si tratterebbe di un aumento compreso tra 600 mila e 4 milioni di persone rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio.

Le famiglie più povere subiscono questo shock in modo doppio: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo e dispongono di riserve minime, spesso nulle, per assorbire i rincari.

Se le risorse vanno alle armi, non alle persone

Esiste poi un secondo canale, meno visibile ma altrettanto pesante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. I bilanci degli Stati membri europei stanno aumentando le allocazioni per la difesa, e ogni euro destinato agli armamenti rischia di essere sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego e alle politiche di contrasto alla povertà.

L’Unione Europea si è impegnata a ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030. Ma i progressi finora sono minimi: meno di un milione di persone è uscito dalla soglia di rischio tra il 2019 e il 2024. Con questa guerra, anche questo obiettivo rischia di diventare irraggiungibile.

Servono misure immediate e strutturali

Il CILAP chiede con urgenza che i governi europei e quello italiano adottino misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili.

Tra le priorità indicate: l’estensione e il rafforzamento dei bonus energetici, con procedure di accesso semplificate che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi destinati al contrasto della deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; e un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi più esposti agli shock energetici come Italia, Grecia, Portogallo e Bulgaria.

«La guerra ha sempre un conto. In Europa, come sempre, a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», conclude la nota del CILAP, associazione che studia il fenomeno della povertà in Italia e in Europa e promuove politiche di contrasto strutturale all’esclusione sociale.

Aumento dei costi operativi per le imprese

Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è anche l’aumento dei costi operativi per le imprese. Secondo Confesercenti, nei 18 giorni successivi allo scoppio del conflitto in Iran i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono saliti rispettivamente del 24% e di quasi il 33%.

Una simulazione elaborata dall’organizzazione insieme a Innova indica che, se questi livelli dovessero mantenersi fino alla fine dell’anno, per le Pmi del commercio, del turismo e dei servizi la bolletta energetica potrebbe salire nel 2026 a 3,8 miliardi di euro: circa 880 milioni in più rispetto al 2025.

L’aumento medio della spesa annua sarebbe di quasi 1.500 euro per attività, con differenze significative tra i comparti: circa 2.700 euro in più per un supermercato, 529 euro per un minimarket, 109 euro per un piccolo esercizio non alimentare, 1.010 euro per un bar, 1.830 euro per un ristorante e oltre 2.700 euro per un albergo di 30 camere.

Questi rincari si sommerebbero a una frenata dei consumi reali delle famiglie stimata in circa 4 miliardi di euro. Nel commercio, nel turismo e nei servizi, elettricità e gas rappresentano costi strutturali difficili da comprimere e impossibili da assorbire a lungo senza conseguenze.

Il rischio delle speculazioni sui prezzi

Nel frattempo crescono anche le preoccupazioni per possibili fenomeni speculativi. Il Codacons ha presentato un esposto in 104 procure italiane denunciando forti rincari registrati in diverse filiere dopo lo scoppio della guerra.

Il rialzo dei carburanti sta già producendo effetti sui prezzi dei prodotti alimentari, con aumenti segnalati su diverse categorie ortofrutticole. Segnali di tensione emergono anche nel settore industriale: alcuni fornitori di materie plastiche utilizzate per le bottiglie di acqua minerale avrebbero richiesto aumenti fino al 30%, con incrementi stimati tra 200 e 250 dollari a tonnellata.

Anche altre materie prime utilizzate nell’edilizia e nell’industria mostrano rialzi significativi: il rame ha registrato aumenti che sfiorano il 40%, ferro e profilati di alluminio circa il 20%. Nel settore delle costruzioni si segnalano aumenti del 18% per il conglomerato bituminoso, del 10% per il calcestruzzo e fino al 30% per alcune plastiche utilizzate nella meccanica. Anche il legno inizia a risentire delle tensioni, con rincari tra il 10 e il 15%.

Segnali che indicano come il costo della guerra non resti confinato ai fronti militari, ma si propaghi rapidamente nell’economia quotidiana, fino ai conti delle famiglie. E, ancora una volta, sono i più fragili a rischiare di pagare il prezzo più alto.

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